mercoledì 22 febbraio 2017

Gli hacker russi avrebbero usato codice italiano per i loro attacchi

lastampa.it
carola frediani

Secondo un ricercatore, il gruppo di cyberspie APT28 avrebbe copiato il codice della società Hacking Team per colpire i Mac. Ma l’azienda milanese è scettica

Il più famoso e controverso gruppo di hacker, noto come APT28, di probabile origine russa, potrebbe aver copiato del codice di una nota azienda italiana, Hacking Team, per completare il proprio sistema di intrusione contro i Mac. Codice che era disponibile online a seguito del leak - la fuga di dati causata a sua volta da un attacco informatico - subito dalla società milanese nel luglio 2015.

A sostenerlo è un noto ricercatore internazionale di sicurezza, Patrick Wardle, già in passato alla Nasa, alla Nsa, e oggi a capo della ricerca dell’azienda Synack, ma soprattutto esperto di software malevoli per i sistemi operativi di Apple. Wardle nei giorni scorsi aveva iniziato a illustrare la sua tesi con alcuni giornalisti (inclusa La Stampa), ed è poi uscito con un articolo al riguardo in cui spiega la presunta e bizzarra connessione fra una porzione del software realizzato da Hacking Team e quello poi implementato da APT28. Ricordiamo che APT28 (chiamato anche con molti altri nomi, come Sofacy eFancy Bear) è da tempo uno dei gruppi di hacker più noti sulla scena internazionale, considerato di probabile origine russa.

Alcuni lo reputano sponsorizzato direttamente da Mosca. Mentre la società Crowdstrike, che ha effettuato l’analisi dell’attacco al Comitato nazionale democratico della scorsa estate, si è spinta a definirlo addirittura una emanazione del GRU, i servizi segreti militari russi, pur senza mostrare elementi precisi al riguardo. Ad ogni modo per il governo Usa, Crowdstrike e altri ricercatori, APT28 sarebbe responsabile degli attacchi subiti dai Democratici americani. Ma la sua sigla è stata tirata in ballo anche per una serie di incursioni che avrebbero interessato, negli ultimi tre anni, diversi ministeri e istituzioni italiane, come la Difesa, gli Esteri, la Marina, l’Aeronautica.

E altri Paesi europei, come la Germania, avrebbero espresso preoccupazione per le sue attività di cyberspionaggio. Ora, almeno secondo la tesi di Wardle, proprio APT28 avrebbe approfittato del codice (finito online) di Hacking Team - società milanese che produce da anni spyware, software di intrusione e sorveglianza, per governi - per copiarlo, riadattarlo e realizzare una parte del suo malware per Mac. Malware denominato XagentOSX/Komplex.B e scoperto pochi giorni fa da altre società di sicurezza (di cui abbiamo dato i dettagli qua).

Il 14 febbraio infatti l’azienda BitDefender ha pubblicato un articolo su questo specifico software malevolo per computer Apple, capace di «avanzate capacità di cyberspionaggio», associandolo ad APT28. Poco dopo un’altra azienda, PaloAlto Networks, pubblica ulteriori dettagli tecnici. Tuttavia Wardle nota che non è stata analizzata una parte specifica del software malevolo, che riguarda l’iniezione (o inoculazione) di codice (injection code).

«L’iniezione del codice è una tecnica per inserire in coda a dei dati delle nuove istruzioni che prendono il posto di quelle originali», spiega a La Stampa Andrea Ghirardini, esperto di informatica forense. Una tecnica che serve per caricare del codice all’interno di altri processi. Wardle decide quindi di occuparsene partendo dagli elementi ormai a disposizione. A quel punto si accorge delle somiglianze fra il codice di Hacking Team e la tecnica di iniezione del malware per Mac appena scoperto, e attribuito ad APT28.

Somiglianza che secondo Wardle non sarebbe casuale. Gli hacker di APT28 avrebbero usato esattamente lo stesso codice realizzato dagli sviluppatori italiani. Per gli aspetti più tecnici rimandiamo all’articolo di Wardle, ma in sostanza il ricercatore americano ritiene che ci sarebbero degli indizi molto forti. Alcuni “errori” (nel senso di bachi) sarebbero passati direttamente dal codice online di Hacking Team a quello dei russi (o presunti tali). E alcune parti del codice originario sarebbero state eliminate da APT28 perché non necessarie, ma nell’operazione sarebbero rimaste delle incongruenze, derivanti proprio dal copia-e-incolla.

«Sono sicuro al 100 per cento che si tratti dello stesso codice», commenta Wardle a La Stampa. «E penso che i russi lo abbiano copiato dal leak online perché hanno rimosso del codice di cui non avevano bisogno mentre hanno lasciato dei pezzi che non hanno senso per loro».

Contattata al riguardo da La Stampa, Hacking Team, attraverso un suo portavoce, commenta con molto scetticismo le affermazioni di Wardle. «Il gruppo di hacker conosciuto con il nome di APT28 sembra sia l’autore dei più importanti attacchi hacker a livello mondiale e pare essere al servizio del governo russo; in ogni caso le performance del gruppo evidenziano una grande disponibilità di risorse economiche e tecnologiche, e di strumenti sicuramente superiori al software di Hacking Team pubblicato da WikiLeaks, codice diventato inutilizzabile e inefficace già nella prima settimana di luglio 2015» ha comunicato l’azienda italiana via mail.

«Infatti, già nei giorni successivi all’attacco hacker subito dalla società, tutti i produttori di software hanno potuto leggere il codice di Hacking Team e aggiornare i sistemi operativi per neutralizzarlo, come risulta dalle verifiche effettuate dalla società dopo l’hackeraggio. Alla luce di questa premessa, Hacking Team ritiene assurdo che APT28 possa aver utilizzato per le sue recenti azioni il software della società reso pubblico dopo l’hackeraggio del luglio 2015».

In passato era già successo che alcuni hacker avessero provato a sfruttare delle parti di quel leak per i propri attacchi, ma era avvenuto quasi in concomitanza con l’attacco del 2015. Ad esempio, una vulnerabilità per Flash ancora sconosciuta, e usata dall’azienda italiana, era stata subito impiegata da alcuni malware, mentre Adobe correva a rilasciare un aggiornamento del suo software.

Licia Colò libera i granchi in mare. "Così favorisce l’invasione biologica"

ilgiornale.it
Rachele Nenzi - Mar, 21/02/2017 - 08:53

Poche settimana fa Licia Colò ha liberato dei granchi in mare, dopo aver scoperto che venivano confezionati vivi e venduti. Il suo gesto però mette a grave rischio il mar Mediterraneo



Oltre 2 milioni di visualizzazioni per il video di Licia Colò in cui scopre in un Carrefour romano granchi confezionati e venduti vivi. Colta da indignazione e dall'amore per gli animali, gli ha acquistati per poi liberarli nel mare di Ostia. Un gesto simbolico, per qualcuno quasi eroico. Peccato che rischia di favorire la diffusione di specie invasive.

Il parere del ricercatore

Non è qualche campagna anti-animalisti a dirlo, bensì è Ernesto Azzurro, membro del consiglio scientifico CIESM (Mediterranean Science Commission?, e presidente del comitato Marine Policy, che ammette: "liberare animali vivi di provenienza incerta in un ambiente naturale é un’azione che comporta rischi ambientali enormi". Gesti come quelli della Colò e di chi potrebbe emularli possono ritenersi una delle più grandi catastrofi ambientali odierni. La provenienza dei granchi liberati dalla Colò è dubbia. Come precisa La Stampa con l'aiuto dell'esperto, nel Mediterrano sono state introdotte più di 750 specie esotiche e molte di loro "hanno sviluppato popolazioni invasive con impatti pesantissimi sulle specie native, sugli habitat naturali, sulla pesca e sulla salute umana".

I rischi di una invasione biologica

La conduttrice televisiva ha parlato di "gesto di principio". Di certo, nessuno mette in dubbio i buoni sentimenti ma dovrebbe capire che, secondo quanto dice l'esperto, avrebbe commesso un errore. Il rischio più grande ora è evitare il rischio di emulazione. Si ipotizza che quei granchi, confezionati e venduti vivi, fossero una specie nativa: il Carcinus aestuarii. Ma Azzurro fa notare come quel tipo di granchio si facilmente confondibile con il Carcinus maenas, una delle 100 specie più invasive del mondo. Il ricercatore ammette che raramente gli animali liberati sopravvivono ma, se questo dovesse accadere, "la specie riesce a stabilirsi in un nuovo ambiente, questo può dar luogo ad un invasione biologica".

Le invasioni biologiche sono colpevoli della crisi delle biodiversità. Basti pensare che solo In Italia sono presenti più di 3000 specie aliene, introdotte spesso volontariamente. Di queste il 15% invasive.

Insediamenti, Gerusalemme e i due Stati, ecco i nodi che separano israeliani e palestinesi

lastampa.it
giordano stabile



La conferenza stampa alla Casa Bianca fra il presidente americano Donald Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha messo per la prima volta apertamente in discussione la soluzione “due popoli, due Stati” nelle trattative fra Israele e palestinesi. Ma i due leader non hanno proposto un’alternativa e il processo di pace vive una crisi senza precedenti. Che prospettive ci sono? Lo abbiamo chiesto a Hugh Lovatt, analista dell’European Council on Foreign Relations, e a Efraim Inbar, direttore del Begin-Sadat Center for Strategic Studies.

Il processo di pace rischia di interrompersi?
Lovatt: «Se intendiamo quello che abbiamo visto a partire dal 1993, è la sua fine. Oslo è morto, ma non ci sono alternative ai “due Stati”».

Inbar: «Il processo di pace di Oslo è morto in realtà nel 2007 quando Hamas ha preso il potere a Gaza e la leadership israeliana non ha più potuto fidarsi di quella palestinese. Tanto più ora che Hamas è in mano all’ala militare. Solo un cambio radicale della leadership palestinese può rilanciarlo».

Come siamo arrivati a questo punto?
Lovatt: «Il processo di pace è stato utilizzato negli ultimi anni dalla leadership israeliana come una copertura per la politica di espansione degli insediamenti. Credo che Netanyahu sia stato meno che onesto quando diceva di credere alla soluzione “due Stati”. Questo è avvenuto sotto la spinta della maggioranza dell’opinione pubblica israeliana. Dall’altra parte abbiamo una leadership palestinese debolissima, delegittimata, con in vista una difficile successione ad Abu Mazen».

Inbar: «Non bisogna essere così pessimisti. La soluzione “due Stati” non è stata accantonata. È ancora possibile ma ad alcune condizioni irrinunciabili per Israele, prime fra tutte mantenere Gerusalemme unita e poter controllare la riva del Giordano dal punto di vista della sicurezza militare».

MAPPA DEI TERRITORI IN CISGIORDANIA


Crede che la nuova amministrazione Usa sosterrà in pieno questa svolta?
Lovatt: «Non credo che gli Stati Uniti possano abbandonare la soluzione “due Stati”. Le dichiarazioni dell’ambasciatrice all’Onu vanno già in questo senso. I “due Stati” sono indispensabili anche per mantenere le relazioni con gli alleati arabi».

Inbar: «L’influenza degli Stati Uniti è importante ma non decisiva. La soluzione va cercata a livello regionale. Del resto anche i Paesi arabi, e il silenzio di queste ore lo dimostra, non vedono la questione palestinese come una priorità, per molti ormai Israele non è più un avversario, è un alleato indispensabile per contenere l’Iran». 

Che cosa farà Israele?
Lovatt: «Senza maggiori pressioni internazionali Israele continuerà la politica degli ultimi anni. Continuerà a espandere gli insediamenti e cercherà di dar loro una qualche cornice legale. Di fatto l’Area C della Cisgiordania è già annessa, anche se non credo che si arriverà a un passo formale».

Inbar: «Israele può puntare prima di tutto a una pace “economica” con i palestinesi, fornire più aiuti, investimenti, trovare un modo di aggirare la cronica corruzione nelle istituzioni governate dall’Anp e migliorare la vita degli abitanti nei Territori».

MAPPA DEI RIFUGIATI PALESTINESI


Che cosa può fare la comunità internazionale?
Lovatt: «È importante che insista sul rispetto del diritto internazionale. Bisogna far capire che gli insediamenti sono illegali e che il rapporto costi/benefici alla lunga è negativo per Israele, dal punto di vista della sua credibilità e anche economico».

Inbar: «È meglio che non faccia nulla. Certe pressioni sono controproducenti: è impossibile realisticamente pensare di smantellare gli insediamenti ebraici. Serve un compromesso e anche i palestinesi devono fare i loro passi, per esempio abolendo la legge che punisce con la morte chi vende terreni a un ebreo». 

Al Museo del Calcio di Coverciano arriva “L’ultimo viaggio del Conte Rosso”

lastampa.it
francesco manassero

Sabato con la proiezione del film documentario, in sala ci sarà anche Lando Macchi, un classe 1930 per raccontare la sua esperienza in una serata a forti tinte granata


Il “Conte Rosso”, pullman del Grande Torino

Il mitico pullman che portava il Grande Torino in trasferta arriva al Museo del Calcio. Sabato prossimo a Coverciano, nella sala Mario Valitutti, sarà proiettato “L’ultimo viaggio del Conte Rosso”, un film documentario della durata di 30’ sull’ultima parte del campionato disputata dalla squadra granata nel 1949, cioè subito dopo la Tragedia di Superga. 

Fu un manipolo di giovani, provenienti anche da altri club (come la Fiorentina: da lì lo storico gemellaggio), a terminare quella stagione funestata dalla perdita dello squadrone capitanato da Valentino Mazzola. Quattro partite che la regista Fabiana Antonioli racconta con dovizia di particolari, anche grazie al contributo dei “Torino boys” di allora. Uno di questi si chiama Lando Macchi, un classe 1930 che sarà in sala per raccontare la sua esperienza in una serata a forti tinte granata e che sarà condotta dal giornalista e scrittore torinese Gian Paolo Ormezzano.

Per l’occasione, è stata allestita anche una mostra temporanea (gratuita) sul Grande Torino. 

I tirapugni uccidono la ragione

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mattia feltri

Le proteste dei tassisti, in difesa del lavoro e delle licenze, sono comprensibili. Lo sarebbero di più se i manifestanti non bloccassero le strade, non usassero tirapugni e non lanciassero bombe carta. I tassisti dovrebbero però riflettere sulla popolarità delle rivendicazioni, molto bassa da che il mondo preferisce Uber, la app che offre servizi moderni e vantaggiosi. 

Le librerie indipendenti sono morte perché i libri si comprano scontati su Amazon, e i librai non hanno tirato pietre a Montecitorio. L’industria discografica è stata smantellata dalle piattaforme internet che a 9.99 euro al mese offrono cataloghi sterminati, e cantanti e rivenditori non hanno sequestrato le città. Anche noi dei giornali ce la passiamo male, visto che gran parte dell’informazione è gratuita su migliaia di siti. 

Ormai si vive così: l’economia della Rete abbassa i prezzi, ma ogni nostro piccolo e conveniente commercio online distrugge i nostri impieghi e le nostre retribuzioni. Poi si può dire che la classe politica ci capisce poco e si limita a mettere qualche pezza, ma nessuno ha idea di come affrontare strategicamente una rivoluzione colossale, che ha sbriciolato novecentesche sicurezze. E non siamo messi bene se hanno solidarizzato coi tassisti pure Virginia Raggi e Beppe Grillo, per un giorno più attratti da antiche ragioni di consenso che dalle magnifiche sorti progressive al tempo del web. 

Batteri resistenti agli antibiotici: la colpa è anche delle farmacie online

lastampa.it
daniele banfi

In Inghilterra la metà delle farmacie online fornisce antibiotici senza obbligo di ricetta. Un fenomeno che limiterà ancora di più l’efficacia di queste molecole



Le previsioni sono tutt’altro che rosee: secondo il rapporto «Review on Antimicrobial Resistance» nel 2050 si prevedono oltre 10 milioni di morti all’anno per infezioni batteriche. Un numero allarmante la cui causa è principalmente da ricondurre alla perdita di efficacia degli antibiotici. Armi sempre meno potenti frutto di un loro utilizzo poco attento: somministrati alle volte con molta disinvoltura –non di rado senza reale necessità- oggi alcuni infezioni non riescono più ad essere curate come un tempo. Ma la situazione non è destinata a migliorare. Complice la diffusione delle farmacie online, dove è facile acquistare antibiotici senza ricetta, questi farmaci rischiano di perdere ulteriormente efficacia. Ad affermarlo è uno studio pubblicato dal Journal of Antimicrobial Chemotherapy.

Perché gli antibiotici perdono d’efficacia?
A teorizzare la progressiva perdita della forza degli antibiotici fu proprio il loro scopritore, Alexander Fleming: «La penicillina -annotava lo scienziato- può perdere di efficacia perché, se male usata e sotto-dosata, può non uccidere i batteri ma indurre lo sviluppo di meccanismi di resistenza». In particolare oggi sappiamo che più si utilizzano e più perdono di efficacia poiché vengono selezionati quei batteri capaci di sopravvivere. 

La resistenza agli antibiotici rende dunque i microrganismi insensibili a questi farmaci e, nello stesso tempo, riduce le possibilità di trattamenti efficaci. Questo fenomeno tende ad essere particolarmente rilevante tra i batteri responsabili delle infezioni nosocomiali (dove si fa tipicamente più uso di antibiotici) e rende molto più complicato il trattamento di queste infezioni, allungando tempi di degenza, i costi e i rischi per il paziente. Ma perché si è arrivati a questo punto? La risposta è semplice: consumiamo troppi antibiotici e li assumiamo anche quando non ce n’è bisogno.

Metà delle farmacie online non richiede ricetta
Anche se l’assunzione di questi farmaci necessita di una prescrizione medica, la possibilità di reperire antibiotici sul web senza dover presentare nessuna ricetta è una strada facilmente percorribile. A dimostrarlo è uno studio dell’Imperial College di Londra. L’analisi ha preso in esame i primi 20 siti indicizzati da Google in Inghilterra attraverso i quali è possibile acquistare farmaci online. Nonostante la legge preveda l’obbligo di ricetta i risultati dello studio non lasciano spazio alle interpretazioni: quasi la metà delle farmacie online censite consente l’acquisto di antibiotici senza dover presentare regolare prescrizione. 

Non solo, in otto casi su dieci il dosaggio è lasciato totalmente nelle mani dell’acquirente. Secondo gli autori il risultato, seppur ottenuto analizzando solo una piccola parte del web, dovrebbe aprire una seria riflessione sulle modalità di accesso ai farmaci. Se oggi l’antibiotico-resistenza è un problema globale, la vendita senza regole di questi farmaci sul web rappresenta una reale minaccia.

@danielebanfi83

I vitalizi più alti degli ex consiglieri regionali? In Puglia, Lazio e Sicilia

repubblica.it
Carlotta Scozzari


Nella foto Roberto Maroni, Giovanni Toti, Luca Zaia. Pierpaolo Scavuzzo / AG

Quanto prendono gli ex consiglieri regionali in pensione? Innanzi tutto, c’è da dire che l’ammontare del vitalizio varia Regione per Regione. E, stando alla classifica stilata da Itinerari previdenziali, considerando le sole pensioni dirette, gli assegni più corposi sono quelli della Puglia, pari a una media di poco più di 77 mila euro annui, del Lazio, con oltre 63 mila euro, e della Sicilia, con 60 mila euro abbondanti. Le Regioni dove il vitalizio diretto è più basso sono invece la Toscana, dove l’assegno è di quasi 27 mila euro, il Veneto, dove sfiora i 29 mila euro, e l’Abruzzo, dove si avvicina a quota 31 mila euro. Nel complesso, in Italia, secondo i calcoli di Itinerari previdenziali (nell’ultimo rapporto sul sistema previdenziale italiano) la pensione diretta degli ex consiglieri regionali ammonta in media a 45.246 euro.


I vitalizi diretti e indiretti erogati dalle regioni italiane nel 2015 – importi annui lordi – fonte Itinerari previdenziali
Complessivamente, le regioni italiane passate in rassegna da Itinerari previdenziali erogano 3.538 vitalizi, per una spesa totale pari a circa 150,98 milioni di euro lordi l’anno. Ai primi posti della classifica delle regioni che spendono di più stazionano Puglia, Sicilia, Sardegna, Lazio e Campania, con una spesa complessiva che oscilla tra i 10 e 18 milioni di euro lordi all’anno. Agli ultimi posti della classifica si trovano invece Toscana, Abruzzo, Marche, Basilicata e Molise, con una spesa totale compresa tra i 4 e i 3 milioni. Le regioni con il maggior numero di vitalizi erogati sono: Sicilia, Sardegna, Lazio, Campania e Veneto (dai 248 ai 312 percettori), mentre con il minor numero di prestazioni pensionistiche sono Abruzzo, Marche, Liguria, Basilicata e Molise.


Numero di abitanti per vitalizio erogato per singola regione – fonte Itinerari previdenziali
Dall’analisi del rapporto tra popolazione residente e numero di vitalizi totale (diretti e reversibilità) erogati per Regione risulta che in Italia a ogni vitalizio corrispondono circa 17 mila abitanti. In questo caso, la Lombardia guida la classifica delle regioni più “virtuose”, con un vitalizio ogni 45 mila abitanti, seguita da Lazio (26 mila) ed Emilia Romagna (25 mila); all’estremità opposta si collocano il Molise e la Sardegna, con un rapporto rispettivamente pari a 3.852 e 5.300 abitanti per vitalizio. Da ricordare che il numero di consiglieri dai quali poi derivano i pensionati, è stabilito dal singolo statuto della regione in base agli scaglioni definiti dal decreto legge del 2011, che dipendono dalla popolazione e definiscono il numero massimo di consiglieri.

Google, ecco come ha fatto a evadere 270 milioni di tasse in Italia secondo la Finanza

repubblica.it
Francesca Brunati

Elaborazione di Business Insider Italia in base al Verbale di constatazione del 28 gennaio 2016 della Guardia di Finanza nei confronti di Google Ireland Ltd.
Si chiama “Double Irish with Dutch Sandwich” lo “schema di pianificazione fiscale” architettato da Google e messo in luce dal Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Milano al termine una verifica fiscale nei confronti della filiale italiana e dalla quale la  Procura milanese ha avviato un’indagine, chiusa nel marzo 2016 contestando il reato di dichiarazione fraudolenta a 5 manager del gruppo californiano.

Uno schema sovrapponibile anche a quello di Google France e usato, magari con qualche ritocco, anche da altre multinazionali come Apple o Facebook, tanto per citarne alcune finite nel mirino della magistratura milanese,  e per il quale ora sono in corso ‘trattative’ da parte del colosso di Silicon Valley con l’Agenzia delle Entrate nell’ambito dell’accertamento con adesione per definire l’importo effettivamente dovuto. A breve dovrebbe dunque concludersi il contenzioso con cui si chiede al colosso tech di staccare un assegno di circa 270 milioni per non aver pagato, questa è l’ipotesi, l’Ires dal 2009 al 2013. “Continuiamo a lavorare con le autorità competenti”, ha fatto sapere un portavoce del gruppo.
La stabile organizzazione in Italia
A spiegare la ‘triangolazione’, tra Irlanda, Olanda e un paradiso fiscale, in questo caso le Bermuda, e il giro degli utili tra Paese e Paese per dribblare il fisco  è il cosiddetto “Verbale di constatazione” redatto circa un anno fa dalle Fiamme Gialle con il quale si è conclusa l’attività ispettiva e che si trova agli atti dell’indagine penale.  Il rapporto parte da una premessa:  Google Italy srl, costituita nel 2002, è detenuta per il tramite della statunitense Google International Llc  che, dal marzo 2004, ne è socio unico, e si presenta come una società di consulenza e assistenza nelle attività di supporto alla vendita, nel settore del marketing e in relazione ad attività pubblicitarie e promozionali svolte in Italia dalla consociata irlandese, Google Ireland Ltd. 

Ma secondo gli accertamenti quest’ultima , “in ragione dell’attività svolta da personale residente formalmente dipendente della ‘legal entity’ domestica del Gruppo”,  opererebbe  in Italia “attraverso una stabile organizzazione ‘personale’ (dependent agent)” od “occulta” o comunque “non formalmente costituita” in quanto i dipendenti di Google Italy, come hanno raccontato peraltro clienti di società con un budget abbastanza rilevante, avrebbero svolto funzioni di “sales e marketing”.


I fondatori di Google, Larry Page e Sergei Brin.Michael Nagle/Getty Images
Avrebbero venduto spazi pubblicitari agli inserzionisti del nostro Paese. Infatti, da quanto è stato appurato anche in base all’analisi “della struttura societaria worldwide” del gruppo californiano, il processo di formazione e sottoscrizione dei contratti sarebbe passato  “materialmente sempre dai dipendenti italiani”: a loro il compito di curare direttamente la vendita  del prodotto sul territorio nazionale, portando avanti tutte le trattative, di redigere il contratto “standard” e di inviarlo “sostanzialmente formato” al cliente. Il quale, dopo averlo sottoscritto, in genere lo rinvia per fax nella sede di Google Italy.

Da lì l’invio via web alla sede di Google Ireland Ltd dove, previo un controllo preliminare “di carattere esclusivamente formale”, viene firmato dal Procuratore della società di Dublino, quale parte venditrice e che emette fattura.  In base a tutto ciò, scrive la Gdf,  la società irlandese esiste in maniera “stabile e durevole” in Italia, dove produce reddito,  per mezzo di personale dipendente dalla filiale italiana che opera come “agente dipendente” da Dublino. “In tal senso – si legge nel documento –  è possibile affermare che (…) Google Ireland Ltd, per il tramite e attraverso personale formalmente dipendente della legal entity domestica del Gruppo, opera in Italia attraverso una stabile organizzazione non dichiarata, qualificabile come personale (dependent agent)” e “non formalmente costituita”.
Il flusso del denaro
Da qui la strada degli incassi prodotti dalla vendita dei contratti, i quali per via dello sfruttamento del marchio Google, sono catalogati come ‘royalties’ sui servizi informatici creati dal gruppo, non porta a versare il 12,5 per cento al fisco irlandese bensì in Olanda. Infatti nella “ricostruzione dei flussi reddituali infragruppo”, i finanzieri spiegano che Google Ireland Ltd, alla quale è “concesso lo sfruttamento economico delle proprietà intellettuali dell’algoritmo” del motore di ricerca (Pagerank e altri, ndr.) “da parte di Google Ireland Holdings in cambio di royalties” è un centro di raccolta di ricavi poiché stipula i contratti e fattura con i clienti di Europa, Medio Oriente, Africa, Asia e Paesi dell’area del Pacifico.

Le royalties, che alla fine della catena sono gli unici ricavi percepiti dalla società di controllo, vengono trasferite da Google Ireland Ltd (che “abbatte i suoi ricavi”) nei Paesi Bassi, a Google Netherland Holdings B.V.  (la quale “non ha una vera e propria attività, non ha personale in possesso di particolari competenze tecniche, non ha autonomia gestionale” e sarebbe stata progettata “solo per servire gli interessi particolari della società Google Ireland Holdings”), in modo da non pagare le tasse essendo i due Paesi membri dell’Unione Europea.

È questo lo schema che nel gergo tributario si chiama ‘Double Irish with Dutch Sandwich’, stando a indicare l’interposizione di una società olandese all’interno di una triangolazione tra società irlandesi al solo scopo di far risultare la società olandese come beneficiario finale del flusso dei soldi e quindi poter usufruire dell’esenzione fiscale esistente tra Paesi membri europei.
Il sandwich olandese
In realtà, come hanno ben scoperto le Fiamme Gialle, Google Netherland è una scatola quasi vuota che incassa le royalties dalla prima irlandese (Google Ireland Ltd.) e le riversa quasi automaticamente alla seconda irlandese (Google Ireland Holdings), la quale è “il beneficiario effettivo dei canoni”, e seppur costituita in Irlanda ha il domicilio fiscale alle  Bermuda –  GIH è infatti posseduta al 100% dalle due società bermudensi  Motorola Mobility International Ltd  (al 99,01%) e Google Bermuda Unlimited (al 0,99%)  – dove la tassazione applicata ai profitti aziendali e pari a zero.
L’accusa di evasione fiscale
Quindi, conclude la corposa relazione, le verifiche effettuate portano a ritenere come “il tax planning del gruppo Google sia indirizzato alla ‘trasformazione’ dei ricavi di vendita per la cessione di spazi pubblicitari in royalties dirette in un Paese a fiscalità privilegiata (Bermuda). Va da sé – prosegue il verbale di constatazione di cui si riporta integralmente il passaggio – che la particolare pianificazione fiscale aggressiva del Gruppo, sfruttando sinergicamente la strutturazione societaria (e le rappresentazioni economico gestionali che ne derivano) e le discrasie dei regimi fiscali nazionali e internazionali, consente di sottrarre (drenare) materia

imponibile all’imposizione nazionale delle singole società, convogliando, attraverso una serie di step intermedi, i ricavi ottenuti dagli inserzionisti ubicati in vari Paesi verso uno Stato a fiscalità “zero” (Bermuda). Anelli imprescindibili di questa pianificazione sono il contratto tra le singole legal entity nazionali e Google Ireland Ltd, il royalty agreement in essere tra la medesima società irlandese, la consociata olandese e la comune controllante, la rappresentazione contabile che ne deriva e il conseguente sfruttamento ad arte delle norme convenzionali”.
La difesa di Google
Tali contestazioni sono state però ritenute infondate da Google Ireland Ltd la quale conferma invece di “aver tenuto un comportamento corretto sotto il profilo fiscale in relazione sia alla normativa italiana sia a quella degli altri Paesi citati nel verbale di constatazione”. In particolare la società, che sta trattando con la Agenzia delle Entrate per far valere le proprie ragioni in vista di ottenere se non una ‘assoluzione’ quanto meno una riduzione dell’importo da versare, non condivide la descrizione delle funzioni svolte dal Gruppo Google in Italia e nei Paesi esteri.

La società in particolare respinge la conclusione secondo cui le funzioni svolte da Google Italy Srl possano dare luogo ad una stabile organizzazione in Italia della consociata con sede a Dublino. Lo stesso vale per la “tesi secondo cui sia possibile identificare una royalty (deemed royalty) da tassare come un autonomo componente di reddito in Italia, e l’interpretazione della normativa sostenuta dalla Guardia di Finanza secondo cui l’asserita stabile organizzazione di Goolge Ireland ltd  avrebbe dovuto applicare una ritenuta su tali deemed royalties, sebbene non sia stata coinvolta in alcun pagamento relativo a tale componente di reddito presunto”.

Infine, da quanto si è saputo, uno dei punti oggetto di trattativa di Google con il fisco italiano riguarda il modo di raccolta della pubblicità tramite il sistema Adwords. E alla domanda se in seguito alle indagini sia stato cambiato lo schema di pianificazione fiscale contestato da Gdf e dalla procura di Milano, dal quartiere generale italiano della multinazionle non è stata data risposta.

UNAR I furbetti del pom…o

ilgiornale.it
Nino Spirlì



Potrei andarci liscio e dire, con quel tono un po’ stronzetto che si usa in questi momenti, “Ve lo avevo detto, io!” e, volendo, aggiungerci “E ve lo ripeto da anni, che, intorno all’omosessualità, si muove, cresce e ingrassa un mondo di furbacchioni che, nascosti dietro alle ciglia finte e alla sciocchezza della FALSA tutela dei diritti di tutti, accatastano piccioli (soldini NdA), quanto e più di de’ Paperoni e Rockerduck insieme.”

paperone-e-rockerduck

Ma ci son voluti i preziosi minuti televisivi di una trasmissione come Le Iene per farvi toccare con mano la Verità. Con immagini e rivelazioni che parlano chiaro. IL GOVERNO ITALIANO, nella sua colpevole trascuranza, favorisce la peggior pratica umana, dopo il malaffare. Prostituirsi, infatti, NON è una scelta condivisibile, né se indotta per fame e bisogno, né se praticata per diletto o avidità. Prostituirsi è offesa al disegno di Dio e reato secondo la legge degli uomini.

Farlo con il sostegno e il finanziamento dello Stato, poi…

Le immagini del servizio televisivo sono forti, volgari, offensive per tutti, omosessuali, eterosessuali e anche asessuali. Le dichiarazioni degli intervistati valgono quanto le vite stesse di quei personaggi che escono di casa per andarsi a rintanare in un buco dove far finta di essere re per un’ora. O regina per una notte. Un corte dei miracoli che andrebbe stanata, curata e riconsegnata, con le idee più chiare sulla propria condizione, alla Società.

Essere omosessuali non è reato, né peccato. Svendere la propria omosessualità o regalarla agli schiavisti, sì!

Oggi, poi…

Oggi, che puoi essere omosessuale a casa e in strada; al lavoro e in chiesa; al supermercato e al cinema, al teatro, allo stadio… Fra le pagine di un libro e sui giornali. Qui, in questo Blog, e in un partito politico. Con Mamma e Papà e coi propri Fratelli  Sorelle. Serenamente. Dignitosamente.

Non certamente fra i fumi di una sudicia sauna gay, casa comoda per vergognose piattole e infezioni inconfessabili; non certamente nelle stanze buie di sordide discoteche, caverne per sporcaccioni di ogni risma; non certamente fra le note assordanti degli accompagnamenti musicali di spogliarelli scemi quanto chi li esegue e chi li guarda.

Sono quelli i luoghi della bugia. Della menzogna. Sono quelli gli angoli dove i ragazzi imparano a tacere coi Genitori, coi fratelli, con gli amici. Quelli, i luoghi dove ti insegnano che gli altri, la società, la tua Famiglia, sono una manica di bastardi da cancellare e, invece, i porci di un’ora sono i veri angeli della tua nuova vita.

Sono quelle “sedi” a pagamento, gli inferni che cacano diavoli ad ogni corteo, ad ogni gaypride, colorato di rabbia e odio sociale.

Ora, lo sapete e lo sappiamo un po’ di più! Perché ne abbiamo visto la faccia codarda, riscaldata dal cappottino froufrou, e le viscere marce, catturate da una telecamera nascosta nelle mutande!

Fra me e me. Vecchio e navigato.