giovedì 16 febbraio 2017

Gran Ballo Comunista

lastampa.it
mattia feltri

Per scissione si nasce e si muore e così,
quando nel 1991 nasce il Pds,
per scissione nasce Rifondazione
in cui confluiscono Democrazia proletaria e Partito comunista dei marxisti-leninisti-Linea Rossa,
ma subito si scinde il Movimento dei Comunisti unitari
che più avanti fonderà i Ds entrando nel Correntone,
tranne alcuni che si scindono e fondano Sinistra democratica per il socialismo europeo,
che sarà tra i fondatori di Sinistra e libertà,
che sarà tra i fondatori di Sel,
ma intanto da Rifondazione si scinde Mara Malavenda che fonda i Cobas
e si scinde Cossutta che fonda il PdcI,
che subito si scinde e nasce l’Associazione sinistra rossoverde
da cui si scinde Marco Rizzo che fonda Comunisti sinistra-popolare,
e si scinde Katia Bellillo che fonda Unire la sinistra (e si sottolinea Unire),
ma intanto Rifondazione si ri-scinde
perché se ne vanno i trotzkisti di Ferrando che fondano il Partito comunista dei lavoratori,
allora Rifondazione e Pdci si fondono nella lista Anticapitalista che fallisce il quorum
allora si riscindono, e da Rifondazione si scinde l’Ernesto, corrente marxista-leninista
e va nel PdcI
intanto che Vendola si scinde da Rifondazione
e fonda Rifondazione per la sinistra,
da cui ci si scinde per fondare Iniziativa comunista,
da cui ci si scinde per fondare i Comunisti autorganizzati,
da cui ci si scinde per fondare Progetto comunista,
da cui ci si scinde per fondare Sinistra classe rivoluzione,

e non sarebbe finita qui... ma ecco il punto: D’Alema è sicuro sicuro di chiamare la sua scissione ConSenso?

Scoop

lastampa.it
jena@lastampa.it

La notizia che pubblichiamo in queste due pagine è uno scoop sensazionale: il Pd ha ancora una base.

Asaps, una campagna per convincere gli automobilisti a usare la corsia di destra

La Stampa

Il Codice della strada lo imporrebbe, ma agli italiani piace stare in centro



La corsia della vergogna. Si potrebbe chiamare così la corsia destra delle autostrade italiane: gli automobilisti la rifuggono, quasi fosse umiliante occuparla. Eppure il Codice della strada parla chiaro: “Salvo diversa segnalazione, quando una carreggiata è a due o più corsie per senso di marcia, si deve percorrere la corsia più libera destra; la corsia o le corsie di sinistra sono riservate al sorpasso”. I motivi che spingono gli automobilisti a stare in centro sono molti: evitare i mezzi pesanti, avere una migliore vista sulla strada, ridurre al minimo i cambi di corsia. E poi, va detto, difficilmente le forze dell’ordine sanzionano chi viaggia in centro.

Eppure, non sfruttare appieno la carreggiata è sciocco e dannoso: aumenta il traffico sulle corsie centrali e si costringono i veicoli più veloci ad ammassarsi sulla corsia di sinistra. Per questo, l’Asaps , associazione degli amici della Polizia Stradale, prova a sensibilizzare gli automobilisti con una campagna a tema, il cui simpatico messaggio è questo: “In autostrada occupiamo sempre la corsia libera più a destra. Dai, facciamo uno sforzo, convinciamoci! Altrimenti va a finire che ce la tolgono per mancato utilizzo…”.

Il Dna dei primi sardi è ancora "vivo", svela una preistoria inedita

repubblica.it

Maxi studio italiano dimostra che l'isolamento plurimillenario ha reso il codice genetico dei sardi unico in Europa e capace di svelare importanti indizi sul popolamento del Vecchio Continente

Il Dna dei primi sardi è ancora "vivo", svela una preistoria inedita

Erano cacciatori e raccoglitori primitivi, arrivati in Sardegna dal vicino Oriente e dall'Europa occidentale sul finire del Paleolitico. Detentori dei Dna dei più antichi abitanti dell'isola. Ebbene, il loro codice genetico "vive" ancora a distanza di oltre 12.000 anni: la loro eredità è stata individuata nel genoma dei sardi moderni grazie ad un maxi studio coordinato dall'Università di Pavia e dall'Istituto di Ricerca Genetica e Biomedica (Irgb) del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr). I risultati, pubblicati su Molecular Biology and Evolution, dimostrano che l'isolamento plurimillenario ha reso il Dna dei sardi unico in Europa e capace di svelare importanti indizi sul popolamento del Vecchio Continente.

I ricercatori lo hanno scoperto analizzando il Dna mitocondriale (ereditato per via materna) di 3.491 sardi moderni e di 21 sardi antichi, provenienti da siti archeologici datati da 4 a 6 mila anni fa. I dati sono stati confrontati con un database mondiale di oltre 50.000 genomi moderni e circa 500 antichi (compreso quello della mummia Oetzi). Dai risultati è emerso che l'80% dei genomi dei sardi moderni appartiene a gruppi presenti solo in Sardegna, risalenti ai periodi post-Nuragico, Nuragico e Neolitico. Circa il 3% conserva tracce ancora più antiche, risalenti a oltre 8.000 anni fa: potrebbero dunque essere l'eredità dei primi abitanti dell'isola, cacciatori-raccoglitori del Paleolitico che si sono poi espansi nel Mesolitico.

Video hot, sbloccato iPhone di Tiziana Algoritmo italiano beffa Cupertino

Il Mattino
di ​Marilù Musto e Marco Perillo



La chiamano brute force, forza bruta, ed è un algoritmo in grado di risolvere un problema informatico verificando tutte le soluzioni teoricamente possibili fino a che si trova quella corretta. Un baco, un bug, utilizzato dagli inquirenti sull'iPhone 5 di Tiziana Cantone, in grado di far andare oltre i dieci tentativi che controllano la firma digitale di un dispositivo per l'accesso a dati.

Perché il problema era questo: l'automatica cancellazione della chiave d'accesso dopo dieci tentativi. Se i codici erano errati, ne conseguiva l'impossibilità di leggere le informazioni criptate. Ne sono venuti a capo così gli inquirenti campani, forse utilizzando un metodo già usato dagli investigatori dell'Fbi americana per il caso della strage di San Bernardino, nel dicembre 2015. Destò scalpore, in quel caso, il rifiuto della Apple a collaborare alle indagini, adducendo motivi di privacy e spiegando che era impossibile bucare un iPhone con dispositivo iOS 8 o superiore. In effetti, da come abbiamo visto, non è proprio così.

Come nel caso di Tiziana, anche lo smartphone utilizzato dai killer di San Bernardino era un iPhone 5 che proteggeva i dati utilizzando una chiave derivata dalla combinazione di un Id conservato nel processore del device e di un Pin di quattro cifre impostato manualmente. Brute force a parte, sono emerse negli ultimi tempi varie modalità che gli agenti americani potrebbero aver utilizzato per accedere ai dati senza l'aiuto dell'azienda madre. La prima è l'utilizzo di un firmware modificato, un programma basato su una sequenza d'istruzioni per effettuare quello che in gergo tecnico viene definito il jailbreak.

Eppure la Apple non si sarebbe fatta fregare da un firmware non certificato dall'azienda produttrice. E allora? Si è parlato del ricorso a un laser che, in particolare, potrebbe essere stato in grado di rimuovere uno dei sottili strati del processore dell'iPhone, rivelando la chiave nascosta e accedere ai dati senza utilizzare il Pin. Insomma, non certo un gioco da ragazzi e non a caso si è parlato di un esborso di milioni di dollari da parte dell'Fbi per raggiungere il suo obiettivo. Ironia della sorte, pochi mesi dopo un ricercatore di Cambridge, Sergei Skorobogatov, ha dimostrato di poter leggere i dati contenuti in uno dei telefonini Apple avendo accesso fisico al dispositivo e usando apparecchiature acquistabili ovunque per meno di 100 euro.


Non rimosse video hot di Tiziana, sito assolto rinuncia a recupero spese

Il Mattino



L'App Ideas Srl, società napoletana che edita il sito «www.chiccheinformatiche.com», non procederà più al recupero delle spese legali nei confronti della madre di Tiziana Cantone, la 31enne di Mignano di Napoli suicidatasi il 13 settembre in seguito alla diffusione sul web, a sua insaputa, di video hot che la ritraevano. La società, che in una nota si dice «conscia del tragico epilogo che ha colpito la famiglia Cantone», fu citata in giudizio dalla 31enne alcuni mesi prima del suicidio, affinché rimuovesse tutti i video porno che la riguardavano, ma vinse la causa in quanto il giudice civile di Aversa, con ordinanza emessa il 10 agosto scorso, ritenne che dalle notizie pubblicate dal blog di App Ideas non risultassero «riferimenti alla signora Cantone», tanto da escludere «ogni possibile lesione della sua dignità o reputazione»; la Cantone fu così condannata a pagare le spese legali di quasi 5000 euro all'App Ideas ma un mese dopo si suicidò.

A distanza di quasi 4 mesi da quella decisione, la settimana scorsa l'avvocato dell'App Ideas Francesco Pianese ha proceduto a notificare a Teresa Giglio, madre della Cantone, la copia esecutiva dell'ordinanza con la richiesta di ricevere in liquidazione le spese legali, provocando l'indignata reazione di uno degli avvocati della donna, l'amministrativista Andrea Orefice, che ha ricordato come proprio il pagamento delle spese legali - 20mila euro in totale in quanto il giudice dichiarò la soccombenza di Tiziana anche per altre società, come Google, citate insieme all'App Ideas - potesse aver rappresentato per la 31enne il colpo di grazia alla sua psiche già provata da mesi di battaglia per far rimuovere da oltre 100 siti i video incriminati.

Anche la madre di Tiziana ammise che dopo la decisione del giudice la figlia aveva avuto un crollo psico-fisico, in quanto si era sentita tradita dalle istituzioni cui si era rivolta per ottenere giustizia. Nella nota in cui comunica «di aver provveduto in proprio a pagare le spese legali dovute dagli eredi della signora Cantone», l'App Ideas spiega anche di aver subìto «un grave danno economico e di immagine per l'inopinata chiamata in giudizio da parte dei legali della Cantone» e ricorda di non vantare «i volumi d'affari delle grandi corporation».

Tra i colossi citati da Tiziana, Google e Youtube, che vinsero la causa, hanno dichiarato di rinunciare al pagamento delle spese legali, mentre procederà alla compensazione Facebook, società uscita soccombente dal giudizio che fu l'unica, tra quelle citate da Tiziana, a presentare reclamo contro l'ordinanza del giudice di Aversa; il tribunale, con ordinanza del 4 novembre scorso, diede poi definitivamente torto a Facebook, disponendo che la multinazionale avrebbe dovuto rimuovere i video subito dopo la segnalazione fatta da Tiziana, senza attendere un ordine del giudice o del Garante.

Anche Apple contro le fake news: “È un problema complicato, ma si può fare qualcosa”

La Stampa
andrea nepori

Bloccare le notizie false non è semplice, ma si possono trovare delle soluzioni. Lo sostengono i dirigenti della Mela, che aggiungono: «Le aziende tecnologiche devono farsi carico di questa responsabilità»



Apple non è stata toccata dall’infuocato dibattito sulla diffusione delle fake news che nei mesi scorsi ha riguardato principalmente Facebook e Google. Ciò nonostante i vertici di Cupertino hanno espresso una posizione netta sul problema, in due occasioni distinte a distanza di pochi giorni.
Il primo a parlare delle fake news è stato il CEO Tim Cook, durante la sua recente visita in Europa. «È uno dei grandi problemi di oggi, ma non c’è una soluzione semplice», ha detto Cook in un’intervista a Good Morning Britain. «Dobbiamo dare ai consumatori strumenti che possano aiutarli. E dobbiamo trovare il modo di filtrare almeno una parte dei contenuti ancora prima che escano, senza rinunciare alla natura aperta della rete».

A riprendere l’argomento, approfondendo meglio la linea ufficiale di Apple, ci ha pensato Eddy Cue. Durante un’intervista alla Code/media Conference, lunedì sera, il Senior Vice President responsabile dei servizi internet di Cupertino ha ribadito che bloccare le bufale e le fake news è un’operazione complicata, ma rientra nelle responsabilità delle aziende tecnologiche produttrici dei dispositivi usati per accedere alle notizie. Apple, ha aggiunto, sta studiando dei metodi per bloccarne la diffusione. 
«Vogliamo che Apple News sia disponibile per tutti, ma vogliamo verificare e assicurarci che tutti i fornitori di notizie siano legittimi», ha spiegato Cue. «Siamo molto preoccupati riguardo tutti i contenuti che si affidano al clickbait; è un tema che sta facendo particolarmente notizia.

Stiamo cercando di fare alcune cose su Apple News, stiamo imparando e dobbiamo condividere le soluzioni a livello di settore e migliorarle». L’idea di fondo, che ricalca la politica di controllo che Apple applica a tutte le proprie piattaforme, App Store in testa, è un’opera di selezione mediata e preventiva, che non si basa solo sugli algoritmi. Prima e dopo il lancio della propria piattaforma di aggregazione delle notizie, nel 2015, l’azienda di Cupertino ha assunto giornalisti e redattori per formare il team che si occupa della “selezione e dell’identificazione” (così si leggeva in un annuncio di lavoro) delle “migliori notizie nazionali, globali e locali”.

Una strategia opposta a quella di Facebook. L’azienda di Zuckerberg, principale imputato nel processo alle fake news, ad agosto aveva licenziato l’intera squadra responsabile della moderazione delle notizie più popolari condivise sul social network. Gli algoritmi che l’avevano sostituita avevano subito provveduto a lasciar passare notizie false ed offensive. Da allora è stato un susseguirsi di proclami e promesse, soprattutto dopo le critiche che hanno investito Facebook a seguito dell’elezione di Donald Trump; favorita - secondo una diffusa tesi semplicistica, popolare fra gli old media di stampo democratico - dalla diffusione di false notizie contro i democratici a mezzo social.
Complicazioni politiche a parte, l’assenza di una squadra di redattori umani garantisce a Facebook un grande vantaggio: la possibilità di continuare a negare la propria natura di “media company”, con tutti i vantaggi impliciti e l’impunità che ne consegue. Una posizione che Apple, per contro, ha abbracciato e accettato da tempo, assieme a tutte le responsabilità del caso.

“Ambaradan”, quando una parola nasce da un genocidio

La Stampa
simone vazzana

Lo hanno coniato i reduci dalla campagna in Etiopia, una guerra che ha violato la Convenzione di Ginevra ed è stata portata avanti anche grazie a tribù mercenarie


La prima pagina de “La Stampa” di lunedì 17 febbraio 1936

«Tutto l’ambaradan». Probabilmente vi sarà capitato di sentire questa parola, o magari di pronunciarla, almeno una volta. Nel corso degli anni sono nate anche pizzerie, case editrici, negozi di articoli da regalo o di antiquariato con questo nome. Ma che cos’è l’ambaradan?
Deriva da un massacro consumatosi 81 anni fa. Nel febbraio del 1936 l’esercito italiano, in piena fase di espansionismo coloniale, è in guerra contro quello d’Etiopia. Il territorio è ricco di risorse e Mussolini pensa che l’Italia possa far valere la sua presunta superiorità, culturale ma soprattutto tecnologica, in poco tempo. La realtà è un’altra. Quello etiope è un impero millenario, ricco di storia, e il suo esercito riesce a dar filo da torcere agli invasori. Così, le truppe di Badoglio fanno ricorso alle armi chimiche.


La Stampa, 1° marzo 1936

È il 15 febbraio del 1936 quando l’esercito italiano, nei pressi del massiccio montuoso dell’Amba Aradam, prova a piegare la resistenza locale una volta per tutte. Si rivolge anche delle tribù mercenarie, che però passano da una fazione all’altra a seconda della cifra offerta. Nei fatti, non si riesce a capire contro chi si stia combattendo. Insomma, «è tutto un ambaradan».
L’espressione nasce alla fine della guerra, quando i reduci la usano per descrivere situazioni di confusione durante una battaglia. «Proprio come ad Amba Radam». Da lì, per crasi, è diventata una parola unica. E per dei difetti di pronuncia, protrattisi negli anni, la “m” finale si è trasformata in “n”.


La Stampa, 14 marzo 1936

CRONACA DI UN GENOCIDIO: L’USO DELL’IPRITE
La battaglia dell’Amba Radam si risolve grazie al gas iprite rilasciato a bassa quota dall’aviazione. Anche sui civili. A terra, i soldati sparano proiettili all’arsina e al fosgene, fortemente tossici. Di fatto, si tratta di una evidente, ma rinnegata per decenni, v iolazione della Convenzione di Ginevra del 1928. L’iprite attacca le cellule con cui entra in contatto, distruggendole completamente. Causa infiammazioni, vesciche e piaghe, agisce anche sulle mucose oculari e sulle vie polmonari. La sofferenza è disumana. Nel luglio del 1936 l’imperatore deposto, Hailé Selassié, denuncia tutto all’assemblea della Società delle Nazioni, la mamma dell’Onu. L’Italia riconoscerà le sue colpe solo nel 1996, ammettendo l’utilizzo di armi chimiche in Etiopia, grazie alla desecretazione degli archivi voluta dal ministro della Difesa, il torinese Domenico Corcione.

Prove di genocidio anche nell’aprile del 1939, quando vengono chiuse le vie d’uscite delle grotte dell’Amba Aradam. All’interno vengono localizzati alcuni partigiani etiopi. La loro resistenza si sgretola sotto le bombe al veleno. Muoiono soldati e civili, donne e bambini. Chi sopravvive all’iprite è arso vivo con i lanciafiamme. Le sofferenze continuano fino al 1941, quando gli inglesi prendono il controllo della colonia italiana. Sono cinque anni di violenza indiscriminata, nascosta dal fumo dei gas: esecuzioni, stupri, campi di concentramento, torture. Nessuno ha pagato per aver violato i diritti umani. Uno dei responsabili, il governatore fascista dell’Etiopia Rodolfo Graziani, è stato inserito nella lista dei criminali di guerra senza venire mai processato.


La Stampa della Sera, 17-18 febbraio 1936

«ITALIANI, BRAVA GENTE»
Sulle violenze in Etiopia sono stati scritti tantissimi saggi, firmati da fior di antropologi. Documenti che hanno sconfessato il mito degli «Italiani brava gente», nato già all’epoca delle prime guerre coloniali (1885). Un falso storico. Sì, in Etiopia si sono costruite strade e scuole: le prime necessarie per i trasporti e gli autocarri, le seconde riservate inizialmente solo ai bianchi.

Un colonialismo breve, estremamente violento, conclusosi con un nulla di fatto. Oggi pesa nel conto delle accise sulla benzine, destinate a ripagare quella spedizione. L’Etiopia non ha mai capito il perché di quella guerra. Non è stata una colonizzazione, bensì un’invasione crudele, sprezzante di tutti i trattati internazionali. A distanza di oltre 80 anni è ancora inspiegabilmente ricordata dalla toponomastica di alcune città italiane. Da Roma a Genova, c’è “via dell’Amba Aradam”. Una testimonianza stradale di un revisionismo persistente. Per capire il paradosso, cosa pensereste se vi ritrovaste a percorrere un’ipotetica “via Auschwitz” nel cuore di Berlino?

L'amnesia selettiva della "Stampa" che dimentica i direttori sotto il fascismo

Tony Damascelli - Mer, 15/02/2017 - 08:25

Il quotidiano celebra i 150 anni con un inserto. Ma oscura perfino Curzio Malaparte



Lo smemorato piemontese ha cambiato indirizzo da Collegno a Torino, via Lungaro, al civico 15.
Cose che possono capitare quando si celebrano eventi storici e, stranamente, vengono dimenticati, cancellati dai ricordi e dalle citazioni, nomi e personaggi illustri che quella storia hanno scritto. Prendete, ad esempio, la Stampa di Torino, con sede appunto in via Lungaro. Ha festeggiato i propri 150 anni con una pubblicazione supplemento che ripercorre fatti, eventi, firme di un secolo e mezzo, partendo dagli esordi fino ai contemporanei.

Il titolo dell'opera è Il Mondo che ci aspetta. Nell'attesa del mondo e delle sue novità, è stato interessante rileggere nomi illustri che hanno fondato e illuminato le pagine di questo giornale che rimane la bandiera sul pennone più alto di una città, di una Regione, di un certo tipo di lettore, dopo la chiusura maligna de La Gazzetta del Popolo.

Bello, dunque, ripercorrere non soltanto la cronaca del secolo e mezzo attraverso i nomi di chi ha dovuto gestire, dirigere il giornale. Non tutti i nomi, in verità, risultano riportati dal supplemento. Anzi, è singolare come per il periodo che va dal '26 al '45 la Stampa non abbia avuto direttori, forse non sia nemmeno uscita dalla tipografia.

Era il tempo del fascismo, epoca dura eppure dagli archivi risulta che si siano avvicendati alla direzione del foglio torinese ben cinque direttori: Andrea Torre dal 30 novembre del '26 all'11 febbraio del '29, quindi Curzio Malaparte, dal 12 febbraio del '29 al 30 gennaio del '31, Augusto Turati, dal 31 gennaio del '31 al 12 agosto del '32, Alfredo Signoretti, dal 13 agosto del '32 al 25 luglio del '43; quindi, caduto il fascismo, il Ministero di cultura popolare approvò le nomine di Vittorio Varale dal 28 luglio del '43 al 9 agosto dello stesso anno, Filippo Burzio dal 10 agosto del '43 al 9 settembre fatidico e, sotto la R.S.I. furono direttori Angelo Appiotti, Concetto Pettinato e Francesco Scardaoni.

Nessuno di questi ha trovato spazio nel supplemento, nemmeno tra le righe di una didascalia, come è accaduto per altri. Credo se ne sia persa la memoria, spontaneamente costretti. Salutato il Duce, sono stati salutati anche i direttori. Pratica che si è ripetuta quando due anni fa venne data alle stampe, dalla RCS, una pubblicazione sui presidenti della Juventus: tutti, tranne Vittorio Chiusano, colpevole di aver fatto parte dell'epoca Giraudo-Moggi-Bettega. La memoria fa brutti scherzi, non soltanto a Collegno.

"Le scuse non ci bastano. E la Chiesa non ha punito 130 sacerdoti pedofili"

Serena Sartini - Mer, 15/02/2017 - 08:39

Il presidente di Rete Abuso: "I vescovi devono avere l'obbligo di denunciare i casi di abusi"

Le parole, seppure forti, non bastano. «Purtroppo mancano i fatti, manca la concretezza.
Chiediamo al Papa di ordinare ai suoi vescovi di denunciare i crimini di pedofilia commessi dai sacerdoti, cosicché intervenga la giustizia». È duro il commento di Francesco Zanardi, abusato da un sacerdote quando era ragazzino e ora presidente della Rete l'Abuso, associazione che assiste le vittime dei preti pedofili. Un appello che arriva all'indomani del discorso del Papa pubblicato nel libro-testimonianza di Daniel Pittet, vittima di abusi da parte di sacerdoti, in cui Francesco ha chiesto «perdono per i preti pedofili» e ha assicurato: «Saremo severissimi».

Cosa pensa dell'intervento di Bergoglio?
«Frasi inoppugnabili. Ma non ci bastano. Purtroppo mancano i fatti. C'è molta sfiducia. Abbiamo scritto tante volte al Papa, sia come singole vittime che come associazione, ma non abbiamo mai ricevuto risposte. Il 29 gennaio abbiamo inviato un video-appello chiedendo un intervento deciso e concreto al Pontefice, ma non c'è alcun dialogo. Non riceviamo risposte e questo non fa altro che aumentare il dolore delle vittime».

Cosa vi aspettate da Bergoglio? Cosa dovrebbe fare?
«Una cosa sola, ma un atto concreto forte: ordinare ai vescovi di denunciare i crimini alle autorità giudiziarie di ciascun Paese. E che i vescovi attuino queste disposizioni. Sono 15 anni che non ci si sposta da questa situazione».

Ma dipende dalle singole conferenze episcopali?
«Certamente, ma il Papa come massimo esponente della Santa Sede potrebbe dare questa indicazione. In Italia, al momento, non c'è l'obbligo di denuncia da parte dei vescovi. Ma su questo è intervenuta anche la Commissione Onu per i diritti dei minori, denunciando le politiche del Vaticano che ha permesso a religiosi di abusare sessualmente di decine di migliaia di bambini e ragazzi. Lo Stato non legifera, ma il Vaticano se ne approfitta. Non c'è nessuna apertura, e l'obbligo di denuncia dei vescovi li responsabilizzerebbe».

Bergoglio ha creato una commissione ad hoc per trattare il fenomeno della pedofilia nella chiesa.
«Peter Sanders, uno dei componenti, se n'è andato sbattendo la porta. Il motivo? La Commissione non sta facendo nulla, non esiste un provvedimento concreto a sostegno delle vittime. Non c'è nemmeno assistenza psicologica, oltre al tentativo di fermare gli abusatori».

La situazione è cambiata con Papa Francesco?
«Niente affatto. Non è stato processato alcun vescovo. Solo per citarne alcuni, ricordo mons. Dante Lafranconi, ex vescovo di Savona, pesantemente ammonito dall'autorità giudiziaria; se l'è cavata con la prescrizione; poi il cardinale Calcagno, che ha coperto diversi casi di preti pedofili, attualmente all'Apsa (Amministrazione del patrimonio della sede apostolica, ndr) e il cardinale Pell, accusato di pedofilia in Australia e ancora ministro delle finanze vaticane».

Quanti casi vi vengono segnalati?
«La Rete l'Abuso è nata nel 2009. Siamo circa 620 vittime; negli ultimi 15 anni, solamente in Italia, circa 130 preti sono stati condannati in terzo grado e altri 150 indagati. Non è un problema da poco.

Ma la chiesa non ne ha rimosso nemmeno uno».

Vaticano: ecco perchè gli Usa bloccarono il viaggio di Papa Wojtyla in Iraq

ilmessaggero.it
di Franca Giansoldati



CITTA' DEL VATICANO Il Vaticano ha svelato tutti i retroscena politici della mancata visita di Giovanni Paolo II in Iraq, nel 2000. Si trattava di un viaggio a Ur dei Caldei, dove secondo la tradizione è nato il patriarca Abramo. Gli Stati Uniti ostacolarono in ogni modo il progetto di Papa Wojtyla fino a che alla fine anche Saddan Hussein, allora saldamente al governo, fu indotto a fare un passo indietro. Era un periodo complicato, l’Iraq era sottoposto a sanzioni, gli Usa sospettavano che nascondesse armi atomiche. Nessuno immaginava che quel viaggio forse avrebbe aiutato il mondo ad evitare una guerra.

Il cardinale Giovanni Battista Re - all’epoca Sostituto alla Segreteria di Stato - ricostruisce, passaggio dopo passaggio, il progetto religioso che avrebbe creato le basi per rendere più difficile il conflitto in Iraq nel 2003, voluto principalmente dagli Usa sulla base di informazioni false e del cosiddetto Niger-gate. Il cardinale Re riflette sul fatto che le devastanti conseguenze che ancora oggi si riverberano nel Medio Oriente, dall’Isis al conflitto in Siria, non ci sarebbero state. La storia avrebbe preso una direzione diversa.

Sull’Osservatore Romano il cardinale, spiega che gli Usa erano totalmente contrari alla visita papale e fecero di tutto per bloccarla perché avrebbe «rafforzato Saddam e reso più difficile un intervento militare contro l’Iraq. Gli echi che avrebbe avuto il viaggio papale in Iraq, compiuto con la sospensione dell’embargo da parte dell’Onu, sarebbero andati in senso contrario a una guerra degli Usa finalizzata all’instaurazione di un sistema democratico. In realtà, la visita di Giovanni Paolo II in terra irachena avrebbe probabilmente orientato a trovare una soluzione pacifica, tanto più che in realtà né il sospettato programma nucleare segreto né le armi chimiche esistevano, come poi risultò».

«Un punto sembra certo: se tale infelice guerra non avesse avuto luogo, non avrebbero probabilmente avuto luogo le cosiddette primavere arabe con le conseguenze da esse portate, né l’attuale guerra in Siria che dura ormai da sei anni, né il sedicente Stato islamico, almeno per quanto riguarda le basi che esso riuscì ad avere in Iraq e in Siria. E di conseguenza neppure vi sarebbero oggi i numerosissimi profughi che fuggono dalla guerra verso l’Europa per sottrarsi alla morte. Né i migranti che, spinti dalla fame, cercano una prospettiva di futuro, mentre non pochi di essi, purtroppo, periscono tragicamente in mare, rendendo ancora più grave una emergenza che non sembra avere fine. È una pagina di storia che fa pensare».

Traditori, spie e dissidenti. I sicari tornano alla ribalta

La Stampa
gianni riotta
Amici finiti sulla lista dei sospettati fatti uccidere dai leader. In Russia Nemtsov fu assassinato a pochi passi dal Cremlino

Fiori davanti al Cremlino per l’assassinio di Boris Nemtsov

In «Dalla Russia con amore», lo scrittore Ian Fleming immagina che la spia James Bond debba essere assassinata dall’intelligence sovietica, perché la colpa ricada poi su Londra e divida così il Paese. Andrà diversamente, la fiction ha regole meno feroci della realtà, dove gli effetti di una morte non sono mai controllabili dagli assassini al potere. Kim Jong-nam, fratellastro del dittatore nordcoreano Kim Jong-un, è stato ucciso all’aeroporto di Kuala Lumpur, sterminata metropoli malese, prima si diceva con aghi avvelenati, più tardi con un cencio impregnato di sostanze tossiche.

Sicario, pare, una giovane donna (forse due secondo altre fonti) cui la polizia adesso dà – con modi non frenetici – la caccia. Kim aspettava l’aereo per Macao, l’ex colonia portoghese che ospita casinò, prostitute e l’antico seminario cattolico di San Giuseppe.Un tempo pareva che proprio Kim dovesse governare dopo il padre Kim Jong Il, ma poi il fratello ha prevalso e Kim aveva riparato tra Pechino e Macao, fonte di informazioni privilegiata per la Cina, la potenza protettrice di Pyongyang. A pochi giorni dal missile nordcoreano, testato mentre il neo presidente Trump provava a rammendare le relazioni con il premier giapponese Abe, la morte di Kim rimette l’area in confusione, e non si annuncia nessun lieto fine alla 007.
 
Omicidi brutali
Se con il nucleare il regime minaccia l’America, questo omicidio brutale manda un segnale anche al presidente cinese Xi Jinping, che aveva già visto un suo altro uomo di fiducia, Jang Sung Taek, zio dei Kim, assassinato, stavolta col plotone di esecuzione. I sicari tornano dunque a far politica nell’era digitale, come la setta degli «Assassini», in Persia, ai tempi della Prima Crociata. I nordcoreani zittiscono amici e nemici senza scrupoli, e altri potenti ormai sanno che il sangue può scorrere impunito nel XXI secolo.

Gli «amici» di Putin
La lista degli ex alleati, amici, confidenti del presidente russo Putin stroncati da morti violente e misteriose colma un’intera pagina di Wikipedia. Chi l’ha fatta franca finora, come l’ex industriale Khodorkovsky condannato a lunghi anni di galera, vive un’angosciosa routine: scorta, mai mangiare cibi non controllati, diffidare dagli estranei. Il polonio, con altri veleni testato su cavie umane nel carcere moscovita della Lubjanka già sotto Stalin, finì l’ex agente del Kgb Litvinenko nel 2006: una lista di collaboratori di Putin si stava rivoltando contro i suoi metodi – «un killer» lo hanno definito in diretta tv Usa alla Fox nei primi giorni della presidenza Trump – e uno dopo l’altro sono stati colpiti.

Dei dissidenti uccisi, l’elenco è ancora aperto, dalla giornalista Anna Politkovskaja al carismatico ex leader politico Boris Nemtsov, freddato a pochi passi dal Cremlino. Il campione di scacchi Kasparov, avversario di Putin, vive la sua vita tra mille precauzioni. Foto dell’anno 2016 è stata giudicata l’istantanea di Burhan Ozbilici, dell’agenzia Ap, che ha colto il sicario Mevlut Altintas con la pistola ancora calda dopo aver abbattuto l’ambasciatore russo in Turchia, Andrey Karlov al grido di «Allah è Grande!». Come i suoi fratelli assassini russi e nordcoreani, Altintas sapeva bene che la morte di Karlov non avrebbe rivoltato la Storia, al contrario degli agguati a Rabin, Sadat, Gandhi, Moro, M.L. King, Malcolm X, i Kennedy, l’arciduca Ferdinando. Ma sapeva che il panico virale dei new media porta il macabro messaggio lontano e a fondo.

E lo sa anche la donna, chiunque ella sia, che ha avvelenato Kim Jong-nam, habitué dei tavoli da gioco, fermato la prima volta in Giappone solo perché voleva andare a Disneyland con un falso passaporto. La regola dei cartoni animati Disney – eccezione, la mamma di Bambi – è che nessuno muoia mai per sempre. Forse per questo Kim voleva visitare Fantasyland, dopo esser nato nella terra degli Assassini, la cui regola ferrea torna a dominare in un tempo che sperammo, invano, gentile.

Facebook riotta.it

“Addormentatemi per sempre”. Così Dino ha deciso di morire

La Stampa
fabio poletti

Nel Trevigiano somministrato un cocktail di farmaci a un malato di Sla. L’infermiera che lo ha visto spirare: non è eutanasia, ho rispettato la legge


Dino Bettamin, 70 anni, aveva lavorato come macellaio nel suo paese, Montebelluna, nel Trevigiano (Foto Daniele Macca/La Tribuna di Treviso

Al bar dell’Inter vicino alla chiesa non era più riuscito ad andare. Anche i pappagallini che allevava con amore non riuscivano più a strappargli un sorriso. La vita di Dino Bettamin non era più la sua vita. Anche il lavoro da macellaio, prima da suo cugino poi alla Pavo, era un ricordo lontano. Per fortuna ogni tanto passava Guido, lo caricava su una carrozzella e lo portava a fare un giretto. L’ultima gita, se lo ricorda bene Tommaso, il figlio di Dino, l’avevano fatta 15 giorni fa: «Aveva voluto andare a prendere la cioccolata ad Asolo. Poi quando ha sentito di non farcela più ha chiesto di essere addormentato per spegnersi senza soffrire».

In questa villetta bianca a un piano dietro a una chiesa, Dino Bettamin ha vissuto tutta la sua vita e ha deciso di morire. Nel più semplice dei modi. Non rifiutando le cure. Non facendosi staccare dal respiratore che lo teneva in vita, l’ossigeno come unica cura. Solo chiedendo di non essere attaccato ai sondini esofagei o a quelli nello stomaco, lui che da settimane non riusciva più a mangiare perchè un solo boccone poteva soffocarlo. E chiedendo e ottenendo di essere sedato con un cocktail di midazolan, aloperidomo e morfina, con lo stesso protocollo adotatto per i malati terminali di cancro. Lui che non aveva il cancro ma che il termine della sua vita era solo dietro l’angolo. «Mio marito aveva paura di morire soffocato. Se non si fosse addormentato sarebbe morto così», ripete per la milionesima volta la signora Maria dopo che la storia è finita sulla «Tribuna di Treviso», dopo che le televisioni sono venute fino a qui, a questa villetta bianca con tanto verde dove lunedì, alle 16.15, Dino ha smesso di soffrire.

Ovunque sono polemiche. La parola eutanasia viene citata a sproposito. Il direttore generale della Ussl 2 Francesco Benazzi non si scompone: «Un paziente può dire: “Basta con i farmaci, lenite il mio dolore e idratatemi”. La strada è segnata dal Comitato Bioetico». E figuriamoci se si agitano Anna Tabarin e Santo Tavana, i due infermieri dell’associazione «Cura con cura», anche il nome è gentile, che per due anni sono stati a fianco di Dino Bettamin. Anna Tabarin lo ripete e si aggiusta gli occhiali mentre parla, quasi volesse esse sicura di essere capita bene: «Il signor Dino non è Eluana Englaro. Non è stato staccato nessun respiratore. Non gli sono stati tolti farmaci né gliene sono stati dati per accelerare la sua morte. Non abbiamo paura. Non abbiamo fatto niente che non sia stabilito dalla legge o dal comitato Bioetico».

Il cocktail di farmaci che lo hanno sedato, la prima volta per un malato di Sla, è stato somministrato da un medico della guardia medica. Sul referto di morte si parla di arresto cardiaco. Tecnicamente lo ha ucciso la Sla. Quello che è successo davvero lo dice Santo Tavana, un omone con la barba ma si capisce che è un buono: «Il signor Dino è morto di morte naturale nel modo più naturale possibile». Una morte che il signor Dino deve aver iniziato ad augurarsi cinque anni fa. Quando erano comparsi i primi segni della Sclerosi Laterale Amiotrofica, che tutti chiamano Sla pensando che faccia meno paura. Chi la prende ne è terrorizzato. I muscoli si bloccano. Deglutire diventa impossibile. Il respiro si ferma. «La cosa più terribile è l’angoscia che genera nei pazienti. Angoscia e attacchi di panico. Il signor Dino aveva paura di morire soffocato. Tre anni ha lottato. Poi quando non ce l’ha fatta più ha chiesto di essere aiutato a non soffrire», assicura l’infermiera Anna.

Il signor Dino lo diceva a tutti. Lo diceva alla moglie. Lo ripeteva ai figli. Anche al parroco che ogni settimana gli portava l’eucarestia a casa glielo aveva detto. Poche parole di un macellaio di paese che aveva studiato le questioni etiche legate alla malattia, aveva dialogato con la sua coscienza e alla fine a tutti ripeteva sempre quelle parole semplici perchè è semplice dire che non ce la si fa più: «Voglio dormire fino all’arrivo della morte. Senza più soffrire a causa di questa malattia». Lo aveva detto anche a Guido, il suo amico, durante quell’ultima gita per una cioccolata calda ad Asolo, se lo ricorda bene sua moglie: «Anche a noi diceva che non voleva più vivere questa vita che non era, questa che non era più la sua vita». Il suo pensiero il signor Dino lo ha dovuto dire davanti ai famigliari e agli infermieri e poi più volte ai medici. L’unica raccomandazione era che non gli togliessero il respiratore.

E alla fine dopo che sua moglie gli ha detto che tutto era stato fatto come lui aveva voluto, il signor Dino ha chiuso gli occhi e se ne è andato finalmente in pace. 

Sceglie la sedazione palliativa un malato terminale su dieci
La Stampa
paolo russo
Ma solo il 30% di chi ha un tumore riesce ad accedere a cure palliative. A giorni in Aula la legge sul fine vita, scontro sul testamento biologico

In Italia ci sono 230 Hospice, sono una rete che assiste con un’aspettativa di vita non superiore ai quattro mesi
Andarsene facendosi addormentare. La scelta di Dino Bettamin, stanco di combattere contro la Sclerosi laterale amiotrofica (Sla), è la stessa che in Italia un malato terminale su dieci decide di adottare per mettere fine alle proprie sofferenze. «Sedazione palliativa profonda», la chiamano i medici. «Ma sia chiaro che non si addormenta nessuno per farlo morire ma soltanto per non costringerlo a soffrire», precisa Assuntina Morresi, del Comitato nazionale di bioetica. La legge oggi lo consente quando la malattia è inguaribile e in stato vicino alla morte, con sintomi dolorosi, ma anche gravi crisi respiratorie, delirio o stress psicologico, refrattari a qualsiasi trattamento.
Durante la sedazione, su richiesta del malato, il medico può smettere di alimentare artificialmente il paziente o interrompere le terapie. La morte sopraggiunge da sé ma nessuno può chiamarla eutanasia, perché non c’è dottore o infermiere che l’abbia direttamente provocata.In attesa di una legge sul fine vita in Italia si va avanti così, con situazioni che diventano molto più complicate da gestire quando il malato oramai ha perso lucidità e non può più dire la sua. Perché allora la volontà dei familiari o la loro testimonianza possono non bastare.
La legge 38 del 2010
Quando il dolore diventa insopportabile o se la malattia degenera senza possibilità di guarigione una legge l’Italia ce l’ha già ed è all’avanguardia in Europa. È la 38 del 2010, quella che ha istituito la rete per le cure palliative, «che coprono tutto lo spettro delle sofferenze, non solo nel fine vita», spiega Ferdinando Cancelli, medico palliativista della Fondazione Faro, che a Torino assiste i malati oncologici terminali. 
Peccato però che, secondo un’indagine della Fondazione cure palliative solo il 30% dei pazienti oncologici riesca ad accedere ai servizi dei quali avrebbe diritto. Per non parlare poi dei bambini o di chi soffre di altre patologie. «Ma la situazione sta migliorando e comunque varia sensibilmente da regione ma anche da provincia a provincia», assicura Cancelli. E i dati sul maggior consumo di oppiacei, più 26% in tre anni, gli danno ragione.
La rete degli Hospice
Che sul come accompagnare dignitosamente un malato al fine vita qualcosa si stia muovendo lo dimostra la rete degli Hospice, che sono oramai 230 in Italia e assistono 2300 pazienti terminali con maggiore premura e umanità di quanto non sarebbe possibile garantire nei normali ospedali. «Sono ambienti curati, con camere singole e assistenza 24 ore su 24 assicurata a pazienti con un’aspettativa di vita non superiore ai quattro mesi. Noi qui a Torino abbiamo anche letti per ospitare i familiari», spiega sempre Cancelli.
Le cronache poi ci raccontano anche altre realtà. Come quella del San Camillo di Roma dove mesi fa un malato di cancro è stato lasciato morire nella camerata di un pronto soccorso, senza privacy e dignità.
Partiti divisi
Se questo è il quadro di luci e ombre su come si alleviano la condizioni di chi dalla malattia non può tornare indietro, l’interruttore è ancora spento per quelli che, da sani, vorrebbero decidere la propria sorte quando il male non da più scampo. La legge sul fine vita dovrebbe andare in Aula alla Camera a giorni, ma sul testo è ancora scontro tra l’ala laica e quella cattolica. Dividono le Dat, dichiarazioni anticipate di trattamento, con le quali chiunque, anche non malato, può esprimere la sua volontà sul fine vita in caso di malattia incurabile.
Una norma che trasformerebbe il medico in un notaio autorizzato a compiere pratiche non meglio precisate, secondo chi storce il naso davanti alla legge. Una procedura troppo burocratica, perché richiede il vaglio di un notaio o di un ufficiale giudiziario secondo l’opposta sponda. Poi c’è chi vorrebbe introdurre l’obiezione di coscienza per i medici e chi, dal fronte opposto, lamenta come nella «condivisione delle cure» tra medico e paziente alla fine sia il parere del primo a prevalere. Una querelle che a 10 anni dai casi Welby ed Englaro, sembra oramai dividere però più i partiti che il Paese.

Quando

La Stampa
jena@lastampa.it

Il problema del Pd è quando far votare gli italiani, il problema di molti italiani è quando non votare più Pd.

Gran Ballo Fascista

La Stampa
mattia feltri

Forza ragazzi, tutti al «Gran Ballo in Epoca Fascista»! Davvero simpatica l’iniziativa dell’istituto Ronconi di Roma, e con l’approvazione del ministero: un «Gran Ballo in Epoca Fascista» per gli scolari di seconda e terza media. Bellissima la locandina, con gerarchi in divisa a teatro e il Duce che scende in stivaloni le scale di una biblioteca. «Si tratta di un ballo che vuole riproporre l’ambientazione fascista», dice la circolare, e dunque «l’abbigliamento dei partecipanti dovrà essere fedele al periodo in questione». Cioè, graditi fez e camicie nere. Poi «saranno proposte musiche tipiche del Ventennio», ed è il tocco di classe: bambini di dodici anni in pista sulle note di Faccetta Nera. Ah, i familiari sono pregati di contribuire «a un piccolo buffet di bevande e salatini».

Proprio una simpatica iniziativa. Così simpatica che i genitori hanno ricoperto di mail furibonde la scuola, e ieri il ballo è stato cancellato. Siamo stati fraintesi, hanno detto a scuola, volevamo soltanto ricostruire il clima. Un vero peccato: uno studente poteva arrivare vestito da confinato di Ventotene e gli si dava una ripassata di manganello, per aggiungere quel po’ di realismo alla ricostruzione. Un altro magari veniva vestito da ebreo e lo si cacciava a calci: che clima ricostruito splendidamente. Un terzo, toh, si presentava vestito da Giacomo Matteotti e ucciderlo a coltellate no, sarebbe stato uno sgradevole eccesso di zelo, ma lo si poteva almeno lanciare nel Tevere. E poi tutti a mettere olio di ricino nel bicchiere della preside. 

"L'Italia, i torturatori e la mia giustizia negata". L'urlo di Maria, rubata ai genitori dalla dittatura uruguaiana

repubblica.it
di ALFREDO SPROVIERI

Padre e madre furono uccisi nel lager per dissidenti politici ma il tribunale penale di Roma ha assolto i presunti aguzzini. E ora lei accusa: hanno lasciato liberi i futuri golpisti. Un docufilm per raccontare trent'anni di vita alla ricerca della verità

"L'Italia, i torturatori e la mia giustizia negata". L'urlo di Maria, rubata ai genitori dalla dittatura uruguaiana
Maria Victoria Moyano Artigas

ROMA - Il docufilm “El Robo”, diretto da Carlos Asseph, (produzione indipendente che gira da mesi nelle università argentine) racconta la sua vita da nieta recuperada e il suo impegno da attivista per i diritti umani. Maria Victoria Moyano Artigas oggi studia in Argentina. Ha viaggiato da una parte all’altra del mondo per ottenere le risposte che attende da 30 anni, ma dovrà aspettare ancora. Nel 1987, grazie ad una segnalazione della scuola, si scoprì che quella bambina di nove anni era stata rapita alla nascita nel 'pozzo di Banfield', il famigerato lager per dissidenti politici.

I suoi genitori erano Alfredo Moyano Santander e María Artigas, due esuli uruguaiani. Maria Victoria è rimasta solo 8 ore con loro: li rapirono in casa in Argentina il 30 dicembre del 1977. Il padre era un giovane imbianchino, la madre una studentessa di medicina incinta al primo mese di gravidanza. Nessuno sa che fine abbiano fatto: sono desaparecidos.

La Corte Penale del Tribunale di Roma chiamata a giudicare una tranche del processo Condor - quella nella quale erano coinvolte vittime di origine italiana - ha assolto i loro presunti torturatori, fra cui l'italo uruguaiano Jorge Nestor Troccoli. Maria Victoria era in aula, e alla lettura della sentenza non ha contenuto la rabbia, cercando di ottenere spiegazioni.

Cosa voleva dire ai giudici?
"Che hanno sbagliato, che questa sentenza rappresenta un pericolo per le generazioni presenti e future perché, come dice mio zio Dardo Artigas, gli impuniti di oggi sono i golpisti di domani".

Prima della sentenza ha sostenuto che questo era un processo che si occupava non solo del vostro passato, ma anche del vostro futuro. Cosa farete adesso?
"Come prima cosa vorremmo che alla petizione che abbiamo lanciato aderissero tutti quelli che, come noi, sono indignati per questo errore. Dopo di che continueremo a lottare come abbiamo sempre fatto, perché siamo "lottatori sociali" come lo sono stati i miei genitori e tutti coloro che hanno lottato per un mondo più giusto".

Cosa avrebbe voglia di dire oggi ai suoi genitori?
"Che sono orgogliosa di loro, che sono grata dell’eredità rivoluzionaria che ci hanno lasciato loro e tutti gli altri compagni desaparecidos. E che finché continueremo nella lotta loro saranno con noi".