sabato 29 aprile 2017

Nessuno tocchi Abele

corriere.it

Nella notte tra il 29 e il 30 aprile di undici anni fa, una giovane donna venne sepolta viva dal suo amante in una buca alle porte di Venezia. Si chiamava Jennifer Zacconi, aveva vent’anni e la colpa di portare in grembo un figlio che lui non voleva. Il pensiero di quello che avrà sofferto supera le capacità immaginative di un lettore di Edgar Allan Poe. C’è solo da augurarsi che le percosse l’avessero stordita al punto da non farle capire ciò che le stava accadendo.

Lucio Niero fu condannato a 30 anni. Domenica ha usufruito di un permesso premio per andare a pranzo dalla sorella. La legge lo consente ai detenuti che hanno scontato un terzo della pena e nulla si può eccepire ai magistrati (tutte donne) che lo hanno firmato e controfirmato. Eppure quelle due parole - permesso e premio - accostate al protagonista di un delitto tanto efferato lasciano addosso una sensazione di fastidio che confina con il disgusto.

Lo stesso Stato che da un lato maltratta i colpevoli nella trascuratezza di carceri immonde, dall’altro manca di rispetto ai familiari delle vittime, precipitandoli nell’oblio. Nessuno ha sentito il bisogno di avvertire i parenti della ragazza di quanto stava per accadere. Nessuno si è preoccupato della loro sensibilità e del loro diverso senso del tempo: undici anni sono una vita, ma diventano un soffio per chi ha perso per sempre, e in quel modo, una persona cara. Caino va recuperato, ma la memoria di Abele non andrebbe offesa di continuo. Tanto più che, a sentire il padre di Jennifer, il premiato assassino si è dimenticato finora di chiedere scusa.

28 aprile 2017 (modifica il 28 aprile 2017 | 06:50)

Da «social tv» a «crisi aziendale»: gli universitari riscrivono Wikipedia

corriere.it
di Carlotta De Leo

Il progetto #WikiTim fa tappa alla Luiss Business School: 22 studenti chiamati a controllare o generare nuove voci molto tecniche: «L’enciclopedia digitale non è più nemica dell’Accademia: il confronto delle fonti aiuta a smascherare le fake news»

Studenti della Luiss Business School e responsabili del progett o WikiTim

«Ultima modifica ultimata...click, pubblicato». L’applauso dei ragazzi scatta immediato nella sala da ballo di Villa Blanc a Roma. Sotto gli occhi dei 22 studenti della Luiss Business School prende vita il progetto #WikiTim per la creazione o la riscrittura di alcune voci sulla cultura economica e digitale dell’«enciclopedia libera e collaborativa» che ormai è uno strumento essenziale per ogni ricerca online. «Wikipedia ci ha dato tanto negli anni e noi abbiamo avuto l’opportunità di sdebitarci almeno un po’» dicono i giovani partecipanti all’appuntamento ideato da Tim in collaborazione con Wikimedia Italia.
Le voci da rivedere
La tappa romana arriva dopo quella di Urbino (che ha generato o riletto voci riguardanti i media digitali e la cultura partecipativa come «social tv» e «intelligenza collettiva») e quella del Politecnico di Milano da cui sono uscite 12 nuovi lemmi. Agli studenti della Business School di Roma è stato chiesto, invece, di rivedere o scrivere daccapo in tutto sette concetti come «azione revocatoria ordinaria e fallimentare», «pianificazione di progetto», «sovraindebitamento» e altri relativi alla macro-voce «crisi d’impresa». Il fine di tutto il progetto (che presto coinvolgerà anche gli universitari napoletani) è contribuire ad arricchire l’enciclopedia digitale, garantendo prima di tutto la qualità di contenuto e forma sugli aspetti più tecnici e complessi.
Neutralità e fake news
«Nessuna fonte è veramente neutrale: la neutralità si ottiene solo incrociando più testi - dice Luca Martinelli, responsabile dei progetti Wikimedia Italia - Le voci riguardanti argomenti specifici poi, hanno bisogno di fonti specialistiche e difficilmente posso essere realizzate da un volontario durante il suo tempo libero. L’apporto degli studenti è quindi fondamentale anche perchè così possono subito mettere in pratica quello che studiano e comprenderne l’importanza e il valore». Wikipedia, insomma, non è più solo il sito dove si copiano le ricerche all’ultimo momento. «Per troppo tempo è stata vista come nemica dell’Accademia: per fortuna oggi non è più così e può essere davvero una risorsa quando i contenuti sono ben scritti e fruibili. Nell’era delle fake news questo progetto trasmette ai giovani il valore dell’informazione verificata e non distorta» dice il Paolo Boccardelli, direttore della Luiss Business School.
Le foto storiche
La partnership con Tim è fruttuosa soprattutto per quelle voci su cui il knowhow tecnologico può essere determinante e per quelle che possono essere ben illustrate con le immagini dello sterminato archivio dell’azienda di telecomunicazioni. Così sono stati recuperati vecchi loghi e immagini pubblicitarie della Società idroelettrica piemontese (la Sip) o la cabina telefonica più alta d’Italia (nel rifugio «Regina Margherita» del Monte Rosa a 4.559 metri ) in una foto del 1967. «Abbiamo 18 chilometri lineari di materiali e abbiamo deciso di digitalizzarne un po’ per metterli a disposizione di tutti - dice Ivan Dompé, direttore della Comunicazione istituzionale di Tim - È nello spirito di questo progetto che vuole far parlare università e Wikipedia per migliorare la qualità di voci ipertecniche, ma anche di quelle che chiunque può voler consultare».

28 aprile 2017 (modifica il 28 aprile 2017 | 17:23)

La droga in vendita sul deep web con armi e soldi falsi: cinque arresti

corriere.it
Anna Campaniello

Fucili in vendita sul deep web

Il suo nome nel deep web era «Kriminale» ed era segnalato da anni dalle autorità americane come uno dei più attivi trafficanti di droga nel lato parallelo e «oscuro» di Internet, dove le transazioni avvengono in bitcoin, la moneta elettronica. È uno dei cinque uomini - tre italiani, un albanese e un sudamericano - arrestati dalla polizia venerdì mattina nell’ambito di un’operazione della Questura di Lecco che ha permesso di scoprire e oscurare un mercato virtuale di articoli illegali, stupefacenti ma anche armi, documenti contraffatti, denaro falso, software impiegati per accessi abusivi a sistemi informatici e carte di credito clonate. Gli agenti della polizia di Stato di Lecco, affiancando indagini tradizionali ad attività sotto copertura, sono riusciti a ricostruire le operazioni illegali che avvenivano tramite il portale del deep web Italian Darknet Community (Idc).

Venerdì mattina, oltre agli arresti, sono state effettuate cinquanta perquisizioni in tutta Italia e nell’ambito dell’indagine sono stati individuati numerosi acquirenti di questo mercato illecito, in gran parte giovani, in alcuni casi anche minorenni. «Abbiamo effettuato un’attività di indagine del cosiddetto darknet, supportata da attività tecniche e dall’impiego di agenti sotto copertura – spiega il capo della squadra mobile di Lecco Marco Cadeddu –. Abbiamo individuato siti e forum che offrono, dietro la copertura garantita dall’anonimato del deep web sostanze stupefacenti di varia natura, cocaina, eroina, hashish e droghe sintetiche ma anche armi, documenti falsi, account di siti di e-commerce intestati a persone inesistenti o oggetto di furto di identità, oltre a sistemi per creare virus e poi infettare i computer e minacciare e ricattare i destinatari».

Agli arrestati sono stati contestati a vario titolo reati legati al traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Al presunto «banchiere clandestino» dell’organizzazione, un italiano residente a Bergamo che si occupava dello scambio tra euro e bitcoin, è stato contestato anche il riciclaggio e l’esercizio abusivo dell’intermediazione finanziaria. «Dalla poltrona di casa, nell’anonimato più completo si possono comprare droghe ma anche armi e documenti o soldi falsi – dice ancora il capo della mobile –. Abbiamo effettuato controlli di numerosi soggetti evidenziati come naviganti di questo mercato, persone di fascia di età bassa, anche minorenni. Il deep web assicura l’anonimato più assoluto perché esce dai protocolli tradizionali e cripta ogni contenuto. Le barriere e protezioni sono fortissime. È un settore che le investigazioni non possono più trascurare».

Nel corso dell’attività di indagine sono stati sequestrati ingenti quantitativi di droga di vario tipo, ma anche alcune centinaia di migliaia di euro frutto dell’attività illecita e numeroso materiale informatico.

Paladin, l’app per mettere a noleggio gli oggetti che non usiamo

corriere.it
di Michela Rovelli

Ideata da un italiano, è un servizio che permette di dare in prestito a pagamento tutte quelle cose che conserviamo in casa ma rimangono in un angolo a prendere polvere



Condividere tutto, dalle stanze di casa ai passaggi in auto, dalle cene fino al nostro divano. La sharing economy piace, le nuove idee non mancano mai. E alcune sono anche «made in Italy». Come quella di Nico Fusco, che ha creato l’app Paladin, con la quale ad essere messi in condivisione sono tutti gli oggetti che accumuliamo in casa (e spesso abbandoniamo in soffitta). Come gli sci e gli scarponi che non toccano neve da tanti inverni. Oppure la macchina fotografica che ci hanno regalato ma non abbiamo mai occasione di usare. Ancora l’impianto audio acquistato per una festa e poi rimasto a prender polvere in un angolo del salotto. Oggetti di valore, ma non sfruttati. Li teniamo perché un giorno potranno esserci utili ma intanto occupano spazio inutilmente.
Come funziona
«Ho cambiato casa spesso nella mia vita per lavoro — spiega Fusco — e ogni volta mi mancava qualcosa. Ma quando lo chiedi in prestito, soprattutto nelle grandi città, c’è diffidenza» spiega Fusco, che alle spalle ha una lunga carriera nell’ecommerce, da Zalando e una società che opera soprattutto nel sud est asiatico ed è stata poi acquisita dal gigante cinese Alibaba. La sua esperienza — professionale e non — l’ha portato a pensare a una piattaforma per il noleggio degli oggetti a pagamento. L’utente decide il prezzo del prestito, determina una caparra da trattenere in caso di danno e, quando arriva la richiesta di nolo, si organizza lo scambio. «Stiamo pensando di inserire anche un sistema di assicurazione, per garantire la sicurezza agli utenti», continua Fusco.

Il servizio è già partito in due città pilota, Berlino e Milano (in italiano, tedesco e inglese). «Ho scelto di partire da due capitali della sharing economy, dove esiste già la cultura della condivisione», continua. La prossima meta sarà Barcellona. Un’altra componente che rende il capoluogo lombardo perfetto per Paladin, secondo Fusco, è la sua anima universitaria: «Il nostro target principale sono gli studenti. Quando arrivano a Milano per studiare si portano dietro tutto ciò che hanno e, con la nostra app, può sfruttare il suo piccolo tesoro per guadagnare qualcosa. Per quanto riguarda gli utenti che richiedono il prestito, guardiamo molto anche ai turisti».
Il lato «sociale» di Paladin
I primi iscritti sono già arrivati: 500 gli utenti che hanno «messo a nolo» circa 1.700 oggetti. E per lo scambio, Fusco suggerisce l’incontro faccia a faccia. Come è capitato a lui quando ha prenotato una penna 3D, di cui ignorava il funzionamento: «Ci siamo visto in un bar a Milano e mi ha spiegato come usarla». Se si chiede in prestito, per esempio, una macchina fotografica professionale ci si aspetta che chi l’ha acquistata sia anche un’appassionato dell’arte dell’immagine e che quindi ci può dare suggerimenti su come sfruttarla al meglio. «Stiamo implementando un servizio di spedizione — conclude — ma ci piace pensare che su Paladin ci si scambi anche consigli oltre che oggetti».

Ong e migranti, la Guardia costiera: «Così guidiamo i soccorsi in mare»

corriere.it
di Fiorenza Sarzanini

Roma, nella sala operativa della Guardia costiera: «Ora partono anche di notte e molti non hanno a bordo un satellitare». Un sistema traduce in simultanea le chiamate in arabo. Se l’Sos viene dalla Libia le navi più vicine sono quelle delle Ong



ROMA Le richieste disperate giungono grazie ai telefoni satellitari. «Help us, we have children», aiuto, ci sono bambini. «Dammi la posizione, dammi la posizione».

Sala operativa della Guardia costiera, il centro di coordinamento per le ricerche in mare è a Roma. I militari si avvicendano in consolle, rispondo agli appelli, pianificano i soccorsi. Sullo schermo si muovono decine di puntini, sono i mezzi in acqua. La panoramica è completa, copre tutto il Mediterraneo centrale, arriva fino in Libia. Lì dove i trafficanti continuano a caricare uomini, donne e bambini su mezzi di fortuna: gommoni senza chiglia, pescherecci di legno con le tavole sconnesse che dopo qualche miglia di navigazione cominciano a imbarcare acqua.

Se l’sos viene lanciato con un satellitare Turaya, gli specialisti della Guardia costiera sono in grado di ottenere la localizzazione grazie all’accordo firmato con la compagnia telefonica che ha sede negli Emirati arabi. Altrimenti bisogna far muovere i mezzi aerei, chiedere aiuto alle navi che sono in zona. E se la «zona» sono le «acque libiche» le imbarcazioni più vicine sono quelle delle Organizzazioni non governative. Ecco perché il Viminale sta cercando di accelerare le procedure dell’accordo con le autorità di Tripoli per far funzionare la Guardia costiera locale. E così tentare di fermare le partenze.
Intanto sono le Ong ad effettuare i primi salvataggi al di fuori dell’area Sar (Search and rescue), caricano a bordo i migranti, si muovono verso il porto più vicino. E approdano in Italia, perché quasi sempre Malta e Tunisia rifiutano l’autorizzazione all’approdo.
I viaggi di notte
Per i trafficanti è un affare da sfruttare fino in fondo. Il rapporto della Guardia costiera sull’attività svolta nel 2016 racconta in quali drammatiche condizioni le organizzazioni criminali facciano viaggiare i migranti: «Rispetto al modus operandi degli anni scorsi si è registrato un incremento di partenze dalla Libia anche con condizioni meteomarine avverse ed in ore notturne, determinando un impegno pressoché costante nelle attività di coordinamento di Roma a favore dei mezzi impegnati nelle operazioni di salvataggio. In passato invece le partenze avvenivano prevalentemente alle prime ore del giorno e con condizioni meteo marine maggiormente favorevoli».

E poi conferma come le Ong «abbiano fatto registrare un consistente aumento della presenza» e siano in prima linea per andare a recuperare gli stranieri, tanto che in due anni il numero delle persone salvate da loro è raddoppiato portandoli in cima alla classifica dei soccorritori. Su 178.415 stranieri, ben 46.796 sono sbarcati nei porti italiani dalle navi «private».
Telefoni e traduttori
Nella sala operativa c’è un sistema che consente di tradurre in simultanea le richieste di aiuto che arrivano in lingua africana: serve a fare più in fretta, a fornire indicazioni precise ai primi soccorritori e alle motovedette o ai mezzi più pesanti che arriveranno subito dopo, a tentare di evitare di giungere quando è troppo tardi per portare in salvo gli stranieri. Il 4 maggio il comandante generale della Guardia costiera Vincenzo Melone parlerà di fronte alla commissione Difesa del Senato. E lì probabilmente ribadirà quello che i suoi uomini hanno già evidenziato sui metodi utilizzati dai trafficanti. Sottolineando come «nel 2016, rispetto all’anno precedente, si è assistito ad un netto peggioramento delle condizioni di sicurezza a bordo delle unità impiegate per il flussi via mare dalle coste libiche».

Perché «la frequente assenza di telefoni satellitari a bordo delle unità impiegate, rispetto al recente passato, ha determinato una più intensa e complessa attività di ricerca da parte degli assetti presenti in mare e coordinati dal Centro di Roma che ha inevitabilmente comportato un maggiore pericolo per le stesse unità in quanto non in grado di chiedere aiuto né di essere prontamente localizzate e soccorse».
Gommoni e barchini
Nell’ultimo anno i trafficanti hanno «aumentato l’utilizzo dei gommoni e di barchini di piccole dimensioni con circa 20-50 migranti a bordo, mentre hanno diminuito drasticamente quello delle imbarcazioni in legno». Ma soprattutto hanno stipato i gommoni imbarcando «fino a 200 persone con conseguente sempre maggiore probabilità di naufragio». Il monitor della sala operativa rimanda l’immagine dell’ultimo salvataggio. A bordo del gommone ci sono decine di uomini e donne. Ma anche tre bimbi piccoli che per primi vengono trasferiti sulla motovedetta.

Fakebook

lastampa.it
mattia feltri

È ormai chiaro a tutti che le fake news, in italiano notizie false, non sono un’invenzione dei nostri tempi. Era già una notizia leggermente esagerata, cinquemila anni fa, la natura divina del faraone, e dunque nessuno stupore davanti all’ammissione di Facebook: organizzazioni governative e politiche ci usano per spacciare o ampliare notizie false, e condizionare la vita pubblica e le elezioni. Semmai la differenza sta nei social che hanno esteso fino all’ultimo balordo da tastiera il potere di costruire e diffondere realtà parallele, e pure questa è democrazia. Ma la novità sembrerebbe un’altra: la pratica è così globale che ormai si raccontano bufale senza paura di essere smentiti, perché non c’è smentita che reggerà. 

Da giorni Luigi Di Maio va sostenendo che l’espressione «taxi del mare» per i barconi è stata usata da Frontex e che dalla stessa Frontex viene l’accusa alle Ong di essere in combutta con gli scafisti. Non è vera la prima né la seconda affermazione, i giornali ne hanno preso atto, ma per Di Maio è come se non fosse successo nulla. La spericolata uscita del procuratore di Catania, secondo cui poche (poche) Ong forse (forse) hanno rapporti con i trafficanti, è evoluta a epigrafe scolpita nel marmo che ha consentito a Matteo Salvini la sentenza anti-migranti («siamo di fronte a un’invasione organizzata, finanziata e pianificata») e al Vaticano la sentenza pro-migranti («sulla loro pelle sta emergendo un ennesimo scandalo»). Davvero straordinario: un’unica falsità al servizio di opposte verità. 

Pd

lastampa.it
jena@lastampa.it

Da Gramsci a Renzi, peggio di così si muore. Appunto. 

Militanti M5S denunciano: c’è un traffico di dati sensibili, identità digitali e password private

lastampa.it
jacopo iacoboni

Online nuove rivelazioni di Supernova, il progetto di due ex collaboratori di Gianroberto Casaleggio. Anche dei parlamentari sarebbero stati a conoscenza della vicenda catanese



Militanti del Movimento che denunciano: per farci iscrivere a un meet up ci hanno chiesto tutti i dati sensibili, il codice fiscale, e persino la password delle nostre mail private. Parlamentari del Movimento che vengono a sapere della cosa da parte di alcuni di quei militanti, e ne discutono animatamente in una chat (anziché denunciarlo, alcuni si preoccupano che la cosa non esca fuori). Infine un pc, con tutti i dati sensibili e le password, che sarebbe sparito e non si sa che fine abbia fatto.

Le rivelazioni di questi presunti traffici sono contenute nella nuova anticipazione di Supernova, il libro di due ex stretti collaboratori di Gianroberto Casaleggio, Nicola Biondo e Marco Canestrari, in uscita dopo l’estate. Il capitolo appena uscito s’intitola: “Traffico di dati sensibili, identità digitali e password private”. (sottotitolo: “A Catania spunta pure un mercato delle tessere”). L’affaire deflagra nelle chat grilline, scrivono gli autori, il 24 aprile. «Se non escono i nomi di chi ha fatto girare questi moduli finisce a schifiu», attacca Giulia Grillo, all’epoca capogruppo uscente M5S a Montecitorio, che vuole vedere chiaro in questa storia.

«Al centro della discussione c’è un modulo prestampato», scrivono Biondo e Canestrari (e lo pubblicano). «È un modulo di iscrizione al Movimento cinque stelle e prevede una sfilza di dati sensibili: codice fiscale, estremi del documento di identità, recapiti telefonici e mail. Viene richiesta, verbalmente ma imperativamente, anche la password della mail privata (dice un parlamentare nella chat che abbiamo potuto leggere)».

Si tratta naturalmente di qualcosa di totalmente opposto ai principi di trasparenza e onestà del Movimento. «Chi conosce il Movimento sa che l’unico modo di iscriversi è passare dal portale Rousseau, e che nessun meet up può raccogliere iscrizioni e dati di questo tipo - scrive Supernova -. Due parlamentari catanesi, Giulia Grillo e Nunzia Catalfo, sono state allertate da alcuni attivisti. Postano in chat il documento. Vogliono sapere chi lo ha utilizzato».

Oltre a non ottenere risposte soddisfacenti, scoprono di più. Un attivista segnala che, circostanza inquietante, proprio in quelle ore è sparito un pc da uno dei meet up catanesi. «Raccogliere dati sensibili senza averne titolo - ricordano Biondo e Canestrari - è un reato. Ma c’è di più. A dirlo è la stessa Catalfo: “Sembrerebbe che insieme al modulo è stata chiesta la password dell’indirizzo personale di posta. Se fosse vera questa cosa sarebbe gravissima. A nome del Movimento...”». In chat enumerano i testimoni di questa storia, chi dice siano quattro, chi ancora di più.

Si tratta - nella stagione delle tante ombre nelle pratiche cyber nel mondo pro M5S - di una vicenda allarmante. Biondo e Canestrari spiegano: «Dati sensibili raccolti senza autorizzazione, identità digitali che passano di mano, iscrizioni irregolari, password private. Chi detiene questo “pacchetto di dati” può, se vuole, aprire account a nome dei neo-iscritti». In altre parole, se si possiedono persino le password delle mail personali, si possono aprire account social collegati a persone reali, magari a loro insaputa. Cittadini, anche inconsapevoli, potrebbero anche finire con l’esser prestanomi involontari per “cyber operations”. Un caso limite, di cui - va specificato - in queste chat non si fa cenno.

Le parlamentari M5S capiscono che la storia è pesante, la richiesta di dati sensibili e di password fatta non si sa bene da chi. Può fermarsi in Sicilia, o salire lo stivale. Uno degli attivisti catanesi più in vista, si legge in Supernova, spiega che esiste persino «un tariffario», «un mercato delle tessere parallelo per ottenere una candidatura». Il militante osserva: «Adescano la gente ai banchetti o in sede. E poi gli presentano questo modulo per iscriversi al Movimento. E per candidarsi devono portarne 20 per il consiglio comunale e 50 per il sindaco».

Biondo e Canestrari raccontano anche di un confronto severo tra due parlamentari catanesi, su questa vicenda. Nunzia Catalfo scrive a Giarrusso: «Mario dobbiamo verificare chi lo ha prodotto [il modulo ndr.] non il testimone che lo denuncia, perché quello semmai lo verificherà la magistratura». E lui: «Testimone di che, se ci nascondi qualche cosa Nunzia non credo sia corretto». «Testimone di un illecito» (gli ribatte Catalfo la quale, scrivono Biondo e Canestrari, «è pienamente consapevole della gravità»). Mario qui qualcuno fa firmare moduli, chiede password personali a nome del Movimento». E Giarrusso: «Se lo fa è gravissimo e va subito cacciato. Ma vorrei sapere da dove vengono le notizie...».

Restano tante domande: è successo solo in un meet up catanese, o in altri meet up italiani? E soprattutto, esiste un utilizzatore finale di questi dati, password e identità digitali?

Facebook rivela: abbiamo un problema di controllo dell’informazione

lastampa.it
andrea nepori

Con un nuovo report firmato dagli esperti di sicurezza della piattaforma, il social network ammette l’esistenza di iniziative di propaganda e manipolazione dell’informazione e delinea nuove soluzioni per combatterle, ma “serve il coinvolgimento di tutta la società civile

Dopo l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, Facebook è finita sotto accusa per la diffusione di contenuti falsi e propagandistici volti a screditare Hillary Clinton e favorire il candidato repubblicano alla Casa Bianca. Il CEO Mark Zuckerberg aveva inizialmente rigettato le imputazioni dell’opinione pubblica, salvo poi assumere toni più accondiscendenti, promettendo a soluzioni e piani d’azione volti a limitare l’epidemia di fake news e contenuti ingannevoli condivisi sulla piattaforma. 

Il rischio propaganda
Anche l’esistenza di organizzazioni e gruppi che usano Facebook a scopo di controllo politico e propaganda è ormai assodata , per quanto rimanga difficile stabilire e quantificare la presa e l’efficacia di tali iniziative. Un problema reale e urgente, comunque, riconosciuto anche dai massimi esperti di sicurezza di Facebook. Che in un nuovo report ammettono: la piattaforma è un campo di battaglia informativo. Una guerra silenziosa, condotta da governi e da gruppi indipendenti con agende contrastanti, che si avvalgono di ogni possibile strumento per le proprie “information operations”: account falsi che amplificano le false notizie, manipolazione dei like, hacking di pagine legittime per diffondere contenuti politicizzati.

“Gli operatori dell’informazione provano a distorcere il discorso pubblico, a reclutare simpatizzanti o finanziatori, o influenzare risultati politici o militari”, si legge nel documento redatto a sei mani da Alex Stamos, Chief Security Officer di Facebook, e dagli esperti di sicurezza Jen Weedon and William Nuland. “Queste operazioni possono essere condotte senza particolari costi o rischi da chi le organizza”. 

Il problema dell’amplificazione
Nel report gli autori usano a più riprese la parola “amplification”, amplificazione, a suggerire una presa di coscienza del ruolo svolto dalla piattaforma, che non contribuisce tanto alla generazione delle falsità a scopo politico quanto all’aumento esponenziale della loro la portata. Il documento non si limita ad un implicito mea culpa, ma delinea e spiega le soluzioni che l’azienda di Menlo Park intende adottare per riportare su binari civili il confronto politico a mezzo social.

“In breve dobbiamo espandere il nostro focus di sicurezza dai tradizionali comportamenti abusivi, come l’hacking degli account, lo spam e le truffe per includere forme di uso illecito più subdole e insidiose, come il tentativo di manipolare il discorso civico al fine di ingannare le persone”, scrivono i tre esperti. “Sono problematiche complicate e la nostra risposta evolverà in continuazione, ma vogliamo essere trasparenti sul nostro approccio”. 

Il lessico della propaganda social
Il documento definisce anche un lessico delle “operazioni informative”, necessario, spiegano gli autori, per districare le azioni di propaganda dal calderone variegato delle fake news generiche (come quelle a scopo di lucro dei gruppi e delle pagine di Vincenzo Todaro) e individuare con maggiore efficacia queste iniziative di distorsione dell’opinione. Per capire se una falsa notizia ha scopi propagandistici, dicono da Facebook, gli indicatori sono tre: l’intento, con la prevalenza dello scopo politico sul profitto; il mezzo, con il “coinvolgimento di un ecosistema informativo più ampio che include new e old media”; l’amplificazione, infine, che trasforma una semplice notizia falsa in strumento di propaganda nell’ambito di una “information operation” più ampia.

Il report include anche la definizione dei cosiddetti “false amplifiers”, cioè “le attività coordinate da parte di account falsi con l’intento di manipolare la discussione politica”. I metodi utilizzati sono molteplici e includono, ad esempio, l’amplificazione di opinioni sensazionalistiche attraverso account fasulli e gruppi creati ad hoc.

Serve uno sforzo comune
Il report delinea infine le soluzioni che Facebook ha già adottato e adotterà per limitare l’impatto delle operazioni di propaganda, ma contiene anche un appello più ampio e un’ulteriore presa di coscienza: il problema è enorme, riguarda la società e non ci si può aspettare che una piattaforma lo risolva da sola grazie a qualche incantesimo algoritmico. 

“Una risposta efficace, quindi, richiede uno sforzo di tutta la società civile che preveda la collaborazione in materia di sicurezza, educazione, governance e alfabetismo mediatico”, scrivono Stamos, Weedon e Nuland. “Facebook riconosce che pochi gruppi d’interesse ricoprono un ruolo chiave e devono portare il peso della responsabilità nella prevenzione degli abusi; siamo intenzionati non solo a farci carico di quegli elementi che coinvolgono direttamente la nostra piattaforma, ma anche a offrire supporto per gli sforzi di altri soggetti”. 

Il mistero delle "cascate di sangue" in Antartide

ilgiornale.it
Enrica Iacono - Ven, 28/04/2017 - 12:59

È stato risolto il mistero delle cascate di sangue in Antartide: il fenomeno è dovuto infatti alla presenza di un lago salato sotterrato dalle montagne



Ben 106 anni fa è stato scoperto dal geologo Griffith Taylor il fenomeno delle "cascate di sangue", situate presso il lago ghiacciato Bonney, in Antartide. Per moltissimi anni ci si è chiesto cosa provocasse il fenomeno. Si era capito già negli anni successivi al 1911 che non si trattasse di sangue ma di acqua. Poi nel 2003 la comunità scientifica si convinse che a provocare l'effetto sanguigno fosse la presenza di alcune alghe rosse.

Ora, invece, il mistero è stato risolto grazie allo studio di un team congiunto di scienziati della University of Alaska Fairbanks e del Colorado College. Questo fenomeno, deriva infatti da un lago salato sotterraneo già esistente 1,5 milioni di anni fa contenente alti dosi di ferro che si ossida una volta raggiunto il contatto con l'aria.

Quando la catena montuosa dei monti transartartici ha iniziato a estendersi ha intratppolato al di sotto di una coltre di neve e ghiaggio il lago salato. La brina è diventata quindi troppo salata per ghiaggiarsi alle normali temperature e ha iniziato così a getatre via il ferro dalle rocce su cui il lago poggia. La scoperta è stata fatta grazie all'utilizzo di un ecolocazione chiamato RES (radio-eco sounding).

Il percorso che la brina ferrosa deve percorrere per arrivare a galla è di circa 300 metri."Il ghiacciaio Taylor è il più freddo tra quelli conosciuti che permette l'attraversamento dell'acqua" hanno specificato infatti i ricercatori del team di studio, come riporta Huffington Post.