venerdì 17 febbraio 2017

Morite entro febbraio? «Vi facciamo lo sconto»: l'offerta dell'Outlet del funerale

ilmessaggero.it
di Massimo Chiaravalli



Avete intenzione di tirare le cuoia? Affrettatevi, entro febbraio conviene. Per voi c’è l’Outlet del funerale: ha pensato a un’offerta che non si può rifiutare. L’impresa funebre di Cologno monzese propone il decesso in saldo: «Scontiamo mille euro», promette.



Il “Funerale elegante” – questo il pacchetto – a soli 1.499 euro comprende trasporto con carro funebre Mercedes «ultimo modello», quattro uomini in divisa, mezzo cofano di fiori, coccarda, tavolino e registro firme, insieme a un «cofano superior». C’è pure il disbrigo pratiche e l’assistenza di conforto. Per chi resta, naturalmente. Insomma, passare a miglior vita non è stato mai così conveniente.

Ma l’Outlet ha avuto un pensiero proprio per tutti. L’ultimo, se le cose andranno per il verso giusto. Tra le varie offerte spiccano infatti il “Funerale prezzo anticrisi” a soli 1.099 euro o il “Pacchetto outlet elegante” a 2.499. Fino al non plus ultra dello sfarzo, il “Funerale vip gold”: con 6.999 euro il carissimo estinto potrà abbandonare questa terra in Limousine. E sul cofano funebre ci sarà la possibilità di inserire «vere e proprie “opere d’arte” eseguite da veri maestri di street art». Facendo gli scongiuri, anche dopo febbraio

No, PewDiePie non è un razzista

lastampa.it
gianmaria tammaro

Prima la Disney, poi YouTube hanno cancellato i loro accordi con lo youtuber con più iscritti al mondo. Perché? “Perché è razzista”. Ma non è così – non veramente, almeno


PewDiePie, ovvero Felix Kjellberg, classe ’89, svedese: è lo Youtuber con più iscritti al mondo

Prima un po’ di fatti: PewDiePie, ovvero Felix Kjellberg, classe ’89, svedese, è lo Youtuber con più iscritti al mondo. A oggi, ne conta oltre 53 milioni. La media visualizzazioni dei suoi video si aggira attorno ai 4 milioni. È diventato famoso grazie ai suoi gameplay: lunghe sessioni di gioco registrate al computer. Lentamente ha cambiato genere, specializzandosi in vlog ironici e video (più o meno) comici.

Nel corso degli anni è stato protagonista di cartoni animati (South Park), è finito sulla copertina di alcune riviste (Variety), ha scritto un libro e sviluppato due videogiochi. Vive in Inghilterra, a Brighton, dove – dice – la connessione Internet è migliore. È fidanzato con l’italiana Marzia Bisognin, di Venezia, anche lei Youtuber, nota con il nome di CutiePieMarzia.

Da alcuni giorni, PewDiePie ha riguadagnato le home dei siti dei maggiori giornali di settore (The Verge, Polygon, WIRED) e dei più importanti quotidiani (Wall Street Journal) per – questo si dice – “battute razziste”. Prima la Disney, con cui PewDiePie aveva un accordo commerciale, poi YouTube, che si preparava a rilasciare la seconda stagione del suo show, Scare PewDiePie, hanno rescisso i loro contratti con lo Youtuber.

E nel mondo, specie in quello di media, non fa che rincorrersi la voce – piuttosto insistente – che questa volta Felix abbia esagerato: che nei suoi video ci siano contenuti eccessivi, dallo sfondo razzista, in cui si inneggia alla morte di, citiamo, “tutti gli ebrei”.Il Wall Street Journal, addirittura, ha aperto un’inchiesta e su YouTube ha caricato un video in cui vengono raccolti tutti i momenti in cui, nel corso degli ultimi mesi, PewDiePie si è lasciato andare a dichiarazioni antisemite.

Il problema, si scopre, è che sono tutte frasi estrapolate da altri video che hanno sempre avuto l’intenzione di essere ironici. Questo, ovviamente, non giustifica lo Youtuber (una pessima battuta resta una pessima battuta, bene inteso) ma non lo condanna nemmeno. Quella dei media e delle due società, Disney e Youtube, rischia di diventare l’ennesima campagna diffamatoria, costruita su frasi di circostanza che non tengono minimamente conto del contesto. Sì, il contesto: per una battuta, spesso, è fondamentale.

L’accusa principale che viene rivolta a PewDiePie è di aver istigato all’odio. In uno dei suoi video (ora non più disponibile, ndr) aveva chiesto, tramite una piattaforma online specializzata in “servizi a pagamento”, a due indiani di ballare e srotolare un cartello su cui c’era scritto “morte a tutti gli ebrei”. Il punto è che nemmeno PewDiePie, quando ha mandato la sua richiesta, pensava che i due avrebbero acconsentito. Ha sbagliato, dopo, nel mostrare il footage raccolto, ma lo ha fatto – così si è giustificato – per dimostrare gli eccessi e il nonsense di Internet. 

Era uno scherzo? Sì. Aveva un obiettivo particolare? Sì, quello di dimostrare come, a oggi, non ci sia ancora una vera e propria regolamentazione online. Faceva ridere? Assolutamente no. Ma non per questo merita l’etichettatura – piuttosto forzata, tra l’altro – di “razzista”. Sempre nello stesso video, era presente uno spezzone in cui un attore, della stessa piattaforma, vestito da Gesù giustificava Hitler. Anche quella era una battuta e anche piuttosto pesante, ma visto il contesto – chiaramente uno scherzo – non è stata minimamente presa in considerazione.

PewDiePie ha pubblicato un nuovo video qualche ora fa. E il suo messaggio è chiaro: questo - dice - è un attacco dei media contro di lui. «Ai giornali vecchio stile non piacciono le personalità di Internet. Perché hanno paura di noi. Abbiamo influenza e un seguito ampio. E non credo che lo capiscano, ed è per questo che continuano ad attaccarci in questo modo». È una frattura netta, precisa, tra un mondo – quello offline, di un certo modo di pensare, di altre generazioni – e un altro – più dinamico, digitale, di YouTube e social network. Resta l’evidenza dei video che PewDiePie ha girato in questi anni, e il fatto che si sia sempre spinto, anche se mai così tanto, al limite. Anche in questo ultimo video, si autodefinisce un “rookie” della comicità, ovvero un esordiente. 

«Personalmente - dice in chiusura - penso che siano loro [i vecchi media, ndr] a normalizzare tutto questo odio. Perché c’è veramente odio, là fuori. Ci sono dei problemi veri. E invece loro festeggiano che il mio show sia stato cancellato. Perché non ci concentriamo sui veri problemi? Questo è il modo in cui si discute delle cose nel 2017. Io resto qui – promette PewDiePie -. Continuerò a fare video».

L’Italia lancia la sfida alle pillole d’oro. “Giù i prezzi o le produciamo noi”

lastampa.it
paolo russo

Trattativa serrata con i produttori. L’Aifa: la salute viene prima dei brevetti


L’Agenzia del farmaco vuole contrastare il fenomeno dei viaggi della speranza per l’acquisto a buon mercato dei farmaci in India

Produrre in proprio, negli stabilimenti farmaceutici militari di Firenze, le pillole d’oro anti-epatite, anteponendo al rispetto dei brevetti le più alte ragioni di tutela della salute pubblica. Roba da far mandare in fibrillazione big-pharma e i mercati finanziari di mezzo mondo che la spingono, quando a tentare la mossa furono India e Sudafrica. Figuriamoci se a minacciare il passo è l’Italia, industrializzato Paese del G7. Anche perché quel che vale oggi per i malati di epatite C, potrebbe valere domani per molti altri super farmaci dai prezzi stratosferici. Come quello da 300mila dollari già commercializzato negli Usa e che promette di prolungare l’aspettativa di vita dei malati di tumore al polmone di 5 anni.

La prossima settimana parte la trattativa no-stop per ricontrattare i prezzi dei medicinali anti-epatite. Obiettivo dell’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, è eradicare in 3 anni il virus, curando 298mila persone con viremia accertata. Per questo il governo è pronto a portare da 226 a 273 i centri specializzati per il trattamento e a spendere larga parte del miliardo e mezzo già stanziato per i farmaci innovativi. Che non basteranno se la Gilead, la multinazionale produttrice di Sovaldi e Harvoni, i medicinali che curano tutti e quattro i ceppi dell’epatite C, continuerà a sparare alto. Per ora si parla di un prezzo intorno ai 13mila euro.

L’Aifa non è disposta a sborsarne più di 4mila, la stessa cifra pagata oggi per gli ultimi scaglioni degli oltre 67mila pazienti già trattati. «Se non prevarrà l’etica del buon senso eradicheremo il virus lo stesso, ricorrendo a tutte le soluzioni possibili», minaccia Mario Melazzini, il direttore generale dell’Aifa, che da anni combatte la sua battaglia contro la Sla e che meglio di altri comprende le ragioni dei malati. Poi è lui stesso a chiarirci quali siano le armi segrete. La prima «è seguire l’esempio della Francia, consigliando ai centri specialistici che assistono i malati di epatite gli altri farmaci di pari efficacia, che non combattono tutti i ceppi del virus, ma quelli comunque più diffusi, il I e il IV». Come dire lasciare le briciole alla Gilead.

L’altra è quella destinata a fare più scalpore. «Se non accetteranno di ridurre i prezzi –cala giù l’asso Melazzini - potremmo arrivare a chiedere al governo come estrema ratio l’applicazione degli accordi internazionali Trips del 2006, che in caso di emergenze di salute pubblica consentono agli Stati il ricorso alla licenza obbligatoria». Tradotto: produrre pillole di Stato sbattendosene del brevetto. In realtà, come spiega lo stesso dg dell’Aifa, questa deroga l’accordo Trips la prevede solo per Paesi dal Pil più modesto. Ma ad acconsentire di forzare la mano ci sarebbe anche il regolamento Ue 816/2016 che fa riferimento sempre alla licenza obbligatoria per necessità di salvaguardia della salute pubblica.

«Chiediamo alle aziende un prezzo etico perché intendiamo estendere anche ai pazienti meno gravi il diritto alla cura, altrimenti il virus continuerà ad infettare altre persone. E non dimentichiamo –aggiunge Melazzini - che l’Italia è uno dei Paesi con più alta presenza di hcv».Che qualcosa in più si possa fare lo racconta la storia di Gilead Sciences, che non produceva pillole quando nel 2012 ha fatto l’affare, acquistando per 11,2 miliardi di dollari Pharmaset, che Sovaldi l’ha scoperto. Quella pillola già il primo anno ha cominciato a fruttare 20 milioni di euro al giorno, 15 miliardi l’anno. Una miniera d’oro sulla quale il Senato americano ha a suo tempo avviato un’inchiesta, scoprendo che, la ricerca e lo sviluppo del Sovaldi sarebbero costati solo 62,4 milioni di dollari, cioè una parte insignificante rispetto ai ricavi ottenuti grazie alla politica dei prezzi stellari.

Che i costi sostenuti per la ricerca non giustifichino un salasso del genere lo dimostra anche il fatto che in Egitto, dove c’è meno da mungere, il super-farmaco è stato offerto a soli 700 dollari a trattamento. Il 98% in meno del prezzo sparato in Usa e in Europa. In Italia questo significa dover entrare in farmacia e sborsare ben 74 mila euro. A meno che non si rientri nei rigidi parametri che danno diritto al rimborso. Ma bisogna essere arrivati alla cirrosi conclamata, al tumore o al trapianto di fegato. E anche su questo l’Aifa farà pressing per calmierare i listini. Ponendo fine a quei viaggi della speranza verso l’acquisto a buon mercato dei farmaci in India, che di certo non fanno onore al nostro welfare.

BlackBerry al tramonto: la quota di mercato è pari a zero

lastampa.it

Ma fra qualche giorno l’azienda presenterà due nuovi smartphone al Mobile World Congress. Prossimo all’estinzione anche Windows Phone di Microsoft, con lo 0,3%



BlackBerry al tramonto, la sua quota di mercato è pari a zero, il punto più basso. A sancire una tendenza già nota, gli ultimi dati della società di analisi Gartner sulle vendite globali degli smartphone: nell’ultimo trimestre del 2016 i dispositivi equipaggiati col sistema operativo della compagnia canadese sono stati poco più di 200 mila su un totale di oltre 431 milioni, per una quota di mercato dello 0,0 per cento. Ancora in calo dallo 0,2% del 2015.

Nel 2009, all’apice della popolarità, BlackBerry era riuscita a conquistare il 20 per cento del mercato: uno smartphone su cinque era un BlackBerry. L’azienda sembra però non demordere, tanto che sarà presente al Mobile World Congress di Barcellona a fine febbraio con due nuovi modelli.Secondo i dati Gartner, il sistema operativo più diffuso è Android di Google, con una quota di mercato dell’81,7% nel trimestre, seguito da iOS di Apple che sfiora il 18%. Prossimo allo zero anche Windows Phone di Microsoft, con lo 0,3%.

Quanto ai produttori, complessivamente per il 2016 Samsung si conferma al top delle vendite col 20,5% del mercato, seppur in calo dal 22,5% dell’anno precedente. Segue Apple col 14,4% (pure in calo dal 15,9% del 2015). Restringendo il campo ai dati dell’ultimo trimestre 2016 Apple con il 17,9% delle vendite ha scalzato la compagnia sudcoreana, anche se di pochissimo, che ha ottenuto il 17,8%. Nell’intero 2016 Gartner rileva la crescita di Huawei, al terzo posto con quasi il 9% del mercato globale (7,3% nel 2015), e di OPPO, al quarto posto col 5,7% (2,8% nel 2015). 

La Corte Ue: “Legittime le agevolazioni fiscali gli istituti cattolici”

lastampa.it



Le esenzioni fiscali a favore delle scuole religiose non violano, in linea di principio, il divieto di aiuti di Stato. Lo stabilisce l’avvocato generale della Corte Ue Juliane Kokott, nelle conclusioni relative ad una causa che vede opposto il municipio (Ayuntamiento) di Getafe, una città dell’area metropolitana a sud di Madrid, e la Congregaciòn de Escuelas Pìas Provincia Betania.

Forestali, finti malati e vitalizi. Ecco l'isola del Bengodi

Angelo Amante - Ven, 17/02/2017 - 08:12

I 23mila agenti costano 250 milioni, quanti abusi sui permessi. E i politici in pensione pesano per 18 milioni



Non solo la libertà di non pagare tasse per cinquantadue miliardi di euro come svelato ieri dal Giornale, ma un intero sistema di illegalità e compiacenze, che fa della Sicilia un'isola del Bengodi. Con soldi pubblici. E naturalmente a vantaggio dei furbetti con un santo in paradiso.I più noti tra questi sono i ventitremila forestali, arruolati periodicamente da politici a caccia di voti. Secondo una relazione presentata dalla Corte dei conti regionale, costano 250 milioni di euro l'anno.

Non basta. A causa di un accordo sindacale, dal 2002 a oggi seimila addetti all'antincendio si sono visti rimborsare trasferte, anche di pochi chilometri, per ulteriori 40 milioni. La macchina pubblica è elefantiaca, malgrado la riduzione dei costi raggiunta grazie a una pioggia di pensionamenti. Nel 2016 la Regione ha speso quasi 600 milioni di euro per gli stipendi del personale, cento in meno dell'anno prima. Ciò nonostante, la cifra rimane sei volte superiore a quella sborsata dalla Lombardia.

La Sicilia è anche terra di malati immaginari. I più cagionevoli di salute sono gli agrigentini, capaci di denunciare le più svariate patologie, dai problemi di udito fino al diabete, allo scopo di ottenere i benefici della legge 104. Sono centinaia di insegnanti e bidelli, desiderosi di assicurarsi un posto di lavoro vicino casa. E ci riuscivano, con l'aiuto di medici compiacenti oggi finiti sotto indagine.

Il sistema di smaltimento dei rifiuti fotografa meglio di tutti il legame tra sprechi e malaffare nella regione governata da Rosario Crocetta. Quindici miliardi buttati dal 2002 a oggi, senza trovare soluzioni alternative alle discariche. Una differenziata pressoché inesistente (al dodici per cento) e l'assenza di termovalorizzatori portano nelle tasche degli imprenditori del pattume 800 milioni l'anno. Il risultato, nonostante i siciliani paghino cifre astronomiche per la gestione dell'immondizia, è il collasso del sistema. Sacchi neri per le strade, impianti stracolmi e l'ombra della mafia che avrebbe imposto assunzioni alle ditte.

Le mani di Cosa nostra si allungano anche sulla società che operano nella rete idrica. Lo scorso anno la Dda di Palermo ha messo nel mirino la Girgenti Acque, attiva nel territorio di Agrigento. Anche in questo caso, l'illegalità si sarebbe accompagnata a un sistema di assunzioni in cambio di voti. Un capitolo a parte è lo scandalo formazione professionale. Gli enti sorti in tutta l'isola avrebbero utilizzato fondi regionali per 200 milioni di euro a scopo privato. Soldi dei cittadini finiti in automobili, gioielli e orologi.

La politica pura, quella dei palazzi, non si comporta meglio delle amministrazioni che governa. La Sicilia spende 18 milioni l'anno per pagare i vitalizi agli ex deputati regionali e le pensioni di reversibilità ai parenti. È una cifra più alta di quella necessaria a saldare gli stipendi annuali dei componenti dell'assemblea. Esponenti di tutti i partiti sono stati condannati dalla Corte dei conti a restituire soldi pubblici scialacquati negli anni trascorsi a Palazzo dei Normanni. L'ultimo in ordine di tempo è Francesco Musotto, ex capogruppo del Movimento per l'Autonomia di Raffaele Lombardo, che dovrà restituire 589mila euro. Completano il quadro le spese per l'acquisto di «materiale informatico e tecnico» nel 2016.

La Sicilia ha speso in penne e matite 1,7 milioni di euro, contro i 112 mila della Lombardia e i 640 mila della Campania.

Trieste, 12 milioni alla coop ​per accogliere gli immigrati

Michel Dessì - Gio, 16/02/2017 - 17:49

Le cooperative dovranno garantire a 900 richiedenti asilo vitto, alloggio e, naturalmente, il famigerato pocket money: il bonus giornaliero

E costa, si che costa l’accoglienza al nostro Paese. E anche tanto. Fior di milioni di euro.
Soprattutto a Trieste dove, con la benedizione del Ministero dell’Interno e della Prefettura, ai migranti arrivano ben 11.497.500 euro. Iva esclusa, si intende. A vincere l’appalto milionario il Consorzio Italiano di Solidarietà insieme ad una cordata di associazioni e cooperative: c’è la Fondazione Diocesana Caritas Trieste ONLUS; Lybra Soc. Coop. sociale ONLUS; Duemilauno Agenzia Sociale Soc. Coop. sociale Impresa sociale ONLUS; La Collina Soc. Coop. Sociale ONLUS Impresa sociale. Le cooperative dovranno garantire a 900 richiedenti asilo vitto, alloggio e, naturalmente, il famigerato pocket money, il bonus giornaliero che viene dato agli immigrati nei centri di accoglienza per le piccole spese quotidiane, per un anno. Tutto a spese dello Stato. O meglio, dei contribuenti.

La denuncia arriva da Riccardo Prisciano, di Fratelli d’Italia. Non è il primo scandalo che scoppia nella terra guidata dalla democratica Debora Serracchiani. La regione rossa, infatti, è assurta più volte agli onori della cronaca per aver finanziato diversi corsi per gli immigrati. Da quello di scii a quello di calcio, da quello pre-parto a quello teatrale. Ma oggi, quello che indigna di più, è il cospicuo finanziamento (11.497.500 euro) assegnato alla provincia più piccola d’Italia. “E quanto spenderanno per la provincia di Udine?” Si domanda un anziano signore. Al momento non è dato sapere. E pensare che con 12 milioni di euro il Governo avrebbe potuto comprare circa 200 case in legno per i terremotati. Dando così una degna sistemazione alle centinaia di famiglie italiane costrette a vivere in tenda dopo il sisma del 24 agosto. Così vanno le cose in italia, ormai Terra di paradossi.

A Bettola tra delusione e rimpianti. “Il rottamatore ha tradito il partito”

lastampa.it
niccolò zancan

L’amica d’infanzia di Bersani: «La gente si è sentita trattata male, Renzi vuole decidere tutto a Roma, per lui i circoli sono inutili»


Bettola, paese natale di Pierluigi Bersani,è un comune di circa 3 mila abitanti in provincia di Piacenza. Qui a destra un momento di un comizio dell’ex segretario

«Pierluigi sta soffrendo molto». «Pierluigi è una persona seria». «Guarda che per far litigare uno come Pierluigi devi proprio tirarlo dentro…». Odore di legna ad ardere nelle stufe. Un aereo nel cielo sopra il campanile del Santuario della Madonna della Quercia. E qui, sotto la vecchia casa del maestro partigiano Gino Pancera, che combatté i nazisti acquartierati sul versante opposto della piazza, adesso si ferma una signora che ha fatto molta strada assieme a Pierluigi Bersani.

Scuola elementare, scuole medie, la corriera per Piacenza ai tempi del liceo: «Io e Pierluigi siamo coetanei. Il sabato ascoltavamo i primi complessi americani nel jukebox al bar della stazione». La stazione non c’è più. E non c’è più neanche l’unico circolo del Pd di Bettola, che era gestito proprio da lei, la signora Marcellina Anselmi, di professione commercialista.«La cosa più assurda è che hanno usato questa storia delle tessere non rinnovate contro Pierluigi. Ma è esattamente il contrario. Renzi vuole un partito leggero con il verbo unico pronunciato in televisione. Vuole un partito che decide tutto a Roma. E allora è ovvio che i circoli, non solo il nostro, si sono sentiti inutili».

Quante cose stanno scomparendo qui, lungo la statale 654 che attraversa l’Emilia e finisce a Chiavari in Liguria. Anche il torrente Nure, che divide in due il paese natale di Pierluigi Bersani, oggi è quasi in secca. Eppure questa non è solo una storia sul tempo passato. «Io non ho paranoie di sinistra», dice la signora Anselmi. «Da ragazza non ho scelto il partito comunista per Marx e Lenin, ma perché era un partito di persone serie. Io l’ho scelto per Berlinguer. Quello era un partito dove non ci si accoltellava alla schiena, dove tutti cercavano di darsi una mano. Per me un compagno era esattamente questo: una persona seria e onesta, uno che se poteva ti aiutava. Eravamo una comunità.

Ovvio che adesso, quando Pierluigi va in strada, la gente lo ferma e gli dice: “Ma cosa ci fai ancora con quello lì?“. Ecco cosa intende, secondo me, quando dice che la scissione c’è già nel Paese».

Quello lì è il segretario Matteo Renzi. L’usurpatore. «No, non è una questione di vecchi o giovani, Renzi era stato accolto bene.Ma si tratta di guardare le cose. Se la gente si sente trattata male, se ne va. Mi sembra normale. Ed è questo che ha fatto Renzi durante i suoi anni di governo: ha ferito la gente. Penso a tutte le persone iscritte alla Cgil, e lo dico da libera professionista senza tessera. Penso all’Anpi, i nostri partigiani.

C’è tutto un popolo che non si sente rappresentato dai suoi modi di fare. Non saprei dire se quello di Renzi sia stato un errore o una scelta. Ma ha puntato sempre a destra, e ora siamo qui a parlare di scissione». La stazione di benzina della famiglia Bersani è ancora al suo posto, sul versante più popolare del paese. Proprio di fronte, in una casetta giallina di due piani, abita il fratello di Pierluigi Bersani. Si chiama Mauro, ha quasi lo stesso viso, è un chirurgo: «Non sono sempre d’accordo con Pierluigi. Io avevo simpatie per il partito Repubblicano di Ugo La Malfa. Quindi sono abituato agli inizi, ed anche alle fini. La mia idea su quello che sta succedono nel Pd è questa: tutto deriva sempre dal verbo rottamare. Stanno solo costringendo i vecchi del partito ad andarsene via, in un modo o nell’altro».

Tremila abitanti, molti artigiani. Una solida tradizione democristiana, che qui storicamente è sempre stato il partito dominante. Ma c’è anche questa sarta di nome Adriana Sala, ex operaia di una fabbrica chiusa, che adesso parla sotto l’insegna del suo negozio «Punti e fantasia, riparazioni su misura»:«Ho sempre votato Pd. Lo faccio per mio padre, che era un operaio e un comunista. Non mi piace per niente quello che vedo. Questo continuo litigare mentre l’Italia è in condizioni drammatiche. Ognuno vuole portare acqua al suo mulino. Ma invece che separarsi, dovrebbero unirsi ancora di più. Sono sincera: non riesco a capire chi abbia ragione fra Renzi e Bersani.

Ma so che Pierluigi è una persona molto perbene, nessuno qui hai mai sentito qualcosa sul suo conto. Se lo hanno portato a questo punto, a parlare di scissione, deve essere davvero in difficoltà. Lui non è uno che vuole sfasciare il partito». È quello che pensa anche la signora Marcellina Anselmi, forse davvero e definitivamente l’ultima segretaria del Pd di Bettola: «Si vede che Pierluigi sta soffrendo molto in questo momento. Lui è un generoso che cerca sempre di ascoltare gli altri, uno che tenta continuamente una mediazione. Non è da guerra, Pierluigi è per la pace. Ma non possono pretendere che questo sia un partito di signorsì. In quel caso, almeno tolgano la parola democratico dal nome». 

Wikileaks: la Cia spiò i candidati alle elezioni presidenziali di Francia 2012

lastampa.it



Tutti i principali partiti politici francesi sono stati spiati dalla Cia, nei sette mesi che hanno portato alle elezioni presidenziali del 2012. Lo ha rivelato WikiLeaks attraverso il suo sito web, affermando che lo spionaggio è avvenuto attraverso “spie umane” ed elettroniche. Citando tre ordini della Cia, parte delle informazioni riservate ’Vault 7 series’, vengono descritti come bersagli il partito socialista, il Front National, l’Unione per un Movimento Popolare, l’attuale presidente François Hollande, l’allora presidente Nicolas Sarkozy, la leader del FN Marine Le Pen, i candidati Martine Aubry e Dominique Strauss-Khan. 

Tra gli obiettivi elencati dalla Cia c’erano le informazioni sulle posizioni private di Sarkozy “sugli altri candidati” e il modo in cui interagiva con i propri consiglieri, così come sulle strategie elettorali dei candidati dei partiti d’opposizione, sulle dinamiche interne ai partiti e sui loro leader, sulle posizioni sugli Usa e i tentativi di entrare in contatto con altri Paesi tra cui Germania, Regno Unito, Libia, Israele, autorità palestinesi, Siria e Costa d’Avorio. Ancora, l’ordine era di indagare le politiche sulla crescita economica nazionale e le opinioni sul modello tedesco, le posizioni sulla crisi economica nell’Unione europea e nell’eurozona, nonché sulla situazione economica greca.

Wikileaks scrive inoltre che gli ordini della Cia erano “classificati e riservati a occhi statunitensi, a causa della “sensibilità degli amici nei confronti degli amici”. L’obiettivo dello spionaggio, afferma il sito di Julian Assange, era raccogliere informazioni per “sostenere” le attività della Cia, della sezione dedicata all’Unione europea della Defense Intelligence Agency (Dia) e della sezione Intelligence e ricerca del dipartimento di Stato. L’operazione, prosegue Wikileaks, si è svolta per 10 mesi dal 21 novembre 2011 sino al 29 settembre 2012, vale a dire oltre le elezioni presidenziali di aprile e maggio 2012.

Negli hotel termostati “truccati”, alla temperatura non si comanda

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letizia tortello

L’indagine condotta dal Wall Street Journal e dall’Economist rivela le strategie degli alberghi per risparmiare energia. Ma sul web c’è chi insegna ad aggirarle



Avete presente una bella pacca sulla spalla, dopo che vi siete svegliati nel cuore della notte tutti sudati, con il piumone dell’hotel che scalda come una stufetta indiavolata? Ecco, l’effetto è quello. Potete pigiare tasti su e giù finché volete, ma la maggior parte dei termostati degli hotel, in stanza, non funzionano. Un’illusione pensare che la temperatura possa essere controllata dal cliente: la regolazione è centralizzata. Insomma, se sentite un sollievo, più caldo o più freddo, non è vero. 

A fare la rivelazione «hot», si potrebbe dire viste le temperature che raggiungono certi termostati degli alberghi, sono stati a pochi giorni di distanza due giornali americani, il Wall Street Journal e l’Economist, che hanno condotto insieme un’inchiesta sui termostati truccati, o meglio dire i «termostati placebo». La strategia e l’obiettivo dei gestori degli alberghi, in particolare delle grandi catene, è ovviamente il risparmio. Gli ospiti dovrebbero essere contenti, visto che, per quanto caldo o freddo sprecato si accumula nelle stanze, il costo dell’energia verrà ridistribuito sugli ospiti successivi. Insomma, tutti pagano gli eccessi.

Un motivo che dovrebbe essere sufficiente per smettere di adottare comportamenti diffusissimi, come quelli di chi, d’estate, esce dalla camera e lascia furbescamente una tessera inserita, in modo che non si stacchi il condizionatore. Già, troppo gravoso sopportare quei 5 minuti di afa al rientro. Ma se la temperatura non può essere controllata da chi occupa la camera, è altrettanto vero che i nuovi sistemi di regolazione non sono a discrezione del gestore. Si basano su un sistema di rilevazione a raggi infrarossi, che intercetta se c’è qualcuno in stanza, una sorta di Grande Fratello. O ancora, il termostato si regola su porte e finestre, se e quando vengono aperte. 

L’Hilton di New York, rivelano il quotidiano e il settimanale americani, ha un sistema che mantiene le stanze vuote a 78 gradi Fahrenheit (25° C), che passa a 74 (23° C) quando un ospite fa il check in. Il sistema è in grado di raffreddare la camera in cinque minuti. Questo sistema ha contribuito a ridurre il consumo di energia del 14% dal 2009. Bisogna fare anche attenzione ad un altro elemento: la mancanza di pulizia dei termostati li rende imprecisi anche del 20%.

È pure vero che in hotel si va per stare comodi e coccolati. E molti, soprattutto le donne, adorano le temperature confortevoli, anche se questo significa dormire con qualche grado in più. Chi non la pensa così, invece, e frequenta spesso le stanze d’albergo, ha sfruttato il web per ribellarsi e organizzarsi. Sono nati tutorial su Youtube, che insegnano ad aggirare i blocchi della temperatura imposti dalla reception, smanettando sul computerino e impostando la modalità VIP. Stessa idea su Tumblr, se si cerca Thermostatbypass. Fermo restando che, se tra moglie e marito non c’è accordo sull’aria condizionata o sul calore da tenere in stanza, non c’è termometro placebo che tenga. Chi la dura la vince. 

Gli italiani sempre più online grazie a smartphone e tablet

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I dati ComScore: cresce del 12 per cento rispetto al 2015 l’accesso a Internet da dispositivi mobili, e così oggi due persone su tre sopra i 18 anni sono connesse. Le app più usate sono Facebook e Whatsapp



Italiani sempre più su internet e, soprattutto, più connessi grazie a smartphone e tablet, giovani in testa. Le attività preferite? Chat e social, con Facebook e WhatsApp che quasi monopolizzano il tempo trascorso sulle applicazioni, anche se la fruizione dei video è in ascesa. Sono i dati del rapporto «Internet in Italia - I Trend del 2017» di comScore.

L’indagine evidenzia l’aumento della popolazione online in Italia: a dicembre 2016 due italiani su tre sopra i 18 anni (il 64%) risultavano connessi, dato trainato dagli accessi da dispositivi mobili (+12% rispetto al 2015). Tuttavia il gap rispetto ai mercati più sviluppati, dal punto di vista digitale, è ancora evidente: la penetrazione complessiva di internet è più alta negli Usa (87%), nel Regno Unito (83%) e anche in Francia (79%), Spagna (78%) e Germania (77%). Aumentano in Italia gli utenti che possono definirsi «mobile only», ovvero che si connettono solo da dispositivi mobili: rappresentano un terzo di coloro che si collegano tramite pc desktop e sono principalmente ragazzi.

Il traffico internet via smartphone e tablet, rileva la società di ricerca, è concentrato su determinate tipologie di contenuti e su poche applicazioni. L’attenzione degli internauti nel nostro Paese è catalizzata soprattutto da messaggi e social network, a differenza di quanto accade negli Usa o nel Regno Unito dove da «mobile» si accede principalmente a contenuti di intrattenimento. Anche questo comunque è un trend che nel breve periodo potrebbe essere più forte in Italia, spiegano gli analisti: nel nostro Paese sono 4,4 milioni gli utenti che guardano video quasi ogni giorno da «mobile».

La crescita delle visualizzazioni da smartphone in Italia (+15% nel 2016) è seconda solo a quella registrata in Germania (+19%) e conferma il potenziale della fruizione di video online in mobilità.
Sulle app si trascorre oggi circa il 90% del tempo su dispositivi mobili e il 57% del totale del tempo speso in rete. La concorrenza è spietata: 6 minuti ogni 10 vengono trascorsi su Facebook o WhatsApp (la chat che è sempre di proprietà di Mark Zuckerberg). In termini di penetrazione sugli utenti di smartphone, tutte le prime dieci applicazioni appartengono solo a due colossi: Facebook o Google.

Infine il rapporto analizza la penetrazione in Italia dei software adblock, quelli per non visualizzare le inserzioni pubblicitarie mentre si naviga in rete. Il fenomeno nel nostro Paese risulta contenuto: solo i 13% degli utenti che navigano da desktop ne ha installato uno e la penetrazione su smartphone e tablet per gli analisti è marginale.

Scissione

lastampa.it
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Ma con tutti i problemi che abbiamo, non ce ne bastava uno di Pd?

“Gli italiani buoni non sono mai esistiti”

Bruno Giurato

IN RICORDO DI PIERO BUSCAROLI, MORTO IL 15 FEBBRAIO 2016

email abbiati - abbiati -

Altro che Piero il terribile: cortese, cortesissimo, spunta in cima alle scale della casa nel centro di Bologna, lo sguardo da Re Leone. Al telefono aveva detto: «È passato a trovarmi un reduce della RSI. Aveva perso la guerra e alla fine era in pace. Io non l’ho fatta perché ero troppo piccolo, ed è finita che ho dovuto odiare al posto loro. Per sessant’anni».

Ma a 82 anni Buscaroli più che di combattere ha voglia di raccontare, intrattenere, perfino ridere: «Gli dei mi avevano assicurato che nel 2012 sarei morto. Invece dicono tutti che sto bene, se lo dicono loro… Mi hanno trovato un po’ di diabete. Raccontava un amico napoletano, Oderisio Piscicelli Taeggi, ufficiale del Regio Esercito: “il diabete è la malattia più deliziosa del mondo. È una schermaglia quotidiana con la glicemia”». 

Storia, giornalismo, musicologia: Buscaroli ha scritto «in guerra». «Il mio Beethoven ha corretto più di 150 dati storici. Per decenni mi sono domandato se avrei avuto la forza di prendere per il collo questo gigante. Mi sono chiuso nella casa in campagna, a Monteleone, per quattro anni: mangiavo e dormivo quando capitava. Una volta ebbi un collasso, se ne accorsero in tempo per fortuna».

Ma Dalla parte dei vinti (Mondadori, 2010) è una controstoria italiana, risentita, sì, però piena di dati, episodi, cose. E ora La bancarotta dei vincitori (uscirà in primavera per Minerva edizioni, pare gli abbiano assicurato la massima libertà e il minimo di editing). C’è il revisionismo «alla Buscaroli», ma anche i pezzi dal Vietnam, pieni di vitalismo e curiosità; e i ricordi dei maestri. Oltre all’animo eracliteo da Polemos signore di tutte le cose, emerge la gioia sottile di raccontare.

Nel libro emerge un Leo Longanesi inaspettato: uomo dalle idee «ferme e forti».
«Non ci demmo mai del tu. Ma era lo stesso con il suo grandissimo amico Giovanni Ansaldo, cui una volta domandai: “ma come mai, con la dimestichezza che avevate avete continuato a darvi del lei fino alla fine?”. Rispose: “Con tutto quello che si sapeva l’uno dell’altro, se ci si dava del tu che troiaio veniva fuori!”. Su Longanesi le confesso una cosa esplosiva».

Prego.
«Appena prima di morire \ voleva andarsene in America con una ragazza lunga, di belle fattezze, che chiamavamo la Cannavòta. Aveva raccolto molti soldi, era pronto. Forse non avrebbe avuto il coraggio di lasciare la moglie, che aveva annusato qualcosa, e i figli. Era disgustato dall’Italia».

Come lei…
«Ho rifatto i conti con il passato almeno tre volte. Gli italiani buoni non sono mai esistiti. O meglio, gli italiani buoni non parlano. E sono pochissimi».

Anche sotto il fascismo?
«Già allora l’Italia era quella di adesso. Nessuno degli intellettuali, da Benedetto Croce a Marconi, ebbe il tempismo o l’astuzia di dire a Mussolini: “stai facendo una porcata” con le leggi razziali».

E chi si salva?
«Un episodio. A Imola, quello che poi divenne il comandante delle Brigate Nere di mestiere faceva il direttore di un ospizio. I soli ricchi ebrei a Imola erano la famiglia Fiorentino: padre e madre riuscirono a scappare, lasciando lì il padre della moglie, il generale Gallicchi. Fu aiutato da questo gerarca, e accolto nell’ospizio».

Un italiano buono, e zitto…
«Appartenere a una parte o all’altra dipende da un momento, dal Caso. Mio padre era fascista, “per disciplina” come disse, con frase bellissima, Edda Ciano. Senza farsi tante domande. Anch’io lo sono, “per disciplina”».

Ma non è stato tenero con l’Msi.
«Negli anni ’50. Un gruppo di politici e intellettuali che volevano “rifondare la destra” invitarono Longanesi e me. C’erano De Marzio, Tedeschi, Guglielmi. E Arturo Michelini, che aveva scarpe bianche, di una bellezza… Mentre parlavano di “vecchi ideali”, guardavo Longanesi, abbacinato dalle scarpe. Poi sbottò: “Ma lei! Come si fa a parlare di destra con quelle scarpe lì?”».

Non apprezzava Almirante. Chissà Fini…
«Il peggiore di tutti. Una volta mi invitò a Faenza. Fece due comizi tutti uguali, comprese le congiunzioni. Un nulla totale».

I politici di oggi?
«Bersani dice cose serie, sensate, ma non lo voto. Berlusconi è stato una delusione, anche se l’altra sera da Santoro ha fatto una cosa divertentissima, sul piano della farsa».

Torniamo ai buoni e ai belli di cui parla nel libro: Vincenzo Cardarelli.
«Montale, che non gli fu amico, scrisse che era stato lo scopritore del vero Leopardi, quello dello Zibaldone e delle Operette morali. Ma quando lo conobbi, a Roma, negli anni ’50 era un fagotto. Stava al primo caffè di via Veneto, aveva sempre freddo. Era nato naufrago, abbandonato dal padre. Longanesi l’aveva scaricato crudamente, e lui l’aveva capito. Una volta avrebbe dovuto portarselo dietro alla mostra che organizzava al Sistina, ma lo lasciò lì. Longanesi era capace di freddezze assolute. Quando Longanesi morì Cardarelli disse: “È l’ultimo dispetto che potevi farmi”».

E veniamo a uno che la nomea di evitabile l’ha avuta per decenni, Mario Praz.
«La casa della vita era il più grande libro italiano dopo Lemmonio Boreo di Soffici. Ma quell’anno, era il ’59, il premio andò a Il Gattopardo. Scrissi una recensione, me ne ringraziò, e iniziò il nostro rapporto. Antidemocratico d’istinto. Timido, piede caprino, occhio torto. Una volta andai da lui, vidi una magnifica libreria, gli chiesi di copiarla. Mi disse: “Pensi che l’ho copiata dal duca di Bedford”. È questa qui». \

La sua passione per il collezionismo?
«Io credo nelle cose, non credo negli uomini».

Regalò una moneta d’argento a Nguyen Cao Ky, primo ministro sud-vietnamita dal ’65 al ’67…
«Inviai a Ky un esemplare delle due lire d’argento del 1923, col fascio littorio e la scritta “Meglio vivere un giorno da leone che cento anni da pecora”. Avevo una mia idea della guerra in Vietnam. Convinsi, con fatica, Tedeschi e Giovannini a spedirmici come inviato».

Quale idea?
«Stavo con i vietnamiti del Sud, gravati dalla divisa americana. Capii che il vero coraggio stava dalla loro parte: considero i sudvietnamiti come la RSI».

Il suo incontro con Ky…
«Sapeva che non avrebbero vinto. Come premio i generosi americani gli diedero una pompa di benzina. Gli americani sono il peggio, peggio dei russi. E ora sono contento perché rimarranno fregati dai cinesi».

In Vietnam incontrò Susanna Agnelli…
«Egisto Corradi e io credevamo fosse arrivata come crocerossina. E invece era lì, puntualizzò, come inviata da una lega di società di Croce rossa. Approfittava dei mezzi di trasporto degli americani ma stava con i vietcong. Piena di snobismi, raccontava delle serate con Moravia e la Maraini chiamandoli Dacia e Alberto. Mi venne alla mente la delicata poesia di Dacia: “Ti orinerò sulle mani, mio tanto amico…”».

Per lei la guerra è continuata.
«Ho cercato di fare tutto il male possibile ai miei nemici. Sono stato uno dei migliori agenti dei servizi segreti tedeschi, spagnoli, portoghesi e giapponesi. Senza prendere soldi, solo per odio verso l’altra parte. Ma mi sono anche gratuitamente divertito».

Come?
«Nel 1970, quel farabutto di Willy Brandt volle fare un regalo in danaro al Vaticano, in occasione della sua visita a Roma. Quando i tedeschi cercarono di capire le reazioni, raccontai che un importantissimo vescovo lituano faceva notare che si aspettava molto di più da una potenza come la Germania. Tutti credettero all’esistenza di questo vescovo…».

"Rubare è un reato, chi ha fame vada alla Caritas"

Andrea Cuomo - Ven, 17/02/2017 - 08:59

La Cassazione: nessuna scusante a una donna che aveva sottratto del parmigiano per necessità

Rubare è sempre reato. Anche quando si ha fame. Lo ha deciso la Corte di Cassazione con una sentenza che contraddice quella pronunciata qualche mese fa che invece «assolveva» un ladro indigente.

Due storie molto diverse ma accomunate da un furto compiuto all'interno di un negozio. La sentenza resa nota ieri riguarda il caso di un taccheggio avvenuto il 30 settembre 2014 in un ipermercato Auchan di corso Romania, a Torino. Una donna straniera senza permesso di soggiorno e senza dimora, Jonela S., aveva imboscato sei pezzi di Parmigiano-Reggiano del valore totale di 82 euro in una borsa dopo aver staccato le placche elettroniche.

Poi aveva preso merci di scarso valore (una bottiglia di acqua, una birra e un succo di di frutta) e si era recata alla cassa per pagarle. Ma un vigilante aveva notato le sue manovre e l'aveva fermata. Lei dopo avere strepitato un po' aveva ammesso il furto (e ci mancherebbe altro) ma si era giustificata sostenendo di aver sottratto il prezioso formaggio «per poterlo rivendere e guadagnare denaro per affrontare le esigenze della vita».

Forse è stato il valore della merce sottratta, non del tutto trascurabile, forse è stata l'intenzione di rivenderla e non quella di mangiarsela, forse ancora hanno pesato le tredici precedenti condanne a carico della donna per lo stesso reato (la fame, si sa, dopo un po' torna) fatto sta che i giudici romani hanno pensato che il caso non rientrasse in quella prevista dall'articolo 54 del codice penale, secondo cui «non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità».

Del resto alla stessa conclusione erano giunti i colleghi della Corte di Appello di Torino, che avevano precedentemente condannato la donna a due mesi di carcere e 400 euro di multa per tentato furto. Interessante però la motivazione della Cassazione: se uno ha fame non necessariamente deve trasformarsi in un ladro: «Alle esigenze delle persone che versano in tale stato è possibile provvedere per messo degli istituti di assistenza sociale o per esempio la Caritas».

Solo qualche mese fa, nel maggio del 2016, la stessa Corte si era espressa in modo del tutto differente per una vicenda parzialmente analoga. Anche in quel caso si trattava di un giovane straniero senza fissa dimora, tale Roman Ostirakov, anche in quel caso il ladro aveva portato in cassa un prodotto di scarso valore (una confezione di grissimi), anche in quel caso a notare il furto era stato un addetto alla vigilanza.

Ciò che era differente in quel caso era il valore della refurtiva: una confezione di würstel e del formaggio per un ammontare di circa 4 euro. In quel caso era davvero pensabile che l'uomo volesse mangiare al più presto il suo magro bottino. E quindi la Cassazione aveva ribaltato l'iniziale condanna da parte della Corte di Appello di Genova per tentato furto, dichiarando che «la condizione dell'imputato e le circostanze in cui è avvenuto il furto dimostrano che egli si impossessò di quel poco cibo per far fronte ad una immediata e imprescindibile esigenza di alimentarsi, agendo quindi in stato di necessità».

A fare ricorso in Cassazione in quel caso non era stato l'imputato bensì il procuratore generale della Corte di Appello di Genova secondo cui era sbagliato il capo di imputazione: non furto lieve, come stabilito in primo e secondo grado, ma tentato furto dal momento che Roman era stato bloccato prima di uscire dal supermercato.

I pacchi di Amazon pioveranno dal cielo: brevettato il sistema dei droni da consegna

lastampa.it



In futuro i pacchi di Amazon potrebbero letteralmente piovere dal cielo. Il colosso del commercio elettronico ha infatti brevettato un sistema per la consegna attraverso i droni che consente di risparmiare il tempo e l’energia necessari al velivolo per atterrare: sganciare dall’alto la merce, assicurata grazie all’uso di un paracadute. In base a quanto descritto nel brevetto, scovato dalla Cnn e concesso in settimana dall’ufficio statunitense per brevetti e marchi registrati, il drone, una volta sganciato il pacco, resta in posizione per vigilare sull’atterraggio.

Se ad esempio il vento manda la merce fuori rotta, rischiando di farla finire su un balcone o contro un albero, il drone invia un messaggio radio al pacco, dandogli il comando di usare il paracadute, l’ipersostentatore o l’aria compressa al fine di atterrare nel punto esatto che è stato previsto per la consegna.Sono anni che Amazon lavora a questo progetto. Nel 2015 l’azienda aveva realizzato uno spot nel quale si dimostrava la concreta fattibilità dell’operazione. Nel filmato pubblicitario veniva mostrato un prototipo del drone «postino», in grado di consegnare pacchi in tempi record, anche nel giro di mezz’ora.

Il servizio ideato dall’azienda statunitense dovrebbe chiamarsi Prime Air e dovrebbe poter andare oltre gli obiettivi che l’azienda di Seattle si era prefissata in un primo tempo. Il nuovo sistema vorrebbe essere in grado di consegnare pacchi che pesano fino a 2,3 chili circa volando a un’altezza che non supera i 122 metri. Per realizzarlo è stata utilizzata una tecnologia che consente di evitare eventuali collisioni con altri velivoli. Nel progetto presentato due anni fa, si parlava di un dispositivo «metà elicottero e metà aereo», con due sistemi propulsori, uno per il decollo verticale e l’altro per muoversi in orizzontale verso destinazione. 

Ritrovati fiori intatti della Britannia romana di 1500 anni fa

lastampa.it
letizia tortello

L’incredibile scoperta di un gruppo di archeologi del Wiltshire, getta una nuova luce sul periodo romano del 300-500 d. C.




Felci e fiordaliso, semi di primule, ranuncoli e carici conservati benissimo. Cresciuti rigogliosi, 1500 anni fa. È l’incredibile ritrovamento degli archeologi vicino alla città di Pewsey, nella contea di Wiltshire, di alcuni fiori che hanno resistito al tempo e gettano una nuova luce sulla Britannia del 500 d. C. e del secolo successivo, l’ultimo periodo romano nella futura Inghilterra, prima della ritirata, per difendere l’Europa continentale.

Le piante sono state rinvenute all’interno di pentole di rame, nascoste con tutta probabilità a regola d’arte per impedire loro di cadere nelle mani dei predoni anglosassoni. Si sono conservate praticamente intatte, come un mazzo di fiori essiccato, che ne dimostra ancora la rigogliosità, in otto vasi imballati. La datazione al radiocarbonio fissa il periodo della sepoltura del tesoro tra il 380 e il 550 d. C., nel momento in cui i romani si stavano ritirando e gli anglosassoni hanno espanso i loro insediamenti nella zona meridionale e orientale.

«La sopravvivenza dei fiori è davvero molto speciale», ha dichiarato al quotidiano britannico The Times Richard Henry, membro del Portable Antiquities Scheme, un programma del governo per incoraggiare i volontari a denunciare i piccoli ritrovamenti archeologici nelle campagne. «È difficile dire se si trattava di un ex-voto. Sembra che il bottino sia stato interrato in fretta, durante una fuga della popolazione, forse pensando di ritornare. Ma è veramente interessante la zona in cui sono stati seppelliti, al confine tra i romani e gli angli. Quella era una frontiera significativa, in un periodo di grandi cambiamenti sociali».



Dalle analisi risulta che il tesoro è stato confezionato con fiori recisi durante la metà dell’estate, in un ambiente che includeva pascoli e campi coltivati. Il materiale vegetale è sopravvissuto a causa della felice posizione dei vasi, che hanno formato una cavità sigillata. Questa tecnica, probabilmente involontaria, ha permesso il materiale organico nel corso del tempo si rivestisse di sali di rame.

Il ritiro romano dalla Gran Bretagna è datato circa 410 d. C., quando l’imperatore Onorio ordinò alle legioni di lasciare. I cittadini britannici romani, probabilmente, temevano raid da parte degli anglosassoni. I fiori e il vasellame sono stati donati al museo Wiltshire a Devizes. Non sono stati considerati, ai sensi della legge, tesoro nazionale, perché non erano inclusi metalli preziosi come oro e argento, anche se all’operazione di ritrovamento ha partecipato anche il Dipartimento Antichità del British Museum. 

Comunismo, quanto sei cambiato

espresso.repubblica.it
di Stefania Rossini

A cent’anni dalla caduta del Palazzo d’Inverno l'ideologia della rivoluzione russa subisce profonde mutazioni. Scopre la democrazia, conquista studiosi. Ma al convegno per l’anniversario gli oratori sono sempre gli stessi

Comunismo, quanto sei cambiato

Lo spettro che da tanto tempo si aggira per l’Europa e che esattamente un secolo fa si era fermato nella lontana Russia per rimanerci settant’anni, snaturando se stesso e le sue istanze di emancipazione e libertà, non ha ancora trovato pace. Il suo nome, Comunismo, che suscitò tante speranze e impose tante delusioni, è oggi diventato quasi un insulto, ridotto a una variante del totalitarismo e pronunciato con il disprezzo che si dedica agli sconfitti. Eppure lo spettro non si dà per vinto e in questo inizio 2017, dominato da tentazioni autarchiche e autoritarie, si affaccia di nuovo senza timidezze nelle commemorazioni di quell’Ottobre rosso di cent’anni fa che sconvolse davvero il mondo.

È, ovviamente, un comunismo diverso da quello duro e intransigente che mirava alla dittatura del proletariato. Oggi rispetta la democrazia, anzi corre in suo soccorso, si mischia con il femminismo e con le battaglie delle minoranze, esalta il primato delle differenze, trova il suo spazio in un mondo del lavoro completamente nuovo, parla di desiderio, di estetica e di «sviluppo libero delle individualità». Quasi a voler richiamare, con l’esperienza dei tempi mutati e degli smacchi subiti, quella stagione breve e fulminante seguita alla rivoluzione di ottobre, che suscitò l’entusiasmo delle migliori menti creative dell’epoca. Ha dei portavoce di prestigio internazionale come i francesi Etienne Balibar e Jacques Rancière o come lo sloveno Slavoj Žižek, ma lo zoccolo duro della riflessione teorica e della proposta politica è ormai da tempo tutto italiano.

Sì, italiano, anche se può sembrare strano a chi è abituato a declinare il comunismo negli infiniti settarismi dei partitini di sinistra che ora si scindono e ora si ricompongono. O a chi l’ha visto spegnersi nelle dichiarazioni di quegli esponenti del vecchio Pci che assicurano di non essere mai stati veramente comunisti. Il primato italiano è sancito persino da una definizione, "Italian Theory", che va per la maggiore nelle più importanti università americane, le stesse dove per decenni aveva regnato la "French Theory", che aveva reso gigantesche le icone di Michel Foucault, Jean Braudillard e Jacques Derrida.

Sarà un po’ per moda, sarà un po’ per i vezzi radicali di Yale e di Harvard, ma ormai sono gli italiani a dominare la scena, con libri e convegni che valorizzano soprattutto l’elaborazione teorica di radice operaista, quella che a partire dagli anni Novanta ha discusso di intellettualità di massa, di lavoro immateriale, dei nuovi modi di produrre, di globalizzazione, di moltitudini, di biopolitica.

Tutti argomenti «per afferrare il proprio tempo con il pensiero» secondo il compito che Hegel attribuiva alla filosofia, è stato detto in uno di quei convegni. Un successo crescente a cui ha dato slancio la trilogia di Toni Negri ("Impero", "Moltitudine" e "Comune"), pubblicata in inglese tra il 2000 e il 2010 con l’allievo statunitense Michel Hardt che ha contribuito non poco a sciogliere un linguaggio specialistico in una narrazione più chiara.

Gli altri nomi sono quelli di Paolo Virno, in realtà il primo a rompere il monopolio americano dei post-strutturalisti con "Radical Thought in Italy" scritto con Hardt già nel 1996; di Maurizio Lazzarato, il cui saggio, "Il governo dell’uomo indebitato" (Derive e approdi, 2013) ha fatto molto discutere anche in Italia; di Christian Marazzi, di Sandro Mezzadra, di alcuni altri e anche di Roberto Esposito, nome di spessore della filosofia italiana, che operaista non è, ma è l’ideatore del concetto di "Italian Theory" che estende indietro nei secoli, staccandola dalla tradizione europea per restituirla alla sua originale irregolarità.

Il comunismo è comunque per tutti i post-operaisti, presenti o no nel pantheon dei radicali americani, non un residuo del secolo breve da dimenticare, ma uno strumento vivo per cercare di cogliere un presente sempre più mobile.

Comunismo, dice oggi Negri «è appropriarsi della natura e produrre vita», e aggiunge: «Non sono comunisti quelli che invocano la violenza e concepiscono la lotta di classe come guerra, lo sono quelli che trasformano la cooperazione produttiva in contropotere politico».
Il comunismo, dice oggi Franco Piperno «è un’attitudine umana che si ritrova ben prima di Marx. Sa conservare le differenze mentre l’uguaglianza è un prodotto della rivoluzione borghese, per cui se tu hai la stessa somma di denaro sei uguale a un altro perché puoi comprare le stesse merci».

«Con questo allontanarsi della sinistra dal comunismo, e viceversa, la sinistra è diventata strumento ipocrita di un potere sempre più torvo», dice invece Franco Berardi, detto Bifo fin dagli anni Settanta, che da tempo insegue mete più creative e personali. Li guarda, ormai più perplesso che interessato, il grande vecchio dell’operaismo italiano, quel Mario Tronti che alla fine degli anni Sessanta accese gli animi e spronò gli spiriti con un saggio, "Operai e capitale", carico di concetti forti e di prosa sentimentale. E che oggi, dagli scranni del Senato, vota con rassegnata disciplina tutte le proposte del Pd renziano.

Ma anche lui, come tutti gli altri, non ha mancato di essere presente alla "Conferenza sul comunismo", il grande meeting che si è tenuto a Roma nelle settimane scorse, che ha attirato migliaia di giovani attivisti da tutta Europa, dalle Americhe e persino dall’Australia per ascoltare decine di studiosi e teorici. A loro Tronti ha presentato la sua dolente riflessione sulla sconfitta dell’idea comunista, non più capace, a suo parere, di interpretare il presente, perché declinata in modo plurale e non organizzato. «Il comunismo è Lenin. Punto», ha detto pacatamente.

Ma forse non si è accorto che da queste parti il comunismo è ormai un concetto quasi pop, dove alla pari con i problemi del lavoro frantumato, del capitale finanziario e dell’eventuale progetto politico vivono molte altre cose, legate ai gusti e alle inclinazioni di ognuno. Non ha caso il termine più inflazionato è stato "soggettivazione" Lo hanno capito benissimo invece quanti sono passati dalla sala dei dibattiti alla Galleria Nazionale d’Arte moderna che, sotto il titolo "Sensibile comune", ha ospitato workshop, opere, film, dipinti, performance, discussioni e persino esperienze sensoriali, come quella del vino naturale.

Qui anche Pellizza da Volpedo non è più lo stesso, e al posto del "Quarto Stato" con i lavoratori in marcia per i propri diritti, c’è il suo "Prato fiorito", con bambini che giocano in lietezza tra le piante. Qui Franco Piperno si è presentato con la sua "soggettività" di fisico per una lezione di astronomia sulla volta celeste, rivelando, tra l’altro, che a causa dei movimenti terrestri anche il cielo non è più quello di una volta e siamo tutti nati sotto il segno zodiacale precedente a quello dato certo per tradizione.

L’accento teorico sul comunismo "sensibile", che ha cominciato ad affacciarsi negli anni Novanta, è imposto peraltro dal fatto che il lavoro posfordista, mobile e non più legato alla ripetitività, porta con sé gusti estetici, tonalità emotive, esperienza di vita. «È impossibile, per esempio, lavorare in call center se non conosci almeno un po’ le modalità retoriche», spiega Virno.

Insomma questo inizio di centenario ci mostra una presenza rinnovata o, come dicono i più convinti, una necessità obbligata di comunismo. Se ne parlerà a lungo nel corso di un anno di commemorazioni. Ha già cominciato il settimanale tedesco "Zeit" che dedica la sua ultima copertina a Marx, anche se convinto soltanto in parte che il filosofo di Treviri avesse davvero ragione. Ma di fronte all’evidenza di una classe operaia tedesca precarizzata e atomizzata che ormai vota tutta a destra, le resistenze si piegano alla necessità e il giornale propone di tornare a studiare Marx e ad apprezzarlo come analista ed economista.

E questo, dicevamo, è solo l’inizio.

Nessun suicidio. Hitler fuggì dall’Italia?

Enzo Caniatti

Le (poco note) verità storiche dietro il thriller di Enzo Caniatti “Il signor Wolf”, che ipotizza la fuga di Adolf Hitler dall’Italia. E che prende il nome dall’ Operazione Wolf, la missione segreta che Stalin affidò ad una speciale dell’NKVD (il servizio segreto sovietico antesignano del KGB) per accertarsi che, a Berlino, il Fuhrer fosse veramente morto.

LA TELA DEL RAGNO
(Di Enzo Caniatti)



Tra i carcerati nazisti era nota come Spinne (ragno). All’apparenza non aveva nulla di segreto ed era ben nota anche alle forze alleate che controllavano i campi di internamento. Secondo alcune fonti era nata spontaneamente a opera di un piccolo gruppo di SS internate nel campo di Glasenbach in Austria per mantenere i contatti con le proprie famiglie e “darsi una mano” tra vecchi camerati. Secondo altre invece la Spinne era qualcosa di ben più sinistro. Noto ben presto in tutte le zone occupate dagli Alleati, il comitato di mutuo soccorso si incaricava di fare pervenire ai parenti le lettere dei prigionieri.

Attraverso questa innocente via venne stabilita un’efficiente rete di contatti fra i nazisti che si trovavano internati e l’organizzazione clandestina messa a punto prima del crollo del Terzo Reich. Pochi ne conoscevano il nome O.D.E.S.S.A (Organisation der SS-Angehšrigen) ovvero Organizzazione dei membri della SS. Non esistono documenti ufficiali che ne provino l’esistenza, ma secondo alcuni storici e ricercatori Odessa era, e probabilmente è ancora, la più segreta organizzazione di mutuo soccorso degli ex appartenenti all’Ordine Nero. A metterla in piedi furono
due alti gerarchi del partito nazista noti come

la Sfinge e lo Sfregiato: il Reichsleiter Martin Bormann e l’Obergruppenfuhrer Ernst Kaltenbrunner. Il cinico e pragmatico segretario del Partito e il massimo responsabile dell’insieme delle polizie naziste raggruppate sotto lo RSHA. Da Kaltenbrunner dipendevano anche la Gestapo e la mostruosa macchina di morte dei campi di sterminio che il Dottore si applicò a perfezionare. Refrattario al mondo occulto del suo grande méntore il Reichsfuhrer-SS Heinrich Himmler, Kaltenbrunner ne eseguiva coscienziosamente gli ordini, ma non condivideva il suo ottimismo sulla vittoria della Germania o, in seconda battuta, sulla possibilità, una volta uscito di scena Hitler, di trovare un accordo con gli Alleati e salvare se stessi e il regime nazista.

Apprezzava invece il cinico pragmatismo di Bormann col quale finì per stringere una segreta alleanza che probabilmente lo avrebbe condotto a prendere il posto di Himmler se questi fosse caduto in disgrazia agli occhi di Hitler. Quando però ciò avvenne, mancò il tempo per la nomina ufficiale. Sia la Sfinge Bormann che lo Sfregiato Kaltenbrunner non avevano alcuna intenzione di suicidarsi: prepararono quindi per tempo un piano di fuga non soltanto per sé, ma anche per i loro accoliti. Impossibile attualmente stabilire quale delle due menti ideò l’organizzazione segreta che, immediatamente dopo la caduta del Terzo Reich, iniziò a occuparsi degli “orfani” della croce uncinata.

Da documenti del CIC (il servizio di informazione americano) risulta che a Bad Aussee in Austria, prima della fine delle ostilità, fu installata una centrale SS dove si fabbricavano false carte d’identità e falsi passaporti. L’ordine di mettere in piedi una stamperia segreta era venuto da Kaltenbrunner che nella zona di Bad-Ischl, Ebensee, i monti dei Morti e Mitterndorf aveva creato un ridotto alpino forte di 1500 uomini. Un’intera rotativa era stata trasportata in gran segreto, un pezzo per volta, a Bad Aussee: qui era stata rimontata pronta a entrare in funzione qualora il Reich millenario avesse cessato d’esistere. Kaltenbrunner non riuscì a usufruire dei servigi dell’organizzazione. Catturato, fu colpito da ictus: ciò non impedì però ai giudici del tribunale internazionale di Norimberga di condannarlo all’impiccagione per crimini di guerra e contro l’umanità.

Lo RSHA non lasciò comunque allo sbando gli uomini del suo formidabile apparato poliziesco. Sul solo territorio tedesco non c’erano meno di 45.000 funzionari e impiegati della Gestapo e 65.000 membri dell’SD (il servizio di sicurezza delle SS). Risulterebbe che quantomeno i quadri più elevati ottennero “nuove identità” fabbricate dai servizi specializzati del RSHA. Furono inoltre stabiliti codici segreti per comunicare, al riparo da controlli di censura da parte dei vincitori. Quando i nazisti lasciavano i campi di internamento, venivano subito arruolati nella nuova organizzazione clandestina.

LE VIE DEI RATTI
Gli investigatori della Commissione per i Crimini di Guerra, gli agenti dell’OSS (il servizio segreto americano antesignano della CIA) e del CIC scoprirono nel 1947 gli itinerari seguiti dai gerarchi nazisti per fuggire dalla Germania.

Individuarono tre principali direttrici. La prima conduceva dalla Germania all’Austria e all’Italia e di qui alla Spagna. La seconda puntava verso i Paesi arabi del Vicino Oriente e la terza consentiva di raggiungere alcuni Paesi del Sud America. Che partissero da Berlino, Brema, Francoforte, Augusta, Stoccarda o Monaco la prima meta era l’Allgäu, un’isolata zona boschiva nella Baviera meridionale vicina ai confini svizzeri e austriaci. Molti percorsi convergevano su Memmingen, pittoresca cittadina medievale nel cuore dell’Allgäu tra la Baviera e il Wurttemberg.

Lì partivano due vie. Un itinerario conduceva a Lindau sul lago di Costanza, dove si biforcava di nuovo in un percorso verso Bregenz in Austria e in un altro verso la Svizzera. Apparve presto evidente che queste vie di fuga erano state attentamente preparate non certo da individui isolati, ma da una complessa organizzazione clandestina che disponeva di uomini, mezzi e un fiume di denaro. Gli investigatori scoprirono che tra i nazisti il percorso Nord-Sud era noto come “l’asse B-B” ovvero Brema-Bari. Il CIC chiamò le vie di fuga, in modo più appropriato, “Rat Lines”, le vie dei ratti.

L’ENIGMATICO MAGGIORE RAUFF


Il maggiore SS Walter Rauff è un personaggio poco noto dell’universo nazista, eppure, secondo alcune fonti, questo abile capo dell’SD per l’Italia del Nord fu l’uomo di punta scelto da Kaltenbrunner e Bormann per preparare la via di fuga ai gerarchi nazisti verso l’Italia sotto la protezione delle alte gerarchie del Vaticano. Rauff nacque a Kšthen, vicino a Dressau, nel 1906 e, sino al Natale del 1942, la sua fu la vita di un oscuro funzionario dell’SD inviato come delegato generale in Tunisia. Un avamposto di trascurabile importanza, dove la popolazione araba non dimostrava grande simpatia per i tedeschi e non aveva intenzione di perseguitare la ricca comunità ebraica che vi era insediata da molti secoli e con la quale conduceva eccellenti affari.

Tutto cambiò quel Natale, quando Rauff fu convocato a Berlino dove incontrò prima Kaltenbrunner e poi Bormann. Quali furono gli ordini non è dato saperlo ma, tornato in Tunisia, Rauff trasferì il suo quartiere generale da Cartagine a Tunisi e l’organico passò da 48 a più di 200 uomini. Con un colpo di mano Rauff fece arrestare tutti i più importanti e influenti rabbini, notabili e commercianti della comunità ebraica di Tunisi. Li fece condurre a Cartagine e li informò che aveva ricevuto ordine da Berlino di trasferire tutti gli ebrei in Germania. Da abile giocatore attese che il suo auditorio fosse in preda allo sgomento e allo sconforto prima di proporre “un patto”: lui aveva il potere di rimandare a data indefinita il trasferimento, in cambio però la comunità ebraica doveva versare mezza tonnellata d’oro.

Alcune testimonianze sostengono che il prezzo del riscatto fu effettivamente versato in più rate, anche se non fu mai registrato o inviato a Berlino. Si dice che Rauff riuscì a far trasportare l’oro in Portogallo attraverso il Marocco spagnolo. Qui fu fuso e venduto sulle piazze di Londra e Amsterdam. Lo Sturmbannfuhrer non approfittò però del bottino, che servì invece a finanziare la rete segreta ideata dai suoi capi. Dopo il successo dell’operazione Tunisi, le quotazioni di Rauff salirono notevolmente. Risulta che incontrò ben otto volte Bormann, il quale gli affidò probabilmente l’incarico più delicato: sondare gli umori delle gerarchie vaticane in previsione di una richiesta d’aiuto per salvare i “cattolici” nazisti dai “senza Dio” bolscevichi.

Nominato, nell’autunno 1943, capo dell’SD dell’Italia del Nord, Rauff iniziò a tessere la sua tela recandosi più volte a Roma. Rinnegando, in quanto SS, i dogmi pagani del suo capo supremo – il Reichsfuhrer-SS Heinrich Himmler – Rauff, grazie ai buoni uffici di monsignor Hudai, capo spirituale dei cattolici tedeschi nella Penisola, strinse solidi rapporti con alcuni prelati che avevano libero accesso in Vaticano e conquistò alla sua causa monaci francescani, gesuiti, domenicani, preti croati, padri superiori di conventi posti in posizioni strategiche sulle potenziali vie di fuga.

La maggioranza di loro non era assolutamente nazista, ma riteneva che la croce uncinata fosse il male minore davanti alla travolgente avanzata di falce e martello. Grazie a questa rete di connivenze e protezioni Rauff assicurò all’organizzazione una serie di rifugi gli uni collegati agli altri, che partendo da Roma permettevano di raggiungere i porti di Genova e Bari.

L’ORA DI O.D.E.S.S.A.
Per alcuni ricercatori la rete Spinne e le Vie dei Ratti furono solo il preludio, in attesa che fosse pronta a entrare in funzione la complessa e tentacolare organizzazione nota come Odessa. In Germania gli americani che avevano vinto la guerra erano tornati negli Stati Uniti, sostituiti nei vari organi che davano la caccia ai criminali di guerra da funzionari che avevano vissuto in patria o combattuto su altri fronti. L’oscuro e labirintico universo nazista era a loro del tutto sconosciuto. Le ricerche divennero menocapillari e i controlli più blandi. Era il momento ideale per i grandi criminali rimasti nascosti in rifugi sicuri di lasciare la Germania e rifarsi una nuova vita in qualche ospitale Paese del Sud America.

Della loro fuga si occupò Odessa. Fra i suoi principali “clienti” ci furono Eichmann, il burocrate dello sterminio; Mengele, il dottor morte di Auschwitz, e probabilmente lo stesso Bormann. In brevissimo tempo l’Odessa creò una capillare rete di contatti e di trasporti. Riuscì per esempio a inserire suoi uomini tra gli autisti tedeschi reclutati dagli americani per trasportate sull’autostrada da Monaco a Salisburgo The Stars and Stripes, il giornale dell’esercito statunitense. I corrieri avevano fatto domanda di assunzione sotto falsi nomi e a Monaco i servizi di sicurezza americani avevano “dimenticato” di controllare la loro identità.


Risultato: nascosti al sicuro tra i pacchi di giornali su camion militari americani che nessuna guardia di confine si sarebbe mai sognata di controllare, viaggiavano piccoli e grandi criminali della croce uncinata. La rete era completa ed efficiente. Ogni 60 – 70 chilometri c’era una Anlaufstelle (scalo), composta da un minimo di tre a un massimo di cinque persone.

Il gruppo conosceva solo l’ubicazione dei due scali più vicini: quello dal quale provenivano i fuggiaschi e il successivo verso il quale dovevano essere condotti. Le Anlaufstellen erano ben mimetizzate: un capanno di caccia abbandonato, una baita, un’anonima locanda, un alpeggio isolato vicino al confine. Qui i viaggiatori restavano per qualche giorno o anche settimane in attesa che fosse venuto il momento propizio per la prossima tappa del lungo viaggio; a volte lunghissimo visto che spesso li conduceva per mare negli ospitali lidi dell’America Latina dove li attendeva una nuova vita sotto l’ala protettrice di Odessa.

Gli scali vennero costituiti lungo tutto il confine austro-tedesco e soprattutto a Ostermiething, nell’alta Austria, a Zell am See nel distretto di Salisburgo e a Igls, presso Innsbruck nel Tirolo. Vi era poi una cosiddetta “via dei monasteri” fra l’Austria e l’Italia. Gli enormi capitali necessari per gestire un simile movimento venivano sia dal bottino “messo da parte” sia dalle imprese più o meno lecite che operavano all’ombra di Odessa. Per esempio si scoprì che a Lindau era stata costituita una società di “esportazioni e importazioni” con sedi al Cairo e a Damasco gestita da un certo Haddad Said che in realtà altri non era che lo SS-Hauptsturmfuhrer Franz Ršstel: organizzava gli espatri dei suoi camerati.

LA FINE DI HITLER
Tra le ipotesi più sconcertanti c’è quella che Odessa abbia aiutato a fuggire verso gli ospitali lidi del sud America anche Adolf Hitler: il suo presunto suicidio, avvalorato dalla storiografia ufficiale, sarebbe quindi soltanto un’abile messa in scena.