martedì 4 aprile 2017

Il Vaticano non è più “paradiso fiscale”, è nella “white list” italiana

lastampa.it
domenico agasso jr

Il direttore della Sala stampa d’oltretevere Burke: segno che la riforma va avanti; rafforzati ulteriormente i rapporti tra Santa Sede e Italia


La sede dello Ior

«È una conferma che il processo di riforma va avanti». Con queste parole Greg Burke, direttore della Sala stampa vaticana, sottolinea l’importanza dell’inserimento della Santa Sede nella «white list» fiscale italiana, con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del decreto firmato lo scorso 23 marzo dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, con il quale si aggiorna l’elenco dei paesi con i quali è attivo un scambio di informazioni in materia fiscale, in nome della trasparenza.

La Santa Sede dunque entra nella «white list» italiana agli effetti fiscali, che consente la non applicazione di imposte su redditi di natura finanziaria percepiti dai residenti nei paesi interessati. L’ingresso del Vaticano è diretta conseguenza dell’entrata in vigore della convenzione fiscale con l’Italia. Oltretevere si rimarca che questa novità «conferma il processo di riforma e di trasparenza», dimostrando che lo Stato della Città del Vaticano «è un paese collaborativo e trasparente dal punto di vista delle informazione ai fini fiscali».

L’inserimento della Santa Sede (insieme ad altri paesi) nell’elenco aggiorna quello previsto dal precedente decreto del ministro delle Finanze del 4 settembre 1996, e avviene come effetto automatico dell’entrata in vigore il 15 ottobre scorso, a seguito della ratifica da parte del Parlamento italiano, della «Convenzione» tra la Santa Sede e il governo della Repubblica italiana in materia fiscale, firmata nella Città del Vaticano il primo aprile 2015, che promuove lo scambio di informazioni a fini fiscali tra la Santa Sede e l’Italia e disciplina l’adempimento degli obblighi fiscali dei soggetti residenti in Italia. Proprio l’articolo 1 della Convenzione prevede lo scambio di informazione ai fini fiscali.

Tale white list «ai fini fiscali» è comunque diversa e non dev’essere confusa con quella europea concernente l’efficacia dei sistemi anti-riciclaggio: è il Consiglio d’Europa di Strasburgo ad occuparsi di quest’ultima, e in passato ha mandato ispettori e ha redatto specifici rapporti. Comunque, sebbene si tratti di due «liste bianche» differenti, l’inserimento in quella ai fini fiscali, si precisa sempre in Vaticano, costituirà tuttavia un elemento di valutazione utile anche per il giudizio di «equivalenza rilevante» per l’inserimento nella white list anti-riciclaggio.

«Anche con questo atto - dice ancora Burke - si rafforzano ulteriormente i già ottimi rapporti tra il Vaticano e l’Italia». 

I fondi per i padri separati? Li hanno incassati le ex mogli

corriere.it
di Simona Ravizza

Alle donne l’86% dei contributi. E ora il Pirellone cambia legge. Salvini: corretto il tiro.

Un’immagine dal film «Sarò sempre tuo padre» con Beppe Fiorello

È comunemente conosciuta come la legge per aiutare i padri separati, anche se formalmente s’intitola: «Norme a tutela dei coniugi separati o divorziati, in particolare con figli minori (l.r.18/2014)». Un provvedimento per cui molto si è speso il leader della Lega Matteo Salvini, a sua volta papà diviso. Ma il report sui beneficiari dei fondi presentato ieri in commissione Sanità non lascia scampo: i 2,7 milioni di contributi erogati in un anno sono andati nell’86% dei casi alle madri. Un risultato che non dev’essere troppo piaciuto: per il 2017 il Pirellone ha cambiato la legge, ritarandola sui padri.



A disposizione, c’era un contributo economico di 2.400 euro, erogato in sei rate mensili da 400, per i separati con un reddito Isee inferiore ai 15 mila euro l’anno. Il resoconto sui risultati è previsto dalla legge: «La Giunta regionale presenta una relazione annuale informativa al Consiglio regionale, sulla sua attuazione, con particolare riferimento ai criteri adottati e alle modalità per valutare il disagio economico e sociale dei destinatari». Il commento è positivo: «Nell’insieme la misura si è dimostrata un sollievo economico, anche se temporaneo e a breve termine.

La misura è stata finalizzata principalmente al sostentamento familiare (bollette, spese condominiali, affitto o rata mutuo, estinzione di morosità)». Nel 2015 — l’anno preso in considerazione dal report presentato ieri — i beneficiari sono stati 1.140: «L’erogazione del contributo economico è stata effettuata utilizzando una carta di debito prepagata — cosiddetta carta Jeans — appoggiata su un conto corrente della Banca Popolare di Milano, alimentato con versamenti di Regione Lombardia — si legge nella relazione —. Di mese in mese, a seguito del colloquio di verifica tra il genitore e l’operatore del consultorio venivano accreditate le risorse a vantaggio del destinatario (separato legalmente da non più di tre anni; oppure divorziato da non più di due, ndr)».

Ma ora il Pirellone cambia rotta. Con una delibera di giunta dello scorso dicembre vengono identificati i nuovi beneficiari: «Coloro che non risultano assegnatari della casa coniugale in base alla sentenza di separazione o di divorzio, o comunque non hanno la disponibilità della casa familiare». Inutile dire che stavolta nella stragrande maggioranza dei casi i destinatari saranno i padri. La nuova norma prevede un contributo per pagare l’affitto per chi ha un reddito Isee sotto i 20 mila euro annui (pari al 30% del canone, per un massimo di tremila euro l’anno).

I fondi a disposizione complessivamente superano i tre milioni di euro. Previsto anche uno stanziamento di ottomila euro per gli enti che ristrutturano case da destinare ai genitori separati (per un totale di un milione di euro). A incrociare domanda e offerta saranno le Ats. Matteo Salvini commenta: «Il mio obiettivo è aiutare i genitori divisi in generale, ma trovo giusto dopo un periodo di sperimentazione della legge riequilibrarla per aiutare al 50% i padri, spesso lasciati in braghe di tela dalla separazione».

4 aprile 2017 | 07:33

La strategia di Apple per fare a pezzi Google e Microsoft e ‘costruire un impero che duri mille anni’

repubblica.it
Matt Weinberger


Gran parte della forza di Apple è stata nel riuscire a rendere cool e desiderabili le nuove tecnologie. YouTube/EveryAppleAd
 
Solo l’estate scorsa il Ceo di Apple Tim Cook ha dichiarato la sua missione: un’azienda che duri mille anni.


Tim Cook, Ceo di Apple. Getty/Justin Sullivan
 
Ma il programma a lungo termine di Cook sembra già essere in difficoltà, con una lista sempre crescente di rivali e debolezze che minacciano di far saltare l’impero di Apple.

Basta prendere in considerazione:
Nel frattempo, i più grandi fan di Apple temono che l’azienda stia perdendo il focus sulle cose importanti, costruendo nuovo hardware ripetitivo e poco elegante, piuttosto che i prodotti altamente raffinati e innovativi su cui la società ha costruito il suo nome. E l’impazienza per i nuovi iPhone, la misteriosa “Apple Car”, o anche gli occhiali smart di Apple di cui si è letto, corre libera.

Non è una situazione molto rassicurante per una compagnia con un’ambizione così a lungo termine. E con soltanto pochi anni da Ceo di Apple al suo attivo, Cook ha ancora molto da dimostrare. Ma sebbene tutti siano spaventati all’idea che Apple abbia perso il suo quid, vale la pena fare un passo indietro e guardare ad alcune delle cose che l’azienda ha già fatto per mettere al sicuro il proprio futuro. Potrebbe non essere sufficiente a durare un millennio, ma c’è motivo di essere ottimisti sul fatto che Apple non stia volando alla cieca verso il futuro.

I bambini sono il futuro

Nel breve termine, Apple sta rendendo le cose più facili rispetto alla famigerata “Apple tax”, abbassando i prezzi dei suoi prodotti nel tentativo di raggiungere un pubblico più vasto. Proprio questa settimana, per esempio, Apple ha lanciato un iPad low-cost e ha aggiornato il modello meno caro di iPhone, riflettendo così il desiderio di Apple di contrastare Android proprio sul prezzo, non solo sulle caratteristiche. Quell’iPad più economico è fantastico per gli utenti, ma potrebbe anche dare alla Apple un nuovo e più stabile appoggio anche nelle classi scolastiche.

Il nuovo iPad da 329 dollari. Apple
E a proposito di scuole, anche questa è una spinta importante per Apple. Cook ha detto in più occasioni che vuole che Swift, un linguaggio di programmazione nato internamente ad Apple, sia il mezzo principale attraverso cui i ragazzi iniziano a programmare. Perché sebbene Swift possa teoricamente essere utilizzato per costruire software per qualsiasi apparecchio, funziona meglio su iPhone e Mac. In altre parole, il gioco a breve termine della Apple è abbastanza semplice. Far sì che il maggior numero di persone possibile utilizzi la tecnologia Apple, con una particolare attenzione affiché inizino da giovani e possa mantenerli legati a sé.
Oltre l’iPhone
La cosa più importante da ricordare a proposito di Apple è che la sua priorità numero uno è quella di vendere più iPhone. Ogni cosa, da iMessage ai AirPods, è progettata per farvi scegliere un iPhone e per trattenervi dal passare a Android.  Questo non cambierà nel breve termine, per la semplice ragione che, nonostante il successo iniziale di gadget come l’Echo di Amazon, lo smartphone è ancora il miglior equilibrio tra portabilità e potenza disponibile oggi.


Microsoft ritiene che i dispositivi come i suoi HoloLens possano un giorno sostituire ogni schermata in casa proiettando le immagini direttamente sulla retina. Microsoft
 
Ma la supremazia dello smartphone non durerà per sempre. Molte persone, tra cui Cook stesso, ritengono che il passo successivo sia la realtà aumentata (AR), dove un set di cuffie proietta immagini nel nostro campo visivo. In particolare, Microsoft ritiene che la AR renderà gli smartphone obsoleti. Perché portare un telefono quando tutte le informazioni di cui avete bisogno vi vengono trasmesse direttamente negli occhi? Aziende come Microsoft, Magic Leap, e Google stanno tutte cercando di approfittare di questo imminente cambiamento nella speranza di conquistare il prossimo mercato prima che la Apple possa persino iniziare.

E, ovviamente, questo ha messo Apple sulla difensiva. Al di là di ogni singolo dispositivo Android, è una minaccia esistenziale gigantesca per l’intera idea di iPhone, il prodotto su cui si appoggia l’enorme valutazione di Apple. Quindi i fan di Apple e i suoi azionisti dovrebbero sentire un certo sollievo nel sapere che anche Cook sta facendo delle mosse nel settore.
Fondazione e Impero
Apple ha già iniziato silenziosamente, ma decisamente, a costruire la sua grande “mossa” per il futuro. Se il vantaggio della realtà aumentata sta nel non aver bisogno di guardare il telefono per ottenere le informazioni di cui avete bisogno, allora Apple questa realtà già ce l’ha: l’orologio di Apple presenta avvisi contestuali al polso, mentre gli AirPods senza filo vi mettono l’assistente virtuale Siri direttamente nell’orecchio.

Non sono così appariscenti come ologrammi e altri trucchi da realtà aumentata. Ma con Magic Leap e Microsoft che stanno entrambi trovando difficoltà a realizzare le loro cuffie avanzate per la AR per un vasto pubblico, c’è qualcosa che va detto su Apple e il suo concentrarsi su una tecnologia che è già pronta per essere utilizzata nella vita reale, qui, oggi.Inoltre si dice che Apple stia lavorando sui suoi occhiali smart, simili in teoria ai Google Glass, il che completerebbe quella componente visiva mancante.


Cambia il fuso orario di destinazione appena parti. ChinaFotoPress / Getty Images
È importante sottolineare che tutti questi prodotti Apple devono essere sincronizzati ad un iPhone perché funzionino al loro meglio. Il che fornisce un importante ponte tra vecchio e nuovo, offrendo ai clienti un’esperienza di prodotto familiare mentre provano la cosa all’ultimo grido, e smussando le transizioni finanziarie mentre l’attività  di Apple passa da un prodotto all’altro.Se e quando Apple realizzerà mai i suoi speaker intelligenti con Siri incorporato sullo stile dell’Echo di Amazon, aspettatevi che abbiano bisogno di connettersi ad un iPhone, probabilmente utilizzando i suoi Chip W1 nativi con Bluetooth a lungo raggio.

Un giorno, forse, Apple andrà oltre l’iPhone e smetterà di far riferimento a esso come se fosse il centro di questo mondo connesso. A quel punto l’azienda si rivolgerà probabilmente ad iCloud o altri servizi Apple che possano provvedere il tessuto connettivo per mantenere le nuove generazioni di gadget della Apple sincronizzati – senza bisogno di iPhone.
Mille anni
La strategia è la stessa di sempre per Apple, che sta facendo comprare alla gente non un solo prodotto, ma un intero (e non economico) ecosistema di propri prodotti. E solo i suoi prodotti. Apple è un marchio di stile di vita tanto quanto una società di tecnologia. Apple ha capito che nessun singolo prodotto è eterno. E questo è il segreto per la sua visione aziendale a lungo termine. Anche se nuovi prodotti e tecnologie sembrano pronti a porre fine al regno dell’iPhone, Apple sta già gettando le basi, sottilmente ma solidamente, per mantenere i consumatori legati al suo ecosistema per molti anni a venire. Se avete in programma di far durare un’azienda mille anni, questo è quello che si dice un buon inizio.

Così volle essere sepolto Dino Ferrari: in camicia nera e con il labaro del Msi

ilgiornale.it
Pietro Cerullo - Mar, 04/04/2017 - 07:56

L'incredibile celebrazione di un funerale "fascista" nell'Emilia rossa del '56



Correva l'anno 1956, studiavo al Liceo Classico Statale Muratori di Modena e ricoprivo la carica di segretario provinciale giovanile del Msi. Il 30 giugno si ebbe notizia della morte di Dino Ferrari, primogenito del Commendatore, da tempo malato di distrofia muscolare.Brillante ingegnere, era coinvolto nel progetto per la realizzazione del nuovo motore a sei cilindri a V da 1500 cm3, che debutterà dieci mesi dopo con il nome «Dino».

Fui chiamato al telefono dalla segreteria della Ferrari e invitato ad un incontro nella sede di Maranello. Appena giunto, fui introdotto alla presenza del patron Enzo Ferrari. L'avevo già visto in città, anche perché da tempo frequentavo il Caffè Ristorante La Fontana, in Largo Bologna, ritrovo dei piloti della sua Scuderia, che alloggiavano all'Hotel Reale, sul lato opposto della piazza. Avevo fatto confidenza con Ascari, Musso, Castellotti, Perdisa... A volte portavo per loro pellicole a Milano, per lo sviluppo di fotografie a colori, non praticato allora a Modena. Tuttavia ero emozionato al cospetto dell'austero e imponente personaggio e perplesso circa i motivi dell'incontro.

Mi disse subito che adempiva un desiderio del figlio Dino. Dino, mi disse, avrebbe voluto da anni iscriversi al Msi; vi aveva rinunciato per riguardo all'azienda, date le circostanze di luogo e di clima politico. Vicino a morire, però, aveva chiesto al padre d'essere sepolto con indosso la camicia nera e di avere al funerale il labaro del Raggruppamento Giovanile missino. Pienamente consapevole dei probabili inconvenienti conseguenti, Lui intendeva onorare la volontà del figlio.

Così, il Labaro del RR.GG. del Msi di Modena, intitolato alla Dalmazia e all'Istria, scortato da me e da altri numerosi giovani militanti, accompagnò il feretro di Dino Ferrari. Senza, in verità, un segno né una voce di dissenso, in una terra di comunisti, che nell'occasione seppero tacere e rispettare, non certo per noi, ma per il grande vecchio.

Il quale, è vero, figurava puntualmente fra i generosi sponsor delle annuali Feste dell'Unità, ma in cuor suo doveva consentire con Dino, se in seguito potei accompagnare a cena, nella sua casa di Maranello, sia Almirante sia De Marzio. E fui invitato al rinfresco in occasione della laurea honoris causa in ingegneria meccanica, conferitagli dall'Università di Bologna, presenti anche ex esponenti del Fascismo, di tutto rilievo, quali Cacciari (quello fascista e «repubblichino»...) e Franz Pagliani (luminare di medicina ma, soprattutto, responsabile delle Brigate Nere in Emilia nel tempo crudele della Guerra Civile).

Era l'anno 1960.

Un arrestato per rapina su due fuori dalla cella dopo un anno: "Manca la certezza della pena"

repubblica.it
di FABIO TONACCI

Boom di scarcerazioni dovuto allo svuotacarceri, ma anche alle lungaggini che fanno scadere i termini per la custodia cautelare

ROMA. Alessia e Christian sono due rapinatori. Il 13 settembre scorso hanno drogato Valentino mescolando benzodiazepine alla sua bibita, gli hanno rubato il portafogli e il bancomat, lo hanno mandato all'ospedale. La polizia li ha beccati grazie alla telecamera della banca da cui hanno prelevato con la carta. Christian ha confessato subito, quindi i due hanno patteggiato la pena per il reato dell'articolo 628 del codice penale. La rapina, appunto. Quando non è aggravata, sono previsti da tre a dieci anni di prigione. Ma Alessia F. e Christian C. non hanno mai fatto un giorno di carcere.

Questa storia, piccola ma simbolica, arriva da Pescara e traduce in fatti quel sentimento sempre più diffuso in una parte dell'opinione pubblica che ritiene che in Italia non vi sia certezza della pena. Che ladri e rapinatori, cioè, non vengano perseguiti come si dovrebbe o evitino quasi sempre di pagare per i loro crimini. Ancora due giorni fa è stato il sindaco di Budrio Giulio Perini a rilanciare il tema, dopo l'omicidio del barista Davide Fabbri: "L'unica giustizia è quella della legge, occorre la certezza della pena".

L'argomento è assai complesso, e investe tutto il sistema della giustizia. A Pescara, per dire, i due rapinatori Alessia e Christian hanno potuto beneficiare degli effetti del decreto Svuotacarceri, che impedisce la custodia cautelare dietro le sbarre (salvo per reati più gravi) se si prevede che sarà inflitta una pena non superiore ai tre anni alla fine del processo. Per Alessia, che ha fatto da esca e ha drogato la sua vittima, è bastato l'obbligo di dimora a Pescara per un anno. Poi con il patteggiamento, le attenuanti generiche, il peso della fedina penale fino ad allora pulita, la sospensione condizionale della pena, i due rapinatori hanno chiuso la questione senza scontare neanche un giorno.

Un caso limite, certo. Quasi sempre infatti, i responsabili di rapine e furti nelle abitazioni che vengono presi in flagranza o a seguito di un'indagine, in carcere ci finiscono. Il problema è che poi non ci rimangono quanto dovrebbero. Alcuni dati ufficiali, e inediti, del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria dimostrano infatti che il richiamo dei sindaci alla certezza della pena non è poi così campato in aria. Nel 2015 nel nostro Paese sono state arrestate 10.203 persone con l'accusa di rapina: la metà di queste è già uscita.

Ad oggi 3.573 sono state scarcerate per proscioglimento o decorrenza dei termini, che significa che gli indagati erano sottoposti a custodia cautelare per evitare che scappassero o ritornassero a rapinare, ma poiché il processo tardava ad arrivare, il magistrato li ha rimessi in libertà. Altri 1.741 detenuti, invece, non sono più in cella perché sono stati concessi loro i domiciliari o l'affidamento ai servizi sociali. Sommando le due cifre, fa il 50 per cento. Uno su due.

La tendenza nel 2016 si conferma: su 10.139 arrestati per rapina, sono ancora in prigione in 6.120. Gli altri sono stati scarcerati (2.196) o sono fuori perché ai domiciliari oppure affidati ai servizi sociali (1.823). Un buon 40 per cento. "Tanto lavoro per nulla, viene da dire", commenta Enzo Letizia, segretario dell'Associazione nazionale dei funzionari di polizia. "Sono dati sconcertanti. Oltretutto invece di aumentare i posti nelle nostre carceri, si sono scelte normative come lo Svuotacarceri che pur partendo da un principio corretto finiscono per andare in direzione opposta alla certezza della pena".

Alcuni sociologi, come Marzo Barbagli, identificano l'origine del problema più "nella individuazione degli autori dei reati" che nelle disfunzioni dell'apparato giudiziario. Nelle grandi città, le forze di polizia soffrono sistematicamente della riduzione di organici e risorse e quindi tendono a non dare priorità investigativa a piccoli furti e a rapine di poco conto, realizzate senza armi da fuoco: così si spiegano le impietose statistiche dell'Istat (le ultimi disponibili sono relative al 2015) che fissano al 4,6 per cento la percentuale media dei furti di cui si è scoperto il responsabile, e al 25,5 per cento quella delle rapine.

La stessa valutazione la fanno anche i pm, quando sono sommersi dai fascicoli di indagine. "Si dà la precedenza alle denunce per violenza sessuale, stalking e minacce", racconta un magistrato che si occupa di reati predatori. "Questo perché in questi casi c'è una vita a rischio".

Sette anni fa arrivò nei negozi l’iPad

lastampa.it
bruno ruffilli

Il tablet Apple, presentato in gennaio, debuttò il 3 aprile 2010. La Stampa era a New York per seguire il lancio e vi racconta com’è andata

Sette anni fa, il 3 aprile del 2010, debuttava nei negozi l’iPad. La Stampa andò a New York per seguire in diretta il lancio del tablet Apple. Ecco l’articolo che il giornale pubblicò il giorno dopo.
Sono le nove del mattino, c’è il sole, il cielo è azzurro. Ma la Fifth Avenue risuona di un conto alla rovescia, neanche fosse Times Square l’ultima notte dell’anno. Three, two, one, go! Parte la corsa all’iPad, con centinaia di persone che si accalcano nel negozio Apple. Qualcuno era in coda da giorni, come Greg Packer, pensionato con parecchio tempo da perdere, che risponde alle domande dei giornalisti solo se garantiscono adeguata visibilità: «Perché lo compro? Perché è un portatile senza tastiera e un iPhone senza telefono, sono certo che cambierà la storia dei computer». 

Non è il solo a pensarla così e se le code non sono chilometriche, è solo perché molti hanno preferito prenotare sul web il gadget dell’anno e riceverlo a domicilio. In alternativa, è possibile ritirarlo presso il negozio più vicino: così le file sono in realtà due, e il primo ad agitare trionfante l’iPad davanti al cubo di vetro con la Mela è Richard Gutjahr, blogger tedesco con stampato sulla maglietta l’indirizzo web del suo sito. Pubblicità a buon mercato o interesse reale? «Penso sia geniale, ma saranno le applicazioni a fare la differenza». 

Il mercato è già vastissimo: alle oltre 150 mila sviluppate finora per iPhone e iPod Touch, su App Store c’è una sezione con un migliaio di programmi che permettono di sfruttare al meglio la potenza di calcolo e lo schermo da 9,7 pollici dell’ultima creatura di Steve Jobs. È perfetto per foto, film e programmi tv, ma pure per leggere libri, giocare, navigare in internet, gestire le mail. Si comanda sfiorandolo con le dita, ha una memoria da 16 a 64 Gb; a internet accede attraverso il wi-fi o la rete cellulare. «È a metà strada tra un cellulare e un portatile», aveva detto Jobs alla presentazione a San Francisco il 27 gennaio scorso

Tutto in alluminio, assomiglia a un iPod touch gigante, così da Tekserve, uno dei pochi negozi non Apple che lo vendono, un commesso scherza: «Non lo compro, ho già la versione mini», e tira fuori il suo iPod. David Lerner, cinquantasei anni, venticinque passati a vendere computer Mac, non ha dubbi: sarà un successo. E le ultime stime degli analisti di mercato prevedono sette milioni di esemplari venduti nel 2010. In Europa il tablet Apple arriverà più in là (le date più probabili sono il 24 o il 30 aprile), così i turisti in cerca del souvenir più originale sono molti, ma alla fine diversi italiani optano per il vicino negozio di Abercrombie & Fitch: «Costa troppo - spiegano Laura e Michela - e noi abbiamo un sacco di regali da fare». 

I prezzi vanno da 499 a 699 dollari, ma Apple vende al massimo due iPad per persona, e chi è riuscito ad accaparrarsene anche solo uno lo tiene ben stretto:

«Non so ancora come lo userò, ma so che volevo averlo subito», spiega un ragazzo. Perché? «Comprerei tutto quello che produce Apple». Poco in là, una ragazza racconta di aver aspettato due giorni per regalarlo al fidanzato. Assomiglia ad Ugly Betty, ma interpreta il ruolo che in tv è della moglie di Phil, nella seguitissima serie «Modern Family». Nell’ultimo episodio, trasmesso qualche giorno fa, lei decide di comprare un iPad per il compleanno del marito, ma viene coinvolta in una rissa mentre aspetta in coda. Alla fine riesce ad averlo e la puntata si chiude con Phil che sussurra un «ti amo» e la moglie che risponde «Anch’io». Solo che lui sta parlando all’iPad. 

La copertura mediatica riservata al gadget di Apple è impressionante: Steve Jobs campeggia sulla copertina di «Time Magazine» e di «Newsweek», mentre il «Wall Street Journal», il «New York Times» e altri quotidiani, riviste e siti web hanno pubblicato recensioni entusiastiche e in tv David Letterman ne ha già scoperto un uso inedito, come tagliaverdure. Questo non impedisce che ci sia chi è deluso e decide di rinviare l’acquisto: «Troppo pesante»; «Non ha la porta Usb»; «Bello ma non è compatibile con i siti che usano Flash»; «Mi aspettavo una webcam, attenderò il modello successivo», sono alcuni commenti di chi prova gli esemplari esposti. «I libri si leggono meglio sul Kindle», obietta perplesso un signore di mezza età, confrontando lo schermo dell’iPad con quello in bianco e nero del lettore Amazon che ha portato da casa. 

Per i critici più agguerriti, però, il vero problema sarebbe un altro. Con iTunes prima, App store poi, e ora iBooks, Steve Jobs avrebbe creato un sistema chiuso, dov’è l’unico a decidere quali contenuti possono arrivare sugli apparecchi Apple: giornali, libri, musica, film, show televisivi, videogame, software. Un controllo pressoché totale, che metterebbe nelle sue mani un potere enorme. Intanto, almeno un’obiezione si può lasciar cadere: la tastiera virtuale non sarà comodissima, ma si può usare anche per testi piuttosto lunghi. La prova? Questo articolo è stato scritto su un iPad. 

Cadorna, sconfitto a Caporetto gettò sui soldati la colpa del disastro

corriere.it
di PAOLO MIELI

Un saggio di Luca Falsini (Donzelli) evidenzia il piglio tirannico e le ambizioni
del comandante che guidò l’esercito italiano nella Grande guerra fino al 1917

 

Soldati italiani apprestano le prime trincee lungo il fiume Piave nel 1917

A Caporetto, alla fine di ottobre del 1917, l’esercito italiano fu travolto da quello austriaco e tedesco. Fu una rotta disastrosa e il nome di quella località divenne, non solo nei libri di storia, il simbolo di un disastro etico, politico oltreché militare. Disastro di cui si occupò una commissione d’indagine (per quello che con un eufemismo fu definito «il ripiegamento dall’Isonzo al Piave») istituita, il 12 gennaio 1918, con regio decreto dall’uomo che, dopo essersi dovuto dimettere nel 1916, era tornato a vestire i panni di ministro della Guerra: Vittorio Zuppelli. Giorni, quelli del gennaio 1918, in cui — come nota Luca Falsini nell’eccellente Processo a Caporetto. I documenti inediti della disfatta, in libreria da giovedì 6 aprile per Donz

Luigi Cadorna (1850-1928)
Luigi Cadorna (1850-1928)

Il termine usato da Falsini nel titolo del libro è lo stesso che compariva in un precedente volume di Nicola Labanca, Caporetto, storia di una disfatta (Giunti). E in effetti una disfatta lo fu davvero. La chiave d’accesso di Falsini all’intera vicenda è, però, diversa da quella di chi ha sempre puntato l’indice accusatore contro i militari. E anche da quella di Gioacchino Volpe, secondo il quale le colpe principali per l’accaduto andavano ricondotte al governo eccessivamente debole e accomodante. Un governo, o meglio un ceto politico – accusava Volpe – «dimentico della felice esperienza del maggio radioso del 1915» e ormai incline a farsi prendere la mano dal «parlamentarismo più bieco». Anche se, come vedremo, Volpe non aveva tutti i torti nell’individuazione di qualche responsabilità politica in quell’apocalisse.

Ma — ed è qui la novità — il libro di Falsini vuole essere, più che altro, un atto di accusa contro la «visione caporettocentrica» della Grande guerra. Caporetto, scrive lo storico, non è la guerra italiana: «Non ne è la chiave interpretativa e ancor meno ne rappresenta l’esito finale, perché la guerra italiana non fu solo crisi, sconfitta, diserzione e resa». Se non ci si rende conto di questo, sottolinea Falsini, «si rischia di perdere il senso delle idealità e di destoricizzare». Ciò che «da tempo fanno coloro che osservano la Prima guerra mondiale con lo sguardo dei contemporanei, protesi solo a cercare in essa gli orrori, le inquietudini e a tratteggiarne le assurdità».

Detto questo, non è certo intenzione dell’autore minimizzare l’accaduto. Centrale nel suo racconto è il celeberrimo bollettino del 28 ottobre, nel quale la colpa dello sfondamento nemico fu attribuita senza alcuna remora alla «viltà» di alcuni reparti che si sarebbero rifiutati di combattere «preferendo all’onore e alla morte l’onta della resa». Ma altrettanto centrale è la rimozione dell’autore di quella nota, il capo di stato maggiore Luigi Cadorna, e la sua sostituzione con Armando Diaz. Quel Diaz che volle con sé Pietro Badoglio, uomo, sottolinea Falsini, «particolarmente coinvolto nelle cause della disfatta». Anche il governo presieduto da Paolo Boselli fu costretto in quei giorni a cedere il passo a uno nuovo, guidato da Vittorio Emanuele Orlando (già ministro dell’Interno).

Cadorna, assieme al comandante della Seconda Armata Luigi Capello, con il passare degli anni è stato sempre più individuato come il principale responsabile di Caporetto. Fino all’ottobre del 1917, Cadorna aveva fatto tutto quello che voleva. Travalicando i limiti delle sue pur enormi competenze. Nel maggio del 1916, nel pieno dell’offensiva nemica sull’altopiano di Asiago, si spinse a prospettare al governo il ritiro dal Friuli e dal Veneto orientale. Antonio Salandra, presidente del Consiglio dell’entrata dell’Italia in guerra, si convinse che Cadorna volesse avere nelle zone di combattimento una polizia che rispondesse esclusivamente a lui.

E che, nel contempo, l’uomo aspirasse perfino a «vedersi riconosciuta una certa autonomia in politica estera». Tant’è che pensò di rimuoverlo. Ma né lui, né il suo successore Boselli, riuscirono nell’intento. Anzi, a dispetto dei dubbi sull’operato di Cadorna venuti alla luce persino nei dibattiti parlamentari, il ministro della Giustizia Ettore Sacchi, per andargli incontro, varò il «decreto 1561» che accreditava essere il Paese vittima di una sorta di congiura «disfattista». Un provvedimento, scrive Falsini, che «alimentò in modo sregolato innumerevoli forme di delazione, le quali causarono ingiustificati arresti nonché internamenti e finì col determinare ripercussioni più negli ambiti della produzione industriale che nelle zone di guerra».

Nella deposizione alla Commissione di indagine del deputato Vincenzo Riccio, Cadorna viene fuori come un uomo attento solo a crearsi alibi, la cui principale occupazione consisteva nell’inviare lettere e telegrammi per denunciare presunti movimenti disfattisti tra le truppe. Il 6 giugno del 1917 il «generalissimo» inviò la prima di quattro lettere al presidente del Consiglio «con l’accento di chi sente il pericolo e l’urgenza dei provvedimenti da prendere». Stiamo parlando, ovviamente, di provvedimenti contro i «disfattisti». «Il male peggiora con un crescendo che è pieno di oscuri pericoli», avvertiva Cadorna nella terza lettera (che, come le precedenti e la successiva, rimase senza risposta). Quasi, scrive Falsini, presagisse la catastrofe.

Poi, dopo un rifiuto delle fanterie di obbedire a un ordine di uscire dalle trincee, il generale intravide, nella quarta lettera (18 agosto), un nesso tra la rivoluzione leninista e la disfatta italiana che, entrambe, si sarebbero concretizzate in ottobre: «Lo sfacelo degli eserciti della Russia è conseguenza dell’assenza di un governo forte e capace; ora io debbo dire che il Governo italiano sta facendo una politica interna rovinosa per la disciplina e per il morale dell’Esercito contro la quale è mio stretto dovere di protestare con tutte le forze dell’animo». Il numero dei disertori era andato crescendo tra aprile e agosto 1917 da 2.137 a 5.471 e i processi per diserzione in zona di guerra da duemila a circa seimila.

Si inquadra in questo contesto la decisione ispirata da Cadorna di non aiutare — unico il nostro tra i Paesi coinvolti nel conflitto — i soldati italiani caduti nelle mani del nemico. Patissero pure la fame e il freddo: nessun sostegno andava dato ai nostri prigionieri, ad evitare che i soldati rimasti sul fronte pensassero di poter scegliere e preferire la cattività agli orrori della guerra. Del resto l’accoglienza di questi militari italiani nei campi di prigionia austriaci non fu affatto buona. I vecchi prigionieri raccontarono alla Commissione di averli presi spesso a «pugni, calci e sputi».

Il loro arrivo era «accolto da fischi» e venivano spesso «appellati come traditori». Il capitano Giuseppe Scifoni raccontò che gli austriaci furono costretti a trasferirne un buon numero nel campo di Theresienstadt, in Ungheria, che presto venne ribattezzato «campo del rimorso» perché qui i prigionieri avrebbero avuto modo di pentirsi della loro «turpe azione».Giovanna Procacci, in Soldati e prigionieri italiani nella Grande guerra (Bollati Boringhieri) ha ben documentato come i militari caduti nelle mani degli austriaci venissero considerati in Italia alla stregua di persone che si erano consegnate di proposito, portando con sé soldi, sigarette in abbondanza e qualcuno addirittura una valigia con indumenti di ricambio.

Quando poi quei prigionieri tornarono in Italia, vennero «internati per settimane nei campi di concentramento, interrogati e anche qui mal nutriti». Nel dopoguerra, scrive Falsini, «questi prigionieri non avrebbero dimenticato il trattamento riservato loro dai governi liberali che avevano guidato l’Italia nel conflitto e sarebbero andati in massa a ingrossare le fila di coloro che in nome del valore dei combattenti chiedevano con forza un superamento del liberalismo». Un tema già efficacemente affrontato da Giovanni Sabbatucci in I combattenti nel primo dopoguerra (Laterza) e da Angelo Ventrone in Grande guerra e Novecento (Donzelli). In ogni caso questi comportamenti nei confronti degli ex combattenti furono assai ingiusti. T

anto più che — come ha scritto Antonio Gibelli in La guerra grande (Laterza) — nulla può avvalorare la tesi secondo la quale il disastro di Caporetto può «anche lontanamente essere stato causato da una qualche forma di ribellione o insubordinazione». Ma, a detta di Cadorna, nei giorni di Caporetto «salvo pochissime eccezioni», il contegno delle truppe fu «indegno». Il generale davvero pensava che quei soldati non avevano combattuto «perché non hanno voluto combattere».Secondo Leonida Bissolati, che poté leggere alcune delle sue lettere inviate in precedenza, Cadorna, vista la mala parata, aveva trascorso l’intero 1916 a costruire giustificazioni dei suoi fallimenti. Il generale pensava che il leader socialista manovrasse per sostituirlo con Luigi Capello, del quale Bissolati era buon amico oltre che estimatore.

Bissolati invece cospirava (se così si può dire) contro Orlando, da lui definito, in una lettera del 14 settembre 1917, «un cadavere rimasto tra i piedi all’Italia». Ma torniamo al 1916. Cadorna aveva interpretato come parte di un disegno ai suoi danni la decisione del ministro Zuppelli di inviare, senza avvertirlo, un contingente a Valona e di far poi avanzare quei soldati fino a Durazzo. In quell’occasione il generale protestò con il re. Il quale però gli rispose che era troppo tardi e che quella missione albanese era già un «fatto compiuto». Dopodiché Cadorna promosse una violentissima campagna di stampa contro Zuppelli, fino a che ne ottenne le dimissioni.

Nelle carte della Commissione è documentato anche che dopo questo episodio Cadorna si era vantato di poter «far saltare in aria chiunque avesse congiurato ai suoi danni». Come se avesse un potere di ricatto di cui si intravide una qualche traccia dopo Caporetto al momento della sua promozione/rimozione. E pensare che nel Consiglio dei ministri del 28 settembre 1917 (meno di un mese prima di Caporetto), il ministro Orlando — che di lì a breve sarebbe stato nominato presidente del Consiglio — gli aveva brutalmente detto che l’azione disfattista non risaliva, come da lui sostenuto, «dal Paese all’esercito», bensì discendeva in gran parte «dall’esercito al Paese».

Poi, nei giorni dello sfaldamento, si assistette allo spettacolo di «uomini in preda al panico, senza guida e senza ordini, spesso disarmati, a volte ubriachi, in alcuni casi dediti al saccheggio e a violenze d’ogni sorta». Depositi e magazzini vennero presi d’assalto da soldati affamati e «desiderosi di rompere una disciplina che li opprimeva da mesi, in alcuni casi da anni».

In quegli istanti, secondo Gibelli, l’ubriacatura e la sazietà produssero nei più un senso di libertà illusorio che rinviava al grande desiderio di veder finire la guerra. Un «marasma collettivo», scrive Falsini, ben chiaro anche agli austriaci, che già nel bollettino di guerra del 26 ottobre e di nuovo in quello del 1° novembre parlarono di «corpi d’armata italiani in preda alla confusione», di «sessantamila uomini e centinaia di cannoni catturati con facilità». Non mancarono episodi spregevoli: «saccheggi nelle case, nei negozi e nei magazzini, ma anche grida di soddisfazione e segni di compiacimento per una sconfitta che era sinonimo di pace».

Falsini sa bene che, come scrivono nella biografia dedicata a Pietro Badoglio (Mondadori) Piero Pieri e Giorgio Rochat, «Caporetto resterà per sempre uno di quegli eterni problemi storici che ogni generazione sarà portata a proporsi e a tentare di risolvere». C’è da notare però che i risultati dei lavori della commissione di indagine, per di più con i mancati rilievi a Badoglio per aver disobbedito agli ordini di Cadorna, giunsero a guerra conclusa. Con l’Italia che sedeva al banco dei vincitori. Sicché, come notò allora il «Corriere della Sera», si determinò una strana circostanza: «La diagnosi della malattia mortale viene scaraventata sul degente quand’esso vivo e vegeto cammina pel mondo». L’ennesimo paradosso della storia d’Italia.
Un dramma con uno strascico interminabile di recriminazioni
Esce in libreria giovedì 6 aprile, il saggio di Luca Falsini Processo a Caporetto. I documenti inediti della disfatta (Donzelli, pagine 225, euro 28) che ricostruisce lo scenario militare e politico in cui maturò la pesante sconfitta italiana nell’autunno 1917. A quella vicenda Nicola Labanca ha dedicato il libro Caporetto. Storia di una disfatta (Giunti, 1997). Sulla sorte dei nostri connazionali catturati dagli austro-ungarici si sofferma il saggio di Giovanna Procacci Soldati e prigionieri italiani nella grande guerra(Editori Riuniti, 1993; Bollati Boringhieri, 2000). Da segnalare anche: Giovanni Sabbatucci, I combattenti nel primo dopoguerra (Laterza, 1974); Antonio Gibelli, La guerra grande (Laterza, 2014); Angelo Ventrone, Grande guerra e Novecento (Donzelli, 2015); Piero Pieri e Giorgio Rochat, Pietro Badoglio (Utet, 1974, Mondadori, 2002).

3 aprile 2017 (modifica il 3 aprile 2017 | 21:13)

Addio all’uovo dei troll su Twitter: arriva l’icona dell’anonimato per chi non sceglie la foto profilo

lastampa.it
diletta parlangeli

La piattaforma assegna una nuova immagine che rappresenta gli utenti che non vogliono personalizzare l’account



Se per la gallina ancora la faccenda resta oscura, una cosa è certa: è nato prima Twitter del suo uovo. L’icona era stata affibbiata in automatico, in seguito a una riprogettazione grafica del 2010, a chi ancora doveva aggiungere una foto profilo personalizzata. E così è andata fino a qualche giorno fa, quando è arrivata una nuova immagine a segnalare tutti gli utenti che non desiderano comparire: una silhouette che rappresenta testa e spalle di una persona, su sfondo grigio.



Come si è evoluta l’icona del nuovo utente nel corso degli anni

La scelta è stata tutt’altro che istintiva. Se l’idea che portò l’introduzione dell’uovo anni fa, fu proprio quella di qualcosa che, schiudendosi, facesse uscire un utente Twitter pronto a cinguettare al fianco di Larry l’uccellino (“Larry the bird”), quella che ha portato a introdurre la nuova icona di anonimato è stata partorita con cautela. Il momento è quello della lotta ai sotterfugi e Twitter, come altri social network, stanno serrando i ranghi della sicurezza con ogni mezzo a disposizione. 

La scelta grafica di un disegno che rendesse subito l’idea di sfuggevolezza era tra gli obiettivi dell’azienda. “Il team che si occupa della sicurezza ha fatto tanto in questa direzione e con questa scelta anche il design può prendere parte all’impegno”, ha detto Jen Cotton, Product Designer.

Se è vero che l’uovo, per gli utenti di lungo corso, era emblema di interazioni da evitare come la peste, una buona quota di tolleranza era dovuta all’ipotesi che non si trattasse sempre di disturbatori: dietro l’uovo si potevano nascondere quelli che avevano riscontrato difficoltà a caricare una foto profilo adeguata (il meccanismo non era dei più fluidi) o che trovavano divertenti gli sfondi colorati messi a disposizione (sette, diversi e sgargianti).

Nonostante le buone norme (metterci la faccia e comportarsi in modo appropriato all’interno della community) qualche attenuante era concessa. Quegli utenti, secondo Bryan Haggerty, Senior Manager del Design del Prodotto per Twitter, avrebbero potuto vestire i panni del troll senza rendersi troppo conto che sarebbe stato il caso di cambiarli, come ha spiegato a Co-Design .



La nuova immagine, studiata appositamente per non ricordare le fattezze specifiche di alcun genere o caratteristiche fisiche spiccate, ha passato il vaglio di una serie di impiegati al di fuori del comparto progettazione, equamente divisi tra donne e uomini. “Le uova avevano tutti quei colori vivaci di sfondo che non davano l’idea che mancasse davvero qualcosa – ha spiegato Haggerty – Mettere invece la nuova immagine ha davvero evidenziato l’assenza”. Come a dire: se vi nascondete, questa volta, sulle uova ci camminate sul serio.

Autenticazione a due fattori su iPhone e iPad: perché è importante attivarla

lastampa.it
andrea nepori

Con l’ultima versione di iOS Apple ha reso più semplice l’attivazione della doppia verifica dell’accesso ad iCloud. Una misura di sicurezza importante contro gli accessi indesiderati e i furto degli Apple ID



Se avete aggiornato il vostro iPhone o il vostro iPad ad iOS 10.3, nella schermata di attivazione del sistema dopo il riavvio avrete notato la richiesta di attivazione dell’autenticazione a due fattori. E’ una misura di sicurezza molto diffusa, introdotta da qualche tempo anche da Apple per gli account iCloud, che previene in maniera efficace la violazione di un account. 
Come funziona
Il concetto di fondo della autenticazione a due fattori è molto semplice: quando un utente si connette ad un account da un dispositivo o un computer che non è stato mai utilizzato (e dunque autorizzato) in precedenza, il sistema remoto invia un codice di verifica ad un dispositivo sicuro o ad un numero di telefono pre-approvato da immettere in aggiunta alla password per accertare l’identità di chi si sta connettendo. Qualora la password dell’account finisse nelle mani sbagliate nessuno potrebbe comunque accedere all’account senza il secondo fattore di autenticazione.

Come abilitarla su iOS 10.3
Per attivare l’autenticazione a due fattori per il proprio account iCloud è sufficiente seguire le indicazioni mostrate sull’iPhone o sull’iPad al primo riavvio dopo l’aggiornamento. La procedura guidata permetterà sia di abilitare la misura di sicurezza sia di inserire un numero di telefono sicuro a cui inviare in futuro il codice di verifica. 

Nel caso aveste saltato l’attivazione dopo l’aggiornamento il sistema continuerà a ricordarvi di attivare l’autenticazione a due fattori anche successivamente, con una notifica ricorrente. Per abilitarla manualmente basta aprire le Impostazioni di sistema e poi fare tap sulla nuova voce di menu dedicata all’Apple ID, in alto sopra tutte le altre opzioni. 

Da qui si seleziona “Password e sicurezza” e poi si attiva la spunta alla voce adeguata. Sempre da questo menù si può generare un codice di verifica manuale, modificare la password dell’Apple ID e impostare il numero di telefono sicuro da collegare alla procedura di sicurezza.

Come ricevere un codice di verifica
Quando è necessario abilitare un nuovo dispositivo o accedere al proprio account iCloud da un sistema con cui non si è mai effettuato l’accesso, i server Apple invieranno il codice di verifica ad un iPhone, un iPad o un Mac già autorizzati. Nel caso non si avesse a portata di mano un dispositivo sicuro, ecco che entra in gioco il numero di telefono. 
Dalla schermata di accesso è possibile fare clic (o tap) su “non ho ottenuto un codice di verifica” e poi scegliere l’opzione per l’invio telefonico del codice di verifica. Nel giro di pochi secondi arriverà un SMS o una chiamata da Apple che comunicheranno il codice. 

Recupero dell’account
L’autenticazione a due fattori ha un solo svantaggio: la complicazione delle operazioni di recupero dell’account nel caso si perda l’accesso ad altri dispositivi sicuri o al numero di telefono associato alla procedura di sicurezza. In questo caso Apple ha predisposto un processo di recupero ad hoc che richiede qualche giorno e prevede una serie di passaggi ulteriori per la verifica dell’identità, al fine di impedire che il procedimento venga adoperato da un soggetto non autorizzato all’accesso. 
L’intera procedura è descritta in dettaglio in questo articolo della guida in linea di iOS .

Ora chiunque può provare a lanciare un sito di bufale

lastampa.it
enrico forzinetti

Grazie al gioco online “Fake it to make it” si può simulare la creazione e lo sviluppo di un portale di fake news, tra articoli copiati e condivisioni mirate sui social



Mettere in piedi un sito di fake news è diventato un gioco, nel senso letterale del termine. Chi vuole cimentarsi con la diffusione di bufale online cercando di fare soldi può provare “Fake it to you make it ”, un divertente passatempo gratuito che simula i vari passaggi per creare e sviluppare un ipotetico portale di riferimento per le fake news.

Si parte con pochi soldi in tasca: giusto quelli che servono a dare il via a un sito dignitoso. A questo punto serve riempirlo di contenuti che devono essere copiati o realizzati e successivamente diffusi sui social media. Scegliendo i giusti argomenti delle bufale e indirizzandole a un preciso pubblico si ottengono facilmente visualizzazioni e condivisioni. Di conseguenza arrivano i primi soldi grazie alla pubblicità.

Man mano che si va avanti il gioco chiede di raggiungere obiettivi più specifici: ad esempio creare da zero una bufala che sia sempre più credibile oppure diffondere un articolo che susciti una certa reazione nel pubblico che legge. Portando avanti questi compiti cresce il numero di interazioni, i soldi aumentano e questi possono essere usati per migliorare il sito o per aprirne altri in grado di rubare i dati dei lettori o di diffondere malware.

Quello che era iniziato come un passatempo per raggranellare qualche centinaio di dollari diventa con il trascorrere del gioco una vera attività redditizia. Una storia che ricorda quella dei ragazzi macedoni che hanno messo in piedi siti di bufale pro-Trump durante le elezioni americane.
«La mia speranza è che rendendo i giocatori consapevoli di come sono scritte e diffuse le fake news, in futuro saranno più attenti a ciò che leggeranno» ha raccontato la sviluppatrice del gioco Amanda Warner.

La strage online

lastampa.it
mattia feltri

Come si faceva a non aprirlo? Era lì, invitante, morboso il giusto: il video della donna di Caltagirone felice davanti al compagno per la bellissima domenica, poche ore prima che lui l’ammazzasse. Lo si è aperto, lo si è visto e si è aggiunta un po’ d’ansia all’ansia. Ma che succede? Da giorni si va avanti così: il padre uccide i bimbetti di 2 e 4 anni e si butta nel burrone, l’avvocato spara quindici colpi al cliente, il ragazzo accoltellato in discoteca, quello orrendamente massacrato ad Alatri, l’uomo di Pinerolo che ha tagliato la gola alla moglie, quello che l’ha tagliata alla madre a Casal Palocco. E poi le rapine: l’ultima a Budrio, il barista fatto fuori e la caccia all’assassino. 

L’espressione perfetta, in giorni così, è Far West. E anche allarme sicurezza. E ce n’è un’altra, in genere più nascosta: effetto pitbull. C’è stato un tempo in cui giravamo controllando che dietro l’angolo non spuntasse un pitbull pronto a saltarci al collo. Si chiedeva lo sterminio dei pitbull come talvolta si chiede la reintroduzione della pena di morte, con la sbrigativa leggerezza di chi offre soluzioni a due soldi. E quindi, detto che tutti i casi sopra elencati sono ugualmente terribili, e che la legge sulla legittima difesa non funziona, va aggiunto che gli omicidi in Italia calano ininterrottamente dal 1992, quando furono quasi tremila e cinquecento; nel 2016 sono stati un po’ più di quattrocento. Le rapine - in casa, nei negozi, nelle strade - diminuiscono da tre anni. Sapete che aumentano? Le truffe online. Appunto. 

Utili

lastampa.it
jena@lastampa.it

I terroristi sfidano Putin, Lenin li avrebbe definiti utili idioti.

«Controlli anti italiani»: accuse contro la Svizzera

corriere.it
di Marco Cremonesi

certificati penali chiesti a chi entra dall’Italia e i tre valichi chiusi. Laura Ravetto (Fi), presidente del comitato parlamentare di controllo sul trattato di Schengen, afferma: «L’ambasciata chiarisca»

di Marco Cremonesi
Sta per diventare un caso diplomatico la vicenda dei tre valichi tra Italia e Svizzera che le autorità elvetiche hanno deciso di chiudere nelle ore notturne. «Né il governo né la Commissione europea sono stati informati delle decisioni svizzere. Per questo ho convocato l’ambasciatore di Berna per un’audizione. Ho poi predisposto una lettera per i ministri di Esteri e Interno perché si attivino per capire quel che succede». Chi parla è Laura Ravetto presidente del comitato parlamentare di controllo sul trattato di Schengen. Ravetto vuole sollecitare chiarimenti anche sulla richiesta di un certificato del casellario penale per chi intenda lavorare in Svizzera, misura di sicurezza in vigore da due anni in Ticino e già oggetto di una convocazione dell’ambasciatore elvetico a Roma nel 2015: «Non risulta — spiega la deputata — che misure simili siano state prese per i cittadini francesi o tedeschi nella Svizzera settentrionale».
La replica elvetica
Sul fronte elvetico non sembrano intimoriti dalla mossa italiana: «Altri punti di frontiera verranno chiusi. Il certificato penale? Chi è in regola non ha nulla da temere» tira dritto il responsabile del dipartimento sicurezza del Canton Ticino Norman Gobbi. Che aggiunge: «Solo in Italia sono presenti pericolose organizzazioni criminali». Ravetto nei giorni scorsi è stata in Canton Ticino per discutere della vicenda con i rappresentanti della Confederazione: «Ho fatto presente che queste decisioni rappresentano una potenziale violazione dell’accordo di Schengen che prevede che i cittadini di tutti i Paesi che hanno firmato l’accordo siano trattati in maniera non discriminatoria e circolino liberamente».

Poi sbotta: «La Svizzera ha saputo attuare un’efficace politica fiscale che ha attratto nel suo territorio parecchie imprese italiane. Ma non si possono prendere le imprese e discriminare i lombardi». Tra l’altro, ricorda Ravetto, «in Ticino il tasso di disoccupazione è bassissimo. Non vorrei che fosse un’iniziativa propagandistica di alcuni partiti identitari del Cantone». Un riferimento alla Lega dei Ticinesi: «I rapporti con la Svizzera e Berna sono eccellenti. Credo che la sicurezza dei cittadini si garantisca con la regolamentazione dei confini esterni a Schengen. La chiusura di quelli interni al trattato è una perdita per chi la attua».

Alla Lega dei Ticinesi appartiene Norman Gobbi, componente del governo cantonale ticinese e responsabile dei servizi istituzionali. La cui replica non si fa attendere. Partiamo dalla chiusura notturna dei tre valichi al confine tra Lombardia a Svizzera italiana (Cremenaga, Colverde e Novazzano), punti di passaggio minori, da poche centinaia di auto al giorno. «Appunto — conferma Gobbi — i disagi per il traffico dei lavoratori italiani sono nulli: tre chilometri a est o a ovest di ognuno di essi ci sono altri valichi dunque i principi di Schengen sulla libera circolazione sono intatti. La nostra intenzione è concentrare i controlli sugli assi di traffico principali, specie dopo gli ultimi crimini nei paesi di confine. È un esperimento, ma se funziona lo estenderemo».
Il certificato penale
Altro punto: il certificato penale richiesto solo ai lavoratori provenienti dalla frontiera con l’Italia. «Alt — precisa Gobbi —, non è una norma che colpisce solo gli italiani ma chiunque venga a lavorare qui proveniente dall’Italia, indipendentemente dalla nazionalità». Ma come mai la restrizione non si applica agli stranieri che entrano da Francia o Germania? «Perché in quei Paesi non esistono le organizzazioni criminali presenti in Italia. E comunque le persone senza precedenti penali non hanno nulla da temere; è solo un argine alle infiltrazioni malavitose».

3 aprile 2017 (modifica il 3 aprile 2017 | 23:30)