venerdì 10 febbraio 2017

Guerra di coltellini svizzeri: Victorinox e Swissgear litigano sulla croce bianca

repubblica.it
di FRANCO ZANTONELLI

Disputa legale tra i due principali produttori. Dal primo gennaio una legge consente di proteggere i marchi e l'azienda più antica si è vista sfilare l'utlizzo del simbolo da un imprenditore cinese. L'ultima parola al Tribunale

Guerra di coltellini svizzeri: Victorinox e Swissgear litigano sulla croce bianca
LUGANO - La croce bianca in campo rosso dei coltellini svizzeri rischia di finire in mani cinesi. Un conflitto legale é in atto, per accaparrarsi il prestigioso marchio, tra Wenger, filiale del gruppo Victorinox, e Swissgear, fondata nel 2014, a Baar, nel Canton Zugo, da Hunter Lee, un imprenditore proveniente da Quanzhou, in Cina. Sia Wenger che Swissgear vendono una vasta gamma di prodotti, che hanno come denominatore comune la croce svizzera, quale simbolo di qualità. Oltre al mitico coltellino parliamo di orologi, zaini, trolley, cinture e penne stilografiche. All’azienda elvetica, nata nel 19 esimo secolo e, dal 2005, inglobata dalla concorrente Victorinox, aveva sì dato un po' fastidio l’arrivo di quei concorrenti asiatici, tuttavia la sua cifra d’affari, che si aggira sul mezzo miliardo di euro, non ne aveva risentito più di tanto.

Carl Elsener, CEO di Victorinox e di Wenger, non aveva, però considerato che, dal primo gennaio del 2017, sarebbe intervenuto un cambiamento della legge elvetica sulla proprietà intellettuale. Il che consente di proteggere, come marchio, la croce svizzera. Il fatto é che, pur fabbricando coltellini da oltre 120 anni, Wenger non si era preoccupata di tutelare il simbolo elvetico. Una richiesta in tal senso l’ha inoltrata, nel novembre scorso, mentre a dicembre é arrivata quella di Swissgear. Adesso toccherà a un tribunale stabilire se la croce bianca in campo rosso spetta, in esclusiva, a chi fabbrica coltellini svizzeri da generazioni, oppure ne hanno diritto anche i concorrenti venuti dalla Cina.

I quali sembrano, comunque, perfettamente in regola con le nuove norme sullo “Swissness”, secondo cui il 60% dei costi di produzione di un prodotto che reca il marchio “Made in Switzerland” deve essere sostenuto in Svizzera. Mica per niente Hunter Lee ha aperto la sua fabbrica di coltellini nel Canton Zugo. 

Google come ''Csi'': basta una foto sgranata per creare l'identikit

repubblica.it
di SANDRO IANNACCONE

Gli esperti di Google Brain hanno messo a punto un software basato su reti neurali e apprendimento automatico che permette di trasformare immagini sgranate in foto dettagliate e definite, proprio come si vede nei telefilm polizieschi
Google come ''Csi'': basta una foto sgranata per creare l'identikit
(foto: Google Brain)

UN TEAM di poliziotti esamina i video registrati da una telecamera di sorveglianza. Fermo immagine sul sospetto che si muove. Poi, immancabilmente, qualcuno chiede di zoomare sul viso del fuggitivo. E, come per magia, l'immagine da sgranata diventa perfettamente definita, mostrando tutti i dettagli del volto del criminale. Se scene come queste - frequentissime nei polizieschi e nei film di fantascienza - erano finora per l'appunto solo opera di finzione, le cose potrebbero presto cambiare. Un'équipe di scienziati di Google Brain, la divisione di Big G che lavora agli algoritmi di intelligenza artificiale, ha infatti appena messo a punto un sistema in grado di "migliorare" immagini sgranatissime di visi umani, aumentandone la risoluzione fino a 16 volte e ricostruendone in profondità forma e struttura.

I dettagli dello studio dei ricercatori sono stati appena caricati su ArXiv, il server che ospita i lavori scientifici prima della loro pubblicazione ufficiale su riviste accreditate. L'algoritmo messo a punto dagli esperti di Google Brain funziona grazie alla combinazione di due diverse reti neurali artificiali - i modelli matematici spesso utilizzati dai software di intelligenza artificiale, che in qualche modo "replicano" il funzionamento delle reti di neuroni del cervello. Anzitutto il sistema "impara", analizzando centinaia di migliaia di foto, quali sono le caratteristiche più comuni delle immagini che ritraggono i volti umani. Dopodiché alla prima rete neurale, cosiddetta condizionante, viene data in input un'immagine a bassa risoluzione (8 pixel di larghezza e 8 pixel di altezza): a questo punto la rete cerca, tra tutte le immagini che ha esaminato, quali sono quelle più somiglianti all'input.

Successivamente interviene la seconda rete neurale, cosiddetta principale, che aumenta la risoluzione dell'immagine di input, portandola a 32x32 pixel, e ne aggiunge i pixel mancanti usando quelli inferiti dalle caratteristiche delle foto scelte dall'algoritmo condizionante. Per fare un esempio: se nei pixel in basso il sistema riconosce una macchia rossa, "immaginando" si possa trattare delle labbra del soggetto, le ricostruisce usando labbra presenti nelle foto simili. Per quanto possa suonare fantascientifico, il sistema funziona ragionevolmente bene: i volontari cui sono state sottoposte sia immagini reali che immagini ricreate dall'algoritmo, sono stati "ingannati" - ovvero hanno indicato come reale un'immagine che in realtà era stata generata dal software - il 10% delle volte.

Ripetendo l'esperimento con fotografie di camere da letto anziché di volti umani, la percentuale è salita al 28%. Una frazione che non è affatto bassa come potrebbe sembrare, specialmente tenendo conto del fatto che le immagini create con algoritmi "tradizionali" (per esempio il cosiddetto scaling bicubico, che determina il colore di un pixel in base a quello di quelli che lo circondano) non riescono mai a ingannare l'osservatore.

L'IA di Facebook. Quello del riconoscimento automatico e del miglioramento delle immagini è un settore che fa particolarmente gola ai big della tecnologia. E nessuno vuole rimanere indietro: Facebook, per esempio, ha appena annunciato, in risposta a Google, di aver perfezionato Lumos, una “piattaforma che usa l’apprendimento automatico per il riconoscimento di immagini e video”. A descriverne i dettagli, in un post pubblicato su Code, il blog dedicato a nuovi software e algoritmi targati Facebook, è stato Joaquin Quiñonero Candela, ricercatore della divisione dell’intelligenza artificiale di Menlo Park: sostanzialmente, Lumos “ingurgita” ogni giorno video e foto caricati dagli utenti sul social network, li analizza e ne estrae le informazioni più importanti, per esempio il tipo di oggetti ritratti o dove sono stati scattati.

E, cosa ancora più importante, l’apprendimento è continuo: Lumos, analizzando nuovo materiale ogni giorno, continua a imparare e affina sempre più le proprie performance. Al momento, il software è in grado non solo di identificare molti degli oggetti presenti nelle foto, ma addirittura riesce a riconoscere dodici diverse azioni compiute dai soggetti ritratti, tra cui, per esempio, una persona che cammina, va a cavallo, balla o suona uno strumento.

È bene sottolineare, comunque, che nel caso di Google Brain i dettagli dell'immagine ricostruita al computer non sono reali. Si tratta, come specificano gli autori del lavoro, di una sorta di "allucinazione" del software, che cerca di indovinare come meglio può i pixel mancanti. Certamente ancora troppo poco per essere portata nelle aule di tribunale. Ma probabilmente sufficiente a dare agli investigatori un buon punto di partenza.

Caffè: i dieci comandamenti per gustarlo come gli italiani (secondo gli inglesi)

repubblica.it
di IRENE MARIA SCALISE

Il vademecum del quotidiano The Telegraph per chi arriva in Italia e, inevitabilmente, commette degli errori davanti alla tazzina fumante.

Caffè: i dieci comandamenti per gustarlo come gli italiani (secondo gli inglesi)

Un tempo si diceva che gli italiani si riconoscevano all'estero perché indossavano le scarpe Superga. Uno straniero che arriva in Italia, invece, è immediatamente smascherato per come ordina e, soprattutto, beve il caffè. E così il giornale inglese The Telegraph ha tracciato i dieci comandamenti su come gustare un caffè in Italia senza scandalizzare baristi e commensali.

 Caffè: i dieci comandamenti per gustarlo come gli italiani (secondo gli inglesi)

Il latte solo al mattino.
Per chi vive in Italia tutto ciò che è cappuccino, latte macchiato, bevanda a base di latte con aggiunta del caffè va bevuto entro le 10 del mattino. Non è concepito, infatti, bere latte e affini dopo pranzo o dopo cena. E, se proprio non potete farne a meno almeno scusatevi con il barman.

Fare ordinazioni semplici.
Non esagerare con le stravaganze al momento dell’ordinazione. Dimenticate frappuccini, caffè alla menta o simili amenità. Le due sole eccezioni sono il caffè alla nocciola e il marocchino (caffè macchiato con latte e una spruzzata di cacao).

Non dire mai espresso.
Non abusare della parola espresso. In Italia è scontato che il caffè che si sta per ordinare sarà espresso. Una sorta d’impostazione predefinita che non richiede ulteriori precisazioni.

Il caffè doppio.
Chiunque può ordinare un caffè doppio se pensa di averne bisogno ma deve sapere che non è un’abitudine made in Italy. Gli italiani, infatti, preferiscono prendere più caffè nel corso della giornata che una dose massiccia una sola volta al giorno.

Pagare alla cassa dopo aver bevuto.
Nei bar italiani regna la fiducia verso il cliente. Il che vuol dire che senza declamarlo ad alta voce si può ordinare il caffè al bar e poi, dopo averlo consumato, pagarlo alla cassa.

Eccezioni nei pagamenti.
Se ci si trova in un luogo di transito come aeroporto e stazioni il rito del pagamento e della consumazione va invertito. Prima si paga la consumazione e poi, sventolando il fogliettino tra la folla, allora si può chiedere la tazzina fumante al barista.

Posti in piedi.
Per quanto piacevole il caffè si consuma velocemente, quasi fosse un buon farmaco. E come tale va bevuto velocemente e in piedi davanti al bancone.

Caldo ma non troppo.
Il caffè, sempre in virtù del fatto che va bevuto in tempi rapidi, viene servito a una temperatura tra il tiepido e il caldo. Troppo rovente infatti impegnerebbe un tempo eccessivo per berlo. Se però lo si vuole molto caldo basta chiederlo.

Le eccezioni consentite.
Cappuccino e caffè latte, caffè macchiato o latte macchiato, espresso con un goccio di latte o un latte caldo con un goccio di caffè (ricordate, la mattina solo); caffè corretto, caffè freddo o cappuccino freddo, caffè Lungo o un caffè ristretto, eventuale aggiunta di acqua (calda) nel tuo caffè espresso

Divorzia e fa causa a Uber: la moglie aveva scoperto il tradimento a causa di un bug

Il Messaggero
di Rachele Grandinetti

Basta un login per cambiarti la vita, soprattutto se lo fai dallo smartphone di tua moglie. È stato un gesto inconsapevole quello del francese di 45 anni che ha preso in prestito il telefono della sua dolce metà per accedere all’app di Uber. Voleva un’auto e invece si è trovato a casa con i documenti per il divorzio. Era un giorno qualunque in Costa Azzurra e il protagonista di questa disavventura digitale ha effettuato l’accesso su Uber da un altro dispositivo.

Ovviamente, prima di riconsegnarlo alla destinataria, ha effettuato il logout. Ma qualcosa non ha funzionato fino in fondo e la donna, da quel momento in poi, ha iniziato a ricevere notifiche sugli spostamenti del marito, con tutti i dettagli: nome del conducente, targa, ora di inizio e fine della corsa. La signora ha sentito puzza di bruciato e iniziato a temere un tradimento. Niente di più facile, allora, iniziare a seguirlo per scoprire la verità. D’altronde, le indicazioni le arrivavano comodamente sullo smartphone. Ci aveva visto lungo: il marito era infedele. Così, ha chiesto il divorzio.

La vittima (si fa per dire) ha scoperto poi che, nonostante avesse effettuato il logout correttamente, il suo account era rimasto collegato al telefono della moglie per via di un bug. Di chi è la colpa? Secondo il fedifrago della società a cui ha fatto causa chiedendo un risarcimento di 45 milioni di euro (avrà stimato così il suo matrimonio fallito). Il portavoce di Uber si è rifiutato di rilasciare dichiarazioni a Le Figaro limitandosi ad un «la società non commenta i singoli casi». Eppure il giornale ha fatto un esperimento e ha appurato che la storia si ripete. Il bug, infatti, attacca i sistemi iOS precedenti all’aggiornamento dello scorso 15 dicembre.

Pare che Android non abbia questo “difetto”. Il quotidiano Made in France ipotizza che il problema possa derivare dalla gestione dei tokens, gli identificatori a cui ricorrono le app per inoltrare le notifiche su un dispositivo. 

Wikipedia non citerà più come fonte il Daily Mail

La Stampa



I collaboratori in lingua inglese di Wikipedia hanno deciso di non citare più il Daily Mail come fonte per i loro articoli, giudicando il tabloid britannico poco affidabile. La decisione riguarda le edizioni cartacee e internet del giornale, secondo quotidiano più venduto nel Regno Uniti e siti internet tra i più visitati al mondo, con 24,5 milioni di utenti unici al mese. 

«I collaboratori della versione di Wikipedia in inglese hanno deciso che il Daily Mail è generalmente poco affidabile, per questo il suo uso come fonte deve essere abbandonato», spiega Wikimedia, la fondazione a monte di Wikipedia, in una nota apparsa sul quotidiano britannico The Guardian .

Il problema è la verifica dei fatti, che viene considerata insufficiente da parte dei giornalisti del Daily Mail. Alla luce delle molte citazioni del quotidiano inglese presenti attualmente sulle pagine di Wikipedia, gli amministratori dell’enciclopedia online nata nel 2001 hanno invitato chi contribuisce alle voci a «verificare, togliere o sostituire» tutti i riferimenti al tabloid.

Arrivano le app su ChromeBook: è la fine dei tablet Android?

La Stampa
antonio dini

Sui computer e ibridi col sistema operativo di Mountain View si potranno usare anche le app pensate per dispositivi mobili. Potrebbe essere la spinta decisiva per far diventare veramente popolare la piattaforma di Big G



Tutti i Chromebook, i laptop basati sul sistema operativo ChromeOS di Google, che verranno commercializzati a partire da quest’anno, saranno in grado di far funzionare anche app nate per Android, il sistema operativo per smartphone della casa californiana. Con i benefici, ma anche i rischi, che questa scelta comporta. E un dubbio: se si potranno usare le app di Android sui Chromebook, a cosa servono i tablet di Google? Se lo chiede ad esempio Techradar, osservando che da tempo non ci sono più prodotti innovativi nel settore dei tablet Android, a parte alcuni esperimenti di terze parti come quelli di Amazon. Adesso, con le app di Android che sbarcano sugli economici Chromebook (se ne trovano a 200-300 euro), acquistare un tablet della casa di Mountain View potrebbe diventare un’opzione meno conveniente. 

Cambio di passo
Con l’arrivo delle app su Chromebook, Google apre la strada all’unificazione funzionale dei suoi due sistemi operativi. E lo fa, come nello stile dell’azienda, con poco clamore, lasciando filtrare la notizia sul blog dedicato ai prodotti software. Finora chi voleva provare a far girare qualche app di Android su Chromebook, poteva farlo solo se era tra i possessori di tre modelli (su oltre quaranta in commercio) che hanno le caratteristiche hardware necessarie a supportare questa funzionalità e la versione 53 del sistema operativo. 

Adesso, con la produzione del 2017 completamente orientata al funzionamento delle app Android su qualsiasi apparecchio ChromeOS, si apre uno scenario nuovo, che potrebbe presto coinvolgere anche le scuole, dove gli economici portatili di Google stanno diventando la scelta sempre più popolare per gli studenti. Negli Stati Uniti, infatti, i Chromebook sono il primo sistema scelto dalle scuole, mentre nell’ultimo trimestre del 2016, sostiene Google, sempre negli Usa, i Chromebook hanno superato i Mac nelle spedizioni globali e sono diventati la seconda piattaforma più venduta.

Forza e debolezza della nuvola
Il punto di forza dei Chromebook finora è stata la filosofia con la quale sono nati: risiede tutto nel cloud. «Abbiamo lanciato Chromebook - spiega Google – per le persone che volevano una esperienza di elaborazione veloce, semplice e in tutta sicurezza. Basta aprire il coperchio del computer e in pochi secondi sei sui tuoi siti preferiti, usi le tue webapp preferite, facendo tutto quel che vuoi fare. Protezione antivirus e aggiornamenti automatici sono già dentro, in modo da non dover gestire il tuo computer».

ChromeOS nasce nel 2009 come ibrido tra un sistema operativo e un browser: tutte le applicazioni sono in realtà “web app” nel cloud analoghe a quelle raggiungibili grazie al browser di Google quando lo si utilizza sul Pc o sul Mac. E questo è anche il limite maggiore dei Chromebook: le app offrono un’esperienza più limitata rispetto a quelle pensate apposta per computer, smartphone o tablet. Anche lo stesso Android di Google.

Per questo, da anni si era parlato dell’ipotesi che Mountain View potesse abbandonare uno dei due sistemi operativi oppure fonderli. Apple e Microsoft hanno affrontato lo stesso dilemma in modo diametralmente opposto: Apple ha deciso di tenere separati macOS e iOS, mentre Microsoft ha deciso di unificare tutto all’interno di Windows, dal telefonino al Pc. Google ha scelto la “terza via”, l’ibridazione: le app di Android diventano usabili con ChromeOS. E questo porta, contestualmente, al rilancio del Chromebook come alternativa ai tablet Android.

C’è anche un problema, legato all’usabilità e sicurezza dei Chromebook. I portatili tutto web e cloud di Google sono molto amati nel mondo scolastico perché funzionano subito, hanno bassissimi costi di aggiornamento e manutenzione, sono praticamente inattaccabili dai virus (dato che le app sono in realtà siti web come Google Docs e Gmail). Però, se si possono installare le app Android di Google Play, le cose cambiano. I rischi per la sicurezza diventano significativi. Infatti, Google Play è attualmente lo store più insicuro sul mercato: virus, ransomware, malware che spende i soldi del credito telefonico. Google lo sa e da anni cerca di porre rimedio: pochi giorni fa ha cancellato 25mila app ritenute malware, nel 2016 ha aiutato gli sviluppatori a modificare 100mila app mentre altre 275mila sono state modificate dagli sviluppatori stessi per pericoli di sicurezza. Ma ancora c’è da fare. 

@antoniodini

A fuoco la fabbrica che produceva le batterie «esplosive» del Galaxy Note 7

Corriere della sera
di Michela Rovelli

Non c’è pace per Samsung. Lo stabilimento cinese della società affiliata Samsung SD ha preso fuoco improvvisamente a causa di alcuni prodotti scartati, tra cui le batterie difettose che hanno portato al ritiro globale degli smartphone coreani

Hanno spiegato le cause, si sono presi le loro responsabilità e hanno fermato la produzione di quello che doveva essere il prodotto di punta del 2017. Il mea culpa di Samsung riguardo al caso del Note 7 è la conclusione di una saga durata sei mesi. Dal 2 settembre, quando sono arrivate le prime denunce di alcuni utenti che hanno visto i proprio smartphone nuovi di zecca prendere fuoco. Fino al 22 gennaio, quando i coreani hanno raccontato nel dettaglio cosa fosse successo. Ma non è finita. C’è un piccolo epilogo alla storia. La fabbrica cinese dove venivano prodotte le batterie «esplosive», ha preso fuoco. La causa dell’incendio? Alcuni prodotti scartati, tra cui proprio il componente difettoso responsabile già del più grande fallimento nella storia di Samsung.
Samsung SD, che produceva le batterie «esplosive»
La Samsung SD, affiliata della casa coreana, si trova in Cina. E, secondo il South China Morning Post, in una delle sue fabbriche è scoppiato un piccolo incendio. Nessuna vittima. Le fiamme sono state spente nel giro di poche ore, ha fatto sapere il portavoce Shin Yong-doo. Da qui provenivano le batterie che erano state montate sui Note 7 originali, i primi cioè a risultare pericolosi perché potenzialmente esplosivi. Le stesse batterie che hanno provocato l’incendio anche dello stabilimento cinese. Nato infatti in un deposito, dove venivano conservate.

Dopo le prime denunce, Samsung si era poi rivolta a un’altra società, la Amperex Technology Ltd. Ma anche in questo caso, il componente era difettoso. La catena di montaggio alla Samsung SD è comunque subito ripartita, ora al lavoro per la produzione di nuove batterie al litio, per la cui sicurezza ha investito 129 milioni di dollari. Sono quelle che verranno montate sul prossimo smartphone coreano, l’atteso Galaxy S8. Su cui — ha già spiegato la società coreana — verranno condotti attenti test per far sì che non ci siano difetti nascosti che provochino inattese «esplosioni».

L’Unione Europea ha deciso: stop ai blocchi geografici per lo streaming

La Stampa
andrea nepori

Addio al geoblocking: gli abbonati a Netflix, SkyGo e altri servizi analoghi potranno fruire dei contenuti multimediali anche quando viaggiano si trovano in altri paesi europei



«Questo contenuto può essere riprodotto soltanto sul territorio della Repubblica Italiana e di San Marino». È il messaggio di errore, a grandi linee, che SkyGo restituisce a chi prova a connettersi al servizio da un altro paese. Il blocco del servizio in caso di accesso da un paese differente da quello di residenza - implementato da servizi concorrenti in Italia e in tutto il mondo - è imposto dagli accordi di concessione dei diritti sui contenuti trasmessi in streaming. Che il limite persista anche sul territorio dell’Unione Europea, dove le merci possono transitare liberamente, è un’assurdità che Bruxelles sta provando da tempo a rettificare. 

Se tutto andrà secondo i piani, il 2018 sarà l’anno della svolta: la Commissione per il Mercato Unico Digitale ha raggiunto un accordo nell’ambito del processo di modernizzazione delle leggi europee sul diritto d’autore che prevede la rimozione dei limiti geografici per tutti i servizi di streaming multimediale. 

«La nuova regolamentazione permetterà ai consumatori di accedere ai propri contenuti online quando viaggiano in Europa nello stesso modo in cui vi accedono da casa», si legge nel comunicato con cui la Commissione Europea ha ufficializzato la decisione. «Per esempio, se un utente francese si iscrive ai servizi di Canal+ per lo streaming di serie e film, sarà in grado di accedere ai film e alle serie anche quando andrà in vacanza in Croazia o durante un viaggio di lavoro in Danimarca». 

I fornitori di contenuti, spiega inoltre la commissione, avranno a disposizione varie modalità per verificare il paese di residenza dell’utente, come la verifica dell’IP o dei dati di pagamento; potranno dunque adattare i propri filtri in modo da garantire l’accesso ai cittadini europei indipendentemente dalla loro posizione sul territorio dell’Unione. 

Il prossimo passo è l’approvazione della normativa da parte del Consiglio Europeo, cui dovrà seguire una ratifica da parte del Parlamento di Bruxelles. Se non vi saranno cambiamenti, i fornitori di servizi avranno tutto il resto del 2017 per gli adeguamenti tecnici in vista dell’entrata in vigore delle nuove regole dal 1 gennaio 2018. La decisione di rimuovere il geoblocking per i servizi di streaming fa il paio con l’abolizione del roaming europeo per gli utenti di telefonia mobile, la cui attuazione - dopo numerosi rinvii - è finalmente prevista per il 15 giugno 2017.

L’accordo raggiunto ieri sera a Bruxelles sulla portabilità dei servizi di contenuti online da uno Stato all’altro dell’Unione rappresenta «un passo in avanti su quello che sarà il mercato unico dei contenuti digitali, la grande rivoluzione dei consumi culturali in Europa». È il commento di Enzo Mazza, presidente della Federazione dell’industria musicale italiana. «Nel dicembre 2015 - ha detto Mazza all’Agi - la Commissione europea ha presentato ufficialmente un regolamento per ampliare l’accesso ai contenuti online per i viaggiatori nell’Unione.

È stata la prima proposta legislativa della strategia per il mercato unico digitale, alla quale si è aggiunta, nel settembre 2016 la proposta di aggiornamento delle norme europee in materia di diritto d’autore».

Divieto di accesso, nonostante il Foia gli atti amministrativi restano in cassaforte

La Stampa
raphaël zanotti

Il provvedimento del governo alla prova dei fatti: Comuni e Csm svicolano


Tra segreti di Stato, tutela degli interessi pubblici, sicurezza nazionale, relazioni internazionali, stabilità finanziaria, indagini, protezione dei dati personali, segretezza della corrispondenza, tutela dei diritti di terzi e dati personali sono mille le eccezioni al nuovo decreto trasparenza. Una selva in cui la pubblica amministrazione si destreggia bene

Quando è stato lanciato sembrava la rivoluzione: trasparenza, efficienza, servizio al cittadino. «Chiunque potrà chiedere documenti e ottenerli entro un mese», proclamava il ministro Marianna Madia. Il Foia, così ribattezzato sulla falsariga del Freedom Information Act americano, prometteva di trasformare la pubblica amministrazione nella casa di vetro che tutti, a parole, vorrebbero. Ma è davvero così? Abbiamo fatto un esperimento per testarlo.

Poche ore dopo la sua entrata in vigore il 23 dicembre scorso, abbiamo inviato diverse richieste di accesso civico. La prima al Csm, per vedere se documenti prima preclusi fossero ora accessibili. Le altre a quattro amministrazioni comunali diverse per vedere come si sarebbero comportate di fronte al nuovo istituto. Il risultato è stato piuttosto deludente. La fosca previsione di Foia4Italy e di altre associazioni di cittadini che avevano spinto per la legge - troppe eccezioni la renderanno inutile - sembra per ora che si sia avverata.

Il rigetto del Csm
Il Csm resta un’ostrica chiusa. In passato avevamo tentato di avere l’elenco dei nominativi dei magistrati sottoposti a procedimenti disciplinari. All’epoca l’organo di autocontrollo delle toghe ci aveva risposto picche: legge sulla privacy. Poco importa che lo stesso Garante, in una serie ripetuta di pareri, abbia sempre sostenuto che i nominativi dei professionisti sottoposti a provvedimenti disciplinari debbano essere pubblici. Possiamo sapere se il nostro medico è buono o cattivo secondo il suo ordine di appartenenza. Possiamo saperlo per gli avvocati, gli ingegneri, gli architetti, i giornalisti. Se si tratta di magistrati, no. Abbiamo quindi provato a utilizzare il Foia chiedendo i verbali dei procedimenti disciplinari. Il 18 gennaio scorso è arrivata la risposta: rigetto.

La documentazione richiesta «non è suscettibile di accesso attesa la pacifica natura giurisdizionale dei procedimenti trattati dalla Sezione Disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura». Cosa significa? Che il procedimento a un magistrato è equiparato a un processo penale: solo chi è parte del processo può vedere i verbali. È utile sottolineare una delle tante contraddizioni delle nostre norme. I processi e le sentenze vengono svolti e sono emesse nel nome del popolo italiano. Le udienze sono pubbliche. Quindi, se io sono presente in aula ho accesso a tutte le informazioni, se invece richiedo in seguito gli atti, non ho diritto. Il Foia, in questo caso, è del tutto inutile.

Comuni in ordine sparso
La questione si fa più interessante se riguarda i Comuni. Abbiamo indirizzato le stesse identiche richieste di accesso a Milano (guidata dal centrosinistra), Venezia (centrodestra) e Roma (M5S). A queste abbiamo aggiunto, per vicinanza territoriale, Torino (M5S). Volevamo il carteggio (sia posta elettronica nominativa che istituzionale) scambiato tra il sindaco e un assessore lungo un arco temporale ampio, lungo un arco temporale settimanale e relativo a un tema specifico, e infine copia dei giustificativi dei rimborsi spese dei sindaci.

Sul carteggio gli esiti sono stati identici: rigetto. Ma ognuno ha addotto motivi diversi. Per il Comune di Venezia non si può accedere al carteggio perché non vengono individuate email specifiche. In pratica avremmo dovuto sapere che il tal giorno alla tal ora è partita un’email dal sindaco verso l’assessore. A meno di capacità divinatorie a noi precluse, impossibile.

Milano e Roma, invece, invocano il segreto della corrispondenza. Segreto che coprirebbe qualunque indirizzo di posta elettronica, sia nominativa che istituzionale. Potrebbe sembrare ovvio, ma non lo è se si pensa che su questo problema Hillary Clinton si è giocata le elezioni americane. E che dire di quelle sentenze che convalidano il licenziamento di dipendenti per le informazioni raccolte dai loro datori di lavoro frugando nelle loro caselle di posta aziendali? Si pongono alcune questioni. La posta elettronica sindaco@comune.it è personale? Attiene alla sfera privata e intima del sindaco? Un sindaco ha tutele maggiori nel suo ruolo pubblico rispetto al dipendente di un’azienda privata?

Anche il garante anticorruzione si è interrogato sulla questione e nelle sue linee guida ha scritto: «Non si dovrà necessariamente escludere l’accesso a tutte le comunicazioni ma soltanto a quelle che, secondo una verifica da operare caso per caso, abbiano effettivamente carattere privato e confidenziale». Milano e Roma non sembrano dello stesso avviso: tutto inaccessibile. Torino al contrario, pur non rintracciando alcuna comunicazione tra sindaco e assessore rispetto al tema specifico che avevamo posto, ci ha rassicurato: «Nel caso l’avessimo trovata ve l’avremmo fornita, epurando eventuali parti relative alla sfera privata degli interlocutori e l’eventuale coinvolgimento di terzi che dovevano essere avvertiti del vostro accesso civico». Insomma, ognun per sé.

Scontrini e biglietti aerei
Infine, i rimborsi. Anche qui, il ventaglio delle risposte è ampio. Venezia è tranchant: «Non sono presenti rimborsi chiesti dal sindaco». Peccato che lo stesso sito del Comune di Venezia riporti rimborsi per viaggi e missioni per poco più di 3000 euro. Milano e Torino si sono inizialmente limitati a indicare l’ammontare dei rimborsi (in un secondo tempo, e solo dopo nostra seconda richiesta, sono arrivati anche i giustificativi). Roma, invece, forse anche memore del caso Marino, ha subito inviato scontrini fiscali e biglietti (sebbene sul sito non siano riportati i dati). 

Un po’ poco considerando che erano dati ottenibili anche prima da un giornalista. Per la rivoluzione toccherà aspettare.

La migliore startup dell’anno? è Slack

La Stampa
andrea signorelli

La piattaforma di comunicazione ha superato, tra gli altri, SpaceX e Giphy negli annuali premi assegnati da TechCrunch



È da almeno un paio d’anni che Slack, la piattaforma di comunicazione pensata per il mondo del lavoro, è considerata una delle start-up tecnologiche più promettenti al mondo, tanto che alcuni esperti hanno azzardato che possa un giorno espandere i suoi confini oltre l’utilizzo professionale e trasformarsi addirittura in una credibile rivale di Facebook. 

Per il momento, i suoi numeri (più di 4 milioni di utenti attivi ogni giorno, di cui oltre un milione a pagamento) sono decisamente troppo piccoli per pensare di far concorrenza al colosso dei social network (che è già corso ai ripari lanciando Facebook at Work); ma l’impressionante crescita fatta registrare anche nel 2016 è stata sufficiente a permetterle di conquistare il premio di Miglior Start Up agli annuali Crunchies assegnati dalla testata TechCrunch.

Un premio conquistato superando rivali del calibro di SpaceX, la compagnia aerospaziale privata fondata da Elon Musk; Giphy, la popolarissima piattaforma di gif; il servizio di pagamento Stripe e anche Didi, la rivale cinese di Uber. Il vincitore è stato selezionato da una giuria composta da 120 tra investitori, fondatori e dirigenti di imprese tecnologiche e dalla redazione di TechCrunch.
Tra i premiati nelle altre categorie, troviamo gli Spectacles di Snapchat (miglior hardware) e Pokémon Go, che ha inevitabilmente conquistato il premio come migliore applicazione del 2016. Otto, società che sta sviluppando la tecnologia per i “camion autonomi”, ha invece conquistato il premio di Start-up più promettente.

Le mani di Russia e Cina in Eurasia

La Stampa
angela stanzel*



Grazie ai loro competitivi progetti, la Cina e la Russia stanno diventando molto attive nell’Eurasia. 
Nel 2013, il presidente cinese Xi Jinping ha annunciato il progetto «One belt, One road» con lo scopo di dare una nuova vita alla millenaria Via della Seta e anche altre zone commerciali attraverso l’Eurasia. La Russia, invece, sta promuovendo la recente Eurasian Economic Union.

Ma in Europa, gli sforzi per portare avanti questi progetti sono passati piuttosto inosservati. In particolare, le attività della Cina non sono ancora sulle mappe e per l’Europa è alquanto difficile capire le ambizioni di Pechino. Ma questi progetti nell’Eurasia avranno implicazioni in Europa: alcuni stati dell’Unione Europea, infatti, ne sono direttamente coinvolti. 

Questa mappa mostra la Russia e la Cina, i loro sistemi di trasporto e le iniziative per gli oleodotti nell’Eurasia. 




*Angela Stanzel è un’analista dello European Council on Foreign Relations

“Perché un selfie è impossibile di fronte al Pantheon”

La Stampa
nicola quadri

L’archeoastronomia riscrive la storia dei monumenti del passato


Ogni 21 aprile il sole investe il Pantheon

«L’archeoastronomia? È l’unica disciplina che può dare senso ad alcune scelte architettoniche dei popoli antichi, altrimenti inspiegabili. Ad esempio, chi si è mai domandato perché non è possibile farsi un selfie davanti al Pantheon?». 
Giulio Magli, astrofisico e professore di archeoastronomia al Politecnico di Milano, di cui dirige il dipartimento di Matematica, non sta scherzando: è stato lui, insieme con Robert Hannah, della University of Otago in Nuova Zelanda, a contribuire a svelare il segreto dell’inusuale orientamento del Pantheon. Questa scoperta, con tante altre, sono raccontate dallo stesso Magli nel saggio «Da Stonehenge alle piramidi. Le meraviglie dell’archeoastronomia»: è un viaggio alla scoperta di come le conoscenze e le credenze astronomiche degli antichi siano racchiuse in tante costruzioni e manufatti archeologici e di come la loro decodifica ci permette di comprenderne meglio lo scopo. Questo viaggio Magli lo racconterà stasera, alle 18,30, in una conferenza alla Pinacoteca di Brera.

Professor Magli, perché non è possibile farsi un selfie davanti al Pantheon?
«Non è un caso se d’estate, quando lo si visita, c’è una folla di persone che si fermano a mangiare davanti all’edificio: sulla facciata del Pantheon c’è sempre ombra. L’edificio punta verso Nord e, quindi, il sole non batte mai sull’ingresso, il che ovviamente è un problema, se si vuole scattare una bella foto. Si tratta di una scelta insolita per un edificio celebrativo così importante, ma acquista senso se si guarda l’oculo al centro della cupola. I raggi del sole entrano nel Pantheon attraverso questa apertura. Nel corso dell’anno il sole di mezzogiorno raggiunge altezze differenti e il cono di luce illumina punti differenti dentro l’edificio. C’è solo un giorno in cui i raggi del sole investono l’ingresso e l’edificio, visto dalla facciata, sprigiona luce dall’interno. Si tratta del 21 aprile, l’anniversario della fondazione di Roma».

Dalla fisica pura al Pantheon. Come si è avvicinato all’archeoastronomia?
«Negli Anni 90, quando mi occupavo di fisica, mi interessai alle prime esplorazioni dei condotti della piramide di Cheope. Per il popolo egizio, come si vede nei suoi scritti, gli oggetti celesti hanno un ruolo simbolico di primo piano e sono quindi importanti nell’interpretazione di alcune scelte che furono compiute dai progettisti delle piramidi. I primi tentativi furono però deludenti: si passava dal rifiuto di utilizzare queste conoscenze a teorie deliranti e piene di errori dal punto di vista astronomico. Pensai che mi sarebbe piaciuto dare un contributo scientifico: avevo capito che mi interessavano di più gli aspetti culturali e storici di ciò che avevo studiato dal punto di vista fisico e matematico».

Se nel mondo accademico si è tornati al rigore nello studio dell’archeoastronomia, le bufale sul rapporto tra archeologia e astronomia sono invece ancora diffuse: perché?
«In parte credo che sia il frutto del fascino della disciplina stessa. Quello che le persone faticano a capire è che non c’è niente di esoterico nei riferimenti che questi popoli - dagli Egizi ai Greci e ai Maya - facevano rispetto alla posizione degli astri. Bisogna pensare che stelle e pianeti, oggi difficilmente visibili per l’inquinamento luminoso, hanno costituito in passato una presenza invadente. Erano parte del paesaggio, come le montagne all’orizzonte. I loro moti costituivano cicli utili per segnare il tempo, le stagioni e i fenomeni - come le piene del Nilo - che erano significativi per queste civiltà. Non per nulla le costruzioni sono spesso il risultato di una combinazione di riferimenti topografici e astronomici. Per questi popoli gli uni erano specchio degli altri. Basta pensare alla Via Lattea, a cui gli Egizi si riferiscono come a un fiume celeste, uno specchio del Nilo».

Dopo quasi 10 anni di lavoro sul campo in Egitto, che programmi ha per il prossimo futuro?
«Intanto, la scorsa estate, abbiamo misurato i monumenti della Valle dei Templi in Sicilia: per prendere le corrette inclinazioni degli edifici rispetto al Sud eravamo costretti a lavorare a mezzogiorno ed era la metà di luglio! I prossimi lavori, invece, saranno in Cambogia e nella zona dell’Impero Khmer, tra Thailandia, Laos e Vietnam. Sono territori ricchissimi di costruzioni straordinarie, ancora in gran parte da analizzare dal punto di vista archeoastronomico, a partire dall’impressionante complesso di Angkor Wat».

L’archeoastronomia svela una serie di momenti precisi dell’anno in cui i siti archeologici appaiono particolarmente suggestivi: sono i momenti in cui il simbolismo che ha guidato la loro costruzione diventa visibile. Oltre al Pantheon, quale altro «momento» non possiamo perderci?
«Di certo Giza al solstizio d’estate, quando il sole tramonta al centro delle due grandi piramidi, quella di Cheope e di Chefren, replicando la forma del geroglifico Akhet: raffigura il sole tra due montagne e viene tradotto con “orizzonte”, nome che indicava proprio il progetto funerario del faraone Cheope. È una delle esperienza più emozionanti che si può provare».