domenica 7 maggio 2017

Legittima difesa. Senza se, senza ma.

ilgiornale.it



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Sul mio cadavere, devi passare, ladro di merda! E, per farlo, entra molto armato in casa mia. Nella casa dove sono nato. Che è stata costruita per coronare il sogno d’amore di mia Madre e mio Padre. Che non ha ori, ma ricordi. Che non contiene tesori, ma segni. Conferme di un Amore che sta attraversando ben cinque generazioni.

Entra molto armato e con cattiveria, se vuoi rubare quello che non c’è. Perché se sbagli, se ti distrai, se perdi la concentrazione da ladro di merda, trovi me. Ed io sono custode di quasi settant’anni di felicità fra queste mura. Pronto a difenderla, questa gioia. Questo sentimento profondo che ci stiamo trasmettendo di generazione in generazione. Che ci stiamo passando come testimone di una staffetta d’amore, di Padre in figlio. Non so come, ma da qui uno di noi due uscirà coi piedi in avanti. Tu, o io. Meglio tu.

Qui, in questa casa, la porta è aperta per Amici e Famiglia. E anche per Amici di Amici. Da sempre. Dalla posa della prima pietra. Sbarrata, invece, per chiunque pensi di poterci entrare con violenza e da delinquente. E potrei, credimi, anche fottermene dei codici e delle garanzie, pur di mantenere questa santa regola.

Legittima difesa, la chiamano. Io la chiamerei Legge. Senza possibilità di interpretazione soggettiva. Tu entri per violarmi, io ti cancello il progetto dalla mente e dall’anima. E dalle manine.Qui da me non si usa né il perdono, né la pietà. Quelle sono Virtù divine. Ed io, semplicemente uomo, non potrei mai indossare Vesti così candide. Poi, a lavoro finito, eventualmente, potrei pregare per l’anima. Tua. Mia.

Ma solo dopo…
#pensaciladro

Fabio Fazio: "È più difficile rimanere in Rai che andare via"

repubblica.it
di SILVIA FUMAROLA, inviata a Dogliani

Fabio Fazio: "È più difficile rimanere in Rai che andare via"

Lo ha detto al festival della tv e dei nuovi media il conduttore parlando del suo futuro. "L'ingerenza della politica è inammissibile" e Dall'Orto, sul palco dopo di lui chiarisce: "Fazio è un patrimonio Rai". Anzaldi: "Teme per il suo megastipendio"

"Non voglio più accompagnare i miei figli a scuola e guardarmi intorno per vedere se c'è qualcuno pronto ad insultarmi. Voglio che mi dicano che sono un valore per la Rai e non un costo. Oggi è più difficile dire che rimango". Cosa si deduce dalle parole di Fabio Fazio, ospite al Festival della tv e dei nuovi media di Dogliani? Nell'incontro con Aldo Grasso ribadisce l'ingerenza della politica (come aveva già fatto nell'intervista a Repubblica). "Qualunque cosa nuova è bella", dice a Grasso con cui scherza sul fatto che di solito la partecipazione al Festival gli porta fortuna e che spera che sia così anche questa volta. Il futuro di Fazio, sembra di capire, non sarà in Rai.

"Non c'è un'azienda al mondo che possa reggere con qualcuno che da fuori mette continuamente paletti. Siccome - dice Fazio - la Rai è la mia azienda e la mia vita e le si sta chiedendo di fare una cosa contro natura, non posso tacere. Per me non è difficile trovare un posto dove andare. Sono un privilegiato, guadagno molto. Mi sono chiesto molte volte in questi mesi cosa dovrò fare. Quello che non voglio più che succeda è portare i miei figli a scuola e sperare che non ci sia nessuno che mi insulti. Questo non è accettabile. Per rimanere in Rai c'è la necessità che si dica che chi fa il mio mestiere è un valore per l'azienda e non un costo. Questo deve essere chiaro".

33 anni in Rai e la necessità di parlare chiaro. "In una squadra - aggiunge il conduttore  - i calciatori a bilancio sono un valore, non un costo. Perché non mettono a bilancio anche noi come un valore dell'azienda? Non guardiamo quanto costa una persona, ma quanto porta all'azienda. È tutto relativo. Quest'anno Che tempo che fa quanto ha fatto guadagnare all'azienda? Ma non è un problema: nel caso si va altrove. Essere considerati un costo non è ammissibile se si vuole fare una tv che stia sul mercato". Sullo schermo scorrono le immagini dei suoi successi: Che tempo che fa, il Festival di Sanremo, Rischiatutto, Anima mia. "Sono in Rai da 33 anni. La Rai coincide con la mia vita, conosco tutti quelli che ci lavorano -  dice Fazio - Nell'intervista a Repubblica di poche settimane fa ho detto le cose che sentivo di dire perché penso che mai come in questa situazione ci sia la necessità di avere un pensiero forte sulla tv generalista e pubblica per capire se ha ancora un senso o se debba essere ripensata".


L'ingerenza della politica e il servizio pubblico. Per il conduttore l’ingerenza della politica "è inammissibile" e va ripensato il ruolo del servizio pubblico. "Ci sono Paesi - ha aggiunto - che hanno dismesso o venduto le reti. Non è detto che l'assetto attuale sia quello giusto. Si può discutere, ma per farlo bisogna essere in buona fede. Credo non ci sia mai stata un'ingerenza politica così grande sulla gestione dell'azienda. Non è né ammissibile né accettabile: così non si può lavorare". La sua idea di servizio pubblico è pianificare, pensare alla qualità e ai progetti. "Le trasmissioni vanno pensate, tra un mese bisogna presentare i palinsesti - dice il conduttore - va pianificato il futuro. Intanto sto preparando per il 23 maggio una serata in Rai per i 25 anni dagli attentati a Falcone e Borsellino. Sarà una grande orazione civile. Questa è la funzione del servizio pubblico, perché fare servizio pubblico vuol dire fare le cose in un certo modo. Sarà un momento in cui la tv avrà il suo ruolo. La Rai non è il teatrino su quanto guadagniamo noi".

Il mercato, i contratti e i palinsesti. Secondo Fazio "il tema è: la Rai sta sul mercato sì o no? Se ci sta deve seguire le regole, quelle che la aiutano a stare sul mercato. Oppure bisogna chiedersi se invece la Rai debba essere una specie di ammortizzatore sociale, un luogo di esercizio del potere. L'azienda in questi mesi non è stata messa nelle condizioni di lavorare. Siamo a maggio. Normalmente i contratti e i palinsesti per il prossimo anno sono fatti in questo periodo. A questo punto credo che il minor problema sia la mia sorte: il problema è quella del servizio pubblico. Il teatrino è diventato quanto guadagniamo. Se questo è il problema, tolgo immediatamente il disturbo. Ho sopportato qualunque cosa, ora c'è l'esigenza di chiarezza: per rimanere bisogna sentirsi utili. Ho fatto un tratto bellissimo di strada con la Rai verso la quale ho una gratitudine senza fine. Poi le cose cambiano, cambia il mercato. Ma non credo che altrove cambierebbe il mio modo di essere e di fare televisione, anzi, ne sono sicuro". E cita l'esempio di Fiorello "che su Sky fa il 2% di share, ma è molto presente lo stesso, o Crozza, che fa il 5% su  Discovery".

Le campane e Dall'Orto. Quando suonano le campane, ironizza: "Perché suonano le campane? Significa qualcosa? Mi preoccupo...". Poi un pensiero al direttore generale della Rai Antonio Campo Dall'Orto: "Al direttore generale va tutto il mio affetto e la mia solidarietà. Non so come faccia". E Campo Dall'Orto, ospite sul palco a Dogliani, subito dopo Fazio, risponde a stretto giro: "Fazio per me è un patrimonio della Rai. Non è un volto, è un autore, e la tv si fa con gli autori. Le minacce  che ha raccontato di aver ricevuto sono difficili da accettare. Ha tutta la mia vicinanza e solidarietà. È fondamentale il rapporto fra missione, regole e risorse. Se non si agisce su questo, è difficile determinare cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. Sto lavorando in una situazione complessa e difficile perché abbiamo una tempistica molto stretta per il rinnovo dei palinsesti, dobbiamo aspettare le regole sui compensi".

Anzaldi: "Autogol, Fazio teme per il suo megastipendio". La pensa in modo opposto il dem Michele Anzaldi,  segretario della commissione di Vigilanza Rai: "Uno scivolone, una caduta di stile, un autogol. Non saprei in che altro modo definire la dichiarazione di Fazio. Con che faccia si possono sostenere quelle cose? E l'editto bulgaro? La stagione delle telefonate in diretta da Santoro? L'epurazione di Biagi? Tutto dimenticato perché viene toccato il suo megastipendio?". E ancora:  "La Rai ha vissuto stagioni buie che non hanno nulla a che vedere con quella di oggi. Ora c'è un direttore generale scelto per il suo curriculum, al quale sono stati dati pieni poteri e vediamo come li ha usati. Il Parlamento aveva chiesto alla Rai di autoregolamentarsi per dare un segnale chiaro sui superstipendi: nulla è stato fatto, per questo è arrivata una legge. Se poi Fazio ritiene che certe cifre siano giuste e opportune, è una sua opinione. Ma eviti di buttarla in politica".

Il Giro d’Italia è il far west delle tappe: per ogni città un prezzo diverso

repubblica.it
Giuliano Balestreri

Avvicinare il Giro d’Italia al Tour de France. E’ il chiodo fisso di Urbano Cairo da quando ha lanciato la scalata al controllo di Rcs, ma la distanza – per il momento –  è siderale: la Grand Boucle fattura 150 milioni di euro l’anno, la corsa rosa si ferma a 25 milioni, sei volte in meno. “Ne ho parlato molto durante la mia offerta pubblica di acquisto di Rcs perché non mi capacitavo di quanto fosse alta la differenza di fatturato tra il Giro e il Tour” ha ricordato Cairo proprio in un’intervista alla Gazzetta dello Sport (giornale controllato da Rcs, ndr) spiegando come “il fatturato, che arriva dai diritti televisivi italiani e esteri, dalle tappe e dagli sponsor, esprime la tua capacità di fare una competizione sempre più bella. E avere un gap così elevato mi stupiva molto. Dagli Anni 60 in poi, il Giro non è stato da meno del Tour”.


Sestri Levante, Giro d’italia , tappa Rapallo Sestri Levante, nella foto Michael Matthews esulta all arrivo
Giudicare gli aspetti tecnici è piuttosto difficile, ma la differenza negli aspetti economici ed organizzativi è abbastanza chiara. Ed emerge come – ancora una volta – la forza dei francesi sia nella capacità di fare sistema: l’obiettivo del Tour è quello di promuovere il Paese in tutto il mondo e dopo aver creato un’audience enorme ha visto esplodere l’attenzione degli sponsor. Di conseguenza le città francesi sono più che contente di ospitare partenze e arrivi delle tappe: mettono mano al portafogli senza fiatare consapevoli dei ritorni in arrivo. Basti pensare che per le città esiste un listino prezzi ben definito: ospitare la partenza di una tappa costa 65mila euro, l’arrivo 110mila che salgono a 160mila nel caso lo stesso comune volesse essere protagonista di un arrivo e una partenza. Il costo della grande partenza (ovvero la prima tappa), varia da due a dieci milioni di euro: Londra nel 2007 spese 7,5 milioni, ma calcolò un ritorno di oltre 13 milioni.


09/05/2015, Sanremo, Giro d’Italia, tappa San Lorenzo al mare Sanremo, cronometro a squadre , nella foto la squadra Team Katusha
In Italia, invece, è tutto affidato alla contrattazione privata. E la trasparenza è un’eterna sconosciuta: nonostante si tratti di convenzioni firmate con enti pubblici, Rcs Sport non ha voluto comunicare a Business Insider ltalia l’importo dei singoli accordi. D’altra parte la ragione è evidente: a differenza della Francia non c’è una tariffa uguale per tutti, ma gli accordi variano, e parecchio da comune a comune. Insomma non c’è alcun sistema democratico. Per esempio Alghero che ha ospitato la partenza del Giro ha speso 120mila euro finanziati dalla Regione Sardegna a cui si sono aggiunti altri 40mila euro garantiti dalla Fondazione Meta: di fatto l’impatto sulle casse del comune è stato zero, perché la convenzione con Rcs Sport è stata saldata con l’occupazione di spazi comunali.

Poche migliaia di euro le hanno versate anche i comuni di Olbia e Tortolì. Alberobello che ospita un arrivo di tappa ha versato a Rcs 60mila euro come Peschici, Molfetta che ospita una partenza ha pagato 30mila euro, come Montenero Bisaccia. Reggio Emilia, però, per un arrivo e una partenza mette sul piatto 200mila euro euro; Tortona spende 60mila euro; Castellania 20mila e Biella – per l’arrivo al santuario d’Oropa – paga 120mila euro. Tirano ha messo a disposizione del consorzio della Valtellina 10mila euro, Ortisei 27.500, mentre Foligno e Montefalco si sono messe in scia al consorzio del Sagrantino: quanto abbiano investito non è noto. Pordenone spenderà 100mila euro, mentre Milano – sede d’arrivo dell’ultima tappa – non ha ancora deliberato, ma nel 2015 versò a Rcs 441mila euro.


21/05/2016 Passo Gardena / Grodnerjoch, Italia. Giro d’Italia 2016
Nella foto Vincenzo Nibali
Come detto, però, la metà dei ricavi delle corse ciclistiche arriva dai diritti tv: il Tour incassa 25 milioni di euro da France Télévision che si è aggiudicata i diritti fino al 2020 e altri 50 milioni dai network esteri; gli sponsor commerciali contribuiscono con altri 60 milioni (una cifra raddoppiata rispetto al 2000), mentre le amministrazioni comunali spendono 15 milioni di euro. “La struttura è simile anche per il Giro d’Italia” spiega Giovanni Palazzi consigliere delegato di Stage Up che poi aggiunge: “Il problema è che i valori sono molto più bassi, mentre i costi di produzione della corsa si assestano nell’intorno dei 20 milioni di euro. Anche per questo si cerca di partire dall’estero: il via dall’Olanda aveva portato all’organizzazione due milioni di euro in più”. 

Cairo però ha deciso di spingere sull’acceleratore e a inizio anno ha rinnovato l’accordo con la Rai per la trasmissione dei giro per le edizioni 2017 e 2018 spuntando 25 milioni di euro per il biennio: il 50% in più rispetto all’accordo precedente. La Rai, inoltre, aumenterà la copertura dell’evento a 170 ore, mentre la corsa sarà trasmessa attraverso 22 network in 194 Paesi. L’obiettivo di Rcs è chiaro: aumentare l’audience per incrementare i ricavi da sponsor arrivati a circa 10 milioni di euro. Insomma ci vuole pazienza. Nel frattempo, però, non sarà certo facile andare a battere cassa presso le amministrazioni comunali.


Roma, presentazione dei 100 anni del Giro d’Italia, nella foto Antonio Campo Dall’Orto e Urbano Cairo

Al Moas salvare vite conviene: un affare da 2 milioni di utili

ilgiornale.it
Fausto Biloslavo - Sab, 06/05/2017 - 12:55

Parte delle cifre versate dai donatori girate alla società dei Catrambone. L'aereo acquistato grazie a Ryanair



Quasi 2 milioni di euro girati alla multinazionale dei fondatori dell'Ong, che salva i migranti, per noleggio delle navi, oltre un milione di affitto per due droni, 400mila euro per marketing e pubbliche relazioni. E dal 3 aprile addirittura un aereo di pattugliamento, che sarebbe stato pagato dalla fondazione del figlio del patron di Ryanair.

Dai bilanci 2014 e 2015 della discussa organizzazione non governativa Moas (Migrant offshore aid station) con sede a Malta si scoprono costi e giri di soldi sorprendenti. «A mio avviso è un'operazione imprenditoriale più che umanitaria. Uno straordinario business» spiega a il Giornale, Paolo Romani, presidente del gruppo di Forza Italia in Senato. Il bilancio del primo anno di attività è introdotto da Martin Xuereb, ex direttore della Ong ed ex capo di stato maggiore di Malta. Proprio lui presentò Moas al ministero della Difesa a Roma.

Nel 2014 le donazioni sono di appena 56.659 euro, veramente esigue. I fondatori, l'italo-americana Regina Catrambone e suo marito Christopher, hanno sempre detto di aver tirato fuori di tasca loro 8 milioni di dollari. Tutti pensano che sia una donazione a fondo perduto per salvare i migranti in mare e portarli in Italia. A tal punto che il presidente della Repubblica concede a Regina, lo scorso 14 ottobre, l'onorificenza di Ufficiale dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana: «Per il contributo che attraverso l'Ong Moas offre nella localizzazione e assistenza dei migranti in difficoltà nel Mediterraneo».

In realtà i bilanci raccontano un'altra storia. Nel 2014 la società privata dei coniugi Catrambone, Tangiers International Ltd, sborsa 1.554.875 euro «per le spese operative». Un'altra compagnia del gruppo paga altri 174.022 euro per costi amministrativi. E compare il primo drone, simile ad un mini elicottero, che costa 633.043 euro. L'anno dopo saranno due per un prezzo considerato troppo alto dagli esperti. Nel 2015 piovono 5.700.000 euro di donazioni.

Nell'introduzione al bilancio si scopre che l'Ong lancia i droni per cercare i barconi partiti dalla Libia e «quando il vascello in difficoltà viene localizzato, l'equipaggio della Phoenix invia le coordinate la Centro di soccorso marittimo di Roma». Non il contrario, come i rappresentanti della Moas hanno sostenuto nell'audizione in Commissione Difesa del Senato. «È chiaro che con aerei e droni fanno una ricerca attiva dei barconi. E poi avvertono Roma» spiega Romani, che fa parte del Copasir, il comitato parlamentare per il controllo dei servizi segreti.

A bilancio vengono iscritti 1.200.000 euro in uscita per i due costosi droni. Dal 3 aprile, come ha rivelato il settimanale Panorama in edicola, l'Ong ha annunciato sul suo sito l'utilizzo «per la prima volta di un aereo di pattugliamento» alla ricerca dei barconi. I soldi arriverebbero dalla One foundation, un'organizzazione no profit irlandese voluta da Declan Ryan, il figlio del fondatore della compagnia aerea low cost Ryanair. Peccato che dal 2013-2014 la fondazione irlandese avrebbe praticamente chiuso i battenti dopo l'esaurimento dei fondi.

Nel 2015 salta agli occhi anche la spesa di 412.698 euro per «marketing e pubbliche relazioni». A pagina 10, punto 9, si trova la sorpresa. «Dato che Moas è gestita da ReSyH Limited, che fa parte del Gruppo Tangiers International LLC (gruppo Tangiers)» l'Ong ha pagato 1.865.556 euro di «charter fee», si suppone noleggio nave alla multinazionale dei fondatori.

E sparisce il costo dell'equipaggio. Non solo: «Oltre a quanto sopra, 855.428 euro sono stati ricaricati a Moas dalle parti collegate per spese». Le «parti collegate» sono sempre il gruppo Tangiers. «Alle nostre domande in Commissione difesa hanno negato l'evidenza della distribuzione di quasi metà dell'utile del 2015 al gruppo Tangiers - spiega Romani - E stiamo parlando di una multinazionale dell'intelligence e di assicurazioni in zone di guerra».

In pratica quasi due milioni di euro dei donatori vanno a finire nella casse delle società private dei fondatori, come se il salvataggio in mare dei migranti fosse un normale business di investimenti e rimborsi. Peccato che sul sito dell'Ong spicchi il faccione di un bambino e l'appello: «Il tuo aiuto dà loro speranza. Da quest'anno puoi donare il tuo 5 per mille a Moas. Aiutaci a salvare altre vite in mare».

Ecco i cavilli usati dalle Ong per scaricare tutti i migranti in Italia

ilgiornale.it
Giuseppe De Lorenzo - Sab, 06/05/2017 - 08:17

Malta non risponde agli Sos e la Libia è considerata troppo instabile: così in due anni le Ong hanno traghettato in Italia 71mila immigrati

L'Italia nel Mar Mediterraneo gioca un po' il ruolo dello scemo: costretta a sobbarcarsi tutti i migranti che partono dalla Libia mentre i Paesi vicini fanno finta di non vedere quel che accade.

Non deve stupire se in questi giorni alcuni si sono chiesti per quale motivo le navi Ong, dopo aver abbordato i gommoni a due passi dalle acque territoriali libiche, traghettano i disperati direttamente nel Belpaese, invece di spedirli in Tunisia. Domanda legittima, visto che il primo porto africano è più vicino della Sicilia. Ed è altrettanto lecito domandarsi come mai nel 2016 la Guardia costiera italiana ha soccorso 35mila persone, mentre le spiagge maltesi hanno visto sbarcare appena 1.700 persone.

Sia chiaro: anche le imbarcazioni militari prediligono l'Italia quando soccorrono un natante alla deriva. E non potrebbero fare altrimenti. Ma le Ong sfruttano le debolezze del sistema burocratico e i cavilli delle leggi del mare per combattere una loro personale battaglia. Che non è (solo) quella di salvare vite umane, ma anche quella di aprire canali umanitari "legali" per l'immigrazione. Scavalcando la volontà degli Stati.

A regolare i salvataggi e le attività di Sar (recupero e soccorso) sono una serie di accordi internazionali. La Convenzione di Amburgo (1979), quella delle Nazioni unite sul diritto del mare (Unclos) di Montego Bay (1982) e la Convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare (Solas). Poi ci sono le "Linee guida sul trattamento delle persone soccorse in mare" dell'Imo (International Maritime Organization) e un paio di (importanti) emendamenti del 2004.

La Convenzione Solas e quella di Montego Bay costringono gli Stati ad "esigere" dai comandanti delle proprie navi (militari o civili) l'impegno a prestare soccorso ai naufraghi quando necessario. Come è giusto che sia. Gli altri accordi invece sono i cavalli di Troia che riempono di immigrati le coste italiane. Secondo l'art. 9 della Convenzione Unclos, infatti, ogni Stato costiero dovrebbe istituire un'area di propria pertinenza per le missioni di soccorso e finanziare mezzi adeguati per sostenerle. L'Italia ha tenuto fede agli impegni. Malta, la Tunisia e la Libia no.

Malta, per dire, ha preteso che la sua area Sar fosse 750 volte l'estensione il suo territorio sebbene non abbia navi sufficienti per coprirla tutta. A Tripoli, invece, non c'è un'autorità stabile capace di garantire il coordinamento dei soccorsi. E così l'Italia deve farsi carico di tutto, pattugliando di fatto l'intero Mediterraneo Centrale da sola. Potremmo rifiutarci di soccorrere barconi in acque di competenza maltese? No, ci costringe ad intervenire la Convenzione di Ginevra, secondo cui chi riceve la chiamata di soccorso - se nessun altro risponde (Malta) o non può intervenire (Libia) - deve provvedere da solo.

Poi c'è la questione dei porti in cui far sbarcare gli immigrati una volta tratti in salvo. Secondo l'art. 1.3.2 della Convenzione Sar e gli emendamenti alle Convenzioni Solas e Sar, i naufraghi - qualsiasi sia il loro status di cittadinanza - devono essere trascinati nel porto "sicuro" più vicino. A maggior ragione se c'è il solo rischio che il barcone ospiti un solo rifugiato politico. E qui casca l'asino. Le Ong caricano i migranti a poche miglia dalla Libia, quindi sarebbe più facile rispedirli indietro oppure dirottarli verso i pontili di Malta o di Zarsis. In teoria sì, ma la pratica è cosa ben diversa.

La Libia infatti non può essere considerato un posto dove vivere sereni, vista la guerra imperante dopo la cacciata di Gheddafi; la Tunisia non rientra negli standard dell'Imo, che considera un "luogo sicuro" solo quello in cui "le necessità umane primarie possono essere soddisfatte". Per Malta il discorso è più complesso: non ha aderito alle "Linee guida" dell'Imo né agli emendamenti alle convenzioni Solas e Sar. Il motivo? Sostiene di essere troppo piccola per potersi sobbarcare i costi (economici e sociali) degli obblighi all'accoglienza che deriverebbero dalla ratifica degli accordi. Inoltre, a suo favore gioca una risoluzione del Parlamento Europeo del 2006 sulla situazione dei rifugiati nell'Isola.

Per i deputati europei le leggi di La Valletta sono del tutto "inaccettabili".
Avete capito bene: Malta tratta male gli immigrati (appena approdati li costringe a mesi di detenzione e controlli), e così è di fatto esonerata dall'ospitarli. Tanto ci pensa l'Italia: il Paese dei balocchi.

Donatori e interessi nascosti: ecco i misteri della Ong Moas

ilgiornale.it
Giuseppe De Lorenzo - Mar, 02/05/2017 - 07:50

Ecco tutte le spese, le entrate e i misteri di Moas: l'Ong di due milionari che ha portato in Italia circa 33mila immigrati in due anni

Due ricconi, una flotta di tutto rispetto e qualche domanda a cui rispondere. La scheda di Migrant Offshore Aid Station potrebbe essere riassunta più o meno cosi. Una Ong dalle mille nazionalità (italo-americani i fondatori, maltese la base operativa e bandiere di Stati offshore sulle imbarcazioni) che negli ultimi giorni ha destato molti sospetti.

Base operativa La Valletta (Malta), Moas nasce nel 2014 dall'idea di una coppia italo americana arricchitasi grazie ad un'agenzia di assicurazioni specializzata in zone ad alto rischio, la Tangiers Group. In due anni di attività, Regina e Christopher Catrambone hanno tratto in salvo 33.455 migranti al largo della Libia e li hanno traghettati allegramente nei porti italiani. Spesa annuale: 3 milioni e 694mila euro, più gli spiccioli.

Dove trovino il denaro, non è dato sapere fino in fondo. Il bilancio pubblicato online fornisce qualche risposta, ma non tutte. Al 31 dicembre 2015 il pallottoliere delle donazioni contava 5,7 milioni euro raccolti grazie a finanziatori privati. Tanti rispetto al 2014, quando in cassa arrivarono appena 56mila euro e il resto (1,7milioni) li versarono due società dei Catrambone.

Inutile chiedere le generalità precise dei donatori: non li forniscono, se non alcuni nomi famosi tra cui i Coldplay. Di certo tra loro compare Avaaz.org, cioè l'associazione riconducibile a Moveon.org, che a sua volta fa capo al "filantropo" milionario George Soros. E tra i partner ci sono l'azienda austriaca Schiebel (la stessa che poi gli affitta i droni) e la Unique Maritime Group (specializzata in "attrezzature per il settore marino, subacqueo e subacqueo").

A guardarlo bene, il bilancio racconta di una Ong nata dal nulla e diventata in breve tempo un colosso. In soli 24 mesi le attività di SAR si sono moltiplicate: per la sola benzina nel 2015 ha speso 232mila euro, il triplo dell'anno precedente. Poi ci sono 200mila euro per lo staff, 163mila per marketing e quasi 11mila per le telecomunicazioni. Nel 2015 non sono servite riparazioni particolari ai natanti, visto che alla voce "manutenzione" appaiono appena 354 euro. In fondo nel 2014 i Catrambone si erano privati di una bella cifra pur di mettere in piedi Moas e hanno fatto le cose in grande: la Tangiers International Limited, una delle divisioni

diTangiers Group, aveva provveduto a pagare 1,5miloni di euro per mettere in acqua la Phoenix, una nave commerciale da 40 metri e battente bandiera di Belize. Oggi a bilancio appaiono anche i costi per il funzionamento della Topaz Responder, un natante da soccorso di 51 metri battente bandiera delle Isole Marshall. Chiudono il capitolo sui "mezzi di soccorso" due droni usati per visionare dall'alto il mare e che pesano sul partafoglio la "modica" cifra di 1,2 milioni di euro. Troppi, visto che la marina italiana ne spende meno della metà. Ma tant'è. Somma finale dei costi operativi del 2015: 3,6 milioni di euro.

Ingenti sono state pure le spese amministrative (249mila euro), cui bisogna aggiungereu 139mila euro di attività di Pr, 65mila per lo staff, 51mila di onorari per gli amministratori e poi ci sono i viaggi, gli affitti, le consulenze professionali e legali. Totale: 701mila euro. Mettendo insieme le spese operative e quelle amministrative la colonna delle uscite di Moas supera i 4,3 milioni di euro. Un numero ragguardevole, ma pur sempre inferiore a quanto incassato, tanto da generare un surplus di 1.307.828 euro. Non male per una Ong.

Ma non è tutto. Perché a quanto pare i Catrambone si sono ripresi con gli interessi quanto investito nel 2014. A pagina 10 del bilancio si legge che Moas è gestita da ReSyH Limited, società satellite di Tangiers Group, cui l'Ong ha pagato 1.865.556 euro per il "charter fee" (il noleggio, forse, della nave). Quei soldi quindi sono rientrati nella pancia della multinazionale dei Catrambone, come se - coprendoli con la scusa del noleggio - Moas avesse distribuito "dividendi".

Possibile che a muovere gli animi umanitari della coppia di filantropi sia soltanto il desiderio di "salvare vite umane"? Forse. Ma alcuni sospettano ci sia dell'altro. Christopher ha collaborato con il Congresso americano, ha finanziato con 416mila euro la campagna elettorale di Hillary Clinton e la sua società di assicurazioni ha risentito non poco i naufragi nel Mediterraneo. A spiegarlo a Repubblica è stato Fulvio Vittorio Paleologo, giurista e collaboratore di molte Ong. Quando nel 2014 l'Italia chiuse Mare Nostrum, molti mercantili furono coinvolti dalla Guardia Costiera nelle operazioni di salvataggio dei barconi alla deriva. Il cambio di rotta produceva ritardi e costringeva le compagnie di assicurazione ("come quella

dei Catrambone") a pagare "ricchi risarcimenti" secondo "quanto previsto dalle polizze" per la modifica delle tabelle di marcia delle navi. Parliamo di un costo non indifferente e che forse avrà pesato sui conti della Tangiers Group. Non a caso con l'arrivo di Moas, See-Eye, Msf e via dicendo, le navi commerciali hanno diminuito drasticamente gli interventi: dalle 40mila persone salvate nel 2014, sono scese ad appena 13mila nel 2016. Con il conseguente risparmio delle società assicurative. Come si dice: a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.