martedì 2 maggio 2017

Donatori e interessi nascosti: ecco i misteri della Ong Moas

ilgiornale.it
Giuseppe De Lorenzo - Mar, 02/05/2017 - 07:50

Ecco tutte le spese, le entrate e i misteri di Moas: l'Ong di due milionari che ha portato in Italia circa 33mila immigrati in due anni



Due ricconi, una flotta di tutto rispetto e qualche domanda a cui rispondere. La scheda di Migrant Offshore Aid Station potrebbe essere riassunta più o meno cosi.

Una Ong dalle mille nazionalità (italo-americani i fondatori, maltese la base operativa e bandiere di Stati offshore sulle imbarcazioni) che negli ultimi giorni ha destato molti sospetti. Dietro il viso pulito di Regina e Christopher Catrambone, i due fondatori milionari di Moas, in molti hanno intravisto loschi interessi capaci di andare ben oltre il dichiarato desiderio di mettere al sicuro chi affida alle onde il proprio futuro. Se si trattano di illazioni o verità, è ancora tutto da stabilire. Ma sul ponte delle navi Ong passeggiano ombre che fanno ipotizzare alla Procura di Catania possa esserci dietro qualche "sporco affare".

Base operativa La Valletta (Malta), Moas nasce nel 2014 dall'idea della coppia italo americana arricchitasi grazie ad un'agenzia di assicurazioni specializzata in zone ad alto rischio, la Tangiers Group. In due anni di attività hanno tratto in salvo 33.455 migranti al largo della Libia e li hanno traghettati allegramente nei porti italiani. Spesa annuale: 3 milioni e 694mila euro, più gli spiccioli.
Dove trovino il denaro, non è dato sapere fino in fondo. Il bilancio pubblicato online fornisce qualche risposta, ma non tutte. Al 31 dicembre 2015 il pallottoliere delle donazioni contava 5,7 milioni euro raccolti grazie a finanziatori privati. Tanti rispetto al 2014, quando in cassa arrivarono appena 56mila euro e il resto (1,7milioni) li versò la società dei Catrambone. Inutile chiedere le generalità precise dei donatori: non li forniscono, se non alcuni nomi famosi tra cui i Coldplay.

Di certo tra loro compare Avaaz.org, cioè l'associazione riconducibile a Moveon.org, che a sua volta fa capo al "filantropo" milionario George Soros. E tra i partner ci sono l'azienda austriaca Schiebel (la stessa che poi gli affitta i droni) e la Unique Maritime Group (specializzata in "attrezzature per il settore marino, subacqueo e subacqueo"). A guardarlo bene, il bilancio racconta di una Ong nata dal nulla e diventata in breve tempo un colosso. In soli 24 mesi le attività di SAR si sono moltiplicate: per la sola benzina nel 2015 ha speso 232mila euro, il triplo dell'anno precedente. Poi ci sono 200mila euro per lo staff, 163mila per marketing e quasi 11mila per le telecomunicazioni. L'anno scorso non sono servite riparazioni particolari ai natanti, visto che alla voce "manutenzione" appaiono appena 354 euro.

In fondo nel 2014 i Catrambone si erano privati di una bella cifra pur di mettere in piedi Moas e hanno fatto le cose in grande: la Tangiers International Limited, una delle divisioni di
Tangiers Group, aveva provveduto a pagare 1,5miloni di euro per mettere in acqua la Phoenix, una nave commerciale da 40 metri e battente bandiera di Belize. Oggi a bilancio appaiono anche i costi per il funzionamento della Topaz Responder, un natante da soccorso di 51 metri battente bandiera delle Isole Marshall. Chiudono il capitolo sui "mezzi di soccorso" due droni usati per visionare dall'alto il mare e che pesano sul partafoglio la "modica" cifra di 1,2 milioni di euro. Troppi, visto che la marina italiana ne spende meno della metà. Ma tant'è. Somma finale dei costi operativi: 3,6 milioni di euro.

Ingenti sono state pure le spese amministrative (249mila euro), cui bisogna aggiungere 139mila euro di attività di Pr, 65mila per lo staff, 51mila di onorari per gli amministratori e poi ci sono i viaggi, gli affitti, le consulenze professionali e legali. Totale: 701mila euro. Mettendo insieme le spese operative e quelle amministrative la colonna delle uscite di Moas supera i 4,3 milioni di euro. Un numero ragguardevole, ma pur sempre inferiore a quanto incassato, tanto da generare un surplus di 1.307.828 euro. Non male per una Ong.

Possibile che a muovere gli animi umanitari della coppia di filantropi sia soltanto il desiderio di "salvare vite umane"? Forse. Ma alcuni sospettano ci sia dell'altro. Christopher ha collaborato con il Congresso americano, ha finanziato con 416mila euro la campagna elettorale di Hillary Clinton e la sua società di assicurazioni ha risentito non poco i naufragi nel Mediterraneo. A spiegarlo a Repubblica è stato Fulvio Vittorio Paleologo, giurista e collaboratore di molte Ong. Quando nel 2014 l'Italia chiuse Mare Nostrum, molti mercantili furono coinvolti dalla Guardia Costiera nelle operazioni di salvataggio dei barconi alla deriva.

Il cambio di rotta produceva ritardi e costringeva le compagnie di assicurazione ("come quella dei Catrambone") a pagare "ricchi risarcimenti" secondo "quanto previsto dalle polizze" per la modifica delle tabelle di marcia delle navi. Parliamo di un costo non indifferente e che forse avrà pesato sui conti della Tangiers Group. Non a caso con l'arrivo di Moas, See-Eye, Msf e via dicendo, le navi commerciali hanno diminuito drasticamente gli interventi: dalle 40mila persone salvate nel 2014, sono scesi ad appena 13mila nel 2016. Con il conseguente risparmio delle società assicurative. Come si dice: a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.


Ecco le prove in tre foto: le ​Ong rimpiazzano gli scafisti

ilgiornale.it
Giuseppe De Lorenzo - Lun, 01/05/2017 - 13:39

Le immagini nei dossier della Guardia Costiera. Una conferma ai sospetti dei pm: gli scafisti non devono più salire sui barconi. Ci pensano le Ong



Al posto degli scafisti, le Ong. Dal 2015 ad oggi i flussi migratori sono cambiati. Di molto. Una volta al centro dell'attenzione degli investigatori italiani trovavamo criminali libici, mafie internazionali e trafficanti vari. Oggi ci sono le organizzazioni umanitarie. Non perché gestiscono direttamente i traffici illeciti, ci mancherebbe. Ma perché (indirettamente) favoriscono i contrabbandieri di uomini, rendendogli il lavoro sempre più facile e redditizio.

È questo che il procuratore capo di Catania, Carmelo Zuccaro, sta provando a far capire a chi non ha orecchie per ascoltare. E lo stesso ha fatto il portavoce di Frontex, Izabella Cooper, ricordando che "i trafficanti libici si approfittano dell'obbligo di salvataggio" e gli interventi delle Ong hanno "conseguenze involontarie". Va bene salvare vite, ma se stazionare al largo della Libia agevola "sporchi affari" e aumenta i morti in mare, qualcosa non funziona. Oppure c'è sotto del marcio.
Fino al 2014 gli scafisti erano costretti a salire sulle imbarcazioni per accompagnare i loro "clienti" il più vicino possibile a Lampedusa.

Un viaggio rischioso, che spesso permetteva alla polizia italiana di mettere i bastoni tra le ruote alle mafie dei traghettatori di immigrati. Adesso arrestare criminali è diventato un miraggio e il business dei trafficanti ne trae vantaggio. Il pm nella sua audizione alla Camera fu molto chiaro, affermando che la "presenza di Ong" a poche miglia da Zuwārah provoca "una sorta di scacco all’attività di contrasto" perché la giustizia non è più in grado di identificare i cosiddetti facilitatori. Ovvero quei malviventi che un tempo "accompagnavano i barconi nei primi tratti delle acque internazionali". Come mai oggi non si scomodano più? "Perché le Ong - spiegò il pm - indubbiamente hanno fatto venir meno quest'esigenza".

In sostanza, le Organizzazioni non Governative parcheggiate al largo della Libia hanno di fatto rimpiazzato gli scafisti. I quali non devono più intraprendere i pericolosi viaggi sulle chiatte, ma si limitano a "gettare" in mare i migranti "tanto ci sono quelli delle missioni" a traghettarli fino in Sicilia. A che servono i trafficanti se ci pensano le Ong? Sono loro ormai i nuovi ponti per l'immigrazione clandestina in Italia. Da quando pattugliano il Mare Nostrum (2015-2016), infatti, l'area di attività delle operazioni di soccorso si è gradualmente spostata verso Tripoli, provocando il cortocircuito di cui parlava Zuccaro: incentivare le partenze e rendere più facile la vita ai criminali.

A dimostrarlo c'è un dossier della Guardia Costiera italiana. Nel documento intitolato "Attività Sar nel Mediterraneo Centrale connesse al fenomeno migratorio" si legge che "la presenza di numerosi assetti navali in area" (le Ong, Ndr) ha comportato "che dal 2012 ad oggi la distanza dalle coste libiche dei punti di intercetto delle unità di migranti da parte delle unità soccorritrici sia diminuita arrivando fino al limite delle acque territoriali". Le foto parlano chiaro e non lasciano dubbi. Certo: anche la Marina, i mercantili e i natanti dell'Europa realizzano salvataggi a poche miglia da Tripoli.

Ma lo fanno perché la presenza costante delle varie MSF, Save The Children e Moas in quel fazzoletto di mare costringe tutti gli altri a spingersi fin lì. I banditi conoscono le posizioni delle organizzazioni (in alcuni casi pare ci siano accordi telefonici) e quindi forniscono ai barconi la benzina appena sufficiente per arrivare in acque internazionali. Poi ad intervenire ci pensano le associazioni caritatevoli o altre imbarcazioni. Obbligate ad avvicinarsi alla Tripolitania.Peraltro l'iperattività delle onlus non solo aiuta i trafficanti, ma riduce anche le probabilità di sopravvivenza dei migranti. Sembrerà un controsenso, ma è così. Lo dice lo stesso dossier del corpo specialistico della Marina Militare.

Nell'ultimo periodo si è infatti "assistito ad un netto peggioramento delle condizioni di sicurezza a bordo delle unità impiegate per il flussi via mare dalle coste libiche". I motivi sono molteplici. Primo, perché "si è registrato un incremento di partenze dalla Libia anche con condizioni meteo-marine avverse ed in ore notturne". Secondo, perché si è riscontrato "un incremento percentuale del numero di gommoni utilizzati", "una drastica diminuzione delle grandi imbarcazioni in legno", "l’utilizzo di barchini di ridotte dimensioni" e l'impennata del numero di migranti "presenti a bordo dei gommoni". Con l'effetto di aumentare i morti in mare e gli incassi degli schiavisti.