giovedì 9 marzo 2017

Così i 4 ragazzi di Business Competence hanno vinto la causa contro Facebook

lastampa.it
manuela messina

Il colosso avrebbe rubato loro l’idea di una app per ottenere informazioni su bar e ristoranti con la geolocalizzazione del cellulare



Il colosso dei social network battuto (al primo round) da quattro ragazzi italiani. Business Competence, una società da 2 milioni e mezzo di fatturato annui, non solo ha vinto la causa davanti al Tribunale di Milano contro Facebook, che avrebbe rubato loro l’idea di una app per ottenere informazioni su bar e ristoranti individuati attraverso la geolocalizzazione del cellulare. In vista del giudizio d’Appello, che si terrà ad aprile, ha anche ottenuto che la sentenza sia immediatamente esecutiva e che Nearby – app «gemella» di quella della Business Competence – non sia più disponibile sul noto social network, almeno per quanto riguarda il territorio italiano. 

«Concorrenza sleale e violazione del diritto d’autore», l’accusa mossa dalla piccola azienda di Cassina de Pecchi, alle porte di Milano, al gigante Usa, che avrebbe sfruttato l’idea dei quattro giovani sviluppatori per crearne una del tutto simile, ma disponibile direttamente accedendo alle funzionalità del programma di Zuckerberg. 

Una mossa, questa, che avrebbe provocato «un danno» alla piccola società, come spiega Sara Colnago, amministratore delegato della società. Dopo l’impennata iniziale dei download, spiega infatti l’ad, il trend di Faround avrebbe infatti avuto una battuta d’arresto dopo il lancio di Nearby, avvenuto pochi mesi dopo l’ammissione della app tra quelle autorizzate a utilizzare le funzionalità di Facebook. 

Cinque anni dopo la loro denuncia, il Tribunale di Milano ha accertato (in primo grado) la responsabilità del gigante Usa per atti di concorrenza sleale e violazioni del diritto di autore. «Cinque anni che nel settore tecnologica sono un’eternità», ragiona ancora l’ad. Come darle torto. 

Il boia di Salvo D’Acquisto che nessuno ha mai cercato

corriere.it
di Alessandra Arachi

Nel fascicolo desecretato non c’è nulla su chi ordinò l’esecuzione. Non fu fatta nemmeno mezz’ora ora di indagine. I sospetti su un tenente paracadutista



Il nome del suo assassino non è sui libri di storia. Nelle pagine dove si raccontano gli orrori della seconda guerra mondiale, al capitolo Salvo D’Acquisto si può leggere, soltanto: fucilato il 23 settembre 1943 per ordine di un ufficiale nazista. Ma il nome di quell’ufficiale che ha dato ordine di uccidere il nostro eroe nazionale non c’è. Eppure avrebbe potuto esserci, bastava fare un’indagine. Forse neanche troppo complicata. Leggere le carte, per credere. Leggendo il fascicolo di Salvo D’Acquisto non risulta che sia stata fatta nemmeno mezz’ora ora di indagine per far luce sull’identità del suo carnefice.

È un fascicolo di 14 pagine in tutto, nove delle quali sono testimonianze raccolte nel lontano 1945. Il resto è la richiesta di archiviazione di indagini che il 17 ottobre 1996 il Procuratore militare avanza al gip e il conseguente decreto di archiviazione del gip. Stop. Ce lo ricordiamo che Salvo D’Acquisto aveva appena ventitré anni quando diede la sua vita ai nazisti in cambio di quella di ventidue civili brutalmente rastrellati intorno alla Torre di Palidoro? Ce lo ricordiamo che davanti al suo plotone di esecuzione il giovane vice brigadiere dei carabinieri non soltanto non piegò la testa, ma addirittura alzò la voce per gridare, forte: «W l’Italia»?

È proprio un’altra esecuzione attorno alla Torre di Palidoro, a pochi passi da Roma, che avrebbe potuto portare dritto al carnefice di Salvo D’Acquisto. Perché pochi giorni dopo il suo martirio, vennero giustiziati altri tre poveri cristiani, con le stesse orribili modalità: Renato Posata, Pietro Fumaroli, Giuseppe Canu. E sul loro fascicolo giudiziario questa volta c’è il nome dell’ufficiale che li ha fatti fucilare: Hansel Feiten, tenente dei paracadutisti.

Si può pensare che in un pezzetto così piccolo di terra fosse stato inviato dalla Germania soltanto un ufficiale nazista, nell’arco di una settimana? Si può dedurre quindi che Hansel Feiten fosse lo stesso ufficiale che ordinò la morte di Salvo D’Acquisto? Si può pensare, dedurre, supporre tutto. Ma la verità giudiziaria non la possiamo avere. E dire che le carte giudiziarie della Seconda guerra mondiale hanno un passato oscuro, che a un certo punto sembrava aver trovato una direzione luminosa. Questi fascicoli, infatti, vennero archiviati «provvisoriamente» subito dopo la seconda guerra mondiale e lì rimasero sommersi dalla polvere fino a quando, nel 1994, vennero rinvenuti casualmente in un armadio seminascosto della Procura generale militare.

Ed è allora che finirono sui tavoli dei procuratori militari competenti di quelle stragi, di quei delitti. Di quegli orrori. C’erano fascicoli e fascicoli dentro quell’armadio e contenevano i crimini più nefasti perpetuati dai nazisti contro gli italiani. Crimini che allora erano rimasti impuniti. Si è detto fossero stati nascosti ad arte, i fascicoli, per problemi allora di rapporti con la Germania quando ancora era in piedi il muro di Berlino e la guerra fredda non era un film di spionaggio. Tutta questa storia sarebbe rimasta oscura anche a noi, se un po’ di tempo fa Laura Boldrini, presidente della Camera dei Deputati, non avesse deciso di togliere il segreto su tutte le carte di quel periodo, atti giudiziari prima di tutto, e di renderli trasparenti e accessibili a tutti. Il fascicolo di Salvo D’Acquisto è lì, in mezzo a quel mare di carte che avrebbero dovuto servire a scrivere i libri di storia.

Quanto è pericolosa la Corea del Nord? E che cosa vuole? La crisi in dieci domande

corriere.it
di Guido Santevecchi

Perché le tensioni sono aumentate in questo modo? Che c’entra Donald Trump? E che cosa può fare la Cina? Le risposte del nostro corrispondente da Pechino


1. Quanto è pericolosa la Corea del Nord?
Dietro le immagini coreografiche del leader Kim Jong-un in visita a orfanotrofi, fabbriche di scarpe, allevamenti di pesce, parate militari al passo dell’oca, il regime ha costruito un arsenale con almeno 20 ordigni nucleari, secondo l’intelligence occidentale. Pyongyang, che ha fatto esplodere due atomiche sotterranee nel 2016, sostiene di aver acquisito la tecnologia per «miniaturizzare» le testate e montarle su un missile. Manca solo un missile balistico intercontinentale (Icbm — intercontinental ballistic missile nel linguaggio militare) per poter minacciare le città degli Stati Uniti. Ma quelle della Corea del Sud e del Giappone sono già nel suo raggio d’azione.
2. Ma che cosa vuole la Corea del Nord?
Con la sua corsa alle armi nucleari e missilistiche il regime di Kim Jong-un vuole anzitutto far sapere al mondo di avere una «polizza di assicurazione» che potrebbe costare milioni di morti in caso di guerra. Uno scontro «limitato» alla penisola coreana, già ora, secondo gli analisti Usa farebbe fino a un milione di morti nell’area di Seul.
3. Quattro missili lanciati in un solo giorno, il 6 marzo, dalla Corea del Nord. Perché?
I tecnici militari stanno cercando di mettere a punto un missile balistico capace di raggiungere le città degli Stati Uniti. Ogni lancio permette di raffinare la tecnologia. Ora i motori dei missili sono alimentati da combustibile solido e gli ordigni montati su lanciatori mobili: così sono più difficili da individuare. «Siamo all’ultimo stadio della preparazione», ha annunciato Kim Jong-un a Capodanno: l’intelligence Usa comincia a credergli.
4. Perché ora?
Si possono fare alcune ipotesi: i quattro missili fanno parte della «consueta» risposta nordcoreana alle grandi manovre militari congiunte che ogni anno in questo periodo svolgono americani e sudcoreani. Pyongyang risponde sempre alla «provocazione» con minacce, cannonate e qualche missile dimostrativo. Lo show spettacolare e inquietante potrebbe essere anche un «mezzo di distrazione di massa» dopo l’assassinio del fratellastro di Kim a Kuala Lumpur, che ha creato nuovo isolamento (la ricostruzione di Guido Olimpio e Guido Santevecchi sfiorando l’icona blu) . O potrebbe essere un rischioso segnale di sfida a Donald Trump.
5. Che c’entra Trump?
In campagna elettorale Donald Trump si era detto disposto anche a incontrare Kim Jong-un. Poi in un tweet da presidente ha detto: «Test di missile intercontinentale nordcoreano? Non accadrà». Si è messo in una posizione difficile e sa di doverne uscire, con la forza o con un difficilissimo tentativo negoziale. Qualche analista sostiene che anche al presidente americano potrebbe servire un «nemico vero», nell’arena internazionale, per uscire dalle polemiche interne.
6. Ma che possono fare gli Stati Uniti?
Il Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca ha avviato una revisione della strategia. La «Pazienza strategica» dell’Amministrazione Obama, affidata solo alle sanzioni Onu, non ha funzionato. I consiglieri di Trump valutano diverse opzioni: dal riconoscimento della Nord Corea come «Stato nucleare» e avvio di trattative, all’attacco preventivo sulle basi. Seul si è dotata di una brigata d’élite (circa 2 mila incursori) che in caso di crisi cercherebbe di decapitare il regime nemico.
7. E che può fare la Cina?
Pechino è l’unico alleato potente al fianco di Pyongyang. Non vuole che il piccolo Paese al suo confine settentrionale crolli per non vedere gli americani avanzare dal 38° parallelo fino alla propria frontiera. Ma teme anche l’imprevedibilità di Kim Jong-un (il presidente Xi Jinping non lo ha mai voluto incontrare). Insiste per la ripresa dei colloqui a sei tra Usa, Cina, Russia, Giappone, e due Coree. I colloqui si sono bloccati nel 2009 su decisione nordcoreana. La Cina dice che le sanzioni non possono essere il fine, ma il mezzo per riprendere il negoziato.
8. Quanti sono i nordcoreani?
«Un popolo felice» di 25 milioni di persone secondo i dati ufficiali. Di questi, 2,8 milioni vivono nella capitale Pyongyang, città ordinata e con poco traffico, dotata di una metropolitana scavata cento metri sotto il livello del suolo per essere usata anche come rifugio antiatomico in caso di necessità. Gli abitanti ammessi a risiedere a Pyongyang sono selezionati in base alla lealtà: Kim Jong-un non vuole correre pericoli durante le adunate oceaniche.
9. Qual è lo stato dell’economia nordcoreana?
Pyongyang non pubblica dati. Secondo l’annuario della Cia il suo Pil reale sarebbe di 28 miliardi di dollari all’anno, 40 miliardi aggiustato con il criterio della Parità di potere d’acquisto. Il Pil della Sud Corea (50 milioni di abitanti) invece vale oltre 1.370 miliardi di dollari. Le sanzioni hanno inciso sulla Nord Corea: Pechino ha appena bloccato l’import di carbone, che fornisce al regime il 40% della sua valuta estera.
10. Cosa dicono i fuggiaschi della Nord Corea?
Da quando è al potere Kim Jong-un (dicembre 2011) il numero dei fuggiaschi è diminuito, per effetto di controlli più serrati. Ultimamente sono scappate una ventina di cameriere di ristoranti nordcoreani all’estero, che hanno poco da raccontare. Ma ha tradito e si è rifugiato a Seul anche l’ex numero due dell’ambasciata a Londra, Thae Yong-ho. E ha detto: «Il regime impedisce che dall’esterno arrivino informazioni, la gente non conosce il mondo di fuori, non sa che si può vivere in un modo diverso, libero».

I soldi (segreti) alle fondazioni politiche, da Quagliariello a D’Alema

corriere.it
di Dino Martirano

L’elenco di soci e donatori può restare nascosto con lo scudo della privacy. Le 65 sigle della politica che raccolgono fondi

 



Il «moto di forte attrazione», tra fondazioni politiche e imprenditori carichi di liquidità, lo spiega il senatore Gaetano Quagliariello che ha accettato un finanziamento di Alfredo Romeo (50 mila euro) per la sua Magna Carta decisa a sostenere il quotidiano La Verità. Racconta dunque l’ex ministro per le Riforme del governo Letta, sul sito dell’Occidentale: «Attraverso una specie di call vengono informati del progetto gli imprenditori che nel tempo avevano avuto rapporti con la fondazione o dato contributi destinati a progetti specifici, tutti rigorosamente registrati e riportabili nei bilanci consultabili di Magna Carta. Fra questi Alfredo Romeo... con lui, per altro, l’interlocuzione risulta facilitata con il suo rapporto di collaborazione con Italo Bocchino...».
Le richieste della politica
E Italo Bocchino, ex deputato del Pdl, braccio operativo dell’imprenditore Alfredo Romeo (arrestato), oggi indagato nell’inchiesta Consip, conferma che, spesso, l’iniziativa la prende la politica: «Romeo, in una lettera precisazione inviata dopo una puntata di Report in cui si parlava dei finanziamenti legittimi fatti a varie fondazioni, puntualizzava: “Nessun finanziamento era stato fatto se non richiesto...”». Nelle 65 fondazioni politiche (tante ne ha censite Openpolis), il cui numero è lievitato dopo l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, la trasparenza è un optional: il 93,33% della fondazioni omette, con la scusa della privacy, di rendere accessibile l’elenco dei soci e dei donatori.

Poca trasparenza , dunque, anche se poi i 60 mila euro donati nel 2014 dalla società della moglie di Romeo alla Fondazione Open (il motore del fundraising di Matteo Renzi) erano stati oggetto di un’intervista dell’allora sindaco di Firenze: «Io quel finanziamento non l’avrei accettato...». Ma quei soldi andavano restituiti? «Non so, chiedetelo alla Fondazione», tagliò corto Renzi. Per il resto, il biglietto da visita di Open ce l’ha in tasca il presidente, l’avvocato Alberto Bianchi, che oltre a essere consigliere d’amministrazione dell’Enel è «arbitro» nelle controversie che investono la Consip.
Poche le virtuose
Luciano Violante (Pd), che dirige l’Associazione Italia Decide, è tra i 4 presidenti (su 65) ad aver messo in chiaro chi sono i suoi finanziatori: «Intesa, Unicredit, Eni, Fs, Enel, Finemecacnica, Poste...», risponde l’ex presidente della Camera: «Romeo? No, non è tra i nostri». Ermete Realacci (Pd), con la Symbola (un centro di ricerca sull’ambiente che pubblica anche in cinese) chiede ai suoi sostenitori di metterci la faccia: «Donazioni in chiaro e poi mettiamo un tetto, 10 mila euro all’anno, perché il piccolo imprenditore conti come Coldiretti, Confartigianato, Legambiente, Enel e Unioncamere». E Romeo? «Conoscendoci, non si è fatto vedere», ride di gusto Realacci.
Una leggina dimenticata
Antonio Misiani, l’ex tesoriere del Pd che oggi sostiene Andrea Orlando alle primarie, ha presentato una proposta di legge per equiparare le fondazioni ai partiti, togliendo anche il vincolo della privacy: in questo modo tutte le donazioni superiori ai 5.000 euro (massimo 100 mila euro) dovrebbero essere pubbliche. Invece ora, come dice Misiani , «nelle fondazioni ognuno fa come crede».Italianieuropei (fondazione, associazione e rivista con sede in piazza Farnese), fondata nel ’99 da Massimo D’Alema e da Giuliano Amato, conferma la «policy di riservatezza» sui finanziatori: che siano Coop, industriali italiani o solidi gruppi internazionali. Sul bilancio depositato da Italianieuropei c’è il totale delle donazioni ma non i nomi dei donatori che pure, almeno alle cene di finanziamento organizzate a Palazzo Rospigliosi, sono usciti parzialmente allo scoperto anche se sui segnaposto non c’era scritta l’entità della donazione.
Fondazioni low cost
Da una inchiesta di Milena Gabanelli (Report) risulterebbe che l’imprenditore Romeo ha finanziato in parte le campagne elettorali di Luca Zingaretti, Gianni Cuperlo, Nicola Latorre e degli scissionisti dell’Idv. Tutto legittimo e quasi tutto tracciato anche perché, come diceva Michele Emiliano (Pd) quando anche lui era iper-renziano, «risulta che Romeo finanzi tutti i politici italiani». Comunque, aggiungeva il competitor di Renzi alle primarie, «io il finanziamento di Romeo non l’avrei accettato».

E dice di tenersi alla larga dalle tentazioni anche Maurizio Gasparri (Forza Italia) con Italia Protagonista che «è una fondazione low cost...». La persistente opacità di alcune fondazioni, dunque, non viola la legge. Ma per mettere fine alla giungla ci sarebbero almeno due soluzioni: seguire Pippo Civati (ha convertito la fondazione È possibile in un partito che accetta solo donazioni online) oppure stabilire regole uguali per tutti. Con una leggina che da anni giace alla Camera.

Nokia oltre il 3310: “Vogliamo essere di nuovo protagonisti nel mercato degli smartphone”

lastampa.it
bruno ruffilli

Dopo la presentazione al Mobile World Congress, il presidente di HMD Global Oy Florian Seiche racconta in esclusiva a La Stampa la nuova strategia del marchio finlandese. E svela un dettaglio sul telefono più chiacchierato di questo inizio d’anno


Florian Seiche, presidente di HMD Global Oy, con il Nokia 3310

Florian Seiche è presidente di HMD Global Oy, la nuova casa di Nokia. Nel mondo della telefonia ha un curriculum lungo e prestigioso, che comprende Htc, Siemens, Orange. E da ultimo Microsoft Mobile: “Sono stato responsabile degli smartphone Nokia nel momento del passaggio all’azienda di Redmond”, spiega nel nostro incontro al Mobile World Congress di Barcellona, che ha segnato per l’azienda finlandese il ritorno sul mercato dopo l’acquisizione da parte di Microsoft nel 2014. 

Cosa è successo in questi tre anni?
“Io e altri dirigenti abbiamo passato molto tempo a cercare un modo per riportare in vita un marchio così importante, al quale tantissime persone erano ancora affezionate”.

E come avete fatto?
“Lo scorso anno Microsoft ha venduto a HMD una parte della divisione telefoni di Nokia. un’altra parte è andata a Foxconn, con cui abbiamo stretto una partnership. E infine per gli smartphone abbiamo ottenuto per i prossimi 10 anni l’uso esclusivo del marchio da Nokia Corporation, con cui abbiamo uno stretto rapporto di collaborazione. Fino al 2020 abbiamo in programma di spendere 500 milioni di dollari per il rilancio”. 

Perché qualcuno dovrebbe comprare un apparecchio Nokia, visto che ci sono già tanti ottimi smartphone di fascia media?
“Abbiamo fatto scelte molto precise per la nostra gamma di smartphone. Nokia è sinonimo di qualità: la finitura del Nokia 6 è incredibilmente solida, l’edizione limitata in nero lucido è fantastica. Ma anche negli altri modelli c’è un’attenzione alla realizzazione e una cura per il design che non si trova da nessuna parte a questo prezzo. Il Nokia 5, ad esempio: costa 189 euro, ma ha un’antenna spostata in alto e alla base dello chassis, una caratteristica che nemmeno i top di gamma hanno. Finché il retro è in vetro, le onde radio passano senza problemi, ma se è in alluminio come i nostri smartphone, c’è bisogno di trovare una soluzione che concili estetica e funzionalità, e non tutti ci riescono”. 


REUTERS
Juho Sarvikas, Chief Product Officer di HMD Global, con gli smartphone Nokia

E oltre il design?
“Il software: adottiamo una versione standard di Android, ognuno può personalizzarla come vuole, ma in termini di durata della batteria, di prestazioni e possibilità di aggiornamento è il meglio che esista sul mercato. E poi ancora c’è lo schermo: luminoso, con colori naturali. Quello che serve, senza correre dietro alle specifiche: non abbiamo la massima risoluzione possibile, ma abbiamo il Gorilla Glass, che resiste a urti e graffi”. 

Ma che margine di guadagno c’è a offrire tutte queste caratteristiche per un prezzo così basso?
“Per i consumatori un nostro smartphone è un valore incredibile rispetto al prezzo, ma l’obbiettivo è più lontano: vogliamo diventare di nuovo protagonisti del mercato. Questo è solo l’inizio: siamo molto ambiziosi, vogliamo riportare a casa loro i fan di Nokia”. 

Quanto vi aiuta il fatto che Nokia sia attiva anche nel settore dei network cellulari?
“Come HMD siamo in partnership con Nokia anche per sviluppi della rete di prossima generazione, il 5G, che promette ottime opportunità di sviluppo. Ma dall’altra parte ci aiuta molto anche il fatto di avere una serie altri apparecchi col marchio Nokia, smartwatch, bilance, gadget per la salute. è un’offerta molto vasta, che non si ferma ai telefoni”.

Due anni fa al Mobile World Congress tutti i produttori presentavano smartwatch, oggi sono rimasti in pochissimi. Voi ci credete ancora?
“Siamo entusiasti della nostra offerta. Anche perché gli smartwatch Nokia sono diversi da tutti gli altri, sono splendidi orologi e sono anche intelligenti”. 

E il ritorno del 3310?
“Abbiamo una gamma ampia di telefoni, per soddisfare tutte le esigenze. Ne venderemo decine di milioni”.

Dove?
“In Africa, Europa dell’Est, Russia, Germania. Anche in Italia”.

Che ruolo gioca nella vostra strategia un telefono da 49 euro?
“Lo abbiamo fatto rinascere come un’icona, ma abbiamo pensato ovviamente anche agli utilizzi pratici. Può essere il primo telefono per tante persone, ma anche un passo per avvicinarsi al mondo Nokia, o per ritornarci. E ci auguriamo che chi lo compra poi possa essere spinto dalla curiosità e acquistare un nostro smartphone, magari conservando il 3310 come secondo o terzo apparecchio. Un oggetto piccolo e affidabile da portare sempre con sé”. 

Una specie di smartwatch, insomma.
“Già”.

Quando arriva nei negozi?
“In primavera”.

Ma molti Paesi stanno dismettendo le reti cellulari più vecchie: il Nokia 3310 sarà compatibile con il 3G o il 4G?
“Noi guardiamo al futuro e supportiamo tutti gli standard più recenti, ma questa è una riedizione di un vecchio modello. Funziona al massimo con le reti 2.5 G, il Gprs”.

Apple al lavoro su tre iPhone: il modello più grande avrà schermo da 5,8 pollici

lastampa.it

Secondo gli ultimi rumor, l’azienda di Tim Cook a settembre presenterà l’iPhone 7S e 7S Plus da 4,7 e 5,5 pollici rispettivamente, ai quali potrebbe aggiungersi un nuovo dispositivo, forse chiamato iPhone X o iPhone Pro, con display più grande



Anche oggi c’è un rumor sull’iPhone. Per celebrare i dieci anni del suo smartphone, in autunno Apple svelerà un modello più grande, con schermo da 5,8 pollici, che si affiancherà a due modelli simili a quelli attualmente in commercio. L’ultima indiscrezione in questo senso arriva dal quotidiano finanziario giapponese Nikkei. Stando alle indiscrezioni, Apple a settembre dovrebbe aggiornare come di consueto la linea di telefoni, presentando l’iPhone 7S e 7S Plus da 4,7 e 5,5 pollici rispettivamente.

A questi potrebbe però aggiungersi un nuovo dispositivo, forse chiamato iPhone X o iPhone Pro, con display più grande, caratteristiche nuove e un prezzo superiore ai mille dollari. Il nuovo melafonino con display Oled, curvo sui lati, da 5,8 pollici non dovrebbe risultare più grande del modello Plus attuale. Lo spazio per le dimensioni generose del dispositivo sarebbe infatti recuperato assottigliando le cornici del telefono, operazione resa possibile nella parte inferiore dall’eliminazione del tasto home. Il lettore di impronte digitali potrebbe quindi essere integrato direttamente sotto il touchscreen, o sostituito da sistemi alternativi come il riconoscimento facciale o dell’iride.

Per l’analista Ming-Chi Kuo di Kgi Securities, esperto del mondo Apple, del display da 5,8 pollici sarebbe utilizzabile solo un’area da 5,15 pollici. La superficie restante, nella parte bassa, sarebbe dedicata a un’area funzioni, forse simile alla Touch Bar introdotta dalla compagnia nei nuovi computer portatili MacBook Pro.

Apple Pay presto anche in Italia

lastampa.it
andrea nepori

Il servizio di pagamento contactless per iPhone e Apple Watch arriverà nel nostro paese. Gli istituti di credito convenzionati all’inizio saranno tre: Unicredit, Carrefour Banca e Boon



Apple Pay si potrà utilizzare presto anche in Italia. Non ci sono ancora annunci ufficiali, ma sul sito dell’azienda californiana la pagina del servizio ora è disponibile anche in versione italiana, completamente tradotta, e riporta la scritta “in arrivo”. Apple ha localizzato anche le guide del suo sito di supporto. Le date di ultimo aggiornamento indicano che le modifiche alle guide sono state effettuate nelle ultime settimane.

Il servizio di pagamento contactless è stato lanciato dall’azienda nel 2014 negli USA ed arrivato gradualmente in più di una dozzina di paesi nel mondo. Il funzionamento è semplice: basta aggiungere una carta di credito supportata nell’applicazione, che la conserverà in maniera sicura, e poi basterà avvicinare l’iPhone o l’Apple Watch al POS compatibile con i pagamenti contactless. L’autorizzazione avviene grazie alla lettura dell’impronta digitale su Touch ID. 

Il procedimento è rapidissimo e soprattutto sicuro: né l’app né il rivenditore hanno accesso ai dati specifici della carta di credito, perché il pagamento viene approvato grazie ad un codice univoco del dispositivo, incrociato con l’identificativo della transazione. Il sistema è disponibile anche per gli acquisti online negli ecommerce convenzionati.

Al momento del lancio in Italia Apple Pay si potrà utilizzare con le carte di credito del circuito Visa o Mastercard emesse da tre istituti: Unicredit, Carrefour Banca e Boon. E qui c’è un annuncio nell’annuncio: Boon è una piattaforma che offre una carta prepagata e un’app di gestione del denaro che finora non era disponibile in Italia; molto probabilmente il servizio verrà lanciato in concomitanza con l’attivazione di Apple Pay. 

Il successo degli eredi dell’Ira mostra le vecchie fratture a Belfast

lastampa.it
letizia tortello

Voto anticipato in Ulster, agli unionisti un seggio più del Sinn Fein. Rischio scontro fra cattolici e protestanti. E incombe la Brexit


Il partito Unionista Democratico (Dup) che ha vinto anche se per poco le elezioni ha tre settimane per trovare un accordo con la minoranza relativa del Sinn Fein, altrimenti per legge si dovranno indire nuove elezioni, le terze in 10 mesi

Un vittoria amarissima, per il rotto della cuffia, anzi praticamente una disfatta: appena un seggio di vantaggio e qualche migliaio di voti in più. In Irlanda del Nord, dopo quasi vent’anni di fatica per ricucire un popolo diviso, le fratture tornano a galla, aggravate dalla Brexit, e gli equilibri politici cambiano bruscamente. La cartina di tornasole sono le elezioni di venerdì. 

I protestanti del Partito Unionista Democratico, il Dup, che solo fino a dieci mesi fa avevano la larga maggioranza nell’Assemblea di Stormont, ora hanno sopravanzato per pochissimo i repubblicani cattolici del Sinn Fein, eredi dell’Ira e loro braccio politico, indipendentisti e nazionalisti. Guidati dalla quarantenne Michelle O’Neill, figlia di un militante dell’esercito repubblicano irlandese.

A Belfast si rischia la paralisi. Con un’assemblea polarizzata, e gli spettri dei Troubles – 30 anni di guerra civile e 3700 morti – che riecheggiano brutti timori. La clessidra che corre veloce: secondo gli accordi di pace in vigore nell’Irlanda del Nord dal 1998, il governo deve essere condiviso da unionisti e nazionalisti. Quindi il Dup e il Sinn Fein hanno tre settimane per formare il governo. Diversamente, dovranno svolgersi nuove elezioni, le terze in meno di un anno. 

Società divisa in due
«Quis separabit?». Si potrebbe parafrasare il vecchio motto gaelico paramilitare, per descrivere i fronti aperti al momento nell’Ulster. Lo scossone repubblicano, cioè la quasi vittoria del Sinn Fein (che ha ottenuto 27 seggi contro i 28 del Dup), cambia i connotati di Stormont, il parlamento di Belfast. Anche il risultato degli altri partiti è stato una sorpresa: dietro di loro sono arrivati i conservatori unionisti euroscettici dell’UUP (12,9%), che si aspettavano molto di più, i socialdemocratici nazionalisti del Sdlp (11,9%), poi i liberali di Alliance (9,1). 

Gli accordi di pace del '98
La clamorosa rimonta dei nazionalisti cattolici di Mrs. O’Neill è il simbolo di un momento storico, che preoccupa Londra e tira dentro anche il risultato della Brexit. Il Sinn Fein al referendum del 23 giugno votò per il Remain (a differenza dei protestanti, vicini a Londra). Questa situazione di quasi parità potrebbe mettere in crisi il destino del processo di pace che nel ’98 mise fine alla guerra fratricida fra cattolici indipendentisti e protestanti fedeli alla corona britannica. Ma com’è è arrivata l’Irlanda del Nord ad elezioni anticipate?

La crisi è esplosa a gennaio, apparentemente per una questione secondaria: il dissidio su un programma per lo sviluppo delle energie rinnovabili. Il vice-premier Martin McGuinness, leader dello Sinn Fein (gli Accordi del Venerdì Santo stabilirono che il posto di vice va al partito di minoranza relativa) si è dimesso e si è creata la crisi di governo. Ora, la premier Arlene Foster, leader del Dup - coinvolta a sua volta in uno scandalo che la vede accusata di malversazione - attacca: «Quelli del Sinn Fein potrebbero spingere per un’unificazione con l’Irlanda, evocata in questi giorni da Dublino». 

Dopo la Scozia, si profila un’altra spina nel fianco per la premier britannica May. E per l’Irlanda del Nord stessa, visto che l’Europa rappresentava in qualche modo la garanzia dell’unità e della fine delle lotte sanguinose, delle «due Irlande».