sabato 18 marzo 2017

Strappo che va oltre la politica

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francesco bei

Si possono legittimamente criticare i senatori che, votando contro la decadenza di Augusto Minzolini, hanno di fatto svuotato di senso la legge Severino. Si può certamente attaccare il Pd, accusarlo di consociativismo con Forza Italia, denunciarne il doppiopesismo quando si trattò di cacciare dal Senato Silvio Berlusconi. Si possono fare e dire molte cose e il Movimento Cinque Stelle, nella conferenza stampa di ieri, ha detto tutto quello che c’era da dire e anche di più.

Ciò che tuttavia non si può fare – e spiace ricordarlo a un giovane che da quattro anni ricopre (grazie ai voti del Pd) la carica di vicepresidente della Camera – è lasciare libertà di caccia ai picchiatori. Perché di questo stiamo parlando. Quando Luigi Di Maio sostiene che i senatori a favore di Minzolini non si devono lamentare «se poi qua fuori i cittadini manifestano in maniera violenta», bisogna dire chiaro che il limite è stato sorpassato.

Il limite della convivenza civile, quello che dovrebbe imporre a tutti, specie a chi rappresenta le istituzioni parlamentari, di fermarsi prima della soglia dell’incitamento indiretto al linciaggio. Ogni giustificazionismo della violenza è sbagliato. Di Maio è un moderato, domani potrebbe persino avere l’onore di rappresentare l’Italia nel mondo. Quelle parole non gli appartengono e farebbe bene a riconoscerlo. E anche il gesto di stracciare una legge dello Stato, altamente simbolico, appare del tutto fuori luogo. 

Tra i senatori messi alla gogna da Di Maio e Di Battista c’è anche la giornalista antimafia Rosaria Capacchione, sotto scorta, un garantista a 24 carati come Luigi Manconi, un antirenziano doc come Massimo Mucchetti, fino al filosofo dell’operaismo Mario Tronti. Tutti eversori e venduti? Di Maio è un politico capace e siamo certi che saprà emendarsi da questo scivolone. Nel frattempo, lo invitiamo a riflettere su queste tre righe. «Le istituzioni parlamentari, con tutti i loro difetti, hanno una funzione: proteggere un minimo di libertà politiche e di diritti personali contro il dispotismo, mentre i fascisti intendono fare uso della forza di strada per abolire le istituzioni parlamentari». Lo scriveva Gaetano Salvemini a Carlo Rosselli. Sappiamo com’è finita.

Perché il «caso Minzolini» è destinato a ripetersi

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ugo magri

Leggi assurde regolano lo scontro tra politica e giustizia. Ma nessuno se ne occupa seriamente.

Un cittadino qualunque non capisce come mai, se la legge Severino stabilisce la decadenza di un «onorevole» condannato, debba pronunciarsi pure la Camera di appartenenza (come è successo ieri per Minzolini). Delle due l'una: se l'ultima parola dev'essere quella dei giudici, sembra assurdo che si chieda il via libera del Parlamento. Anche perché i suoi membri non possono essere trattati come semplici passacarte, è logico che si esprimano liberamente.

Ma se deputati e senatori esercitano il loro diritto di entrare nel merito e di sostituirsi ai magistrati, per quale diamine di motivo è stata approvata una legge sulla decadenza che poi non viene onorata? Chiaramente, nel meccanismo c'è qualcosa che offende la logica. Anzi, sembra studiato apposta da qualche mente malata per aggiungere discredito sulle nostre povere istituzioni. Né risulta che qualcuno se ne stia occupando. Per cui il «caso Minzolini» è destinato a ripetersi.

In realtà, questa legislazione assurda fotografa un campo di battaglia, quello tra politica e giustizia. Dove la linea del fronte si sposta a seconda delle fasi storiche. Nella Prima Repubblica (cioè fino a Tangentopoli, inizio anni '90) la volontà democratica era sacra, il popolo sovrano aveva diritto di eleggere perfino i ladri e i conclamati assassini. I magistrati non potevano nemmeno azzardarsi a iniziare le indagini senza un'apposita «autorizzazione a procedere» del Parlamento, che di regola veniva negata. Dopodiché la politica ha commesso suicidio e le parti si sono invertite. Alle Camere è rimasta la facoltà di negare provvedimenti estremi come l'arresto o, appunto, la decadenza.

E quando esercita questo diritto, che sta nella Costituzione, se ne vergogna un po' perché sa tanto di Casta.Sarebbe bello se si trovasse finalmente un equilibrio onesto e rispettato. Per realizzarlo, non occorre chissà che. Basterebbe ad esempio abolire le «porte girevoli» tra Parlamento e magistratura, che generano solo sospetti (e alibi). Perché è vero che Minzolini è stato condannato per la carta di credito Rai, ma a rovesciare l'assoluzione in primo grado è stato un giudice che prima era stato deputato, poi senatore, quindi sottosegretario, salvo tornare come se niente fosse a rivestire la toga. Dunque un avversario politico dichiarato dell'ex direttore del Tg1. E' una commistione di ruoli contro cui si batte a ragione la stessa Anm, nella persona del suo presidente Camillo Davigo. Ma si procederà in tal senso? Molti segnali fanno temere di no.

Le diverse solitudini dell’Italia senza giustizia

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pierangelo sapegno

Ilaria Alpi e Bologna


La mamma di Ilaria, Luciana Alpi: “troppe umiliazioni, mi fermo”

Non esiste una sola solitudine, questa è la verità. Mentre Luciana Alpi, la mamma di Ilaria, la giornalista trucidata 23 anni fa in Somalia, dichiara di aver deciso «di astenermi d’ora in avanti dal frequentare uffici giudiziari», dopo aver assistito per alle prove di incapacità della Giustizia, nello stesso giorno Paolo Bolognesi, presidente delle famiglie delle vittime del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, annuncia di aver appena presentato «l’atto di opposizione alla richiesta di archiviazione dell’indagine sui mandanti alla strage di Bologna».

I quattro pm dell’inchiesta avevano fatto sapere che non c’era possibilità di trovare i responsabili più in alto degli esecutori. «Non ci arrendiamo e continueremo a combattere», dice Bolognesi. Di fronte alla stessa rinuncia, due reazioni opposte. Ma perché si tratta di due solitudini profondamente diverse. Nella lingua inglese la parola solitudine ha due versioni: si dice solitude per esprimere la scelta di essere soli, e loneliness per significare una condizione sofferta e non scelta. Il nostro vocabolario è sbagliato, perché davvero la solitudine può essere una condanna o una conquista. 

Bolognesi e gli altri familiari sono stati costretti a sceglierla e sono riusciti a farlo anche grazie alla forza del gruppo, che li ha resi meno soli soltanto in apparenza. La solitudine non è fatta di numeri. Perché molto peggio di essere soli è stare con persone che ti fanno sentire soli. Benché sconfitti da anni interminabili di depistaggi e inchieste corrose, i familiari hanno trovato la forza di continuare a combattere nella loro disperazione. Ma hanno potuto farlo. La mamma di Ilaria Alpi no. La solitudine è molto più dolorosa quando ti accorgi di non contare niente per nessuno. E forse nelle sue parole così dolenti c’è proprio questa consapevolezza:

«Al dolore si è aggiunta l’umiliazione di formali ossequi da parte di chi ha operato sistematicamente per occultare la verità e i proventi di traffici illeciti. Non posso tollerare ancora il tormento di un’attesa che non mi è consentita né dall’età né dalla salute». Non è la rinuncia alla verità. Ma la sua sconfitta. Ci sono solitudini che contengono tutte le solitudini vissute e tutte le sconfitte accumulate negli archivi della nostra sofferenza. Se non possiamo fermarci nell’indistinto crepuscolo che non conosce vittorie e sconfitte, se l’esistenza ci ha portato a questo bivio, forse non ci resta altro da fare. Perché abbiamo incontrato la peggiore delle solitudini. 

Diceva Robin Williams: «Pensavo che la cosa peggiore nella vita fosse restare solo. No, non lo è. Ho scoperto che la cosa peggiore è quella di finire con persone che ti fanno sentire veramente solo». 

Sbronzi di iPhone

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mattia feltri

Lo dico a mio figlio: sei un drogato. Ha quasi otto anni e dopo scuola se ne sta sul divano per ore con l’iPad, e riemerge psichedelico annunciando il record a Minecraft, orgoglioso, come se potessi apprezzare la portata dell’evento. Mia figlia, di tre anni più grande, rinnova lo stato del profilo WhatsApp ogni sera, di modo che i compagni di chat si facciano di lei un’idea dinamica. Tutti abbiamo ragazzi in bulimia digitale, e siamo terrorizzati dalla prospettiva di vederli crescere in modalità automa. 

E però sul «New York Times» è uscita una interessante inchiesta secondo cui nell’ultimo decennio gli adolescenti americani hanno progressivamente ridotto il consumo di sigarette, alcol, marijuana, ecstasy e crack, in perfetta coincidenza con la proliferazione imperiosa di tablet e smartphone. Pare che i videogames eccitino i sensi quanto uno spinello e i social appaghino il desiderio di una vita propria e indipendente più di una sbronza di gruppo. Sarà comunque una dipendenza, ma certo meno inquietante. Forse dovremmo ficcarci in testa che la vita online non è virtuale, ma ormai è quella reale.

E bisognerebbe semplicemente dire ai ragazzi che tutto ciò che si fa online è come farlo alla finestra, e in piazza: servono accortezza e cervello. Vale soprattutto per i tanti genitori, in buonissima fede, che ho sentito dire ai loro figli: spegnete quel telefonino, guardatevi negli occhi, parlatevi. È che se spengono il telefonino e si guardano negli occhi, dopo cinque minuti dalla noia si accendono un canna. 

La verità nascosta delle “marocchinate”, saccheggi e stupri delle truppe francesi in mezza Italia

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andrea cionci

L’episodio del remake porno del film di De Sica è l’occasione di parlare dopo 70 anni, documenti alla mano, dei diretti responsabili: tra cui lo stesso Charles De Gaulle



Il fatto che un regista italiano di film porno abbia potuto girare una pellicola hard su una delle pagine più mostruose vissute dalla nostra popolazione civile durante la Seconda guerra mondiale, offre la caratura di quanto questi misfatti siano stati rimossi dalla coscienza morale collettiva. L’episodio del remake porno de La Ciociara di Vittorio De Sica, che ha suscitato un’interrogazione parlamentare e una lettera pubblica al premier Gentiloni, offre piuttosto l’occasione di raccontare, documenti alla mano, tutta la verità relegata per oltre settant’anni nei sotterranei della storia, indicando i numeri reali, i colpevoli e i personaggi di primissimo piano - tra cui lo stesso Charles De Gaulle - che ne furono i diretti responsabili.


Il film “La ciociara”

“Marocchinate”: con questo termine si sono tramandati gli stupri di gruppo, le uccisioni, i saccheggi e le violenze di ogni genere perpetrate dalle truppe coloniali francesi (Cef), aggregate agli Alleati, ai danni della popolazione italiana, dei prigionieri di guerra e perfino di alcuni partigiani comunisti. La storiografia tradizionale, le poche volte che ne ha trattato, ha circoscritto questi orrori a qualche centinaio di episodi verificatisi nell’arco di un paio giorni nella zona del frusinate. Le proporzioni, tra numeri e gravità dei fatti, furono di gran lunga superiori. E a breve – lo annunciamo in esclusiva - sarà aperto un procedimento penale internazionale, ai danni della Francia, per iniziativa di un avvocato romano.


Soldati nordafricani del Cef

1 Cos’era il CEF
Nel 1942, gli americani sbarcano ad Algeri e le truppe coloniali francesi del Nord Africa, fino ad allora agli ordini della repubblica filonazista di Vichy, si arrendono senza sparare un colpo. Il generale Charles De Gaulle, fuggito dalla Francia occupata dai tedeschi e capo del governo francese in esilio “Francia libera”, allora, attinge a questo personale militare per creare il Cef: Corp Expeditionnaire Français, costituito per il 60% da marocchini, algerini e senegalesi e per il restante da francesi europei, per un totale di 111.380 uomini ripartiti in quattro divisioni. Vi erano però dei reparti esclusivamente marocchini di goumiers (dall’arabo qaum) i cui soldati provenivano dalle montagne del Riff ed erano raggruppati in reparti detti “tabor” in cui sussistevano vincoli tribali o di parentela diretta.

Erano in tutto 7.833, indossavano il caratteristico burnus arabo, vestivano una tunica di lana verde a bande verticali multicolori (djellaba) e sandali di corda. Erano equipaggiati non solo con le armi alleate (mitra Thompson cal. 45 mm e mitragliatrice Browning 12.7 mm) ma anche con il tipico pugnale ricurvo (koumia) con il quale, secondo una loro antica usanza, tagliavano le orecchie ai nemici uccisi per farne collane e ornamenti (in particolar modo i tedeschi ne fecero le spese). Il loro comandante era l’ambizioso generale Alphonse Juin, nato in Algeria che, da collaborazionista dei nazisti, era passato alle dipendenze di De Gaulle.

2 Primi impieghi, prime violenze
Gli stupri delle truppe marocchine cominciano già nel luglio ’43, con lo sbarco alleato in Sicilia. Gli 832 magrebini del 4° tabor aggregato agli americani che sbarcano a Licata, compiono saccheggi e violentano donne e bambini presso il paese di Capizzi, vicino Troina. Come riporta lo storico Michelangelo Ingrassia, i siciliani reagirono uccidendone alcuni con doppiette e forconi.


Il 16 maggio 1944, a Polleca, De Gaulle, con il generale Juin, quarto da sinistra. In secondo piano, in borghese, il Ministro della Guerra

3 I marocchini aggirano Cassino risalendo i monti
Come noto, gli Alleati, risalendo l’Italia senza troppe difficoltà, si impantanarono a Cassino, sulla Linea Gustav, dove i tedeschi opponevano una tenacissima resistenza. Fu il generale Juin, sin dall’inizio, a proporre ai colleghi statunitensi Clark e Alexander l’aggiramento del caposaldo nemico. Dopo tre battaglie sanguinosissime e prive di risultato gli Alleati avallarono la proposta di Juin il quale aveva scoperto che il monte Petrella, a est di Cassino, era stato lasciato parzialmente sguarnito dai tedeschi.

In quelle zone, solo le sue truppe marocchine di montagna avrebbero potuto farcela. Infatti, con l’operazione “Diadem” (l’ultimo assalto collettivo degli Alleati) i goumiers riuscirono a sfondare la Linea Gustav e, attraversando l’altipiano di Polleca, si lanciarono verso Pontecorvo. Kesselring, comandante tedesco in Italia, per tamponare lo falla, inviò i suoi Panzegrenadieren insieme a reparti italiani della Rsi, (Gnr di Frosinone) i quali, dopo accaniti combattimenti, dovettero soccombere. E’ accertato che gli ultimi soldati tedeschi rimasti a Esperia si suicidarono gettandosi da un burrone per non finire decapitati come altri loro commilitoni catturati. Questo avveniva mentre i marocchini cominciavano a violentare moltitudini di donne, uomini e bambini sull’altopiano di Polleca.


Il generale Alphonse Juin

4 La popolazione non comprende il pericolo
Sebbene siano conosciuti i manifesti della propaganda fascista (alcuni disegnati da Gino Boccasile) che mettevano generalmente in guardia la popolazione dalle truppe di colore alleate, il partigiano e storico ciociaro Bruno D’Epiro racconta che già prima della battaglia di Esperia un ricognitore tedesco aveva lanciato sui monti Aurunci volantini che incitavano la popolazione a fuggire dalle prevedibili violenze delle truppe nordafricane. Molti bambini furono evacuati dalla Guardia Nazionale Repubblicana e inviati nelle colonie di Rimini, ma la maggior parte della popolazione ciociara, stanca della guerra, si limitò ad aspettare, con rassegnato distacco, il passaggio dei liberatori. Scriveva Renzo De Felice che “l’8 settembre aveva fatto perdere agli italiani qualsiasi volontà di partecipare attivamente alle vicende belliche”. Alberto Moravia, all’epoca sfollato nel frusinate, ne “La Ciociara”, descrive bene questo sentimento di rassegnata apatia facendo dire alla protagonista: ”Per noi bisogna che qualcuno vinca sul serio, così la guerra finisce”.

5 Comincia l’inferno
Alla ritirata dei nazifascisti, vari paesi della Ciociaria vennero occupati dai franco-coloniali del Cef. Questo fu l’inizio di un assurdo calvario. Ad Ausonia decine di donne furono violentate e uccise, e lo stesso capitò agli uomini che tentavano di difenderle. Dai verbali dell’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra risulta che anche “due bambini di sei e nove anni subirono violenza”. A S. Andrea, i marocchini stuprarono 30 donne e due uomini; a Vallemaio due sorelle dovettero soddisfare un plotone di 200 goumiers; 300 di questi invece, abusarono di una sessantenne.

A Esperia furono 700 le donne violate su una popolazione di 2.500 abitanti. Anche il parroco, don Alberto Terrilli, nel tentativo di difendere due ragazze, venne legato a un albero e stuprato per una notte intera. Morirà due anni dopo per le lacerazioni interne riportate. A Pico, una ragazza venne crocifissa con la sorella. Dopo la violenza di gruppo, verrà ammazzata. A Polleca si erano rifugiati circa diecimila sfollati, per lo più donne, vecchi e bambini in un campo provvisorio. Qui si toccò l’apice della bestialità. Luciano Garibaldi scrive che dai reparti marocchini del gen. Guillaume furono stuprate bambine e anziane; gli uomini che reagirono furono sodomizzati, uccisi a raffiche di mitra, evirati o impalati vivi.

Una testimonianza, da un verbale dell’epoca, descrive la loro modalità tipica: “I soldati marocchini che avevano bussato alla porta e che non venne aperta, abbattuta la porta stessa, colpivano la Rocca con il calcio del moschetto alla testa facendola cadere a terra priva di sensi, quindi veniva trasportata di peso a circa 30 metri dalla casa e violentata mentre il padre, da altri militari, veniva trascinato, malmenato e legato a un albero. Gli astanti terrorizzati non potettero arrecare nessun aiuto alla ragazza e al genitore in quanto un soldato rimase di guardia con il moschetto puntato sugli stessi”. Riportiamo solo alcune di queste atrocità per fornire un’idea di massima.


Civili in Ciociaria

6 Malattie veneree, orfani e suicidi
I comuni coinvolti nel Lazio furono anche Pontecorvo, Campodimele, S. Oliva, Castro dei Volsci, Frosinone, Grottaferrata, Giuliano di Roma e Sabaudia. Migliaia furono le donne contagiate da sifilide, blenorragia e altre malattie veneree, e spesso contagiarono i loro legittimi mariti. Così come migliaia furono quelle ingravidate: il solo orfanotrofio di Veroli, accoglieva, dopo la guerra, circa 400 bambini nati da quelle unioni forzose. Molte delle donne “marocchinate” furono poi scansate dalla comunità, a causa dei pregiudizi di allora, ripudiate dalle famiglie e, a centinaia, finirono suicide o relegate ai margini della società. Una scia di sofferenze fisiche e psicologiche, quindi, che si trascinò per decenni.



7 Colpevoli anche i soldati francesi bianchi
Non solo truppe di colore. Da documenti dell’Archivio Centrale dello Stato, risulta che anche i francesi bianchi parteciparono alle violenze: a Pico furono, infatti, violentate 51 donne (di cui nove minorenni) da 181 franco-africani e da 45 francesi bianchi. Dato questo episodio e considerando che francesi europei costituivano il 40% di tutto il Cef, risulta limitativo addossare la responsabilità delle violenze ai soli goumiers marocchini. Anche gli americani sapevano di questi fatti: solo in un paio di casi tentarono debolmente di frenare i goumiers. Scrive Eric Morris in “La guerra inutile” che, ancora vicino a Pico, gli uomini di un battaglione del 351° fanteria americana provarono a fermare gli stupri, ma il loro comandante di compagnia intervenne e dichiarò che “erano lì per combattere i tedeschi, non i goumiers”.

8 I comandanti non intervengono, fino in Toscana
Massimo Lucioli, co-autore, insieme a Davide Sabatini, del primo completo studio sulle marocchinate “La ciociara e le altre” (1998), spiega: “Dato il coinvolgimento dei bianchi, non presenti nei reparti goumier, si può affermare che i violentatori si annidavano in tutte e quattro le divisioni del Cef. Forse anche per questo, gli ufficiali francesi non risposero ad alcuna sollecitazione da parte delle vittime e assistettero impassibili all’operato dei loro uomini. Come riportano le testimonianze, quando i civili si presentavano a denunciare le violenze, gli ufficiali si stringevano nelle spalle e li liquidavano con un sorrisetto”.

Questo atteggiamento perdurò fino all’arrivo in Toscana del Cef. Qui ricominciarono le violenze a Siena, ad Abbadia S. Salvatore, Radicofani, Murlo, Strove, Poggibonsi, Elsa, S. Quirico d’Orcia, Colle Val d’Elsa. Perfino membri della Resistenza dovettero subire gli abusi. Come testimonia il partigiano rosso Enzo Nizza: ”Ad Abbadia contammo ben sessanta vittime di truci violenze, avvenute sotto gli occhi dei loro familiari. Una delle vittime fu la compagna Lidia, la nostra staffetta. Anche il compagno Paolo, avvicinato con una scusa, fu poi violentato da sette marocchini. I comandi francesi, alle nostre proteste, risposero che era tradizione delle loro truppe coloniali ricevere un simile premio dopo una difficile battaglia”.

9 50 ore? Il proclama di Juin
Infatti, un comunicato attribuito al generale Juin ai suoi uomini, recita: ““Soldati! Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c’è un vino tra i migliori del mondo, c’è dell’oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all’ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto è promesso e mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete”.

L’autenticità di questo proclama è stata spesso messa in dubbio, ma Juin, come si legge nei trattati giurisprudenziali dell’epoca, poteva riferirsi legittimamente a una antica norma del diritto internazionale di guerra che prevedeva il “diritto di preda bellica”, tra cui lo stupro. Tant’è che le vittime furono, in fretta e furia, dopo la guerra, risarcite con minimi compensi economici solo attraverso un procedimento amministrativo, invece che dopo un regolare processo penale. Gli indennizzi furono erogati prima dai francesi e poi dallo Stato italiano. Con ottime probabilità, il proclama di Juin è, quindi, da ritenersi autentico.

Secondo Lucioli, questo discorso fu poi diffuso ad arte per limitare nello spazio-tempo le violenze che, de facto, durarono ben più di 50 ore: dal luglio ’43 all’ottobre ’44 quando i franco-coloniali lasciarono l’Italia e si imbarcarono per la Provenza ancora occupata dai nazisti. Solo nell’imminenza del ritorno in Francia, alcuni dei violentatori furono puniti. Un partigiano della brigata rossa “Spartaco Lavagnini” ricorda: “Sei marocchini vennero fucilati sul posto perché avevano violentato una donna. Il capitano (francese n.d.r.) ebbe a dirmi:

“Questa gente sa combattere benissimo, però meno ne riportiamo in Francia, meglio è”. Poco prima che i marocchini toccassero il suolo provenzale, i loro comandanti, quindi, avevano deciso di riportarli severamente all’ordine tanto che non si registrarono mai violenze ai danni di donne francesi. Una volta in Germania meridionale, invece, potranno dare nuovamente sfogo ai loro istinti sulle donne tedesche, come riportano alcuni recenti studi. Segno, quindi, che le efferatezze di queste truppe avrebbero potuto essere certamente controllate e disciplinate.


Un reparto di Goumiers marocchini

10 Le responsabilità di De Gaulle
Un fenomeno di queste dimensioni che si è protratto per dodici mesi, in mezza Italia, che ha interessato un numero elevatissimo di persone, non poteva essere sottaciuto o nascosto ai comandanti. “E’ evidente – continua Lucioli - che vi sono responsabilità a livello gerarchico-militare e politico mai indagate. Innanzitutto, i generali di divisione del CEF : Guillaume, Savez, de Monsabert, Brosset e Dody i quali, non solo non hanno impedito le violenze, ma le hanno incentivate: prima dell’attacco in Ciociaria, infatti, le truppe coloniali erano state tenute consegnate in recinti di filo spinato, lontano dai loro bordelli, evidentemente, per aumentarne l’aggressività.

Ma il principale responsabile della barbarie è da ricercarsi, per un principio di responsabilità gerarchica, nel comandante in capo di Francia libera, Charles De Gaulle, che – è provato – durante il culmine delle violenze, si trovava, insieme al suo Ministro della Guerra André Diethelm, proprio a Polleca presso il casolare del barone Rosselli, eletto a quartier generale avanzato del Cef. Vi sono fotografie inoppugnabili e anche un suo discorso che tenne, in loco, in quei giorni. Le violenze accadevano, quindi, sotto ai suoi occhi”.



Va anche ricordato che, quando alcuni marocchini a Roma violarono due donne e le gettarono poi da un treno in corsa, uccidendole, l’”Osservatore romano” e “Il Popolo” aprirono una accesa polemica, denunciando chiaramente le violenze che si verificavano ovunque i marocchini si fossero accampati. A questi rispose il giornale delle truppe francesi in Italia “La Patrie”, minimizzando l’accaduto. Ancora una volta, quindi, De Gaulle non poteva non sapere. Impossibile pensare, anche, che i comandanti alleati ignorassero quegli eventi.

11 I numeri delle vittime
Emiliano Ciotti, presidente dell’Associazione Vittime delle Marocchinate, fornisce i numeri di questo massacro: “Nella seduta notturna della Camera del 7 aprile 1952 la deputata del PCI Maria Maddalena Rossi denunció che solo nella provincia di Frosinone vi erano state 60.000 violenze da parte delle truppe del generale Juin. Dalle numerose documentazioni raccolte oggi possiamo affermare che ci furono 20.000 casi accertati di violenze, numero del tutto sottostimato; diversi referti medici dell’epoca riferirono che un terzo delle donne violentate, che si erano fatte medicare, sia per vergogna o per pudore, preferì non denunciare.

Facendo una valutazione complessiva delle violenze commesse dal Cef, iniziate in Sicilia e terminate alle porte di Firenze, possiamo quindi affermare con certezza che ci fu un minimo di 60.000 donne stuprate, ognuna, quasi sempre da più uomini. I soldati magrebini, ad esempio, mediamente violentavano in gruppi da due o tre, ma abbiamo raccolto testimonianze di donne violentate anche da 100, 200 e 300 uomini. Oltre alle violenze carnali , vi furono decine di migliaia di richieste per risarcimenti a danni materiali: furti, incendi, saccheggi e distruzioni”.


Mezzi tedeschi distrutti sulla strada di Esperia

12 La rimozione storica
Nonostante le pubblicazioni del professor Bruno D’Epiro, cittadino di Esperia che fu il primo, a livello locale, a interessarsi in maniera organica a questi misfatti, a parte qualche articolo successivo e qualche raro documentario, la storiografia nazionale ha lasciato pressoché unicamente al film di Vittorio De Sica “La Ciociara”, il difficile ruolo di trasferire al grande pubblico qualcosa sulle marocchinate. Fino agli anni ’90, poi, come scriveva al sindaco di Esperia lo storico belga Pierre Moreau, nulla del genere era mai apparso sulla letteratura storica in lingua inglese, francese e olandese. La memoria di queste aberrazioni è, tuttavia, ancora una ferita aperta nei luoghi che furono colpiti. Nel 1985, a Esperia, fu organizzata una manifestazione di riconciliazione tra tutti i reduci della guerra. Solo i francesi non furono invitati, in quanto espressamente “non graditi”. Il cimitero di guerra di Venafro, che ospita i caduti del Cef, sovente, ancor oggi, vede la propria insegna marmorea imbrattata di vernice da mani ignote.

13 Il prossimo procedimento legale ai danni della Francia
L’avvocato romano Luciano Randazzo, già noto per aver fatto riaprire casi riguardanti le Foibe e l’esecuzione di Mussolini, dichiara: “Anni fa assistetti una povera signora che, durante la guerra, era stata “marocchinata” ed ebbi modo di conoscere da vicino quei drammi: era tutta povera gente. Nel 2003, una tv francese mi intervistò, valutando se si potesse intraprendere un’azione legale verso l’Associazione d’arma dei goumiers “Koumia”. Fino ad oggi, cosa ha fatto lo Stato italiano per chiedere i giusti risarcimenti ai francesi? Nulla. Ecco perché, a breve presenterò un ricorso presso il Tribunale Militare di Roma e presso la Corte internazionale, ai danni della Francia”.

La storia delle marocchinate non è ancora chiusa. 

Ecco la squadra della morte che uccise il capitano "Neri"

ilgiornale.it
Roberto Festorazzi - Ven, 17/03/2017 - 07:58

Nuovi documenti gettano luce sul nucleo clandestino "MC/7" e sulla Brigata partigiana fantasma che il Pci costituì a Milano dopo il 25 aprile 1945 per eliminare dissidenti interni



A Milano, nelle giornate dell'insurrezione, a fine aprile del 1945, venne costituita una polizia segreta del Partito comunista, che si occupò di condurre una cruenta purga di pura marca staliniana, contro i propri dissidenti interni.

Tra le vittime di questa squadra della morte, organizzata per ordine di Luigi Longo, leader politico-militare della Resistenza comunista e vice di Palmiro Togliatti, e affidata al comando operativo del duce rosso delle Brigate Garibaldi lombarde, Pietro Vergani, vi fu anche il capitano Neri, Luigi Canali, capo carismatico del movimento di Liberazione comasco, eliminato per la questione dell'oro di Dongo e per essersi opposto all'esecuzione sommaria di Mussolini.

Ma, soprattutto, ammazzato per essere tornato a dirigere i suoi partigiani lariani, nelle storiche giornate di fine aprile, sfidando con la propria autorità morale il partito che lo considerava un traditore. La verità sull'assassinio di Neri l'ho scoperta per caso, dopo quasi trent'anni di ricerche, scovando notizie su uno dei capi di questa polizia segreta, che venne formata nell'ombra, a sinistra imitazione dell'Nkvd sovietica. Cercavo informazioni sull'ungherese Stefano Moskovitz, uno dei cosacchi che fecero calare il terrore su Milano, agendo sotto la protezione degli alti vertici del Pci.

A fare saltare il coperchio di questa sconvolgente realtà, fu, per primo, Fulvio Bellini, figura di rilievo delle vicende resistenziali, il quale, dagli anni Cinquanta del secolo scorso, fu uno spietato accusatore dei crimini commessi dal suo ex partito, il Pci. Saggista, autore, con Giorgio Galli, della prima storia del Partito comunista italiano, è scomparso nel 2013, a 90 anni. Grande investigatore dei misteri italiani, dalla morte di Enrico Mattei alla strage di Piazza Fontana, Bellini fu sul punto di determinare una svolta, nel processo di Padova del 1957, sull'oro di Dongo e crimini annessi.

Insieme ad altri, denunciò infatti l'esistenza di un nucleo speciale, che, subito dopo il 25 aprile 1945, fece una strage tra i quadri del Pci che si opponevano alla linea dettata da Togliatti. Purtroppo, il processo, davanti alla Corte d'assise patavina, fu bruscamente interrotto, dopo il suicidio di un giudice popolare, e la giustizia non poté quindi compiere il suo corso. Ma gli interrogatori di Bellini, e dei suoi amici, da parte degli organi di polizia giudiziaria, in quel 1957, fornirono la pista da seguire per giungere alla verità.

Bellini nel 1949 era stato espulso dal Pci per deviazionismo e, nel prendere le distanze dalla sua militanza, aveva invitato a seguire le tracce dei delitti disseminate dagli ex compagni. Nel processo verbale della sua deposizione, davanti ai carabinieri, si legge che, attorno, al 20 maggio 1945, gli era capitato di cogliere, nella sede clandestina della polizia segreta, un brano di conversazione tra due membri della squadra della morte: il già citato Stefano Moskovitz, nomi di battaglia Ivo e Pista, e il comandante partigiano Spartaco Cavallini.

Il braccio armato del partito aveva occupato, manu militari, un'ex Casa del Fascio, già sede di un gruppo rionale di camicie nere (il Tonoli), al numero 31 di via Andrea del Sarto, zona Città Studi. L'edificio, già l'indomani dell'insurrezione, fu utilizzato come un vero e proprio corridoio della morte. Dalla viva voce di Ivo e di Spartaco Cavallini, Bellini poté apprendere che Neri non soltanto era passato da via Andrea del Sarto, ma che, dopo alcune ore di detenzione, era stato ucciso, alle prime ore dell'8 maggio, e il suo cadavere gettato forse nel Naviglio, o forse no. In ogni caso, il corpo non fu mai ritrovato. Moskovitz e Cavallini, quasi a volersi reciprocamente tranquillizzare, accennarono allo stato irriconoscibile del volto di Canali, sfigurato dai colpi d'arma da fuoco.

Una modalità di esecuzione che rendeva arduo risalire ai responsabili di tanta efferatezza. Bellini indicò in sei o sette il numero dei componenti della polizia segreta, e, ai nomi dei due precedenti, aggiunse quelli di Dionisio Gambaruto, il comandante Nicola, esecutore glaciale degli ordini del partito, e di Franco Talice, un partigiano originario di Modena, che però non poteva più essere incriminato, perché deceduto nel 1956. Che Bellini non raccontasse fandonie è certo. Al Palazzo di Giustizia di Milano, dopo la Liberazione, i comunisti avevano dato corpo all'organo di epurazione sanguinosa dei «nemici del popolo», e insediarono la loro Lubjanka nell'ex edificio del gruppo rionale fascista Tonoli.

Con singolare procedura, del tutto atipica nella storia della Resistenza, gli alti vertici del Pci, il 28 aprile 45, crearono una Brigata garibaldina fantasma, la 140ª Sap (Squadre di azione patriottica), di cui non si trova traccia, negli annali della guerra di Liberazione. Gli uomini della 140ª, investiti della funzione apparente di organi di polizia giudiziaria del Cln, in realtà rispondevano solo agli ordini di Vergani e di Longo. Nell'ex Casa del Fascio di via Andrea del Sarto, divenuta poi Casa del Popolo e sede della sezione Venezia del Pci, si insediò il nucleo clandestino degli esecutori del tribunale della morte, che assunse un nome in codice, MC/7, come accade per ogni polizia segreta o servizio operativo speciale.

Le purghe, a Milano, colpirono, a partire dal 6 maggio, i quadri che avevano deviato dalla retta via del dogmatismo di partito. Quel giorno, i giustizieri rossi, prelevarono dalla sua abitazione, e poi eliminarono, il segretario comunale di Settimo Milanese, il comunista Carlo Dossi detto Peppin. L'indomani, fu la volta del compagno Nicola Arpani, dirigente della 1ª Divisione garibaldina, di stanza a Milano. In un'escalation di micidiale violenza chirurgica, in pochi giorni, caddero Tellio Paganelli, Ernesto Garbagnati, della 113ª Brigata Garibaldi, Ernesto Cammi, Libero Besaglia, Albaro Dubois, e Angelo Mariani, della 185ª Brigata.

Chi erano gli oscuri professsionisti del colpo alla nuca? Ivo Moskovitz, di professione medico, nato a Budapest nel 1917, entrò in contatto con il Pci nel 1943. Nei giorni truci della caccia ai fascisti, ma anche dei nemici del popolo che si annidavano ovunque, pure dentro i partiti democratici, questi agiva con l'autorità di presidente della seconda sezione di giustizia del Cln e di commissario capo della polizia investigativa politica presso il Palazzo di Giustizia. In pratica, era il comandante della polizia giudiziaria comunista di Milano, e, grazie a quell'investitura ufficiale, imperversava con piena licenza di uccidere.

I suoi scherani lo ossequiavano, quale «commissario politico della 140ª Brigata Garibaldi Sap», comandata da Carlo Barin, un personaggio che pare sparito nel porto delle nebbie, tanto che su di lui non sono riuscito a trovare nulla. Come abbiamo visto, la 140ª Brigata non esisteva che come articolazione postuma della Resistenza, in quanto creata nei giorni della Liberazione.

Le esecuzioni del nucleo MC/7 allarmarono gli Alleati, giunti a liberare Milano il 29 aprile di quel 45. I capitani britannici Fleethwood e Kaen, nel tentativo di porre un argine all'omicidio, il successivo 28 maggio fecero scattare le manette ai polsi di Moskovitz. Le modalità dell'arresto la dicono lunga sulla pericolosità dell'individuo: i due ufficiali inglesi lo sorpresero, nel suo ufficio al Palazzo di giustizia, abbattendone la porta. Gli angloamericani non potevano tollerare ciò cui stavano assistendo: la trasformazione, cioè, della capitale del Nord Italia da loro liberato, in un avamposto della sovietizzazione del Paese.

A Milano, da Palazzo di giustizia, veniva guidato il braccio armato del Partito comunista, reso intoccabile, appunto, dalla funzione ufficiale di organo del Cln. Quella polizia segreta che, come l'Nkvd di Mosca, poteva arrestare, detenere, torturare, uccidere chiunque, senza alcuno straccio di garanzie legali e procedurali. Tuttavia, gli Alleati si scoprirono impotenti, in quanto il Pci riuscì a manovrare le proprie pedine a Palazzo di giustizia. In tal modo, il 28 giugno 1945, dovettero accettare che il comandante Ivo, dopo soli 30 giorni di detenzione nella caserma dei carabinieri di via Moscova, venisse rilasciato.

Documenti agghiaccianti sul sicario eccellente ungherese, e sui vani tentativi dei britannici di frenare i sanguinosi eccessi dei nuovi padroni rossi dell'Italia postfascista, li ho ritrovati in un Fondo documentario custodito negli archivi della Fondazione Isec (Istituto per la storia dell'età contemporanea) di Sesto San Giovanni, santuario culturale della vecchia Stalingrado nazionale. Nel 1947, o nel 48, mentre a Milano imperversava la Volante Rossa, altra squadra antesignana delle Brigate Rosse, Moskovitz venne rispedito dal Pci Oltrecortina, nell'Ungheria donde proveniva. Secondo il giornalista missino Giorgio Pisanò, autore di molte inchieste su quel periodo storico macchiato di sangue, Ivo rientrò poi in Italia, dove morì nel 1962.

Quanto a Spartaco Cavallini, gappista di Sesto San Giovanni (nome di battaglia, Spa), tecnico della Breda, era nato a Vigarano Mainarda, in provincia di Ferrara, il 15 ottobre 1912. Nel '27, emigrò a Milano. Si iscrisse al Pci nel 1942. Interrogato a sua volta dagli organi di polizia giudiziaria, in quell'infuocato 1957, tentò di costruirsi una verginità resistenziale, dichiarando di aver svolto il ruolo di commissario politico nella 51ª Brigata Capettini, che operava nell'Oltrepò pavese.

In realtà, mentiva. Perché era stato un quadro che il Pci aveva iniettato, come un'arma di distruzione batteriologica, dentro una Brigata Garibaldi del Lecchese, la 55ª Rosselli, di cui divenne comandante. A capo del distaccamento Carlo Marx della sua formazione, in Alta Valsassina, Cavallini si era dedicato, con altri, ad azioni scellerate che avevano suscitato allarme, tra gli organizzatori più lucidi e raziocinanti del movimento partigiano comunista, come lo stesso Neri.

Nel dopoguerra, dopo l'incarico nel gruppo clandestino MC/7, Spartaco fu membro della Commissione interna e del Comitato di gestione della Breda, segretario della Camera del Lavoro di Sesto San Giovanni, e componente del Comitato federale eletto al sesto Congresso provinciale del Pci, tenutosi a Milano nel novembre del 1947. Ma, già l'anno successivo, fu radiato dal suo partito. Morì, ad Abbadia Lariana, sul lago di Como, il 21 febbraio 1970.

Mario Tonghini, Stefano, tra i rari protagonisti superstiti della guerra partigiana nella zona del Lario, tratteggia Cavallini come una delle figure inquietanti che il Pci usò come fattore di deviazione, inquinamento e intossicazione ideologica dell'ambiente resistenziale. Tonghini, che oggi ha 94 anni e vive ad Alzate Brianza, in provincia di Como, si fece le ossa nella formazione autonoma dei Cacciatori delle Grigne, sulle montagne lecchesi, per terminare la sua battaglia come comandante di Brigata. Anticomunista di ferro, Stefano ricorda Spa come uno di coloro che «parlavano il linguaggio imperativo della violenza, della prevaricazione, e la patrocinavano».

Altro nemico giurato di Luigi Canali fu il terzo componente del nucleo speciale MC/7 Nicola Gambaruto, uno degli uomini che più operarono, fin dal 1944, su direttive del Partito comunista, per creare le condizione di isolamento politico del capitano, dentro i quadri resistenziali, che prepararono la sua eliminazione violenta. Nato a Vigliano d'Asti, l'8 ottobre 1921, Gambaruto fu responsabile di una condotta sconsiderata, nella battaglia resistenziale.

Il Pci fabbricò un castello di false accuse, per colpire Neri, emettendo contro di lui, e contro la sua compagna partigiana Gianna (Giuseppina Tuissi), una doppia sentenza di morte in contumacia, il 25 febbraio 1945, dopo l'evasione dell'esponente della Resistenza dal carcere fascista. Nicola, nell'organigramma delle Brigate Garibaldi, ereditò l'incarico di Canali, quale vicecomandante di Raggruppamento divisionale, mentre questi veniva esautorato e retrocesso al rango di comandante di divisione. Una purga disciplinare, che, unita alla pregressa condanna a morte emessa durante la lotta clandestina, precostituì la giustificazione per la successiva eliminazione violenta di Neri, da tempo dead man walking.

Sequestrato, a Como, la mattina del 7 maggio, dai suoi carnefici, Canali venne portato a Milano, alla sede del Comando regionale garibaldino lombardo, in via Ampère, per chiarire la sua posizione. Da lì, fu scortato nella vicina ex Casa del Fascio di via Andrea del Sarto. La mia convinzione è che Fulvio Bellini sapesse, sulla fine di Neri, ben più di quanto ebbe a dire. Già membro dello stato maggiore della 110ª Brigata Garibaldi, che operava a Milano, dopo la Liberazione fu alle dipendenze dell'Ufficio quadri della Federazione provinciale del Pci. Per le funzioni politiche che svolgeva, fu a stretto contatto con gli esponenti della direzione del Partito comunista per l'Alta Italia: Longo, Emilio Sereni, Giancarlo Pajetta, Pietro Secchia, Arturo Colombi e altri.

Probabilmente, poté anche vedere, di sfuggita, Neri, durante le ore in cui fu detenuto in via Andrea del Sarto, e ciò fu alla base della sua testimonianza resa davanti alla polizia giudiziaria nel '57. Nessuno degli uomini che si macchiarono con il sangue di Canali, pagò i propri conti con la giustizia. I soli a finire incriminati, per concorso nell'assassinio di Neri, furono Gambaruto e Vergani. Il Pci fece eleggere Vergani in Parlamento, per procuragli lo scudo dell'immunità. Non fu, del resto, il solo ad essere elevato all'immeritata dignità di rappresentante del popolo. Anche Dante Gorreri, rinviato a giudizio quale mandante dell'omicidio di Gianna, venne scarcerato dopo la sua elezione a deputato, nel 1953.

La Tuissi, infatti, seguì la sorte del proprio uomo. Sicari prezzolati del Partito comunista, la scaraventarono già dalla scogliera del Pizzo di Cernobbio, la sera del 23 giugno 1945: era il giorno del suo ventiduesimo compleanno.