venerdì 7 aprile 2017

Android supera Windows, è il sistema operativo più usato al mondo

lastampa.it
andrea signorelli

Mentre le vendite dei pc calano, il boom degli smartphone nei paesi in via di sviluppo premia Google



Mentre le vendite dei personal computer sono da qualche anno in costante calo, il mercato di smartphone e tablet continua a crescere grazie al boom delle vendite nei paesi asiatici e africani. Una tendenza che, stando alle analisi di StatCounter, ha consentito ad Android di superare per la prima volta Windows come sistema operativo più diffuso al mondo. Secondo StatCounter – che basa le sue statistiche su un campione di 2,5 milioni di siti web, che generano un traffico mensile di circa 15 miliardi di pageviews – il sorpasso è avvenuto nel marzo di quest’anno, quando l’uso globale di Android ha raggiunto il 37,93%, oltrepassando Windows che si è fermato al 37,91%. Molto più indietro, invece, si piazza iOs, con una quota del 13,11%.



Android, quindi, supera Windows e distanza ampiamente iOs. Merito dei mercati emergenti, in cui la maggior parte degli utenti utilizza esclusivamente lo smartphone per connettersi a internet e dove i più economici dispositivi Android sono nettamente preferiti (in India, il 90% degli smartphone utilizza il sistema operativo di Google; mentre nei paesi occidentali il confronto con iOs è molto più serrato). Anche prendendo in considerazione i sistemi operativi sia per computer che per dispositivi mobile, la quota di Android resta elevatissima: il 79% in India, il 72% in Indonesia e il 57% in Cina. 
Il dominio nei paesi in via di sviluppo ha però un rovescio della medaglia: nonostante il 70% dei download di applicazioni nel mondo sia effettuato su Google Play, solo il 40% degli incassi finisce nelle casse del colosso di Mountain View. Una situazione che, secondo un report di App Annie, potrebbe però cambiare già nel 2017. 

L’estensione di Chrome che aiuta a scrivere email più brevi

lastampa.it
andrea signorelli

Il dono della sintesi, soprattutto nel mondo del lavoro, può evitare che la vostra lettera finisca nel cestino



“Mi scuso per la lunghezza della mia lettera, ma non ho avuto il tempo di scriverne una più breve”. A quasi 400 anni di distanza, la celebre frase di Blaise Pascal rimane di grande attualità e descrive bene uno dei problemi più comuni di chi, per lavoro, ha quotidianamente a che fare con decine e decine di email: la lunghezza eccessiva rispetto alle informazioni contenute.

Per evitare un errore che potrebbe portare la vostra mail a essere rapidamente cestinata, il programmatore Florent Crivello – che nella vita lavora come ingegnere software a Uber – ha creato una semplicissima estensione per Google Chrome chiamata TinyMails (Mail Piccine) che aiuta a scrivere email più brevi facendovi notare costantemente quante parole state utilizzando e quanto tempo è richiesto per la lettura, colorando l’avviso di un rosso sempre più intenso mano a mano che la mail si estende in lunghezza.

email animated GIF
via GIPHY

Un’estensione semplicissima, ma che fornisce un costante promemoria sulla virtù della concisione. Una virtù che assume massimo valore in un’epoca in cui l’attenzione è divisa tra notifiche, social network, mail, messaggi e quant’altro. Se l’estensione di Chrome non è sufficiente per aiutarvi a scrivere mail più brevi, potrebbero tornare utili i consigli dell’imprenditore Guy Kawasaki , secondo il quale una mail di lavoro non dovrebbe mai contenere più di quattro frasi (e, possibilmente, non impiegare più di 20 secondi per essere letta ). 

La prima serve a introdurre chi siete (passaggio che si può saltare se state scrivendo a qualcuno che già conoscete); la seconda a segnalare che cosa volete; la terza a spiegare perché la questione al centro della mail è importante; la quarta e ultima a esplicitare entro che tempi vi serve una risposta (anche per trasmettere a chi la riceve quanto sia importante per voi). Prima di premere il tasto “invio”, è buona abitudine rileggere quanto scritto per asciugare ulteriormente la mail, eliminando le parti più verbose e tagliando qualche aggettivo di troppo. 

Il Paese più ricco del mondo

lastampa.it

mattia feltri
Di chi è la colpa se siamo ridotti così? Della politica, naturalmente. E perché in questo Paese non funziona nulla? Ma perché c’è la casta che si mangia tutto. Per quale motivo c’è disoccupazione, ci rubano il futuro e noi cittadini vogliamo un mondo migliore? Facile: perché non siamo ladroni come chi ci governa, e dunque avvampiamo d’indignazione. Bene, alle premesse necessarie per scampare alle accuse di collusione col potere farabutto manca di dire che va abolito ogni privilegio pensionistico per i parlamentari, ridotta la paga agli assenteisti d’aula e sospese le garanzie costituzionali per i sospettati di corruzione. Ma ora, se non spiace, si prova ad aggiungere un piccolo elemento d’analisi. 

L’amministratore delegato di Equitalia, Ernesto Maria Ruffini, ha raccontato in un’audizione alla Camera che 21 milioni di italiani, metà della popolazione adulta, ha debiti col fisco per 817 miliardi di euro. E, attenzione, è una somma che non ha nulla a che vedere coi 100-110 miliardi l’anno di reddito in nero: qui si tratta di evasione accertata dell’Irpef, dell’Iva, multe mai pagate e così via. Magari il numero in sé non dice molto, i numeri sono sempre aridi. Però 817 miliardi sono circa il quaranta per cento del nostro debito pubblico. Se ne recupererà, se va bene, un quarto e ci vorranno lustri. Però se domani mattina, per magia, lo Stato, cioè noi, riavesse i suoi 817 miliardi, ci eviteremmo la manovra finanziaria per almeno venticinque anni. Ecco, per dire che il futuro ce lo sgraffigniamo anche un po’ l’uno con l’altro.

Il cane randagio morde? Se gli hai dato cibo devi pagare i danni

lastampa.it
francesco grignetti

La sentenza della Cassazione


Il verdetto La Cassazione ha stabilito che chi dà da mangiare a un cane randagio, diventa 
responsabile penalmente e civilmente dell'animale

Mettete che siate mossi a pietà e che decidiate di allungare qualche avanzo di cucina, un osso, magari una ciotola di croccantini economici al cane randagio che vi passa davanti casa. Ecco, attenzione a voi. È intervenuta addirittura la Corte di Cassazione a fissare un principio giuridico che finora non era così chiaro: a prescindere se quel cane sia vostro o no, e inutilmente vi potreste appellare alla questione del microchip, ebbene con quel randagio s’è instaurata una «relazione di detenzione» e perciò ne siete responsabili penalmente e civilmente. 

Tutto origina dai guai di un signore di Termini Imerese (Palermo) che ha avuto l’incauta idea di accudire saltuariamente due cani randagi. Il nostro occasionalmente gli dava da mangiare e quelli in cambio gli riservavano allegre feste. Il tutto avveniva dietro il cancello del suo giardino, ma poi i due cani vaganti riprendevano a vagare per il paese. Niente di più. L’uomo non li considerava suoi, tant’è vero che non ha provveduto a farli registrare all’anagrafe canina. E loro, i cani, come da relazione dei vigili urbani del paese, non avevano rinunciato alla loro libertà di senza casa a quattro zampe.

Eppure un brutto giorno, dal solito cancello aperto i due cani hanno intravisto un passante. L’uomo si è preoccupato, forse si è spaventato, ha interrogato il tizio che sembrava esserne il proprietario. «Non tema, non mordono». E invece il morso è scattato. Di qui una paura terribile, l’ira, l’intervento dei vigili urbani e dell’accalappiacani, infine la denuncia alla magistratura.

Il nostro amante dei cani s’è difeso strenuamente davanti al giudice di pace di Termini Imerese. I randagi si erano introdotti del tutto fortuitamente nella sua villetta, e che la responsabilità giuridica sull’operato dei randagi semmai doveva essere del Comune e non sua. Ma è stata una sonora sconfitta. Per il padrone di casa, ma non padrone dei cani, è scattata una multa da 200 euro. Poteva finire lì. E invece il condannato che non sentiva colpa non ha mollato. Di qui un ricorso in appello. E ancora, non sazio, l’impugnazione in Cassazione. Invano. 

La suprema Corte ha ricordato il principio di fondo: «La posizione di garanzia assunta dal detentore di un cane impone l’obbligo di controllare e di custodire l’animale adottando ogni cautela per evitare e prevenire le possibili aggressioni a terzi anche all’interno dell’abitazione». Ma anche ad allungare una ciotola di croccantini ogni tanto al randagio se ne diventa padroni, con tutto quel che segue? Secondo la Cassazione, sì. «I due cani frequentavano il cortile delimitato della abitazione, trovandovi ivi ricovero e cibo, e rispetto ai quali il ricorrente si era volontariamente assunto la custodia». Perciò multa confermata. 

Bon ton in carcere: la cella diventa “camera di pernottamento”

lastampa.it
federico genta, simona lorenzetti

Una circolare del ministero di Giustizia indica undici “modifiche al linguaggio” negli istituti penitenziari italiani. La replica del sindacato: amministrazione alla frutta



Lezioni di bon ton in carcere. Almeno per quanto riguarda il lessico. Il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero di Giustizia ha inviato a tutte le case circondariali d’Italia una circolare nella quale si invita il personale penitenziario a modificare il proprio linguaggio perché «i termini attualmente utilizzati nelle carceri riferiti ai detenuti sono spesso avulsi da quelli comunemente adottati dalla collettività», si legge nel documento.

Cancellati, quindi, dal vocabolario del carcere termini come «spesino» o «stagnino», che dovranno essere sostituiti da «detenuto addetto alla spesa» e da «idraulico». Sono dodici i vocaboli riportati nella circolare che non si potranno più usare: la «dama di compagnia» diventa «compagno di socialità», la «cella» si trasforma in una «camera di pernottamento» e così via, fino a termini come «piantone» che dovrà essere sostituito da «assistente alla persona».

«FAVORIRE IL CAMBIAMENTO»
Secondo il Ministero, le espressioni fino ad oggi usate «non sono rispettose delle persone detenute, determinando delle errate considerazioni, oltre ad essere usate con accezione negativa». Da qui il cambio di rotta. Il rispetto per il prossimo passa anche dal linguaggio e i vecchi termini non sono più accettabili perché «sono causa di una progressiva e deprecabile infantilizzazione, di un isolamento del detenuto dal mondo esterno che crea ulteriori difficoltà per il possibile reinserimento», è scritto nella circolare in cui si invita a «favorire tale processo di cambiamento» e si «raccomanda una continua attività d’impulso, per garantire la massima sinergia tra tutto il personale delle diverse aree operative e la popolazione ristretta».

Immediata la replica di Leo Beneduci, segretario generale del sindacato di polizia penitenziaria Osapp: «La circolare è chiara emanazione di un’amministrazione ormai giunta alla frutta. Che sembra avere probabilmente fin troppo tempo a disposizione, da destinare a situazioni diverse rispetto al lavoro necessario ad affrontare e risolvere i gravissimi problemi del personale di polizia penitenziaria e della popolazione detenuta, nell’attuale e scadente sistema penitenziario Italiano».



AL LORUSSO E COTUGNO DI TORINO
Problemi già emersi proprio al Lorusso e Cotugno di Torino, dove da tempo gli agenti lamentano condizioni di lavoro non più accettabili. Personale insufficiente, padiglioni che necessitano di interventi di ristrutturazione ormai non più rimandabili - il caso già sollevato da diverse delegazioni parlamentari è quello degli spazi riservati ai detenuti psichiatrici - e divise ormai logore per il troppo utilizzo e mai sostituite malgrado i continui solleciti. 

La vecchia Fiat 500? Si trasforma in elettrica con un “trapianto di cuore”

lastampa.it
claire bal

Il Decreto retrofit permette di dare una “seconda vita ecologica” alle auto d’epoca. Aprono a Milano le Officine Ruggenti

“Avevo comprato un’auto d’epoca, ma vivendo in centro a Milano non potevo usarla liberamente perché è una ’Euro 0’. Così ho scoperto le trasformazioni di Newtron Engineering e sono rimasto letteralmente ’folgorato’ dall’idea di riconvertire le vecchie auto in macchine elettriche”. Andrea Garibbo, imprenditore milanese, racconta così a La Stampa la nascita delle Officine Ruggenti, un atelier che restaura, personalizza ed effettua “trapianti di cuore” a macchine più o meno vecchie.

Una seconda vita
Grazie alla tecnologia sviluppata da Newtron, azienda di Villafranca, in provincia di Messina, chi ha in casa una vecchia Fiat 500 (o qualunque altra auto storica , o anche semplicemente “vecchia”) può ridarle una seconda vita trasformandola in elettrica. Il vecchio motore viene “espiantato” (pulito e restituito al proprietario) e sostituito con uno elettrico che si innesta sulla vecchia trasmissione. Il prezzo della trasformazione, per una 500, è di circa 6.000 euro più Iva, a cui va aggiunto il costo delle batterie (sui 4.000 euro quella da 10 kWh, che dovrebbe garantire un’autonomia di circa 100 km). Volendo, gli accumulatori si possono affittare a partire da 89 euro al mese.



Il Decreto retrofit
Questo genere di operazione oggi è possibile perché l’Italia, primo Paese in Europa, ha varato il Decreto retrofit (D.M.T. n. 219 del 1 dicembre 2015) che stabilisce le regole da seguire nella trasformazione e semplifica la trafila burocratica: ora basta un aggiornamento della carta di circolazione, che quindi rimane quella originale, così come le targhe.

Chiusura centralizzata e navigatore, perché no?
A settembre, le Officine Ruggenti apriranno a Milano un vero e proprio centro di riconversione elettrica: il progetto è stato presentato oggi in via Gabba 1, sede operativa dell’azienda. “Se oltre alla trasformazione, il cliente desidera restaurare la sua auto e magari dotarla di tecnologie moderne, come la chiusura centralizzata o il navigatore, noi siamo pronti a farlo: ci avvaliamo della collaborazione di specialisti, perché la forza dell’Italia è anche quella di avere una fortissima tradizione artigianale e una diffusa passione per le auto storiche”, spiega Garibbo.



Per chi non ha una 500, ci sono quelle già riconvertite
Le Officine Ruggenti sono anche rivenditore autorizzato di un altro genere di 500 elettrica, realizzate da Officine Amarcord , braccio della Newtron Engineering, operativa nella riqualificazione delle auto “vintage”. “Partiamo da scocche vecchie di 50 o 60 anni, in questo caso quelle Fiat 500 d’epoca, sostituiamo tutti i lamierati mobili (come portiere, cofani, paraurti), rifacciamo l’impianto frenate, le sospensioni, posizioniamo le batterie nel cofano anteriore, ricostruiamo gli interni – spiega a La Stampa l’ingegner Nicola Venuto -. In pratica garantiamo le stesse caratteristiche della vecchia 500 ma con componenti più moderne, affidabili e sicure”. Questi gioiellini (ritratti nelle foto) hanno prezzi molto diversi a seconda della rarità, della potenza e della batteria, ma per farsi un’idea di quanto possa costare una 500 elettrica completamente messa a nuovo si sappia che la 500 “base” parte da 23.500 euro più Iva (dunque poco meno di 29 mila euro).



Officine Ruggenti punta all’Europa
Dopo il primo atelier di Milano – corredato anche di un grande parcheggio pubblico per auto elettriche nel cuore della città – penserà ad aprire delle Officine Ruggenti in altre città europee. Oggi, durante la presentazione stampa del nuovo progetto, Garibbo ha intanto annunciato all’assessore alla Mobilità di Milano, Marco Granelli, che Officine Ruggenti regalerà la trasformazione elettrica di un’auto del Comune: “Si tratta di un piccolo e doveroso contributo nei confronti della nostra città per aiutarla a combattere il problema dell’inquinamento atmosferico e acustico”.



“Un atto d’amore per le icone del design”
L’imprenditore non teme l’indignazione dei puristi dell’auto d’epoca: “È vero, alcune automobili sono veri capolavori di tecnica che non andrebbero toccati. Ma il mondo è pieno di macchine vecchie che nessuno usa perché hanno mille problemi, o perché le normative non lo permettono più. Il nostro è un grande gesto di amore verso queste auto, e anche verso le città, che finalmente potrebbero vedere le strade ripopolate di grandi icone del design riconvertite all’elettrico”.

Le fotografie inedite del Terzo Reich negli album nascosti del feldmaresciallo

corriere.it
di Antonio Carioti

Le distruzioni nella campagna di Russia, la parata del 1939 con Hitler, i civili terrorizzati: gli scatti della macchina da guerra nazista contenuti nella collezione privata di Wolfram von Richthofen, alto ufficiale dell a Luftwaffe e cugino del famoso Barone Rosso

Gli album del feldmaresciallo

Gli album del feldmaresciallo

Immagini di morte e distruzione nell’Unione Sovietica del 1941, invasa dal Terzo Reich. Carri armati distrutti. Prigionieri russi umiliati e destinati a una sorte tremenda. Civili terrorizzati. Il piglio marziale di ufficiali tedeschi convinti di appartenere a una razza superiore. Tutto ciò è testimoniato dagli scatti inediti pubblicati dal quotidiano britannico «Daily Mail», che erano contenuti in due album del feldmaresciallo Wolfram von Richthofen, alto ufficiale dell’aeronautica nazista (Luftwaffe) e cugino del famoso asso della Prima guerra mondiale Manfred von Richthofen, il «Barone Rosso». Le foto in parte si riferiscono alla fase iniziale dell’invasione tedesca dell’Urss, cominciata il 22 giugno 1941, in parte riguardano l’esperienza di von Richthofen nella precedente guerra di Spagna (1936-1939). Qui sopra, un carro armato dell’Armata rossa distrutto a Kuznica, centro abitato oggi in territorio polacco, ma all’epoca occupato dai sovietici in seguito alla spartizione della Polonia tra Urss e Terzo Reich avvenuta nel 1939 per via del patto Molotov-Ribbentrop


La Luftwaffe

La Luftwaffe

Nato il 10 ottobre 1895, il giovane aristocratico Wolfram von Richthofen (nella foto) intraprese presto la carriera nell’esercito imperiale tedesco, seguendo le tradizioni famigliari. Ufficiale di cavalleria, durante la Prima guerra mondiale partecipò all’invasione del Belgio, nel 1914, e fu decorato con la Croce di ferro di seconda classe. Passò nel 1917 in aeronautica al fianco di suo cugino Manfred von Richthofen, detto il Barone Rosso dal colore del suo velivolo: era il più valoroso aviatore tedesco dell’epoca, con ben 80 aerei nemici abbattuti. I due volavano insieme sui rispettivi caccia il 21 aprile 1918, quando Manfred fu colpito e morì proprio per aver cercato di proteggere l’inesperto cugino, che era alla sua prima missione, durante un combattimento con velivoli britannici. Wolfram sopravvisse al primo conflitto mondiale e con l’ascesa del nazionalsocialismo andò a ricoprire ruoli sempre più importanti nell’arma aerea del Terzo Reich, la Luftwaffe. Partecipò con un ruolo di primo piano alla guerra di Spagna, in appoggio alle forze franchiste contro la Repubblica, e poi alle principali campagne del secondo conflitto mondiale. Promosso feldmaresciallo nel 1943, si ammalò di cancro al cervello e dovette abbandonare il servizio nel 1944. Il tumore lo uccise in Austria poche settimane dopo la fine delle ostilità, il 12 luglio 1945, mentre era prigioniero degli americani.


I prigionieri sovietici

I prigionieri sovietici

Prigionieri sovietici evacuati da un villaggio dato alle fiamme dai tedeschi. L’aggressione nazista contro l’Urss ebbe inizialmente un notevole successo: le truppe di Adolf Hitler avanzarono in profondità nel territorio invaso, catturando un gran numero di nemici.


Il figlio di Stalin

Il figlio di Stalin

Il prigioniero sovietico ritratto in questa foto è Jakov Džugašvili (1907-1943), figlio di Stalin (il cui nome anagrafico era Iosif Džugašvili) e della sua prima moglie Ekaterina Svanidze, morta di tifo pochi mesi dopo il parto. Jakov, in cattivi rapporti con il padre (poi risposatosi con Nadežda Allilueva), era un ufficiale di artiglieria. Venne catturato dai tedeschi il 7 luglio 1941 e morì nel lager di Sachsenhausen, in circostanze mai chiarite, il 14 aprile 1943. Si dice che Stalin (1879-1953) abbia rifiutato lo scambio tra suo figlio e qualche famoso prigioniero tedesco.


Una distesa di soldati

Una distesa di soldati

Questa immensa distesa di soldati sovietici catturati dai tedeschi dà un’idea delle terribili perdite subite dall’Armata Rossa. Si calcola che i nazisti presero sul fronte orientale un numero di prigionieri tra i 4,5 e i 5 milioni, la maggior parte dei quali, circa 3,3 milioni, perì a causa delle durissime condizioni di detenzione.


Il gattino nello stivale

Il gattino nello stivale

Il gattino che spunta dallo stivale di un militare tedesco è un’immagine tenera che spicca in mezzo a tanta violenza.


I carri armati sovietici distrutti

I carri armati sovietici distrutti

Carri armati sovietici distrutti e incendiati. Sin dai primi giorni dell’offensiva i tedeschi furono sorpresi dall’efficienza dei mezzi corazzati nemici, in particolare i famosi T-34, che superavano per prestazioni i loro Panzer. La scelta compiuta da Stalin di concentrare ogni energia dell’Urss nello sviluppo dell’industria bellica finì per rivelarsi pagante.


Le strade devastate

Le strade devastate

Un altro problema per gli invasori fu lo stato fatiscente delle strade sovietiche, che rallentò l’avanzata delle forze motorizzate tedesche.


Le donne bolsceviche

Le donne bolsceviche

Un gruppo di donne «bolsceviche» fatte prigioniere dai tedeschi. In effetti l’Armata Rossa comprendeva numerose unità femminili.


Verso il lavoro forzato

Verso il lavoro forzato

Colpiscono i volti sorridenti di questi ebrei condotti da tedeschi al lavoro forzato con i vestiti marchiati. I maschi adulti delle comunità israelitiche vennero sfruttati in molti casi per operazioni di sterro, di sgombero delle macerie o di sminamento. Terminato il loro compito, spesso venivano soppressi.


Il comandante Francisco Franco

Il comandante Francisco Franco

Qui facciamo un passo indietro. Siamo in Spagna durante la guerra civile: al centro in primo piano c’è Francisco Franco (1892-1975), comandante delle forze nazionaliste e futuro dittatore; dietro di lui, subito a sinistra, vediamo von Richthofen. L’ufficiale tedesco fu prima capo di stato maggiore e poi comandante della Legione Condor, il corpo di aviazione inviato da Adolf Hitler in appoggio alle truppe franchiste. Da notare sulla destra due appartenenti alle temute unità militari marocchine che combattevano per i nazionalisti spagnoli contro la Repubblica.


Il saluto con Hitler

Il saluto con Hitler

Qui siamo nel 1939 a Berlino: Hitler e von Richthofen si salutano in occasione della parata militare tenuta il 6 giugno per festeggiare la Legione Condor, tornata in Germania dopo la vittoria di Franco nella guerra civile spagnola.


A Berlino, nel 1939

A Berlino, nel 1939

Ancora Hitler e von Richthofen alla parata del 1939 a Berlino. Il cugino del Barone Rosso dirigeva le operazioni aeree della Legione Condor quando nel 1937 i suoi velivoli colpirono la città basca di Guernica, un crimine di guerra del quale il prossimo 26 aprile ricorre l’ottantesimo anniversario. Le bombe tedesche uccisero centinaia di civili e il grande pittore spagnolo Pablo Picasso (1881-1973) prese spunto dalla strage per dipingere il suo famoso capolavoro intitolato appunto «Guernica».


Il palco della parata

Il palco della parata

Il palco della parata di Berlino nel giugno 1939. Von Richthofen venne nominato comandante supremo della Legione Condor nell’ottobre 1938, ma già in precedenza aveva avuto un ruolo di vertice. La guerra di Spagna terminò nel marzo 1939.


Con Hitler e Goering

Con Hitler e Goering

Siamo sempre alla parata berlinese del giugno 1939. Da sinistra in primo piano vediamo Hitler, poi il personaggio sovrappeso con in mano il bastone da maresciallo è Hermann Goering (1893-1946), comandante supremo della Luftwaffe che fu condannato dagli Alleati al processo di Norimberga e morì suicida prima dell’esecuzione. La carriera di von Richthofen (primo da destra in questa foto) trasse senza dubbio vantaggio dal fatto che Goering, gerarca nazista tra i più importanti, fosse stato comandante della sua squadra aerea nell’ultimo periodo della Prima guerra mondiale.


La stretta di mano

La stretta di mano

Von Richthofen stringe la mano a Hitler. Accanto a loro i personaggi più importanti dello stato maggiore tedesco. Dovrebbe trattarsi ancora della parata di Berlino, ma nella didascalia è indicato il nome di Orléans, città della Francia.


In picchiata

In picchiata

Bombardieri in picchiata tedeschi Henschel 123. Von Richthofen contribuì alla progettazione di diversi aerei della Luftwaffe, tra cui i famosi bombardieri Stuka.


La campagna contro l’Urss

La campagna contro l’Urss

Siamo di nuovo in Russia. In primo piano, von Richthofen durante i primi giorni della campagna militare contro l’Urss. Il cugino del Barone Rosso, divenuto generale per i suoi meriti nella guerra di Spagna, partecipò alle invasioni della Polonia e della Francia, poi alla battaglia d’Inghilterra, persa dalla Luftwaffe contro l’aviazione britannica (Royal Air Force), e alla campagna nei Balcani. In Russia fu inizialmente al comando dell’VIII Corpo aereo e poi di una Flotta aerea. Fu nominato feldmaresciallo nel febbraio 1943.


Con Kesserling

Con Kesserling

Von Richthofen (a destra) con il feldmaresciallo Albert Kesselring (1885-1960). I due alti ufficiali dell’aeronautica nazista collaborarono sul fronte russo e poi su quello italiano, dove Kesselring fu a lungo comandante di tutte le forze armate tedesche. Von Richthofen venne trasferito in Italia dalla Russia nel giugno 1943, poi abbandonò il comando della 2ª Flotta aerea per ragioni di salute nell’ottobre 1944.


Il generale Hoth

Il generale Hoth

A sinistra, il generale tedesco Hermann Hoth (1885-1971), comandante di forze corazzate, che fu condannato a 15 anni di carcere per crimini di guerra dopo la fine del conflitto, ma venne poi liberato dopo sei anni.


Col generale Busch

Col generale Busch

Von Richthofen (a sinistra) con il generale Ernst Busch (1885-1945), che fu nominato feldmaresciallo nel gennaio 1943.


«Franchi tiratori»

«Franchi tiratori»

La didascalia definisce questi prigionieri sovietici «franchi tiratori», cioè probabilmente partigiani. Colpiscono i tratti somatici asiatici di molti di loro. Potrebbero forse essere tartari di Crimea, zona dove peraltro von Richthofen cominciò ad operare solo nell’aprile 1942.


In marcia con le mani in alto

In marcia con le mani in alto

Prigionieri sovietici catturati dai tedeschi e costretti a marciare con le mani in alto.


Merkinè.

Merkinè

Una veduta aerea della città di Merkinè, oggi in Lituania, dove il 10 settembre 1941 854 ebrei vennero trucidati dai nazisti e dai collaborazionisti lituani in un boschetto nei pressi del cimitero israelitico. Durante l’invasione dell’Urss centinaia di migliaia di ebrei vennero eliminati nelle esecuzioni di massa compiute dagli Einsatzgruppen (reparti operativi) delle SS, spesso con l’aiuto di elementi ucraini e baltici.


Il paesaggio lunare

Il paesaggio lunare

Una veduta aerea del paesaggio lunare creato dal martellamento dell’artiglieria tra le città russe di Smolensk e Vjazma, che furono teatro di fallite controffensive sovietiche tra luglio e ottobre del 1941. Azioni che costarono all’Armata Rossa perdite immense, ma le consentirono di rallentare l’avanzata nemica e di preparare la vittoriosa difesa di Mosca, tra novembre e dicembre del 1941, che segnò la prima pesante disfatta tedesca nella Seconda guerra mondiale.


La pesca con le bombe a mano

La pesca con le bombe a mano

Ufficiali tedeschi si divertono a pescare usando le tipiche bombe a mano con il manico.


La pesca con le bombe a mano

La pesca con le bombe a mano

Un’altra scena di pesca con le bombe a mano.