giovedì 20 aprile 2017

Il primo Macintosh risorge su Internet Archive

lastampa.it
marco tonelli

L’archivio online ha reso disponibili 45 programmi dello storico computer Apple: dal sistema operativo System 6, passando per MacWrite e MacPaint, fino al foglio elettronico di Microsoft Multiplan


 Una schermata del desktop

Il 24 gennaio 1984, Steve Jobs presentò il Macintosh, lo storico personal computer Apple e capostipite dell’omonima famiglia di Pc della mela morsicata. A più di trent’anni dal suo lancio, Internet Archive ha reso disponibili 45 emulatori online di altrettanti software del computer, capace di diffondere sul mercato il concetto di desktop (con tanto di icone e finestre). E come si può leggere in un post sul blog ufficiale dell’archivio online, si trattava «di una interessante combinazione di innovazioni che sono entrate nel mondo moderno, insieme ad idee che possono ancora essere considerate strane e fuori dal mercato». 

La lista prevede programmi (con grafica in bianco e nero), come il sistema operativo System 6, il software di scrittura MacWrite o quello per disegnare MacPaint, passando per videogames come Dark Castle, Lemming, o prodotti sviluppati da Microsoft come Multiplan (il primo foglio elettronico creato dal colosso di Redmond) e Flight Simulator. Stiamo parlando di applicazioni lanciate sul mercato in un periodo di tempo che va dal 1984 al 1989, ma che sopravvivono ancora oggi in svariate forme o sono diventate le fondamenta per i software successivi. 

Per utilizzare gli emulatori nei propri dispositivi, basta cliccare sui programmi desiderati e scaricare i file necessari. E per tutti coloro che vogliono rivivere i primi passi di Apple, su Internet Archive è disponibile anche lo storico sistema operativo System 7.01, lanciato a partire dal 1991. 

Your Timeline, la funzione di Google Maps che ricorda ogni luogo in cui siete stati

lastampa.it
andrea signorelli

Disponibile anche per iOs il nuovo strumento che tiene traccia degli spostamenti; sarà anche possibile condividere la posizione su iMessage



Con l’ultimo aggiornamento dell’applicazione per iOs, Google Maps terrà traccia di ogni vostro spostamento e di ogni luogo che avete visitato, saprà anche con che mezzo vi ci siete recati e inoltre vi invierà un report mensile in cui ricostruisce tutti i posti in cui siete stati. Detta così, sembra quasi una minaccia (soprattutto considerando la crescente attenzione nei confronti della privacy), ma si tratta ovviamente di uno strumento opzionale che bisogna attivare.

Nel blogpost con il quale Google ha annunciato la novità, chiamata Your Timeline (in italiano, “la tua cronologia”), si segnala anche in quali occasioni questo strumento potrebbe tornare utile: per esempio, potreste aver bisogno di ricordare il nome della boutique che avete scoperto l’altroieri, oppure ricostruire in che giorno avete preso in prestito un libro dalla vostra biblioteca. 

Per attivare la Timeline, è sufficiente cliccare sul menu in alto a sinistra, selezionare la seconda opzione dall’alto e poi concedere i permessi necessari all’attivazione. In qualunque momento, comunque, sarà possibile eliminare un luogo che si è visitato, cancellare un intero giorno dalla cronologia o anche eliminare tutta la storia dei vostri spostamenti.

Non è l’unica novità per Google Maps su iOs, che adesso permette di inviare la propria posizione direttamente da iMessage, senza abbandonare la conversazione. Per attivare Maps su iMessage è necessario aprire una conversazione, cliccare sull’icona a forma di “A”, selezionare l’icona in basso a sinistra e poi, recandosi sullo store, consentire l’accesso a Google Maps. A differenza di quanto avviene su Android, però, questa funzione non consente alle persone con le quali avete condiviso la posizione di seguire costantemente i vostri spostamenti.

Partigiani

lastampa.it
jena@lastampa.it

E’ vero che i palestinesi non c’entrano niente con i partigiani, un po’ come il Pd.

Algeria, cancellati i volti delle donne candidate sui manifesti

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giordano stabile


Il manifesto elettorale con un “ovetto” al posto del volto della candidata donna

“Ovetti” bianchi al posto dei volti delle candidate donne. A tre settimane dalle elezioni parlamentari in Algeria - si vota il 4 maggio - si riaccende la lotta per la condizione femminile. Nelle province rurali, come quella di Arreridj, partiti di ispirazione islamica, hanno cancellato i volti delle loro candidate dai manifesti. Al loro posto un ovale bianco, incorniciato nello hijab, il velo tradizionale.
La decisione ha subito aperto lo scontro fra la parte “laica” del Paese, guidato dagli anni Settanta dal Fronte di Liberazione Nazionale, Fnl, e dominato dai militari, e il forte movimento islamico che negli anni Novanta aveva creato il Fis, Fronte islamico di salvezza, e dopo l’annullamento del voto del 1992, alla guerra civile e al terrorismo islamista.

Un avatar in tv
Una candidate del Fronte nazionale per la Giustizia sociale, partito ispirato all’islam politica, è apparsa sul canale televisivo Ennahar nella provincia di Ouargla in forma di “avatar” femminile bianco, invece che con la sua persona.

La Commissione elettorale: è “illegale”
E’ intervenuta la Commissione elettorale e ha bollato come “pericolosa, illegale, opposta alle leggi e alle tradizioni” la pratica: “Ogni cittadino ha il diritto di sapere per chi vota”. 

I precedenti in Egitto e a Gaza
Già in Egitto, nel 2011 e nel 2012, i partiti salafiti avevano cancellato i volti delle donne dai manifesti, sostituiti da immagini floreali. Una polemica simile era scoppiata a Gaza lo scorso settembre, prima delle elezioni amministrative poi rinviate. Anche lì erano spariti i volti delle candidate di Al-Fatah dai manifesti.

Trent’anni fa il mistero di Federico Caffè, il professore scomparso nel nulla come Majorana

lastampa.it
nadia ferrigo

L’economista keynesiano lasciò sul comodino cinque oggetti: occhiali, orologio, chiavi, passaporto e libretto degli assegni


Da La Stampa del 22 aprile 1997

Trent’anni fa il professore di lettere Alfonso Caffè diede alla stampa la notizia della scomparsa del fratello Federico, uno dei più colti e raffinati economisti italiani, professore fuori ruolo di Politica economica e finanziaria all’Università di Roma. Alle 5.30 del mattino un vicino sentì aprire e chiudere l’uscio dell’abitazione di Caffè, nel quartiere romano Monti. Albeggiava appena, nessuno vide la piccola figura del professore attraversare il cancello. Sul comodino lasciò cinque oggetti: l’orologio, le chiavi, gli occhiali, il passaporto e il libretto degli assegni.

La sera prima aveva guardato il telegiornale con il fratello malato, che assisteva da tempo, poi si ritirò nella sua stanza, dopo una cena semplice a base di pane e latte. Come ogni sera. A 73 anni, lasciata l’università e l’insegnamento, era depresso. Dopo la morte del padre, lo avevano lasciato anche le due donne della sua vita: la madre morta ultranovantenne e poco dopo la governante, uccisa da un tumore. Negli ultimi anni tre dei suoi migliori allievi erano scomparsi in modo tragico: Ezio Tarantelli ucciso dalle Brigate Rosse, Franco Franciosi per un tumore al fegato e Fausto Vicarelli in un incidente stradale. 

Il professore, allievo di Luigi Einaudi e definito “il più keynesiano degli economisti italiani” aveva confidato la sua tristezza a un quaderno di appunti, accanto alle impressioni e ai commenti sulla politica economica. I primi a iniziare le sue ricerche furono i suoi allievi, i suoi assistenti, i suoi amici. Con le forze dell’ordine, i cani e le guardie a cavallo batterono tutta la zone di Monte Mario, il greto del Tevere, le borgate a Nord di Roma. Lo cercarono anche a Pescara, la sua città d’origine. Le indagini non tralasciarono nulla: il suicidio, la fuga, il ritiro in un convento. Fu fatta una richiesta formale alla Santa Sede per una ricerca tra gli ordini religiosi, senza risultato. 

Del professore nessuna traccia, anche se nei giorni successivi alla scomparsa arrivarono decine di segnalazioni. Una coppia di suoi conoscenti si disse sicura di averlo incontrato su un autobus: appena li vide, raccontarono, si dileguò. Le ricerche proseguirono per mesi, inutilmente. I giornali scrissero che Roma inghiottì Caffè come il battello che portava Ettore Majorana a Palermo inghiottì il fisico e allievo di Enrico Fermi. Fuga, suicidio oppure il ritiro in un convento? Diverse le ipotesi, nessuna risposta. La misteriosa scomparsa del professore fu ripercorsa nel libro L’ultima lezione del giornalista Ermanno Rea, che ricostruì il caso a partire

dall’ultima volta che Caffè salì in cattedra per una lezione con i suoi studenti, nel giugno del 1984. Rea indaga su una lettura di Caffè di quegli anni, Le suicide di Durkheim. Se ne trovano tracce in diversi articoli, dove si fa strada l’ipotesi di come una soluzione finale dignitosa fosse l’unica risposta possibile «agli squilibri originati da un’esagerata longevità» e «ai disavanzi catastrofici degli istituti previdenziali». 

Nel libro sono raccolte le testimonianze della sua angoscia. «Finirà che perderò la testa, ma la carcassa andrà avanti», confidò a un amico. La scomparsa di Caffè, come quella di Majorana, resta un mistero. Eppure il libro L’ultima lezione dà corpo a una tesi precisa: il vecchio professore quella notte uscì di casa con in testa un progetto. Che si sia trattato di fuga, suicidio o ritiro in un convento, il suo svanire nel nulla fu una scelta, e non un tragico caso. 

Vaccini

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jena@lastampa.it

Il limite degli scienziati è che non hanno ancora inventato un vaccino che immunizzi dalle cazzate.

La ministra ragazzina

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mattia feltri

«A scuola studiamo gli assiri e i babilonesi e poi accendiamo la tv e ci accorgiamo di non sapere nulla di quello che succede in Siria o in Medio Oriente». Lo ha detto Bernard Dika, presidente del parlamento degli studenti di Toscana, al ministro dell’Istruzione, Valeria Fedeli. Dika è molto stupito (come lo eravamo noi a nostri tempi) che i programmi di storia si fermino alla Seconda guerra mondiale, di modo che ai ragazzi è impedito di comprendere i fatti della contemporaneità. Un ministro avrebbe chiarito a Dika che la scuola non spiega ai ragazzi la contemporaneità (quello lo fanno tv e giornali, e se non ci si fida di tv e giornali ci sono approfondimenti a migliaia su Internet, o addirittura nelle biblioteche e nelle librerie) ma piuttosto gli dà le basi necessarie per comprenderla.

La scuola non informa, istruisce. Quindi meno babilonesi e più attualità è una sciocchezza, perché se non si studiano i babilonesi non si capisce il Medio Oriente di oggi, se non si studia Odino non si capiscono nazismo e razzismo, se non si studia Pericle non si capiscono i fondamenti della democrazia, se non si studia Giustiniano non si capisce il diritto come scienza umana dell’Occidente. Questo avrebbe detto un ministro, e non importa se senza laurea, purché con un’idea del proprio ruolo. Invece Fedeli si è molto complimentata con Dika e ha promesso di interessarsi alla modifica dei programmi: meno babilonesi e più attualità. È che un ragazzo ha il diritto di essere un ragazzo, mentre un ministro ha il dovere di essere un ministro.

Un futuro felice

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mattia feltri

Una domenica mattina qualunque, in un futuro prossimo. I negozi sono chiusi, i supermercati e i centri commerciali anche. È la strategia del governo per restituire i perduti affetti alle famiglie: nessuno lavora più di domenica, si sta assieme, genitori e figli a riscoprire la felicità. Poi, siccome non si capiva perché dovessero essere tristi le famiglie dei tassisti o dei camerieri o dei cassieri del cinema, si è deciso di fermare i taxi, e giù le serrande di bar e multisala. Non girano gli autobus né le metropolitane. Non ci sono i giornali (ok, è un vantaggio). Non ci sono i netturbini (ok, a Roma non si nota). Tutti in casa, e dopo un paio d’ore di amorevolezze si accende la radio. Muta. Niente neanche in tv, per la felicità delle famiglie di tecnici, conduttori e cameraman. 

Fermo il campionato di calcio, non tanto per i calciatori, scandalosamente ricchi, ma per gli arbitri, i telecronisti e gli steward dello stadio. Non c’è il Gran premio di Formula uno e neanche la Parigi-Roubaix di ciclismo. A terra gli aerei, parcheggiati in stazione i treni. Disperati i turisti, e non soltanto perché non si entra nei musei né nei parchi né nei ristoranti, ma perché ovviamente è giorno di riposo per gli alberghi. Basta con le farmacie di turno, basta coi pronto soccorso, autogestione negli ospedali in attesa che, felici, tornino al lunedì mattina medici e infermieri. Non c’è in giro un vigile. Rintanati i carabinieri e i poliziotti. E allora i soliti furbi ne approfittano: i ladri lavorano soprattutto il week end, però sono felici il resto della settimana.