venerdì 24 marzo 2017

Ecco i paperoni del vitalizio: ma ce lo siamo guadagnato

corriere.it
di Dino Martirano

Dai 10 mila euro al mese di Publio Fiori ai quasi 7 mila di Mastella. E in principio c’era lo Statuto Albertino che non prevedeva nessuna indennità

Dallo Statuto albertino

In principio, con la politica appannaggio solo delle classi abbienti, lo Statuto albertino prevedeva che «La funzione di deputato e di senatore non danno luogo a nessuna retribuzione e indennità». Poi, «all’inizio del secolo arrivarono i partiti di massa e nel 1912, in concomitanza con l’introduzione del suffragio universale maschile, il divieto fu aggirato con l’introduzione di un primo rimborso spese...», ricorda il professor Paolo Armaroli che da deputato di An (era il braccio destro di Pinuccio Tatarella) ha pronunciato circa mille discorsi parlamentari tra il ‘96 e il 2001 e oggi percepisce un vitalizio di 2.159 euro al mese.


«Io mi adeguo»

E ora che sta per arrivare la stangata — con la delibera adottata, su proposta del Pd, dall’ufficio di presidenza della Camera che introduce un contributo di solidarietà progressivo per i vitalizi superiori ai 70 mila euro lordi — Armaroli dice che «agendo in questo modo, per inseguire il populismo dei grillini, si finisce per ledere i diritti acquisiti». Eppure, negli anni Cinquanta, il deputato del Msi Enrico Endrich fece una

(Ansa)
(Ansa)

prima battaglia contro il vitalizio appena introdotto per i parlamentari della neonata Repubblica: «Endrich, che era mio suocero, si dimise per protesta sostenendo che “il vitalizio avrebbe decretato la professionalizzazione del ruolo del deputato”», ricorda l’avvocato cagliaritano Gianfranco Anedda che in Parlamento ci è stato oltre 25 anni tanto da percepire un vitalizio di 5.056 euro: «Io ho dedicato tanti anni al servizio della politica e per questo ho rinunciato a molto. Comunque, ora mi adeguo alla decisione sul contributo di solidarietà».

La classifica

Nella classifica dei vitalizi corrisposto ai parlamentari (dal 2102 anche per loro vale il sistema pensionistico contributivo, anche se mantengono un bel vantaggio rispetto alla legge Fornero) ci sono molti «paperoni». E desta un certo interesse l’assegno record di 10.131 euro e 67 centesimi percepito dall’ex dc Publio Fiori che in Parlamento è rimasto per 35 anni.

Publio Fiori (Lapresse)
Publio Fiori (Lapresse)

«Ho pagato molti contributi»

Poi ci sono nella classifica alta anche i tre ex segretari dei Ds: Massimo D’Alema (5.223), Walter Veltroni (5.504) e Piero Fassino (5.256): pure loro hanno molti anni di Parlamento alle spalle, così come l’ex dc Paolo Cirino Pomicino (5.411), l’ex presidente del Consiglio Ciriaco De Mita (5.862) e l’ex Guardasigilli Clemente Mastella (6.939,81): «Ho pagato molti contributi perché non dovrei prendere il vitalizio», ha detto alla

Clemente Mastella (Ansa)
Clemente Mastella (Ansa)

«Stampa» il sindaco Benevento che difende a spada tratta l’istituto del vitalizio. Formidabili erano anche gli anni ‘80 quando l’ex leader del Movimento studentesco, Mario Capanna, diventa prima eurodeputato (nel 1979) e poi deputato nazionale: per Capanna oggi c’è un vitalizio di 3.026 euro che lui ha difeso con i denti nel corso di una recente rissa televisiva con Massimo Giletti, sostenendo di averne pienamente diritto e di aver pure rinunciato al vitalizio del Parlamento europeo.

Contro lo «schifo dei privilegi»

E nella lunga lista degli assegni corrisposti a ex parlamentari, non passa inosservato quello dell’ex magistrato Ferdinando Imposimato (15 anni tra Senato e Camera nel Pci come indipendente di sinistra, vitalizio di 4.580 euro) che proprio due giorni fa si è fatto vedere alla manifestazione dei forconi in Piazza Montecitorio («Assediamo il

Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio in piazza (Omniroma)
Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio in piazza (Omniroma)

Parlamento») nel corso della quale i grillini Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio hanno arringato la folla contro lo «schifo dei privilegi» dei parlamentari. Peppino Calderisi — ex radicale poi passato ai partiti di centrodestra — ha nel suo curriculum molti anni trascorsi in Parlamento e oggi, che percepisce un assegno di 5.459 euro, si adegua al nuovo contributo ma ritiene che il «combinato disposto della “nuova tassa” e di quelle preesistenti produca un effetto iniquo...» E poi, conclude Calderisi, «da quando la politica non è più appannaggio solo dei ricchi il vitalizio è stato introdotto a tutela dell’autonomia dei parlamentari. Non è solo questione di casta. E di privilegi...».

Il dottor spezzafemori

corriere.it
di Massimo Gramellini

Norberto Confalonieri era il medico di cui ti fidavi. Il primario davanti al quale ti sentivi in soggezione. Il luminare di ortopedia che vedevi in tv con il foulard al collo come per un party in Costa Azzurra, mentre discettava di operazioni all’anca sfoderando sorrisoni all’intervistatore di camici Luciano Onder. Ora è agli arresti domiciliari. Pare che dietro la sua attività di montatore di protesi a ciclo continuo ci fosse il sostegno affettuoso e non del tutto disinteressato di un paio di multinazionali.

Ma a consegnarlo agli annali della malasanità sarà l’intercettazione in cui si vanta «di essermi fatto una vecchia per allenarmi», cioè di avere spezzato apposta il femore a una signora di settantotto anni per sperimentare una tecnica che avrebbe poi utilizzato su un altro paziente nella clinica privata in cui andava ad arrotondare lo stipendio pubblico del Cto di Milano. Per non fare mancare nulla al suo autoritratto esistenziale, il dottor Spezzafemori è anche il presidente della sezione lombarda di Amami, acronimo di «Associazione medici accusati di malpractice ingiustamente». Un profeta, insomma. O un paraculo. Due caratteristiche che in Italia procedono sovente di pari passo.

Persino in quest’epoca di ospedali trasformati in aziende, il singolo medico gode ancora di un immenso prestigio sociale: l’opinione comune si ostina a vedere in lui un sacerdote dei corpi che ha scelto quel mestiere per vocazione. Perciò per un primario che si vende l’anima non esistono attenuanti. E nemmeno protesi in grado di rimpiazzargliela.

La protesta dei rabbini italiani

lastampa.it
lisa palmieri-billig*

Il controverso titolo e programma del convegno dell’Associazione Biblica Italiana. I documenti dimenticati dell’era post- “Nostra Aetate”



Il titolo originario e la presentazione di un convegno organizzato dall’Associazione Biblica Italiana (ABI, un’organizzazione riconosciuta dalla CEI che conta circa 800 tra professori e studiosi della Bibbia) programmata per settembre è stata la causa dei commenti indignati da parte dei rabbini italiani. Il titolo in questione era “Israele, popolo di un Dio geloso. Coerenze e ambiguità di una religione elitaria”, titolo che è stato in seguito ritirato e modificato. L’espressione «religione elitaria” è stata sostituita infatti da «religione dell’antico Israele».

Anche l’introduzione originaria al convegno è stata rimossa e sostituita sul sito dell’ABI a seguito delle proteste dei rabbini italiani. La reazione più articolata e dettagliata è stata quella scritta dal professor Giuseppe Laras, lo stimato presidente emerito dell’Assemblea Rabbinica Italiana ed ex Rabbino Capo di Milano, conosciuto tra l’altro per il suo impegno e le sue convinzioni verso il dialogo inter-religioso e la sua partecipazione negli anni in discussioni teologiche pubbliche con l’ex cardinale di Milano, Carlo Maria Martini, anche lui profondamente impegnato nelle relazioni tra cattolici ed ebrei.

Il paragrafo introduttivo originario ora scomparso conteneva delle affermazioni sconcertanti presentate come fatti, o più precisamente come conclusioni scontate invece di ipotesi ancora da dimostrare, come normalmente richiesto dal metodo scientifico. Vi si leggeva che: «La scelta del tema di questo convegno è, diversamente da quanto avviene in genere, ispirata dal panorama odierno di un ritorno del religioso con accenti assiomatici e intolleranti. Ciò può rappresentare una sconfitta dello spirito critico moderno, attraverso cui la religione tradizionale si è sviluppata arricchita, ma pone il problema di considerare attentamente quali possano essere le radici di una religione che nella sua strutturazione può dare adito a

manifestazioni ritenute degeneranti. (…) si è scelto di partire da un’ipotesi iniziale: all’origine starebbe il processo attraverso il quale, da divinità subordinata all’interno di un Panteon, Yhwh è divenuto gradualmente la divinità esclusiva di un popolo che, elitariamente, si pensa suo unico possesso. (…) il pensarsi come popolo appartenente in modo elitario a una divinità unica ha determinato un senso di superiorità della propria religione e lo ha indotto a segnare confini di separazione rispetto agli altri popoli».

L’«ambivalenza» citata nel titolo si riferisce alla coesistenza del particolare e dell’universale nella «religione dell’antico Israele» (senza nessun riferimento all’ebraismo contemporaneo), ed all’ambiguità della coesistenza di un «Dio geloso» con la possibilità di una libera scelta.

L’introduzione afferma poi che si vuole «evitare l’impressione che si voglia parlare della religione dell’Antico Testamento in luce negativa. Si intendono invece fornire elementi utili a verificare come le problematiche che emergono da tale religione riaffiorino in altri sistemi religiosi e ad appurare se l’ambiguità rilevata sia intrinseca soltanto ai testi veterotestamentari o derivi piuttosto (o anche) dall’interpretazione che se ne è data nelle tradizioni che li hanno recepiti».

Se ne potrebbe dedurre che l’intento è quello di scoprire (o dimostrare?) che «l’antica» religione ebraica, così come è espressa dalla Bibbia ebraica, sia stata la causa del fondamentalismo nell’ebraismo, ma sia anche alla base di quello cristiano ma soprattutto di quello islamico. La prima e più elementare osservazione è che questi testi sono stati scritti in ebraico e in aramaico, lingue in cui ogni parola racchiude vari livelli di significato differenti, e che la religione ebraica vivente si basa sui molteplici commentari rabbinici nel corso dei secoli, che discutono di diversi punti di vista, in sessioni di studio in cui la ricerca di nuove interpretazioni è costante.

Gli studiosi della Bibbia che non sanno che questo metodo è per sua natura anti-fondamentalista e anti-assolutista, e che il metodo ebraico di ricerca continua delle mutazioni della realtà divina portano a rinnovati dubbi e riesaminazioni in ogni generazione, non hanno compreso l’essenza fondamentale della religione che si accingono a studiare.

Il convegno in programma è definito «scientifico», ma gli studi biblici non possono svolgersi in un contesto separato specializzato ed essere allo stesso tempo considerati scientifici. La ricerca interdisciplinare (teologica, linguistica, antropologica ecc.) ed il contesto storico sono di vitale importanza.

Nei secoli passati, gli studi da parte cattolica della religione ebraica erano affetti da grandi pregiudizi perché si basavano proprio su pregiudizi teologici e sull”insegnamento del «disprezzo», dove l’assurda accusa di «deicidio» (cancellata dagli insegnamenti della Chiesa solo a partire dal documento n. 4 della “Nostra Aetate” del 1965) soffiava sul fuoco dell’antisemitismo, che ha causato persecuzioni, pogrom e l’humus dell’odio che ha portato alla Shoah. In mancanza di una prospettiva storica che faccia luce sui mutevoli significati e sulle varie interpretazioni della religione attraverso le ere, brancoliamo nel buio e giungiamo a conclusioni errate.

Eppure, negli ultimi 50 anni la Chiesa ha prodotto documenti importantissimi a scopo didattico, che bisognerebbe prendere dagli scaffali per ricordarli, studiarli ed applicarli per evitare situazioni di conflitto come quelle provocate dalla presentazione di questo convegno dell’ABI di Venezia. I documenti del Vaticano successivi al Concilio Vaticano II della Commissione per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo, basati su “Nostra Aetate”, sono principalmente il risultato del continuo dialogo tra

ebrei e cattolici all’interno del Comitato internazionale di collegamento cattolico-ebraico (ILC - International Catholic-Jewish Liaison Committee). Offrono delle raccomandazioni specifiche che, se applicate nella loro intenzione originaria, porterebbero ad una riscrittura totale di questo convegno. Sono strumenti indispensabili per combattere l’antisemitismo teologico che rinasce in ogni generazione se i Vangeli e il Magisterium non vengono insegnato nel loro contesto storico.

Nell’esaustiva analisi di rav. Laras emergono passi indietro nel dialogo ebraico-cattolico ed un triste calo della sensibilità nei confronti dell’anti-ebraismo teologico, messo in evidenza dalla descrizione del convegno dell’ABI. Rav. Laras cita anche delle omelie di Papa Francesco a riprova del fatto che le vitali raccomandazioni dei documenti prodotti dalla Commissione della Santa Sede per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo non vengono seguite. Laras fa riferimento alla «ripresa della vecchia polarizzazione tra la morale e la teologia della Bibbia ebraica e del fariseismo, e Gesù di Nazareth e i Vangeli», utilizzata da Francesco in senso metaforico per illustrare le ipocrisie della società

contemporanea e anche all’interno della Chiesa stessa. Si tratta di un tema molto sensibile, visto che Francesco è molto benvoluto e visto di buon occhio dal popolo ebraico. Amici e rappresentanti dell’ebraismo, restii a criticarlo, lo hanno comunque reso cosciente del problema in varie occasioni, ma il Pontefice sembra non rendersi conto dei danni che potrebbero causare queste omelie.

Il rabbino Laras scrive: «So benissimo che i documenti ufficiali della Chiesa cattolica avrebbero raggiunto dei punti di non-ritorno. Peccato che vengano contraddetti quotidianamente dalle omelie del Pontefice, che impiega esattamente la vecchia, inveterata struttura e sue espressioni, dissolvendo i contenuti dei documenti suddetti.

Si pensi solo alla “legge del taglione” recentemente evocata dal Papa con faciloneria e travisata, in cui invece, tramite essa, interpretandola da millenni, anche all’epoca di Gesù, l’ebraismo alla ritorsione sostituisce invece il risarcimento, facendo pagare al colpevole quello che si definirebbe modernamente il lucro cessante, il danno permanente e anche quello psicologico. E tutto questo molti secoli prima che la civilissima Europa (cristiana?) affrontasse questi temi. Forse che l’argomento della cosiddetta “legge del taglione” non sia stato nei secoli un cavallo di battaglia dell’antiebraismo da parte cristiana, con una sua ben precisa storia?».

Eppure i documenti della Santa Sede sui rapporti tra cattolici ed ebrei sono un tesoro di linee guida per il successo del dialogo. L’introduzione al documento del 1985 “Sussidi Per Una Corretta Presentazione Degli Ebrei Ed Ebraismo Nella Predicazione E Nella Catechesi Della Chiesa Cattolica” fanno di nuovo riferimento alle importanti istruzioni contenute ne “Orientamenti E Suggerimenti per l’applicazione della Dichiarazione Conciliare” del 1974, che definiva delle condizioni fondamentali per il dialogo: «Il rispetto dell’altro, così come esso è», «capire meglio le componenti fondamentali della tradizione religiosa ebraica» e ancora, «le caratteristiche essenziali con le quali gli Ebrei stessi si definiscono alla luce della loro attuale realtà religiosa», «nella speranza che aiutino ad attuare nella vita della Chiesa le intenzioni esposte nel documento conciliare».

Il terzo capitolo dei “Sussidi” per la “Predicazione e la Catechesi” stila un elenco delle cose da mettere in pratica, con questa raccomandazione: «L’informazione su queste questioni deve riguardare tutti i livelli d’insegnamento e di educazione. Tra i mezzi di informazione, una particolare importanza rivestono quelli qui di seguito elencati: - manuali di catechesi; - libri di storia; - mezzi di comunicazione sociale (stampa, radio, cinema, televisione)» (e colloqui biblici, potremmo aggiungere!). «L’uso efficace di tali mezzi presuppone una specifica formazione degli insegnanti e degli educatori nelle scuole, come pure nei seminari e nelle università (AAS 77, 1975, p. 73)», continua il testo.

È importante aggiungere che il documento continua così: «I paragrafi che seguono intendono servire proprio questo fine (…) la singolarità del popolo dell’Antico Testamento non è esclusiva, ma aperta, nella visione divina, ad una dilatazione universale; l’unicità del popolo ebraico è in vista di una esemplarità» (l’enfasi è nostra). Quest’ultima frase è particolarmente rilevante per la nostra discussione, visto che alcuni concetti chiave come quello del «popolo eletto» sono spesso mal compresi.

Il vero significato religioso di questo termine non implica uno stato di «superiorità» o di privilegio, così come saremmo portati a credere leggendo l’introduzione al convegno, in cui si legge che «il pensarsi come popolo appartenente in modo elitario a una divinità unica ha determinato un senso di superiorità della propria religione», che aprirebbe le porte a tendenze assolutiste e fondamentaliste.

Nella comprensione di se stessi, per gli ebrei essere «scelti» o «eletti» implica l’obbligo e il dovere di essere da esempio, per l’umanità intera. Come è descritto in maniera esemplare nel documento vaticano, l’«unicità» del popolo ebraico implica un missione di universalità. Nel documento vaticano si legge inoltre che «in questo campo, l’imprecisione e la mediocrità nuocerebbero enormemente» al dialogo ebraico-cristiano (Giovanni Paolo II, discorso del 6 marzo 1982). Ma, trattandosi di insegnamento e di educazione, esso nuocerebbero soprattutto alla propria identità cristiana.

In una intervista ad Avvenire, il professor Luca Mazzinghi, presidente dell’ABI, ha spiegato che il titolo del convegno si riferiva ad una «una ambivalenza di fondo, il rapporto tra il Dio geloso e la libertà dell’uomo: in che misura la “gelosia” di Dio potrebbe svilire la libertà dell’uomo. Si tratta di un’ambivalenza che, in realtà, sta dietro a ogni sistema religioso, compreso il cristianesimo (come facciamo nel nostro secondo convegno)». Mazzinghi ha poi respinto categoricamente l’idea che il programma del convegno esprimesse attitudini antisemite:

«L’aver interpretato, da parte di alcuni, il tema del convegno in chiave antiebraica va contro ogni nostra intenzione, lo dico con molta forza. Dalla nostra Associazione è sempre stata assente ogni ombra di antisemitismo, che noi ripudiamo nel modo più assoluto. Aggiungo che molti dei nostri membri sono impegnati in prima persona nel dialogo ebraico-cristiano. Personalmente, da cristiano, ho sempre insegnato ai miei studenti l’amore per il popolo ebraico e per le sue Scritture».

Forse la cosa di cui c’è più bisogno oggi è di rispolverare la conoscenza della storia ebraico-cristiana e di chiedere che seminaristi, studenti e professori universitari diano una ripassata approfondita ai documenti rilevanti.

* Rappresentante in Italia e di collegamento presso la Santa Sede dell’AJC – American Jewish Committee