venerdì 17 marzo 2017

Marzo 1944, bruschette sul Vesuvio, il gigante che si risveglierà

corriere.it
di Silvia Morosi e Paolo Rastelli | @MorosiSilvia @paolo_rastelli
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Città dal destino avverso, che ha pagato la sua posizione di privilegio nel Mediterraneo diventando l’obiettivo strategico da colpire durante la Seconda guerra mondiale. Parliamo dei cosidetti “Cento bombardamenti” di Napoli, con più di cento raid aerei, in gran parte degli Alleati anglo-americani, circa venticinquemila vittime civili e un tessuto sociale e urbano devastato nelle abitazioni civili, nei monumenti, negli ospedali e nelle fabbriche. Nonostante il bersagliamento continuo, la popolazione reagì con dignità e disciplina fino alla fine della guerra, anche quando le sorti del conflitto cominciarono a declinare. L’inglese Norman Lewis, ufficiale dell’intelligence alleato a seguito dell’esercito americano, ha ricordato in “Naples ’44” (1978) la sua esperienza nel capoluogo partenopeo, passando dallo sbarco a Salerno alla vista dei templi di Paestum, esaltando la resistenza degli abitanti.

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In una città piegata e distrutta dal conflitto, nessuno si sarebbe aspettato un nuovo pericolo incombere. Il risveglio del gigante che dominava il golfo – il Vesuvio -, la cui prima eruziome storicamente documentata risale al 79 d.C. e viene documentata da Plinio il Giovane in alcune lettere a Tacito. Dopo questa data, le più forti eruzioni che si conoscano sono accadute nel 472 e nel 1631. L’eruzione del 1906 rappresenta la manifestazione dell’attività del vulcano più violenta del Novecento.

Il vulcano tornò in attività nell’agosto del 1943 con la fuoriuscita di lava dal cratere, fino a quando tra il 17 e il 18 marzo dell’anno seguente un nuovo episodio, l’ultimo del secolo, distrusse completamente i centri abitati di Massa di Somma e San Sebastiano. Le piogge piroclastiche causarono meno di 50 morti e 12mila sfollati, e danni anche in altri comuni, come Nocera, Pagani, Pompei e Terzigno. Per una favorevole direzione dei venti Napoli venne risparmiata dalla nuvola di cenere e lapilli (come spiega il resoconto pubblicato sul sito dell’Ingv). L’eruzione del 1944, distrusse anche la funicolare (celebrata dalla canzone Funiculì funiculà) inaugurata nel 1880, sostituita in seguito da una seggiovia in funzione dal 1953 al 1984. Dana Craig, attendente del 486esimo squadrone scrisse sul suo diario:

“Capimmo quello che stava succedendo la mattina del 23 marzo. Fino al giorno prima il Vesuvio aveva soltanto fumato. Ricorderò per sempre il momento in cui il Vesuvio ha eruttato. Non ho mai visto nessuna bomba fare tanto. Noi dovevamo lavorare tra pietre che cadevano e cenere. Tutti avevamo i giubbotti di protezione e i caschi. Poi arrivò l’ordine di evacuare verso Napoli”.

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Con i tedeschi ancora da combattere, gli statunitensi coi potenti bombardieri B52 volarono intorno al vulcano e fotografarono (e documentarono) lo spettacolo che si faceva di ora in ora più crudele e dannoso. Il 23 marzo oltre 70 aerei B-25 andranno perduti a causa della calda cenere che fuoriuscendo dal vulcano fendeva il metallo dei velivoli a bassa quota e ne faceva scoppiare i vetri di plexiglass. Il 24 marzo andò scemando l’attività eruttiva con le esplosioni che gradualmente si ridussero fino a scomparire il giorno 29, e con la persistenza delle soli nubi di polvere che fuoriuscivano dal cratere, che nel pomeriggio sparirono del tutto.

Gli scatti dell’inglese George Rodger (già celebre per aver documentato la guerra in Albissinia, Eritrea, Deserto Occidentale, la liberazione di Francia, Belgio e Paesi Bassi e il campo di concentramento di Bergen-Belsen) precipitatosi ai primi segnali di risveglio alle falde del Vesuvio, fecero il giro del mondo. L’eruzione fu occasione non solo di aiuti alla popolazione, ma anche di una sorta di “visita turistica” dei presenti a quella che venne chiamata Valle dell’Inferno. Resta celebre la fotografia che abbiamo scelto di pubblicare all’inizio del racconto che ritrae i militari mentre abbrustoliscono il pane su un vulcano fatto di fuoco.

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A più di settant’anni di distanza queste fotografie e i danni che l’eruzione ha provocato non ci hanno insegnato molto. Quasi un milione di italiani viveono ancora alle pendici del Vesuvio e dell’Etna. Secondo gli esperti per il primo sono maggiori le probabilità di una nuova esplosione, considerato che dal XVII secolo, erutta in media ogni 28 anni. Nella cosiddetta “zona rossa” del Vesuvio (situato a 9 km da Napoli), vivono circa 600.000 anime. In teoria, e per motivi di sicurezza, da anni è strettamente proibito costruire in prossimità di queste montagne di fuoco.

Nonostante ciò, migliaia di persone hanno la propria casa in quello che rappresenta una chiara sfida alla legge e, soprattutto, alla natura. Ogni anno si costruiscono nuove abitazioni illegali in queste zone pericolose. Uno studio realizzato nel 2007 da ricercatori italiani, indica che nel caso in cui il Vesuvio sperimentasse una eruzione simile a quella registrata nel 79 d.C., quando seppellì sotto le sue ceneri le città di Pompei ed Ercolano, potrebbero morire in circa 300.000.

Il Parlamento Subalpino: quando le riforme si facevano sul serio

lastampa.it
maurizio assalto

Aperta al pubblico per tre giorni, a Torino, l’aula della Camera a Palazzo Carignano, teatro della grande politica di metà ’800


La Camera dei deputati a Palazzo Carignano, da Il mondo illustrato , 20 maggio 1848. L’aula sarà aperta al pubblico da oggi a domenica nell’ambito della visita al Museo Nazionale del Risorgimento (dalle 10 alle 18; biglietto intero € 10, ridotto € 8, studenti universitari € 5, delle superiori € 4, delle elementari e medie € 2,50, gratis sotto i 6 anni). Info su www.museorisorgimentotorino.it

L’orologio a muro segna da quasi 167 anni le due e mezzo del pomeriggio. Dal lato opposto del grande ritratto di Vittorio Emanuele II in piedi, opera di Carlo Felice Biscarra, il calendario è fermo al 28 dicembre 1860. Sono la data e l’ora dell’ultima seduta che si tenne nella Camera dei Deputati del Parlamento Subalpino. Dal 1898 monumento nazionale, dal 1988 chiusa al pubblico, torna eccezionalmente visitabile da oggi a domenica, nei giorni in cui si celebra la ricorrenza dell’Unità nazionale, per iniziativa del nuovo direttore del Museo del Risorgimento, Ferruccio Martinotti, che vuole l’istituzione non come uno scrigno di tesori ma come una presenza viva e dialogante con la città (e non solo).

Il problema di reperire due aule parlamentari si era posto nel Regno di Sardegna dopo la proclamazione dello Statuto albertino, il 4 marzo 1848, che ne faceva una monarchia costituzionale. Quella del Senato, a cui potevano adire soltanto «regnicoli» di 40 anni compiuti, di famiglia aristocratica, grand commis e alti gradi militari, fu collocata nel Salone degli Svizzeri di Palazzo Madama, al centro di piazza Castello. Per la Camera si scelse invece il secentesco palazzo dei Savoia Carignano, rimasto disabitato dopo l’ascesa al trono di Carlo Alberto e il suo conseguente trasferimento a Palazzo Reale, in seguito alla morte senza eredi di Carlo Felice. 

La sede adatta fu individuata nel Salone delle Feste del primo piano, un ampio spazio ellittico disegnato alla fine del ’600 da Guarino Guarini e poi completato da Giovanni Francesco Baroncelli, che in meno di due mesi l’architetto Carlo Sada trasformò in un’aula con i seggi disposti a semicerchio in sette ordini digradanti, con balconate e piccionaia per il pubblico che in quegli anni fervorosi era sempre fitto e rumoroso. Stucchi dorati alle pareti, banchi ricoperti di velluto raso verde, con calamaio e ribaltina, poltroncine di velluto rosso e intorno alla volta gli stemmi delle città entrate a far parte del Regno.

La prima seduta si tenne l’8 maggio ’48, e furono da subito auliche ma accesissime discussioni su progetti di legge innovativi come l’abolizione della pena di morte per materia politica, la naturalizzazione degli stranieri e degli italiani non appartenenti allo Stato sardo, l’istituzione del matrimonio civile. 204, inizialmente, i posti a sedere, che via via crebbero fino a 337 - con le successive annessioni della Lombardia, dei ducati di Modena e Parma, della Toscana, delle Legazioni pontificie - rendendo necessario all’inizio del ’61 il trasferimento in un’aula provvisoria di legno e cristallo allestita nel cortile sul modello del londinese Crystal Palace (purtroppo ne restano solo i disegni). Qui, il 17 marzo 1861, venne proclamato il Regno d’Italia, subito prima che partissero i lavori per la nuova aula definitiva, nell’ampliamento del palazzo verso piazza Carlo Alberto, completata soltanto nel ’71, quando la capitale era ormai trasferita a Roma (oggi è un grande spazio che ospita enormi tele celebrative dell’epopea risorgimentale).

Delle antiche sedi parlamentari subalpine resta dunque la sola aula di Palazzo Carignano, l’unica rimasta integra tra quelle dei parlamenti nati dopo le rivoluzioni del ’48. Ed è un’emozione addentrarvisi, ripercorrendo i passi dei primi deputati - eletti su base censitaria, con il sistema uninominale a doppio turno - che dopo avere salito gli scaloni ai due lati dell’ingresso sulla piazza Carignano si incanalavano in uno stretto corridoio semicircolare, deponevano in appositi ripiani le loro tube per poi entrare da una piccola porta e raggiungere i loro posti. Su alcuni ci sono le targhette con i nomi: Cavour, D’Azeglio, Bixio, Ricasoli, Brofferio...

Qui sedette anche Alessandro Manzoni, nella prima legislatura del 1848. E in anni più recenti qui veniva di quando in quando, discretamente, l’Avvocato Agnelli. Gli aprivano l’aula, lui si aggirava tra i banchi, osservava, sostava in meditazione: si riconnetteva a quelle radici che sentiva profondamente sue

Come ritrovare l’auto parcheggiata usando l’iPhone

lastampa.it
andrea signorelli

Non servono app a parte: lo smartphone Apple può ricordare da solo dove abbiamo lasciato la nostra vettura. A patto di configurarlo correttamente: qui vi spieghiamo come



Quante volte vi è capitato di dimenticare dove avete lasciato l’auto – magari all’interno dello sterminato parcheggio di un centro commerciale – ritrovandovi così a girare a vuoto nella speranza di individuarla? Se siete possessori di un iPhone aggiornato alla versione iOs 10 del sistema operativo, potete utilizzarlo per ricordare con precisione il luogo preciso in cui si trova la vostra automobile.

Attenzione, per sfruttare questa funzione è necessario usare l’applicazione Mappe di Apple (da non confondersi con la più popolare Maps di Google) e avere a disposizione il Bluetooth anche sull’auto.
Per iniziare la semplice procedura che vi consentirà di avere sempre segnata la posizione dell’automobile, per prima cosa dovete recarvi in “Impostazioni” e andare su “Privacy”. Da lì, cercate la voce “Localizzazione” e scorrete fino in fondo, dove troverete “Servizi di sistema”.



All’interno di “Servizi di sistema”, scorrete fino a quando non trovate la voce “Posizioni frequenti” e assicuratevi che questa funzione – che permette all’iPhone di memorizzare quali sono i luoghi in cui vi trovate più frequentemente – sia abilitata. 



A questo punto, dovete segnalare all’iPhone di memorizzare sempre la posizione della vostra auto. Andate su “Impostazioni” e da lì cercate la voce relativa all’applicazione Mappe. Una volta entrati in questa schermata, troverete in fondo la voce “Mostra posizione parcheggio”, che dev’essere attivata.



Il penultimo passo da compiere è quello di attivare (e tenere sempre in funzione, nonostante consumi un po’ di batteria) il Bluetooth. Lo trovate appena aprite “Impostazioni” (è la terza voce dall’alto). A questo punto rimane solo da associare l’iPhone all’automobile. Assicuratevi quindi che sia attivato anche il Bluetooth dell’auto e poi cercatelo nell’elenco di dispositivi individuati dall’iPhone che appare proprio sotto la voce Bluetooth dell’iPhone.

La strana storia di Yahoo, gli Usa, le spie russe e i cybercriminali, spiegata per punti

lastampa.it
carola frediani

Il governo Usa accusa due agenti dei servizi russi di aver assoldato due cybercriminali per attaccare Yahoo. Tutti i dettagli di una vicenda complicata

Ieri il Dipartimento di Giustizia americano ha formalmente accusato quattro uomini - tre russi e un kazako - di aver hackerato Yahoo nel 2014 compromettendo 500 milioni di account. Si tratta dell’ennesimo colpo di scena nelle sempre più tese relazioni digitali tra Stati Uniti e Russia, l’ulteriore tassello in un mosaico di vicende, personaggi, relazioni e accuse che come vedremo si fa sempre più complesso.

ATTACCO GUIDATO DA DUE SPIE: L’ACCUSA DEGLI AMERICANI
Gli Stati Uniti - dopo aver pubblicamente accusato Putin , lo scorso gennaio, di aver ordinato gli attacchi informatici e una campagna di disinformazione contro i Democratici della scorsa estate - ora accusano due agenti dell’FSB, i servizi segreti interni russi, eredi del Kgb, di aver guidato due noti cybercriminali nella violazione di migliaia di account di Yahoo. L’obiettivo degli agenti sarebbe stato di accedere alle informazioni e alle mail di giornalisti russi, funzionari governativi russi e americani, impiegati di una nota azienda di cybersicurezza russa, di utenti di altri servizi internet e mail, dei manager di varie società di investimenti, di un’impresa di trasporti francese, di fondi di private equity americani, di una azienda di servizi bitcoin svizzera e di una compagnia aerea statunitense, fra gli altri.

GLI ESECUTORI DELL’ATTACCO: I DUE CYBERCRIMINALI
In cambio, i due cybercriminali avrebbero ottenuto protezione - a partire da una richiesta di estradizione che già pendeva su uno dei due - e la libertà di poter riutilizzare gli altri dati ottenuti dalla violazione, come informazioni finanziarie, carte di credito, e i contatti di 30 milioni di account usati per lanciare una massiccia campagna di spam. In alcuni casi gli attaccanti hanno provato a sfruttare le informazioni ottenute da Yahoo per violare le mail di altri servizi, tra cui almeno 50 account di Google, che ha collaborato alle indagini. (E non solo Google: anche l’MI5, cioè i servizi inglesi, nota il Financial Times).

NON C’È LEGAME CON L’ATTACCO AI DEMOCRATICI
L’indagine sulla violazione di Yahoo non è collegata a quella contro il Comitato nazionale democratico, che ha portato tra il dicembre e il gennaio scorsi a un’accusa ufficiale degli Usa contro Mosca, ha riferito il vice procuratore generale Mary McCord. E tuttavia la vicenda si incastra in un puzzle di molteplici violazioni, attacchi e accuse che incrociano cybercriminali, spie e aziende in una successione temporale vertiginosa. La Stampa ha provato a ricostruirla.

CHI SONO I 4 ACCUSATI
Ma prima i protagonisti di questa ultima storia: ovvero i 4 incriminati.
Due sono membri dell’FSB, i servizi segreti interni russi:
- Dmitry Aleksandrovich Dokuchaev, 33 anni, agente dell’FSB al centro per la sicurezza delle informazioni, noto come Centro 18. Paradossalmente si tratta dell’ufficio che si occupa di collaborare proprio con l’Fbi su indagini digitali
- Igor Anatolyevich Sushchin, 43 anni, un livello superiore a Dokychaev, ma apparentemente “inserito” sotto copertura in una banca di investimenti russa quale capo della cybersicurezza.
Due invece sono noti cybercriminali:
- Alexsey Alexseyevich Belan, noto come “Magg”, 29 anni, russo, che come vedremo aveva sulle spalle da anni una serie di incriminazioni per frode e altri reati informatici negli Usa. 
- Karim Baratov, 22 anni, canadese e kazako, residente in Canada (arrestato, il 14 marzo, in Canada).

LA SUCCESSIONE DEGLI EVENTI
Questa storia parte almeno dal 2012 con la prima accusa a Belan, il cybercriminale.
Settembre 2012: Belan viene infatti incriminato pubblicamente dall’FBI per aver violato i sistemi di una azienda di ecommerce in Nevada e aver rubato i loro database.

Giugno 2013: seconda incriminazione per Belan per reati simili, questa volta contro due aziende in California. Viene spiccato un mandato Interpol su di lui. E nello stesso periodo il cybercriminale viene anche arrestato in un Paese europeo (la Grecia, secondo il Washington Post) ma poi riesce in qualche modo a riparare in Russia prima dell’estradizione.

Agosto 2013: Yahoo subisce un attacco con furto di 1 miliardo di account, ma nessuno sembra accorgersene o comunque dichiararlo fino al dicembre 2016. Ad oggi non c’è incriminazione per questo fatto e non si sa chi sia stato.

Novembre 2013: Belan, sempre latitante, viene inserito fra i cybercriminali più ricercati dall’FBI.
2014: Yahoo subisce un secondo attacco, con il furto di 500 milioni di account - quello per cui ieri il Dipartimento di Giustizia ha incriminato i quattro - ma la violazione resta segreta fino al settembre 2016.

Luglio 2016: Verizon annuncia di voler acquisire Yahoo.
Agosto 2016: inizia una indagine interna in Yahoo su una possibile violazione di dati - non si capisce come nasca e se sia un controllo dovuto alla possibile acquisizione, ma sarà quella che poi scoperchia i due attacchi del 2014 e del 2013.

Settembre 2016: Yahoo rivela infine di aver subito nel 2014 un furto da 500 milioni di account. Lo definisce un attacco sponsorizzato da uno Stato. Tra i dati sottratti nomi, indirizzi mail, telefoni, password cifrate e domande di sicurezza degli utenti, dicono all’epoca. 
Dicembre 2016: Yahoo annuncia di aver subito una violazione anche nel 2013 relativa addirittura a 1 miliardo di account.

Dicembre 2016: Obama decide una serie di provvedimenti e sanzioni contro Mosca per gli attacchi informatici e i leak subiti dai Democratici la scorsa estate. Oltre all’espulsione di 35 diplomatici russi e alla chiusura di due loro strutture negli Stati Uniti, sono sanzionati nove individui o entità, tra cui due servizi di intelligence russi (i servizi segreti interni FSB e quelli militari GRU); quattro membri del GRU; e tre aziende. Oltre a ciò il comunicato nomina due noti cybercriminali per furto d’identità e appropriazione di fondi. Tra questi compare di nuovo Belan.
Gennaio 2017: esce il rapporto dell’intelligence Usa che accusa Putin di essere il mandante degli attacchi ai Democratici.

Gennaio 2017: in Russia viene comunicato l’arresto per tradimento di Ruslan Stoyanov, ricercatore di sicurezza informatica e cacciatore di cybercrminali russi, per anni al Ministero dell’Interno e poi nell’azienda di antivirus Kaspersky. L’arresto sembra legato a una indagine su Sergei Mikhailov, vicecapo della divisione cyber dell’Fsb, a sua volta arrestato a dicembre. Attenzione però: secondo alcune fonti, nello stesso periodo, nell’ambito di quell’indagine, sarebbe stato arrestato anche Dokuchaev, cioè uno dei due agenti dell’Fsb incriminati ieri dagli americani. Quindi Dokuchaev sarebbe già stato arrestato dai russi con l’accusa di tradimento .

14 marzo 2017: Baratov - il secondo presunto cybercriminale, che avrebbe aiutato nella violazione di una serie di account - è arrestato in Canada.
15 marzo 2017: Il Dipartimento di Giustizia pubblica l’incriminazione per tutti e quattro.

LO SCENARIO
Fra le conseguenze degli attacchi a Yahoo c’è stata una rinegoziazione dell’accordo con Verizon, che alla fine ha acquistato il vecchio colosso del web per 4,5 miliardi di dollari, con uno “sconto” di 350 milioni. Ma le misure prese ieri dal governo Usa sembrano inserirsi in una crescente prova di forza con la Russia, anche se in questo caso l’accusa sembra essere limitata ai due agenti (o a una parte dei servizi), e non diretta esplicitamente a Mosca.

Svelato dossier segreto: ecco che cosa succederà il giorno della morte della regina Elisabetta

lastampa.it
vittorio sabadin

«Operazione London Bridge», una complessa procedura, stabilita dagli Anni 60, che coinvolgerà il governo, il corpo diplomatico, la famiglia reale, la BBC e le forze armate



Il giornale inglese The Guardian ha ottenuto una copia dell’Operazione London Bridge, uno dei dossier segreti finora meglio custoditi a Londra. Il nome in codice nasconde una complessa procedura, stabilita nei minimi particolari fin dagli Anni 60, che coinvolgerà il governo, il corpo diplomatico, l’intera famiglia reale, la BBC e le forze armate il giorno in cui la regina Elisabetta dovesse morire.

Può sembrare di cattivo gusto anticipare che cosa accadrà dopo la scomparsa del più amato tra i sovrani britannici, ma Elisabetta, che compirà 91 anni in aprile, gode di ottima salute, non rinuncia alle passeggiate a cavallo e ha completamente superato l’indisposizione che a Natale l’aveva costretta per la prima volta a non lasciare per due settimane i suoi appartamenti di Sandringham.

Dai tempi della regina Vittoria, ossessionata dal rituale del proprio funerale, i sovrani e i loro parenti più stretti sono però sempre stati consultati sul cerimoniale previsto per la loro scomparsa con un nome in codice: quello per Giorgio VI era “Hyde Park Corner”, quello per la Regina Madre Elizabeth, che venne poi usato per Lady Diana, era “Tay Bridge”.

L’Operazione London Bridge presuppone che la Regina muoia dopo una breve malattia. Solo il suo medico personale, il prof. Huw Thomas, avrà il controllo dell’accesso alla stanza della sovrana e sarà lui a scrivere i comunicati e a tenere i contatti con l’esterno. Per la malattia di Vittoria si usò la formula “sintomi che causano grave preoccupazione”. L’ultimo re del Regno Unito, Giorgio VI, è morto 65 anni fa, un’epoca priva di telefonini nella quale era più facile tenere simili notizie segrete per il tempo necessario a preparare l’annuncio. Le sofferenze di Giorgio V furono portate a termine dal suo medico, Lord Dowson, che gli iniettò 750 milligrammi di morfina e un grammo di cocaina nell’ora più adatta perché il Times potesse stampare la notizia.

Oggi toccherebbe a Sir Chritopher Geidt, segretario privato di Elisabetta, contattare il primo ministro per informarlo anche a notte fonda. Da un luogo ancora segreto di Londra, dove ha sede il Foreign Office Global Response Centre, partiranno subito dopo le telefonate ai 15 governi dei paesi di cui Elisabetta è capo di stato e degli altri 36 paesi del Commonwealth. La frase in codice, che sarà comunicata attraverso linee telefoniche sicure, è “London Bridge is down”. Attraverso un altro canale sicuro sarà informata la BBC, che dal 1930 ha attivato un “Radio Alert Transmission System”, in codice RATS, che prevede nel dettaglio che cosa l’emittente pubblica dovrà fare e comunicare subito dopo il decesso della sovrana.

Tecnici e giornalisti provano un paio di volte l’anno la procedura che dovranno seguire, per evitare che si ripetano errori come quello commesso dall’anchorman Peter Sisson, che indossava una cravatta marrone quando annunciò nel 2002 la morte della Regina Madre. Le trasmissioni saranno interrotte e riprenderanno con la frase “This is the BBC from London”, quella che da sempre è associata a un’emergenza nazionale.

Anche le radio commerciali saranno avvisate da un particolare segnale. I DJ sanno che quando vedranno accendersi una luce blu sulla consolle dovranno passare la linea alle news, e trasmettere nel frattempo musica “inoffensiva”. Sky News e ITN provano da tempo la loro capacità di reazione e si allenano in simulazioni nelle quali Elisabetta è chiamata Mrs Robinson. Il Times ha già preparato le pagine da pubblicare negli 11 giorni successivi l’annuncio della scomparsa.

L’Operazione London Bridge prevede diversi scenari a seconda del luogo nel quale si troverà la Regina al momento del decesso. Se fosse in Scozia, il suo corpo sarebbe portato a Londra in treno ed è previsto che decine di migliaia di persone si raccolgano lungo i binari per renderle omaggio e lanciare fiori sul vagone che ne porta la salma. Se il trapasso avvenisse all’estero, un aereo BAe 146 del 32° squadrone della Raf, noto come il Royal Flight, partirebbe immediatamente. Tutto è già previsto anche per Carlo, che diventerà subito re: i suoi figli dovranno baciargli la mano in segno di omaggio e obbedienza e poche ore dopo l’investitura Carlo III pronuncerà il suo primo discorso da sovrano alla nazione.

In codice, i giorni del triste evento saranno chiamati D quello della morte, D1, D2, D3 quelli successivi. Il funerale si terrà nel D9 all’Abbazia di Westminster, con 2000 invitati scelti fra re, regine, principi, principesse, capi di stato e di governo provenienti da ogni parte del mondo. La Gran Bretagna piangerà la sua Regina più amata, quella che ha avuto in sorte nel suo lungo regno il progressivo declino del suo Paese, ma che è anche la memoria vivente della sua passata grandezza.
I piani dell’Operazione London Bridge subiranno di sicuro altri cambiamenti. Elisabetta gode di ottima salute e continua a sbrigare con l’abituale dedizione i suoi impegni quotidiani: anche lei potrebbe dire che ogni notizia riguardante la sua scomparsa è del tutto prematura.

Si scarta, si copre, si nasconde eppure non c'è nulla di più vitale della... cacca

ilgiornale.it
Massimiliano Parente - Ven, 17/03/2017 - 08:04

La mostra al Bioparco di Roma fino al 30 giugno



È una bellissima mattina primaverile, a Roma, il cielo è sgombro di nuvole, il sole brilla come sempre da cinque miliardi di anni a questa parte, gli uccellini cinguettano sugli alberi di Villa Borghese, e al Bioparco c'è una splendida mostra di cacca.

Sì, avete capito bene, per la precisione una mostra sulla cacca degli animali.

Gli inglesi imprecano esclamando «Shit!», i francesi «Merde!», noi quando si vuole mandare qualcuno a quel paese lo mandiamo metaforicamente a fare la cacca (chissà perché, tra l'altro). Mentre qui al Bioparco è tutto un meraviglioso elogio della cacca, non in chiave dadaista ma gioiosamente naturalista. Il presidente del Bioparco, Federico Coccia, mi accoglie con un entusiastico «Siamo nella cacca, Massimiliano!» e mi conduce all'interno del percorso didattico della mostra (La cacca, storia naturale dell'innominabile, info www.bioparco.it), va da sé minato di cacche da evitare o da riconoscere (con tanto di cartelli: «Chi l'ha fatta questa?»). «Una mostra pensata per i bambini, dove però anche gli adulti imparano qualcosa» dice Coccia.

Si impara, per esempio, non solo che senza gli escrementi non ci sarebbe la vita, perché la cacca funziona da fertilizzante e dunque viene riconvertita in energia dalle piante. Ma c'è anche la cacca come strumento di comunicazione, nell'uso che ne fanno molte specie, tipo i bradipi: depositano le feci a terra per avere informazioni sugli altri simili vicini, soprattutto quando è il momento di accoppiarsi. Gli ippopotami, invece, la usano per orientarsi, come Pollicino, seminandola quando si allontanano, ripercorrendo la strada al contrario attraverso l'odore. I cinghiali la fanno tutti in una grande latrina che funziona come un bollettino locale, informando chiunque faccia parte del gruppo sullo status sociale degli altri membri.

Inoltre non tutti sanno che la cacca brucia: ci sono molte popolazioni umane che ancora oggi usano gli escrementi degli animali per scaldarsi. Le termiti concimano veri e propri orti con i propri escrementi (hanno inventato l'agricoltura molto prima di Homo Sapiens!), oltre a costruirci i termitai, veri e propri grattacieli di cacca. E mica solo le termiti: perfino gli uomini migliaia di anni fa usavano fango e sterco di mucca per le popolazioni più povere. Per i cuccioli di elefante, invece, poiché non hanno ancora gli appositi batteri per digerire il cibo, la dieta prevede di mangiare un po' di cacca della mamma. Non storcete il naso: è la natura, signore mie.

Sappiate che la cacca più grande è quella della balenottera azzurra: venticinque centimetri di larghezza e parecchi metri di lunghezza, a vedersela in mare farà più paura di uno squalo bianco. Mentre la più piccola è del pipistrello farfalla, grossa appena quanto una capocchia di spillo. La più puzzolente? Quella dell'orango dopo che ha mangiato un frutto che si chiama durian, ma c'è perfino chi, nel corso di una vita, non la fa mai. Come l'insetto di nome Effimera, che vive solo un giorno, si deve sbrigare, non perde certo tempo a fare la cacca.

Per noi umani resta una schifezza, più o meno un tabù, fatti salvi coprofili e coprofagi dell'erotismo più estremo. Sebbene ci siano animali che si nutrono delle proprie feci perché in grado di digerirle nuovamente, come i conigli. Luis Buñuel, nel film Il fantasma della libertà, mette intorno a un tavolo delle persone sedute su dei water, mentre per mangiare bisognava andare in appositi sgabuzzini; quando arriva una bambina e dice «Mamma, ho fame», la mamma risponde «Maleducata, non si dicono queste cose a tavola!». D'altra parte il surrealismo ha sempre considerato il pudore verso le proprie feci un simbolo dell'ipocrisia borghese. Tuttavia considerate che fra tutti gli animali gli scimpanzé, più geneticamente vicini agli esseri umani, usano la cacca per affermare il proprio potere, saranno borghesi pure loro? In ogni caso il più sfacciato degli umani fu Piero Manzoni, che vendette la sua cacca d'artista. Ma la mise in tante scatolette, anche lui si vergognava di farla vedere.

Call center, lavoratori pagati solo per i minuti effettivi: "Ecco perché vi teniamo al telefono"

repubblica.it
di SILVIA DIPINTO

Il caso dell'azienda FlipCall a Bitritto, in provincia di Bari: i minuti vengono misurati dai sistemi informatici e divisi in quattro stati: in conversazione, in composizione, post chiamata e pausa

A guardarla dall'esterno, la sede dell'azienda FlipCall di Bitritto, alle porte di Bari, sembra una cittadella dei call center. Il viavai dei lavoratori è continuo: a regime le postazioni ne accolgono più di 1.200, spiegano dal gabbiotto all'ingresso. "Non possiamo lamentarci, rispetto ad altre realtà qui lo stipendio arriva puntuale - racconta una giovanissima, da poco ingaggiata - anche se da inizio febbraio le cose sono un po' cambiate". Quando il contratto collettivo nazionale ha imposto di rispettare la paga oraria da 6 euro e 51 centesimi lordi all'ora, le imprese si sono ingegnate per rosicare spiccioli dai compensi.

La sede di Bitritto, per esempio, ha costruito un'architettura originale. Il pagamento non è più a ore ma a 'ore produttive', in cui sia garantita una precisa percentuale di parlato, di attesa, di compilazione moduli dopo la chiamata. A chi eccede con i silenzi viene decurtato lo stipendio. "Un meccanismo illegale", tuonano dalla Slc Cgil, mentre accompagnano i lavoratori pugliesi della Tim a protestare in corteo a Roma e Milano. È una multinazionale importante, quella che ha aperto la sede FlipCall nel comune in provincia di Bari. Nata nel 2011 e specializzata in servizi outbound (con chiamate in uscita), FlipCall è parte del gruppo Comdata, che vanta 28 poli operativi e oltre 10mila postazioni in tutta Europa.

"Questo ci sembra un call center a cinque stelle - spiega una cinquantenne di Adelfia davanti ai cancelli - visto che siamo passate dai garage e dai sottoscala, pagate due o tre euro a ora". Nella lista dei clienti, ci sono le società più importanti di telefonia, energia, gas. "I contratti cambiano a seconda delle commesse che seguiamo - raccontano i lavoratori - Siamo cocopro con rinnovo ogni mese o ogni tre e obbligo di massima riservatezza". A qualcuno, però, non è piaciuto il nuovo corso dell'azienda, deciso a inizio anno e comunicato ai dipendenti in un briefing dedicato.

"Il diavolo si nasconde nei dettagli", ammette uno di loro mentre mostra il contratto. Allegato 2, capitolo compensi. "Il forfettario lordo è di 6 euro e 51 centesimi per ogni ora produttiva", si legge nell'accordo. I minuti vengono misurati dai sistemi informatici e divisi in quattro stati: in conversazione, in composizione, post chiamata e pausa (obbligatoria per legge). L'escamotage è spiegato in uno schema. Un'ora produttiva è la somma di tempo di reale conversazione, pausa, una percentuale massima del 10 per cento di post chiamata e una di attesa, non superiore al 20 per cento del totale.

A rimpinguare lo stipendio - per fortuna - contribuiscono le premialità per i risultati raggiunti. "In buona sostanza prima guadagnavamo circa cinque euro all'ora, a prescindere da come erano impiegati i 60 minuti - semplificano i videoterminalisti - Da febbraio, invece, dobbiamo garantire di parlare con i clienti almeno il 60-70 per cento dell'ora, altrimenti ci tolgono una parte dello stipendio. Ed è per questo che tanti colleghi cercano a ogni costo di rimanere al telefono con gli utenti, anche senza averne necessità".

Tutto cambia perché niente cambi. Interpretano così la novità i sindacalisti della Slc Cgil, che da anni si battono per regolamentare la giungla dei call center. "Da quando sono entrati finalmente in vigore gli adeguamenti salariali, le aziende le provano tutte per continuare a pagare poco, con iniziative autonome illegittime - conferma Andrea Lumino, coordinatore regionale del settore call center - Ecco perché invitiamo i lavoratori a denunciare e a chiedere il nostro intervento". Drammatica la casistica nei dossier del coordinatore regionale Slc, Rocco Rossini: dalle bandierine usate per segnalare il traffico ai bagni alle retribuzioni di un euro a ora.

"Qualcuno viene pagato in base ai secondi secchi di conversazione, controllati da cronometro - ricorda Rossini - Siamo ormai allo sfruttamento selvaggio".

Il ritorno della quinta colonna

lastampa.it
mattia feltri

Ma colleghiamoci con. Arriva sempre il momento magico: colleghiamoci con. Il conduttore si gira verso il maxischermo dove compare l’inviato e la gente gli è attorno, ma proprio la gente, e quindi l’Italia reale, l’Italia della pancia, che la politica non ascolta, da cui è lontana, ed è l’Italia finalmente armata di voce, libera di urlare rabbia ed esasperazione. È successo anche lunedì su Retequattro.

Ospiti issati su un banchetto (un piccolo patibolo, a dirla da maliziosi), Gianfranco Rotondi e Antonio Razzi, nell’ordine l’intelligente difensore della casta e il pagliaccesco membro della medesima.
Dalla piazza di Marigliano (Napoli) parte il jingle: ladri, vergogna, il vitalizio, i privilegi, andate a casa, è finita. Rotondi se ne va davvero. Il conduttore dice: è questa l’Italia che non capite più.
Rotondi replica: questa è l’Italia che state costruendo voi. Ma ancora Rotondi non sapeva quanto quel verbo, costruire, fosse scientifico. Uno degli urlatori era il compagno di scuola di Luigi Di Maio, già candidato a sindaco di Marigliano. Il secondo urlatore era un consigliere comunale a cinque stelle.

La terza urlatrice, un’attivista a cinque stelle. Sullo sfondo, silente ma riflessivo, un consigliere regionale a cinque stelle. Praticamente una manifestazione di grillini camuffata da folla dolente, in applicazione della dottrina del blog di Grillo che non è il blog di Grillo: dite quel che vi pare, ma non fatevi riconoscere. Ah, la trasmissione si chiama Quinta colonna, giustappunto. 

Nonbeppegrillo.it

lastampa.it
mattia feltri

Il blog di Beppe Grillo, che si chiama «il blog di Beppe Grillo», non è il blog di Beppe Grillo. Lo hanno sostenuto gli avvocati di Beppe Grillo - che visti i risultati forse sono i non avvocati di Beppe Grillo - secondo i quali «Beppe Grillo non è responsabile né titolare del blog». Questo nonostante, o proprio perché, nello statuto del Movimento cinque stelle, che si chiama non statuto del Movimento cinque stelle, ci sia scritto che «Beppe Grillo è il titolare effettivo del blog». Ma essendo lo statuto un non statuto fa presupporre che «Beppe Grillo è il titolare effettivo del blog» vada letto come «Beppe Grillo non è il titolare effettivo del blog». 

E quindi non è nemmeno evidente che lo statuto o non statuto dica una cosa, gli avvocati o non avvocati ne dicano un’altra. Forse non c’è contraddizione. Infatti l’indirizzo del non blog di Beppe Grillo è www.beppegrillo.it e digitando www.nonbeppegrillo.it esce una pagina vuota, ma può benissimo essere che la pagina vuota sia l’effettivo blog di Beppe Grillo. Di conseguenza, se vi capitasse di sentirvi diffamati o calunniati dal blog di Beppe Grillo, sappiate che quello non è il blog di Beppe Grillo, e se al contrario fosse il blog di Beppe Grillo, e se tutto questo ha una logica, automaticamente sareste non diffamati o non calunniati. Quindi sporgere querela contro il blog di Beppe Grillo ha esattamente lo stesso senso che non sporgere querela contro il non blog di Beppe Grillo. Avete mal di testa? Sbagliate: avete non mal di testa. 

Tutto

lastampa.it
jena@lastampa.it

Pur di non perdere le elezioni il Pd è pronto a tutto, anche ad approvare un decreto per abolire se stesso.

Così gli hacker possono entrare nella Nintendo Switch

lastampa.it
marco tonelli

Un errore del browser nascosto permetterebbe a chiunque di eseguire operazioni e modifiche all’interno della console giapponese



Webkit è un browser engine: termine tecnico per indicare una componente fondamentale dei software che permettono di navigare su internet. Si tratta di un programma open source utilizzato in parte anche su Nintendo Switch. Infatti, la console possiede un browser nascosto con il quale è possibile accedere alla rete. E un difetto nel suo funzionamento permetterebbe a chiunque di eseguire operazioni e modifiche all’interno del dispositivo. La falla è stata resa pubblica da Luca Todesco aka qwertyoruiopz, l’hacker responsabile della scoperta della breccia nel sistema operativo Apple iOS 9: causata anche in quel caso da un bug di Webkit.

Ogni volta che ci si connette a una rete Wi Fi con Nintendo Switch, sarebbe possibile inviare comandi ed eseguire operazioni nella console proprio grazie all’errore nel browser. In questo modo, le caratteristiche della console potrebbero essere modificate, permettendo anche l’utilizzo di videogame non ufficiali. Senza dimenticare il pericolo di eventuali attacchi informatici da parte di hacker malintenzionati. Allo stesso tempo però, come scrive Techcrunch la possibilità che tutto questo diventi realtà è molto lontana, se non improbabile. Mettere in piedi software e strumenti capaci di permettere agli utenti di installare programmi e componenti non ufficiali è ancora molto difficile. La console Nintendo è dotata di protocolli molto sofisticati in grado bloccare qualsiasi tentativo di intrusione.

Al contrario, nel caso del sistema operativo iOS 9 è stato realizzato un programma in grado di sfruttare questa vulnerabilità. Grazie a Pangu (sviluppato anche dallo stesso qwertyoruiop) è possibile installare applicazioni non ufficiali all’interno dell’iPhone.

Ecco il tesoro digitale della Nasa

lastampa.it
antonio dini

L’agenzia spaziale americana mette in rete i suoi software. Tutte le gemme nascoste della collezione di alcune migliaia di app


Il software usato per le missioni Shuttle, quello per i lanciatori Orion, quello per il programma Curiosity. E non c’è solo: la Nasa mette a disposizione gratuitamente migliaia dei suoi software, che si possono scaricare sul suo sito oppure diventano disponibili negli app store di Apple e Google. Alcuni riguardano direttamente l’attività spaziale dell’agenzia americana, ma altri fanno parte del suo lavoro di ricerca: medicina, gestione e analisi di dati e immagini, sistemi di propulsione. E poi librerie per la programmazione, gli applicativi tecnici, i sistemi avanzati. È il catalogo del software 2017-2018 che la Nasa rende disponibile liberamente, senza diritti e senza cartellino del prezzo, anche se nelle varie licenze viene specificato che alcuni tipi di software possono essere usati solo negli Stati Uniti e altri non per fini di lucro. E non si tratta di poca cosa, perché il 30% dei progressi tecnologici della Nasa sono quelli fatti con il software.

Non a tutti capita però di dover lanciare un razzo in orbita. Tuttavia, molte altre app sono più interessanti anche nella vita quotidiana. Questa è la terza edizione dell’iniziativa della Nasa, disponibile anche come pubblicazione cartacea e su Dvd, iniziata nell’aprile del 2014. Si tratta della più grande antologia di software creata da un’agenzia federale statunitense mai messa a disposizione del pubblico con finalità prevalentemente didattiche: negli Usa migliaia di studenti, ma anche singoli e poi piccole e grandi aziende e persino altre agenzie governative americane, hanno trovato in questa compilation materiale interessante con il quale realizzare nuovi progetti.

«Il software - dice Dan Lockney, responsabile del programma di trasferimento tecnologico della Nasa - è stata una componente critica per il successo di tutte le missioni della Nasa e per le scoperte scientifiche che abbiamo fatto. Infatti, ben il 30% di tutte le innovazioni create dalla Nasa sono fatte nel software. Per questo siamo felici di trasferire questi strumenti digitali anche in altri settori e non vediamo l’ora di scoprire i modi nuovi e creativi con i quali verranno utilizzati». Sul sito della Nasa è disponibile il catalogo completo. Vediamo però alcuni software che tutti possono utilizzare.

Cominciamo da quelli che riguardano le mappe del mondo. C’è una app per iOS, HazPop , che permette di vedere in tempo reale tutti i tipi di incidenti naturali (incendi, tempeste, terremoti) in corso sul pianeta e combinarli con la densità della popolazione nelle varie zone della Terra per capire quante persone potrebbero essere coinvolte. Invece con il Global Reference Atmospheric Models per la Terra, Marte, Venere e Nettuno abbiamo accesso alle informazioni più recenti per quanto riguarda pressione e temperatura nelle varie parti dei pianeti: a parte le passeggiate sugli altri pianeti del sistema solare, il modello è interessante perché ci sono anche i dati per la Terra del 2016 (l’anno più caldo della storia secondo le misurazioni effettuate a partire dall’800).

Una cosa simile, però fatta via web e in maniera relativamente più semplice, è quella del NASA Forecast Model Web che permette di accedere alle informazioni. E Worldview offre invece la possibilità di curiosare e scaricare tutto il corpus di immagini satellitari costantemente aggiornate (ogni quattro ore) dell’intero pianeta raccolte dai satelliti della Nasa. Se la vostra passione è invece il volo orbitale, c’è SNAP , software che permette di calcolare le traiettorie di qualsiasi pianeta, del Sole e di satelliti artificiali nel nostro sistema solare.

Spacewalk è un gioco di simulazione basato sul motore per videogame Unity (con un’ottima risoluzione) che permette di realizzare una camminata virtuale fuori dalla Stazione spaziale internazionale estremamente realistica. Ci sono poi librerie di immagini, oggetti 3D e texture utilizzabili senza fini di lucro, l’ottima app per iPad Glenn Research Center: The Early Years che fa fare un giro virtuale nel centro di ricerca della Nasa durante il periodo d’oro della corsa allo spazio: 1941-1979, oppure l’app per Android Space Weather con un sacco di informazioni sulla magnetosfera e le emissioni di energia e plasma dal Sole.

Infine, per dare un assaggio della maggior parte dei software presenti nell’antologia della Nasa, ci sono quelli estremamente tecnici: il protocollo di trasmissione per inviare dati sulla Stazione spaziale internazionale, sistemi per analizzare foto della Luna o di altri corpi celesti e classificare automaticamente i crateri, software di compressione dei dati raccolti dai radiotelescopi senza perdite di informazioni, per la gestione di videocamere stereoscopiche, per la stabilizzazione del video, per la visualizzazione di complessi problemi di fluidodinamica, ad esempio nel caso doveste progettare un drone, e ancora il sistema che combina immagini in tempo reale con sistemi di navigazione per guidare missili terra-terra e infine il software per connettere in un’unica rete mesh una flottiglia di droni che si muove in formazione anche con altri tipi di apparecchi diversi.

La banca digitale N26 supera i 300.000 utenti

lastampa.it
andrea nepori

Parla il fondatore Maximilian Tayenthal: “Siamo la più grande smartphone bank d’Europa”. Presto in arrivo anche risparmio gestito, credito e fido



Nessuno porta una cravatta e non ci sono regole sull’abbigliamento. L’arredamento strizza l’occhio alle ultime tendenze hipster, come i murales realizzati da famosi street artist, mentre l’area PlayStation, il biliardino e il tavolo da ping pong rispettano alla lettera il manuale della perfetta startup di grido. Chi arrivasse qui per la prima volta senza sapere dove sta entrando mai penserebbe di trovarsi nella sede di un istituto bancario.

Sono gli uffici di N26, la banca digitale per smartphone da poco arrivata anche in Italia. Rispetto ai concorrenti non è appoggiata da alcuna banca tradizionale: è un servizio indipendente, grazie all’autorizzazione della BCE ottenuta a luglio 2016.

Maximilian Tayenthal l’ha fondata a Vienna, due anni fa, assieme a Valentin Stalf. Poco dopo l’avvio delle operazioni, quando il nome era ancora Number26, la startup si è trasferita a Berlino. Per una ragione molto semplice: «Qui è molto più facile trovare i talenti che servono ad un’azienda tech». Incontriamo Tayenthal in una delle sale riunioni dalle pareti in vetro della sede berlinese. «Ci piace comunicare l’idea della trasparenza».

Partiamo dai numeri: come sta andando N26?
«Molto bene! Nel giro di due anni abbiamo superato 300.000 clienti. Ad oggi si iscrivono più di 1000 nuovi utenti al giorno e i nostri server processano una media di 1900 transazioni all’ora».

Cosa vi ha spinto ad avviare una startup in un settore così complicato?
«Abbiamo capito che il settore era pronto per essere sovvertito, per una “disruption”, come si dice in gergo. Il modello di business ruota ovviamente attorno al cosiddetto cross-selling, la possibilità di vendere servizi accessori a partire dall’offerta di un conto gratuito, ma abbiamo intuito amplissimi margini di miglioramento rispetto a quanto stavano facendo le banche tradizionali».

Ad esempio?
«Principalmente il fatto che abbiamo costi molto bassi. L’acquisizione di un cliente ci costa pochissimo rispetto a una banca tradizionale. Spendiamo meno anche rispetto ai quei servizi digitali che comunque si appoggiano a una grande banca. Basti pensare a quanto si risparmia grazie all’apertura del conto tramite videochiamata, una delle nostre funzioni. Anche il costo/utente delle nostre strutture informatiche è molto basso. Del resto abbiamo costruito il nostro sistema per lo smartphone. Non abbiamo riadattato in un’app qualcosa di esistente e obsoleto».

E lato clienti?
«Per noi il focus principale è l’esperienza d’uso che offriamo agli utenti. Abbiamo creato, o almeno spero, una delle migliori interfacce del settore, per trasparenza e facilità d’uso. E ovviamente il “real time”, che per noi è al centro di tutto. Nessuna banca, se si va a vedere, offre soluzioni davvero istantanee. Quando il cliente usa una nostra Mastercard, è in grado di ricevere una notifica del pagamento in meno di mezzo secondo».

Molte banche offrono prodotti digitali validi, però. Non temete la concorrenza delle grandi?
«Seguiamo tutti gli sviluppi, ovviamente, ma non mi preoccupa la concorrenza digitale dei colossi europei del settore. Cercano di innovare ma non riescono a farlo davvero; sono rallentati dalla burocrazia. Steve Jobs diceva che il design non è come le cose appaiono, ma come funzionano. Ecco, credo che per le grandi banche il problema sia proprio questo: pensano che innovare significhi soltanto cambiare l’aspetto dei loro servizi, non il modo in cui funzionano».

Perché le grandi banche non riescono a innovare davvero?
«Per tre motivi principali. Primo: i sistemi informatici che usano sono antiquati, a volte vecchi di quarant’anni, non sono flessibili. E non è facile cambiarli, perché ci sono milioni di utenti attivi in ogni momento. Secondo: non riescono ad attirare i talenti giusti. Un bravissimo programmatore preferisce lavorare per SoundCloud, o per aziende come Google o Apple, di certo non per una banca che ha ancora codice scritto in Cobol (linguaggio di programmazione ancora usato nel settore finanziario, nato nel 1959; ndi). Terzo: non c’è abbastanza pressione. Le decisioni importanti le prendono i grandi manager cinquantenni o sessantenni, che non capiscono davvero le abitudini dei nuovi clienti giovani, dei nativi digitali».

Come è andato il lancio italiano di N26?
«Bene, siamo contenti. L’italia è uno dei mercati da cui abbiamo avuto una risposta positiva. Di solito aspettiamo di capire come reagisce il pubblico, qual è il livello di fiducia, se ci sono tanti iscritti che vogliono provare il conto dal primo giorno di lancio. E se c’è risposta continuiamo ad investire, ad esempio nella localizzazione e in un servizio clienti dedicato».

Vi definite banca “paneuropea”, ma quanto cambia il servizio da paese a paese?
«Molto poco. Le necessità dei vari mercati sono molto simili. Tutti vogliono gli stessi servizi di base. Ma allo stesso tempo il mercato bancario europeo è molto frammentato, così anche il livello di avanzamento tecnologico e certe regole cambiano a seconda del paese. La Spagna, ad esempio, è un mercato più costoso rispetto a quello tedesco. In Francia serve un documento di conferma dell’esistenza di un conto corrente, da fornire al datore di lavoro. In Italia abbiamo dovuto implementare delle soluzioni per accettare vari documenti di identità. Sono tutte modifiche che possiamo fare rapidamente, sempre grazie alla flessibilità del nostro sistema».

Quali saranno le principali novità in arrivo nei prossimi mesi?
«Lanceremo i servizi che i clienti ci chiedono con maggior insistenza. Attiveremo presto una serie di prodotti per il risparmio gestito e procederemo a internazionalizzare il fido e il credito. Un altro servizio interessante sarà la gestione del portafoglio assicurativo: si potrà scegliere da un’ampia gamma di polizze, da sottoscrivere e gestire sempre in maniera semplice tramite la nostra app per smartphone».