sabato 11 febbraio 2017

Ecco la app per scoprire se la tua connessione è censurata (o rallentata)

La Stampa
carola frediani

Realizzata dal progetto Tor, col contributo di sviluppatori italiani e del centro Nexa di Torino, Ooniprobe trasforma gli utenti in tante sonde anticensura. Come funziona



Una app mobile per controllare il livello di censura e manipolazione del traffico della Rete da parte del proprio governo o del fornitore di connettività. Da oggi qualsiasi utente può verificare direttamente sul proprio smartphone se e quanto la propria connessione internet sia effettivamente libera, controllando quali e quanti siti risultino inaccessibili. Basta scaricarsi una app (per iOS e Android) di nome Ooniprobe , realizzata dal progetto Tor - lo stesso che sviluppa software per la protezione della privacy e dell’anonimato, come il noto Tor browser - ma con una forte componente italiana.

Lo scopo della app non è solo aumentare il livello di consapevolezza degli utenti sul tema delle censura di contenuti online ma trasformare gli utilizzatori in tante “sonde” sparse per il mondo in grado di monitorare lo stato di salute della Rete nel suo complesso e a livello regionale. Ooni sta infatti per Osservatorio aperto dell’interferenza di Rete (Open Observatory of Network Interference) ed è un progetto nato già da qualche anno con l’obiettivo di individuare casi di censura, sorveglianza e manipolazione del traffico su internet. Per questo ha sviluppato dei software liberi per esaminare dove e quando vengano bloccati alcuni siti, le app di messaggistica, lo stesso Tor o strumenti simili usati per aggirare blocchi e filtri online. Inoltre cerca di individuare più in generale la presenza di sistemi di censura e sorveglianza. Per farlo il progetto invita dei volontari a scaricarsi un software che funziona come una sonda anticensura, uno strumento che fa dei test di rete, inviando poi i risultati ottenuti ai ricercatori. 



Da ieri la novità è che tale software esiste anche sotto forma di app per mobile, rendendo il suo utilizzo alla portata di gran parte degli utenti. La app ha istruzioni (in inglese) molto semplici, e permette di fare sostanzialmente tre cose: verificare se alcuni siti (all’interno di una lista precompilata di oltre un migliaio) sono bloccati (Web Connectivity); controllare se ci sono in atto sistemi di censura e sorveglianza, cioè sistemi che manipolano il traffico di rete dell’utente (Http invalid request line); e misurare la velocità e la performance di rete (NDT Speed test).

L’utente, specie nel caso della verifica di siti che potrebbero essere bloccati, è invitato a ripetere il test più volte, perché ogni misurazione viene fatta su un numero limitato di indirizzi sotto esame. “In questo primo rilascio la lista dei siti controllati è globale, uguale per tutti, ma l’obiettivo è avere una lista propria per ogni Paese”, spiega a La Stampa Simone Basso, ricercatore del Nexa Center for Internet and Society di Torino, uno dei partner del progetto.

“Ogni volta che si esegue un test la app estrae dei siti web a caso dalla nostra lista e li prova per alcuni secondi, poi te li mostra: se sono tutti in verde non sono censurati, se sono in rosso invece sono bloccati”. Che siti comprende la lista? Giornali, social media come Twitter, organizzazioni ambientaliste, politiche, per i diritti civili, per la privacy, ma anche siti di gioco online, porno, droghe o di file sharing (qui la lista completa ) mantenuta dal progetto Ooni in collaborazione con il laboratorio dell’Università di Toronto, Citizen Lab). In Italia ad esempio, rispetto alla lista metta insieme da Ooni, risultano bloccati vari siti di file sharing.



Attenzione però. A volte la app potrebbe dare dei falsi positivi, cioè potrebbe momentaneamente segnalare come inaccessibile un sito che non lo è, o che lo è per altri motivi e solo in quel momento, ma i ricercatori contano di aggiustare il tiro con controlli ripetuti e più a medio termine. “Anche perché l’app ha raccolto circa 7mila utenti in poche ore dal lancio, e non ci aspettavamo questo sprint iniziale”, commenta Basso. Che specifica: “Il test misura pure la velocità e la performance della rete perché il rallentamento della navigazione può essere usato come una forma più sottile e impalpabile di censura”.

Dicevamo, progetto internazionale con una forte componente tricolore. Oltre alla ricercatrice greca Maria Xynou, la app è stata infatti realizzata in gran parte da due sviluppatori italiani che lavorano per Ooni, Lorenzo Primiterra e Arturo Filastò, mentre il motore usato per fare il test di rete è stato principalmente sviluppato da Simone Basso, ricercatore del Nexa Center for Internet and Society di Torino. I dati raccolti verranno poi pubblicati sul sito del progetto e serviranno a mappare gradi e specificità della censura nel mondo. Ad oggi Ooni ha confermato e analizzato episodi di blocco di contenuti su internet in diversi Paesi, dalla Russia alla Turchia all’Etiopia.

Cnbc: Putin pronto a "regalare" Snowden a Trump

Il Mattino



Il canale tv Cnbc rivela che la Russia sarebbe pronta a rispedire la "talpa" Edward Snowden in America, come "regalo" a Donald Trump. Snowden è stato definito da Trump "una spia e un traditore". Lo specialista di intelligence rivelò al mondo i segreti della National Security Agency nel 2013.Dopo aver consegnato alla stampa migliaia di documenti, Snowden era fuggito a Hong Kong e da lì a Mosca, dove è rimasto, senza poter trovare un passaggio aereo per trasferirsi in uno degli Stati sudamericani che gli avrebbero offerto asilo politico (Ecuador, Nicaragua, Bolivia e Venezuela).

Vladimir Putin stesso ha poi offerto a Snowden asilo, ma a condizione che smettesse di "agire contro gli Stati Uniti" . Snowden è stato incriminato nel giugno del 2013 per aver "comunicato a persone non autorizzate informazioni riguardanti la sicurezza nazionale", cioé è stato incriminato di spionaggio.Nelle ultime settimane della presidenza Obama si era pensato che il presidente potesse dargli la grazia, come ha fatto con il caporale Chelsea Manning, colpevole di aver trasferito nel 2010 a Wikileaks informazioni segrete. Manning tuttavia era stato processato, aveva ammesso la propria colpa, si era detto pentito e aveva scontato sette anni di carcere. 

L'ipotesi di un rientro forzato di Snowden come un favore a Trump viene considerato possibile dagli analisti americani. Sarebbe il coronamento del rapporto che si è creato fra i russi e Donald Trump nel corso della campagna elettorale del 2016. Com'è noto, questa amicizia si è manifestata anche con le interferenze degli hacker russi ai danni dei democratici durante la campagna. Proprio per protesta contro quelle interferenze, nelle ultime settimane della sua presidenza, Barack Obama ha imposto nuove sanzioni contro Mosca.  A quanto pare però, il consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump, Michael Flynn, aveva convinto l'ambasciatore russo che una volta arrivato Trump i rapporti si sarebbero ammorbiditi, e le sanzioni sarebbero state sollevate. La restituzione di Snowden potrebbe essere un primo passo nella nuova fase "distensiva" fra i due Paesi.

“Patata bollente”, bufera per il titolo di Libero sulla Raggi. Da Orfini a Di Maio: “Uno schifo”

La Stampa


La prima pagina di Libero del 10 febbraio 2017

Un nuovo titolo di Libero a scatenare le reazioni di solidarietà bipartisan, con un’autocitazione che risale addirittura all’affaire Ruby-Berlusconi datato 2011. Il quotidiano diretto da Vittorio Feltri oggi non è certo andato sul velluto, piazzando il faccione di Virginia Raggi con due sole parole: “Patata bollente”. E, con una grande eco su social, sono arrivati subito i commenti. In primis il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio: «Non so se sia sessismo o semplice idiozia, in ogni caso mi fa schifo.

La mia solidarietà a Virginia Raggi La stampa ha superato ogni limite», seguito a ruota direttamente da Beppe Grillo su Facebook, che laconico dice: «Massima solidarietà alla nostra Virginia. Questa è l’informazione italiana». Sui social arriva anche la solidarietà della grande “nemica” della sindaca di Roma Lombardi: «E’ qualcosa di vergognoso, deplorevole, perché un simile attacco offende la dignità di ogni donna. Questo non è giornalismo, qui non siamo di fronte a un semplice calembour, qui ci troviamo davanti a una concezione medievale, anzi che dico primitiva della vita».

Dal fronte dem Matteo Orfini, presidente del Pd, scrive: «Questa prima pagina fa semplicemente schifo. Solidarietà a Virginia Raggi», con il gruppo al Campidoglio si stringe attorno alla prima cittadina pentastellata: «Da Libero squallida e volgare aggressione sessista contro sindaca. Solidarietà per Virginia Raggi. Disgusto per becero falso giornalismo». Il titolo di Libero fa riflettere anche Pietro Grasso e Laura Boldrini, presidenti di Senato e Camera, con l’ex portavoce dell’Unhcr che esprime “piena solidarietà” per giornalismo spazzatura. L’ex marito della Raggi Andrea Severini, dopo la vicinanza per il caso polizze, su Facebook attacca: «Poi ci domandiamo perché siamo una società maschilista e sessista, vergognatevi pezzenti».

Il titolo del quotidiano meneghino ha infine suscitato le reazioni di stampa e giornalisti. IL presidente dell’Fnsi Giuseppe Giulietti è netto: «Il ricorso a espressioni volgari e allusive magari riassunte in titoli ad effetto, quale per esempio “Patata bollente”, non è accettabile nei confronti di chiunque, soprattutto nei confronti di una donna. I giornalisti non possono dimenticare i doveri professionali sanciti dalla legge e dalle carte deontologiche». Ancora più duro il numero 1 dell’Odg Enzo Iacopino: «Trovo disgustoso quel che appare oggi su Libero, riferito allusivamente alla vita privata di Virginia Raggi. Debbono essermi sfuggite le reazioni delle signore che insorgono indignate quando si ironizza o si fanno battute volgari sulle donne».

Rigopiano Show

La Stampa
mattia feltri

Due notizie da Rigopiano, una probabilmente la conoscete tutti, l’altra probabilmente no. Prima notizia: Pietro Valsecchi, produttore dei film di Checco Zalone e di alcune fiction televisive, ha in animo una miniserie sull’hotel spazzato dalla valanga in cui sono morte ventinove persone. I parenti di questi ventinove non ci possono credere e sperano di fermare l’iniziativa. 

Spesso il cinema prende spunto da fatti del genere e indugia sulla lacrimuccia e affonda con la denuncia a buonissimo mercato. Di solito, quantomeno, si fa passare qualcosa più di tre settimane, si concede almeno il tempo di togliere le macerie, si aspetta un primo grado di giudizio vista l’idolatria moderna per le verità giudiziarie. Non possiamo sapere quali siano le intenzioni di Valsecchi, che ieri si è difeso garantendo l’impegno del rispetto cui si è sempre ispirato, ma è difficile non notare la fulmineità dell’ispirazione artistica. 

Seconda notizia: due di quei ventinove morti sono i genitori di Samuel, che ha sette anni e s’è salvato. La sottoscrizione «Un futuro per Samuel», voluta dal comune di Osimo dove il bambino abitava, ha fin qui raccolto diciannovemila euro. Una mamma di Milano, che ha una figlia di sette anni, ha donato mille euro, «ma sono molto preoccupata, vorrei fare di più». 
Magari queste righe le leggeranno altri genitori di bambini di sette anni, e i diciannovemila euro che contribuiranno alla vita e all’istruzione di Samuel aumenteranno un po’. Sono solo due notizie da Rigopiano, ognuna amara in modo diverso. 

Il 12 febbraio è la festa di Darwin. E del suo figlio astronomo

La Stampa
piero bianucci



Sono decine in Italia e centinaia nel mondo le iniziative del “Darwin Day”, manifestazione che ricorre ogni 12 febbraio, giorno di nascita (nel 1809) dello scienziato inglese che concepì il paradigma fondamentale della biologia moderna: l’evoluzionismo. 

La festa di Charles Darwin esordì in Inghilterra e negli Stati Uniti fin dal 1882, l’anno stesso della sua scomparsa. Da noi è arrivata tardi, solo nel 2003. Il sito Pikaia riporta e aggiorna continuamente le celebrazioni italiane. Conferenze, mostre, dibattiti: tutte cose interessanti – da Como a Salerno a Lipari, passando per Milano, Torino, Genova, Roma, Napoli – ma quest’anno l’iniziativa più importante è probabilmente la prima traduzione integrale del “Diario di bordo del viaggio del Beagle”. L’ha curata per Robin Edizioni (688 pagine, 32 euro) Guido Chiesura, illustre studioso che a Darwin ha dedicato molti saggi, studi e traduzioni. 

Chiesura è geologo, Darwin era geologo (tentò gli sudi di medicina ma perse i sensi appena vide il sangue) e il geologo Chiusura è tra l’altro autore di “Darwin geologo” nonché traduttore delle “Opere geologiche di Darwin” (ed. Hevelius).

La fortuna dell’evoluzionismo ha oscurato il geologo. Eppure è proprio con questo ruolo professionale che Darwin, a bordo del Brigantino “Beagle” comandato dal capitano FitzRoy, affrontò il suo giro del mondo, funestato da un ininterrotto mal di mare. E soprattutto come opera geologica Darwin scrisse il suo “Diario”. Nella nota introduttiva Chiesura lo ricorda con una citazione inequivocabile tratta dal “Taccuino” del 1838: “Io sono un geologo, ho una vaga idea di terra coperta da oceani, di animali del passato, di una lenta forza spezza la superficie”.

Nella ”Autobiografia” del 1876 aggiungerà: “In tutte le località visitate le ricerche di gran lunga più importanti furono quelle geologiche, materia in cui entra in gioco il ragionamento”. Lo confermano i numeri in cui Chiesura riassume il viaggio di 1741 giorni: alle isole Galapagos, dove i fringuelli gli suggerirono l’idea centrale dell’evoluzione, Darwin rimase solo 25 giorni; 770 sono le pagine del “Diario” contro le 1383 degli appunti di geologia e le 368 di botanica e zoologia. Quattromila furono i campioni di rocce riportati in patria. 

Con il concetto di evoluzione Darwin portò la Storia nella Biologia, fino ad allora cristallizzata dall’idea di una creazione istantanea e di specie immutabili. E’ curioso osservare – poiché questa rubrica è intitolata “Il Cielo” – che un altro Darwin fu astronomo e introdusse una visione in un certo senso evolutiva anche in astronomia. George Howard Darwin, quinto figlio di Charles e di Emma (1845-1912) è famoso per la sua teoria secondo cui la Luna si sarebbe generata dalla Terra in seguito a un distacco di materiale dalla regione oggi occupata dall’oceano Pacifico.

Il distacco, riteneva George Darwin, sarebbe stato causato dalla forza centrifuga dovuta alla rotazione del nostro pianeta, che era effettivamente molto più veloce di oggi in un lontano passato. Teoria sbagliata, ma interessante. Un altro contributo evoluzionistico di Darwin figlio fu lo studio delle maree e delle modifiche orbitali che esse comportano nel sistema Terra-Luna. E qui non sbagliava.

Auto volanti? Questo è un aero con le ruote: all’asta un Inter Autoscooter

La Stampa



Due posti in tandem, una carrozzeria che sembra la fusoliera di un aeroplano, tre ruote e un unico faro centrale. Fra le preziose Ferrari, Alfa e Porsche d’epoca messe all’asta in questi giorni da Sotheby’s, a Parigi, spunta anche lei, la curiosa Inter Autoscooter 175A Berline del 1956.
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Nella storia dell’auto c’è spazio anche per questa simpatica microcar, che cercò di portare su terra le conoscenze aerodinamiche affinate in cielo. Il motore era monocilindrico, da 175 cc e 8 CV di potenza, abbinato a un cambio a tre marce. I freni si azionavano con dei cavi, come quelli delle biciclette; le dimensioni erano contenute, poco più di tre metri.
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Il modello fu creato da La Société Nationale de Construction Aéronautique du Nord (SNCAN) e fu presentato al Salone di Parigi del 1953; secondo alcuni, doveva competere con il Messerschmitt KR-175, altro stupefacente esempio di auto di derivazione aeronautica. Della Inter Autoscooter furono prodotti circa 300 esemplari fra il 1953 e il 1956, ma secondo la casa d’aste, quello delle foto è uno dei circa 30 esemplari rimasti. È stato battuto al prezzo di 78.400 euro.

Mai

La Stampa
jena@lastampa.it

Salve, sono un hacker russo, ho spiato Gentiloni per vari mesi, non mi sono mai annoiato così tanto. 

Royal Navy senza sottomarini, intera flotta d'attacco in cantiere

Franco Iacch - Ven, 10/02/2017 - 13:22

La Royal Navy ha in manutenzione o riparazione sei sottomarini d’attacco. Il settimo è in fase di test. Londra non possiede sottomarini per scoraggiare l'attività russa nell'Artico o sorvegliare il GIUK Gap.



L’intera flotta sottomarina d’attacco inglese è fuori servizio. La Royal Navy, sulla carta la Marina militare più potente della Nato dopo quella degli Stati Uniti, ha in manutenzione o riparazione sei sottomarini d’attacco.

Il settimo in fase di test in mare. E’ quanto titola oggi il The Sun.
L’intera classe d’attacco a propulsione nucleare Trafalgar, formata dai sottomarini HMS Triumph, HMS Torbay, HMS Talent e HMS Trenchant, è in riparazione ed ormai ben oltre il limite operativo essendo entrata in servizio negli anni '80. I sottomarini d’attacco della classe Astute, HMS Artful e HMS Ambush risultano in manutenzione. La scorsa estate, l’HMS Ambush ha riportato gravi danni allo scafo esterno dopo essere entrato in collisione con una nave al largo dello Stretto di Gibilterra. Nessun danno alla centrale nucleare. Illeso l’equipaggio. L’unico sottomarino d’attacco in attività è l’HMS Astute, attualmente in fase di test in mare e non armato.

La classe Astute è stata progettata per sostituire la Trafalgar, ma i ritardi accumulati dal governo inglese hanno fatto aumentare i costi del 50% rispetto a quanto inizialmente preventivato. I primi tre sottomarini della Classe Astute sono costati ai contribuenti inglesi, compresi costi di ricerca e sviluppo, quattro miliardi di sterline. I sottomarini HMS Audacious, HMS Ansone HMS Agamemnon, attualmente in costruzione, saranno consegnati tra il 2019 ed il 2022. L’ultima unità della classe Astute, l’HMS Ajax sarà presa in consegna dalla Royal Navy tra il 2024 ed il 2025. Gli ultimi quattro Astute avranno un costo individuale di 1,2 miliardi di sterline.

Il Regno Unito, attualmente, non possiede sottomarini per scoraggiare l'attività russo nell'Artico o sorvegliare il GIUK Gap. I sottomarini d'attacco a propulsione nucleare, sono progettati per cercare e distruggere in ruolo hunter killer sia i sommergibili nemici che le navi di superficie. Sono armati con siluri Spearfish, missili da crociera Tomahawk, supportano le forze speciali ed effettuano missioni di intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR).

Nel 1986 la Royal Navy aveva in servizio 30 sottomarini, 48 tra cacciatorpediniere e fregate, sette navi d'assalto anfibio e tre portaerei con una forza di 70.000 marinai. Lo scorso anno, tali numeri si sono ridotti a 33.000 marinai, 11 sottomarini, 19 tra cacciatorpediniere e fregate e tre navi d'assalto anfibio. La Royal Navy si trova a dover reclutare gli ingegneri dalla Guardia Costiera americana per compensare le lacune del personale qualificato, interamente destinato alla nuova portaerei Queen Elizabeth.

Risultano regolarmente in attività i sottomarini strategici classe Vanguard

La ridondanza inglese

La politica strategica inglese si basa sui missili Trident, costantemente aggiornati da 46 anni. Ogni sottomarino classe Vanguard ne trasporta sedici per 200 testate nucleari a rientro multiplo indipendente. La ridondanza inglese si basa su un sottomarino strategico a propulsione nucleare sempre in navigazione a copertura di possibili bersagli, uno in riserva e due in addestramento. La più grande base missilistica della Gran Bretagna si trova in Scozia ed ospita l'intera forza strategica inglese.

Dal 1998, il Trident rappresenta l’unico sistema deterrente nucleare della Gran Bretagna.

Sebbene relativamente moderni, i sottomarini a propulsione nucleare classe Vanguard, entrati in servizio nel 1990, necessitano di continui interventi di manutenzione. Il comando centrale dei Vanguard si trova in Scozia, nella base di Clyde nota come Faslane. I Vanguard saranno sostituiti nel 2030/2035 da una nuova classe di sottomarini balistici, mentre il governo continuerà a supportare l’asset basato sui Trident, pena la fine della capacità deterrente sub-lanciata inglese. I Trident II / D5 armeranno anche i nuovi sottomarini strategici inglesi.

Napoli, il grande business delle targhe straniere tra risparmio e rischi

Il Mattino
di Paolo Barbuto



Quanti bulgari, polacchi, romeni, cechi si muovono in auto nella nostra città? A giudicare dal numero di auto con targa straniera, sono un vero esercito. Ma la targa di un’automobile, spesso, inganna.

Secondo una stima recente, nella sola città di Napoli circolano quasi seimila mezzi immatricolati in un paese estero; per la maggior parte provengono dalla Bulgaria ma esistono sacche importanti che giungono da Romania e Polonia. Il dato che unisce quasi tutte queste vetture è che sono utilizzate da persone nate, vissute e residenti qui in città. Cosa si nasconde, dunque, dietro la costante crescita di «targhe» straniere? Un disperato bisogno di risparmio economico. Seguiteci e vi chiarirete le idee.

In Italia assicurazione e tassa di possesso rappresentano spese enormi, spesso insostenibili per chi vuol muoversi in auto o in moto. Però in altri Paesi dell’Unione Europea il peso economico di queste stesse voci è quasi inesistente. Così è nato un mercato (che nella stragrande maggioranza dei casi è perfettamente lecito) grazie al quale è possibile sfruttare le condizioni migliori offerte all’estero.

La versione legale della vicenda prevede l’utilizzo della formula del noleggio a lungo termine presso strutture che operano in Paesi dell’Unione, quasi sempre in Bulgaria, ma anche in Romania e Polonia. Ci sono decine di agenzie, con propaggini anche nella nostra città, che offrono la formula della vettura in fitto per un tempo indeterminato, di auto straniere. Il contratto prevede anche la consegna a domicilio, qui in Italia, in cambio di un fisso, mensile o annuale, da corrispondere alla società che offre la vettura o il ciclomotore. In questo caso il risparmio c’è ma è molto limitato perché la cifra comprende, ovviamente, oltre al valore di tasse e assicurazione, anche il costo del noleggio.

Accade sempre più spesso, però, che dietro la formula del noleggio a lungo termine si nascondano tentativi di frode. Quello più comune prevede il definitivo acquisto dell’auto con targa straniera che, però, formalmente risulta sempre intestata alla società che la noleggia. In questo caso, c’è una spesa iniziale più alta, però il risparmio sui costi di gestione dell’auto è imponente: per un’auto di media cilindrata il corrispettivo annuale che comprende tassa di possesso, assicurazione e costi di agenzia, arriva a cinquecento euro; seicento nel caso in cui si tratti di un’auto di grossa cilindrata.

Questo è il mercato più fiorente al momento attuale. Se provate a navigare in rete troverete decine di offerte, per la maggior parte destinate a persone che non possono permettersi grosse spese. L’acquisto (nascosto da noleggio a lungo termine) riguarda soprattutto auto di medio/piccola cilindrata, per la maggior parte dei casi già usate. L’acquirente si trova, dunque, a pagare poco più di mille euro per diventare proprietario del veicolo e si carica di una spesa annuale di circa cinquecento euro: prezzi impensabili per chi è costretto a gestire un’auto immatricolata in Italia.