mercoledì 12 aprile 2017

La vecchia Mini? Un costruttore inglese la produce di nuovo, ma costa 58 mila euro

lastampa.it
omar abu eideh (nexta)

La Mini Remastered riprende lo stile del modello originale e sarà prodotta artigianalmente in 50-100 pezzi l’anno



Cosa è un mito su 4 ruote? Un’automobile, magari con decenni di carriera alle spalle, capace di non passare mai di moda, continuando perennemente a incontrare il favore del pubblico. Fra le poche vetture “immortali” c’è sicuramente la Mini degli anni 60, da sempre un mito per i giovani e i meno giovani. Ora la David Brown Automotive ha intenzione di ricostruirla in salsa moderna: la factory di Coventry (Inghilterra) è quasi pronta a commercializzare la nuova Mini Remastered, che ricalca forme e contenuti del modello originale ma annovera anche tecnologie di ultima generazione. La vettura sarà mostrata all’esposizione Top Marques di Monaco, in programma dal 20 al 23 aprile. 



Con un prezzo di listino di circa 50 mila sterline (58.500 euro), la Remastered si rivolge ai collezionisti, vista anche la costruzione completamente artigianale: ogni esemplare richiede un migliaio di ore di manodopera e la produzione non supererà le 50-100 unità l’anno. 
La struttura della scocca è più rigida del 50% rispetto al passato. Di originale sono rimasti invece i motori da 1.275 cc, che però toccano gli odierni livelli di potenze: si parla addirittura di versioni attorno ai 100 CV; non male per un peso mosca da 700 kg. Riviste di conseguenza le caratteristiche di freni, sospensioni, carreggiate e cerchi in lega.



Non mancano poi accessori come le luci anteriori a led, l’impianto audio con quattro altoparlanti, l’accensione a pulsante, il sistema d’ingresso senza chiave e l’infotainment compatibile con smartphone. Ha invece un sofisticato sapore retrò il quadro strumenti analogico. Completamente personalizzabili i colroi della carrozzeria. La Mini Remastered è proposta in due varianti: la “Inspired by Café Racers” e la “Inspired by Monte Carlo”, quest’ultima a ricordare la vittoria nel celebre rally omonimo.

“Bella bella in modo assurdo”: battuta per 40 mila euro la Fiat 500 Limousine di Zoolander 2

lastampa.it
andrea barsanti (nexta)

L’auto, usata per le riprese del film del 2016 con protagonisti Ben Stille e Owen Wilson, è stata venduta all’asta


La Fiat 500 Limousine durante le riprese a Roma

Sui suoi sedili si sono seduti nientemeno che Derek Zoolander (Ben Stiller) e Hansel McDonald (Owen Wilson), i modelli “belli belli in modo assurdo” protagonisti del sequel di “Zoolander”, e adesso la 500 L Limousine usata nel film è finita all’asta e un fortunato appassionato è riuscita ad accaparrarsela sborsando 40.000 euro.



In totale sono state 15 le offerte avanzate per la “special edition” della 500 L, usata per girare alcune delle scene del film uscito a febbraio 2016 e ambientato quasi interamente a Roma: firmata da un designer di Chieti che per assemblarla ha sfruttato parti di una Giardiniera del 1970 e di una Fiat 500 F, la carrozzeria è stata verniciata di blu per darle l’aspetto “fashion” di una vera limousine e adattarsi alla trama del film, in cui Derek e Hansel devono sventare un complotto tra party e sfilate. 



Lunga 4 metri, l’auto ha un motore a benzina da 700 cc e cambio manuale sincronizzato, ed è accessoriata con frigobar e autoradio incastonato in un rivestimento in mogano: un pezzo unico, così come il suo proprietario, che ha assicurato che il contachilometri supera i 2.000 km e che le targhe sono ancora quelle originali (anche se possiede anche quelle europee per la circolazione).
Sul sito di aste online Catawiki, dove la 500 limousine è stata messa in vendita lo scorso 31 marzo, in meno di due settimane le offerte sono salite da 5.000 a 40.000 euro, cifra cui l’auto è stata alla fine venduta. Il fortunato compratore dovrà adesso spostarsi a San Salvo, in provincia di Chieti, dove la speciale 500 è custodita sin dall’ultimo ciak. 

Microsoft dice addio a Windows Vista

lastampa.it
marco tonelli
Pubblicato il 11/04/2017. Ultima modifica il 11/04/2017 alle ore 21:12

Da oggi stop agli aggiornamenti e alle correzioni per eventuali errori o falle nella sicurezza



Addio ad aggiornamenti e correzioni per eventuali errori o falle nella sicurezza. Come previsto da tempo, a partire da oggi, 11 aprile, Microsoft non supporterà più Windows Vista. Una decisione che obbliga tutti coloro che utilizzano ancora il sistema operativo a migrare verso i successori 7, 8 e 10. Un problema però, che riguarda solo una piccolissima porzione del mercato: lo 0,75% degli utenti. I quali dovranno fare i conti con enormi rischi, in particolare per quanto riguarda la sicurezza.

Lanciato nel 2007, Vista è stato uno degli OS meno apprezzati dagli utenti. Con la sua grafica rinnovata (il nuovo menu start e l’interfaccia Aero Glass che trasformava le tradizionali finestre in pannelli sfumati come vetro), era stato pubblicizzato da Microsoft come un deciso cambio di passo rispetto al passato. Ma allo stesso tempo, richiedeva particolari specifiche hardware: con il risultato che molti personal computer offrivano prestazioni deludenti. Per questo motivo, buona parte degli utenti avevano preferito utilizzare ancora il precedente Windows XP, senza dimenticare il successivo Windows 7, uno dei sistemi operativi più apprezzati di sempre.

Ma come scrive The Verge, nonostante le critiche, alcune delle innovazioni sperimentate con Vista, sono le stesse che hanno decretato il successo di Windows 7 o 10 (si pensi all’interfaccia per la ricerca o ad alcuni aspetti della grafica), capaci di diventare le fondamenta per le successive modifiche e cambiamenti. «Purtroppo,questo sistema operativo è arrivato in un periodo storico in cui Microsoft era ossessionata dal monopolio sul mercato, senza tenere conto delle esigenze dei clienti», spiega il sito.

Estirpare la mala pianta dell’antisemitismo

corriere.it
risponde Aldo Cazzullo

Caro Aldo,
ha ripreso a soffiare un preoccupante vento antisemita. In Francia gli studenti ebrei di licei e scuole medie sono vittime di aggressioni a sfondo razzista. Un clima che riporta alla memoria eventi storici drammatici.
Gabriele Salini gabriele.salini@gmail.com

Dovunque, salvo in Israele, un ebreo che passeggi per le vie delle città, per il semplice fatto di indossare una kippà, corre gravi rischi. Sono convinto che, a parte la piaga dell’atavico antisemitismo, una forte responsabilità di questa aberrazione ricada sui media che demonizzano Israele per gli insediamenti, criticabili ma infinitamente meno cruenti del massacro di civili in Siria, degli stupri di massa di Boko Haram, delle impiccagioni in Iran.
Franco Cohen franco.cohen@yahoo.it


Caro Gabriele, caro Franco, Alla vergogna dell’antisemitismo nelle scuole francesi, denunciata sul Corriere da Ernesto Galli della Loggia, vanno aggiunte purtroppo storie da altri Paesi europei. Compresa la Germania, dove l’incrocio tra l’«atavico antisemitismo» e l’ideologia nazista produsse il genocidio che ha segnato il secolo scorso. A Berlino un ragazzo ebreo di 14 anni è stato vessato per 4 mesi dai compagni di origine araba e turca. Dopo l’ennesima aggressione i genitori hanno dovuto ritirarlo dalla scuola. Ed era un istituto «modello», che fa parte di una rete dal nome «Scuola contro il razzismo».

In Francia il terrorismo ha più volte attaccato specificamente gli ebrei. Il 9 agosto 1982 gli uomini di Abu Nidal colpirono con bombe e kalashnikov la leggendaria brasserie Jo Goldenberg del Marais, simbolo dell’identità ebraica parigina (oggi purtroppo diventata una mesta jeanseria): sei morti e 22 feriti. Cimiteri ebraici furono profanati molte volte. L’ondata di terrorismo di questi anni fu inaugurata da Mohammed Merah, che nel pieno della campagna elettorale 2012 assassinò 7 persone, tra cui 3 bambini ebrei colpiti fuori da una scuola. E dopo la strage di Charlie Hebdo fu assalito un supermercato kosher.

Onestamente non credo, caro Franco, che tutto questo sia legato alle critiche agli insediamenti. Criticare la politica di Israele non significa essere antisemiti, così come criticare Trump od Obama non significa essere antiamericani. Si sono espressi contro le scelte di Netanyahu scrittori e artisti israeliani. E questo è possibile perché Israele resta l’unica democrazia del Medio Oriente. Difenderla dalle violenze terroristiche e dalle campagne d’odio è un dovere per chiunque si riconosca nella causa della democrazia e della libertà.

Gli scambisti

lastampa.it
mattia feltri

Che due assistenti parlamentari dei Cinque Stelle si siano finti giornalisti per intervistare il direttore del Tg1, Mario Orfeo, non è per nulla stupefacente. Infatti è noto che i politici, non sapendo fare politica, provano a fare i giornalisti, che è anche molto più semplice. E spiegano ai giornalisti quali notizie debbano prevalere, quali siano state occultate, quali capisaldi deontologici siano stati infranti. Ma i giornalisti, che non sono più tanto bravi a fare i giornalisti, sono diventati bravissimi a fare i politici, e spiegano alla politica che leggi bisognerebbe varare per sistemare i conti pubblici, rendere le città sicure, fermare l’immigrazione e ripulire l’aria. 

Alcuni giornalisti allora diventano politici e non sanno assolutamente fare politica, ma a quel punto hanno doppia autorità sul giornalismo. E in questo caos, chi fa i giornali? I magistrati, almeno quelli non ancora entrati in politica, che più pragmatici non spiegano ai giornalisti come si fanno i giornali, li fanno direttamente decidendo quali inchieste vanno in pagina, con che risalto, con quali obiettivi. E così i giornalisti che non hanno la passione per la politica si sono messi a fare i magistrati, e ogni mattina si chiedono quale giunta possano sgominare, o quale ministro cogliere con le mani nel sacco. Nel tempo libero, poi, siccome non le fa nessuno, i magistrati fanno anche le leggi con le loro sentenze. Dunque i processi si fanno sui giornali, le leggi si fanno in tribunale e le notizie le danno un po’ tutti, di modo che non funziona niente. Ma ci si diverte un sacco. 

Soli

lastampa.it
jena@lastampa.it

Di fronte a un mondo che rischia di esplodere noi italiani ci sentiamo soli, soli con Alfano.

Qualcomm fa causa ad Apple: avrebbe scelto di depotenziare volontariamente gli iPhone

lastampa.it
andrea nepori

A gennaio Cupertino aveva chiesto un miliardo di danni al produttore di componenti, che ora risponde con un’altra azione legale: “Le prestazioni dei nostri componenti sono state limitate intenzionalmente, è concorrenza sleale”



A gennaio Apple ha fatto causa a Qualcomm, uno dei maggiori produttori di chipset per smartphone, chiedendo un miliardo di dollari di danni. Secondo Cupertino l’azienda di San Diego avrebbe chiesto cifre eccessive per licenziare l’uso dei propri componenti. Tim Cook, il CEO di Apple, aveva giustificato la scelta di fare causa spiegando che Qualcomm si ostinava a «chiedere il pagamento di royalties su tecnologie che non hanno nulla a che fare» con i componenti usati sugli iPhone.

Qualcomm, come già prevedevano fonti di settore, ha lanciato la propria controffensiva, rispondendo alla denuncia di Apple con una nuova causa. Le accuse sono molteplici. Secondo il produttore di componentistica Cupertino avrebbe descritto in maniera ingannevole gli accordi vigenti tra le due aziende; sistematicamente interferito nei rapporti diretti tra Qualcomm e i fornitori asiatici che producono gli iPad e gli iPhone; fatto pressioni su governi e agenzie per la concorrenza per favorire l’avvio di indagini sulle condotte commerciali dell’azienda di San Diego.

L’accusa più grave, però, è ancora un’altra. Secondo Qualcomm Apple avrebbe «scelto di non utilizzare certe funzionalità ad alte performance dei chipset montati su iPhone 7», sostenendo poi che non vi fossero tangibili differenze di prestazioni tra quelle versioni dello smartphone e quelle che invece montano un componente realizzato da Intel. E non è tutto, Apple avrebbe inoltre obbligato Qualcomm a mantenere il riserbo sulla «reale differenza di prestazioni tra gli iPhone con il chipset Qualcomm e quelli con un chipset di Intel».

Il fatto che Apple avesse deciso di limitare le funzionalità degli iPhone 7 «versione Qualcomm» era cosa nota ed era già stata evidenziata dalle prime recensioni tecniche di iPhone 7 Plus, ad ottobre 2016. Una scelta discutibile, ma verosimilmente motivata da questioni di uniformità di prestazioni tra tutti gli iPhone in commercio. Secondo Qualcomm tale decisione e il fatto che sia stato intimato il silenzio sulle reali prestazioni dei dispositivi violano la legge californiana sulla concorrenza sleale. 
A meno di un accordo extra-giudiziale, sarà il tribunale federale di San Diego, nei prossimi mesi, a decidere chi abbia ragione.

Olocausto, Le Pen riscrive la Storia. Francia assolta per i rastrellamenti al Vel d’Hiv

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cesare martinetti

Nel ’42 consegnati ai nazisti 13mila ebrei. La leader del Front: nessuna responsabilità. Le presidenziali virano sulla convergenza antisemita tra gauchisti e estrema destra


Marine Le Pen è candidata alle presidenziali . Il primo turno si terrà il prossimo 23 aprile. Il 7 maggio il ballottaggio

Doveva essere una campagna in blu, il fiammeggiante «bleumarine» della Le Pen contro quello più sbiadito dell’Europa, e invece le presidenziali francesi rischiano di colorarsi di un inquietante rossobruno, dove il rosso sta per estrema sinistra e bruno sta per «bruno» e nessun riferimento a fatti realmente avvenuti è casuale. È il «gaucho-lepenisme» che si sta affermando, il tono viene dall’inedita coppia Mélenchon-Le Pen, il tribuno giacobino e l’erede della Francia nera.

Il pur brillante Macron, centrista e intransigente europeista, sta perdendo velocità nei sondaggi, il suo galateo socialdemocratico sembra appannato di fronte alla polarizzazione del match che si giocherà tra il 23 aprile. Anche Marine cala nei sondaggi, ma resta solidamente in testa. La vera novità è la dinamica di Mélenchon, in crescita inarrestabile. Viene ormai dato in terza posizione dietro Le Pen e Macron e si azzardano simulazioni sul ballottaggio (in programma l’8 maggio) dove sarebbe battuto dall’ex ministro di Hollande, ma dove vincerebbe nettamente su Marine.

La storia riscritta
Fantapolitica, per ora. C’è di vero che il gioco si sta facendo duro e domenica Marine l’ha sparato grossa. Nell’ansia di riscrivere la Storia ad uso elettorale, Madame Le Pen ha detto che «non ci sono state responsabilità francesi» nello sciagurato rastrellamento di Vel’ d’Hiv, estate 1942, quando la polizia del governo collaborazionista di Vichy consegnò ai nazisti tredicimila ebrei «stranieri» (cioè non francesi) che vennero tradotti nei campi di sterminio. Una macchia nerissima nella storia francese, tardivamente e parzialmente sanata cinquant’anni dopo da Jacques Chirac, con le scuse della République espresse nel gesto - forse - più solenne dei suoi dodici anni all’Eliseo. E sull’avvenimento non c’è disputa storica. 

Le «fake news»
Ma perché l’accortissima Marine Le Pen è scivolata nella prima fake news modello Trump? Lei che si è costruita in anni di lavoro politico per affrancarsi dalla figura del padre Jean-Marie in quell’operazione detta di «dédiabolisation» che in Italia chiamammo «sdoganamento» in occasione della conversione di Gianfranco Fini e dell’Msi in Alleanza nazionale? Marine ha poi precisato di considerare quello di Vichy un governo «non francese» e accusato gli avversari di volgari strumentalizzazioni. Ma è davvero difficile crederle. Oggi la comunicazione politica è studiata nei minimi dettagli fino al body language e alla mimica da tenere nei dibattiti tv.

La svolta sociale
E allora? Ci può aiutare a capire un libretto da poco uscito in Francia e curato da Michel Eltchaninoff, caporedattore di «Philosphie Magazine», il quale ripetendo un fortunato esercizio compiuto con Vladimir Putin è entrato «nella testa» della candidata («Dans la tete de Marine Le Pen», editore Actes Sud) e dissezionato i suoi discorsi. Rispetto al padre antistatalista, ammiratore di Churchill e Reagan, la Le Pen ha riorientato la linea di partito in senso sociale, in difesa della Francia «des oubliés» (i dimenticati) contro gli «adoratori dell’euro». L’operazione le ha consentito di dichiararsi «né di destra né di sinistra». Peccato che tutti i suoi riferimenti culturali (che Eltchaninoff rintraccia parola per parola) siano i quattro capisaldi della destra più estrema: terra, popolo, vita, mito. Tutti riassumibili nel «no agli stranieri» che resta il cuore dell’offerta politica lepenista.

Il negazionismo
E se il padre considerava le camere a gas un «dettaglio nella storia», lei si dichiara «pro sionista» dal 2011 (intervista al quotidiano israeliano «Haaretz»). Ma nella descrizione del «nemico» storico ricasca in tutti gli stereotipi del «vangelo» antisemita di Édouard Drumont (1886, Terza Repubblica) per scagliarsi contro quelli che puntano a dominare il mondo «costruito per l’uomo senza radici, nomade e schiavo dell’ordine mercantile... banchieri, industriali, uomini politici e giornali, estranei alla storia del Paese».

Il trucco retorico è palese: chi ha orecchie per intendere intende benissimo e non c’è dubbio che i soggetti sensibili siano numerosi. In un saggio da poco pubblicato da Marsilio («La Francia in nero») lo storico Marco Gervasoni ricompone con grande cura i fili neri che attraversano la cultura politica francese e cita un sondaggio di metà degli Anni Sessanta, dove solo il 10 per cento riconosceva la «Shoah» e ben il 58 per cento considerava gli ebrei «troppo potenti».

La saldatura nella battaglia contro le élite europee dell’estrema sinistra è nei fatti e nelle parole. Mentre la Le Pen riscriveva la Storia, domenica a Marsiglia Mélenchon arringava il popolo del vecchio porto: «È ora di finirla con questa casta dorata di parassiti incapaci». La differenza è un «dettaglio», le convergenze sono molteplici contro. E Gervasoni ci rammenta ancora che il «gaucho-lepenisme» fu legittimato dallo storico segretario comunista Georges Marchais. Le elezioni presidenziali francesi di questa primavera sono indubbiamente l’appuntamento politico dell’anno e se davvero si avverasse lo scenario rosso-bruno, da passaggio storico si trasformerebbero in un incubo.

Leros, 1943: la vera storia dell’isola di “Mediterraneo” raccontata in un libro e una mostra

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mauro facciolo

Un docente universitario di Alessandria e i soldati che ispirarono Salvatores che nel ’92 vinse l’Oscar per miglior film straniero


Abatantuono in Mediterraneo

L’astigiano che fuggì in bicicletta dai Balcani e divenne capo partigiano ad Alba. L’alessandrino esperto in munizioni che scappò in Turchia in barca a remi, fu internato ad Aleppo e poi tornò in Italia per combattere per la liberazione del Paese. La ragazza greca che, sposato un biellese, si travestì da marinaio e si finse uomo per seguirlo nel lager. Sono solo alcune delle storie che hanno come elemento comune Leros. Una delle isole dell’arcipelago del Dodecaneso, dal 1912 alla fine della II Guerra mondiale «colonia bianca» dell’Italia che ispirò il film Mediterraneo” di Gabriele Salvatore con Diego Abatantuono, fra gli altri e vincitore del premio Oscar per miglior film straniero .

Dal settembre 1943 l’isola, dove sorgeva una delle più grandi basi della Marina italiana, venne bombardata dalla Luftwaffe e poi attaccata. «Per le forze armate italiane si trattò del più lungo episodio di resistenza contro i nazisti - commenta l’alessandrino Andrea Villa, 42 anni, che si occupa di storia contemporanea all’Università di Parma -. Dopo la resa definitiva, migliaia di nostri militari furono deportati ad Atene su vecchie «carrette del mare» e da lì in treno verso i campi di concentramento. Numerose di quelle navi affondarono per le tempeste o le mine, trascinando in fondo al mare circa 15.000 italiani».

Proprio sui militari (tanti i piemontesi) di Leros si è concentrato Villa, che ha dedicato loro un libro (Nelle isole del sole. Gli italiani nel Dodecaneso dall’occupazione al rimpatrio, edizioni Seb. 27) e una mostra fotografica allestita ad Alessandria, in Biblioteca (fino al 15 aprile, poi sarà a Casale), e nasce dalle immagini scattate da militari. Così dalle nebbie della Storia emergono figure emblematiche. Come quella di Flavio Villa, alessandrino, arruolato in Marina nel 1940, in quanto operaio di una ditta che produceva munizioni e pezzi di ricambio per navi.

«È da lui che sono partito. Era mio nonno: vide per la prima volta il mare a La Spezia. Imparò a nuotare a Leros. Dopo l’8 settembre 1943 partecipò ai 52 giorni di resistenza. Poi fuggì in barca a remi in Turchia e da lì fu trasportato dagli inglesi in un campo di concentramento ad Aleppo. Nel 1944, dopo lo sbarco alleato nel Meridione, tornò a Taranto e combatté per la liberazione d’Italia. Non è mai tornato a Leros, ma ha sempre cercato di piantare nel suo orto, nei pressi di Alessandria, le piante e i fiori tipici del Dodecaneso».

Poi ci sono Calliope Controiannis, greca, e Italo Acervo, di Candelo, in servizio alla base sommergibili di Portolago. «Si sposarono nel 1941 - racconta Andrea Villa -. Caduta Leros, pur di stare accanto al marito, Calliope si fece radere i capelli, indossò una divisa da marinaio e si consegnò ai tedeschi che, senza accorgersi dello stratagemma, la deportarono in Germania insieme a Italo».
Un’altra storia è quella di Piero Balbo, astigiano, anche lui in servizio nella base navale di Leros. «Dopo l’8 settembre, si sottrasse alla cattura e raggiunse con varie peripezie i Balcani. Per qualche settimana combatté con i partigiani slavi, poi rubò una bicicletta e pedalando tornò ad Alba. Qui divenne uno dei più importanti capi dei partigiani autonomi delle Langhe. Beppe Fenoglio ne ha fatto uno dei personaggi del Partigiano Johnny, dandogli il nome di battaglia di “Comandante Nord”».

Nel Far West immaginario è record di allontanamenti

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alberto mattioli

A Gallarate 10 fogli di via contro chi bivaccava attorno alla stazione. Il primo cittadino leghista: “Guerra ai compagni del Tavernello”


Foto Enrico Scaringi (Varese Press)

Lo sceriffo più veloce del West italiano si chiama Andrea Cassani, 34 anni, leghista di osservanza maroniana, dal giugno ’16 sindaco di Gallarate. Il 20 febbraio scorso, il ministro Minniti ha firmato il decreto sul «Daspo urbano», il 21 è entrato in vigore e il 23, zac!, Cassani aveva già sfornato l’ordinanza con la quale lo recepiva, aggiungendo per buona misura delle ulteriori sanzioni.

Dunque, multa di 100 euro (il doppio in caso di recidiva) per chi consuma alcolici fuori dai locali deputati, dissemina rifiuti, bivacca, imbratta i muri o viene beccato in possesso di strumenti per farlo, insomma della bomboletta spray, con in più l’obbligo, se beccato in flagrante, di ripulire i muri (non con la lingua, bisogna forse precisare). «Mi dispiace non poter fare di più - dice Cassani -, come del resto vorrebbero i cittadini».

Il tutto in questa cittadina di 53 mila abitanti a 45 chilometri da Milano e a 5 da Malpensa, passato industriale glorioso e presente un po’ incerto causa crisi, con uno di quei tipici toponimi lombardi in -ate che, come diceva Arbasino, non si sa mai se siano participi passati («Le ho gallarate tutte») o imperativi («Gallaratele subito»). Cassani è uno di quegli amministratori leghisti tosti che del politicamente corretto se ne infischiano. Ha sbarrato il cancello da cui passavano i musulmani per pregare su un terreno comunale «e di aprire una moschea naturalmente non si parla». Ora dichiara guerra al degrado «grave in alcune zone, tipo la stazione».

A dire la verità, sarà che c’è un bel sole, sarà che sono le due del pomeriggio, al giornalista di passaggio questo Bronx di Gallarate non pare così tremendo. Sì, c’è un nero che dorme sdraiato davanti all’ingresso dei cessi della stazione degli autobus, e il solito capannello di arabi impegnati a non far nulla davanti al kebabbaro. Ma, insomma, in giro si vede ben di peggio. «Negli Anni Ottanta, qui era pieno di tossici, gente che metteva davvero paura. Più che la delinquenza vera, il problema è la percezione che ne ha la gente. E a questo bisogna dare risposte», chiosa Giuseppe De Bernardi Matignoni, di professione taxista, capogruppo di Fratelli d’Italia, «per 11 anni assessore provinciale, da 15 in Comune, e come vede la politica non mi ha arricchito».

L’opposizione sembra un po’ in imbarazzo, perché alla fine il sindaco di destra applica un decreto del governo, che di destra non è. Obietta Giovanni Pignataro, capogruppo Pd in Consiglio comunale: «Il Daspo da solo non serve, come non basta da sola la repressione. Ci vuole anche la prevenzione. Il sindaco è saltato sull’occasione e la sta sfruttando mediaticamente. Come dire: tutto chiacchiere e distintivo». La gente in strada, per la verità, del Daspo di Minniti è venuta a sapere solo quando gli si è aggiunto il superDaspo di Cassani.

E, nell’insieme, sondaggio fai-da-te, sembra abbastanza favorevole al giro di vite. Le opposte opinioni vanno dal vecchietto che tuona «Li metterei tutti in galera» (ma chi? «Tutti!») ai cittadini che, sulla popolarissima pagina Facebook «Sei di Gallarate se...» (più di 10 mila iscritti, un abitante su cinque) si sono indignati vedendo le foto dei vigili che multavano l’accattone romeno che esibisce le sue deformità, appunto, in zona stazione.

Cassani ovviamente tira dritto. Il Daspo, per lui, ha molti difetti. «Intanto si applica solo nelle aree ferroviarie, aeroportuali e portuali, mentre andrebbe esteso a scuole, chiese, edifici pubblici. Poi è troppo vago. E infine manca una sanzione penale». Intanto ha mobilitato i vigili, fa presidiare la stazione dalle 745 alle 19,30, «di più non posso, non ho gli effettivi», e conduce la sua campagna contro quelli che chiama «i compagni del Tavernello», insomma i soliti sbandati che passano le giornate in un alcoolico dolce far niente stravaccati nei parchi o sulle panchine. Quelle della piazza il sindaco le ha fatte perfino spostare all’ombra, che «i Tavernello’s» si sbronzino ma almeno non si abbronzino.

Ma finora, ammette, di multe ne sono state elevate solo dieci: sette con l’allontanamento (dunque Daspo) per gente che bivaccava fuori dalla stazione; tre per i bivaccanti in piazza (dunque, «no Daspo»). Tutti stranieri? «No, i primi multati erano italiani». Però dei dieci, finora nessuno ha pagato e ci sono poche speranze che lo faccia. La guerra continua.

Palazzo Madama, nei fossati rivivono le piante dei Savoia

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lorenza castagneri

Torino, un botanico coltiva i semi del XV e XVI secolo


Il giardino del fossato di Palazzo Madama a Torino

È una biblioteca a cielo aperto di specie e di profumi quasi scomparsi, dove non ci sono scaffali, ma aiuole e vasi. In uno sono seminate le carote bianche, un po’ più in là, cresce la belladonna, le cui foglie, nel Rinascimento, erano usate dalle dame di corte per dilatare le pupille, emblema di avvenenza, di qui il suo nome. Sono piante dalla storia antica conservata nel cuore di Torino, nel «Giardino della Principessa» di Palazzo Madama, riaperto nel 2011, da un botanico, Edoardo Santoro, arrivato per fare servizio civile e adesso il custode dei semi antichi. «Alcuni in realtà si trovano ancora da qualche esperto. In Europa - racconta -. Per altri serve una ricerca più approfondita».

È la seconda parte del suo lavoro, forse la più complicata. Non che la prima sia da meno. Anzitutto bisogna capire quali piante inserire nel giardino, in base all’epoca storica dell’edificio in cui si trova. Un’indagine condotta sui resoconti del Clavario, che nel Medioevo amministrava la città, conservati all’Archivio di Stato di Torino e su libri recuperati dalla Fondazione Torino Musei, che gestisce il sito, in Italia, in Francia e in Svizzera. «La mia Bibbia è stata il Trattato dell’agricoltura di Piero de’ Crescenzi», confida Santoro . Qui si vedono solo piante vissute tra ’400 e ’500, quando Palazzo Madama era il castello di Torino, abitato prima dagli Acaja e poi dai Savoia.

Nell’hortus, ci sono erbe con significati simbolici, come la mandragora, la «pianta con la radice antropomorfa», perché il bulbo è simile a un feto umano, che aveva poteri malevoli e piante medicamentose, come le rose Galliche, rosse, ritratte già sugli affreschi di Pompei o le rose Damascene, di epoca Romana, color confetto, profumatissime. «Con i loro petali si producevano marmellate e con le bacche sciroppi ricchi di vitamina C. La funzione ornamentale era secondaria perché fanno soltanto una fioritura, tra aprile e maggio. Al contrario, le rose moderne, arrivate a metà ’800, durano a lungo e quindi hanno iniziato a essere preferite alle prime».

Ma non in questo inedito museo, che si può paragonare solo al giardino medievale della Rocca di Angera, nelle isole Borromee e al Giardino dei Semplici di Perugia. La ricerca di Santoro ha, però, un valore meno scientifico o turistico e più storico. «Vogliamo rimarcare l’importanza del giardino in quanto collegato alla cultura dell’epoca, ornamentale, medicinale e alimentare». Ecco allora che ricompaiono nomi come le castagne di terra ed ecco la pianta di alchemilla, con le sue foglie a ventaglio, al cui centro, ogni mattina, si forma una goccia d’acqua in cui gli alchimisti vedevano una sfera magica.

"La regina Vittoria odiava i bambini e la maternità"

ilgiornale.it
Giovanni Vasso - Lun, 10/04/2017 - 11:48

Le rivelazioni dell'autrice tv che ha studiato i diari della monarca britannica: "Non allattò mai i figli al seno e pensava che la maternità fosse il lato oscuro del matrimonio"



Odiava i suoi figli, odiava il modo in cui i neonati muovono i loro piccoli arti (“come le rane!”), s’impose – riuscendoci – di non allattarli mai al seno. No, non è l’ennesima madre snaturata finita in carcere perché, magari, ha abbandonato i figli al loro destino. La “pessima madre” è la regina Vittoria, la monarca, forse, più iconica della storia recente della Gran Bretagna. Dai suoi diari, l’autrice tv Daisy Goodwin (che ha scritto la serie sulla vita della monarca inglese) ha ricavato degli elementi agghiaccianti sul rapporto tra sua maestà britannica e la maternità.

“Fare figli è il lato oscuro del matrimonio” scriveva la regina. Che odiava, disgustata, persino allattare i suoi stessi figli. “È una cosa che fanno le mucche e io non sono una mucca”. Eppure di figli, la regina Vittoria ne ebbe nove, Vittoria (che poi sarà imperatrice di Prussia), Edoardo (che divenne re come Edoardo VII) e i principi Alice, Alfredo, Elena, Luisa, Arturo, Leopoldo e Beatrice.

Le gravidanze della regina, in almeno due casi, si intrecciarono a eventi che finirono per segnarla nel profondo. Quando era incinta della primogenita Vittoria, subì il primo dei tre attentati contro la sua persona. Il 10 giugno del 1840, il 18enne Edward Oxford – poi dichiarato pazzo – le sparò contro mentre era in carrozza a Londra con l’amato consorte, il principe Alberto. I proiettili, due, non colpirono né lei né il marito. Ma l’impressione fu enorme.

Quando poi partorì Leopoldo, nel 1853, la regina Vittoria finì al centro delle polemiche con la Chiesa Anglicana. Perché il medico che l’aveva in cura, John Snow, la sottopose alla tecnica (allora avveniristica) dell’anestesia con il cloroformio. Per il clero fu uno scandalo, l’arcivescovo di Canterbury invocò lo spauracchio della “maledizione di Eva”: era scritto nella Bibbia che la donna avrebbe dovuto partorire con dolore, sottrarvisi ricorrendo alle astuzie della medicina sembrava loro una bestemmia contro Dio.

Al di là di tutto, ciò che appare chiaro è che la regina Vittoria aveva un rapporto tormentato con i bambini e con il mondo dell'infanzia, in generale. Secondo la Goodwin, le cui dichiarazioni sono rilanciate dal Mail: “Li preferiva un po’ più grandicelli, quando potevano parlare con lei e dimostrarle di essere bravi e responsabili ma, comunque, non le piacevano i bambini e né le cose migliorarono durante l'adolescenza".