martedì 21 febbraio 2017

X-Agent, il malware per Mac che ruba informazioni anche da iPhone e iPad

lastampa.it
antonio dini

Dalla Russia arriva un software capace di spiare i computer Apple e addirittura recuperare dati riservati dal backup dei dispositivi mobili collegati. Ma difendersi non è difficile



Dopo il partito democratico americano adesso si scopre che gli hacker russi vanno all’attacco di Apple. O meglio, dei suoi computer (considerati relativamente più sicuri dei concorrenti Pc con Windows), con uno spyware che ruba le informazioni private.

La rete di hacker russi APT28, che secondo gli esperti è collegata al governo russo e ad ambienti della criminalità organizzata di quel Paese, sarebbe il soggetto dietro alla versione di un malware che adesso prende di mira MacOS, il sistema operativo dei computer Apple e che finora hanno avuto una esposizione ai rischi da virus e intrusione digitale relativamente molto più bassa dei Pc con il sistema operativo di Microsoft a bordo.

Il malware che attacca il Mac si chiama X-agent ed è particolarmente efficace nello spiare gli utenti: ruba e invia a indirizzi internet anonimi (in una lunghissima catena di nodi di Pc zombi in modalità “comando-e-controllo”) le informazioni contenute sul Mac: contatti dalla rubrica, informazioni sulla posizione, lista delle app installate, fotografie conservate sul computer e vari altri dati. Inoltre, ed è una capacità ancora più insidiosa, X-agent attacca anche il backup di iPhone e iPad sincronizzati con quello specifico Mac, cercando anche qui di rubare password, immagini, informazioni riservate. 

X-agent non nasce per Mac: il malware era già stato scoperto esistere anche per Windows e addirittura per Linux, considerato un sistema operativo potenzialmente molto ben difeso dalle insidie informatiche dei malintenzionati. Perché l’attacco dei pirati russi collegati dal 2007 al Cremlino abbia successo e X-agent possa essere installato, occorre la involontaria collaborazione degli utenti Mac. Questi infatti devono autorizzare l’installazione di quello che può sembrare un innocuo aggiornamento ad esempio di un finto programma per la sicurezza Mac come MacKeeper, notoriamente violato dai malintenzionati (il suggerimento è di cancellare subito MacKeeper o di non installarlo mai). 

Lo strumento gratuito più accreditato per difendere o bonificare il Mac da questo tipo di attacchi è l’antimalware gratuito Avast oppure il prodotto commerciale Malwarebytes.

@antoniodini

Da ZTE arriva Gigabit, lo smartphone ultraveloce per la rete 5G

lastampa.it
marco tonelli

Atteso al Mobile World Congress 2017 che si aprirà a breve a Bercellona, sarà il primo dispositivo in grado di raggiungere la velocità in download di 1 Gigabit al secondo. Ma potrà sfruttarla solo in pochissime città



Sono già molte le anticipazioni del Mobile World Congress, la più grande fiera mondiale della telefonia che si aprirà a Barcellona la settimana prossima. E una riguarda la cinese ZTE, che dovrebbe annunciare il primo smartphone in grado di raggiungere la velocità di 1 Gbps per secondo in download. Il tutto grazie alla compatibilità con la rete 5G, ancora in via di sviluppo. Gigabit (questo forse il suo nome) sarà compatibile con i video in 4K e la realtà virtuale, senza dimenticare la possibilità di registrare filmati panoramici a 360 gradi. Inoltre, grazie alla connessione ultraveloce, sarà anche possibile accedere in maniera istantanea ai dati salvati sul cloud. 

E se non sono ancora stati rivelati dettagli sull’hardware installato, si potrebbe trattare del modem LTE X16 di Qualcomm: l’unico in grado di raggiungere queste prestazioni. E potrebbe essere abbinato al processore Snapdragon 835, caratteristica principale della linea S8 di Samsung, che dovrebbe essere annunciata il prossimo 29 marzo.

Insomma, ZTE potrebbe battere sul tempo il colosso coreano. Ma pochi potranno utilizzare al meglio il nuovo smartphone: a ottobre dello scorso anno, in Australia è stata lanciata la prima rete cellulare al mondo in grado di trasmettere dati fino a un Gigabit al secondo. Un progetto che diventerà operativo entro la fine delkl’anno. Stesso destino per una linea analoga che vedrà la luce negli Stati Uniti. Mentre per quanto riguarda il nostro Paese, i primi esperimenti inizieranno nel 2018, ma per il debutto se ne parlerà nel biennio 2020/2022. 

Durante il Mobile World Congress, ZTE non ha previsto un evento ufficiale dedicato a Gigabit, ma lo presenterà insieme ad alcuni dispositivi della linea Blade, anch’essi annunciati dall’azienda di Shenzen. 

Gemelli

lastampa.it
jena@lastampa.it

La sinistra italiana costretta a giocare tra Renzi e D’Alema, i gemelli dell’autogol.

Vivere sicuri online nell’era dell’economia aperta

lastampa.it
lorenza castagneri

La sfida del presente è garantire la sicurezza informatica: qualche consiglio su come fare per cittadini e aziende

Si lavora dal cellulare e sul tablet. In metro, in trasferta, se non direttamente da casa o da qualunque parte del mondo, come freelance. Chi va in ufficio condivide la sua postazione con altri. E tra i “nuovi colleghi” ci sono sempre più i sistemi di intelligenza artificiale, come i bot. Succede già oggi e succederà sempre di più spesso. Ma nell’era dell’”open economy”, l’economia aperta, come l’hanno definita Samsung e The Future Laboratory in uno studio presentato qualche giorno fa a Londra, la priorità resta la sicurezza delle informazioni digitali. 

LA SICUREZZA INFORMATICA NEL QUOTIDIANO
Quasi il 70 per cento dei giovani ammette di non pensare troppo a questo aspetto. Sembra un concetto astratto. Non lo è. Prendiamo il caso di un tecnico informatico lavoratore autonomo che sta contribuendo al progetto di un nuovo smartphone per un’azienda X. I manager si stanno rendendo conto che quella persona dovrà avere accesso soltanto alle informazioni che riguardano strettamente il suo compito. Gli altri dati, che potrebbero essere ceduti a un concorrente, vanno tenuti ben protetti. 
Scena 2: il dipendente sfrutta lo smart working e lavora al bar. Anche qui le aziende iniziano a pensare che servano paletti: ok se ci si limita a rispondere alle mail, no se si sta sviluppando un prodotto innovativo.

Quello va fatto in ufficio, lontano da orecchie indiscrete, dove la rete è sicura. È una questione anzitutto di fedeltà aziendale e di riservatezza. Di etica. Ma pure di tecnologia. Nel 2020, le macchine connesse saranno, si stima, 7,3 miliardi. Non si parla di computer e telefoni. Ma delle linee nelle fabbriche. Addirittura delle scrivanie, ipotizza qualcuno. E urge attivarsi per proteggere la mole di preziosi dati che produrranno giorno dopo giorno. «La sensibilità delle aziende sul tema è cresciuta . Sia le grandi sia le piccole e medie imprese si stanno attivando per rendere meno obsoleti i loro sistemi di sicurezza», racconta Antonio Bosio, direttore Product&Solution di Samsung Electronics Italia, che da anni, anche con incontri, cerca di sensibilizzare gli attori economici sul tema. 

I PRIMI PASSI PER ESSERE SICURI
E allora, che cosa bisogna fare per essere sicuri online? «Io credo serva un cambio culturale - risponde -. Un dipendente non può scrivere la password del suo computer su un post-it attaccato allo schermo». Nemmeno si deve condividere i codici di accesso con i colleghi. E prima ancora, bisogna impostare chiavi di accesso sicure, cosa scontata ma ancora rara. Sono piccoli gesti, che possiamo fare tutti. Come pure non collegarsi a reti Wi-Fi pubbliche non abbastanza protette. In questi casi è importante installare sui propri dispositivi un VPN, cioè un virtual private network che cripta le nostre informazioni mettendole al sicuro dagli hacker. Basta scaricare una app. Ce ne sono tante. Gli abbonamenti costano pochi euro all’anno. 

IL CASO DI KNOX
Lo stesso principio è alla base di Knox, il sistema di sicurezza che da quattro anni è presente sugli smartphone, sui tablet e sugli smartwatch di Samsung. Cos’è? Compare sullo schermo con un’icona, come una qualsiasi app. Accedendovi, si entra in uno spazio di lavoro parallelo, dove si ritrovano le altre app: Internet, le mail, la fotocamera. 

Si tratta di un “telefono nel telefono”. Tutte le informazioni cercate o prodotte qui dentro, fotografie incluse, non si ritrovano nelle app Internet, mail o galleria che ci sono sullo smartphone al di fuori di Knox. Per ripescarle si deve entrare in Knox e scrivere per ogni app una password. Di più: come detto, lì dentro i dati sono crittografati. Dunque se anche una spia riuscisse a violare il sistema si ritroverebbe in mano un pugno di informazioni incomprensibili. 

Insomma: è come avere uno smartphone personale e uno aziendale in uno, quest’ultimo rappresentato da Knox. «Il fatto di aver messo a punto questo software appositamente per i nostri stessi hardware, cioè i nostri prodotti è una garanzia in più», riprende Bosio. «Assicuriamo la sicurezza, senza limitare la libertà degli utenti. È questa la sfida: riuscire a bilanciare i due aspetti».

Un cellulare su due è usato solo per Sms e telefonate

lastampa.it
 di Marco Moretti

Complici i piani tariffari, i messaggini sono più utilizzati delle app per chattare come WhatsApp in Francia, Belgio, Regno Unito, Portogallo, Svezia, Danimarca, Polonia, Russia, Usa, Canada e Australia



Nel mondo quasi la metà di chi possiede un cellulare (il 47%) lo usa solo per fare telefonate e inviare sms, una percentuale che è però destinata a diminuire rapidamente nei prossimi anni, scendendo al 29% nel 2030. A dirlo è una ricerca della Gsma, l’associazione che riunisce le aziende operative nella telefonia mobile, condotta in 56 Paesi che rappresentano l’80% della popolazione mondiale.Stando all’indagine, gli sms sono molto apprezzati anche dove è diffusa la presenza di smartphone e connessioni a internet. Complici i piani tariffari con gli sms illimitati, i messaggini sono più utilizzati delle app per chattare come WhatsApp in Francia, Belgio, Regno Unito, Portogallo, Svezia, Danimarca, Polonia, Russia, Usa, Canada e Australia.

Guardando al coinvolgimento dei cittadini, e cioè alla frequenza e alla varietà d’uso del telefonino da parte dei gli utenti, Corea del Sud e Qatar si trovano al primo posto, seguiti dagli Usa, mentre l’Italia è diciassettesima. Chiudono la classifica il Congo e l’Etiopia. Sempre in base ai dati, a livello globale il 72% dei possessori di smartphone usa il dispositivo per cercare informazioni su prodotti e servizi, ma solo il 48% lo usa anche per fare acquisti. Un dato che, dicono gli analisti, mostra l’esistenza di uno spazio di crescita per il mobile commerce.