domenica 5 marzo 2017

La donna col niqab e la drag queen: «Il futuro che vogliono i liberali». E la foto della metro di New York scatena il dibattito negli Usa

corriere.it



Una donna musulmana vestita con il niqab e, accanto a lei, una drag queen in minigonna: ha scatenato dibattito in Rete questa immagine scattata in un vagone della metropolitana di New York e postata online. «Così è come dovrebbe essere la libertà» scrive il giovane originario della Guinea. «Signor Presidente - continua rivolgendosi a Trump - noi non abbiamo problema con la diversità e abbracciamo la libertà delle religioni.

E’ scritto nella costituzione» continua, invitando poi lo stesso Trump «a leggerla qualche volta». Non appena la foto è diventata virale (anche grazie alla condivisione della stessa Drag Queen, Gilda Wabbit, e su una pagina di scatti a persone comuni in metropolitana) si è scatenato il dibattito tra conservatori e liberali

 (Instagram @boubah360)

L’italiano che disegnò il primo Pc «Ma a Steve Jobs dissi due volte no»

corriere.it
di Massimo Sideri

L'architetto Mario Bellini è il padre del primo personal computer della storia: il modello «P101» prodotto dalla Olivetti nel 1965 e che verrà riacceso alla Triennale di Milano



«Il suo amore per il cupo look industriale della Sony diminuì quando, nel giugno del 1981, cominciò a partecipare al congresso annuale del design. Quell’anno lo stile del convegno era lo stile italiano, ed erano stati invitati l’architetto-designer Mario Bellini, il regista Bernando Bertolucci, il designer di auto Sergio Pininfarina». Steve Jobs (il virgolettato è tratto dalla fortunata biografia autorizzata firmata da Walter Isaacson, Steve Jobs) ascoltò tutti, ma solo a uno di quei tre italiani fece poi la corte: Mario Bellini, il padre del design del primo personal computer al mondo, la P101 del ’65 che la Olivetti oggi riaccenderà alla Triennale di Milano.
La visita di Steve Jobs
«Dopo Aspen — ricorda Bellini al Corriere — Jobs venne a trovarmi per ben due volte. Avevo lo studio in Corso Venezia e lui tentò di convincermi in tutti i modi di lasciarmi portare via per disegnare i prodotti Apple». Il Mac avrebbe potuto essere «designed in California, assembled in China», come si legge sotto i prodotti Apple, ma pensato da Bellini. «Non sono pentito, anche ripensandoci volevo essere un architetto libero, non il disegnatore dei prodotti Apple. Anche in Olivetti non sono mai stato un dipendente, ma un consulente dal ’62 al ’92». Dalla P101 al laptop Quaderno. Eppure in qualche maniera anche i primi prodotti Apple devono qualcosa all’architetto milanese.

Non è una forzatura e non è patriottismo à la carte dire che Bellini è l’uomo che ha pensato il computer da scrivania, il cosiddetto desktop: prima della Programma 101 i computer erano degli armadi. Dal suo lavoro avrebbero poi preso spunto tutti. «Prima c’erano solo i calcolatori, la P101 è stata la prima macchina sorridente per l’operatore, la prima che poteva stare su una scrivania». Anche la famosa campagna Apple «Think Different» ricorda quella della P101 «Think Fast». Oggi tra i pc a cui non ha lavorato Bellini apprezza il famoso iMac colorato con cui Jobs rilanciò la Apple dopo il suo rientro nel ‘96: «Era un computer che non ti guardava come una minaccia ma come un compagno».
Le opere al Moma
Di quel periodo tra gli anni ‘50 e ‘60, non solo olivettiano, si parla e si scrive spesso con malinconia. Forse non a torto. Era l’Italia capace di indicare la strada al mondo, anche su un’industria di frontiera. La P101, progettata dall’ingegner Pier Giorgio Perotto da cui il soprannome «perottina», fu venduta in 44 mila esemplari. Prezzo: 3.200 dollari, circa 50 mila dollari odierni. Ebbe un enorme successo negli Usa tanto che entrò anche alla Nasa. D’altra parte Bellini è presente al MoMa con 25 opere. Già nell’87 il museo di arte moderna newyorkese gli dedicò una retrospettiva, alla quale arriviamo solo ora in Italia. Un destino che il nostro Paese sembra riservare, con disinvoltura, a molti nostri innovatori.

Pochi anni prima, nel ‘59, sempre l’Olivetti con l’Elea 9003 bruciò per pochi mesi l’Ibm 7090 producendo il primo computer con transistori? Quel risultato era stato ottenuto grazie a un italo-cinese geniale, Mario Tchou, che preoccupava l’industria informatica Usa e che morirà giovane sulla Milano-Torino in circostanze mai chiarite. Lo stesso Carlo De Benedetti disse che in Olivetti c’era la diffusa convinzione che fosse stata la Cia. Se pensiamo che il vicentino Federico Faggin ha guidato la squadra del progetto Intel 4004, quella che ha dato la vita al primo microprocessore, da oggi potremo guardare con un altro occhio il migliore amico dell’uomo dopo il cane: il computer.

4 marzo 2017 (modifica il 4 marzo 2017 | 23:21)

L’India dice (ancora) no a Pepsi e Coca Cola: «Ci rubano l’acqua»

corriere.it
di Silvia Morosi

La Federazione dei commercianti locale ha definito le due bevande «nocive per la salute». La multinazionale è stata accusata di aver prosciugato la locale falda acquifera mettendo in ginocchio gli agricoltori locali

(Ap)

Bollicine al bando. Nello stato indiano di Tamil Nadu, grazie alle richieste della federazione dei commercianti, è stato introdotto il divieto di vendere Coca Cola e Pepsi. Dietro la decisione, come spiega il Guardian, vi sono motivi di salute, dato che i prodotti sono considerati «nocivi». Il boicottaggio, a tempo indeterminato, mette d’accordo «circa il 70% dei commercianti». Il presidente della federazione, A.M. Vikrama Raja, ha chiarito come i prodotti siano boicottati «a causa della loro natura tossica.

Quello che ancora si trova sugli scaffali dei negozi è un residuo di stock o prodotti non ritirati dai distributori». Non sono mancate le critiche dell’associazione indiana delle bevande (Iba) che si è detta «profondamente delusa» per l’accaduto che ostacola la crescita economica del Paese e il progetto del «make in India», dato che entrambe le compagnie operano sul territorio con proprie fabbriche di produzione. Ad una domanda sull’ammontare dei danni economici che i commercianti potrebbero subire, Raja ha risposto che «non è questa la cosa più importante, dato che per noi commercianti la salute viene prima degli incassi».
I boicottaggi precedenti
Non è la prima volta che la multinazionale americana viene ostacolata. Già l’anno scorso, 18 i villaggi dell’Uttar Pradesh avevano richiesto all’organo preposto al controllo della contaminazione di proibire alla Coca Cola di continuare a consumare risorse idriche in un’area segnata dalla «scarsità d’acqua: molti pozzi si sono seccati e le donne devono camminare di più per raggiungere l’acqua potabile». Non solo, «gli agricoltori sono costretti a scavare pozzi più profondi per ottenere l’acqua per l’irrigazione».

In alcuni casi le proteste sono andate a buon fine: nel 2014, gli abitanti di Mehdiganj, nel nord dell’India, sono riusciti a fermare l’espansione di una fabbrica della multinazionale americana. La comunità accusava la Coca Cola di inquinare il suolo, esaurire le risorse idriche e usurpare la terra in modo illegale. Il National Green Tribunal, tribunale per le cause ambientali, aveva dato ragione ai residenti. Secondo gli attivisti, l’inquinamento aveva portato a un netto calo della produzione di mango, prodotto per cui la regione era famosa.

@MorosiSilvia

Biancheria intima, i 6 errori da non fare

corriere.it
di Simona Marchetti

Se usare gli stessi slip due giorni di fila è da evitare, lo è pure indossare il tanga o scegliere un detersivo profumato per lavare la lingerie: sembrano dettagli innocui, ma in realtà queste abitudini sbagliate possono provocare infezioni anche gravi.

Indossare tanga e perizomi

Saranno anche considerati sexy, ma sono anche portatori di eventuali rischi per la salute, perché possono agevolare il trasferimento dell'Escherichia coli alle parti intime. «Se le mutande tradizionali non vi piacciono oppure trovate che tanga e perizomi siano più comodi, allora è consigliabile usarli a rotazione, avendo però l'accortezza di sceglierli in cotone e che vestano bene, di cambiarli ogni giorno e di non usarli per dormire», avverte su Seventeen la dottoressa Octavia Cannon, vice presidente dell'American College of Osteopathic Obstetricians & Gynecologists. Ma in caso foste inclini alle infezioni vaginali, l'unica soluzione è quella di sostituirli con slip o calzoncini.

Una sfilata di biancheria intima a New York (Ap)
Una sfilata di biancheria intima a New York (Ap)

Scegliere materiali non traspiranti

D'accordo, la lingerie in seta e pizzo è seducente, ma conviene destinarla alle occasioni speciali, optando piuttosto per un intimo in cotone traspirante da usare ogni giorno, che sarà magari più banale, ma di certo è più sicuro se si vogliono evitare le infezioni. «Se volete acquistare comunque della biancheria intima realizzata con altri materiali, assicuratevi però che, ove possibile, ci sia almeno un tassello di cotone», raccomanda ancora la dottoressa Cannon.

In passerella un modello di Natalia Vodianova (Afp)
In passerella un modello di Natalia Vodianova (Afp)

Non cambiarsi dopo la palestra

Quando si finisce di fare attività fisica, meglio cambiare anche l'intimo, oltre ovviamente a tutto il resto. «Funghi e batteri amano i luoghi caldi, umidi e bui e questa descrizione si adatta perfettamente alla biancheria intima sudata», sottolinea la ginecologa.


 Usare un detersivo profumato

I prodotti chimici utilizzati per dare al detersivo quel buon profumo di fiori potrebbero in realtà irritare le parti intime, dove la pelle è più sensibile. «Per non correre rischi, è meglio usare detersivi senza profumazione ed eliminare anche i fogli profumati dall'asciugatrice», consiglia sempre la Cannon.

(Fotolia)
(Fotolia)

Sbagliare la taglia

L'intimo troppo stretto può provocare problemi di salute, quindi conviene sceglierlo in base alla vestibilità e al comfort anziché alla taglia riportata sull'etichetta. «Se le mutande lasciano dei segni sulla pelle, questo può aumentare il rischio di infezioni vaginali ed eruzioni cutanee», mette in guardia l'esperta.

Sfilata di biancheria intima a Berlino (Epa)
Sfilata di biancheria intima a Berlino (Epa)

Usare le stesse mutande per più di un giorno

Vale lo stesso discorso del'intimo sudato post-palestra: le mutande sporche sono terreno fertile per batteri e infezioni, quindi è opportuno cambiarle tutti i giorni, come pure resistere alla tentazione di ripescare quelle del giorno prima dal cesto dei panni da lavare, anche se non presentano macchie o si indossano al rovescio.

(Foto Pixabay)
(Foto Pixabay)

L’Italia maglia nera degli smartphone taroccati

lastampa.it
antonio dini

Contraffatto un telefono ogni sei, pari a 885 milioni di euro di mancati introiti. Invece l’Europa perde 4,2 miliardi di vendite, gli Usa e Canada 4,9 miliardi, la Cina 16 miliardi



L’Italia è la regina degli smartphone tarocchi. Secondo il rapporto svolto in collaborazione con l’Itu (l’Unione internazionale per le telecomunicazioni) e pubblicato da Euipo, l’Ufficio per la proprietà intellettuale dell’Unione europea, nel Bel Paese il valore delle mancate vendite di smartphone “genuini” si aggira attorno agli 885 milioni.

Una fetta pari al 15,4% del mercato. Seguono la maglia nera dell’Italia gli altri Paesi europei: Gran Bretagna con 660 milioni di euro, Germania con 564 milioni, Spagna con 386 milioni e Francia con 380 milioni, per un totale di due miliardi e 875 milioni di euro di mancate vendite (circa il 70% del totale delle vendite mancate in Europa). Invece, il Paese più virtuoso, cioè all’altro capo della lista stilata dall’Euipo, è la Danimarca.

Il mercato degli smartphone contraffatti è composto da apparecchi che copiano quelli di altre marche in maniera più o meno riconoscibile, ma anche da apparecchi prodotti da aziende (sostanzialmente solo asiatiche) che non rispettano le normative sui brevetti oppure che utilizzano materiali inquinanti vietati o componentistica non sicura. In buona parte sono apparecchi privi del bollino “CE” oppure in cui questo bollino è stato contraffatto.

Il rapporto dell’Euipo effettua per la prima volta una serie di calcoli e stime molto complesse per arrivare a capire quale sia il volume di telefoni di questo tipo venduti sui mercati europei Paese per Paese (spesso anche attraverso canali ufficiali o semi-ufficiali). I dati si riferiscono al 2015 proprio per la complessità della raccolta e dell’elaborazione che ha richiesto molto tempo. La rivelazione è stata compiuta in 90 Paesi attraverso monitoraggi sui punti vendita ed è riferita a un mercato complessivo di 1,5 miliardi di pezzi venduti durante l’anno. Circa una vendita di telefono cellulare ogni sei abitanti del pianeta. Di questi apparecchi, poco meno di uno su dieci era fasullo o contraffatto.

Dopo aver calcolato i volumi complessivi delle mancate vendite, l’Ufficio le ha considerato come alternative all’acquisto di un telefono “regolare”, calcolando così il valore medio di questi ultimi per ottenere la perdita economica del settore. È un calcolo che introduce numerose ipotesi da dimostrare (ad esempio, che effettivamente l’acquirente di un telefono contraffatto da 50 euro ne avrebbe spese più di 300 per uno smartphone di marca) ma al tempo stesso le cifre sono anche dei buoni indicatori del valore del mercato complessivo degli smartphone e del danno economico.

Se si guardano i numero nel dettaglio, si vede infatti che i quasi 2,9 miliardi di euro persi con la vendita di smartphone taroccati nei cinque più grandi Paesi europei (Italia inclusa) equivalgono, secondo le stime dell’Euipo, a circa il 70% del totale dei taroccati in Europa. In tutto, aggiungendo anche gli altri Paesi europei, sono 14 milioni di pezzi, l’8,3% delle vendite del settore.Il fenomeno però è tutt’altro che Europeo. La vendita di telefoni contraffatti è una piaga che copre tutti i mercati del pianeta, Africa e Cina incluse. Secondo la stima peserebbe sull’economia mondiale del settore per circa il 12,9%, pari a 45,3 miliardi di euro ovvero 184 milioni di pezzi tarocchi.

Grazie al rapporto si scoprono anche le aree in cui il mercato il mercato dei telefoni tarocchi è più prosperoso: fatto cento il totale delle vendite di smartphone genuini perdute per via della vendita di telefoni tarocchi, il più virtuoso è il continente nordamericano (Canada e Usa escluso il Messico), che pesa per solo per il 7,6% mentre in America Latina pesa quasi il triplo, il 19,6%. Se si vanno a vedere i valori (in euro) però, i numeri danno indicazioni molto diverse: dato che il prezzo medio di un telefono in America Latina è circa un terzo di quelli venduto nel Nordamerica, il valore totale della perdita nelle due regioni cambia: rispettivamente 4,9 e 4,7 miliardi di euro.

L’Europa pesa per l’8,3% pari a un valore di 4,2 miliardi. Il resto dell’Europa (al di fuori dei 28 Paesi UE) è al 12,8% pari a 1,2 miliardi di valore, mentre l’area CIS (Russia e paesi satelliti) è al 20% (1,1 miliardi), l’Asia-Pacifico esclusa la Cina all’11,8% (7,1 miliardi), i Paesi Arabi al 17,4% (1,97 miliardi), l’Africa il 21,3% (1 miliardo), e l’area dell’Asean (paesi del Sud-Est asiatico) 16,9& (1,67 miliardi). Infine, la Cina da sola pesa per il 15,6% pari a 16,33 miliardi di euro.

Anche se le cifre possono essere solo una indicazione (e sarà interessante vedere nel tempo confrontandole per quali Paesi i vettori saranno in crescita o in calo), costituiscono comunque l’unica approssimazione che abbiamo di un fenomeno economico molto importante. Un fenomeno che oltretutto vede l’Italia in una posizione particolarmente esposta, con un primato che non ci fa onore.
In gioco, infatti, secondo L’Euipo ci sono crescita economica dei Paesi e anche la salute dei consumatori.

I mancati introiti sono un colpo a tutta la filiera del settore, non solo quella produttiva (localizzata solo in alcuni parti del mondo), ma anche alla distribuzione e vendita, che sono invece locali. Inoltre, il rischio per l’ambiente e l’impatto sulla salute pubblica è concreto ma ancora tutto da valutare.

Uber usa la sua app per evitare controlli

lastampa
 



Uber, attraverso la sua app, è in grado di aggirare i controlli nelle città dove il servizio è vietato o sottoposto a restrizioni. Lo riporta il New York Times , che cita anche l’Italia tra i Paesi dove la società californiana ricorre a un sofisticato stratagemma per evitare che i suoi autisti vengano pizzicati dalle autorità. La difesa di Uber non si è fatta attendere: «Il programma si limita solo a negare le richieste di corse da parte di utenti che violano le nostre condizioni sull’uso del servizio».

Il sistema è operativo dal 2014 e viene tuttora utilizzato. Non solo nel nostro Paese, ma anche a Parigi, Boston, Las Vegas. E in Australia, Corea del Sud, Cina. A rivelarlo al quotidiano statunitense alcuni dipendenti del servizio low-cost di auto con conducente, che hanno spifferato il segreto mantenendo l’anonimato per paura di ritorsioni ma consegnando documenti che attestano la veridicità del loro racconto.

Il programma per ingannare poliziotti, investigatori e funzionari pubblici si basa su un programma chiamato Greyball, che usa informazioni e dati raccolti attraverso la app. Un sistema grazie al quale Uber riesce a individuare le persone da cui parte la chiamata, bloccando immediatamente la corsa se nasce il sospetto che dietro ci sia una trappola. Nel momento in cui arriva la prenotazione sospetta, infatti, sull’app compare una macchinina `fantasma´ che si avvicina al punto in cui si trova il finto cliente ma che in realtà non arriverà mai. E il gioco è fatto.

La prima volta che si è scoperto il trucco risale a due anni fa nel corso di alcune indagini a Portland, in Oregon, città in cui Uber operava senza i regolari permessi e, in seguito, è stata dichiarata illegale. È qui che si è capito che gli investigatori sguinzagliati dalle autorità cittadine venivano individuati e `taggati´ nel momento in cui attivavano la app, permettendo agli autisti che operavano illegalmente di farla liscia.

La rivelazione del Nyt, nel momento in cui il caso Uber sta scatenando ferocissime polemiche nel nostro e in altri Paesi, rischia così di alimentare le tensioni. Cl rischio di conseguenze legali per la società di San Francisco presente in 70 Paesi e con un valore di mercato attorno ai 70 miliardi di dollari. E con un probabile futuro in Borsa, con l’ipotesi di uno sbarco a Wall Street più volte evocata. 

Microfoni, sensori, badge intelligenti aiutano le aziende a scoprire i furbetti del cartellino

lastampa
marco tonelli

Molte società - americane soprattutto - ricorrono alla tecnologia per raccogliere informazioni sui dipendenti e migliorare l’efficienza degli uffici. Ma per i lavoratori rischia di diventare un’ingerenza nella privacy

Rilevatori di calore nascosti all’interno delle lampadine dell’ufficio. Badge dotati di microfono e sensori di localizzazione capaci di monitorare ogni movimento dei dipendenti. Negli Stati Uniti, le aziende adottano dispositivi sempre più sofisticati per sapere quando gli impiegati si alzano dalla scrivania. Per quanto riguarda i primi, manager e imprenditori sostengono che l’obiettivo è quello di migliorare l’efficienza degli spazi. I sensori di calore mappano gli spostamenti dei lavoratori per regolare l’accensione e lo spegnimento delle luci. I badge invece, monitorano le interazioni fisiche e verbali per comprendere come la progettazione degli ambienti possa influire sui comportamenti. E l’utilizzo di questo tipo di tecnologie è assolutamente legale. «I datori di lavoro possono mettere in atto qualsiasi tipo di controllo, in tutti gli spazi a parte il bagno - ha spiegato a Bloomberg Lewis Maltby, presidente del National Workright Institute - e i dati ottenuti devono essere trattati in maniera anonima». 

Enlighted è una società californiana che lavora con più di 350 compagnie in tutto il Paese. I suoi dispositivi generano mappe di calore. E oltre che all’interno delle lampadine, sono nascosti anche nei badge identificativi. Monitorano gli spostamenti, ma anche il tempo speso a parlare con gli altri colleghi. Lo studio di design Gensler ha installato più di mille sensori nella sua sede newyorkese. E come riporta Bloomberg, i dirigenti sono entusiasti. In particolare perché registrando i comportamenti dei dipendenti, riescono a regolare l’illuminazione nei momenti di maggiore o minore presenza di quest’ultimi. E per questo motivo hanno diminuito del 25% i consumi di energia elettrica. E anche gli impiegati non sono spaventati dalla presenza dei sensori. «Se serve a risparmiare e a migliorare le condizioni di lavoro, lo trovo necessario e per niente eccessivo», afferma il designer Luke Rondel. 

All’interno degli uffici di Boston Consulting invece, i cartellini identificativi rilevano conversazioni e spostamenti. I microfoni e i sensori di localizzazione installati nei badge di 100 volontari sarebbero necessari per studiare il rapporto dei dipendenti con lo spazio in cui lavorano. E in questo caso, i lavoratori hanno ammesso di essere un po’ spaventati, ma allo stesso tempo si fidano dell’azienda, la quale ha garantito che utilizzerà i dati in maniera anonima e solo per motivi di studio. Più in generale, secondo una ricerca del Pew Research Center, la maggioranza dei lavoratori americani è propensa a tollerare la sorveglianza e la raccolta di informazioni, se queste equivalgono a una maggiore sicurezza sul luogo di lavoro. 

Se ci si sposta al di là dell’Atlantico però, il controllo dei dipendenti ha creato non pochi timori e proteste. Lo scorso anno, i giornalisti della sede londinese del Daily Telegraph si sono accorti che sotto le loro scrivanie erano state installate delle scatole nere. Secondo la direzione del giornale, questi dispositivi servivano a rilevare gli spostamenti dalla postazione di lavoro per poter regolare l’aria condizionata. Ma per il sindacato dei giornalisti si trattava di una sorveglianza in stile Grande Fratello. E le proteste e le lamentele hanno spinto i dirigenti del quotidiano a rimuovere i dispositivi. 

195 anni fa moriva Napoleone, dieci cose su di lui che ti sorprenderanno

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195 anni fa moriva Napoleone, dieci cose su di lui che ti sorprenderanno

1. Napoleone è famoso tra le altre cose per la sua altezza. Era alto 1 metro e 69 centimetri, circa 3 sopra la media dell’epoca e 3 in più rispetto all’ex presidente francese Sarkozy.
2. Non amava particolarmente i gatti neri. Napoleone era superstizioso e li evitava.
3. Un ’Napoleon’ può essere una moneta francese, un tipo di scarpone, una varietà di ciliegia o una pistola.
4. Nonostante ci siano circa 3.000 pagine Internet che dicono sia illegale in Francia chiamare un maiale “Napoleone”, non è mai stata emanata una legge del genere.
5. Napoleone fu anche romanziere. Nel 1795 scrisse un romanzo romantico chiamato “Clisson et Eugenie” che rimase inedito fino al 1920.
6. Nel 1996 una ciocca di capelli di Napoleone è stato venduta all’asta a Londra per la cifra di 4600 euro. Una ciocca di capelli del Duca di Wellington a soli 753.
7. La biblioteca ambrosiana di Milano conserva i guanti bianchi che Napoleone utilizzò durante la battaglia di Waterloo.
8. Da bambino, Napoleone veniva chiamato dalla sua famiglia con il soprannome di “Nabulio”.
9. Il padre di Napoleone si chiamava Carlo Maria Buonaparte. Cambiò il cognome in “Bonaparte” dopo la sua morte, pochi giorni prima di sposare Giuseppina e partire per la campagna d’Italia, per renderlo più adatto alla lingua francese.
10. La stela di Rosetta fu scoperta nel 1799 da Pierre-François Bouchard,capitano nella Campagna d’Egitto di Napoleone.

Ecco perché il cibo in aereo non ha gusto

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marco moretti

Tutta colpa del rumore, lo svela Charles Spencer, docente di Psicologia sperimentale all’Oxford University



Avete notato come in aereo il cibo sembri insapore? Negli ultimi vent’anni molte compagnie aeree hanno assunto grandi chef e speso capitali per migliorare il gusto dei pranzi in prima e business class con risultati deludenti. Oggi, grazie a Charles Spencer, docente di Psicologia sperimentale all’Oxford University (Gran Bretagna) sappiamo perchè. Un suo studio ha scoperto che il rumore costante dei motori dell’aereomobile (80-85 decibel) riduce del 30 per cento la nostra sensibilità al dolce e al salato rispetto a quando siamo a terra. Secondo Spencer, il rumore dell’aereo alimenta la paura ancestrale dell’uomo emulando la situazione dei nostri antenati cavernicoli di fronte al ruggito di feroci predatori.

A 10.000 metri di quota l’unico gusto che migliora é l’umami, il «saporito», il quinto gusto (dopo dolce, salato, aspro e amaro) definito nel 1908 dal scienziati giapponesi partendo dal glutamato di monosodio. L’umami é presente nel succo di pomodoro che, inconsciamente è da decenni una delle bevande più richieste durante i voli, anche grazie al ferro che contiene é considerato utile contro il jet-lag, lo sfasamento dell’orologio biologico provocato dall’attraversamento di molti fusi orari. Il succo di pomodoro è anche l’ingrediente del bloody mary, condito con Worcester sauce (ricchissima di umami): è di gran lunga l’aperitivo più bevuto in cielo.

Secondo un’altra ricerca, di Peter Barnham docente di gastronomia molecolare alla Bristol University (sempre nel Regno Unito), l’appetibilità del cibo in volo è diminuita anche dalla bassa pressione e dalla soprattutto bassissima umidità dell’aria in cabina. In aereo l’umidità scende sotto il 10 per cento, come nei deserti più secchi del pianeta. A seguito di queste ricerche è cominciata la gara delle compagnie per ridare gusto alle vivande. La Cathay Pacific di Hong Kong addiziona miele e succo di un frutto della famiglia dei lychee alla birra alla spina servita a bordo. Funziona, a 10.000 metri il liquido ambrato diventa più appetibile.