lunedì 27 febbraio 2017

La seconda vita di Nokia: torna il 3310 e arrivano tre nuovi smartphone Android

lastampa.it
bruno ruffilli

Al Mobile World Congress rinasce l’azienda finlandese, con la sua idea di una tecnologia dal volto umano. E un po’ hipster



Nokia ha una storia lunga 150 anni ma guarda al futuro, con le reti 5G, la realtà virtuale e aumentata. Produce videocamere a 360 gradi e anche bilance elettroniche, smartwatch e dispositivi per il fitness: realizzati da Withings, avranno il marchio dell’azienda finlandese da quest’estate.

Ma al Mobile World Congress l’attesa è ovviamente per un telefono, e non uno qualsiasi: il Nokia 3310, lanciato dalla casa finlandese nel settembre 2000 e venduto in 128 milioni di esemplari. Torna, come previsto, ed è più sottile, più robusto, più bello. Ha un prezzo minimo, solo 49 euro, un (piccolo) display a colori e poche funzioni: chiamate, sms, un piccolo browser, qualche gioco, tra cui Snake. Che, per completare l’operazione nostalgia, rinasce anche come app all’interno di Facebook Messenger.

“L’amore per il marchio è immenso, la gente si fida di noi. Ma ora inizia una nuova era per Nokia”, dice il Ceo Arto Nummela, che parla del suo compito come di una “responsabilità immensa”. Poi parte la suoneria Nokia che tutti conoscono, cantata dal vivo da un coro di uomini e donne. “Torneremo ad essere uno dei nomi più importanti dell’industria mobile nel mondo”, spiega Nummela. E il nuovo capitolo comincia da un nuovo sistema operativo, un accordo con Foxconn, l’azienda che produce tra l’altro gli iPhone, e Hmd, la società finlandese che ora gestisce il marchio. 
L’accento è su una tecnologia semplice da usare, dal volto umano, forse pure un po’ hipster: la presentazione in certi punti ricorda un po’ Apple, ma con un tono di informale cordialità rarissimo nel mondo degli smartphone. Tutti si chiamano per nome e si danno del tu. 



Ed ecco il video del #Nokia3310 @LaStampa #MWC2017

Poi ci sono i fatti: tre smartphone Android che riprendono il filo del discorso dove si era interrotto tre anni fa, con l’acquisizione da parte di Microsoft. Quindi design essenziale, colori vivaci, materiali di qualità. E, finalmente, Android, quello della versione standard di Google, senza interfacce proprietarie. Tutta la gamma Nokia riceverà immediatamente gli aggiornamenti di sicurezza e del sistema operativo da Mountain View e potrà utilizzare Google Assistant.

Il Nokia 6 è il top, ma a prezzo contenuto: 229 euro per la versione normale, 299 per quella limitata in nero lucido. Arriva in tutto il mondo dopo il debutto in Cina, lo scorso dicembre, dove è stato venduto finora in oltre un milione di esemplari. “Il 74 per cento di chi lo ha acquistato - spiegano - non ha mai avuto un altro telefono Nokia. Il 5 ha un display da 5,2 pollici e corpo in alluminio in quattro colori, il 3 è il più piccolo (solo 5 pollici) e arriva in un mercato affollatissimo di concorrenti come Huawei, Samsung, Lenovo, Honor, Lg e tanti altri. Ma chissà che il tocco umano di Nokia non faccia la differenza. 

Gmail vi ha chiesto di reinserire la password di recente? Ecco perché

lastampa.it
diletta parlangeli

Molti utenti hanno lamentato improvvisi log-out dai propri profili, ma l’azienda assicura che l’accaduto non è collegato a nessun attacco



Giovedì, 23.57 (Italia), ultimo controllo alla posta elettronica prima di dormire: l’iPhone chiede di inserire nuovamente la password per Gmail. Appena fatto, arriva l’email firmata da Google: “Hai un nuovo dispositivo?”. No, nessun nuovo dispositivo: è stato, piuttosto, come essere sputati fuori dal proprio account Google senza un apparente motivo. Che poi, è esattamente quello che è successo a molti utenti negli Stati Uniti: loro però, erano possessori di Google Wifi o router OnHub, come hanno denunciato sui social network.

In riferimento ai numerosi casi che si sono verificati Oltreoceano Google ha prontamente risposto con un “no panic”: “Abbiamo ricevuto alcune segnalazioni da utenti improvvisamente espulsi dai propri account. Stiamo indagando, ma non preoccupatevi: non vi è alcuna indicazione che l’accaduto sia collegato ad eventuali minacce alla sicurezza degli account attraverso phishing o altro”. Al di là dell’inconveniente, è esattamente questa la paura più diffusa, vista la frequenza con cui si verificano violazioni nei servizi online (Yahoo, nel 2016, ha rivelato un violento attacco inerente qualche anno prima).

Dopo i necessari controlli, Crystal Cee, Community Manager di Gmail, ha aggiornato il post sul forum di assistenza, informando tutti che si è trattato di un disguido legato a operazioni di “manutenzione ordinaria”. “Possiamo assicurare che la sicurezza del vostro account non è mai stata messa in pericolo dall’accaduto”, conferma, fornendo indicazioni sulla prassi da seguire. Prima di tutto, le attività di accesso sono sempre verificabili attraverso la sezione Safety Center . Nello specifico poi, Cee ha avvisato che si può tornare ad accedere al proprio account con le stesse credenziali e, in caso si fossero dimenticate, seguire le procedure di recupero . Nonostante le garanzie dell’azienda, chi volesse togliersi ogni dubbio, può sempre decidere di cogliere la palla al balzo e rinnovare le password. 

Ma ora la California sogna la secessione dall’America di Trump

lastampa.it
paolo mastrolilli

Lo Stato più ricco del Paese avanguardia dei democratici. Silicon Valley e Hollywood guidano la “Resistenza”


Venerdì Jodie Foster e Michael J. Fox hanno guidato la protesta organizzata a Los Angeles in vista degli Oscar. In tutte le città californiane sono in corso manifestazioni anti Trump

Il paradiso degli alternativi Haight Ashbury, la controcultura, la libreria City Lights di Ferlinghetti, Hollywood, il quartiere post industriale Dogpatch, la comunità gay, gli ambientalisti abbracciatori di alberi, la Silicon Valley, gli illegali ispanici che raccolgono verdura nei campi, e la Siberia. Cosa hanno in comune queste immagini, in apparenza elencate a caso? Sventolano tutte insieme sulla bandiera con l’orso della California Republic, e sognano la «Calexit» per dare un colpo a Trump. Col rischio, però, di fare in realtà il gioco di Putin.

Venerdì Jodie Foster e Michael J. Fox hanno guidato «United Voices», la protesta organizzata a Los Angeles in vista degli Oscar, per trasformare la celebrazione del cinema nella rivolta contro il presidente. Il rifiuto del regista iraniano Asghar Farhadi di partecipare alla premiazione, e il divieto all’ingresso negli Usa del siriano Khaleb Kateeb, hanno contribuito a legare la vanità del tappeto rosso alla drammaticità della cronaca politica. 

Oltre ai riflettori di Hollywood, però, la resistenza a Trump ha uno spessore assai più profondo, e la California, davanti all’impotenza parlamentare dei democratici, è diventata la sua avanguardia. «Noi - è il ragionamento - guidiamo l’economia e l’innovazione degli Usa: perché dovremmo farci governare dai minatori della West Virginia?».

Così una strana alleanza che unisce hippy e nerd, liberal sanderisti e arcigni conservatori, si è appassionata all’idea della «Calexit», ossia la versione americana della Brexit con l’uscita della California dagli Usa. È ragionevole prevedere che non avverrà mai, perché è difficile sul piano legale e non conviene a nessuno su quello pratico. Secondo un sondaggio della Reuters, però, un cittadino su tre vorrebbe l’indipendenza, e il movimento che la promuove spera di poter tenere un primo referendum già l’anno prossimo.

L’idea di trasformare la California in una nazione esiste grosso modo da quando questo stato è entrato negli Usa. È la sesta economia del mondo, ha un territorio benedetto dalla natura che va dalle montagne innevate della Sierra all’oceano, e una popolazione più numerosa del Canada. Ma il sogno della Calexit ha subìto un’imprevista accelerazione l’8 novembre scorso, quando Hillary ha stravinto lo stato, ma perso la Casa Bianca.

Fino a quel giorno il movimento «Yes California», inventato dal trentenne americano di origini italiane Louis Marinelli, era stato un gioco. Louis, infuriato col sistema che aveva negato l’integrazione alla sua moglie russa, aveva deciso di abbatterlo, lanciando la campagna per la «Calexit». Lo aveva fatto da destra, però, e a novembre aveva votato Trump, pensando che fosse la persona giusta per materializzare negli Usa il sentimento populista della Brexit. Con la vittoria di Donald le cose gli sono sfuggite di mano. 

La mailing list di Marinelli è arrivata in breve a 160.000 nomi, e 8.000 persone si sono registrare come volontari. Sono soprattutto liberal anti Trump, ma al cavallo donato non si guarda in bocca. Il progetto è tenere un referendum nel 2018, per cancellare dalla Costituzione della California la frase che la descrive come parte inseparabile degli Usa. A gennaio il ministro della Giustizia dello stato, Xavier Becerra, ha autorizzato l’iniziativa, e quindi ora Louis deve raccogliere entro il 25 luglio le 585.407 firme necessarie a indire la consultazione.

Se vincerà, nel 2019 organizzerà un altro referendum per chiedere ai cittadini se vogliono che la California diventi una nazione sovrana. A quel punto, a meno di scatenare una seconda Guerra civile, la richiesta di secessione potrebbe seguire due strade. La prima è la proposta in Congresso di un emendamento costituzionale per la Calexit, che dovrebbe ottenere due terzi dei voti di deputati e senatori. La seconda è invece la convocazione di una Convention di tutti gli stati dell’Unione, per approvare l’emendamento costituzionale con una maggioranza di due terzi, e sottoporlo poi al giudizio dei parlamenti locali, dove dovrebbe ottenere almeno 38 voti su 50 Stati. L’altro problema poi è che Marinelli vive a Yekaterinburg, in Siberia. 

Lui sostiene di essere andato prima delle presidenziali di novembre per insegnare inglese, ma ha ricevuto soldi da Mosca e ha partecipato alle riunioni del Movimento anti-globalizzazione russo, un gruppo finanziato dal Cremlino per contrastare il dominio economico di Paesi come gli Usa. In altre parole potrebbe essere una quinta colonna di Putin, incaricata di seminare nuove divisioni fra gli americani per indebolirli. «Tutti questi dubbi - commenta Stephen, esperto di pubbliche relazioni a San Francisco - sono veri. Ma il risentimento contro Trump è così forte, che i liberal della California sono pronti a fare un patto col diavolo pur di colpirlo, abbatterlo, o abbandonarlo».

Sedotti e abbandonati. Lo Stato blocca i fondi ai ricercatori del Sud

lastampa.it
 andrea malaguti

Le start up di “Social Innovation” senza soldi da oltre un anno. I vincitori del bando pieni di debiti. Il Miur: difficoltà burocratiche



Quando gli hanno raccontato di un progetto per rilanciare il Sud che consentiva ai giovani più qualificati di Sicilia, Campania, Puglia e Calabria di sviluppare le proprie idee grazie a 40 milioni dell’Unione Europea e del Ministero dell’Università e della Ricerca, l’ingegnere Alessandro Brancati ha deciso di abbandonare l’Imperial College di Londra per tornare a Palermo. 

Una situazione che, a 29 anni, gli era piombata addosso dal nulla, ma che sembrava perfettamente logica. 
Un modo serio per affrontare la questione meridionale attraverso una sana collaborazione tra pubblico e privato: soldi, ricerca, giovani, idee, valorizzazione del territorio. «Ho immaginato un progetto di carpooling, una specie di bla bla car per i palermitani, autostop 2.0.. E mi sono detto: finalmente posso fare qualcosa per questa terra disgraziata e un po’ maledetta che è la Sicilia». 

Bello no? Per niente. Alessandro si era detto la cosa sbagliata e stava semplicemente entrando in uno sgangherato incubo molto italiano - fatta di promesse non mantenute, soldi buttati, intelligenze sprecate, burocrazia soffocante, rimpalli di responsabilità e carte bollate - che avrebbe avvelenato cinquantadue progetti di qualità e riempito di frustrazione e paura lui e altri trecento ragazzi come lui, che dall’aprile del 2015 attendono complessivamente un milione e mezzo di euro dallo Stato. 

Soldi previsti, accantonati e mai dati, necessari per pagare i fornitori, i dipendenti, i macchinari e anche il proprio lavoro. Magari un giorno li vedranno. Per il momento vedono i debiti. E le minacce dei creditori. «Siamo finiti nelle mani di una banda di incompetenti. Ci hanno bloccato i finanziamenti . Io e i miei colleghi abbiamo dovuto aprire un secondo fido per fare fronte agli impegni. Siamo esposti per 80mila euro. E abbiamo obblighi complessivi per 140 mila». 

E Alessandro, che assieme agli altri vincitori di bando sta organizzando una class action contro il ministero, non è quello a cui è andata peggio. «Basterebbe un decreto del governo per chiudere questa orribile parentesi, ma la politica non si muove». Un classico. 

I soldi bloccati
Nel marzo del 2012 il Ministero dell’Università e della Ricerca decide di mettere in pratica un’intuizione apparentemente vincente dell’allora ministro Francesco Profumo, pubblicando un bando rivolto ai giovani con meno di trent’anni. È l’operazione «Social Innovation»: saranno i ricercatori migliori di quelle terre a dimostrate al mondo che il Sud non è solo criminalità e inerzia, ma è soprattutto creatività e intelligenza. Parte così la prima formula di finanziamento italiano a giovani ricercatori meridionali con la nomina di Project Officer - ufficiali pubblici con il compito di assistere i progetti nella fase di realizzazione - e con

l’apertura di un conto cointestato «ministero-vincitore di bando» per evitare lo spreco di risorse e per rendere chiara la supervisione da parte dello Stato. Il messaggio è orgogliosamente netto: crediamo in voi, non ci deludete. Non ci vorrà molto per capire chi deluderà l’altro. A Napoli, davanti al Maschio Angioino, le rastrelliere per le biciclette sono desolatamente vuote e Roberta Milano, 31 anni, una laurea in beni architettonici, indica rassegnata quel che resta della stazione numero 8 del progetto di Bike Sharing vincitore del bando Social Innovation. 

«Faccio parte di Clean Up una associazione che si occupa di cittadinanza attiva e di sostenibilità ambientale. Ci siamo inventati un sistema per prelevare le biciclette senza dispositivi meccanici che fino a tre anni fa era innovativo. Ci dicevano tutti che a Napoli il bike sharing non avrebbe funzionato. Invece abbiamo avuto un successo eccezionale. In pochi mesi abbiamo raccolto 14mila utenti e contato 50mila utilizzi. Insomma, abbiamo fatto il botto. Tanto che il Comune ha deciso di fare una ciclabile su Corso Umberto sulla scorta del nostro esperimento».

Filava tutto alla perfezione e Roberta aveva lo stesso candore contagioso dei bambini a cui le cose sembrano normali finchè qualcuno non li informa del contrario. «Un anno e mezzo fa ci hanno sospeso i fondi. Come a tutti. E il progetto è morto. Le dieci stazioni sono rimaste vuote, destinate a diventare ferraglia, e le cento bici sono finite in un magazzino. In compenso ci è rimasto un buco da 200mila euro». 

Soldi da dare a programmatori, avvocati, grafici, dipendenti. «Ma non c’è solo il danno economico. Ci abbiamo anche rimesso la faccia. La gente crede che le stazioni vuote e le bici sparite siano colpa nostra. Il Comune ha provato ad aiutarci rilevando il progetto. Ma il ministero non risponde neppure a loro». In tutti i cinquantadue progetti, gli investimenti delle attività previste sono stati anticipati dai vincitori del bando, che hanno fatto ricorso a prestiti bancari o a fondi personali. Ogni due mesi il Ministero provvedeva ai rimborsi, sulla base delle spese certificate.

Nessun problema fino a un anno e mezzo fa, quando la ragioneria generale dello Stato si è resa conto che la procedura di assegnazione dei fondi era irregolare. Da un lato perché rischiava di risultare una forma illegittima di sostegno all’impresa agli occhi dell’Europa. Dall’altro perché, per facilitare le procedure di pagamento, il Ministero aveva avocato a sè la proprietà dei i beni mobili e immobili legati ai progetti . 

Peccato che per l’acquisizione di beni di qualunque tipo gli enti pubblici siano tenuti a passare da un bando della Consip (la stazione appaltante dell’amministrazione pubblica), che in questo caso non c’è stato. Morale? Il Ministero, in attesa di capire come risolvere la questione, ha deciso il blocco totale degli incentivi per il sostegno alla ricerca preferendo tutelare se stesso che preoccuparsi dei danni causati ai ricercatori. Noi abbiamo sbagliato, voi pagate. Inutili i ricorsi individuali e collettivi alla Comunità Europea, al ministero dell’Industria, al Presidente della Repubblica e a quello del Consiglio. C’era un intero Paese a scommettere su questa gloriosa iniziativa destinata a rivitalizzare il Sud, nessuno a farsi carico della responsabilità del suo fallimento. 

Proprietà intellettuale
Alle start up le cose sono andate male ovunque. In Calabria, a Napoli, a Palermo, E anche a Lecce. I ricercatori vincitori del bando erano il futuro. A un certo punto si sono sentiti come barboni che vedono solo le mani che allungano gli spiccioli. E adesso neppure più quelli. 

L’architetto Sofia Giammaruco e i suoi sei colleghi avevano ribattezzato il loro progetto «Inculture». Innovazione nella cultura, nel turismo e nel restauro. «Ci siamo presi cura dell’Unione dei Comuni della Grecia Salentina. Attraverso un piano di diagnostica non distruttiva dei beni culturali in collaborazione con il Cnr e il Politecnico di Torino.

Per ciascuno dei 12 comuni di riferimento abbiamo individuato un bene culturale su cui intervenire, ad esempio la Chiesa di Santo Stefano di Soleto». Un lavoro enorme. Che ha dato risultati eccellenti. Finchè quello che inizialmente pareva un entusiasmo illogico si è trasformato in sconcertante disincanto. «Era un progetto da quasi due milioni di euro. E sono fiera perché i soldi pubblici li abbiamo spesi bene. E anche perché non abbiamo debiti con nessuno. Solo crediti». 

Lo Stato deve a lei e ai suoi colleghi ottantamila euro. «La gestione del bando è diventata una barzelletta. Ci hanno preso in giro. Ed è assurdo che oggi, a 31 anni, mi trovi a fare causa allo Stato». E i suoi colleghi? «Ognuno ha preso una strada diversa». Sparito il progetto. Sparite anche le idee. Perché in questa trappola infernale il Ministero non si è fatto mancare niente.

Lasciando i ricercatori anche senza la proprietà intellettuale del proprio lavoro. «Ci avevano fatto firmare un disciplinare che diceva il contrario. Ma dopo sei mesi ci hanno imposto di sottoscriverne un altro che rendeva il Ministero proprietario degli “eventuali diritti afferenti i risultati conseguiti”», dice Alessandro Brancati. E perché avete firmato? «Perché diversamente ci avrebbero tolto i finanziamenti. E perché speravamo che la proprietà dei risultati potesse restare a noi».

Speranza vana. Ed è inutile fare finta di niente perché quel pensiero è come una zanzara che si posa ovunque per succhiare sangue. Truffaldini o incapaci? «Incapaci». 
«Lo sa cosa mi fa impazzire?», chiede il palermitano Francesco Massa, che assieme a due colleghi rientrati apposta dal Mit di Boston e dal Canada, aveva dato vita a un progetto di mobilità sostenibile. Cosa? «Che pensavamo di fare qualcosa per la nostra terra. E invece abbiamo scoperto che la nostra ricerca è stata abbandonata, mentre contemporaneamente il comune di Palermo sta sviluppando con il ministero dell’ambiente una applicazione di mobilità sostenibile. Cioè paga persone per fare cose che noi avevamo già pronte. Sono mondi che non si parlano. In questo Paese le cose vengono fatte completamente a caso». 

Fuga dalle risposte
E adesso? Comunicare con il Miur per i trecento ragazzi dei cinquantadue progetti è diventato impossibile. «Abbiamo inviato decine di mail che non hanno mai ricevuto risposta e i telefoni squillano a vuoto». In effetti anche il ministro Fedeli (erede ultima di questo pasticcio) si nega alle interviste, consegnando al suo ufficio stampa un comunicato di incomprensibile vaghezza: «A breve i rappresentanti dei vincitori riceveranno una proposta emendativa e nel frattempo sarà istituito un tavolo tecnico per individuare i provvedimenti necessari per una corretta e il più possibile rapida gestione della fase conclusiva del bando». Boh. Si recupera un danno così? Difficile. Neppure i soldi, se mai dovessero arrivare, basteranno, perché sono le esperienze che abbiamo avuto a determinare il rumore del nostro tempo. E questo che sentono i ragazzi del sud è un rumore cattivo. Anche più cattivo del solito. 

Viaggio tra gli impianti sportivi di Roma diventati ruderi: qui ormai solo campioni di monnezza

lastampa.it
mattia feltri

Dalla vela di Calatrava al Flaminio, passando per l’ippodromo vincolato il degrado invade le strutture dismesse e i cantieri abbandonati


Palazzetto dello Sport
Un’immagine dell’area verde intorno all’impianto: travi arruginite, erbacce, sporcizia e reti divelte


Nulla se non il soprannaturale governa questa città, dove il rischio idrogeologico, e cioè l’alluvione permanente, e lo spettro di tifosi romanisti annegati nell’esondazione del Tevere, scompaiono in una notte, o in un volo magico d’uccelli. Ok, lo stadio si fa, ma con meno cemento, meno business park, espressione sacrilega nel tempio della decrescita felice, via le torri di Daniel Libeskind, che a Ground Zero sì, a Tor di Valle no, anche perché Massimiliano Fuksas ha detto che quelle torri sono proprio brutte (ci teniamo la sua Nuvola all’Eur). E dunque, tornando allo straripamento biblico, giovedì Beppe Grillo ha detto che lo stadio sì, ma non lì, troppi rischi, e venerdì ha detto che lo stadio sì, e proprio lì. A Tor di Valle.

Forse stiamo entrando inconsapevolmente nelle trame del grande complotto antigrillino, ma intanto è scomparso anche il referendum proclamato mercoledì («Sentiremo i cittadini»), e poi uno spiritello delle catacombe s’è portato via l’inviolabile vincolo posto la scorsa settimana sull’ippodromo di Tor di Valle, e attenzione: soltanto in un Paese meraviglioso come il nostro una soprintendenza che si chiama dei beni archeologici può dichiarare intoccabile una tribuna costruita nel 1959. Eh niente, c’è il vincolo, ha detto Virginia Raggi, lo stadio non si fa, bisogna rispettare la legge. E poi invece sì, lo stadio si fa, la legge chissà, il vincolo non vincola più.

Comunque, lì dentro, nell’area dell’ippodromo dove si costruirà lo Stadio della Roma, ci siamo infilati anche noi ad apprezzare i pregi culturali e architettonici della tribuna di Julio Lafuente, accreditata del più grande paraboloide iperbolico del mondo. E sarà l’incompetenza o la situazione ambientale, un ibrido di architettura e spazzatura, ma il paraboloide iperbolico non c’è, o non si nota.

Alle tribune è vietato avvicinarsi perché crollano, di sotto è un tappeto di calcinacci e vetri, gli altoparlanti pendono appesi al filo, i seggiolini di legno marci, le vetrate rotte, cumuli di ferraglia, bidoni bruciati, sedie di plastica, poltrone, lattine ossidate, persino un paio di sci, e un frigorifero (un classico ormai). La terra promessa dell’abbandono più desolante, fatto di scuderie fatiscenti, quadri elettrici divelti, erbacce nel cemento. È tutto superato, per fortuna: si farà lo stadio; quanto alle tribune, in un certo senso molto iperboliche, si vedrà. 

Ma non è che a Roma questo ippodromo sia l’eccezione. Un gioiello vero è il Flaminio, lo stadio costruito per le Olimpiadi del 1960 su progetto di Pier Luigi Nervi (uno degli architetti del Pirellone) e che ospitò Roma e Lazio nella stagione 1989-90, quando l’Olimpico fu ingrandito e innalzato per i Mondiali di calcio; e allora non una soprintendenza ebbe da ridire sul disastro della meravigliosa prospettiva del (e dal) Foro Italico rovinata per sempre.

I tifosi ricordano con nostalgia quella stagione vissuta a picco sul campo, in contatto quasi fisico coi giocatori, senza l’orrore bulgaro della pista d’atletica. Oggi, dopo un periodo dedicato al rugby, il Flaminio è dismesso, un rudere da Blade Runner in pieno centro. Attorno alla cancellata arrugginita sono parcheggiati camper ammaccati, attorniati di carrelli del supermercato colmi di indumenti e cianfrusaglie. Ieri mattina una vecchia rom spingeva una carriola e raccattava pezzi di ferro, bottigliette, scarpe: anche qui la discarica è generosa, persino più della vegetazione lasciata ai suoi estri anarchici. 

Questa è la Roma moderna, più diroccata dell’antica, lasciata in eredità ai cinque stelle. C’è il Campo Testaccio, il primo storico campo della Roma, che ormai sembra l’esito di un bombardamento, e il velodromo dell’Eur, incastro di amianto che l’ingegno romano ha trasformato nella solito monnezzaro a dimensione domestica. Tutta produzione di amministrazioni senza soldi e senza idee, ma ricchissime di interlocutori - Italia nostra, Lega ambiente, associazioni di cittadini - che in nome del bello e del meglio fanno valore la loro voce in capitolo, da cui non c’è scampo.

Il capolavoro è la Città dello Sport di Tor Vergata, annunciata da autostrada e tangenziale dalla vela di Calatrava, una splendida pinna di squalo di tubi bianchi intrecciati. Doveva essere la sede dei palazzetti del basket e del volley, più la piscina per i mondiali di nuoto del 2009, che invece si sono disputati al Foro Italico. Lì non ci si arriva più. Chiuso tutto, chiusa anche la strada. Si ammira da lontano la vela piantata nel nulla. Era un progetto di dodici anni fa, giunta di Walter Veltroni. Costo dell’impresa: sessanta milioni. E da lì in poi altro che soprannaturale, un umanissimo rimettere mano alla calcolatrice. All’assegnazione dei lavori i milioni erano già diventati centoventi, e poi duecentoquaranta e alla fine erano saliti fino a seicentosessanta, se si voleva completare il lavoro.

Non lo si è completato.

E allora, evviva Tor di Valle. Entro il 2020 lo Stadio della Roma dovrebbe essere in piedi e in uso. Evviva anche se, non si capisce perché, è saltata la costruzione della bretella che avrebbe collegato lo stadio alla Roma-Fiumicino. Forse due chilometri d’asfalto, ma pareva brutto. Così i tifosi del Liverpool o del Werder Brema atterreranno, vedranno lo stadio a portata di mano, saranno costretti a proseguire fino a Termini, prenderanno la metro per Ostiense e da Ostiense torneranno in treno a Tor di Valle. Un percorso che è uno stile di vita, qui da noi.

Così finanziamo l'auto invasione

ilgiornale.it
Magdi Cristiano Allam - Dom, 26/02/2017 - 14:53



Dobbiamo ringraziare la Comunità di Sant'Egidio, Frontex, il procuratore Capo di Catania Carmelo Zuccaro e le inchieste giornalistiche tra cui quelle del Giornale, perché hanno abbattuto il «muro della menzogna sull'accoglienza».

La Comunità di Sant'Egidio, andando a prendere direttamente nei loro Paesi d'origine a bordo di aerei non solo chi fugge dalle guerre ma anche «famiglie con bambini», a cui viene indistintamente concesso un «visto umanitario» con l'obiettivo dichiarato di «integrarli nel nostro Paese», ha spazzato via tutta la narrazione giustificativa della nostra doverosa pietà e del loro indiscutibile diritto ad essere soccorsi e ospitati costi quel che costi: per aver percorso migliaia di chilometri nel deserto, per essere stati trattati in modo disumano dagli scafisti prima e durante il loro imbarco su gommoni, per aver rischiato la vita nei «viaggi della speranza».

Frontex ha denunciato sia la connivenza delle autorità navali italiane con gli scafisti sia la collusione delle Ong le cui navi spesso si spingono vicino alla costa libica «come dei taxi», mentre agli scafisti vengono date «chiare istruzioni per raggiungere le imbarcazioni Ong». Perciò il procuratore capo di Catania Carmelo Zuccaro ha aperto una inchiesta conoscitiva sulle Ong «che entrano nelle acque territoriali libiche chiamate dagli organizzatori del traffico», che «dispongono di costosissimi droni per intercettare i barconi», per cui si rende necessario capire «come nascono, chi le finanzia, quale finalità perseguono».

A questo punto ci auguriamo che la magistratura faccia luce anche sul palese conflitto d'interesse che c'è tra la solerzia con cui la criminalità organizzata straniera e italiana, le Ong, le cooperative, le associazioni umanitarie laiche e religiose, taluni politici e imprenditori, settori dello Stato e delle Chiese si prodigano per promuovere la crescita dell'accoglienza con ricavi stratosferici assicurati dall'attività in assoluto più lucrosa, esentasse e senza neppure il disturbo di dover rendicontare come viene speso un fiume ininterrotto di denaro pubblico elargito fin troppo generosamente attraverso le prefetture.

È persino sbagliato indicarli come «clandestini», che è la connotazione giuridicamente corretta di chi entra furtivamente in un altro Stato sprovvisto di documenti, semplicemente perché siamo noi stessi che li andiamo a prendere anche a casa loro e li facciamo entrare volontariamente nel nostro territorio nazionale.

Ormai è chiaro che siamo noi stessi a volerci auto-invadere. Siamo in presenza di un fatto inedito nella storia: non c'è mai stata prima d'ora una strategia deliberata, pianificata e auto-finanziata per colmare il deficit demografico «importando» il «materiale umano» atto a rigenerare la vita,
individuato nei giovani tra i 20 e i 30 anni per prevenire l'estinzione naturale di 500 milioni di cittadini dell'Unione Europea di cui solo il 16% ha meno di 30 anni, che non pensano più a mettere su famiglia e a mettere al mondo figli, mostrandosi appagati dei rapporti virtuali tramite i blog e i cellulari e della compagnia di cani e gatti.

magdicristianoallam@gmail.com

L’incredibile successo dei distributori automatici è meglio di un trattato di sociologia per capire il Giappone

repubblica.it

Harrison Jacobs  31/1/2017 6:00:57 AM


A bank of vending machines outside of a rest stop in Japan. Harrison Jacobs/Business Insider

Lo scorso fine settimana, sono tornato da un viaggio in Giappone in cui ho aiutato Business Insider a lanciare la sua ultima edizione internazionale, Business Insider Giappone. Dopo aver trascorso due settimane a Tokyo, un aspetto della città ha continuato a colpirmi, dopo il mio ritorno: l’enorme abbondanza di distributori automatici. La proliferazione di distributori automatici è impossibile da ignorare. Sono in quasi ogni isolato a Tokyo – per i vicoli, davanti ai negozi di alimentari, nelle aree residenziali e commerciali.

Con poco più di 5 milioni a livello nazionale, il Giappone ha la più alta densità di distributori automatici in tutto il mondo. Vi è circa 1 distributore automatico per ogni 23 persone, secondo l’Associazione di Produttori di distributori automatici del Giappone. Le vendite annuali ammontano a più di 60 miliardi di dollari. E sono caratterizzati da un’incredibile varietà. Le macchinette vendono qualsiasi tipo di bibite, caffè, tè, sigarette, caramelle, zuppa, cibo caldo, e anche sake e birra.

La pervasività e la varietà dei distributori automatici del Giappone non è un argomento inesplorato. Se c’è una cosa su cui ai turisti di ritorno dal Giappone piace scrivere/leggere, sono i prodotti assurdi e strani venduti nei distributori automatici. Tra i primi risultati di una ricerca su Google per “distributori automatici in Giappone” ci sono: “12 distributori automatici giapponesi che non crederete esistano”, “18 cose che si possono acquistare nei distributori automatici giapponesi”, “25 cose che troverete solo nelle macchinette in Giappone” eccetera eccetera.

Quello che mi interessa, però, è quello che i distributori automatici ci dicono dell’eccezionale cultura del Giappone. Una risposta ovvia è: i giapponesi, e quelli di Tokyo in particolare, lavorano molto e di conseguenza danno valore alla cose comode e convenienti. Ma lo fanno anche i newyorkesi, così come tutti gli altri abitanti delle città, eppure altrove le macchinette automatiche ancora non sono così popolari.  Allora perché sono onnipresenti? I sociologi e gli economisti hanno offerto alcune risposte possibili.

1. Il costo del lavoro

REUTERS/Yuriko Nakao
Il tasso di natalità in declino del Giappone, l’invecchiamento della popolazione, e la mancanza d’immigrazione hanno contribuito a rendere la forza lavoro sia scarsa che costosa, secondo William A. McEachern, professore di economia presso l’Università del Connecticut. Nel suo libro del 2008 sulla macroeconomia, McEachern parla dei distributori automatici del Giappone come di una soluzione a questo problema, eliminando la necessità di impiegati addetti alla vendita.

Anche Robert Parry, un docente di economia alla Università di Kobe in Giappone, ha indicato – in un saggio sull’argomento del 1998  – negli alti costi del lavoro il motivo per cui i rivenditori giapponesi hanno accolto con tale entusiasmo i distributori automatici.  “Con la spettacolare crescita economica del dopoguerra, il costo del lavoro in Giappone è arrivato alle stelle… i distributori automatici hanno solo bisogno di una visita periodica da parte dell’operatore per ricostituire le scorte e svuotare il denaro”, ha scritto Parry.
2. Alta densità di popolazione e immobili costosi


Toomore Chiang/Flickr
Con una popolazione di 127 milioni di persone in un paese più piccolo della California, il Giappone è uno dei paesi più densamente popolati in tutto il mondo, soprattutto se si considera che circa il 75% del Giappone è costituito da montagne.  Il 93 per cento della popolazione giapponese vive in città.

Non sorprende che la densità di popolazione abbia fatto salire per decenni i prezzi degli immobili, costringendo gli abitanti delle città a vivere in appartamenti che farebbero sembrare spaziosi i monolocali più angusti. Anche se i prezzi dei terreni urbani sono scesi durante il declino economico del Giappone nel 1990, da allora sono tornati a salire. L’alta densità di popolazione e gli alti prezzi immobiliari hanno fatto sì che i giapponesi non abbiano molto spazio per sistemare i beni di consumo e che le aziende giapponesi preferiscano installare un distributore automatico in una strada piuttosto che aprire un negozio al dettaglio.

“I distributori automatici producono maggiori entrate da ogni singolo metro quadrato di scarso terreno di quanto potrebbe un negozio di vendita al dettaglio” ha concluso Parry.
3. La mancanza di crimine

Un uomo guarda il designer Aya Tsukioka e la ballerina Minako Ogawa vestiti da distributore automatico in una strada di Tokyo. Reuters/Toru Hanai
Il Giappone è famoso per il suo tasso di omicidi eccezionalmente basso, ma non è l’unica statistica relativa al crimine in cui il Paese eccelle. Secondo al rapporto sul crimine delle Nazioni Unite del 2010, il Giappone si classifica con uno dei più bassi tassi di rapine in tutto il mondo.

Sebbene vi sia stato un certo dibattito sul perché il tasso di criminalità del Giappone sia così basso, una cosa che è facilmente evidente è che atti vandalici e reati contro la proprietà sono rari. Secondo l’Organizzazione Nazionale del Turismo del Giappone, i distributori automatici vengono “raramente rotti o rubati”, pur avendo decine di migliaia di yen all’interno e pur essendo spesso posizionati in vicoli bui o su strade poco affollate.

Al contrario negli Stati Uniti, come scrive Parry, “Le società di distributori automatici americani non prendono nemmeno in considerazione l’installazione di unità lato-strada con funzionamento autonomo” per il timore di atti vandalici e di reati contro la proprietà. In Giappone, le unità lato-strada sono la norma. Aiuta il fatto che molti distributori automatici abbiano telecamere installate e un filo diretto con la polizia se vengono segnalate irregolarità, come una macchinetta che viene forzata, secondo quanto riporta il The Japan Times.
4. Una società fondata sui contanti


Le persone lanciano monete come portafortuna nel santuario Kanda Myojin a Tokyo. ReutersS/Kim Kyung-Hoon
Un altro aspetto della cultura giapponese che mi ha colpito, è una pesante dipendenza dai contanti. Negli Stati Uniti, io uso le carte di debito e di credito per quasi ogni acquisto a parte quando visito ristoranti-bettole che accettano solo contanti. A Tokyo, nemmeno le stazioni ferroviarie accettano le carte di credito per acquistare i biglietti della metropolitana. Le principali catene accettano le carte di credito, ma un sacco di negozi non lo fanno.

L’effetto pratico di ciòè che ci si porta sempre in giro una notevole quantità di denaro, e non solo banconote, ma le monete. Le monete in Giappone sono di taglio elevato come 50 yen, 100 yen e 500 yen (1 dollaro = 112 yen).

Entro la fine del mio viaggio, avevo improvvisato un portamonete di fortuna per metterci il denaro che mi pesava nelle tasche. Come ho scoperto, lasciar cadere una moneta in un distributore automatico per un drink è un modo comodo e utile per sbarazzarsi delle monetine che tintinnano in tasca.
5. Affascinati da tutto ciò che è automatico


Tobot in un supermarket a Kyoto. Yuriko Nakao/Reuters
La cultura giapponese è ossessionata con l’automazione e la robotica, ha spiegato il giornalista Tsutomu Washizu a The Japan Times nel 2007.  Washizu, che ha scritto un libro sulla storia dei distributori automatici in Giappone, attribuisce a questo fascino il motivo principale per cui le macchinette sono così popolari.  “Non vi è nessun altro paese che ha così tante cose automatiche. I giapponesi hanno una grande considerazione per i sistemi automatizzati e una grande fiducia in essi”, ha detto Washizu.