lunedì 13 marzo 2017

Mr. Mivar chiama Samsung: "Produci in Italia, puoi usare le mie fabbriche gratis"

corriere.it
di Roberto Pezzali


Con una lettera indirizzata a Samsung e pubblicata sul sito di Mivar Carlo Vichi, deus ex machina dello storico marchio di TV italiani offre il suo polo produttivo al numero uno asiatico. "Samsung, produci in Italia"

"Signori Imprenditori asiatici, siete gli unici costruttori della componentistica elettronica. Venite a rendervi conto dei vantaggi che potreste avere assemblando in Italia 3 milioni all'anno dei vostri televisori, la Mivar vi concederebbe l'uso gratuito di un complesso industriale unico al mondo in provincia di Milano, come pure il supporto necessario a una vostra presenza in Italia. Il governo stesso darà il benvenuto a una Industria costruttrice di televisori. Signor Presidente della Samsung, mandi un suo incaricato a verificare personalmente come stanno le cose, non le costerà nulla."

Questo è il messaggio che il patron Carlo Vichi, anni 94, ha pubblicato in questi giorni sul sito della Mivar, lo storico marchio di televisori italiani che il 20 dicembre del 2013 ha prodotto il suo ultimo televisore. Mivar per anni è stata una costante in tutte le case degli italiani, buona costruzione, buona qualità e prezzo super competitivo rispetto al resto del mondo: con i TV CRT, ingombranti e pesanti, produrre all’estero non era certo un vantaggio.



L’arrivo degli LCD, la spinta sul design, sulle nuove tecnologie e il progresso del settore hanno però portato in poco tempo la Mivar al fallimento: il 20 dicembre del 2013 la nuova ed evoluta fabbrica, che Vichi aveva costruito per far fronte proprio agli orientali, ha prodotto il suo ultimo televisore. Ora quelle stesse fabbriche, vicine a Malpensa e collocate in una posizione anche strategica, vengono offerte a Samsung: il colosso coreano produce i suoi televisori per l’Europa in Polonia e l’opzione Italia potrebbe non essere affatto una brutta idea.

Vichi non intende trattare: l’uso delle fabbriche sarà gratuito così che tutto il sostegno, ma a carico di Samsung sarà ovviamente l’assunzione della forza lavoro per poter mandare avanti il tutto. Raccoglierà Samsung l’appello?

Addio “Wintel”, siamo alla fine dell’alleanza Intel-Microsoft

lastampa.it
antonio dini

Dopo quasi quarant’anni l’accordo tra i due colossi è agli sgoccioli: avanza Arm, il microprocessore economico di smartphone e tablet ora anche per server e presto per Pc



Intel non più inside. Microsoft ha cominciato a prendere le distanze dal più grande produttore al mondo di processori - le CPU, i cervelli dei computer - e dichiarato di voler portare il suo sistema operativo anche su processore ARM, lo stesso usato da telefoni cellulari e tablet oltre che, da pochi mesi, anche sui server. Ancora non esistono server ARM con cui Microsoft faccia girare il suo cloud Azure, ma l’idea stessa che l’azienda possa “lasciare” Intel è di per sé una notizia.

Oppure solo una strategia per alzare la posta nelle trattative per l’acquisto dei processori: Microsoft come altre grandi aziende (Amazon, Google, Facebook) compra da Intel le componenti e si realizza da sola i server per i propri datacenter. Con la crescita del cloud aumentano anche i datacenter e quindi il conto finale dei fornitori come Intel: per dare un’idea Google è arrivato ad essere il quinto acquirente di processori server Intel, l’unico che non vende server.

Perché è così importante l’alleanza tra Microsoft e Intel, chiamata “Wintel”? Facciamo un passo indietro. Era l’inizio degli anni Ottanta e, oltre alla musica new wave e alla dance, diventava adulta anche l’informatica personale come la conosciamo oggi: dopo i mille fiori della rivoluzione digitale degli anni Settanta il mercato si chiudeva su pochi standard: Apple ma soprattutto i personal computer Ibm compatibili basati sul sistema operativo di Microsoft.

Mentre Bill Gates firmava il suo accordo di licenza con Ibm che avrebbe reso gigantesca la Microsoft, lontano dai riflettori anche Intel ne firmava un altro, che avrebbe permesso al gigante di Santa Clara di diventare il colosso dei microprocessori che è oggi. Il “cervello” dei Pc sarebbero stati i chip prodotti da Intel o da altri sulla base delle specifiche concordate.

Microsoft e Intel in poco tempo formarono una alleanza di fatto che, nelle dichiarazioni di Intel “ha fornito ai clienti una spirale senza fine di prezzi calanti e prestazioni crescenti” portando avanti “una visione unica e condivisa nella storia dell’innovazione per un’informatica flessibile”. Secondo altri (come Amd, produttore di processori che ha denunciato Intel) l’alleanza “Wintel” era un oligopolio di fatto, che prevedeva la nascita ad anni alterni di nuove versioni di Windows più esigenti dal punto di vista del processore e nuovi processori più potenti che permettevano la realizzazione di sistemi più potenti.

Microsoft non ha ancora annunciato accordi con nuovi fornitori di processori Amd ma ha semplicemente seguito una doppia via: da un lato continuare a sviluppare i suoi prodotti sull’architettura Intel e dall’altro aprirsi a una nuova strada centrata sui processori più economici prodotti su licenza di Amd da numerose terze parti, come ha fatto un anno fa Google nello spazio dei server e come fa da anni Apple per i suoi tablet e telefoni, progettando e realizzando in casa su licenza i processori Ax. Apple non è l’unica, perché Intel ha già perso da tempo la battaglia degli smartphone e dei tablet (gli apparecchi “post-PC”, come sono stati definiti). 

Per questo motivo anche Samsung e tutti gli altri (con pochissime eccezioni) usano Arm per i propri apparecchi tascabili. E cominciano ad apprezzare il costo minore e la crescente potenza dei processori Arm immaginando personal computer portatili a bassa potenza basati sui processori Arm che adesso hanno fatto la loro comparsa nel mercato dei server. Intel teme tutto questo: cioè perdere la guerra dei semiconduttori se il mercato di Pc e server dovesse orientarsi verso un diverso standard tecnologico. Finora a mitigare questo rischio ci pensava Microsoft, che rilasciava il suo sistema operativo solo per processori Intel. 

Adesso, Microsoft minaccia di abbandonare l’alleanza Wintel un po’ per avere prezzi migliori e per poter competere con i server basati su Linux (che gira su qualsiasi piattaforma e processore senza problemi), uno po’ per poter riguadagnare spazio nel settore degli smartphone e tablet e un po’ anche per prepararsi all’eventuale passaggio dei Mac di Apple ai processori Arm. I giochi sono ancora aperti ma, in ogni caso, è già finita un’epoca.

@antoniodini

Elisabetta II, regina anche delle banconote

lastampa.it
marco moretti



Con i suoi coloratissimi cappellini e tailleur, la regina Elisabetta II d’Inghilterra macina un record dopo l’altro. Nel 2017 The Queen entra nell’anno di zaffiro: regna da 65 anni sulla Gran Bretagna. Per la prima decade è stata anche la sovrana del British Empire, il più grande dominio coloniale della storia. Elisabetta II ha però conquistato anche un altro primato. È il capo di stato più raffigurato nella storia della numismatica. La sua regale effige é apparsa sulle banconote di ben trenta Paesi, oltre che su gran parte delle monete delle ex colonie britanniche.

Il suo debutto sulla carta moneta è iniziato diciassette anni prima dell’incoronazione. Nel 1935, quando l’erede al trono Elisabetta aveva appena otto anni, il Canada (ex colonia e oggi membro del British Commonwealth) emise una banconota da 20 dollari con l’effige di Elisabetta bambina. Dopo l’incoronazione, nel 1952, la sua imagine sostituì quella del padre Giorgio VI su tutti i conii delle sterline britanniche. Nel 1954 la Giamaica fu la prima colonia a ritrarre la giovane sovrana (aveva 28 anni) sui biglietti da una sterlina. Dopo la decolonizzazione del 1961 – seguita alla dichiarazione dell’Onu sul diritto all’autodeterminazione dei popoli – il fenomeno non si arrestò. 

Nel 1970, le caraibiche Cayman Island, all’epoca territorio britannico d’oltremare, emisero una banconota da 100 dollari con la sua effige a 44 anni. Nel 1976 fu il turno di Sant’Elena (l’isola in cui fui imprigionato e morì Napoleone) a celebrare i cinquant’anni di Elisabetta con un nuovo biglietto da 5 sterline. Seguirono emissioni con la faccia di The Queen su Man Island, Gibilterra, Fiji, Jersey Island. L’ultima banconota straniera a ritrarre Elisabetta II è quella neozelandese da venti dollari coniata nel 2016.

Quanto puó valere l’intera collezione di monete e banconote raffigurante la regina? Un valore inestimabile. Il sogno di ogni numismatico.

Trent’anni di crimine: Danilo Restivo e il caso Claps

lastampa.it
otto maggiani

La serie in vista del Torino Crime festival (in programma dal 6 aprile): la settima puntata


Danilo Restivo, condannato a 30 anni per l’omicidio di Elisa Claps. In Gran Bretagna è sato condannato all’ergastolo per un altro omicidio, quello di Heather Barnett

Torino ospiterà anche quest’anno il Torino Crime Festival, rassegna dedicata al crimine nella letteratura e nella scienza, nel cinema e sui giornali. La rassegna si inaugura il 6 aprile, La Stampa la precede con un countdown ripercorrendo gli ultimi 30 anni della storia d’Italia attraverso i trenta crimini più eclatanti di ogni anno (dal 1987 al 2017), e riproponendo le storie una al giorno. La settima puntata racconta di Elisa Claps, la ragazza scomparsa a Potenza il 12 settembre 1993 e ritrovata senza vita solo 16 anni più tardi (il 17 marzo 2010).

Le indagini stabiliranno che la morte della giovane è avvenuta lo stesso giorno della scomparsa per opera dell’amico Danilo Restivo che, nel periodo in cui la sorte di Elisa Claps era ancora sconosciuta, verrà giudicato colpevole anche dell’uccisione - compiuta nel 2002 in territorio britannico - di una vicina di casa, Heather Barnett. Restivo è stato condannato all’ergastolo nel Regno Unito per la Barnett e a trent’anni in Italia per il caso Claps. Restivo era anche stato arrestato a Potenza nel 1994: abbiamo recuperato dall’archivio un articolo di Edmondo Soave che racconta di quell’arresto, sfociato in un nulla di fatto.

Un arresto riapre il giallo di Elisa
Potenza: sparita un anno fa, manette all’amico
La Stampa, domenica 11 settembre 1994

Ad un anno esatto dalla scomparsa, forse sono a una svolta le indagini sul caso di Elisa Claps, 17 anni, studentessa, figlia terzogenita di un tabaccaio. Il sostituto procuratore, Licia Genovese, ha fatto arrestare Danilo Restivo, 22 anni, «pretendente respinto», come lo definisce la madre della ragazza scomparsa, e comunque l’ultima persona che ha incontrato Elisa il 12 settembre dello scorso anno, all’uscita dalla chiesa della Trinità, in pieno centro storico, prima che fosse inghiottita dal nulla. L’accusa è di false dichiarazioni rese al magistrato. 

Gli inquirenti stanno lavorando intorno alla cerchia ristretta di amici della ragazza, convinti che non tutti abbiano detto quello che sanno, in particolare Danilo Restivo, Eliana De Cillis amica del cuore di Elisa, 18 anni, ed Eris Gega, 22 anni, un immigrato giunto a Potenza con la prima ondata di albanesi, nel ’90. Ci sono contraddizioni nella versione dei fatti relativi alle ultime ore di cui si hanno notizie di Elisa. Lui, per adesso, preferisce non rispondere. Assistito dall’avvocato, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Il 12 settembre dell’anno scorso era domenica. Elisa si recò a. Messa con Eliana alle 11,30. Poi era in programma un incontro con Danilo che doveva consegnarle un regalo, secondo Eliana, per la promozione appena conseguita. Nessun regalo, ribatte Danilo: «Ci siamo visti, poi ognuno è andato per la sua strada». 


(L’articolo pubblicato da La Stampa il 12 settembre 1994)

Ma da allora si perdono le tracce della studentessa. Danilo finisce in ospedale per farsi medicare una ferita causata da una caduta accidentale in un cantiere. Ricostruzione lacunosa, insomma, del suo incontro con la ragazza e dei suoi stessi successivi spostamenti; ulteriori elementi raccolti dagli inquirenti negli ultimi giorni hanno fatto scattare il provvedimento di custodia cautelare.

Intanto la città è entrata di nuovo in fibrillazione: l’emozione era appena sopita; ora la ricorrenza del primo anniversario, l’arresto dell’amico di Elisa e la tenacia di un gruppo di «amici di Elisa» hanno riportato di nuovo il «giallo» in primo piano. I muri della città sono nuovamente tappezzati di manifesti in cui s’invoca la verità sul caso; nei giorni scorsi sono state raccolte firme da inviare al ministro Maroni perché prenda a cuore la vicenda. 

E in tutte le chiese sono state sistemate da una settimana cassette postali per raccogliere i messaggi di solidarietà che i cittadini vorranno far pervenire alla famiglia. E stasera ci sarà una fiaccolata per le vie della città; infine, in via Pretoria, la strada dov’è stata vista per l’ultima volta Elisa, verranno letti in pubblico i messaggi più importanti che saranno stati raccolti nelle chiese. L’avvocato Mario Marinelli, difensore di Restivo, ha definito «sorprendente» il provvedimento restrittivo emesso dall’autorità giudiziaria.

«Sorprendente ha detto - perchè arrivato due giorni prima delle manifestazioni, ampiamente pubblicizzate dagli organi di informazione, promosse dagli amici di Elisa Claps ad un anno dalla sua misteriosa scomparsa; ancor più sorprendente perchè, per quel che ho sommariamente potuto apprendere dalla contestazione fatta in carcere dal pm, l’ordinanza sarebbe fondata su elementi già da tempo noti e quasi tutti ampiamente riferiti dai mass media». 

«Attendo la notifica della copia del provvedimento - ha detto ancora l’avvocato Marinelli - sperando di potervi trovare elementi di novità tali da giustificare un provvedimento tanto grave nei riguardi di Danilo Restivo. Mi preme tuttavia sottolineare ancora una volta, per dovere difensivo l’assoluta estraneità dello stesso Restivo alla scomparsa di Elisa Claps, come emerge inequivocabilmente da elementi incontrovertibili già raccolti dagli investigatori ed acquisiti al fascicolo processuale».

La famiglia di Elisa Claps, ovviamente, attende e non dispera. La madre, Filomena lemma, ha raccontato a La Gazzetta del Mezzogiorno di essere sicura che sua figlia è viva, che si trova in una situazione di costrizione, che è prigioniera di qualcuno e ha lanciato ancora un appello: «Aiutatemi a trovare Elisa, non voglio vendette, non serbo rancore, ho già perdonato tutti». 
Edmondo Soave

“Sfida accettata”, ecco perché Facebook è invaso da foto del passato

lastampa.it
simone vazzana

Nei mesi scorsi ha avuto successo in India e nel Regno Unito per sensibilizzare sulla lotta ai tumori. In Italia si è trasformata in una digitalizzazione nostalgica degli album di famiglia



In questi giorni vi sarà capitato di ritrovarvi di fronte ad almeno un paio di fotografie su Facebook (e Instagram), introdotte dal messaggio «Sfida accettata». In estrema sintesi: molti utenti pubblicano immagini vecchie, anche di decenni. È una catena: chi apprezza la foto con un “Mi piace” è sfidato a caricarne una personale e così via. In realtà l’iniziativa è nata con ben altri obiettivi.

Conoscete il telefono senza fili? Da bambini ci avrete sicuramente giocato: lo scopo consiste nel riuscire a far girare una frase bisbigliandosela tra partecipanti. Di vicino in vicino, la frase arriva all’ultimo della fila, che deve ripeterla ad alta voce: spesso è molto diversa da quella di partenza. La catena della «sfida accettata» è nata diversi mesi fa per sensibilizzare gli utenti dei social network sulla lotta contro il cancro. 

Il tutto risale all’agosto scorso. L’iniziativa aveva sùbito preso piede in India, allargandosi al Regno Unito. Poche, ma semplici regole: pubblicare una foto in bianco e nero, accompagnata dalle parole «Challenge Accepted».

«Sfida accettata». All’autore del post spettava l’invio del messaggio a tutti coloro che avessero dimostrato apprezzamento attraverso un “Like”: «Since you liked my picture, you now have to post a black & white picture of you and write Challenge Accepted. Let’s fill Facebook with black & white pictures to show our support for the battle against cancer. That is the challenge. When your friends like your post, you send them this message».

Tradotto: «Dato che hai messo “Mi piace alla mia foto”, ora devi postarne una in bianco e nero, scrivendo “Sfida accettata”. Riempiamo Facebook di foto in bianco e nero per mostrare il nostro supporto alla battaglia contro il cancro. È questa la sfida. Quando i tuoi amici metteranno “Mi piace” al tuo post, invia loro questo messaggio ».

Non tutti hanno gradito. In Inghilterra è diventato celebre il messaggio di protesta pubblicato su Facebook da Rebecca Wilkinson, 36enne madre di due bambini a cui, nel 2013, è stato diagnosticato un cancro al seno. La donna ha subìto una doppia mastectomia. «Tutta questa “campagna” va contro quelli che hanno un tumore. Non li aiuta, non hanno bisogno di selfie. Qualcuno ha deciso di iniziare una campagna virale su Facebook che non serve a ottenere un bel niente. Stanno usando il cancro solo per il gusto di far diventare virale qualcosa. Fermatevi».

Il significato della catena, proprio come nel telefono senza fili, è cambiato di foto in foto. Ora al centro di tutto ci sono i ricordi, c’è la nostalgia della giovinezza. Per godervi il lato ironico di tutta la faccenda, il consiglio è sempre lo stesso: date un’occhiata a Twitter.

Cattura

“Gli antivirus mettono a rischio la sicurezza del computer”

lastampa.it
marco tonelli

La maggior parte dei prodotti sul mercato bloccherebbero aggiornamenti importanti . E i programmi stessi potrebbero trasformarsi in porte d’accesso per virus e malware: la denuncia di chi ha ideato Firefox e del responsabile sicurezza di Chrome



Gli antivirus potrebbero mettere a rischio la sicurezza del computer. A dirlo è Robert O’ Callahan, ex sviluppatore al lavoro su Firefox. In un post pubblicato sul suo blog personale, l’uomo denuncia la pericolosità della maggior parte degli antivirus sul mercato. In particolare, questi software bloccherebbero aggiornamenti importanti e potrebbero arrivare a interferire con il funzionamento dei programmi utilizzati per navigare in rete. E infine, a causa della loro debolezza potrebbero trasformarsi in porte d’accesso per i virus informatici.

BROWSER A RISCHIO SICUREZZA 
O’ Callahan scrive che i software si moltiplicano in piccoli pezzi capaci di modificare il funzionamento dei browser. «Durante il mio lavoro su Firefox, stavo implementando delle misure di protezione ASLR (capaci di impedire l’accesso alle funzioni di libreria dei file ndr.), ma gli antivirus presenti le rendevano inutilizzabili», racconta lo sviluppatore. E come riporta il sito web Ars Technica, in passato anche altri esperti hanno raccontato di aver riscontrato problemi nello sviluppo di aggiornamenti importanti. «Gli antivirus sono l’ostacolo più grande», aveva scritto in un tweet il responsabile per la sicurezza di Chrome Justin Schuh.

Secondo l’esperto, i software avrebbero impedito, per più di un anno, la creazione di una sandbox (un ambiente sicuro in cui testare gli aggiornamenti). Senza dimenticare che è proprio la natura invasiva dell’antivirus ad aver scatenato una catena di errori capace di rompere alcuni elementi dei protocolli per la comunicazione sicura HTTPS e HSTS, fondamentali per la sicurezza delle interazioni con i siti web. E nel 2012, Nicolas Nethercote (uno sviluppatore di Firefox) si era soffermato sul forte consumo di memoria del browser, causato dalla presenza dei componenti aggiuntivi dell’antivirus.

ANCHE GLI ANTIVIRUS SAREBBERO VULNERABILI
L’aspetto della vulnerabilità degli antivirus era già stato messo in luce in una ricerca realizzata dal team di esperti in sicurezza informatica creato da Google. La scorsa estate, la squadra Project Zero aveva individuato 25 falle nel codice di diversi prodotti della linea Norton. «Questi errori colpiscono le configurazioni di sistema e in alcuni casi (in particolare su Windows) i codici infettati possono essere caricati anche nel Kernel, il nucleo del sistema operativo», ha scritto Tavis Ormandy (uno dei membri del team), in un post sul blog di Project Zero.

Una responsabilità importante, l’avrebbero anche gli stessi produttori di software. Secondo O’Callahan non farebbero nulla per denunciare una problematica già conosciuta da tempo. Nello stesso post è riportata una conversazione del 2012 (interna al gruppo dei sviluppatori di Mozilla) in cui propone di pubblicare una lista degli antivirus che interferiscono con il browser. Il suggerimento viene bocciato dai responsabili comunicazione di Mozilla. «Il concetto di sicurezza è associato all’utilizzo dell’antivirus e quando c’è un problema, l’utente non da mai la colpa al prodotto ma al browser o al software stesso. Per questo motivo produttori di software come Mozilla evitano di evidenziare i rischi», spiega l’ex sviluppatore.

Così abbiamo voluto fare un test, per quanto empirico. Abbiamo provato il funzionamento di un laptop (un Acer Aspire V5-531) con e senza un antivirus McAfee. Ma nelle diverse prove effettuate (in particolare la navigazione su internet e l’upload e il download di file sicuri), non sono state riscontrate problematiche e cambiamenti. Anzi, il punteggio complessivo è di poco superiore con l’antivirus. E allo stesso tempo per quanto riguarda il consumo di memoria e i tempi di reazione, non ci sono variazioni significative.