lunedì 13 febbraio 2017

Mi dimetto da frocio!

Nino Spirlì



E basta! Si chiude, seppur con dispiacere, un capitolo durato – gloriosamente – 35 anni. Da quella prima volta in caserma, nel cuore delle nebbie delle Langhe, fino a qualche ora fa. Ma, veramente, giuro!, ne ho piene le balle di questa catasta di “frocetti” che sta subissando, se non l’Umanità intera, almeno la nostra Identità. Son troppi e troppo esagerati. Esasperano tutto: dall’immagine esteriore alla qualità della propria anima. Si sono talmente spinti oltre ogni plausibile confine, che non sanno più da dove siano partiti e perché.

Facce di gomma, culi di silicone, sguardi da gatti infuriati. Spiumati più di un’oca da cuscino, ma muscolosi quanto e più di Rambo e Rocky shakerati insieme, seppur bigolodipendenti; oppure bugiardamente barbuti e pur sempre con la mente calamitata da ogni patta incrociata nella metro; argentini nei guizzi vocali come sigaraie da tabarin e apparecchiati come troie da saloon, anche fra i banchetti del mercatino rionale. Scemi e ignoranti, imitano le dee, ma non ne conoscono il nome e le virtù. Gusci vuoti di vite buttate.

Eppur presenti in ogni dove: dagli altari, infettati dalle foie di frustrati altrimenti senza futuro, fino alle cattedre delle scuole, minati dalle false teorie su un genere che spezza la Natura e forza la Società. Presenti, e celebrati da altrettanti ignoranti “padroni di casa”, nei salotti mediatici e nelle piazze dell’Arte, dove la Chiamata perde il contatto col Divino e diventa un bercio stridulo di pretesa attenzione. Travestiti da manager d’industria, funzionari statali, mercanti, artigiani… In uniforme, in camice, in tuta… Froci per convenienza, per moda, per carrierismo, per curiosità, per assuefazione, per rabbia. Per ignavia.

Sfrontati, arroganti, pretenziosi, volgari, razzisti ed eterofobi. Garantiti dal Potere, che li teme. Ingrassati dalla politica, che ne patisce i ricatti. Coccolati da vecchie puttane ingioiellate e ripulite dalla fede al dito; tutelati da leggi zoppe quanto il gatto e la volpe di collodiana memoria; accontentati nei sacramenti e nelle onorificenze.

Padroni di un mondo che cambia dignità come fosse una mutanda pisciata di notte, pontificano e dispongono. Vomitano nuovi dogmi che la strada patisce ed accetta, preoccupata di non farsi crocifiggere, da una stampa impastata con inchiostro a sette colori e banalità, su quella cosa che non è cosa e che molti chiamano teoria del gender. Ma che, poi, tacciono quando, invece, dovrebbero denunciare i martirii patiti da quelli come noi che muoiono, massacrati nei paesi islamici, nei paesi a regime comunista, in mezza africa, negli abissi dell’estremo oriente.

Ecco, io non ci sto ad ingrossare le fila di questi frocetti da commedia americana! Volevo essere ricchione alla vecchia maniera, io! E, dunque, mi ritiro!

Volevo, sì, essere ricchione senza “matrimonio”; senza figli da consegnare al pubblico ludibrio, in un mondo che non è ancora pronto a cotanta provocazione; senza l’assurda pretesa di cancellare la bellezza della Santità del Padre e della Madre, non solo fra le calde mura domestiche, ma anche su un rigoroso certificato di nascita; senza la pietosa bugia che siamo tutti un po’ omosessuali, in fondo. Perché non è così!

No, mondo! Non ci sto più! Mi fermo. Mi sposto in un angolo. E non sono più frocio. Non consumo più, né atti, né sentimenti. Per rispetto. A me, ad un Lui, ad una Lei. Al Cielo e alla Terra.

Tornerò quando l’ultimo dei mentitori avrà ritrovato il buco dal quale è uscito e si sarà dileguato in quell’abisso dal quale qualcuno, scaltro e malfattore, lo ha convinto ad uscire per interpretare la commedia. La tragica commedia della morte della Dignità Umana.

Fra me e me.

Il giallo dell’appalto anti-hacker confezionato su misura per i russi

Il Mattino
di Valentino Di Giacomo



In un documento reperibile sul portale web della Farnesina risalente al gennaio del 2014, il ministero degli Esteri apre una gara d’appalto «per l’affidamento in due lotti dei servizi di gestione dell’infrastruttura informatica e della rete multiaccesso». Si tratta di un bando pubblicato pochi mesi dopo la falla nei sistemi informatici del ministero a cui i tecnici russi della Kaspersky hanno provato a porre rimedio.

Il primo lotto ha un valore di 6 milioni e seicentomila euro, per il secondo la base di procedura prevede 2 milioni e trecentomila. Per partecipare alla gara milionaria, come per ogni appalto pubblico, esistono dei prerequisiti da rispettare da parte delle società partecipanti.

Tra questi prerequisiti balza agli occhi che la Farnesina richiede almeno tre sistemisti che conoscano e sappiano operare con gli anti-virus creati dai russi della Kaspersky. Nulla di strano se non fosse per la notizia rilanciata nei giorni scorsi dal quotidiano britannico Guardian, vale a dire che il ministero degli Esteri è stato recentemente piratato da parte di hacker russi. Notizia che – attraverso fonti del comparto intelligence contattate da Il Mattino – hanno trovato ampi riscontri.

Ad effettuare l’ultimo attacco informatico alla Farnesina sarebbe stato un team di hacker russi denominato «Apt 29». Su quest’ipotesi ha aperto un’inchiesta anche la procura di Roma e, qualora venissero trovate conferme, bisognerebbe comprendere i motivi che hanno indotto il governo italiano ad affidarsi a società straniere per proteggere le infrastrutture critiche del Paese. Stavolta, a differenza del potentissimo attacco informatico che aveva come target sempre la Farnesina, di cui Il Mattino è riuscito a raccontare i dettagli, il ministro Alfano ha spiegato che gli hacker non sarebbero riusciti ad impossessarsi di file criptati e informazioni nevralgiche per la struttura del ministero degli Esteri.

La ricetta “segreta” della Coca Cola si potrebbe copiare facilmente. Ecco perché nessuno lo fa

repubblica.it
Gus Lubin



I chimici della Ava Winery dicono di poter sottoporre a Reverse Engineering (cioè partire da un prodotto finito per scomporlo nei suoi elementi fondamentali al fini di riprodurlo) i vini delle migliori annate per e poi riprodurli in laboratorio. Quindi, ci siamo chiesti, non potrebbero fare lo stesso con la ricetta segreta della Coca-Cola? Secondo il mito, la ricetta della Coca Cola sarebbe uno dei segreti meglio custoditi al mondo.

E invece… “Certo che potremmo riprodurre l’esatta formula della Coca Cola“, ci ha detto il co-fondatore Alex Lee. “[Ma] non credo valga la pena farlo. La Coca-Cola è già così economica e ci sono già così tante cola in giro, che non ci sarebbe alcun vantaggio a replicare la formula. Pepsi potrebbe farlo tranquillamente, ma non lo fa perché vuole che il suo prodotto sia diverso”.In altre parole, non conviene a nessuno spendere tempo e denaro per ricreare un prodotto che è già molto economico e il cui marchio ha in ogni caso un valore inestimabile. La gente non comprerà una lattina di Business Insider-Cola solo perché costa 10% in meno, neanche se ha lo stesso gusto della Coca-Cola, che costa solo un euro.

Al contrario, con il vino, Lee, laureato alla Harvard Business School, ha trovato un mercato dove è possibile affermarsi, se davvero le sue affermazioni, e le competenze biotecnologiche dell’azienda, si riveleranno concrete.

Chaberton, la fortezza delle nuvole cerca il riscatto

La Stampa
andrea cionci

L’epopea del forte costruito quando l’essenziale essere più in alto possibile, poi distrutto con l’arrivo di obici e mortai. Che oggi sogna una rinascita in chiave turistica



Una corazzata fra le nuvole, una gigantesca sentinella sulla cima di un monte, messa a guardia dei confini nazionali e poi ferita a morte dal progresso tecnologico. E’ la storia dello Chaberton, il forte più alto d’Europa, un primato italiano che costituiva uno dei principali capisaldi del Vallo Alpino. Era, quest’ultimo, un sistema di fortificazioni (paragonabile alla Linea Maginot) nato già alla fine dell’800 e poi fortemente implementato da Mussolini per proteggere i confini con la Francia, la Svizzera, l’Austria e la Iugoslavia.

Immaginiamo, nell’alta Valle di Susa, la vetta di un monte aguzzo e roccioso, alto 3130 metri, con la cresta sbancata e modificata. Su questa piattaforma, una fila di otto torri di pietra sovrastate da cupole di acciaio di tipo navale, completamente girevoli, armate ognuna con un micidiale cannone da 140/39 mm. Questa era, dunque, la Batteria del monte Chaberton, una pazzesca sfida alla natura - e alla vicina Francia - che per la sua costruzione costò enormi fatiche a militari e civili.


L’interno del forte oggi

Nel 1882, l’Italia si era alleata con gli Imperi di Germania e Austria e i francesi, nello stesso anno, avevano costruito sul monte Janus, nuove, preoccupanti fortificazioni che, essendo poste a una altitudine maggiore di quelle italiane del Petit Vallon, rendevano le nostre del tutto inefficaci. Così, la Commissione per la Difesa dello Stato, negli anni ’90, decise di costruire una grande opera che portasse i cannoni italiani a una quota ancora più alta e, soprattutto, definitiva.

La direzione dei lavori fu affidata al capitano del Genio Luigi Pollari Maglietta, un ufficiale tanto apprezzato dai superiori quanto invidiato dai pari-grado, che definiva la sua creatura «un monumento nazionale». Solo un tracciato poco più largo di una mulattiera era stato realizzato per raggiungere la vetta del monte, e su questo, uomini e muli trascinarono i materiali da costruzione e le pesanti bocche da fuoco. Fu anche realizzata una spericolata teleferica per collegare la civiltà a quel presidio arrampicato nel cielo che restava irraggiungibile per diversi mesi all’anno. Lunga più di 3 km e mezzo, la teleferica superava un dislivello di 1785 metri con campate che si alzavano di oltre cento metri dal terreno.


Il forte integro grazie a un’immagine ricostruita in digitale

La Batteria, edificata in forma di parallelepipedo, sorgeva su due corridoi: quello occidentale accoglieva i magazzini, l’infermeria, il comando, le cucine; quello orientale comprendeva le sette camerate destinate ad ospitare i 320 uomini del presidio e i vani delle scale che consentivano l’accesso alle torri. Un lavoro ciclopico. Ma ne valeva la pena? Sì: all’epoca, in materia di artiglieria, aveva ragione chi stava più in alto, e lo Chaberton, situato addirittura al di là delle nuvole, signoreggiava su tutto, su Briançon, sui forti francesi che sovrastavano il valico del Monginevro e sulla Conca di Cesana. Era considerato invulnerabile sia perché fuori dalla portata del tiro diretto dei cannoni dell’epoca, sia perché protetto dallo spalto di roccia ricavato nella cresta del monte. Ci volle un quarto di secolo per terminarlo.

Nel 1915 era pronto, ma dato che il Regno d’Italia si era appena alleato con l’Inghilterra, la Russia e la Francia, i cannoni della batteria, ormai rivolti verso un paese amico, furono tirati giù e trasportati sul fronte orientale. Fu con il Fascismo che, nel 1927, i pezzi d’artiglieria furono nuovamente ricollocati sullo Chaberton; la gestione del forte fu affidata agli artiglieri della 515° Batteria della Guardia alla Frontiera, il cui motto era “Dei sacri confini, guardia sicura”. Mussolini aveva sempre temuto, infatti, il confine alpino e continuò a investire nelle fortificazioni del Vallo anche durante la guerra. Questo fu sempre motivo di discussione con Hitler che lo spingeva, invece, a destinare quelle risorse economiche ai soldati che combattevano sui vari fronti aperti.


La scala della polveriera. Il binario serviva per portare i proietti alle bocche di fuoco

Ancor oggi, nei dintorni della sola Bardonecchia, restano addirittura un centinaio di postazioni di cemento e calcestruzzo, del tutto abbandonate, che si snodano anche all’interno delle montagne. Grazie alla guida di Fabio Cappiello, giovane cultore della storia della cittadina piemontese, abbiamo potuto esplorare uno dei bunker più importanti, di cui pubblichiamo foto inedite. Si tratta del Centro 15 Caposaldo Bramafam, situato poco sotto all’omonimo forte, che scende, con 300 scalini, per 90 metri di dislivello nelle viscere del Colle della Forca.

Era armato con quattro mitragliatrici perfettamente mimetizzate, all’esterno, da rocce simulate, o da finte baite. Rispetto alla linea Maginot francese, le fortificazioni italiane, di carattere difensivo, erano molto più spartane, ma potevano ospitare dignitosamente fino a circa un centinaio di soldati. In queste strutture, la storia si è fermata: nei bunker più in quota, si trovano ancora cassette di munizioni, fotofoniche da segnalazione, impianti e attrezzature che non furono depredati nel secondo dopo guerra, come avvenne invece per le fortificazioni più accessibili.

E fu proprio all’inizio del secondo conflitto mondiale, che il Forte Chaberton ebbe il suo battesimo del fuoco. Il 10 giugno del 1940, i suoi artiglieri appresero dalla radio la notizia che l’Italia aveva dichiarato guerra alla Francia: da quel momento il loro compito sarebbe stato quello di supportare l’attacco delle divisioni “Assietta” e “Sforzesca” in territorio francese. Il 17 giugno le sue bocche da fuoco incominciarono a ruggire, distruggendo il forte nemico “Des Olive”, a 8 km di distanza e poi, ancora, quelli di Janus, Gondrans, Infernet, Les Aittes, Trois Tetes e alcune batterie campali che stavano massacrando i fanti italiani nella loro difficile avanzata.


Una visuale della piazzaforte: anche questa è ricostruita in digitale

Fino a quel momento lo Chaberton era rimasto avvolto dalle nuvole, ma la mattina del 21 giugno, le nebbie si diradarono e questo diede modo ai francesi di reagire. Fu allora che il titano dimostrò di essere troppo vecchio per quella guerra. Le artiglierie di più moderna concezione avevano infatti sviluppato le possibilità del tiro curvo: obici e mortai da 280 mm potevano adesso sparare i loro proietti con una parabola altissima e stretta. Questo diede modo agli artiglieri francesi di superare la scudatura rocciosa dello Chaberton e di colpire, con matematica precisione, sei delle sue otto torrette che non erano corazzate. Anche la teleferica e i collegamenti telefonici furono annientati, e così il deposito viveri. La riservetta munizioni prese fuoco: i soldati italiani, sfidando l’incendio, riuscirono all’ultimo istante a spegnerlo, evitando così danni peggiori.

Fra di essi si distinse il sergente maggiore Ferruccio Ferrari che, pur ferito in modo gravissimo, prima di morire si prodigò con energia per aiutare i compagni e soccorrere i feriti. (Fu poi decorato con la Medaglia d’oro al valor militare, alla memoria). Nove uomini erano rimasti uccisi, più di 50 feriti, ma nessuno abbandonò le postazioni. Gli artiglieri dello Chaberton erano ormai isolati, ridotti alla fame e alla disperazione, ma, aiutati dal provvidenziale sopraggiungere della nebbia, con orgoglio rabbioso continuarono a sparare con le due torri superstiti per altri tre giorni, fino alla definitiva capitolazione del nemico, avvenuta il 24 giugno.

Abbandonato dopo l’8 settembre 1943, il forte fu di nuovo occupato da reparti della Folgore della Rsi nell’autunno del 1944. Alla fine del conflitto, la Francia non si dimenticò di quel gigante che, da un empireo di 3000 metri di quota, aveva dominato minacciosamente le sue valli per oltre un trentennio. Nel 1957 costrinse l’Italia, sconfitta, allo smantellamento della Batteria; tutte le parti metalliche, comprese casematte e cannoni, furono portate via. Spogliato delle sue armi e abbandonato, lo Chaberton mostra ancor oggi la sua imponente carcassa di pietra, le torri, le costruzioni in muratura e i magazzini incavernati. Continua a combattere contro l’incuria dell’uomo e le proibitive condizioni atmosferiche di alta montagna.

Se dal 1968 la sua memoria è stata tenuta viva dai reduci del 34° Gruppo Artiglieria, da pochi anni, il testimone è stato raccolto dall’Associazione Monte Chaberton capitanata da Emanuele Mugnain e Riccardo Tabasso, coadiuvati da Mauro Minola e dallo storico delle fortificazioni montane Ottavio Zetta. Il gruppo ha raccolto, fin da subito, numerose adesioni. Sono state varie le commemorazioni e le mostre organizzate dall’associazione, che è soprattutto animata dall’ambizioso progetto di rendere visitabili le fortificazioni abbandonate del Vallo Alpino occidentale, creando u n grande museo a cielo aperto. Un’idea che i Comuni e la Regione potrebbero cogliere al volo, considerando le opportunità di sviluppo economico e culturale che offre, oggi, il cosiddetto turismo bellico. 

L'Uovo di Giannino Marzotto va all'asta: è una delle Ferrari più strane della storia

La Stampa
andrea barsanti (nexta)

L'auto da corsa che fece sbiancare il Drake fu disegnata dallo scultore Franco Reggiani e realizzata dal carrozziere Fontana. Valore stimato, 4,5 milioni di euro



Progettata da uno scultore, realizzata da un artigiano carrozziere, guidata da un conte: questo il “pedigree” della 212 Export “Uovo”, una Ferrari che ha fatto la storia, nel bene e nel male, e che il prossimo agosto andrà all’asta da Sotheby’s , che stima la vendita di questo pezzo unico intorno ai 4,5 milioni di euro.

L’Uovo - nome completo 166MM/212 Export Uovo - vide la luce nel 1951 su volere di Giannino Marzotto, giovane e blasonato rampollo della famiglia di imprenditori tessili, che dopo avere vinto la Mille Miglia a bordo di una Ferrari 195 S l’anno precedente voleva qualcosa di molto aerodinamico per sfrecciare in pista.



Appassionato di Ferrari, e assiduo cliente della casa di Maranello, da cui comprò molte altro auto insieme con i fratelli Paolo e Vittorio, decise dunque di mettere a punto il suo personale modello da corsa, soddisfano lo stesso gusto estetico che, durante la corsa da Brescia a Roma e ritorno, lo spinse a indossare non una tuta, ma un completo sartoriale completato da cravatta.

Il 23enne Giannino si rivolse quindi al progettista e scultore Franco Reggiani, che per lui disegnò un’auto dalla linea sinuosa e dalla calandra tonda che, nelle intenzioni del designer, avrebbe dovuto filare su strada sfidando la resistenza del vento. Il passo successivo fu quello di portare il progetto a P aolo Fontana, carrozziere vicentino (e copilota, durante la Mille Miglia, di Vittorio Marzotto, che si classificò terzo a bordo di una 195 S) che montò sul telaio della 166 Mille Miglia una carrozzeria di alluminio per ridurre il peso, completando il tutto con il motore V12 2.6 della 212 Export, firmato dallo storico ingegnere Ferrari Gioachino Colombo.



Il risultato fu un’auto da 150 cavalli - portati a 180 in seguito - con cui Giannino Marzotto tentò di vincere per due anni consecutivi la Mille Miglia. E quasi ci riuscì, non fosse stato per un problema tecnico che lo costrinse al ritiro: una sconfitta mitigata con la partecipazione, e la vittoria, al Giro di Toscana, dove l’Uovo si classificò primo toccando i 230 chilometri orari.



"Quelle macchine erano forse brutte, ma erano molto più leggere e veloci delle altre Ferrari - commentò a posteriori Giannino Marzotto, riferendosi all’altra Ferrari firmata da Reggiani e Fontana, il cosiddetto “Carretto Siciliano”, con cui arrivò secondo al Giro di Sicilia nel 1951 -. Quando il Commendatore vide per la prima volta la uovo, sbiancò in volto, muto, come se un malefico sortilegio avesse snaturato una sua creatura".

L’Uovo, insomma, può essere considerata una sorta di “macchina del tempo”, simbolo del periodo d’oro delle corse italiane, che portava però già i segni del futuro. Scomparsa negli Stati Uniti dopo l’ultima corsa in Toscana, brevemente ricomparsa durante la Mille Miglia Storica, l’auto è stata conservata nel museo Ferrari, e ad agosto verrà battuta all’asta a Monterey, da Sotheby’s. Prima di allora, chi volesse osservarla da vicino può farlo in questi giorni a Parigi, in occasione di Rétromobile, in scena a Porte de Versailles sino al 12 febbraio.

“Mi ha aiutato a sopravvivere, ora quell’assegno non c’è più”

La Stampa
roberto giovannini

Mario, collaboratore precario con dottorato, ha l’incarico di trovare un’occupazione agli altri



«Mario» ha 37 anni, e da ben 6 lavora come progettista di politiche attive del lavoro ad Anpal Servizi, il nuovo nome dell’agenzia pubblica Italia Lavoro, che usa le risorse del Fondo sociale europeo. Nella sua situazione ci sono 600 altri precari: il 31 marzo il contratto scadrà, e la “Dis-coll” potrebbe servire ancora.

“Mario”, questo è il suo unico lavoro, o svolge altre collaborazioni?
«È il mio unico lavoro. Fino al Jobs Act eravamo collaboratori a progetto, che era un po’ meglio; ora siamo co.co.co, collaboratori coordinati e continuativi».

Lei è precario, ma svolge il lavoro di un dipendente...
«In pratica sì. Certo non timbriamo un cartellino, e dobbiamo dividerci la scrivania. Ma siamo tutte persone qualificate: svolgiamo un lavoro delicato, io ho un dottorato di ricerca».

Quanto guadagna?
«Circa 1.500 euro al mese netti. Senza tredicesima, ferie e malattie pagate. Altri colleghi prendono 1.100-1.200 euro, mentre un ristretto numero di esperti può arrivare a uno stipendio, sempre da collaboratore, da 2.000 euro. Parliamo amo di gente con fior di lauree e master».

Non è un po’ strano che un’azienda/agenzia che si occupa di trovare il lavoro, ricollocare e formare persone per funzionare debba utilizzare precari?
«Che devo dire, così è. Si è creato negli anni un vasto bacino di persone nella mia situazione: si lavora per circa un anno e mezzo, poi quando il progetto finisce stiamo fermi, senza lavoro, per diversi mesi, in attesa di superare una selezione e cercare di entrare in un altro progetto per altri 18 mesi».

Dunque, non è detto che si rientri a lavorare.
«No, non è detto. Oppure può capitare di rientrare, ma in una fascia di reddito più bassa. Senza mai capitalizzare l’esperienza fatta».

Lei ha utilizzato la Dis-coll. Com’è andata?
«Nel marzo del 2015 mi è scaduto il contratto. La selezione per quello nuovo si è tenuta a maggio, e io sono tornato a lavorare ad agosto. Altri colleghi sono rientrati addirittura a novembre. In pratica, l’assegno mi ha aiutato a superare un periodo di disoccupazione che altrimenti sarebbe stato terribile».

Voi sperate di essere stabilizzati, naturalmente.
«Certo. Così non si può continuare. Non ho tutele, e in pratica non avrò pensione: un assegno ridicolo che percepirò soltanto a 77 anni». 

Russia sospettata di attacco hacker contro la Farnesina. Mosca: campagna mediatica senza basi

jacopo iacoboni
La Stampa

Il “Guardian” rivela che la tentata intrusione con un malware è stata intensa ed è durata quattro mesi, nella primavera 2016. Ministero degli Esteri: fatto noto, rafforzata sicurezza

Con le elezioni italiane ormai - comunque vada - in vista, l’influenza delle cyberoperations russe anche nello spazio politico italiano - non solo in quello americano e tedesco - si è fatta sempre più insistente. La Stampa fu la prima a sollevare un caso di ingerenze e attività di misinformation sponsorizzate dal Cremlino e riguardanti la politica italiana, quando raccontò del caso diplomatico sorto tra Italia e Mosca attorno a distorsioni operate dai network Russia Today e Sputnik in chiave anti-europea e anti-governo italiano, durante i mesi della campagna per il referendum.

Oggi arriva una nuova rivelazione, stavolta del Guardian. Secondo fonti ufficiali italiane, citate dal quotidiano britannico, la Russia è sospettata di esser dietro un attacco informatico contro le mail e i sistemi di comunicazione del ministero degli Esteri. L’attacco durò quattro mesi, fu intenso, avvenne nella primavere del 2016, compromise le comunicazioni mail, ma non riuscì a intaccare il sistema criptato usato per le informazioni classificate.

Il premier italiano Paolo Gentiloni, che allora era ministro degli esteri, non fu colpito dall’hackeraggio, anche perché durante il suo mandato Gentiloni ha evitato di usare quelle mail. Gli ufficiali sul campo della diplomazia italiana, comprese ambasciate all’estero, furono colpiti da un attacco di tipo malware (i software usati per lo più in questo tipo di operazioni, che s’installano nel sistema attaccato nel momento stesso in cui si clicca un link infetto). Nessuna informazione sensibile è stata tuttavia esfiltrata, perché non è stato intaccato il sistema di cifratura. Anche se sul punto non c’è conferma governativa, due fonti che hanno conoscenza diretta del dossier sull’attacco confermano che proviene dalla Russia.

Dopo l’attacco, che durò quattro mesi, la Farnesina ha modificato la sua architettura informatica, innalzando il livello di protezione informatica. Le fonti ufficiali hanno rifiutato di commentare la natura tecnica dell’attacco. Fonti governative italiane fanno sapere che l’attacco aveva come obiettivo l’acquisizione di informazioni di lungo termine sulla politica e il processo decisionale del governo Italiano, in una fase critica della stagione di Matteo Renzi premier.

L’Italia aveva appoggiato le sanzioni internazionali successive all’annessione della Crimea, ma aveva invece frenato - unico paese europeo tra i principali - sull’inasprimento delle sanzioni verso Mosca in seguito della guerra in Siria. Una scelta che, secondo alcuni analisti italiani, fu fatta dall’allora premier Renzi per complesse ragioni geopolitiche, legate anche al ruolo della Russia nella partita energetica mediterranea, tra Egitto e Israele.

Come che sia, il Guardian ricorda anche - come svelato dalla Stampa a novembre - il contesto di fondo in cui tutto questo avviene: contesto che registra anche gli incontri e l’avvicinamento politico tra il principale partito di opposizione in Italia, il Movimento cinque stelle, e emissari del partito di Putin, e la svolta filoputiniana di Beppe Grillo e del suo partito, che si candida a governare il paese. 

Naturalmente, la vicenda del tentato hackeraggio ai danni della Farnesina viene letta dentro il quadro di numerose operazioni antieuropee e antiamericane condotte da Mosca - e ordinate a volte direttamente non dai servizi ma dal Cremlino, come sostiene univocamente tutta l’intelligence americana, e 17 agenzie di cybersecurity, nel caso della violazioni delle mail del Comitato nazionale dei democratici Usa. Mosca si annuncia protagonista della stagione elettorale che vedrà alle urne Francia e Germania quest’anno, e l’Italia comunque presto, tra misinformation, grey propaganda o, direttamente, tentativi di hackeraggio sponsorizzato dallo stato. In attesa che arrivino poi i leaks.

Russia: campagna mediatica, nessuna prova
Un altro episodio della solita «campagna mediatica, dietro cui non ci sono fatti», ha detto la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, aggiungendo nel suo commento scritto di non sapere per ora se la parte italiana si sia già rivolta a quella russa per chiedere un confronto. «Se l’Italia possiede dati concreti è necessario che li consegni alla parte russa per un lavoro congiunto»

Farnesina: vicenda nota, sistema rafforzato
Fonti vicine alla Farnesina hanno precisato che si tratta di «una vicenda di cui si è già a conoscenza. Quello che è stato riportato oggi dal giornale è quanto già il governo italiano aveva fatto sapere» allo stesso giornale. A seguito del primo attacco, aggiungono le fonti, c’è stato subito un primo intervento «di rafforzamento». Ma «è bene precisare ancora una volta che non si è trattato di attacchi al sistema informatico criptato attraverso il quale si veicolano le informazioni più rilevanti e delicate, ma al sistema di gestione delle email del personale della Farnesina e delle Ambasciate».

Addio legge di Moore: i chip dei computer non corrono più come una volta

La Stampa
antonio dini

La corsa alla miniaturizzazione dei processori si scontra con i limiti della fisica. La legge stabilita dal co-fondatore di Intel non è più valida, ma il colosso americano e i suoi concorrenti stanno sperimentando soluzioni alternative

È la fine di una certezza. Dal 1965, con sorprendente precisione, la legge di Moore aveva scandito il tempo per l’industria dei semiconduttori. All’incirca ogni 24 mesi, diceva Moore, il numero di transistor di un circuito integrato raddoppia, facendo raddoppiare la performance dei processori ogni 18 mesi. Questa legge, che in realtà è una osservazione empirica registrata da Gordon Moore, storico co-fondatori di Intel e pioniere dei circuiti integrati, oggi non funziona più.

L’orologio quasi perfetto che ha consentito alle fabbriche di silicio di marciare perfettamente sincronizzate, si è fermata. Con una sola slide proiettata nel corso di una presentazione a partner e clienti, infatti, i dirigenti di Intel hanno fatto capire che il giocattolo si è rotto. Niente più raddoppio dei componenti e delle performance. Adesso il ciclo è diventato di quattro anni, probabilmente come palliativo prima di scontrarsi con i limiti invalicabili di ben altra legge: quella della fisica.

Che prima o poi la legge di Moore avrebbe trovato un ostacolo insormontabile nella Natura era cosa nota e prevedibile: da un lato i minuscoli transistor dei circuiti integrati non possono essere miniaturizzati all’infinito, dall’altro devono contenere al loro interno una carica elettrica, cioè un certo numero di elettroni, che come particelle occupano anch’esse dello spazio. Nella quinta, sesta e settima generazione di processori Intel Core, lanciati nel 2014, 2015 e 2016, i circuiti hanno raggiunto la dimensione di circa 14 nanometri (nel 2012 erano 22 nanometri). Si può migliorare?

Ancora per poco. Infatti, un elettrone è una particella sub-atomica che occupa uno spazio non inferiore agli 1-2 nanometri. Con queste tolleranze minime diventa già difficile contenere la carica elettrica all’interno di un “gate”, il singolo elemento del transistor, senza che l’elettrone “salti” fuori. Figurarsi ridurlo ancora. Tanto che in questi anni si sono fatte importanti innovazioni creando dei “gate” a tre poli e altre soluzioni per tenere in gioco la tecnologia anche con una miniaturizzazione costante.

Già da tempo Intel aveva cominciato a prendere le distanze dalla legge di Moore. È un distacco molto importante perché questa legge è stata fondamentale per dare coerenza e stabilità economica al processo di avanzamento tecnologico di tutto il settore dei semiconduttori: ogni anno un processore nuovo, più veloce e più potente. Invece, a partire dal 2010, il ciclo è stato rallentato, proponendo un cambiamento di architettura ogni due anni: alternando la miniaturizzazione a un semplice raffinamento della tecnologia dell’anno precedente. Insistendo su tecnologie multi-core per dare più potenza senza ridurre.

Adesso, il ciclo diventa almeno di tre se non quattro anni: miniaturizzazione (che Intel chiama ciclo “Tick”), miglioramento dell’architettura (“Tock”) e poi un altro se non due cicli annuali di ottimizzazione, prima di ripartire con un altro raddoppio di transistor. Quindi i processori Core di ottava generazione, che arriveranno entro l’anno con il nome in codice CannonLake, avranno lo stesso livello di miniaturizzazione a 14 nanometri degli attuali Kaby Lake (2016) e dei precedenti Skylake (2015) e Broadwell (2014).

I prossimi due traguardi, cioè i 10 nanometri e i 7 nanometri, scivolano ben più avanti nel tempo (per adesso sono previste i processori Icelake nel 2018 e Tigerlake nel 2019), mentre diventano sempre più importanti altri aspetti delle architetture dei processori anziché la semplice densità dei transistor. Ormai infatti, grazie al cloud computer che funziona grazie alla potenza di calcolo di numerosi server in parallelo, c’è sempre meno necessità di processori potenti sui computer personali: la potenza sta tra le nuvole, e sulle scrivanie bastano apparecchi capaci di connettersi rapidamente e a larga banda.

L’unico segmento del mercato dei processori che sta sempre più crescendo è quello dei co-processori grafici o GPU. In quest’area, che partiva più arretrata rispetto alle CPU, si vede da qualche anno una forte accelerazione e sempre più gli ingegneri del software fanno di conto sulla riserva di potenza della scheda grafica anche per funzioni che normalmente sarebbero riservate al processore centrale. In tutt’altra direzione, invece, si lavora per la realizzazione di interi sistemi integrati su un singolo chip (i cosiddetti “system-on-a-chip o SOC) che vengono molto utilizzati su telefoni smart e tablet. In questo settore la potenza relativamente limitata è compensata dalla maggiore velocità delle altre componenti.

Infine, c’è il cambiamento di mercato che per molti è rappresentato dalla fine del personal computer. Anche per questo Intel ha dichiarato di voler spostare la sua attenzione per la realizzazione di processori potenti soprattutto verso il mercato dei server dei datacenter per le grandi aziende. In questo settore è richiesta sempre più potenza e il mercato assorbe una quantità crescente di prodotti, a differenza del mercato dei Pc che sta ininterrottamente calando da anni. È il tramonto della legge di Moore dopo più di 50 anni.

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Forse nel Pd non ci sarà la scissione, per la sinistra italiana sarebbe un evento epocale.

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Il dilemma di Renzi: “Mi si nota di più se mi dimetto, se non mi dimetto oppure se vado a fare la spesa?”