lunedì 10 aprile 2017

L’arte della maleducazione che nasce in politica

lastampa.it
alberto mattioli



Incombe l’estate del nostro scontento, tutta bermuda e infradito, stereo a palla e dita nel naso. La cosiddetta bella stagione scatenerà presto le immancabili cafonaggini «made in Italy» e d’importazione, tipo i turisti che fanno il bagno nel Canal Grande o il picnic sotto la Loggia dei Lanzi, e le ancor più immancabili stigmatizzazioni a mezzo stampa. Vince il premio Banal grande, edizione 2017, il primo editorialista che tuonerà contro lo sbraco rimpiangendo l’educazione sì bella e perduta e chiedendo ordinanze severissime. Un po’ di bon ton, Dio bon.

Bisognerebbe invece che le sedicenti élite facessero un po’ di esame di coscienza. La maleducazione non dilaga per caso. La politica, per esempio, dà un pessimo esempio. L’overdose di politicamente corretto, questo linimento universale sui mali del mondo, ha ampiamente stufato. Ma questo non giustifica che si possa dire qualsiasi cosa passi per la testa, invettive e ingiurie comprese, e magari pure in un italiano improbabile quanto l’abbigliamento.

I leghisti, in questo senso, sono stati dei pionieri, ma avevano almeno l’attenuante di una volgarità che si voleva vernacola e popolare, pane al pane, dialetto e gesti dell’ombrello di bossiana memoria inclusi. Adesso i grillini, gente al di là del bene, del male e del congiuntivo, li hanno superati. L’Appendino si salva nel suo madaminismo 2.0, ma il resto della scamiciata combriccola dovrebbe andare a lezione dal Capo per diritto dinastico, quel Davide Casaleggio che, appena ostenso in tivù, non dice nulla ma lo dice con un certo uso di mondo e della sintassi, e con una cravatta tollerabile. 

Fin qui gli antisistema. Ma non è che i partiti del sistema stiano meglio. Ultimamente franano anche i piddini, con Emiliano in canotta sul suo letto di dolore (non pretendiamo una vestaglia di seta, ma un pigiamino, no?) e la Fedeli che apostrofa con sproporzionato sarcasmo un «giornalisto» colpevole di non averla chiamata «ministra», giusto per massacrare un po’ di più l’italiano (va bene, ministra, basta solo che non pretenda di farsi chiamare dottoressa...). A questo punto, a parte la sua vita privata che è poi la più pubblica e pubblicata della storia, si apprezzano perfino i doppiopetto Caraceni, i capelli catramati e l’eloquio veterobrianzolo del Berlusca. Per non parlare del rassicurante grigiore di Gentiloni, di nome e di fatto, e delle impeccabili grisaglie con panciotto (lo metterà anche a Ferragosto?) di Mattarella. E poi dicono che non si deve rimpiangere la Dc...

Però anche i media dovrebbero fare l’esame di coscienza. A parte le risse televisive, che non sono esattamente edificanti, per anni hanno incensato qualsiasi potente che infrangesse l’etichetta, se ne infischiasse del protocollo e si comportasse «con spontaneità», che poi di regola è spontanea solo nei comunicati stampa o nelle veline dei tiggì. È stato un errore madornale. Visto che non tutti sono Pio XII o l’avvocato Agnelli o la Regina Elisabetta, cioè non tutti, anzi molto pochi, sono provvisti di una classe naturale e di un’innata capacità di sapersi destreggiare in ogni circostanza, le regole di comportamento, il protocollo, l’etichetta sono non solo doverosi, ma indispensabili.

Perché insegnano a stare al mondo a chi non ha spesso alcuna idea di come starci con un minimo di decoro. E magari lo aiutano a servire da modello a chi, dall’altra parte della scala sociale o della catena di comando, si chiede perché mai dovrebbe comportarsi civilmente lui, mentre chi sta sopra di lui è così cafone.