sabato 8 aprile 2017

Google segnalerà le notizie verificate con l’etichetta Fact Check

lastampa.it
bruno ruffilli

Dopo Facebook anche il motore di ricerca più grande del mondo adotta da oggi in tutto il mondo un bollino per indicare le notizie provenienti da fonti attendibili. Ma non basterà a fermare bufale e fake news



Il tema delle notizie false è uno dei più dibattuti al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, che diventa anche l’occasione per mostrare i primi impegni concreti da parte delle aziende. Così ieri Facebook ha annunciato una campagna di tre giorni per educare gli utenti a riconoscere ed evitare le fake news, oggi Google lancia l’etichetta Fact Check in tutto il mondo. 

L’iniziativa è partita a ottobre con Google.com e Google.co.uk: nelle ricerche, accanto alle etichette già note (Blog, Opinione, Editoriale, ecc), ne è apparsa un’altra, indicante appunto che la notizia in questione è stata controllata e ritenuta conforme ai criteri di verifica dei fatti adottati da Google. Questa informazione verrà visualizzata ora anche nella pagina dei risultati di ricerca, e gradualmente in tutti i Paesi. Lo snippet mostrerà informazioni sulla dichiarazione verificata, da chi è stata fatta (si tratta sempre di organizzazioni esterne, riconosciute a livello nazionale e internazionale) e se una fonte ha verificato quella particolare dichiarazione.

Queste informazioni non saranno disponibili per qualsiasi risultato e potrebbero esserci pagine di risultati di ricerca in cui diverse fonti hanno verificato la stessa affermazione raggiungendo conclusioni diverse. Le verifiche dei fatti - spiega l’azienda in un post - “non sono effettuate da Google e potremmo anche non essere d’accordo con i risultati, proprio come diversi articoli di fact checking potrebbero essere in disaccordo tra loro, tuttavia riteniamo che sia utile per le persone capire il grado di consenso attorno a un argomento e avere informazioni chiare su quali fonti concordano. Rendendo queste attività di fact checking più visibili nei risultati di ricerca, riteniamo che gli utenti possano esaminarle e valutarle con maggiore facilità per formarsi così opinioni e pareri informati”.

L’idea di Google si basa sulla partecipazione diretta degli editori e delle testate giornalistiche, che devono garantire il rispetto delle regole stabilite a Mountain View e inserire nel codice delle pagine uno speciale markup (indicatore). Solo gli editori che sono algoritmicamente determinati come fonte autorevole di informazioni si qualificheranno per essere inclusi.

“Infine -si legge ancora le post - i contenuti dovranno rispettare le norme generali che si applicano a tutti i tag di dati strutturati e ai criteri di Google News Publisher per il fact checking. Se un editore o un articolo di fact checking non raggiunge questi standard o non rispetta tali norme, potremo, a nostra discrezione, ignorare il markup”. A differenza di Facebook, che ha cominciato in alcuni Paesi a segnalare le notizie false con un bollino rosso, qui dunque l’etichetta dovrebbe aggiungere valore agli articoli, non segnalarne la scarsa attendibilità.

Anche questa non è una soluzione definitiva: bufale e notizie false circoleranno comunque, e ci saranno sempre articoli e video fatti apposta per guadagnare con la pubblicità. Fornita, lo ricordiamo, quasi sempre da Google stessa, o da Facebook. Il bollino servirà a segnalare che alcune notizie sono state verificate, ma quanti davvero preferiranno il fact checking a un titolo costruito ad arte?

Mezza lira per i lavori forzati così il duce umiliava gli ebrei

lastampa.it
ariela piattelli

Parla la nipote di un uomo costretto a spalare la terra lungo il Tevere. “Mio zio ci mostrò l’assegno e infuriato lo strappò”. Ritrovato a Roma


Fortunata Di Segni, detta Ada, nipote di Anselmo Pavoncello, con il marito Pacifico Di Consiglio, il «Moretto» protagonista del recente libro di Maurizio Molinari “Duello nel ghetto” (Rizzoli)

Un assegno di una mezza lira. Erano pochi soldi, anche negli Anni 40, ma abbastanza per beffarsi degli ebrei ai lavori forzati. L’assegno è stato scoperto a Roma e rappresenta un documento storico unico. È stato emesso dalla Banca Nazionale del Lavoro ad Anselmo Pavoncello come retribuzione per il lavoro a cui il regime fascista lo costringeva, sulle sponde del Tevere, durante l’estate del 1942. Pavoncello era lo zio materno di Fortunata Di Segni, detta Ada, moglie di Pacifico Di Consiglio, ovvero «Moretto», la cui storia è raccontata nel libro Duello nel ghetto di Maurizio Molinari e Amedeo Osti Guerrazzi. 

Alberto Di Consiglio, il figlio di Ada e Moretto, ha ritrovato l’assegno, mai incassato, testimonianza dell’ulteriore umiliazione a cui furono sottoposti gli ebrei italiani durante il fascismo. «Ho ricordi precisi di quando lo zio ricevette questo assegno», racconta Ada, 88 anni. «Durante la guerra, quando c’erano i bombardamenti, ci riunivamo in strada per parlare e passare il tempo. Un giorno, mentre eravamo tutti assieme, arrivò zio Anselmo con il volto turbato, ci disse che aveva ricevuto un assegno per il lavoro coatto, svolto per un’intera stagione, in mezzo alla sporcizia del fiume: ce lo mostrò, noi notammo la cifra irrisoria, e poi infuriato lo strappò. Mia madre gli disse che era importante conservarlo, e che un giorno sarebbe servito per raccontarne la storia. Per lui l’assegno fu una vera umiliazione».

Un’umiliazione quanto lo era stato il lavoro a cui venne costretto assieme agli altri ebrei romani, che se si fossero rifiutati di farlo sarebbero stati arrestati dai fascisti. «Quando lo zio era ai lavori forzati, mia nonna era talmente preoccupata per lui che un giorno mi chiese di accompagnarla a vedere cosa faceva», racconta Ada. «Andammo di nascosto, non volevamo farci vedere da lui, altrimenti si sarebbe sentito ancor più umiliato. Lo guardavamo da lontano, mentre spalava la terra e la gettava nel fiume. Faceva caldissimo, portava un fazzoletto in testa e una canottiera. Era assieme ad altri ebrei romani e c’era una guardia con un fucile a controllarli. Tornammo a casa, mia nonna era disperata e piangeva».

Era il periodo che precedeva la fine per gli ebrei, un periodo di totale precarietà in cui la pericolosità era palpabile. Per Anselmo, come per tutti gli ebrei romani, la situazione precipitò poi velocemente: «L’ambiente era pesante e la situazione paradossale: gli ebrei perseguitati agli occhi di molti sembravano dei privilegiati, perché non erano in guerra», spiega lo storico della Shoah Marcello Pezzetti. «Per questo il regime adotta il lavoro obbligatorio come una sorta di risarcimento per il presunto privilegio. Così facevano anche vedere ai tedeschi che il problema ebraico lo risolvevano in casa». 

Quando Anselmo non poté più lavorare, si organizzò per portare qualche soldo a casa, facendo il venditore ambulante al Colosseo. «Un giorno venne a trovarci nel convento dove eravamo nascosti», continua Ada. «Avevo 14 anni, ci lasciò dei soldi, capiva che era a rischio, cominciava a essere diffidente. Fu l’ultima volta che lo vidi. Qualche giorno dopo mamma mi disse che lo avevano preso i fascisti. Lo portarono al carcere di Regina Coeli, assieme a suo fratello Angelo». Anselmo fu deportato a Fossoli, poi ad Auschwitz, e fu ucciso a Dachau. «Non conoscevo il suo destino alla fine della guerra», dice Ada. «Con la Liberazione gli americani ci lanciavano sigarette, io le conservavo in una valigetta per lui. Lo amavo come un padre, era un uomo buono. Fu dopo un anno dalla fine della guerra che un sopravvissuto ci disse che lo aveva visto morire».

L’assegno è l’unico ricordo che Ada possiede di suo zio, e fu Moretto a ricomporne i pezzi dopo tanti anni: «Moretto, che aveva la passione di conservare tutto, lo prese e lo incorniciò. Temeva che andasse perduto e capì che era un documento importante, una testimonianza», chiude Ada. «Adesso lo regalerò a mio nipote Roberto, e spero che lui faccia lo stesso con i suoi nipoti. Aveva ragione mia madre a chiedere a zio Anselmo di conservarlo».

Era italiano il carro più potente della Grande Guerra

lastampa.it
andrea cionci

Compie cento anni il Fiat 2000, dimostrazione di forza dell’Italia nei confronti degli altri paesi europei. Ma è mistero sulla sorte degli unici due esemplari costruiti: coperta dalle sabbie del deserto di Libia, o dispersa nella confusione successiva all’8 settembre 1943?


Carro pesante Fiat 2000 in dimostrazione di fronte alle autorità militare nel 1917

Quaranta tonnellate di peso, sviluppate in sette metri di lunghezza e quattro di altezza: il carro armato più pesante della Grande Guerra era italiano e fu costruito esattamente cento anni fa, nel 1917. Si chiamava Fiat 2000 e, per l’epoca, era considerato avanzato, potendo vantare alcune innovazioni tecnologiche non trascurabili. La sorte degli unici due esemplari costruiti è misteriosa, coperta dalle sabbie del deserto di Libia, o dispersa nella confusione successiva all’8 settembre 1943.

Chissà. Tra le tante novità tecnologiche prodotte dal Primo conflitto mondiale, un posto di rilievo assoluto spetta ai primi carri armati, studiati per sbloccare il disperante stallo della guerra di trincea. La nuova “fortezza semovente” doveva poter superare ogni sbarramento, falciare i reticolati e portare la potenza di fuoco di cannoni e mitragliatrici direttamente nel campo avversario rimanendo, per quanto possibile, invulnerabile alle artiglierie nemiche. 

“Tank” – “cisterna”, con questo nome volutamente poco appariscente gli inglesi chiamarono i primi prototipi, dal “Little Willie”, realizzato nel 1915 al Mark V. Costruirono circa 1400 di questi mezzi, ma furono superati dai francesi che ne produssero, durante la guerra, ben 4000, in massima parte del famoso modello FT 17, un carro leggero di grande successo. 


I tedeschi svilupparono tardivamente un carro pesante, l’A7V, ma, curiosamente, nonostante la loro tradizionale attenzione alle novità tecnologiche, ne produssero appena venti esemplari. L’Impero Austroungarico non fu in grado, per motivi economici e tecnici, di produrre un proprio carro armato, mentre l’Italia ne costruì sei: due Fiat 2000, e, successivamente, quattro Fiat 3000 (un’eccellente rivisitazione del carro francese FT 17) ben più adatto agli accidentati terreni alpini. La fabbrica torinese aveva iniziato a progettare un carro pesante italiano fin dal 1916, prendendo spunto da alcuni articoli e fotografie che riguardavano il prototipo inglese “Little Willie”.

In appena un anno, gli ingegneri Carlo Cavalli e Giulio Cesare Cappa (poi fondatore della casa automobilistica Aquila italiana) progettarono il mezzo, dotandolo di alcune importanti innovazioni. Secondo i dati forniti dall’Ufficio storico dell’Esercito, il Fiat 2000 fu il primo carro pesante ad avere l’armamento principale – un cannone da 65 mm - posto in torretta. Dato l’ampio settore di tiro in elevazione, poteva sparare anche a tiro curvo, come un obice. Era dotato di ben sette mitragliatrici Fiat mod. 1914 in cal. 65, mm. Fu anche il primo carro armato a separare il vano motore da quello dell’equipaggio, composto da dieci uomini comandati da un ufficiale - capocarro. 

Una novità non da poco, questa, dato che, tra i più drammatici inconvenienti dei primi carri inglesi, vi era il soffocamento cui era sottoposto il personale, a causa del surriscaldamento del motore e dei suoi fumi che non venivano espulsi tramite tubi di scappamento. Altri pregi del Fiat 2000 riguardavano la forma dei cingoli, che lo rendevano adatto a superare dislivelli impensabili per l’epoca. Durante una dimostrazione del 2 aprile 1919, il carro fu capace di scalare un muro con terrapieno alto 1, 10 m, poi sgretolò un muro di mattoni di 3,50 m, spesso 60 cm, fu in grado di abbattere alberi di diverse dimensioni e, infine, di travolgere vari ordini di reticolato. 

Se tali manifestazioni di potenza meccanica riscuotevano grande ammirazione tra il pubblico, lo Stato Maggiore non si dimostrò altrettanto interessato ad implementarne la produzione. Il colosso d’acciaio era eccessivamente visibile, lento, e fra l’altro, la sistemazione delle mitragliatrici - troppo in alto sulle corazzature inclinate - non consentiva di effettuare il tiro in depressione al di sotto di qualche grado cosa che lasciava scoperta una zona piuttosto ampia immediatamente intorno al carro. 



Un altro problema era costituito dai cingoli troppo stretti, appena 45 cm per un gigante di quel peso che lo portavano ad affondare in terreni cedevoli. Lo stesso Generale Armando Diaz non voleva saperne di carri pesanti e la fine della guerra fece scemare del tutto l’attenzione sui mezzi corazzati, almeno per qualche anno. 

I due esemplari di Fiat 2000 furono destinati, nel 1918, alla 1a Batteria Autonoma Carri d’Assalto del Regio esercito; uno fu spedito in Libia, dove, nel 1919, ebbe il suo battesimo del fuoco durante uno scontro con arabi ribelli nella zona intorno a Misurata. Fu in quella occasione che il carro, con i suoi 7,5 km/h di velocità massima, pure superiore ai carri pesanti inglesi, dimostrò di essere troppo lento per quell’impiego. I suoi 75 km di autonomia con un consumo di circa otto litri di benzina per kilometro risultavano anche poco pratici per le grandi distanze della Tripolitania.

Che questo esemplare sia rimasto abbandonato nel deserto libico, o che sia stato smantellato non è dato sapere. Il secondo carro, rimasto in Patria, fu custodito per anni presso il Forte di Pietralata, a Roma. Nel 1934, ricomparve all’ingresso del Campo Dux nel quartiere dei Parioli, dotato di una nuova livrea grigioverde e di due cannoni anteriori da 37/40 che presero il posto delle mitragliatrici. Nel 1936 troneggiava come monumento al centro della caserma Corrado Mazzoni, del 3° Rgt fanteria carrista, e alcuni testimoni lo videro nel 1939, in una rimessa della Caserma Bava di Vercelli. Da lì in poi non se ne seppe più nulla. Forse questo gioiello della tecnica della Grande Guerra e dell’industria italiana è stato inviato in fonderia. Di certo non potrà presenziare al suo centesimo compleanno. 
Andrea Cionci

La pubblicità su YouTube sarà solo sui canali con più di 10 mila visualizzazioni

lastampa.it
enrico forzinetti

Stretta della piattaforma sull’inserimento di annunci nei video: in questo modo si cerca di ostacolare chi prova a guadagnare soldi caricando materiale ripreso da altri utenti



Niente più pubblicità sui video finché il canale non ha raggiunto 10 mila visualizzazioni complessive. YouTube ha annunciato una nuova politica per gli utenti che tramite il Programma partner cercano di fare soldi attraverso gli annunci pubblicitari, dopo aver caricato i loro video sulla piattaforma.
Come sottolineato nel post, la decisione serve per impedire che alcune persone riescano a guadagnare condividendo materiale non originale, ma ripreso da altri utenti. Fissando la soglia a 10 mila visualizzazioni del canale si cerca di porre un freno a questi abusi, allo stesso tempo non penalizzando nemmeno troppo chi per la prima volta si butta in questo mondo per avere un ritorno economico.

Oltre a questa stretta sulla pubblicità, la piattaforma ha annunciato anche altre novità. Nelle prossime settimane verranno aggiornate le linee guida per permettere ai nuovi creativi di entrare a far parte del Programma partner di YouTube. Tra le varie cose ci sarà un maggior controllo sui contenuti dei singoli canali e della loro attività.

Misure che si sono rese necessarie dopo alcuni recenti casi che hanno coinvolto YouTube. Soltanto qualche settimana fa inserzioni finanziate dal governo inglese, dal Guardian, dalla BBC, da Channel 4 e dei supermercati Saintsbury’s , erano comparse all’interno di video inneggianti all’odio e all’omofobia. I vari soggetti erano stato così costretti a ritirare i propri annunci pubblicitari.

Svezia, il paradiso buonista che sforna 300 foreign fighter

ilgiornale.it
Michele Ferro - Sab, 08/04/2017 - 08:25

Il governo fatica a gestire l'integrazione, mappate 53 aree critiche. Il caso dei sussidi statali usati per finanziare l'Isis



Anche dalla Svezia il denaro pubblico di sussidi sociali è partito per finire nelle tasche di combattenti dello Stato islamico.

La Scandinavia si scopre vulnerabile e deve vedersela con numerosi casi di abuso, da parte di immigrati, degli aiuti elargiti dal generoso sistema del Welfare nordico. È un rapporto del Centro nazionale per gli studi sul terrorismo della Swedish defence university di Stoccolma, realizzato per conto dell'Autorità di supervisione finanziaria, a evidenziare l'esistenza del cortocircuito assistenziale svedese. Decine le posizioni di abuso scoperte nel periodo 2013-2016. Si parla di contributi per l'affitto, assegni familiari e prestiti per studenti percepiti da individui che hanno lasciato la Svezia per Irak e Siria: sono 300 in totale i foreign fighter censiti, 120 quelli che hanno fatto ritorno in Scandinavia.

Ma anche, addirittura, di una compagnia di intermediazione sociale aperta e sfruttata da immigrati per impossessarsi direttamente e indebitamente di sovvenzioni per disabili, al fine di dirottarle almeno in parte nella jihad. Riuscire nel sistema non è stato nemmeno troppo complicato per chi lo ha messo in piedi. I combattenti sono stati capaci di succhiare migliaia di euro alle istituzioni grazie alla complicità di amici o parenti rimasti in Svezia. Questi ultimi hanno messo in pratica azioni per simulare la presenza sul suolo svedese di chi in realtà si trovava all'estero. Su di loro sono puntate ulteriormente le lenti delle autorità.

Sebbene in molti abbiano gettato acqua sul fuoco in merito alla questione dell'immigrazione in Svezia dopo la gaffe di Donald Trump sull'attentato mai avvenuto, non mancano, e non sono trascurabili, ulteriori problematiche connesse alla crescente presenza di stranieri. L'attentato di ieri ha scosso la nazione. Ma negli ultimi tempi i cittadini svedesi si sono sempre più abituati a notizie in cui la violenza arriva a toccare vette insolite per questi territori.

Bande criminali straniere e svedesi hanno ormai preso confidenza addirittura con l'uso di bombe a mano e il sospetto è che siano importate dai Balcani da figure connesse ai canali di immigrazione illeciti. Negli ultimi due anni l'utilizzo è dilagato in tutta la Svezia: dai pochi e più isolati episodi del passato si è giunti a una cinquantina di esplosioni sia nel 2015 che nel 2016, con diversi feriti e un morto. Il 2017 non è esente: l'ultima esplosione risale alla fine di febbraio, a Malmo.

In generale la violenza è calata in Svezia negli ultimi vent'anni a fronte di una crescita del numero di immigrati e complessivamente la maggioranza dei crimini è commessa da svedesi, ma c'è da fare i conti con una recente recrudescenza dei reati contro la persona e con un'incidenza elevata dei fenomeni criminali tra gli stranieri, che hanno una probabilità 2,5 volte più alta di essere accusati di un illecito rispetto a cittadini svedesi nati da entrambi i genitori svedesi.

Un tema, questo, strettamente legato all'altro problema connesso all'immigrazione: l'integrazione. Nonostante la grande cura della istituzione svedesi per l'inclusione, non sono pochi i quartieri caratterizzati dalle difficoltà di inserimento per la grande presenza di immigrati e dal disagio sociale, oltre che dalla criminalità. Il governo ha mappato 53 aree di questo genere in giro per il Paese, dove la situazione è complessa e sarà necessario intervenire.

Altro capitolo, quello dei nuovi ingressi in Svezia, che proprio in questi giorni stava ragionando sul fenomeno migratorio. A Stoccolma, prima dell'attacco, si lavorava per rafforzare i controlli ai confini e quelli interni con l'obiettivo di combattere l'immigrazione illegale.

Polenta istantanea ritirata dai supermercati, il Ministero della Salute: "Può nuocere alla salute"

ilmattino.it

Polenta istantanea ritirata dai supermercati, il Ministero della Salute:

Polenta istantanea ritirata dal mercato dopo l'allerta del Ministero della Salute. Si tratta della Iris biologica, prodotta dall’azienda La Grande Ruota Srl nello stabilimento di Dello, in provincia di Brescia. Il prodotto viene segnalato come "senza glutine", ma stando ai controlli effettuati sarebbero invece presenti tracce di glutine.

Il prodotto è stato immediatamente ritirato dagli scaffali dei supermercati a causa della possibile presenza di allergeni che potrebbero, quindi, esporre chi lo consuma a rischi per la propria salute. Il lotto richiamato è esclusivamente il numero L 05102017 con termine minimo di conservazione al 05/10/2017, venduto in confezione da 500 grammi. Oltre alla presenza di glutine il prodotto conterrebbe anche altre micotossine oltre i limiti di legge.

Si invitano le persone che avessero acquistato il prodotto a restituirlo presso il punto vendita in cui è stato preso. 

Venerdì 7 Aprile 2017, 16:40 - Ultimo aggiornamento: 07-04-2017 16:43

Mussolini riposa in pace. L’odio, no!

ilgiornale.it
Nino Spirlì



Non è ancora arrivato, quel fatidico 25 aprile (in primis, Festa di San Marco e, dunque, onomastico di mio nipote Marco) – il giorno in cui c’è ancora chi si sente vivo, ringalluzzito, al solo pensiero che il fascismo sia finito – che già si avverte nell’aria un olezzo di menzogna e di becero protagonismo. Ad ogni annata, si aggiunge un figlio, un nipote, un pronipote di qualche presunto “eroe” della guerra civile, che vuole godere dei suoi quindici minuti di esposizione pubblica, di talk, di docufiction pseudostorica, durante i quali concionare sulla guerra di liberazione. Quella che ha sporcato di sangue non solo le strade, ma, soprattutto, la dignità degli Italiani, macchiandoci, per sempre, del peggiore dei peccati: il fratricidio e il parricidio.

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Settanta e più anni passati nell’odio non hanno ancora  insegnato, a una porzione di questo Popolo quasi meraviglioso, che la Storia si scrive da sola: non la creano né i vincitori, né i vinti. Prima o poi, infatti, le bugie dei vittoriosi vengono scoperte e la guerra riprende. Già! La guerra. Quella che i finti vincitori continuano a deprecare pubblicamente, ma di cui si beano nei racconti. Salvo, poi, dover fare i conti coi propri incubi.

Le innegabili schifezze perpetrate sui civili, a fine conflitto, non hanno giustificazione. Fascisti o no! E sono sicuro che i protagonisti di quelle porcate siano proprio gli stessi che, nel corso di questi maledetti settant’anni, abbiano inventato una nobiltà che quella guerra non ha avuto. Non sono nobili quegli stupri, gli omicidi, i ferri di cavallo inchiodati alle mani e ai piedi di gente inerme, le sevizie, le torture, le foibe… Così come non lo erano stati i lager, le leggi razziali, le purghe…

E non è nobile, oggi, a parer mio, continuare a mentire. Né continuare a riesumare fantasmi di un passato che E’ PASSATO, per cercare di rattoppare un presente sbrindellato e senza dignità. Figlio di una ricostruzione fasulla e di una rivoluzione politica e sociale postsessantottina, ignorante, proterva e stronza. Tanto per rimanere alle chiacchiere da bar della piazza e senza voler intavolare discorsoni da convegno mondiale sul XX secolo.

Non finiranno le repliche televisive pasquali di tutti i gesucristi cinematografici, che cominceranno le messe in onda di “testimonianze” di ogni genere su un periodo che, piaccia o no, ha portato l’Italia ad essere una delle Potenze Mondiali. Ma “i Vinti” non avranno, ancora una volta, diritto alla parola. A ciacolare di fascismo e antifascismo saranno, ancora, storici improvvisati, magari trenta/quarantenni; presunti “testimoni”, senza prove alla mano; parenti o eredi di antifascisti veri e presunti. Magari qualche vedova di partigiano. Anche di quelli che lo sono diventati dopo il 25 aprile 1945, dopo il 28 aprile 1945!

O, peggio, si ritaglieranno uno spicchio di palcoscenico quei dannati della storia, nati dieci, vent’anni dopo la fine della guerra, che grondano odio per sentito dire. Per ozio. Perché da piccoli non avevano la televisione. Perché non esserci fa male.

Mussolini riposa. Anche i suoi figli.
L’odio, no.

Sindaco per un giorno

lastampa.it
mattia feltri

È con convinto entusiasmo che ci si appresta a elogiare Virginia Raggi. Il sindaco di Roma ha deciso di chiudere al traffico tre vie di Roma nel rione Monti, dove in dichiarazione di conflitto d’interessi ammette di abitare lo scrivente. Era un’idea di Ignazio Marino, abbandonata perché gli abitanti si ribellarono all’idea di non parcheggiare sotto casa. Ora ci riprovano e hanno inscenato una manifestazione di piazza dal contenuto inedito: l’isola pedonale favorirebbe il degrado, souvenir di giorno e movida di sera. Appreso che per qualcuno le automobili sono un apprezzabile arredo urbano, Raggi ha risposto con magnifica tempra craxiana: dicono sempre così, poi si abituano e sono tutti contenti. 

Eccole le più appaganti sorprese della democrazia indiretta, in cui il sindaco fa quello che gli pare giusto, e poi ci si rivede alle prossime elezioni. In effetti nulla sarebbe più facile di applicare a questo caso la dottrina della democrazia diretta: a Monti abitano tredicimila persone, si indice un piccolo referendum con consultazione online, secondo rivoluzione appena annunciata dal Campidoglio, uno vale uno, la maggioranza vince. E invece no. Rousseau stavolta non garba, si fa come dice Raggi sulle basi di una tesi stentorea: io so meglio di voi che cosa è meglio per voi. Raggi di ieri l’avrebbe considerato uno scippo di sovranità popolare, Raggi di domani chissà, ma Raggi di oggi fa il sindaco, e quello che ha in testa non vale uno, deve valere per tutti. Di questi tempi sembra un scandalo, invece è la Costituzione. 

Twitter ritira la causa, il governo Usa rinuncia a chiedere i dati di un utente

lastampa.it



Twitter ha annunciato di aver ritirato la causa contro il dipartimento per la Sicurezza interna degli Stati Uniti. Il gruppo infatti ha scelto di fare un passo indietro dopo che il governo ha comunicato di aver a sua volta ritirato la richiesta fatta a Twitter di rivelare l’identità dietro a un profilo.
Il 14 marzo Washington aveva chiesto all’azienda di consegnare i dati dell’utente del profilo @ALT_USCIS, da cui vengono attaccate le politiche sull’immigrazione del presidente Donald Trump. Twitter aveva definito la mossa come un attacco illegale alla libertà di parola garantita dalla costituzione americana. 

@ALT_USCIS ha fatto all’incirca 9.000 tweet da quando Trump si è insediato alla Casa Bianca e secondo il dipartimento della Sicurezza interna il profilo sarebbe gestito da almeno un impiegato di un ufficio federale americano che si occupa di immigrazione. 

Battesimi

lastampa.it
jena@lastampa.it

Ora sì che Trump è un vero Presidente americano.

Vendesi acqua di Lourdes. La beffa corre su Amazon

lastampa.it
fabio poletti

I cattolici indignati: “Offerta illecita, per chi la vuole è gratis”. L’azienda si difende: non è un prodotto di nostra produzione


AFP
La grotta di Massabielle a Lourdes, luogo di pellegrinaggio a seguito delle presunte apparizioni della Madonna

C’è chi si lamenta che la statuetta sembrava più grande. Altri che la bottiglietta non era del tutto piena. Altri ancora lasciano commenti tra il sarcastico e il blasfemo. Sembra una tempesta in un bicchier d’acqua e invece una parte del mondo cattolico è in subbuglio. Tutto perché su Amazon il più grande e-commerce del mondo da qualche giorno viene venduta la classica statuetta della Madonna di Lourdes con annessa acqua benedetta. Per essere acqua i prezzi sono alti: la statuetta da 20 centimetri viene 11 euro e 71 centesimi. Se si vuole esagerare c’è pure la tanica da 1 litro per 41 euro e 90. Naturalmente la garanzia che sia proprio l’acqua della fonte miracolosa della grotta francese dove nel 1858 apparve la Madonna è, per chi ci crede, il vero valore del manufatto.

Il problema è che - sottolineano cattolici indignati - l’acqua di Lourdes non può essere venduta. Viene semplicemente regalata ai fedeli. Basta chiederla al Service d’expedition d’eau de Lourdes all’1 di avenue Mgr Théas. Fino a 2 litri la consegna è garantita e del tutto gratuita. Che qualcuno la possa commercializzare - sperando che sia proprio la vera acqua di Lourdes - fa indignare il mondo cattolico. Il quotidiano Avvenire si fa portavoce della protesta: «Si tratta di un’offerta illecita. Nessuno è autorizzato a vendere l’acqua di Lourdes. Come dice Jeff Bezos il fondatore di Amazon “la credibilità è quello che dicono di voi quando siete in un’altra stanza”. E in questo caso parlare bene di Amazon è davvero difficile».

L’attacco è frontale. I toni sono da crociata. Ma dall’altra parte il marketing religioso è imponente. In Italia ci sono oltre 700 negozi che vendono souvenir religiosi. Solo a Roma, il centro della cristianità, sono 90. Tutti insieme fatturano oltre 30 milioni di euro. Anche Papa Francesco ha avuto da ridire più volte. Amazon si difende sostenendo che il prodotto è venduto da loro ma non è di loro produzione. L’azienda di Jeff Bezos mette a disposizione di venditore e acquirente la piattaforma digitale per l’e-commerce. Nessun commento ufficiale ma solo il riferimento alla policy aziendale: «Nelle pagine di dettaglio di ciascun prodotto è indicato se il prodotto è venduto da terzi. Amazon facilita le transazioni che intercorrono sul sito ma non è parte del contratto di vendita. Amazon rimane pertanto estranea a questo contratto. Il venditore è l’unico responsabile».

Il venditore - in realtà una vera macchina da guerra nel produrre oggettistica religiosa - come correttamente indicato sul sito di Jeff Bezos è la londinese Catholic Gift Shop ltd. Anziché di affari preferiscono parlare del valore religioso della loro opera e ovviamente garantiscono che il prodotto è autentico: «Cinque milioni di fedeli in tutto il mondo ogni anno vanno a Lourdes. Altri che vorrebbero recarsi non possono farlo. Noi mettiamo l’acqua di Lourdes a disposizione di tutti in qualsiasi parte del mondo». L’importante è crederci. Ma in Italia per non incorrere in grane legali di alcun tipo c’è chi commercializza solo il contenitore senza l’acqua benedetta. La statuina della Madonna sul sito libreriadelsanto.it costa 1,84 euro sempre nelle dimensioni da 20 centimetri. Le stesse della boccetta venduta su Amazon.

Dalla Libreria del Santo di Padova spiegano che non ne vendono neppure molte. Ma soprattutto le vendono vuote: «I fedeli preferiscono farsi benedire la loro acqua direttamente in parrocchia oppure andare personalmente a Lourdes e riempirla alla fonte». Magari è solo per una maggiore partecipazione all’evento religioso. C’è il sospetto che qualcuno sia dubbioso come San Tommaso e preferisca toccare con mano che l’acqua sia proprio quella lì. Sempre che l’Europa non decida di applicare il marchio dop anche all’acqua di Lourdes.