martedì 25 aprile 2017

“Così gli scafisti scortano i migranti sulle navi delle Ong”

lastampa.it
fabio albanese

Le immagini inedite della nuova tecnica utilizzata dai trafficanti: «Abbandonano il barchino, poi con la moto d’acqua tornano in Libia»

Un fermo immagine di un video girato da un migrante

La costa sullo sfondo è quella della Libia, forse la zona di Zuara, in Tripolitania, fra Tripoli e il confine con la Tunisia. Partenza in pieno giorno, su un barchino di legno nemmeno troppo affollato rispetto ai fatiscenti gommoni flosci e sempre in procinto di affondare che sono ormai la norma. A bordo ci sono migranti. Qualcuno sorride perché sa che di lì a poco il suo lungo, e pericoloso, viaggio verso una vita migliore avrà un punto di approdo.

Qualcuno indossa un improbabile giubbino di salvataggio, i più piccoli stanno in una minuscola sentina. Si parla poco, qualcuno prega, gli unici rumori che si sentono sono il motore della barca e il mare. I migranti si riprendono tra di loro con i telefonini e le immagini svelano particolari che potrebbero essere utili anche alle indagini delle procure siciliane che da tempo stanno monitorando il fenomeno. I video potrebbero dare corpo ai racconti degli stessi migranti. 

«È cambiato tutto da un anno a questa parte, l’impressione è che i trafficanti abbiano aumentato i profitti diminuendo i rischi», dicono investigatori e pm. Per i trafficanti i rischi sono diminuiti, per i migranti sono invece aumentati se è vero che il 2016 è stato l’anno con, in assoluto, più morti, 5083. La conferma di questa nuova strategia potrebbe dunque essere in quella moto d’acqua che naviga a fianco del barchino, la sorveglia e ne indica la rotta verso le navi di soccorso che sono al di là delle acque territoriali libiche. 


La partenza. Dalla Libia parte un barchino di legno: a bordo una trentina di persone, alcuni con giubbini di salvataggio

Il filmato è di poco tempo fa, probabilmente dei drammatici giorni di Pasqua quando le navi di Frontex, della Guardia costiera, della Marina e delle Ong hanno salvato 8300 persone in una cinquantina di interventi. Di solito, i migranti girano questi video per documentare il loro viaggio e per inviarli agli amici e ai parenti in Europa, quasi un messaggio: «Sto arrivando». A volte vengono loro sequestrati durante le operazioni di riconoscimento negli hotspot, se sono utili ad indagini; altre volte i migranti riescono a nasconderli e c’è chi dice che in alcuni casi abbiano provato a rifiutarsi di consegnarli alle forze dell’ordine. 


Al timone. A un certo punto un migrante riprende col telefonino l’uomo al timone che gli fa segno di non farlo

Il barchino avanza nel mare calmo, in una mattinata di cielo terso e sole caldo. Non è sempre così e stavolta sembra una passeggiata. A un certo punto, l’obiettivo punta la poppa della barca: chi è al timone fa segno di non riprenderlo. Sembrerebbe uno scafista «vero», non uno degli stessi migranti a cui poi verrà ceduto il timone in cambio di un passaggio gratis o di uno «sconto» sul prezzo della traversata. Una tecnica che sarebbe avvalorata anche dal fatto che lo scafista lascerebbe l’imbarcazione e salirebbe sulla moto d’acqua che l’ha scortato sin lì. La moto torna in Libia, il barchino prosegue.

La moto d’acqua. Una moto d’acqua segue il barchino: servirà a riportare lo scafista sulla costa libica

Di lì a poco i migranti verranno tutti trasbordati su una nave di Sos Mediterranee-Medici senza Frontiere. Raccontano che sulle navi delle Ong si può festeggiare la fine della tribolazione, mentre così non è sulla navi militari. Chissà se è davvero così. Il telefonino torna in azione e svela altri dettagli di questa traversata tra la Libia e l’Italia. Ma qui il mare non fa paura ed è festa grande, con canti e balli sul ponte, con vestiti nuovi e le coperte sulle spalle. In attesa di sbarcare in uno dei porti del Sud Italia, sulla terraferma, in Europa. Una nuova vita.


In salvo. I migranti filmano i momenti subito dopo il trasbordo sulla nave Aquarius della Ong Sos Mediterranee/ Msf



La Cei: “Accuse alle Ong vergognose”. Ma Di Maio insiste: “Chi nega ha qualcosa da nascondere”
lastampa.it



Indignazione e controaccuse alla politica: all’indomani degli attacchi del vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, al ruolo di alcune ong attive nel salvataggio dei migranti nel mar Mediterraneo, le organizzazioni non governative reagiscono con sdegno. A difenderle, dopo l’intervento di ieri di Matteo Renzi, è oggi anche il ministro della Giustizia, Andrea Orlando. E pure la Cei. Ma in serata, dopo che dal blog di Grillo si torna a chiedere «tutta la verità sul ruolo delle Ong», è lo stesso Di Maio che incalza: «Chi reagisce chiudendosi a riccio o minacciando evidentemente ha qualcosa da nascondere».

Durissima la reazione di Medici senza Frontiere: l’organizzazione si dice «indignata per i cinici attacchi al lavoro delle ong in mare da parte di alcuni esponenti della politica, che hanno visto nelle ultime ore un crescendo di veleni e false accuse» e annuncia che «valuterà in quali sedi intervenire a tutela della propria azione, immagine e credibilità». Il presidente di Msf, Loris De Filippi, parla di «una polemica strumentale che nasconde le vere responsabilità di istituzioni e politiche, che hanno creato questa crisi umanitaria lasciando il mare come unica alternativa».

Altrettanto netto il commento di Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia: «Le operazioni della nostra nave avvengono sotto il coordinamento della Guardia Costiera italiana e respingiamo con forza ogni accusa della più minima connessione con i trafficanti. La `Vos Hestia´ opera solo in acque internazionali e non è mai entrata in acque libiche». «La missione di Save the Children è quella di salvare i bambini e non possiamo rimanere a guardare mentre affogano».
Di «vergognosa speculazione» parla Intersos, organizzazione umanitaria che partecipa, in collaborazione con l’Unicef, alle operazioni di soccorso sulle navi della Guardia Costiera Italiana. «Se siamo lì, è per fermare una strage. Se a qualcuno questo lavoro non piace, dica con chiarezza che preferisce un morto annegato ad un essere umano tratto in salvo».

Il ministro Orlando affida a Facebook il suo sdegno: «Voglio dirlo, se ci sono singole responsabilità vanno individuate e colpite. Ma sparare nel mucchio, seduti comodi in giacca e cravatta in uno studio televisivo o sfoggiando felpe davanti alle telecamere, è cinico e offensivo». E il direttore di Migrantes (Cei), mons. Giancarlo Perego, tuona: «Credo che queste accuse abbiano dietro una visione ipocrita e vergognosa di chi non vuole salvare in mare persone in fuga e di chi non vuole fare canali umanitari, combattendo così ciò che va combattuto realmente: il traffico di esseri umani che finanzia il terrorismo».

Dal Movimento 5 stelle, però, nessuna marcia indietro. Sul blog di Grillo, con un post firmato dall’eurodeputata Laura Ferrara, si precisa di non voler «fare di tutta l’erba un fascio», ma «vogliamo - si legge - tutta la verità sul ruolo delle Ong, vogliamo chiarezza e trasparenza, anche a tutela del lavoro di quelle Ong che da anni contribuiscono con sacrificio e dedizione a salvare vite umane nel Mediterraneo». A stretto giro, su Facebook, anche la replica di Di Maio: «Sul ruolo di alcune Ong nel Mediterraneo non chiedo di far luce solo io, non chiede di far luce solo il Movimento 5 Stelle, lo chiedono soprattutto un’inchiesta della magistratura di Catania e due rapporti dell’agenzia Frontex che conosciamo grazie al Financial Times. Chi reagisce chiudendosi a riccio o minacciando - conclude - evidentemente ha qualcosa da nascondere».

Proprio il procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, che indaga sui salvataggi da parte delle Ong, torna sulla necessità di trovare riscontri: «Noi dobbiamo trasformare le conoscenze in prove, e non è facile. L’importante è affrontare il fenomeno non soltanto dal punta di vista giudiziario, perché non lo risolve, ma complessivo. E bisogna fare presto». 

Il 25 aprile spiegato a bambini e ragazzi

corriere.it
Antonio Cairoti e Giovanni Angeli



Nel 1945 il mondo era in guerra da più di cinque anni. Il Nord dell’Italia era occupato dall’esercito tedesco, che obbediva a un dittatore crudele, Adolf Hitler, che aveva tolto la libertà al suo popolo e faceva uccidere persone innocenti, come gli ebrei, perché le riteneva inferiori. Hitler aveva invaso molti Paesi e voleva comandare su tutta l’Europa. Alleati dei tedeschi erano i fascisti, italiani guidati da un altro dittatore, Benito Mussolini.

Contro di loro in Italia combattevano non solo gli eserciti dell’America e dell’Inghilterra, nazioni libere, ma anche tanti italiani, detti partigiani, che volevano per la nostra patria un futuro senza tiranni, in cui ciascuna persona potesse dire come la pensava, scegliere i suoi rappresentanti e partecipare alla vita dello Stato.


Il 25 aprile 1945 i tedeschi e i fascisti furono sconfitti. Mentre gli americani e gli inglesi avanzavano verso Nord, in tutte le città occupate i partigiani si ribellarono per cacciare gli stranieri e abbattere la dittatura. Fu un momento di grande gioia, perché finì la guerra, che era costata tanti morti a tutte le famiglie, e l’Italia tornò libera. Perciò ogni anno il 25 aprile facciamo festa: per ricordare da dove viene la libertà del nostro popolo.

Maledetto 25 aprile

ilgiornale.it

MALTEMPO: NOTTE DI BORA A 140 A TRIESTE MA MIGLIORA

Può esserlo, maledetto, un giorno? Se chiudo gli occhi davanti al calendario e lo vivo come dono del Cielo, di Dio, no. Ogni alba è una carezza del Creatore, una possibilità in più di essere Umano e Divino insieme. E anche un qualsiasi 25 aprile è un regalo della Vita. Ma se, invece, ripongo la Corona del Rosario, tengo la mia Bibbia nella sua custodia di cuoio, cerco di dimenticare lo Scapolare che indosso h24 e la missione che dolcemente mi impone, e apro la porta a questa orrenda e incancrenita celebrazione politica e parziale, allora, sì! Questa giornata è maledetta dalle urla di migliaia di famiglie, colpevoli e innocenti, che chiedono giustizia e vendetta.

Che odiano ancora perché sanno o perché non sanno. Che si tramandano livore e inimicizia a prescindere. Che meriterebbero, invece, salvifici silenzi. Oblio, piuttosto che ipocrite fanfare e reboanti proclami. Il fascismo è finito. O, forse no. E, se vive, è per “colpa” dei tanti “antifascisti”, che, da oltre settant’anni, si risvegliano ciclicamente per lucidare le aureole e affilare gli artigli. Se il fascismo “morisse”, a loro rimarrebbe ben poca visibilità e notorietà. E, dunque, è bene tenerlo in vita e garantirsi uno spicchio di telecamera.

E il 25 aprile, per molti, è una sorta di Natale, di ferragosto, di Domenica di Pasqua. Un appuntamento solenne con la storia; quella che hanno scritto i vincitori, chiaramente. A prescindere da come abbiano potuto vincere. Combattendo o patteggiando, per esempio. Forse, più patteggiando che combattendo.

Ma senza voler polemizzare, una cosa resta evidente. Gli animi, anche dopo lo scoccare del secolo e del millennio, non sono sereni. I cuori non conoscono pace. Le menti non hanno trovato la via. La liberazione da cotanto doloroso ricordo non è avvenuta. E la guerra civile continua. Anche nel ventre delle famiglie che, di quella guerra, non solo non ne hanno sentito le mitraglie, ma non ne possono serbare ricordo, perché nate tempo dopo. Molto tempo dopo.

Maledetto 25 aprile di divisioni e malanimi. Veri e presunti.
Fra me e me

Come Uber avrebbe provato a ingannare Apple

la stampa.it
andrea signorelli

L’applicazione tracciava di nascosto gli utenti iPhone anche dopo che avevano smesso di utilizzarla, violando di nascosto il regolamento dell’App Store



Nel corso degli ultimi mesi, Uber si è trovata più di una volta al centro delle polemiche: accusata di tracciare elettronicamente gli autisti dei servizi rivali , di aver sottratto a Google dei progetti per la guida autonoma, di usare stratagemmi per evitare che i suoi autisti vengano controllati dalle autorità e altro ancora. 

Metodi che hanno causato la partenza di numerose figure chiave della compagnia e hanno contribuito alla cattiva fama del CEO di Uber, Travis Kalanick, che ora si è conquistato un lungo profilo del New York Times – intitolato emblematicamente “Il CEO di Uber gioca con il fuoco” – in cui si raccontano le azioni spesso al limite delle regole per portare vantaggi alla sua azienda, senza troppo curarsi dei rischi. 

Un esempio di queste pratiche risale al 2015, quando, secondo il New York Times, Uber avrebbe provato a ingannare Apple, violando di nascosto il regolamento dell’App Store allo scopo di tracciare gli utenti della propria applicazione anche dopo che avevano smesso di usarla e anche nel caso in cui l’avessero cancellata dal telefono.

Gli sviluppatori di Uber avevano infatti trovato un modo per identificare in modo univoco tutti gli iPhone che utilizzavano la app. Una pratica, chiamata fingerprinting , che avrebbe avuto un doppio obiettivo: da una parte impedire che gli autisti creassero molteplici account per approfittare dei bonus economici iniziali; dall’altra evitare che gli utenti cancellassero l’applicazione per non farsi accreditare corse particolarmente onerose. 

Il fingerprinting pone ovvi problemi di privacy ed è per questo vietato dal regolamento dell’App Store: uno scoglio aggirato dagli sviluppatori di Uber, grazie a un sistema che impediva agli impiegati di Apple di accorgersi di quanto stava avvenendo. Il trucco, però, non è durato a lungo e ha portato, nel 2015, a un faccia a faccia tra Kalanick e Tim Cook, CEO di Apple, che ha minacciato la cancellazione di Uber dall’App Store nel caso in cui non fosse stata fatta immediata marcia indietro. Con la prospettiva di perdere da un momento all’altro milioni di clienti, Kalanick è stato obbligato ad accettare le condizioni duramente dettate da Cook, che sarebbe stato talmente furioso da lasciare il CEO di Uber, sempre secondo l’articolo del New York Times, “visibilmente scosso”.

Una parte delle accuse è stata però rigettata da Uber , che afferma: “Non tracciamo assolutamente i nostri utenti o la loro posizione dopo che hanno cancellato l’applicazione. Come si legge anche verso la fine dell’articolo del New York Times, questo è un metodo utilizzato per evitare frodi (...). Tecniche simili sono utilizzate anche per bloccare i login sospetti e proteggere gli account dei nostri utenti. Essere in grado di riconoscere chi vuole introdursi illecitamente nel nostro network è un’importante misura di sicurezza sia per Uber che per usa i nostri servizi”.

Queste precisazioni, però, non smentiscono la ricostruzione del New York Times sulla violazione da parte di Uber del regolamento dell’App Store e l’incontro faccia a faccia tra Cook e Kalanick; che, nonostante risalga ormai a circa due anni fa, ha riportato ancora una volta la compagnia di ride-sharing al centro delle polemiche.

Ecco come gli oggetti connessi possono mettere a rischio la privacy

lastampa.it
marco tonelli

Braccialetti, applicazioni per il fitness, ma anche giocattoli e termostati. Sono tutti dispositivi che raccolgono informazioni sugli utenti, ma in alcuni casi, senza un trattamento chiaro e cristallino dei dati personali



Una colonnina in stazione Centrale a Milano: sullo schermo, pubblicità e inserzioni. Ma allo stesso tempo, al suo interno sarebbe presente un software capace di tracciare il viso dei passanti e riconoscere sesso, età e il grado di attenzione di chi guarda. Dati personali, che Quividi (proprietaria dei totem presenti nelle grandi stazioni italiane), venderebbe a società di marketing per la misurazione del successo di un annuncio o la creazione di nuove campagne pubblicitarie. Il tutto senza il consenso dei diretti interessati. Per questo motivo, qualche giorno fa, l’autorità garante per la protezione dei dati personali ha inviato una richiesta di informazioni alla società francese.

Grazie alla diffusione delle tecnologie connesse alla rete, gli oggetti intelligenti hanno colonizzato la vita quotidiana: Non solo i cartelloni pubblicitari, ma anche le applicazioni che misurano la frequenza cardiaca, passando per braccialetti smartband, giocattoli o termostati intelligenti. Dispositivi che raccolgono informazioni su chi li utilizza e che, senza un trattamento chiaro e cristallino dei dati personali, potrebbero mettere a rischio la privacy degli utenti. 

Applicazioni e braccialetti sotto accusa
Lo scorso 23 marzo, il procuratore generale di New York Eric Schneiderman ha annunciato un patteggiamento di 30mila dollari con le società produttrici di tre applicazioni: Runtastic, Cardiio e My Baby’s Beat. Oltre a fornire informazioni non verificate, non avevano comunicato agli utenti che i loro dati personali potevano essere ceduti ad altre aziende. Insomma, il consumatore non era stato adeguatamente informato che la propria frequenza cardiaca, lo stato di forma e di salute, ma anche i suoi spostamenti e le sue abitudini potevano essere condivisi con altre società.

Se dagli Stati Uniti ci si sposta in Norvegia, l’agenzia nazionale che si occupa dei diritti dei consumatori si era scagliata contro quattro braccialetti per il fitness: Fitbit, Garmin,Jawbone e Mio. «Le norme con cui trattano i dati non sono chiare e comprensibili e temiamo che queste informazioni possano essere sfruttate per fini di marketing o per mettere in atto discriminazioni di prezzo», scrivono i membri dell’ente in uno studio pubblicato lo scorso novembre 2016. 

Nello specifico, nessuna delle società sotto accusa fornisce agli utenti europei una corretta comunicazione su eventuali cambiamenti dei termini del contratto di utilizzo. Allo stesso tempo, i dispositivi collezionano più dati di quelli che sono necessari per fornire il servizio e non comunicano in maniera adeguata con chi condividono le informazioni e per quanto tempo le conservano nei database. 

Bambole e giocattoli troppo invasivi
Se dai dispositivi indossabili e applicazioni per il fitness, ci si sposta agli oggetti connessi alla rete, i giocattoli intelligenti trattano informazioni delicate proprio perché interagiscono con i più piccoli e con le loro famiglie. Nel mese di dicembre 2016, una coalizione di associazioni di consumatori internazionali ha denunciato alla commissione federale per il commercio statunitense e alla Commissione Ue, due prodotti destinati ai più piccoli: la bambola My Friend Cayla e I-Que Intelligent Robot

«I due giocattoli intelligenti registrano e collezionano le conversazioni private dei bambini, senza alcuna limitazione», si può leggere nella denuncia delle associazioni statunitensi. Questi dispositivi comunicano con gli utenti, rispondono alle domande, cantano canzoni a comando e riconoscono le voci. E nel caso di I-Que, sono dotati anche di telecamera. Insomma, da una parte la possibilità che tali informazioni sensibili siano vendute al miglior offerente, dall’altra la questione della sicurezza, con il rischio che eventuali malintenzionati possano prendere il controllo del giocattolo ed accedere alla memoria del dispositivo o dei server online. 

Per questo motivo, è meglio adottare una serie di accorgimenti pratici prima di iniziare a utilizzarli: come verificare se sono disponibili meccanismi di protezione (la doppia autenticazione via password, ad esempio) e allo stesso tempo assicurarsi che le credenziali di accesso alla propria rete WI FI non siano facilmente identificabili.
 
Dati che fanno gola anche alle assicurazioni
Gli oggetti connessi alla rete sono così ricchi di dati personali, tanto da attirare l’attenzione del mondo delle assicurazioni. Le informazioni collezionate dai frigoriferi intelligenti, termostati, e automobili sono talmente interessanti da spingere le compagnie a utilizzare questi dispositivi per monitorare i comportamenti dei loro clienti. 

Nest (azienda leader nel campo dei termostati) ad esempio, ha messo in piedi una partnership con grandi compagnie assicurative come Generali (solo in Germania per ora) e l’americana Liberty Mutual. In questo modo, chi stipula una polizza assicurativa ha diritto a un rilevatore di fumo connesso alla rete. Allo stesso tempo però, quest’ultimo, potrebbe monitorare anche quante volte il cliente si accenderà una sigaretta. Dando informazioni alla compagnia, in modo da poter calibrare il premio a seconda dello stile di vita del cliente. «Gli oggetti intelligenti sono progettati per registrare e riportare informazioni riguardo i nostri comportamenti, abitudini e preferenze. Ogni dispositivo è come una finestra su un particolare aspetto della nostra vita», scrive il ricercatore Jathan Sadowski in un articolo sul Guardian. 

Una mancanza di consapevolezza
E se si guarda al nostro Paese, per l’avvocato e docente di diritto delle nuove tecnologie Guido Scorza, «le norme sul trattamento dei dati personali, funzionano. Ma allo stesso tempo, da parte degli utenti, manca la consapevolezza del tipo di dispositivi con cui si interagisce ogni giorno». Un problema che investe anche le aziende che producono questi dispositivi, «spesso poco attente a come vengono trattate le informazioni raccolte», continua l’avvocato. 

Secondo Scorza poi, è proprio la tipologia di oggetto a indurre in inganno: «Un frigorifero ad esempio, induce a una minore attenzione, ma le domande da farsi sono, dove vengono conservati i miei dati? chi li utilizza?». Allo stesso tempo, la mancanza di consapevolezza investe anche il garante della privacy: «Su queste problematiche l’authority ha ancora molta strada da fare», conclude.

Cybersquatting: la nuova frontiera della contraffazione online

lastampa.it
andrea signorelli

La registrazione di domini che sfruttano illecitamente il nome di grandi aziende a fini di lucro continua a crescere. E adesso prende di mira anche i social network



Quando si parla di pirateria online si pensa immediatamente al download illegale di materiale protetto da copyright, come può essere il caso di musica, film, serie tv o anche programmi informatici. C’è però almeno un’altra forma di pirateria che col passare degli anni sta assumendo dimensioni sempre più preoccupanti: il cybersquatting , la registrazione di domini internet che utilizzano illecitamente il marchio detenuto da un altro soggetto.

Qualcuno, per esempio, potrebbe registrare un sito dal nome www.appleiphone.com attraverso il quale vendere cellulari della casa di Cupertino. Ma perché un’attività di questo tipo è illecita? “Prima di tutto, perché si occupa uno spazio web in via esclusiva, impedendo al legittimo proprietario del marchio di utilizzarlo e violando i suoi diritti di proprietà intellettuale”, spiega a La Stampa l’avvocato Gabriele Cuonzo, specializzato in questioni di diritto commerciale e proprietà intellettuale e socio fondatore dello studio Trevisan & Cuonzo. “A meno che non ci sia il consenso del titolare del marchio, questo utilizzo non è consentito. Inoltre, nella nostra esperienza, molto spesso i prodotti commercializzati attraverso questi siti sono contraffatti”.

Il recente report della WIPO (organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale) mostra come i casi di cybersquatting siano in continuo aumento e come nel 2016 se ne siano verificati oltre 3mila (+10% rispetto all’anno precedente), coinvolgendo 5.300 domini web. Tra le aziende più colpite, troviamo la Philip Morris – che ha aperto 67 fascicoli in materia – seguita da AB Electrolux, Hugo Boss, Lego, Michelin e anche l’italiana Intesa Sanpaolo. 

Ci sono però anche situazioni in cui per le aziende è più difficile capire se rivalersi contro chi sfrutta il loro nome: è il caso degli appassionati che creano un sito utilizzando, per esempio, il marchio di un’automobile allo scopo di creare forum in cui si discute e ci si scambia consigli su quella particolare vettura. “In questo caso, molto dipende dalla policy delle aziende e anche dal tipo di seguito che hanno. Per esempio, un produttore come Harley Davidson, che dà molta importanza al valore emozionale del marchio, valuta con molta attenzione e chiede la cessazione del comportamento solo quando l’uso che si fa del marchio non è consentito”, prosegue l’avvocato Cuonzo.

La vera difficoltà sta nel capire dove si ferma l’attività degli appassionati e dove invece comincia la vendita di prodotti magari contraffatti. “Anche perché, spesso, il confine è più labile di quello che si potrebbe pensare”, spiega invece l’avvocato Giacomo Desimio dello studio Trevisan & Cuonzo, esperto in proprietà intellettuale su internet. “Per questo è importante non solo visionare, ma anche approfondire il contenuto del sito, per assicurarsi, come spesso invece si verifica, che non faccia da ponte per la vendita e la promozione di prodotti contraffatti”.

Per le aziende, pensare di difendersi occupando ogni possibile spazio sul web non è realistico, soprattutto perché si dovrebbero prevedere anche i refusi compiuti dagli utenti che digitano il nome del sito (celebre il caso di una società di e-commerce che aveva registrato tutti i possibili errori del nome Amazon); mentre è più facile monitorare la rete con strumenti adeguati (su internet si trovano anche programmi specifici ) e intervenire nel momento del bisogno per riappropriarsi del dominio.

Una variante, legale, del cybersquatting si è invece trasformata per qualcuno in una forma di imprenditoria online. È il caso di Rick Schwartz , noto con il soprannome di domain king, che nel corso degli anni ha registrato o acquistato circa 3mila nomi di siti internet estremamente comuni, prevedendo in anticipo l’importanza che questi avrebbero avuto e rivendendoli a peso d’oro. Il caso più celebre è l’acquisto nel 1997, per 42mila dollari, del dominio porno.com, ceduto nel 2015 per 8 milioni di dollari (dopo aver guadagnato quasi 10 milioni in pubblicità).

Oggi, però, la nuova frontiera del cybersquatting è rappresentata dai social network: basti pensare all’importanza che hanno ormai raggiunto le pagine aziendale su Facebook. “Si tratta in effetti di un terreno molto fertile per la pirateria, anche perché è ancora più facile agire in modo anonimo”, prosegue l’avvocato Desimio. “Allo stesso tempo, però, è possibile contrastarla efficacemente, perché i social network possono sfruttare strumenti di verifica interna, di cui sempre più spesso si dotano, e possono agire in tempi rapidi. In questo caso, è sufficiente un’attività di monitoraggio, dopodiché starà ai legali rivolgersi a Facebook o altri per chiedere la chiusura della pagina”.

Ladro di biciclette

lastampa.it
mattia feltri

Un uomo di ottant’anni è in carcere perché ruba le biciclette. Non sappiamo il suo nome, soltanto le sue iniziali, F.C. Nel quartiere Prati e in centro a Roma lo conoscono in molti proprio perché ruba le biciclette. Le ruba e basta, non per rivenderle: vuole tutte le biciclette del mondo, tutte per sé. Lo conoscono bene anche i poliziotti, che lo beccano sistematicamente, o spesso, e lo prendono, gli dicono forza, coraggio, lo portano davanti a un giudice e in carcere. L’ultima volta era a Regina Coeli, è caduto, ha battuto la testa, e lo hanno ricoverato in ospedale dove è morto. Ecco, ora non ruberà più. 

Sarà venuto in mente a tutti voi Ladri di biciclette, il film di Vittorio De Sica. O anche I soliti ignoti, la scena in cui il ladruncolo Vittorio Gassman è detenuto a Regina Coeli, il carcere di Trastevere che ha quasi quattro secoli di vita. Questo perché nella storia di F.C. c’è la pienezza dell’umanità delle commedie, il destino irreversibile, la solidarietà amara, anche l’umanissima morte in solitudine. Nel dare la notizia, si è subito parlato del sovraffollamento delle carceri: si è detto che ne servono di più, e forse invece servono meno carcerati. Forse serve depenalizzare alcuni reati, perché probabilmente nessuno era contento di vedere il vecchio in cella, non il giudice, non i poliziotti, nemmeno i proprietari delle biciclette, se solo ci hanno pensato su un momento.

È che lo prevede la legge, e quando la legge è così cieca e ottusa, noncurante, così lontana dal sentimento di una comunità, non è più una legge, è un oltraggio. 

I cinque ufficiali piemontesi diventati eroi a Unterlüss

lastampa.it
andrea parodi

Per non unirsi ai tedeschi e alla Rsi scelsero l’internamento nei lager nazisti


Lo spaventoso lager di Unterlüss, dove i prigionieri erano costretti a vivere in condizioni terribili: fame, pidocchi, malattie, lavori forzati e le violenze inflitte dagli aguzzini

Ci sono cinque piemontesi tra i «44 eroi di Unterlüss». Non li conosce nessuno, eppure sono stati protagonisti di una delle più significative pagine dell’altra Resistenza, in Germania. Sono eroi che hanno taciuto per decenni la loro storia, anche con i propri familiari. Si tratta di cinque ufficiali del Regio Esercito Italiano che, dopo l’8 settembre 1943, per non unirsi ai tedeschi e alla Rsi, hanno scelto volontariamente l’internamento nei lager nazisti. Resistenti esattamente come i partigiani, anche se meno celebrati. La storia li ha etichettati con il nome di Internati Militari Italiani. Più semplicemente: IMI. 

Da Stresa c’è Giuliano Nicolini, che è anche Medaglia d’Argento al Valor Militare. Così come il torinese Giovanni Anelli. Entrambi sono morti durante la prigionia. Il primo nel terribile lager di Unterlüss, pestato a sangue da una SS; il secondo subito dopo la liberazione, in un ospedale della Bassa Sassonia, consumato dalla polmonite. Più fortunati gli altri tre, scampati per puro miracolo alla morte. Sono altri due torinesi, Gaetano Garretti di Ferrere e Tullio Cosentino, oltre a un aviglianese: Carlo Grieco. Per loro un Encomio Solenne. Tutti eroi, così come gli altri 39 sparsi per tutta Italia, perché protagonisti di uno dei gesti di più alto valore non solo militare, ma morale e civile: offrire la propria vita in cambio di quella di loro compagni destinati alla fucilazione. Come Salvo D’Acquisto o Massimiliano Kolbe. 

Gli ufficiali di Unterlüss hanno resistito per mesi nei lager rifiutando ogni possibile collaborazione con il nemico tedesco. Tacciati di essere traditori e badogliani hanno sopportato di tutto: la fame, i pidocchi, le malattie, la lenta agonia del lager, l’annullamento della personalità. Nel febbraio del 1945 li obbligano al lavoro forzato per la causa bellica tedesca. I tedeschi deportano 213 ufficiali in un campo di aviazione. Ma succede qualcosa di inaspettato: uno sciopero. Un gesto dimostrativo molto forte: osano sfidare i nazisti nella loro terra, senza armi. Dopo sei giorni di braccia incrociate la Gestapo ne sceglie 21 per una decimazione dimostrativa. 44 loro compagni compiono quel gesto incredibile che spiazza persino i nazisti. A guidarli è l’indignazione. La fucilazione viene commutata nel carcere a vita nel lager di Unterlüss, un luogo di morte degno di un girone dantesco, tra frustate e indicibili trattamenti durati sei settimane. 

Oggi questi eroi, dopo anni di oblio e di silenzi causati dal pudore degli stessi protagonisti, stanno riprendendo la giusta collocazione sui binari della Storia grazie all’ultimo dei sopravvissuti: l’energico Michele Montagano - 96 primavere - che gira l’Italia partendo da Campobasso con la sua invidiabile lucidità per trasmettere la memoria. Sua e dei suoi 43 compagni. Un uomo che meriterebbe più di una medaglia. E che in un altro Paese sarebbe ospitato in tutte le trasmissioni televisive, a raccontare.

Cinque eroi piemontesi si diceva. Di due si sono perse le tracce. Anelli viveva in Via Cibrario 36bis a Torino, ma la sua famiglia non è stata trovata. Così come Cosentino, che ha risieduto in Via Thesauro 2 e poi in Via Giuria 21. Gaetano Garretti di Ferrere è stato per vent’anni direttore dell’Archivio di Stato di Torino, una delle più alte figure della cultura sabauda del dopoguerra. Per i tre torinesi è stata inoltrata al Presidente del Consiglio Comunale Fabio Versaci una richiesta di riconoscimento toponomastico. Avigliana ha dedicato al concittadino Carlo Grieco il giardino pubblico di via Trasserve già da due anni, mentre a Stresa per Giuliano Nicolini vi è una Pietra d’Inciampo fatta posare dalla nipote.