giovedì 9 febbraio 2017

Laika e gli altri, vita da cani in orbita

repubblica.it
ROSALBA CASTELLETTI

Nei diari di un ricercatore sovietico, i segreti degli animali che parteciparono al programma spaziale. E le loro sofferenze

Laika e gli altri, vita da cani in orbita
MOSCA. Prima che Gagarin diventasse il primo uomo a superare i confini dell'atmosfera, furono i cani a volare tra le stelle. Non solo Laika, Belka e Strelka. Cinquanta cani vennero spediti in orbita dall'Unione Sovietica. E 20 morirono in volo, martiri non celebrati - e per anni occultati - della gara tra superpotenze per la conquista dello spazio. Le loro storie emergono per la prima volta nel dettaglio dai diari inediti di Oleg Gazenko, responsabile del "Piano animali spaziali" dell'Urss: nomi, date, dieta, analisi, programma di allenamenti, ma anche annotazioni malinconiche e fiori lasciati a essiccare tra le pagine ingiallite in memoria degli eroi a quattro zampe scomparsi.

Rinvenuti casualmente pochi mesi fa da Lada Lekaj nell'archivio dell'Istituto per i problemi medico-biologici dell'Accademia delle scienze russa (Imbp), sono stati pubblicati per la prima volta ieri dalla Novaja Gazeta, il giornale di Anna Politkovskaja. Scorrendo le pagine dei quaderni di Gazenko, ci si imbatte in diversi nomi mai passati alla storia. Vezzeggiativi: Malyshka, "Piccolina"; Lissichka, "Piccola volpe". Soprannomi scherzosi: Kussachka, "Una che morde tutti"; Modnitsa, "Modaiola". O appellativi di battaglia come Otvazhnaka, "Coraggiosa". Nomi di soldati a loro insaputa arruolati nei vicoli di Mosca. Bastardini non per scelta ideologica, ma perché più docili e resistenti dei loro cugini di razza.

I requisiti fisici erano ferrei: meno di 35 centimetri di altezza, non oltre 43 centimetri di lunghezza, dal naso alla coda, meno di 6 chili di peso. Non era molto lo spazio dentro le navicelle. Anche l'aspetto contava. Quando sarebbe venuto il momento di togliere i sigilli alla segretezza degli esperimenti, quei musi sarebbero diventati loro malgrado la bandiera della superiorità socialista sul nemico capitalista. Assoldata la prima squadra canina, gli allenamenti iniziarono nell'inverno del 1950. C'era fretta.

Il cane sovietico doveva superare la scimmia statunitense e raggiungere lo spazio per primo. Le scimmie avevano paura e venivano lanciate nello spazio sotto anestesia. I cani invece si fidavano dell'uomo e non opponevano resistenza. Da perfetti soldati, si sottoponevano a tutti i test. Certo, ci voleva tempo perché si abituassero all'accelerazione gravitazionale e allo scroscio assordante dei motori. Dal luglio 1951 al settembre 1960, 44 cani vennero sparati a bordo di razzi ai limiti dello spazio. I voli furono 29 e otto finirono tragicamente. Ad aprire la strada verso le stelle furono il 22 luglio 1951 Dezik e Tsigan (Vagabonda).

Gazenko annota tutto. Battito: 250, quattro volte più della norma. Aumento del peso: 5 volte. E soprattutto la gioia. ""Vivi, vivi!", gridavano tutti precipitandosi a recuperare la capsula", scrive. Morto Dezik in un secondo test, a Tsigan ne vennero risparmiati di nuovi. Meritava di vivere. La gente non lo sapeva, ma era l'unica superstite dei "primi due a essere stati lì".

È la volta poi di Mishka e Cizhik. Che muoiono. Smelyj (Audace), alla vigilia del secondo volo, si dà alla fuga. Lo rimpiazzerà Zib, mai addestrato prima, acronimo di Sostituto dello Scomparso "Bobik", il nome russo che si dà ai randagi per strada. Siamo al 1954, altri nomi e altri martiri. Nel 1957 e nel 1958 gli esperimenti si fanno più duri: quota 473 chilometri e 10 minuti a zero gravità. È il 1960. Seguono le pagine su Laika, Belka e Strelka, i "musi noti" della corsa allo spazio sovietica.
Via il segreto stavolta. Tutto il mondo doveva seguire i voli dei primi esseri viventi mandati a orbitare nello spazio. Dalle note di Oleg traspare l'amarezza per la morte orrenda di Laika, "arsa viva", e per anni occultata dall'Urss.

E, a proposito di Belka e Strelka, confessa: "La verità è che, quando due cani mandati in volo tornavano entrambi illesi, uno dei due veniva sezionato. Per loro abbiamo fatto un'eccezione".Tra le ultime pagine spunta un fiore essiccato in memoria di Lissichka, Volpetta, morta in volo insieme a Chaika, Gabbiano, e a cui Gazenko si era molto affezionato. Cani che rincorrevano i gatti e finiti, a loro insaputa, a rincorrere le stelle.

Il contadino che conosce 100 lingue: "Ricordatemi per il mio lavoro, non come fenomeno"

repubblica.it
di GIACOMO TALIGNANI

Riccardo Bertani, 86 anni, dopo le elementari ha studiato da autodidatta idiomi dimenticati: dal mongolo alle lingue siberiane, pubblicando oltre 1000 volumi. La sua casa è diventata un Fondo e lui invita gli appassionati di lingue scomparse ad andarlo a trovare

Il contadino che conosce 100 lingue: "Ricordatemi per il mio lavoro, non come fenomeno"

CAPRARA (RE) - Ribelle fino in fondo, il contadino poliglotta si prepara col sorriso ad andare "verso l'infinito". A Caprara, piccola frazione di Reggio Emilia fra campi brinati e torpido silenzio, la porta della prima casa di via della Rimondella è sempre aperta. Fuori c'è un cartello: "Fondo librario documentario Riccardo Bertani". Porta il nome di chi in quella cascina ha sempre vissuto, chiuso in una stanza piena di libri e agende delle banche. Lì, Bertani, in 70 anni di studi e traduzioni ha scritto e realizzato più di 1000 volumi, arrivando a conoscere da autodidatta oltre 100 lingue.

La sua storia, quella del contadino poliglotta, o del glottologo dell'"estremo mattino", è davvero particolare. Nato nel 1930 in una famiglia contadina, con il padre ex sindaco iscritto al partito comunista, lasciò la scuola appena dopo le elementari. "Era castrante, sono fuggito. Mi interessava altro. Devo dire che solo una maestra mi capì". Allergico alla matematica, iniziò a lavorare nei campi "ma ero e sono un contadino sbagliato, non certo un contadino modello". Perché più che le biolche da coltivare o gli animali da allevare "io avevo sempre in testa i libri - racconta  - quelli che cominciavo a capire". Nell'abitazione dei genitori, in quegli anni dell'Italia fascista, c'erano per lo più solo tomi russi.

Bertani inizia giovanissimo a sfogliare Tolstoj, a leggerli in italiano, poi compra una grammatica russa e approfondisce: "Ho iniziato a tradurre. Intorno ai 18 anni non facevo altro. Ero attratto dall'Oriente, la Russia, l'Ucraina". Era attratto dall'alba. "Da anni, mi sveglio alle due del mattino e mi preparo all'arrivo del sole. A quell'ora il mio cervello non sta fermo, ho la mente limpidissima, così comincio a studiare". È l'amore per l'estremo mattino.

Crescendo tra la biblioteca comunale e amici che lo sommergono di volumi lui  si immerge completamente nelle lingue. È attirato come una calamita dalle culture dei popoli siberiani, russi, mongoli. Vuole sapere come vivevano, come quei dialetti si spostavano. Comincia a scrivere tutto a mano sulle agende delle banche, annota i significati delle parole, la pronuncia. "Mi interessa il folklore, le tradizioni, le leggende.

Lo sa che i siberiani hanno un'altra preparazione al concetto della morte? Non è un concetto così distinto dalla vita". In 70 anni di lavoro (la sua bibliografia va dal 1956 ad oggi) esplora lingue sconosciute e dimenticate, rendendole comprensibili per gli italiani. Un patrimonio che ha deciso di lasciare a tutti noi: la sua casa è diventata un Fondo e lui - che nella vita si scriveva lunghe lettere con Claude Lévi-Strauss per conversare sulla mitologia germanica - invita gli appassionati di lingue scomparse ad andarlo a trovare, a leggere quel che ha scritto.

Sospinto dal vento freddo che lo porta nella "tundra e la taiga" ha imparato lo Jacuti, Jugakiry, Burlati, il basco, le lingue etrusche e longobarde, il mongolo, l'eschimese e tantissime altre creando dizionari veri e propri: "Ecco, questo è il Rutulo-Italiano, quest'altro il Prusso-Italiano" spiega mentre tira fuori ogni sorta di carpetta con le immagini dei mondiali anni Novanta. È un uomo lucido, visionario, estremamente appassionato. "Non so l'inglese, né il tedesco - racconta seduto alla sua scrivania - non ho la patente e a parte per i documentari di animali e scienza, non guardo la televisione. Internet? Ma va là".

È difficile parlare di web o connessioni a un uomo che scriveva sulla carta del mangime per le vacche e ha provato a battere a macchina "ma riuscivo solo con un dito", un uomo che viaggia tantissimo ma solo con la mente. Gli chiedo perché non è mai uscito dall'Italia, risponde sincero: "Ho paura di rimanere deluso. Mi sono fatto un'idea della Russia dai libri. Mi hanno invitato a Mosca, in Bulgaria, più volte. Ma io preferisco restare qui: per me temo sarebbe come vedere la Grecia oggi dopo aver letto l'Eneide".

Osserva e traduce come le correnti migratorie mescolano e spostano le lingue. Scrive libri che vanno da Verso l'estremo mattino - Antologia epica dei popoli siberiani  a Lo sciamano ci parla, uno dei suoi ultimi testi, convinto che "ci sia un ritorno allo sciamanismo, soprattutto fra i giovani". Nel corso della sua lunga storia è stato invitato a parlare in diverse Università Italiane, ha discusso di lingue con Franco Battiato, è stato insignito di premi di vario genere appesi fra la polvere sul muro dietro alla sua poltrona. Crede che ormai tutte quelle lingue antiche "vadano a estinguersi per sempre", e che il dialetto purtroppo "non ha più senso insegnarlo a scuola. Per parlare e capire il dialetto bisogna pensare in dialetto. E ormai i bambini non lo fanno più".

Riccardo è stanco e deve fare una pausa. L'amico Luigi Rozzi, con cui condivide la passione per le lingue, mostra un gazebo all'aperto nel cortile. Una volta lì intorno c'erano oche e capre, ora soltanto galline. Il tempo comincia a farsi sentire. Ma Bertani, come fece quando lasciò la scuola, continua a sentirsi "un ribelle, in tante cose" e non accetta filosofie e religioni: "Finché potrò continuerò a scrivere e tradurre. Poi ho capito che il tutto è niente e sono certo che non ci sia una fine: c'è l'infinito". E lì che andrà, con un solo desiderio: "Non voglio essere ricordato, o che si pensi a me, come un fenomeno da baraccone, come il tizio che conosceva tante lingue. Vorrei essere ricordato e se serve letto o studiato per il mio lavoro, quello a cui ho dedicato tutta la mia vita".

Lo Stato è finito

La Stampa
mattia feltri

La Danimarca ha deciso di mandare un ambasciatore in Internet. Un ambasciatore vero, come l’ambasciatore in Cina o in Italia o in Russia. Soltanto che invece di trattare con gli Stati e coi governi tratterà con Google, Apple e Facebook e coi loro amministratori delegati. Secondo il ministro degli Esteri di Copenaghen, l’economia dei colossi del digitale vale più di quelle di Grecia o Portogallo, perciò è necessario stabilire con loro rapporti diplomatici. 

Piacerà o dispiacerà, ma è questo il mondo cui andiamo incontro, dove le nazioni contano sempre di meno e non soltanto per lo strapotere del denaro sulla politica, ma perché ogni volta che ci connettiamo a Twitter o comunichiamo con WhatsApp o sentiamo musica su Spotify o vediamo una serie su Netflix, noi espatriamo, attraversiamo i continenti, accettiamo il sistema senza frontiere e dogane. Lo facciamo quando acquistiamo su Amazon o eBay, ogni volta che ingoiamo famelici l’ultima app, e cioè siamo noi della comunità connessa a essere multietnici e globalizzati e apolidi.

La fine dello Stato era stata descritta con qualche rammarico dieci anni fa da Eric Hobsbawm, serio marxista inglese, che fra l’altro sottolineava lo sbriciolarsi dei confini. E nel frattempo che spuntano Donald Trump e Marine Le Pen con l’idea di rafforzarli, i confini stanno semplicemente diventando inutili, ci si vola sopra, ci si passa attraverso: siamo noi stessi ad amare e ingrassare il mostro che ci terrorizza. Ora, davvero crediamo di rimediare con Matteo Salvini?

Via la neve dalla statua a sue spese L’imprenditore multato dai vigili

Corriere della sera

di Giuseppe Guastella

Il caso è avvenuto a Sulmona, in provincia dell’Aquila. Il sindaco: ci sono delle regole. La replica dell’imprenditore: è stata una forma di rispetto per Ovidio

La piazza prima e dopo l’intervento dell’imprenditore di Sulmona
La piazza prima e dopo l’intervento dell’imprenditore di Sulmona

Un gruppetto di anziani scruta i movimenti della pala meccanica che va su e giù caricando su un camion la neve che dopo settimane si è ormai trasformata in un maleodorante miscuglio di ghiaccio e spazzatura. Concentrati come sono, i pensionati quasi non si accorgono che anche due vigili urbani sono interessati, ma per multare l’imprenditore che, stufo di vedere la piazza più centrale di Sulmona (L’Aquila) ridotta così, ha deciso di pulirla a sue spese. La maggior parte dei Comuni, si sa, non naviga nell’oro, specialmente quelli delle zone interne dell’Abruzzo. Aree bellissime incastonate tra le montagne più alte dell’Appennino, ma flagellate da anni di deindustrializzazione e spopolamento. Sulmona, 24 mila abitanti circa, è uno di essi e come gli altri deve fare i conti con un bilancio che è una coperta sempre più corta.
Le nevicate e l’idea
Sarà per questo oppure, come dice maliziosamente qualcuno, per incuria e disattenzione, sta di fatto che dopo le nevicate eccezionali di gennaio, arrivate anche a un metro, quelle che a una trentina di chilometri hanno provocato la valanga di Rigopiano che ha ucciso 29 persone, lunedì la neve era ancora dove l’avevano ammucchiata gli spazzaneve. In piazza XX Settembre, salotto buono della città, i mucchi circondavano il monumento al poeta latino Publio Ovidio Nasone, il cittadino più illustre di Sulmona. Pasquale di Toro, un piccolo imprenditore edile di 49 anni, ha deciso di rimboccarsi le maniche, ha caricato una pala meccanica su un camion e con un altro mezzo guidato da un operaio ha raggiunto la piazza. In un paio d’ore l’ha ripulita. «Non era una protesta, ma una forma di rispetto perché Ovidio è conosciuto in tutto il mondo. Quest’anno si festeggia il bimillenario della sua morte e noi gli regaliamo una discarica pubblica?», rivendica con orgoglio.
La multa
Il problema, però, è che per raggiungere la piazza i suoi mezzi hanno dovuto attraversare il corso dedicato al poeta che oltre ad essere chiuso al traffico a quell’ora è anche interdetto ai mezzi pesanti. I due vigili glielo hanno fatto presente annunciandogli una multa da 100 euro, guardandosi bene però dal fermare il lavoro che per settimane nessuno aveva fatto. «Erano dispiaciuti, ma hanno fatto il loro dovere», racconta Di Toro che non è nuovo ad iniziative clamorose, come quando ad agosto partì con la ruspa per Amatrice, dove rimase solo un giorno per una questione «burocratica», dice. Ed è per la burocrazia, in questo caso la mancanza di autorizzazioni, che è stato multato. «Le buone intenzioni sono da premiare, ma, anche per prevenire incidenti, ci sono procedure da rispettare in accordo con l’amministrazione», dice il sindaco Annamaria Casini spiegando che il Comune ha speso già 160 mila euro per il piano neve, 120 mila più del previsto.

8 febbraio 2017 (modifica il 9 febbraio 2017 | 00:23)

Quanto ci costa la Rai? Fotografia con sei mesi di stipendi e appalti

La Stampa
paolo baroni, paolo festuccia

Nel secondo semestre del 2016 il direttore generale Campo Dall’Orto ha firmato 129 contratti per 340 milioni di euro. I compensi di conduttori, volti tv e giornalisti esterni fino a oggi erano riservati: ora un documento svela nomi e cifre


5,3 milioni costa alla Rai il format di «Affari tuoi» prodotto dalla società Endemol Shine

Quanto vale la firma del direttore generale della Rai Antonio Campo Dall’Orto? Stando ad un documento interno di viale Mazzini che elenca gli «atti ed i contratti aziendali sottoscritti dal dg», al quale da una anno a questa parte la legge ha conferito poteri rafforzati rispetto ai predecessori, molto. Solo negli ultimi sei mesi del 2016, infatti, il manager che può avallare impegni sino a 10 milioni di euro contro i 2,5 dei predecessori, ha firmato 129 contratti per un ammontare complessivo che sfiora i 340 milioni di euro tra cachet dei conduttori, acquisto di

format, produzioni di fiction e programmi e appalti vari. Una cifra molto consistente se si considera che in base all’ultimo bilancio approvato, quello del 2015, dalle casse della Rai in un anno escono circa 1,3 miliardi di euro per costi esterni. Sempre negli ultimi sei mesi dell’anno Campo Dall’Orto ha poi firmato 299 contratti di assunzione (compresi 4 dirigenti e 6 giornalisti), portando l’organico complessivo di fine 2016 a quota 11.303 unità, e concesso 585 promozioni (91 legate ad automatismi contrattuali).

In virtù delle norme sulla trasparenza si conoscono i compensi dei manager, dei direttori di testata e di tutti i dipendenti sopra la soglia dei 200 mila euro lordi anno. Ma non si conoscono i compensi di conduttori e giornalisti esterni alla Rai, volti noti della tv e star del prime time: tutte cifre che nonostante le ripetute sollecitazioni del Parlamento e di alcuni consiglieri Rai continuano a restare sostanzialmente top secret.

«Per ragioni di concorrenza», obietta sempre la tv pubblica. I documenti di cui «La Stampa» è venuta in possesso, noti anche a tutti i membri del cda, ci consentono di avviare una piccola operazione di trasparenza a partire dai nuovi contratti di esclusiva siglati con Antonella Clerici, Lucia Annunziata, Piero Angela, Flavio Insinna e Michele Santoro ed ai conguagli concessi a Vespa, Frizzi, Giletti, Conti e Guardì.

FORMAT
Undici milioni tra “L’eredità” e “Affari tuoi”
A Endemol la fetta più ricca



La tv moderna, si sa, vive di format. Ed anche mamma Rai non può farne a meno. Negli ultimi sei mesi del 2016 viale Mazzini ne ha acquistati (o riconfermati) 16 attingendo dai cataloghi di tutte le più importanti società di produzione. La fetta più ricca in questa tornata è andata a Endemol, famosa in tutto il mondo per aver prodotto il «Grande fratello». Gli esborsi più alti sono invece finiti ai programmi che servono a Rai1 per presidiare preserale e prime time: 5,6 milioni di euro sono così stati versati per l’acquisto del format ed il pagamento dell’appalto parziale de «l’Eredità» per la stagione 2016-2017 a favore della società Magnolia.

A ruota segue «Affari tuoi» (produzione Endemol Shine) che vale 5,3 milioni di euro. Sempre a Magnolia finiscono poi i 4,8 milioni legati alla licenza per «Pechino Express» (Rai2) cui si aggiunge un milione e 70 mila euro a titolo di transazione per un controversia legata alle edizioni del 2008 e del 2010 dell’«Isola dei famosi». Endemol Shine incassa poi 2,96 milioni per la quinta edizione di «Detto fatto» (Rai2), e 2,01 milioni per «Tale e quale show» (Rai1) ed altrettanto per «Torto o Ragione? Verdetto finale» di Rai2, 2 milioni e 58 mila per «The big music quiz» (Rai1), 1 milione e 785 mila per «Boss in incognito» (Rai2) più 1,96 milioni per «Stasera tutto è possibile» di Rai2. Per la produzione di «Sbandati» di Rai2 alla Nonpanic del gruppo Banijay Zodiak, altro gigante del settore, vanno 2 milioni e 170 mila euro e 1,6 milioni per «Sono innocente» di Rai3.

A Fremantlemedia vanno invece 4,18 milioni di euro per il format e l’appalto parziale di «Nemo, nessuno escluso» di Rai2. Sono tre invece i contratti incassi dal produttore Bibi Ballandi: 1 milione e 300 mila euro per licenza format e appalto parziale dello show dei Roberto Bolle «La mia Danza libera» (Rai1), 2 milioni e 170 mila euro per «Stasera casa Mika» (Rai2) ed un milione e 470 mila per «L’importante è avere un piano» di Rai1. Infine 2 milioni e 300 mila euro sono andati alla «Arcobaleno tre srl» per l’acquisto dei diritti di ripresa e di utilizzazione del programma «Nemicamatissima» di Rai1. Arcobaleno tre fa capo a Lucio Presta agente di spettacolo che oltre a Benigni, Bonolis, Antonella Clerici, Belen, Amadeus e tanti altri big della tv cura anche gli interessi di Lorella Cuccarini, protagonista assieme a Heather Parisi di questo show dell’ammiraglia Rai.
 
LE STAR 
Clerici e Insinna record: un milione e mezzo l’anno
Conti prende 130 mila euro a serata per condurre Sanremo. Ogni speciale di “Porta a Porta” frutta a Vespa 89.250 euro


LAPRESSE

Tra contratti di esclusiva e conguagli per le prestazioni extra i big della tv pubblica hanno chiuso in bellezza il 2016. Il contratto in assoluto più ricco è quello di Antonella Clerici: la conduttrice de «La prova del cuoco» e «Ti lascio una canzone» il 18 ottobre ha infatti rinnovato l’esclusiva con Rai uno per due anni (1 settembre 2016 - 31 agosto 2018) a fronte di un compenso pari a 3 milioni di euro lordi, 1,5 all’anno. Più o meno la stessa cifra va anche a Flavio Insinna, il re dell’access prime time e di «Affari tuoi» che per un anno incassa invece 1 milione e 420 mila euro (nuova scadenza contratto il 24 luglio 2017).

Il triennale siglato con Lucia Annunziata («In mezz’ora», Rai3) vale invece 1 milione e 380 mila euro per una collaborazione esclusiva che va dal 19 settembre 2016 all’8 settembre 2019: 460 mila euro lordi all’anno. Sempre con Rai1 Piero Angela, a metà dicembre, ha invece confermato il suo contratto di collaborazione sino al 31 agosto 2017. Il compenso vale in tutto 1 milione e 800 mila euro: 1 milione 565 mila per il periodo 1 settembre 2013 - 31 agosto 2016, più altri 235 mila per arrivare al 31 agosto 2017 compresa «la partecipazione del collaboratore alla realizzazione di collane di dvd di carattere scientifico e storico». 

Il ritorno in Rai di Michele Santoro costa alla tv pubblica 2 milioni e 700 mila euro. Importo che però viene versato alla sua società di produzione, la «Zerostudios spa», a fronte della realizzazione per Rai2 di tre diversi programmi: «Italia», «M» e «Animali come noi». Assieme all’accordo ratificato il 30 settembre, attraverso una scrittura privata, Santoro però «si impegna a rinunciare agli atti e all’azione relativi al giudizio promosso nei confronti della Rai». In maniera tale da mettere una pietra tombale su un contenzioso decennale.

Tra i nuovi contratti stipulati va segnalato infine il quadriennale del nuovo direttore principale dell’Orchestra sinfonica nazionale della Rai, l’americano James Conlon. Per il periodo primo ottobre 2016-14 maggio 2017 percepirà 311.333 euro lordi, più o meno lo stesso importo del direttore uscente, lo slovacco Jurj Valcuha che per i quattro anni compresi tra l’ottobre 2013 e l’ottobre 2016 ha percepito in tutto 1.188.732 euro compresi i 64 mila euro di prestazioni aggiuntive che gli sono state liquidate l’8 luglio 2016. 

Quello dei conguagli e delle integrazioni dei minimi garantiti, del resto, è un mercato altrettanto ricco in casa Rai. Ne sa qualcosa Bruno Vespa, che a fronte di un minimo garantito di 1 milione e 800 mila euro nel secondo semestre 2016 ha incassato un milione di euro per prestazioni eccedenti il contratto base: il 18 luglio gli sono stati infatti assegnati 760.400 euro per gli extra riferiti al periodo 1-9-2014/28-4-2016, in pratica 89.250 euro ogni puntata in più; il 27 ottobre 2016 a fronte di 419.100 euro maturati in più per il periodo 29 aprile-31 agosto 2016 gli sono stati invece assegnati altri 239.600 euro. Un anno di prestazioni extra a partire da agosto 2015 all’autore e regista Michele Guardì («Unomattina in famiglia» su Rai1

e «Mezzogiorno in famiglia» su Rai2) hanno invece fruttato 586.184 euro, 181 mila euro in più anche a Fabrizio Frizzi per prestazioni non previste dal contratto base nei primi 5 mesi del 2015 sia su Rai1 che su Rai2, e 313 mila a Massimo Giletti (Rai1) che pure parte da un minimo garantito pari a circa 500mila euro lordi l’anno. Come tutti i big anche il contratto di esclusiva di Carlo Conti è a sei zeri, compresi i 650mila euro di Sanremo. Le sue prestazioni «eccedenti il minimo» sono poca cosa: 60.500 euro appena per una settimana extra a inizio giugno, cifra da cui mamma Rai ha però trattenuto 14 mila euro «per la partecipazione del collaboratore al programma Amici». Ma ora che la De Filippi lo affianca al Festival il conduttore toscano si può ritenere più che ripagato.

SERVIZI 
Riprese con droni e gettoni d’oro
Tutte le forniture C’è anche l’acqua refrigerata



L’appalto esterno più ricco deciso alla Rai nella seconda metà del 2016 riguarda i «servizi di riprese in movimento con aeromobili e sistemi girostabilizzati atti ad assicurare riprese televisive aeree». In pratica droni. Vale 8 milioni 590 mila e 780 euro per 24 mesi eventualmente prorogabili di altri 24. Quello più strano assegna invece alla ditta Salvini Luca e C. snc la «riqualificazione del sistema di produzione dell’acqua refrigerata del centro di produzione tv di via Teulada a Roma». Si tratta di uno dei più grandi e famosi centri di produzione di tutta la Rai (9 studi) e questa operazione costerà 847.618 euro. 

Importante anche l’investimento in gettoni d’oro, i premi tanto ambiti dei telequiz. In questo caso la controparte è la Zecca dello Stato. La fornitura 2015/2016 per «Affari tuoi» vale 6 milioni 907 mila e 259 euro, 1 milione e 183 mila quella per «l’Eredità».

Poi ci sono i beni e i servizi, a cominciare dalle auto. In ossequio alle regole imposte a tutta la Pa anche la Rai aderisce alla convenzione Consip, la grande centrale acquisti del Tesoro. L’8 luglio viene così approvato dal dg una determinazione a contrattare servizi di noleggio senza conducente a lungo termine (5 anni) per un ammontare complessivo di 8 milioni, 750 mila e 687 euro. Il 15 settembre viene invece lanciata una gara per il noleggio a breve termine ( 2 anni) da 1 milione e 400 euro e infine il 23 dicembre si avviano le procedure per il noleggio sempre a lungo termine di altri 89 automezzi, controvalore 2.920.163,20 euro. 

La gara vinta da Bt Italia per il contact center Rai (9 mesi tra il 1 aprile ed il 31 dicembre 2016) vale invece 2 milioni e 566 mila euro, i servizi di conservazione e gestione degli archivi cartacei, degli arredi, dei materiali audio video degli uffici Rai di Roma assegnati al consorzio lombardo Ageas arrivano invece a 2 milioni 493 mila euro per 5 anni (che salgono a 3,49 nel caso l’accordo venga allungato di due anni) mentre i servizi di manovalanza e trasporto in tre anni comportano una spesa di 3 milioni e 880 mila euro. 

Per rilevare l’eventuale pubblicità occulta nascosta nei programmi la Rai pensa di spendere in 3 anni 1 milione e 200 mila euro, un altro 1 milione e 760 mila euro è invece destinato a rilevare «i contenuti dei programmi». Sia quelli fatti in casa che quelli della concorrenza. 

feb 17 I negri e la figlia di Padoan

Nino Spirlì



E te pareva che non arrivassero i centri sociali e i figli di papà a dar manforte ai più facinorosi fra i negri delle tendopoli, abusive e non, della Piana di Gioia Tauro. Carne di porco, avrebbero detto i nostri “Vecchi”! Roba grassa da non farsi sfuggire. Visto che gli Italiani hanno perso la capacità di incazzarsi e scendere in piazza  – come, invece, stanno facendo i rumeni, per esempio – gli “sfascisti” dirigono le loro attenzioni verso le quaglie grasse sbarcate dai gommoni sui ponti delle navi della Marina Militare.

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Quei clandestini, anonimi e senza certificato del casellario giudiziario del loro paese, che hanno trovato – guarda caso – sotto il mattone della capanna di famiglia le migliaia di dollari necessarie per la traversata delle foreste, delle sabbie e delle acque, fino all’arrivo in via Roma o corso Vittorio di una qualunque città Italiana. E che, arroganti e pretenziosi, accampano diritti in casa nostra.

Imbacuccata in un moderno parka, e sostenuta da un plotoncino di amichetti dei centri sociali, la protagonista delle proteste di ieri, 6 febbraio, è stata, addirittura,  la figlia del ministro dell’economia, Padoan.

Dura, massiccia e incazzata contro il governo di cui fa parte suo padre, Veronica Padoan ha partecipato ai cori e alle processioni senza dio che sciamavano per le strade del piccolo centro di San Ferdinando, sede di tendopoli abusive e da smantellare. Così tanto “presa” dalla condizione dei clandestini senza documenti, da partecipare in prima persona anche alle trattative con le istituzioni. Chissà se avrà pronunciato anche il fatidico “lei non sa chi sono io…”

Lo appuriamo dall’articolo a firma di Michel Dessì, oggi in prima pagina su Il Giornale, e lo avevamo anche seguito ieri sera su Rete4, sia durante il tiggì che nel programma “Dalla vostra parte”.

No, non è il primo caso di figli ribelli… Anni fa, un giovane Donat Cattin – e chi lo dimentica? –  partecipava alle azioni terroristiche, mentre il papà democristianizzava fra le poltrone del governo…

Ma ci scandalizza, oggi, la piccola Padoan, perché viene a gonfiare le proteste in una regione dove la gente muore per mancanza di buonasanità, dove la malapolitica ingrassa il malaffare, dove il lavoro è mal retribuito proprio per la presenza di braccianti clandestini che accettano paghe da schiavi, in barba alle regole dello Stato.

Ci scandalizza, sì, ci scandalizza l’arroganza dei culi al caldo!
#sberlechesiperdono #lamalaeducaciòn #iribellidellacotoletta

Fra me e me. Con le balle piene!

Sanremo, è polemica tra Salvini e Braschi

Franco Grilli - Mer, 08/02/2017 - 12:28

Polemica tra il cantante delle nuove proposte di Sanremo e il leader della Lege, Salvini: al Festival un pezzo sulle storie degli immigrati



"Io penso che l'unico modo per rispondere sia far parlare la canzone. Penso che un certo dibattito politico non dovrebbe tirare in ballo gli artisti impegnati in un festival come questo".

Così Federico Braschi, in gara tra le Nuove Proposte del Festival di Sanremo col nome d'arte Braschi, replica a Matteo Salvini che ha attaccato su Facebook il suo brano 'Nel mare ci sono i coccodrilli' dedicato al dramma dei migranti. "Voi Sanremo lo guardate, Amici? Io no, ma se lo guardassi questo 'cantante' non me lo perderei per nulla al mondo...! P.s. Ti piace tanto l'invasione di immigrati clandestini? Accoglili tutti A CASA TUA!". "Io - dice Braschi -ho cercato di parlare di un tema importante per me ed ho cercato di farlo senza retorica e questo è tutto".

Insomma tra Salvini e il Festival ormai è polemica aperta e di fatto il battibecco con Braschi arriva dopo gli attacchi di Crozza durante l'intervento alla prima serata del Festival. Quello di Crozza è stato un attacco abbastanza diretto contro il leader della Lega che aveva sollevato la polemica sul cachet di Carlo Conti. Pronta la risposta di Salvini a Crozza: "Un milionario che fa la morale".

Aceto balsamico, tra botti e invecchiamento i segreti dell'Oro nero

repubblica.it
di MICHELA DI CARLO

Una storia pluricentenaria, tre denominazioni protette e un sapore unico ne fanno uno dei prodotti più amati - e contraffatti - del mondo

Aceto balsamico, tra botti e invecchiamento i segreti dell'Oro nero

In Emilia risiedono inestimabili giacimenti di oro nero complici un territorio fertile e un microclima ideale. Ma per un pugno di gocce ci vogliono ingegno e pazienza. E poi tanta passione e rispetto di tradizioni centenarie. E' un tesoro che tutto il mondo ci invidia fatto di sole tre denominazioni: l'Aceto Balsamico di Modena IGP, l'Aceto Balsamico Tradizionale di Modena DOP e l'Aceto Balsamico Tradizionale di Reggio Emilia DOP; prodotti con caratteristiche diverse ma da sempre a rischio contraffazioni. "E' necessaria una maggior consapevolezza tra i consumatori - spiega Federico Desimoni, Direttore del Consorzio Tutela Aceto Balsamico di Modena IGP-. Di uguale c’è l’appellativo di balsamico, ma l'origine della materia prima, lavorazione, invecchiamento e disciplinare sono molto diversi tra loro. L'IGP è senza dubbio il più conosciuto e diffuso nel mondo, anche online con una community di oltre 40mila fans".

Aceto balsamico, tra botti e invecchiamento i segreti dell'Oro nero
Acetaia Medici

Prodotto con aceto di vino e mosto cotto, è molto versatile: ideale per armonizzare e bilanciare le caratteristiche dei singoli ingredienti, sia nelle rifiniture di piatti semplici, quotidiani e veloci, sia per impreziosire in modo fantasioso creazioni raffinate. Questo tesoro dell'antico Ducato Estense oggi è protagonista anche di classici del bere miscelato. Grandi cocktails come il Bloody Mary, lo Spritz, il Negroni e l'Americano rivivono in originali "contaminazioni", mentre i "puristi", inebriati dal profumo e sapore del solo mosto cotto, preferiscono invece poche gocce a crudo del Tradizionale DOP su carne, pesce, frutta, gelato, o Parmigiano Reggiano DOP ma a volte lo usano anche come fine pasto da "meditazione".

Ma quello che dopo più di un secolo ancora conquista, oltre al gusto, è il singolare processo di produzione in batteria: piccole botti di legno (minimo 5) a scalare. Per farsi un'idea, basta fare un giro nei sottotetti di Modena e Reggio Emilia. Si dice infatti, ci sia almeno un'acetaia per famiglia. Ci vogliono tuttavia minimo 12 anni e diverse operazioni di travaso, da un barile all’altro, per vedere il risultato, ma ne vale la pena.

I produttori top? Quelli che hanno continuato a credere nel carattere "familiare" del prodotto (poco ma buono) e nel valore dell'attesa. Al "Gran Deposito Aceto Balsamico di Giuseppe Giusti" sono centinaia i barili risalenti al 1600, 1700 e 1800 all'interno dei quali invecchiano aceti di altissima qualità, in quella che è oggi riconosciuta come la più vasta raccolta di botti e botticelle plurisecolari. Fondata nel 1605, è la più antica e premiata d'Italia, giunta alla 17° generazione. Lo testimoniano 14 Medaglie d'Oro vinte a prestigiose esposizioni universali e lo Stemma del Re d'Italia concesso nel 1929 come Fornitore Ufficiale della Real Casa Savoia che troneggia su un'etichetta liberty, considerata ormai un'icona del settore, ed esposta in diversi musei di arte contemporanea.

La produzione dell'Acetaia Giusti si concentra sull'Aceto Balsamico Tradizionale di Modena DOP (tra l'altro citato nel bestseller internazionale "101 Things to Buy Before You Die") e sull'Aceto Balsamico di Modena IGP, quest'ultimo prodotto in cinque diverse qualità. Da non perdere il tre medaglie d'oro "Riccardo Giusti" della collezione "Storica". Dedicato all’avo che ne inventò la ricetta a inizio Novecento, nasce da mosti di uve mature e passite. Aromi di confetture di prugne e frutta rossa si intrecciano a sentori di miele e vaniglia. Tra le riserve, il Giusti 100, dolce e vellutato, dal colore bruno carico e brillante, almeno 25 anni in batterie, da centellinare a gocce. La collezione più esclusiva della casa, prodotta ogni anno in quantità estremamente limitata ed estratta da alcune preziose batterie di botti produttive dal 1700.
Aceto balsamico, tra botti e invecchiamento i segreti dell'Oro nero

Anche l'Acetaia del Cristo una delle realtà più prestigiose nella produzione dell'Aceto Balsamico Tradizionale di Modena DOP. Daniele Bonfatti, assieme ad Erika e Gilberto Barbieri rappresentano oggi la terza generazione a condurre l'acetaia di famiglia. Nei sottotetti, circa 2000 botti, alcune di queste con più di 150 anni, alimentate esclusivamente dai mosti prodotti dal vigneto di proprietà a coltivazione biologica. Da provare il Tradizionale Ciliegio (oltre 12 anni di invecchiamento in barili di ciliegio), dall'aroma fruttato e una particolare nota dolce. E per gli intenditori, l'Extravecchio Diamante Nero, della collezione "I Favolosi". nel 2010, miglior dop. Frutto di ben oltre 25 anni d'invecchiamento, da degustare preferibilmente con un cucchiaino di porcellana come digestivo.

Vicinissimo all'Abbazia di Nontantola "riposa" invece il Balsamico DOP di Mirco Casari, dell'Acetaia La Tradizione, cooperativa "d'arte balsamica" di piccole acetaie modenesi, noto soprattutto per il corposo "Extravecchio" (oltre i 25 anni), nelle versioni Gusto Classico, Superbo ed Eccellente, quest'ultimo proveniente da batterie secolari e dal carattere balsamico pronunciato. Ottimo sul gelato alla crema.

E per chi fosse in vena di escursioni, una sosta a Rubbiara, presso l'Osteria di Italo Pedroni è una vera festa per i sensi. Da non perdere, l'acetaia di famiglia con barili secolari di rovere e castagno custodi dell'Extravecchio Cesare a cui conferiscono aromi decisi come il caffé tostato e il cioccolato, a volte metallico o leggermente amarognolo. Italo è invece il Tradizionale dalla personalità più frizzante. Almeno 12 anni, acidità ancora volatile, ideale con formaggi stagionati e con la pasta ripiena.

Aceto balsamico, tra botti e invecchiamento i segreti dell'Oro nero
Batteria secolare dell'acetaia La Tradizione

Il tradizionale Reggiano si presenta invece con un carattere più marcato e pungente e una preferenza per l'affinamento in antiche botticelle di legno di ginepro. A Reggio Emilia, si distinguono in particolare due produttori: l'Acetaia San Giacomo a Novellara, che produce ottimi bio e da cui si può anche adottare a distanza una batteria, e l'Acetaia Medici Ermete, a Montecchio Emilia (Tenuta Rampata), con annesso museo. Ma "tradizione" non vuole intendersi quale semplice retaggio del passato.

Maurizio Fini, il nuovo Gran Maestro della "Consorteria dell’Aceto Balsamico Tradizionale di Spilamberto", associazione fondata nel 1967 per promuovere, organizzare e sostenere iniziative, corsi e manifestazioni per la tutela e valorizzazione dell’Aceto Balsamico Tradizionale, propone un piano 3.0 strizzando l'occhio all'innovazione. Un ammodernamento non tanto nella produzione quanto nella comunicazione. Presto un'App consentirà di registrare gli assaggi dei soci e gli anni di esperienza: "ognuno potrà così facilmente seguire la propria evoluzione nel percorso da corsista a maestro".


CARATTERISTICHE ACETO BALSAMICO DI MODENA
Indicazione Geografica Protetta
Aceto di vino e mosto concentrato o cotto
Affinato: minimo 2 mesi/Invecchiato: minimo 3 anni
Prodotto in contenitori di legno pregiato (rovere, castagno, quercia, gelso e ginepro) con mosti ottenuti da vitigni di Lambruschi, Sangiovese, Trebbiano, Albana, Ancellotta, Fortana, Montuni

ACETO BALSAMICO TRADIZIONALE DI MODENA
Denominazione di Origine Protetta
Mosto cotto
Capsula bordeaux: minimo 12 anni
Capsula oro ‘Extra Vecchio’: minimo 25 anni
Ottenuto dai vitigni previsti dal disciplinare e provenienti dalla Provincia di Modena, principalmente Trebbiano, Lambruschi, Spergola e Berzemino. Prodotto
in botticelle di legni diversi disposte in ordine decrescente per capacità

Bologna, troppe parolacce in pausa pranzo, la Cassazione: "Giusto licenziare commessa"

repubblica.it

La Cassazione dà ragione al direttore di una nota catena di profumerie, che aveva allontanato la donna. Ma per il suo avvocato "non si può inibire ai dipendenti di usare il linguaggio della loro stessa estrazione sociale"

È stato confermato, dalla Cassazione, il licenziamento per giusta causa di M. C., commessa a Bologna di una nota catena di profumerie, "colpevole" di usare un linquaggio sboccato e pieno di parolacce durante la pausa pranzo con le colleghe, nonostante il richiamo ricevuto dal direttore del negozio che evidentemente aveva notato un certo fastidio e qualche sopracciglio inarcato da parte della clientela e delle stesse altre dipendenti.

Senza successo, la lavoratrice ha fatto ricorso alla Suprema Corte e il suo legale ha sostenuto che era da escludere che nel suo comportamento fosse ravvisabile "una scarsa inclinazione ad attuare gli obblighi assunti" e previsti dal contratto: insomma, la donna non meritava la massima sanzione, semmai una "punizione" più lieve perchè lieve era stata la lesione del rapporto fiduciario.

Ad avviso del suo legale, inoltre, non si può pretendere "che ai lavoratori dipendenti nei momenti della pausa di lavoro sia inibito un linquaggio adoperato normalmente da persone della stessa estrazione sociale, della stessa cultura e accomunate dalla familiarità che subentra in conseguenza di un lavoro quotidiano in uno spazio ristretto nell'azienda in cui operano".

I supremi giudici (sentenza 3380) hanno dichiarato inammissibile il ricorso condannando la commessa anche a pagare 3.100 euro di spese giudiziarie. Conferma del licenziamento era stata espressa in primo grado e dalla Corte di Appello di Bologna nel 2014. Il licenziamento risale dicembre del 2008.

La festa oscena dei manettari

Alessandro Sallusti - Mer, 08/02/2017 - 15:49

I 25 anni di Tangentopoli

Doveva essere la celebrazione dell'epopea di Mani pulite, nel venticinquesimo anniversario dell'avvio di quell'inchiesta.

Ma nel salone d'onore del Palazzo di Giustizia di Milano si sono presentati una decina tra fotografi e giornalisti e altrettanti attivisti grillini. Non un magistrato, non un avvocato, non un cittadino comune. Sul palco due reduci di quella sciagurata stagione, Piercamillo Davigo e Antonio Di Pietro ad autocelebrarsi nel deserto. Il primo ora è capo dell'Associazione nazionale magistrati, il secondo è un ricco pensionato che aveva tentato, anche per sfilarsi dal clima di sospetti sulla sua persona, l'avventura politica guarda caso con il Pci-Pds prima e poi con il suo partitino «Italia dei valori», soprannominato «Italia dei valori immobiliari» per via di strani investimenti in case fatti coi soldi del partito che alla fine gli costarono la faccia e il posto.

Perché si debba celebrare il compleanno della più violenta inchiesta giudiziaria nella storia della Repubblica lo sanno solo loro. Da ricordare c'è semmai l'introduzione in Italia della carcerazione preventiva come arma di minaccia e ricatto, i non pochi suicidi di persone dimenticate in carcere o portate all'impazzimento, il dolore delle 4.250 famiglie di indagati il più delle volte a vanvera come dimostra il bilancio a istruttorie chiuse e processi celebrati.

Ma soprattutto resta la resa della politica al potere giudiziario a sua volta preso ostaggio dalle toghe comuniste di Magistratura democratica. Se proprio devo, preferisco ricordare quella stagione con le parole che Carlo Nordio, storico pm di Venezia che visse in prima linea quei mesi e che oggi si ritira senza clamore a vita privata, ha consegnato al Foglio: «Quando le indagini si concentrarono su democristiani e socialisti non ci furono polemiche e fummo dipinti come eroi. Quando iniziai a indagare sulle cooperative rosse e su D'Alema, sono scoppiate molte polemiche anche con i colleghi di Milano. Ma per me fu un onore avere le riserve da parte dei colleghi di Magistratura democratica».

Due vecchi signori un po' patetici che parlano in un'aula vuota pensando di avere davanti folle osannanti. Questo resta venticinque anni dopo. Fantasmi, ma purtroppo ancora in grado di fare tanti danni, perché continuano a seminare odio e rancore.