venerdì 5 maggio 2017

Legittima difesa: ladri gli rubano di giorno. Padrone di casa si confonde e spara alla moglie

ilgiornale.it
Emanuele Ricucci


Casi di illegittima inversione. La realtà è fantasia. La realtà è una bugia. È già satira la realtà. È già parodia, fantascienza. Appellatevi alla realtà per poterne fare senza.

C’è una storia che sta colpendo l’Italia.

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La storia di eroismo civile arriva da Presaperilcülo, frazione di Notte, un serioso paesino in provincia di Italietta. La scorsa notte, come riportato dai Carabinieri della stazione locale, Italo Disperato, 62 anni, originario di Mannaja, nell’entroterra siculo, avrebbe compiuto un gesto di rara civiltà. Intorno alle 2.45 di un fresco pomeriggio afoso, Italo e sua moglie Vera Indifesa, 46 anni, intenti a contare gli spicci in cucina per recarsi alle primarie del PD a votare, si sarebbero accorti che sul balcone, al primo piano, due malviventi stavano per forzare la serratura della graziosa portafinestra che dà accesso al loro salotto.

L’uomo, senza desistere e coraggiosamente, ha estratto da un cassetto la sua calibro 38 regolarmente detenuta e si è recato alla finestra aprendola, permettendo il comodo ingresso dei tre ladri nella sua abitazione. Successivamente, secondo la ricostruzione dei fatti, Disperato si sarebbe recato nel seminterrato della sua villetta a schiera ed avrebbe aperto la modesta cassaforte di famiglia – nascosta dietro ad un quadro di Roberto Saviano che indica la strada ai migranti, opera del Pollaiolo – contenente il suo diploma, la foto della sua Comunione, una pizza, un mandolino e un paio di baffi neri, oltre a una discreta quantità di preziosi.

Sarebbe stato a quel punto che Vera Indifesa, insospettita dell’accaduto, avrebbe tentato di recarsi in corridoio per chiamare i Carabinieri. Mentre i due extracomunitari, con alle spalle una lunga sequela di furti e rapine ed un ordine di allontanamento coatto dal territorio di Presaperilcülo, si apprestavano ad andare in cucina per gustare un panino quagli e broccoletti, precedentemente preparato per loro da Disperato, l’uomo avrebbe fatto fuoco contro la moglie, confondendosi, colpendola alla spalla destra ed impedendole di avvisare per tempo le forze dell’ordine.

Comunque giunte sul posto, dopo aver chiamato i soccorsi, hanno tratto in arresto la moglie di Italo Disperato per illegittima difesa a causa dell’orario diurno, nel tentativo estremo di aver fatto desistere il marito nel coadiuvare i malviventi durante la loro azione. Per lei, il magistrato, avvisato entro le ventiquattro ore dell’accaduto, parla di 6 anni di reclusione.

Per Disperato, come ovvio, un bagno di solidarietà dalle istituzioni, che già propongono un encomio al loro coraggioso concittadino. “Ho soltanto cercato di fare il mio dovere. Non potevo rischiare di essere arrestato per il reato di legittima difesa, avrei gettato la vergogna sulla mia famiglia, non avrei mai potuto permettermi di passare per razzista”. Un plauso anche dal Ministero dell’Ingiustizia che in una nota riporta: “Dopo numerosi casi di cittadini che hanno tentato di difendere, addirittura con armi regolarmente detenute, la loro famiglia, la loro casa, la loro dignità da malviventi notturni, ecco un esempio di alto senso civico, pacifico”

Dov’è la realtà ora?

Buonisti sbugiardati

ilgiornale.it
Alessandro Sallusti - Gio, 04/05/2017 - 15:18

Almeno quattro fascicoli aperti. Ma mancano i mezzi per intercettare gli scafisti

Anche se lentamente, si sta squarciando il muro di omertà e demagogia che accompagna e agevola l'invasione di immigrati.

Ascoltato ieri dalla commissione della Camera, il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro, che per primo ha lanciato l'allarme sulla complicità tra alcune organizzazioni dei soccorritori e gli scafisti (e per questo finito nei guai), ha confermato i suoi sospetti. Che non si basano ha spiegato - su visioni o teoremi e neppure su veline di chissà quali servizi segreti, ma su indizi raccolti addirittura da Frontex, l'agenzia europea per la guardia costiera, cioè un organismo ufficiale e autorevole.

Ma qui viene il bello: la sua indagine (che esiste, non è fantasma) è bloccata per la mancanza di mezzi capaci di intercettare le telefonate che avvengono in mezzo al mare via satellitari. Roba da non crederci. Siamo nel Paese delle intercettazioni facili, per le quali spendiamo senza battere ciglio quasi trecento milioni all'anno. Politici, imprenditori, giornalisti: tutti vengono ascoltati giorno e notte, il più delle volte a vanvera. Sulle intercettazioni sono stati costruiti processi che non sempre a ragione hanno rovinato vite, fatto chiudere aziende e cadere governi, ma nessuno si è mai occupato di origliare chi davvero sta mettendo a rischio l'integrità nazionale e la pace sociale.

Molti giornali, lo stesso Csm (organo supremo dei magistrati) hanno difeso a spada tratta gli investigatori e il procuratore che hanno usato una falsa intercettazione, riferita al padre, per fare fuori Matteo Renzi e ora gli stessi si scagliano contro un pm che implora: vi prego, vi scongiuro, fatemi intercettare quei criminali che trafficano in essere umani. Non c'è logica, non è da Paese serio. Di che cosa si ha paura? Che l'inchiesta sia infondata? Anche se così fosse (ne dubito) ci saremmo tolti un dubbio più che fondato e non crollerebbe il mondo (i magistrati del caso Tortora, una delle più vergognose bufale giudiziarie della storia, hanno poi fatto una brillante carriera). Il problema è che, se per caso si scoprisse che è vero, crollerebbe tutto l'impianto politico e culturale buonista. E con esso anche gli affari che si porta appresso. Per questo tentano di insabbiare.

I perseguitati dai call center «Anche 10 chiamate al giorno Farli smettere? Impossibile»

corriere.it
Elvira Serra

Su Youtube i tutorial per respingere le promozioni del telemarketing. Codacons: «In due anni sul nostro sito Internet sono stati scaricati 6.700 moduli di denuncia»



Roberto Mignucci, 52 anni, informatico di Grottaferrata, si è perfino appeso un foglietto sul muro del telefono. Accanto a ogni numero, dal Belgio, dall’Albania, dalla Germania o da qualche parte dell’Italia, lui ha aggiunto indicazioni personalizzate: «Truffa»; «Attenzione»; «Assillante». Questo non gli ha risolto il problema, ma gli ha fatto perdere un po’ meno tempo. «Sono arrivato a ricevere 10 telefonate al giorno. Soprattutto da compagnie telefoniche, ma mi è stato proposto anche del vino». Nel suo caso era stato inutile iscriversi al Registro pubblico delle opposizioni, che avrebbe dovuto tutelarlo da chiamate indesiderate. «Alla fine ho chiuso una linea».
Le denunce dei consumatori
Il telemarketing selvaggio in questi anni non è stato un problema soltanto suo. Sul sito Internet del Codacons, per dire, da maggio 2015 sono stati scaricati 6.700 moduli di denuncia. L’anno scorso era intervenuta pure Lucianina Luttizzetto. Aveva piantato i suoi occhietti fiammeggianti sulle telecamere di Che tempo che fa e aveva detto, senza troppi complimenti: «Amico del call center, so che non è colpa tua, ma non ne possiamo veramente più». Perché quando «ti telefonano anche alle dieci di sera, manderesti a stendere pure Gandhi e Martin Luther King». Del resto, aveva spiegato a Fabio Fazio con inappuntabile logica, «io voglio vedere se tu gli telefoni ai loro capi alle undici di sera mentre si sorseggiano lo champagnino e gli dici: scusi, cortesemente, mi può procurare un attimo le bollette dal ‘93 in avanti?».
Le strategie di sopravvivenza in Rete
Ormai, dopo l’approvazione al senato dell’emendamento al ddl sulla concorrenza che elimina il consenso preventivo alle offerte di telemarketing, neppure l’ironia della Littizzetto potrà più salvarci. E a chi viene tartassato dalle chiamate dei call center non restano che astute strategie di sopravvivenza, su cui già circolano «tutorial» su Youtube (uno dei più spassosi si chiama «10 modi per rispondere al Call Center e non farsi più richiamare»: il più crudele è chiedere di aspettare un momento, posare il telefono e dimenticarselo lì).
L’esposto per molestie
Anna Benettoni, milanese di 55 anni, si è rivolta a un’associazione di consumatori quando una compagnia telefonica ha cominciato ha chiamarla tre volte al giorno, tutti i giorni. «Era diventata un’attività vessatoria. I loro concorrenti mi avevano suggerito di fare un esposto ai carabinieri per molestie: sì, ma contro chi? Chi chiama cambia di volta in volta, se dici che avevi già chiesto di non essere più disturbato, replica che non lo sapeva. Ma la tua pazienza ormai si è esaurita e non riesci più a essere gentile, anzi».
L’operatore maltrattato
È vero che adesso un utente potrà negare il consenso a ulteriori tentativi dopo la prima telefonata. Ma intanto in quanti chiameranno? Perché ogni call center lavora per più clienti e l’assurdo è che lo stesso operatore, già maltrattato per conto della azienda X, sarà autorizzato a ricontattare il medesimo numero per conto dell’azienda Y (rischiando, a quel punto, maledizioni per le prossime sette generazioni). Vittorino, sul sito consumatori.it, racconta di essere «perseguitato» dal numero 099.xyz che lo chiama sistematicamente quattro volte al giorno. «Non rispondo nella speranza che si stanchino». Almeno sul cellulare è più semplice: basta bloccare il numero. Finché non cambia.

@elvira_serra

Un milione di account Gmail colpiti tramite Google Docs - Come fare

corriere.it
Andrea de Cesco

Big G ha riferito di avere già risolto il problema. Gli hacker, che non sono stati identificati, hanno sfruttato tecniche di phishing e un'app fasulla



Se avete ricevuto un'email con un avviso riguardante la condivisione di un documento su Google Docs cestinatela subito. Mercoledì 3 maggio, infatti, si è verificato un attacco informatico rivolto contro migliaia di account Gmail in tutto il mondo, ma Big G ha riferito di avere già risolto il problema. Lo scopo degli hacker, che non sono ancora stati identificati, era quello di ottenere informazioni sulle email e sui contatti dei destinatari.
Come si svolgeva l'attacco
Le email malevole, che sembravano provenire da una persona conosciuta, erano indirizzate a «hhhhhhhhhhhhhhhh@mailinator.com» con una serie di altri destinatari oscurati. L’attacco conteneva un avviso sulla condivisione di un file su Google Doc e un invito a visualizzarlo cliccando su un link. Il link rimandava alla sezione del proprio account Google dove si possono gestire le autorizzazioni per le app realizzate da sviluppatori terzi, con la richiesta di autorizzarne l’attivazione. L’app a cui si veniva reindirizzati dal link in questione si chiamava «Google Docs», esattamente come l'applicazione originale di Big G. L’autorizzazione consentiva all’app fasulla di accedere alle propria posta elettronica e ai contatti in rubrica, attivando l’invio in automatico della email malevola anche per loro.
L'intervento di Google
Non appena hanno ricevuto le prime segnalazioni i tecnici di Google hanno iniziato a indagare, per poi disattivare l'applicazione Google Docs fasulla. Secondo le stime di Big G nel complesso è stato interessato dal problema lo 0,1 per cento degli account attivi su Gmail, ossia un miliardo circa. L’attacco ha quindi colpito un milione circa di utenti. «Abbiamo preso dei provvedimenti per proteggere i nostri utenti da una catena di email che sembrava provenire da Google Docs e abbiamo disabilitato gli account da cui è partito l'attacco», ha spiegato Big G in una dichiarazione inviata a Motherboard. Nel frattempo Google ha aggiornato l'app Gmail per Android nel tentativo di prevenire truffe di questo tipo. La nuova funzione avvisa gli utenti nel momento in cui cliccano su un link sospetto all'interno di un'email.
Che cosa fare se avete cliccato sul link malevolo
Nel caso in cui abbiate ricevuto l'email con l'avviso sulla condivisione di un file su Google Doc e abbiate cliccato sul link per visualizzarlo, andate sulla pagina del vostro account Google in cui potete gestire i permessi che avete concesso alle varie app e cliccate su «Rimuovi» in corrispondenza dell'app Google Docs. Per assicurarvi che si tratti proprio dell'app fasulla, controllate l'orario in cui ne avete autorizzato l'attivazione. 

Famiglia rom con 2 milioni di euro (e una pista privata per i cavalli)

corriere.it
Marco Gasperetti

Sequestrati villa, terreni e persino una Jaguar: al fisco non veniva dichiarato nulla. I cavalli partecipavano a gare ufficiali di trotto e spesso le vincevano.



C’era anche una pista privata per allenare una quindicina di cavalli da trotto nel tesoro che la famiglia rom custodiva gelosamente a Borgo a Buggiano, in provincia di Pistoia. E poi, oltre alla villa trasformata in una tenuta, la famiglia era proprietaria di altri sette immobili, sei auto tra le quali una Jaguar di lusso, camper, e una decina di terreni. Valore oltre due milioni di euro. Il patrimonio è stato sequestrato dalla Guardia di Finanza di Pistoia per motivi fiscali ma anche perché al centro di complesse indagini della magistratura.

Il proprietario e capofamiglia, V.L., 54 anni di origini rom (la Finanza non ha diffuso le complete generalità del sospettato), è stato condannato in passato per tentato omicidio e denunciato per furto, ricettazione, rapina e porto abusivo di armi. Il provvedimento di sequestro ha raggiunto anche altre quattro persone appartenenti allo stesso nucleo familiare. Secondo gli investigatori le persone inquisite avrebbero dichiarato redditi praticamente vicini allo zero a fronte di un tenore di vita elevato e a un patrimonio che aumentava di anno in anno. I cavalli, quasi tutti di valore, partecipavano a gare ufficiali e spesso vincevano.

Così i robot industriali possono essere hackerati

lastampa.it
carola frediani

Ricercatori italiani hanno modificato i movimenti di un braccio robotico con un attacco informatico. E hanno scoperto quanto possono essere vulnerabili le fabbriche 4.0



I robot sono usati sempre di più nell’industria, anche per compiere azioni complesse e delicate. Dalla logistica agli imballaggi fino alle case automobilistiche, cresce la tendenza all’automazione e alla digitalizzazione delle fabbriche - quella che viene chiamata Industria 4.0. Ma quanto e come questo genere di produzione potrebbe essere compromessa da un attaccante? Se lo sono chiesto dei ricercatori italiani del Politecnico di Milano e della società di cybersicurezza TrendMicro, che sono riusciti a eseguire da remoto un attacco informatico a un robot di questo tipo, di fatto sabotandone l’attività.

L’alterazione dei movimenti
Stiamo parlando di quei bracci robotizzati usati per spostare merci, saldare, tagliare e compiere simili operazioni. Il gruppo di ricercatori ha iniziato a studiarne uno (che era a disposizione del Politecnico) e attraverso un attacco da remoto ne ha modificato impercettibilmente i movimenti. In particolare, prima lo ha programmato per tracciare una linea in un certo modo. Poi, dopo l’attacco, attraverso una alterazione dei parametri, ha fatto in modo che la linea venisse disegnata con due millimetri di deviazione. Abbastanza per danneggiare una produzione, o introdurre dei microdifetti che emergerebbero solo quando l’oggetto finale sia in uso.

Un colpo di questo tipo potrebbe dunque produrre danni finanziari ingenti a una casa produttrice, obbligandola - nello scenario peggiore - a un richiamo di massa della merce. Ma la modifica dei parametri è solo uno dei possibili attacchi individuati. Uno di questi avrebbe potuto tentare di ferire gli operai, facendo andare i robot in modalità automatica anche quando l’interruttore era spostato su quella manuale, che viene usata quando il braccio deve essere gestito da umani in sicurezza.

Possibili moventi di attacchi reali
«Attacchi reali di questo tipo non sono ancora noti alla comunità scientifica, ma le motivazioni non mancherebbero», commenta a La Stampa Stefano Zanero, professore di sicurezza informatica al Politecnico nonché tra gli autori della ricerca. «Sabotaggio, da parte di altri Stati, o gruppi hacktivisti, o meglio ancora da concorrenti; ma anche la possibilità di tentare estorsioni e furti di segreti industriali: alcuni programmi che stanno sui robot infatti possono ingegnerizzare dei processi di produzione particolari, che rientrano nel know-how di un’azienda».

Sta di fatto che, oltre alle motivazioni, la ricerca evidenzia come ci siano le possibilità tecniche per farlo. «I robot industriali - originariamente concepiti per essere isolati - sono evoluti e ora sono esposti a reti corporate e a internet», scrivono i ricercatori. E la crescente connettività di questi sistemi aumenterà l’esposizione a cyberattacchi.

Robot sempre più connessi
Ma perché mai un braccio robotizzato dovrebbe essere connesso alla Rete? «Certo, di per sé non avrebbe molto senso, ma in realtà ciò avviene non solo per errore ma anche perché i nuovi robot hanno una serie di caratteristiche che necessitano di internet per funzionare», commenta Zanero. «Ad esempio servizi accessibili sul cloud dei loro produttori; la possibilità di riprogrammarli via email; motivi di manutenzione. Esistono anche app store per i robot. Il modello di business spinge verso una loro connettività». Così come in altri settori del resto, basti pensare all’internet delle cose, la molteplicità di oggetti e apparecchi che stanno diventando connessi, dalle tv ai frighi. Il punto è quindi, aggiunge Zanero, ridisegnare la sicurezza dei robot industriali.


Schema di uno dei possibili attacchi – fonte Politecnico di Milano - TrendMicro

Per la loro dimostrazione i ricercatori hanno utilizzato un braccio robotico IRB 140 dell’azienda svizzera-svedese ABB. Che si è subito mossa per chiudere le falle evidenziate. Tuttavia il problema è ben più ampio, secondo gli autori dello studio. Che - attraverso appositi motori di ricerca come Shodan - hanno trovato numerosi casi di robot industriali esposti su internet. Ma anche al di fuori di questi episodi, molte di queste macchine spesso sono connesse, attraverso i loro controller, alla rete locale (LAN) della fabbrica o a servizi per la loro gestione da remoto che possono avere vulnerabilità o errori di configurazione. 

I risultati della ricerca saranno presentati in dettaglio a due importanti conferenze internazionali, l’IEEE Symposium on Security and Privacy, e Black Hat.

Uno sparo nel buio

lastampa.it
mattia feltri

La tendenza primavera-estate 2017 prevede che l’uomo politico, sicuro di sé e aperto senza pregiudizi alle questioni del mondo, commenti tutto ciò che gli capita a tiro, come se gli capitasse un ladro nelle tenebre, senza sapere ciò di cui si parla. E infatti ieri s’è sparsa la voce che la nuova legge sulla legittima difesa preveda la possibilità di reagire con armi da fuoco soltanto se il criminale, come la befana, vien di notte. «Questi sono tutti scemi», è stato il raffinato giro di parole di Matteo Salvini, seguito dai suoi, Bobo Maroni a picche levate: «La violenza è violenza, di giorno e dopo il tramonto». 

Dalle oscurità della legislatura è riemerso anche Fitto (di nome Buio, si presume) per dichiarare ridicola una legge che tutela il sonno. Forza Italia e F.lli d’Italia hanno completato il compattamento del centrodestra. Sul web si è fatto ampio esercizio di umorismo: e se c’è un’eclissi? E se siamo all’imbrunire? Il fatto è che la tendenza primavera-estate 2017 ha liberato il politico dalla piaga di conoscere i testi su cui fonda la battaglia del giorno. La legge in questione, infatti, dice che «si considera legittima difesa la reazione a un’aggressione commessa in tempo di notte ovvero a seguito dell’introduzione nei luoghi ivi indicati con violenza alle persone o alle cose ovvero con minaccia o con inganno». L’unica differenza è che nottetempo non ci si devono fare neanche tante domande, si vede un’ombra e pum, legittima difesa. Tranquilli, si può sparare sempre. Soprattutto stupidaggini.

L'odissea del soldato in ospedale per 54 anni

ilgiornale.it
Luciano Gulli - Gio, 04/05/2017 - 09:11

Nel '62 un'anestesia causò danni irreversibili. È morto senza mai lasciare il letto della clinica


Negli ultimi suoi 54 anni di vita se così vogliamo chiamarla - James aveva reimparato a biascicare solo tre parole: «home», «pub», «horses».
 
Tre punti cardinali, i tre grandi amori della sua vita: la casa, gli affetti familiari; il pub, dove si recava il sabato sera con gli amici per una Guinness (che poi magari diventavano sei, sette, otto...) e i cavalli. Ne avrebbe forse re-imparata una quarta. Un nome di donna, magari. Una Mary, una Elizabeth, una Margareth. Ma non c'era stato neppure il tempo di farsela, una fidanzata. Il sipario era calato ancora prima.

Era il 1962. James aveva 21 anni e faceva il militare nei «Cameronians» (Fucilieri di Scozia) di stanza in Germania. Un banale incidente d'auto, un giorno, nel corso di un'esercitazione di routine. Naso rotto, e anche una gamba. Una fesseria. Roba di ordinaria amministrazione anche cinquant'anni fa, in un qualsiasi reparto di ortopedia. Qualcosa però andò storto, durante l'operazione. Un'anestesia sbagliata, verosimilmente. Sta di fatto che James andò in arresto cardiaco.

E per un tempo così prolungato da ricavarne danni cerebrali irreversibili. Da allora James è vissuto come un prigioniero, un condannato a vita, costretto in un corpo muto, inerte, che non rispondeva più a nessuno stimolo.Cinque decenni passati a guardar fuori dalla stessa finestra lo stesso pezzo di mondo. Le stagioni che si susseguivano, i platani che perdevano e rimettevano le foglie, i colori del cielo che bastava guardarlo per capire se si stava avvicinando la primavera o se si era già in prossimità dell'autunno. Cinque, dieci, quindici anni... Cinquantaquattro, infine, sempre incarcerato dentro un corpo ostinatamente disubbidiente.

E chissà che pensieri, che tumulto di sentimenti, che angoscia, e quanta disperazione dietro gli occhi di quel ragazzo che si andava trasformando in un uomo. No, meglio illudersi, convincersi che insieme col corpo di James se ne fosse andato via tutto il resto: i ricordi, le emozioni, i sogni, i progetti. Ma quelle tre parole: home, pub, horses sussurrate a mezza voce dicono che per James non c'è stata misericordia; che James il carcerato senza colpa era lì, e sapeva, sentiva, soffriva, piangeva forse, senza saper neppure più fare questo.

«Capiva tutto - ha confermato suo fratello Karl, 62 anni, di Coatbridge, nel North Lanarkshire - ma non riusciva a comunicare. Col tempo imparò a mormorare solo quelle tre parole che più gli scaldavano il cuore: casa, pub, cavalli». Da allora, dal 1962, James è sempre rimasto ricoverato al Wester Moffat hospital, giù nel Lanarkshire (Siorrachd Lannraig in gaelico) nel sud della Scozia. «Jimmy è stato come un parente per molti di noi», ricorda commossa Helen Ryan, capo infermiera al Wester Moffat. Dal lontano 1962 (i Beatles incidevano quell'anno Love me do) gli infermieri, i medici, tutto il personale del «Moffat» è cambiato non si sa quante volte. L'unica presenza fissa, per più di mezzo secolo, è stata quella di Jimmy Morris.

«Era come il più fidato degli amici, uno a cui non si poteva non volere bene», dice Helen. Karl, il fratello. «Certe volte, magari in occasione dei suoi compleanni, organizzavano delle festicciole in reparto. La musica? La musica era sempre quella di Elvis, Elvis Presley, di cui Jimmy era un fan scatenato». James Morris, che non ha fatto neppure in tempo a innamorarsi dei Beatles, è morto il giorno di Pasqua. Aveva 75 anni. Riposi in pace.