martedì 28 marzo 2017

Quegli incontri segretissimi tra Almirante e Berlinguer

lastampa.it
fabio martini

I due leader si vedevano di nascosto alla Camera il venerdì sera per scambiarsi informazioni sugli opposti estremismi. Nel libro “Destra senza veli” di Adalberto Baldoni scene e retroscena inediti di 70 anni di storia dal Msi ad An, fino all’ attuale diaspora


Giorgio Almirante durante una manifestazione del MSI in Piazza Castello a Torino, nel 1971

Sul finire degli anni Settanta, in gran segreto, Enrico Berlinguer e Giorgio Almirante – leader carismatici del Pci e dell’Msi - iniziarono ad incontrarsi: di solito il venerdì all’imbrunire, quando alla Camera dei deputati non circolava più nessuno, perché se si fosse saputo che quei due usavano parlarsi, la notizia avrebbe fatto scandalo. Militanti ed elettori del Pci e dell’Msi non avrebbero capito. Erano anni nei quali i parlamentari comunisti e missini non prendevano un caffè insieme neanche per cortesia e invece, ad un certo punto, i due leader cominciarono a vedersi.

Siamo nel 1978-79 e personaggi così diversi si trovavano a condividere una comune preoccupazione: che il terrorismo brigatista e quello neofascista potessero infangare la credibilità di due partiti, Pci e Msi. Insidiando entrambe le denominazioni: le Br erano comuniste, i terroristi di estrema destra erano neo-fascisti. I due leader decisero di scambiarsi idee e informazioni utili ad entrambi. Perché negli anni Settanta, dopo aver tenuto per decenni nel proprio grembo spinte opposte, i due partiti si trovarono a fare i conti con la propria storia: per il Pci i brigatisti appartenevano all’ “album di famiglia”, come scrisse Rossana Rossanda; per l’Msi alcuni terroristi che sparavano per strada erano stati in “famiglia” sino a pochi mesi prima.

Tremila nomi
Gli incontri Berlinguer-Almirante sono tra i tantissimi episodi editi, inediti o poco conosciuti, contenuti nel libro “Destra senza veli”, scritto da Adalberto Baldoni (giornalista e scrittore di destra atipico, da sempre fuori dagli schemi), sulla storia dell’Msi e poi di An, fino all’attuale diaspora. Settecento pagine, un indice che comprende oltre tremila nomi (impresa da Guinness dei primati), il libro dà soddisfazione a chiunque voglia ritrovare dettagli e senso di una storia politica, soprattutto per una caratteristica: della lunga e vivacissima storia missina Baldoni non nasconde nulla, contribuendo a restituire l’originalità di una vicenda che ha coinvolto milioni di persone, ma è stata totalmente ignorata dalla stragrande maggioranza degli italiani, di più generazioni.

Al netto di tante teste calde, di tanti picchiatori violenti e di qualche avventuriero, il libro - come scrive Gennaro Malgieri in una vibrante introduzione – racconta ”la storia di una passione civile come poche altre se ne sono viste”, perché ”la politica era davvero bella una volta”, “ci si incanagliva, affettuosamente e anche rancorosamente, girando attorno a tattiche e strategie”, tra militanti e dirigenti nostalgici di una storia autoritaria ma immersi in un contesto democratico che li induceva a ”confronti e scontri, lacerazioni, non di rado amori”, con le idee che ”illuminavano vite raminghe e soddisfatte ed accendevano giornali, libri, precarie case editrici”.

“Rosso e nero”
E proprio alla vivacissima produzione di cultura politica che fermentò in quel mondo ostracizzato e ghettizzato, il libro di Baldoni (edito dalla editrice Fergen, dei fratelli Gennaccari) dedica alcune delle pagine più originali. In quell’area politica fermentarono riviste, gruppi dai nomi bizzarri, il primo e irriverente “Bagaglino”, le vacanze militanti dei Centri Hobbit, il gruppo sportivo Fiamma, una miriade di radio, un giornale come il “Secolo d’Italia” fucina di bravi giornalisti ma anche di futuri politici, da Fini a Gasparri, da Urso a Storace.

Appartengono a quel fermento anche iniziative originalissime e trasversali. Come il locale pop “Rosso e nero”, fondato nel 1966 dallo stesso Baldoni. Criticato dagli ambienti più conservatori dell’Msi, sull’onda di un grande successo, il locale (presto ribattezzato “Dioniso”) era frequentato anche da giovani di sinistra: sui muri l’immagine di Che Guevara si mischia a quella croce celtica, si esibiscono personaggi come Lucio Dalla, gruppi come l’Equipe 84, i Nomadi, i Pooh.



La foto simbolo del Sessantotto

Quella breve stagione di mischiamento destra-sinistra nella comune contestazione del “sistema” culmina nel Sessantotto: le prime occupazioni universitarie vedono protagonisti giovani di entrambe le parti politiche. Al punto che una delle foto-simbolo di quella stagione – quella che coglie un gruppo di ragazzi sulla scalinata di Valle Giulia a Roma – non ritrae, come comunemente si immagina, giovani di sinistra ma invece di destra, alcuni dei quali faranno parlare di loro, per diversi motivi: Stefano Delle Chiaie, Adriano Tilgher, Mario Michele Merlino, Guido Paglia. Nel libro si ripercorrono tutti i passaggi della storia delle destra italiana con un’attenzione ai personaggi più incisivi: i leader (Romualdi, Michelini, Almirante, Rauti,

Fini) ma anche personalità che per le idealità e l’esempio hanno lasciato un’impronta: Mirko e Marzio Tremaglia, Beppe Niccolai, Teodoro Buontempo, Pinuccio Tatarella, Tomaso Staiti di Cuddia. Una storia, quella della destra italiana, finita nella diaspora. Una chiave per capire quella storia e una coesione persa forse per sempre, la offre Gennaro Malgieri: la destra si è dispersa perché caduta in azzardi politicisti, che hanno finito per perderla come comunità, perché, ”questa era la sua forza: una comunità di destino”, nella quale ”i principii dell’autorità, della gerarchia, il culto della memoria storica e del primato della politica, della lealtà e della fedeltà valevano più di ogni altra considerazione”.

Dal comprimere i dati alla chiusura delle app Sette accorgimenti per risparmiare i Giga di Internet

corriere.it
di Maria Rosa Pavia

Usare determinate opzioni del cellulare quando non si è coperti da wi-fi può farci raggiungere velocemente la famigerata extra soglia. Ecco le dritte per evitare di rimanere senza rete

Connessi senza spendere troppo

Ascoltare un brano su Youtube, inviare una foto a un’amica, aggiornare lo status su Facebook. Queste attività quotidiane che ci portano ad avere una vita, almeno parzialmente, mediata dallo schermo di uno smartphone, possono incidere in maniera rilevante sul proprio budget. Non a caso, la quantità di Giga per la connessione a Internet è sempre la voce meno generosa nelle tariffe proposte dagli operatori telefonici. Sul tema ironizza anche Rovazzi nel suo ultimo singolo «Tutto molto interessante» in cui canta: «L'offerta che proponi è così piena di vantaggi, due minuti, mezzo Giga, tremila messaggi».



Per evitare di raggiungere la famigerata extra soglia - divoratrice dei risparmi dei consumatori poco avveduti – è necessario ricorrere ad alcuni accorgimenti. Anche per scongiurare il rischio che, oltre alle somme a propria disposizione, il termine della connessione coincida con altre conclusioni: «Stavo per fidanzarmi ma ho finito i Giga» è una frase, ormai diventata virale, che rappresenta l’essenzialità della connessione per portare avanti i propri rapporti sociali.

Usare il wi-fi

Sì, a volte può essere così semplice. Basta ricordarsi e mettere da parte l’eventuale imbarazzo nel chiedere la password. Molti comuni italiani offrono una copertura wireless anche se con risultati altalenanti. Ma basta varcare la soglia di un bar e di un ristorante per rimanere connessi: ormai la maggioranza degli esercizi pubblici offre questo servizio. Quando ci si trova a casa di amici, poi, sebbene la netiquette imponga di evitare di navigare in situazioni sociali, si può sempre chiedere la password del wi-fi per l’invio di un messaggio whatsapp o messenger di emergenza.


Ricorrere al Bluetooth

Per evitare il consumo di dati che deriva dal trasferimento di qualsiasi tipo di file, se ci si trova in prossimità del contatto cui si desidera condividerli, ci si può affidare al Bluetooth. Metodo vecchio ma efficace.


Limitare streaming e video chiamate

Scaricare in streaming, in particolare video di alta qualità, può liquidare rapidamente la quantità di Giga disponibile dalla vostra offerta. Sempre meglio, in questo caso, limitarsi quando si è coperti solo da rete mobile. Stesso discorso vale per le video chiamate: vere e proprie mangiatrici di Giga.


Passare a browser «comprimi dati»

Ci sono browser che consentono di ridurre il traffico per la navigazione da smartphone o da tablet. Uno di questi è Opera Mini, gratuito, e che - in base ai dati ufficiali- permette di consumare il 90% dei dati in meno. Tra l’altro, Opera consente anche di comprimere i video, basta accedere in impostazioni e selezionare compressione video. Un'altra piattaforma di navigazione amica del consumatore è Uc browser. Se, però, siete affezionati a Chrome, basta usare un accorgimento: accedere alle impostazioni e attivare l’opzione «Riduci l’utilizzo dei dati». Il prezzo da pagare è un leggero rallentamento al momento del download delle pagine, ma si evita il consumo del 30% dei dati.


No ad aggiornamenti e upload automatici

È necessario disattivare l’aggiornamento automatico delle applicazioni e consentirlo solo sotto rete wi-fi. Stesso discorso vale per gli upload automatici, ossia le sincronizzazioni di foto, video o altri dati su iCloud o Google+.


Usare whatsapp in modo furbo

Chi si affida a Whatsapp per le chiamate oltre che per l’invio di messaggi può usare un’opzione per il risparmio dei dati presente nel software. Basta accedere alle impostazioni, selezionare utilizzo dati e selezionare la voce Consumo dati ridotto. Nella stessa schermata ci sono anche voci relative al download automatico dei file: assicuratevi di aver impostato “Quando connesso tramite wi-fi” per scaricare file audio, video e documenti.


Evitare troppe applicazioni in background

Le app consumano dati anche quando non sono attive, per esempio per condividere informazioni fornite dal Gps. Per eliminare il problema alla radice basta andare su Impostazioni – utilizzo dati per trovare la lista delle app attive e dei dati che stanno utilizzando. Selezionandone una è possibile selezionare l’opzione “limita dati in background”. I nomi dedicati a queste opzioni variano da dispositivo a dispositivo ma hanno pari funzionalità. In generale, cercate di utilizzare quei servizi di cui ritenete necessari gli aggiornamenti in tempo reale. Ci sono applicazioni ad hoc come Onavo Extend che caricano le immagini solo quando si scorre lo schermo e comprimono i dati scaricati durante la navigazione. Un’altra app simile è Opera Max. Entrambi i software possono essere scaricati gratuitamente.

Luci della città

lastampa.it
mattia feltri

Dopo i casi di Palermo e Bologna, quello di Roma autorizza il dubbio che i Cinque stelle abbiano qualche serio problema con la raccolta delle firme. Forse per disattenzione, o per disorganizzazione, o per disinvoltura (disonestà no, non ci permetteremmo). Poi che il 70 per cento dei romani abbia votato Virginia Raggi dovrebbe spingere tutti ad andarci piano: non sarà un cavillo da legulei, per quanto i cavilli sappiano essere seri, a dichiarare discutibile il risultato. E però viene in mente che i buoni (per autoincoronazione) tendono da millenni a fare come gli pare perché lo fanno a fin di bene, e soltanto perché il resto del mondo fa come gli pare, ma a fin di male. Ed è così che si va dritti all’arbitrio. Ma l’aspetto più comico della vicenda è lo sdegno degli altri partiti:

Raggi spieghi! Le regole! Bugiardi! Un coro di geremiadi, soprattutto di Pd e Forza Italia, due partiti che negli anni non hanno dimostrato una venerazione sacrale per le regole, e ora arresi alla miseria del dibattito. Per capire come funziona la testa dei grillini, e per amore delle nostre città, è forse più utile ricordare che il New York Times, disinteressato agli abusi d’ufficio di Raffaele Marra, ha scritto una intera pagina sulle luci di Roma: da settimane si stanno sostituendo le vecchie luci gialle con nuove ed economiche luci bianche a led, di modo che i vicoli un tempo fiammeggianti paiono ora celle frigorifere. Ecco, che il bello sia incasellabile alla voce degli sprechi, dice molto dell’Italia che si ha in mente. Molto più di una firma farlocca.

Italiani, l’immaginazione applicata alla guerra

lastampa.it
andrea cionci

Le mongolfiere da osservazione, i modellini di mirabolanti teleferiche e di fortini coloniali “portatili”, i mimetismi per cannoni e le foto scattate dai piccioni viaggiatori: viaggio tra i segreti del Museo del Genio a Roma (visitabile su richiesta)


L’aerofono, antenato del radar, fu utilizzato durante l’ultima guerra da soldati non vedenti

Museo del Genio o del genio? Il pur facile gioco di parole si presta a descrivere bene una delle realtà museali più interessanti d’Italia (visitabile su richiesta). Si tratta dell’Istituto Storico e di Cultura dell’Arma del Genio, un colosso in travertino da 4400 mq situato sul Lungotevere della Vittoria, a Roma. Al suo interno sono conservate le testimonianze della più alta espressione dell’inventiva italiana applicata all’uso militare, ma non solo.

Dalle Guerre d’Indipendenza fino al secondo conflitto mondiale, troviamo la prima radio da campo di Marconi, il prototipo di telefono di Meucci, le mongolfiere da osservazione, i modellini di mirabolanti teleferiche e di fortini coloniali “portatili”, il primo aereo di uso bellico, i mimetismi per cannoni e, ancora, insieme alle fotografie realizzate dai piccioni viaggiatori, un’intera colombaia militare perfettamente conservata. Materiali di una straordinaria tecnologia pre-digitale tutta tesa a superare i limiti imposti dalla terra, dall’aria e dall’acqua.

Un museo da record
Lo stesso Museo, voluto per accogliere le prime collezioni curate, fin dal 1906, dal Gen. Mariano Borgatti in Castel Sant’Angelo, è il frutto di un “superomistico” cimento costruttivo dato che fu edificato in soli due anni, dal 1937 al 1939. Il Ten. Col. Gennaro De Matteis, che lo progettò, ebbe l’intuizione di creare uno dei primi edifici museali appositamente costruiti con criteri espositivi. La sua pianta, a percorso circolare, è ideata in modo da guidare il visitatore attraverso le varie sale secondo un percorso coerente e continuo.

Oltre a ricordare le glorie conquistate sui campi di battaglia, il Museo testimonia l’intima connessione che vi è sempre stata tra società civile e Genio militare, l’arma tecnica per eccellenza, che, nelle recenti emergenze sismiche e meteorologiche, si è particolarmente distinta. Nonostante sia poco conosciuto in Italia, architetti, storici dell’arte e ingegneri di tutto il mondo vengono a visitare questo museo anche per la sua raccolta di progetti architettonici antichi, alcuni dei quali risalenti al 1600. Va ricordato, infatti, che l’Architettura stessa nacque, di per sé, per fini militari, applicandosi alla costruzione di ponti, fortezze, castelli. 


Arruolati i non vedenti

Tra i mille cimeli conservati, spicca l’unico esemplare di Aerofono ancora esistente, l’antenato del radar che fu usato soprattutto durante l’ultima guerra. E’ uno strumento consistente in due enormi “orecchie” metalliche, padiglioni che servivano per captare in lontananza il sopraggiungere di aeroplani nemici e localizzare, con ottima approssimazione, la loro direzione.
Questo dava modo al personale contraereo di indirizzare fasci di luce verso gli apparecchi in arrivo e, agli artiglieri, di direzionare opportunamente il tiro dei cannoni. La cosa più interessante è che gli aerofoni venivano gestiti da soldati ciechi i quali, grazie al particolare sviluppo dell’udito, riuscivano a identificare modello, distanza, e perfino quota dei velivoli nemici. Nel 1939, una legge - voluta da Mussolini in persona – aveva consentito ai non vedenti di arruolarsi nella Milizia Contraerea e nell’Artiglieria costiera in questo ruolo speciale.

L’addestramento si svolgeva tramite un apparecchio simulatore, sempre conservato nel Museo, che riproduceva registrazioni dei motori degli aerei dell’epoca. Molti reduci che, durante la Grande Guerra avevano perso la vista, si arruolarono con entusiasmo e al provvedimento fu dato un certo risalto propagandistico, con lo stile tipico del periodo: “Con le pupille spente, appuntate sincronicamente sulle invisibili strade del suono, i ciechi sembrano implorare nelle deprecate tenebre che nuovamente si abbattono sull’Europa il rapido avvento di quella giustizia che il Duce ha, da tanti anni, annunziata e cui, infallibilmente, il suo genio ci guida”.

Furono 832 i non vedenti arruolati e svolsero i loro compiti contraerei fino alla fine della guerra, considerato che l’Italia non valorizzò in modo adeguato i pur fruttuosi esperimenti sulle onde elettromagnetiche che i nostri ricercatori avevano compiuto fin dai primi anni ’30, né il prototipo di radar che la Germania ci aveva messo a disposizione.


Quelle visioni diventarono opere d’arte

Un referto medico descrive le visioni sonore di queste “sentinelle uditive”: il rombo lontano dei velivoli produceva nella loro immaginazione una sorta di codice composto da macchie e forme colorate. Il giovane artista abruzzese Alessandro Cicoria si è ispirato a questo fenomeno e, in giugno, esporrà presso l’Istituto di Cultura Svizzero, a Roma, una serie di opere ispirate alle immagini interiori degli aerofonisti. Per trasferire sulla carta le rarefatte sensazioni visive dei soldati non vedenti, l’artista ha fabbricato da solo dei gessetti colorati particolarmente friabili. 

La colombaia militare
Di grande interesse è anche la colombaia del Regio Esercito, conservata nel cortile del Museo, che fu usata in entrambe le guerre mondiali. Come spiega il Prof. Giacomo Dell’Omo, ornitologo che, tutt’oggi, utilizza una colombaia militare (svizzera) per i suoi studi sui piccioni viaggiatori: ”L’uso di questi uccelli è, come noto, antichissimo, ma si è protratto anche fino alla seconda guerra mondiale poiché a differenza delle trasmissioni radio, i colombi non potevano essere intercettati. Un soldato addetto (il colombofilo) doveva passare almeno tre ore al giorno in compagnia dei volatili, affinché questi prendessero, con l’uomo, la dovuta dimestichezza. Bastavano due settimane di ambientamento perché una colombaia semovente, spostata in qualsivoglia posizione sul territorio, potesse essere riconosciuta come base di ritorno dai colombi e consentire alle retrovie di ricevere i messaggi dalle prime linee”. 


L’aereo Bleriot

Il capostipite di tutti gli aerei militari italiani è lì, in una delle sale: il monoplano monoposto Blériot XI, con cui il Capitano di artiglieria Carlo Piazza compì il primo volo operativo su truppe nemiche il 28 ottobre 1911, durante la Guerra di Libia. Il velivolo, con le sue ruote da bicicletta, i tiranti a vista e la carlinga in tela e compensato appare spaventosamente fragile, ma offre, allo stesso tempo, un’idea delle capacità e del coraggio del suo pilota. Nonostante il vento impetuoso e la nebbia fitta, l’impresa di Piazza dimostrò che l’aereo permetteva l’osservazione delle mosse del nemico con un enorme profitto tattico. 


Le vetrate di Cambellotti
Il sacrario, vero fulcro simbolico del Museo, è illuminato dai colori delle vetrate disegnate da Duilio Cambellotti (1876-1960) l’eclettico artista pioniere dell’Art Nouveau italiana. La finestratura dell’abside riprende episodi della vita di S. Barbara, protettrice dell’Arma e, in basso, scene realistiche delle varie specialità operative dei genieri. Invenzione, simbolo e pura stilizzazione per illuminare di colori irreali un ambiente dedicato alla memoria dei Caduti del Genio militare.