venerdì 28 aprile 2017

I robot di Amazon sbarcano a Rieti

lastampa.it
beniamino pagliaro

I robot di Amazon faranno il loro debutto in Italia nell’autunno di quest’anno, quando il gruppo dell’ecommerce aprirà il terzo centro di distribuzione nel Paese, a Passo Corese, in provincia di Rieti. La tecnologia di Amazon Robotics permetterà al centro che nasce per servire Roma e il Sud Italia, di diventare il più evoluto della penisola.

La decisione del gruppo che è presente in Italia dal 2010 descrive l’accelerazione nella corsa all’automazione, che è considerata una delle tendenze guida dell’economia globale. I robot di Amazon sono però un esempio della fase di transizione, in cui la macchina non sostituisce l’uomo, bensì e umani e robot istruiti dal software lavorano assieme. Il centro di Passo Corese creerà infatti 1.200 posti di lavoro a tempo indeterminato in tre anni.

Amazon utilizza i robot dal 2014 in vari centri americani: da allora il numero di lavoratori negli stessi centri è cresciuto di cinque volte, e soprattutto è cresciuta la produttività dei centri. Quando acquistiamo un prodotto su Amazon, l’ordine arriva ai centri in tempo reale e nel giro di circa 15 minuti (secondo un’analisi di Deutsche Bank, in ogni caso in pochi minuti) il pacco viene consegnato al corriere espresso che ce lo porterà a casa. Questo succede nei centri dove robot e umani lavorano assieme, mentre in quelli dove non ci sono i robot il tempo sale a un’ora o più.

Come funziona? I famosi robot, che poi assomigliano più a delle grandi aspirapolveri arancioni che agli androidi di Hollywood (viaggiano a 5 chilometri all’ora), hanno rivoluzionato il modo di ordinare la merce negli enormi magazzini di Amazon. Invece di archiviare i libri in ordine alfabetico, o dividere tutto in categorie, gli addetti dei centri ricevono la merce e la inseriscono casualmente negli scaffali. Un codice a barre renderà ovviamente semplice ritrovare ogni singolo prodotto. Così poi quando a casa concludiamo effettivamente l’ordine, il software di Amazon fa muovere i robot in una danza silenziosa e apparentemente inspiegabile. I robot portano lo scaffale che contiene proprio il prodotto dei nostri desideri vicino all’addetto che preleva il tutto e lo manda alla stazione di spedizione.

Amazon risparmia nel tempo di entrata, di uscita, e dunque sul tempo di consegna. La domanda delle domande potrebbe essere: un giorno Amazon sostituirà gli umani con i robot? In questo momento appare la domanda sbagliata. La rincorsa dell’e-commerce, nonostante tutto, è ancora agli inizi: negli Stati Uniti il commercio elettronico vale solo l’8,6% del commercio totale, in Italia appena il 5%. Lo spazio per crescere è ancora molto e la risposta di Amazon è che proprio l’adozione della tecnologia può ampliare il mercato e dunque creare posti di lavoro. Con il centro del Lazio, i robot saranno diffusi in cinque centri in Europa (uno in Spagna, uno in Polonia, tre nel Regno Unito). “Nel 2016 abbiamo creato più di seimila posti di lavoro a tempo indeterminato”, spiega il responsabile per le operazioni europee, Stefano Perego.

L’Arabia Saudita nella Commissione Onu a tutela delle donne. E non è uno scherzo provocatorio

lastampa.
francesca paci



Quando alcuni giorni fa ha iniziato a girare sui social network, la notizia era accompagnata dall’hastagh #nofake, non è un fake, non è una balla. Perchè, obiettivamente, era del tutto legittimo pensare che l’ingresso dell’Arabia Saudita nella Commissione delle Nazioni Unite a tutela delle donne fosse uno scherzo, una provocazione, un’iperbole. Non lo era. Per i prossimi quattro anni la petrol-monarchia che impedisce alle signore di guidare l’automobile (tanto per citare solo il più noto dei divieti in rosa) avrà un posto tra i 45 membri della United Nations Commission on the Status of Women (UNCSW), il principale strumento inter-governativo per promuove la parità dei sessi e l’empowerment femminile

Com’è stato possibile che l’organismo istituito nel 1946 con lo scopo di monitorare la condizione dell’altra metà del cielo votasse (a scrutinio segreto) per aprire le porte al Paese che occupa la 141esima posizione su 144 nella infamante classifica della disparità di genere dell’ultimo Forum Economico Mondiale? La domanda rimbalza non solo sul web ma arriva a far insorgere le più serie tra le organizzazioni dei diritti umani come UN Watch, dove il direttore Hilll Neuer commenta amaramente l’assurdità di una scelta equiparabile a «mettere un piromane a capo dei pompieri». Non è la prima volta, replicano i veterani del Palazzo di Vetro. Già nel 2015 Riad, in barba all’incessabile lavoro dei suoi boia , aveva piazzato un suo rappresentante a capo del Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu, una posizione prestigiosa e segnata dalle polemiche sin da quando nel 2003 era stata assegnata alla Libia dell’allora dittatore Gheddafi.

Che l’Onu si presti e si sia prestato a tribuna per i peggiori dittatori del pianeta è accusa conosciuta. Ma non per questo dovrebbe fare meno rumore la notizia del nuovo incarico all’Arabia Saudita, dove le donne hanno bisogno di un guardiano che accompagni qualsiasi decisione importante, dalla nascita ai viaggi alla morte. C’è chi, come l’ex premier neozelandese Helen Clark, sottolinea che Riad sta facendo piccoli lenti progressi, a partire dal decreto reale che dal 2015 consente loro di candidarsi e votare (alle amministrative) fino al neonato Consiglio delle Ragazze di Qassim (nel quale però siedono solo uomini). Ma basta? Può davvero bastare? Nel momento in cui anche nell’occidente delle democrazie liberali si cominciano a rimettere in discussioni conquiste che si pensavano ormai assodate è possibile far passare sotto silenzio questa notizia #nofake?

La classifica dei gonzi

lastampa.it
mattia feltri

Le classifiche, specie se stilate secondo metodi scientifici, non valgono niente. Se n’è avuta la riprova quando il Cies, osservatorio indipendente del calcio, ha stabilito che fra i cento migliori dribblatori non c’è Cristiano Ronaldo: un sistema di algoritmi e data base offre la verità scientifica per cui marcare il fuoriclasse del Real è più facile che marcare Daniele Croce dell’Empoli, piazzato 45
o

al mondo. C’è di meglio. Qualche anno fa una classifica elevò terza in Italia la facoltà di ingegneria dell’Università Foro Italico, che non ha la facoltà di ingegneria. È strana, in un mondo vorace di fatti alternativi, l’adesione fideistica alle classifiche, redatte da enti dai nomi inflessibili.  

Se Reporters sans frontières dice che siamo 77
o
o 52
o

per libertà di stampa, è così e basta (almeno finché lo studio non ti mette fra i cattivi, com’è successo a Beppe Grillo). In pochi, però, vanno a vedere chi elabora la graduatoria e con quali criteri. Finalmente si scopre l’arcinoto: la libertà di stampa è stimata da Rsf essenzialmente attraverso questionari le cui risposte sono, dunque, soggettive e non oggettive. Infatti è bizzarro che la Giamaica risulti avere una stampa più libera dell’Islanda. Prima o poi si scoprirà che anche la classifica della corruzione di Transparency, che ci punisce sempre, si fonda sulla corruzione percepita: è come se io calcolassi il riscaldamento globale in base a quando mia moglie toglie il piumone dal letto. Ma uno saggio ha scritto che in Italia siamo primi in classifica fra chi crede alle classifiche. 

Esistono i trafficanti di uomini e i trafficanti di voti.

lastampa.it
jena@lastampa.it

Esistono i trafficanti di uomini e i trafficanti di voti.