mercoledì 10 maggio 2017

L’ultima partita del re delle tre campanelle: “Erano truffe artigianali e spietate, ma è un mondo finito”

lastampa.it
lodovico poletto

Oggi settantenne, si è ritirato: “Con i soldi vinti in strada ho comprato case e locali”


Mimmo ha scelto per la partita gusci di noce «Tanto funzionano bene lo stesso»

L’ultima partita è una scommessa davanti all’ennesimo caffè: «Sotto quale guscio di noce è la pallina?» Chi perde paga il conto. Se per trent’anni hai fatto girare una microscopica sfera di sughero bruciacchiato e masticato, se hai guadagnato carrettate di banconote che neanche sai quantificare, il gioco è impari. E Salvo ride dietro gli occhiali colorati. «Eh caro mio, sapesse quanti gaggi abbiamo spennato». I gaggi sono i polli. E l’ex re del gioco delle tre campanelle, oggi settantenne, si concede qualche attimo di nostalgia. Per un mondo che non c’è più e che gli ha dato da mangiare per una vita. Non che sia finito il pubblico dei creduloni, ma è finito il mondo di queste truffe di strada. Artigianali, certo, ma spietate. 

QUANDO L’HANNO MINACCIATO
Per dire. «Una domenica andiamo a Sale, nell’Alessandrino, a una fiera. Ma i carabinieri ci stavano addosso e la mia squadra ed io avevamo guadagnato appena 15 mila lire a testa. Tornati a Torino abbiamo montato il banchetto davanti alla farmacia Boniscontro. Passa un frate lo chiamo: padre, venga a vedere». Il racconto è lungo. Finisce con il francescano che perde 7 milioni. «Rideva, ma era stravolto. Diceva: tanto sono soldi che mi hanno regalato i miei parenti. Non è grave, non è grave» racconta Salvo. Ci crede? «Ma no: erano le offerte dei fedeli».

Ecco, il re delle campanelle è uno che non si è mai fermato davanti a nulla e nessuno. «Ho preso 400 mila lire al figlio del mio compare di nozze. Ma solo perché non lo avevo riconosciuto, sennò non lo avrei lasciato giocare». Violenza? No, quasi mai quella praticata, talvolta quella ricevuta: «Una sera in via Vigliani uno perde 500 euro. Era furioso: ha tirato fuori la pistola e l’ha messa sul banchetto. “Ridammi i soldi” mi fa». E lei? «Gli ho detto: “Che brutto carattere, non si può neanche scherzare” e poi gli ho restituito tutto». Ma con altri non l’ha fatto mai. Neanche davanti alle lacrime più disperate. O davanti alle proteste. «Gli dicevo: hai visto, ho perso tutto anch’io. Non ho più nulla, hanno vinto quegli altri». Che poi erano i comparti: i pali, i figuranti. 

OPERAIO ALLA FIAT
Trent’anni così sono tanti. E raccontarli tutti sono un viaggio infinito nelle mode e nella società che cambia. «Ad un certo punto si parlava di lira pesante. Io ho pensato, qui se non metto al riparo i miei soldi finisce male. E allora mi sono comprato dei locali commerciali». Ma prima si era già comprato un appartamento, poi una micro pizzeria che ha ingrandito con il tempo. Ha lavorato alla Fiat come operaio «Ma facevo niente. In fabbrica mi riposavo. Il mio vero lavoro era fuori». Nel sottopasso di Porta Nuova. Sotto i portici di via Nizza e quelli di corso Vittorio. Tra le prostitute e i «gargagnani», come si diceva allora, i protettori. Oppure in via Roma, davanti alle gioiellerie: «E se c’eravamo noi anche i ladri se ne stavo alla larga: ognuno aveva il suo spazio». 

LE AUTO I LOCALI
Certo non gli è sempre andata bene. I «papiri» come li chiama lui sono pieni di denunce e arresti. Condanne per gioco d’azzardo: due - tre mesi alla volta. «Per fortuna c’erano le amnistie». Un po’ di galera e poi ancora in strada. Auto grosse: Alfa Romeo, sportive. La piazzola di Fiorenzuola dove la squadra (cinque o sei persone) tirava su anche un milione al giorno, a testa. Specie quando la gente migrava in massa per le ferie. Erano gli anni che un operaio della Fiat guadagnava 350 mila lire al mese. «Una volta mi arrestano a Vercelli, ma me la cavo con una multa. Quando torno in procura per pagare vado dal giudice e gli porto una stecca di sigarette». Era di contrabbando.

INTERNET E L’EURO
Poi il mondo ha iniziato a correre più veloce. L’euro. Internet. I telefonini. Il gioco delle tre campanelle è passato di moda. E Salvo si è ritirato. E ha chiuso con i ristoranti. Salvo, ma se qualcuno protestava che faceva? «Gli mettevo la pallina in mano e gli dicevo: è fatta di mercurio. Te la regalo, vale tre milioni. Così ti rifai un po’». Ma è sughero masticato e bruciato, ci credevano? «Eh, amico mio, i gaggi sono così». 

Se gli italiani scelgono sempre di più l’home banking

lastampa.it
andrea cominetti

Stando ai dati del Nielsen eFinance Report sono passati da 4,8 a 6,3 i milioni gli italiani che accedono al proprio conto da smartphone/tablet, il 31 per cento in più del 2015



Dimenticatevi i cinque minuti di permesso chiesti al capo per correre in banca ed entrarci sul filo del rasoio, poco prima della chiusura. Dimenticatevi le ore di coda allo sportello, magari nell’unico giorno libero, per concludere il tutto in una manciata di minuti. Ormai, infatti, il conto corrente gli italiani preferiscono vederselo comodamente da casa, come testimoniato da alcuni dei dati del Nielsen eFinance Report, che da 15 anni monitora l’evoluzione della domanda e dell’offerta del settore finanziario sui canali digitali. Solo nello scorso anno sono passati da 4,8 a 6,3 i milioni (più 31 per cento rispetto al 2015) di italiani che hanno effettuato l’accesso all’area riservata della propria banca tramite smartphone/tablet. E sono poco più di 11 milioni (11,1 per la precisione, il 4 per cento in più rispetto all’anno precedente) quelli che effettuano il login al proprio conto corrente da PC e da mobile.

Le motivazioni della crescita
La crescita della clientela attiva sui canali digitali è legata all’incremento dell’utenza internet nel suo complesso, oltre alla sempre maggiore diffusione degli smartphone. Tra i 18 e i 74 anni, infatti, il numero di utenti attivi, che accedono senza problemi a internet, è aumentato di due milioni rispetto ai 12 mesi prima, arrivando ai 27,6. In particolare, in questa crescita dell’audience, sono le fasce d’età più mature ad avere un ruolo determinante nella diffusione di smartphone, i cui possessori sono ormai 32,7 milioni, il 10 per cento in più negli ultimi dodici mesi.

La divisione in sei cluster
Tra gli utenti internet, inoltre, si possono rilevare sei cluster che rappresentano altrettanti target su cui gli istituti finanziari dovrebbero svolgere un’attività di comunicazione mirata, sia nei contenuti sia nei canali. Questi sono costruiti in base a due criteri: i bisogni finanziari da soddisfare e il tipo di banca di cui si è cliente. In questo caso, alle tradizionali si oppongono le dirette, ovvero quelle che erogano servizi senza l’ausilio di filiali fisiche.

Il ruolo dei social media
Secondo il report anche i social media svolgono un ruolo importante nell’avviare e mantenere il dialogo con clienti e prospect. In particolare, sono 3,8 milioni gli italiani iscritti ad almeno un profilo social delle banche. E se il 64 per cento di questi è interessato a essere informato sulle iniziative socio-culturali, il 49 per cento desidera essere informato su prodotti e servizi. 

Migranti, il procuratore Zuccaro rilancia: “Indagini provano interessi mafie”

lastampa.it



«C’è una massa di denaro destinata all’accoglienza dei migranti che attira gli interessi delle organizzazioni mafiose e dico questo sulla base di alcune risultanze investigative». Lo ha detto il procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, in audizione alla Commissione Antimafia sottolineando comunque come «sia sbagliato ritenere che la mafia operi dovunque, perché così rischiamo di aumentare l’aurea di onnipotenza».

“Con la polizia sulle navi i trafficanti sarebbero in galera”
«Sabato scorso è arrivata a Catania una nave con 498 migranti soccorsi ed il cadavere di un giovane ucciso a freddo su un barcone da un trafficante perché non si era tolto il cappello. Se sulla nave della Ong che ha fatto l’intervento vi fossero state unità della nostra polizia giudiziaria avremmo già preso i trafficanti e li avremmo già nelle nostre galere» ha aggiunto ribadendo che «l’obiettivo delle indagini non sono le Ong ma i trafficanti ed alcune recenti modalità del traffico li stanno favorendo». Questi criminali, ha aggiunto, «sono autori di violenze inaudite e del tutto gratuite».

Supervisione

lastampa.it

Se Orwell avesse conosciuto la Boschi avrebbe scritto un altro libro: “La grande sorella”.

Dilemmi

lastampa.it   Pubblicato il 07/03/2017
jena

Preferireste essere figli del padre di Renzi, di quello della Boschi o figli di nessuno?

La nonna di Macron

lastampa.it
mattia feltri

È sorprendente, ma soltanto un po’, che susciti tanta curiosità Brigitte Trogneux, la moglie di Emmanuel Macron, e non Manette Noguès, la nonna. Soprattutto se l’interesse è antropologico, il rapporto del nuovo presidente francese con Manette non è meno trascurabile di quello con Brigitte. Racconta Macron che, da bambino, finita scuola, trascorreva ogni pomeriggio dalla nonna a imparare la grammatica, la storia, la geografia, a leggere ad alta voce Molière e Racine, Mauriac e Giono. Conoscere la lingua e le sue regole, il suono e il ritmo, non è un fronzolo da damerini, è la base della struttura di una persona.

La nonna diceva che lo studio le aveva cambiato la vita, l’aveva aiutata a comprendere le parole, il loro significato e l’uso, e quindi a comprendere il mondo, quello che era successo e quello che stava succedendo. Spiegava che c’è un cammino che conduce dal lavoro e dal talento al prestigio, e dal sapere alla libertà. Sapere libera dai pregiudizi, mette al riparo dalle falsità da cui siamo circondati, degli avversari e dei falsi amici, e specialmente dalle bugie che raccontiamo a noi stessi per facile e consolatorio innamoramento di un abbozzo di idea. Sapere è emanciparsi, e crescere non è un disvelamento, è una lenta costruzione. Ecco, siccome questi sono concetti molto saggi e suggestivi, ma anche molto elementari, eppure così poco diffusi, più che un Macron a noi servirebbe sua nonna.

Sennò

lastampa.it
jena@lastampa.it

Meno male che in Italia non c’è il ballottaggio, sennò ci toccava votare per Renzi.

Padri

lastampa.it
ena@lastampa.it

Qualsiasi figlio si preoccupa del futuro del proprio padre, e la Boschi è innanzitutto una figlia.

La figlia di Aldo Moro: "Le Br in tv, papà umiliato. Mi vergogno di essere italiana"

ilgiornale.it
Claudio Cartaldo - Mar, 09/05/2017 - 11:14

La figlia di Aldo Moro, Maria Fida, contro lo Stato che l'ha dimenticato: "Non lo considera neppure una vittima del terrorismo"



La figlia di Aldo Moro dice "basta". Non ci sarà la famiglia dello statista assassinato dalle Br alle celebrazioni per l'anniversario della morte dell'ex presidente del Consiglio italiano della Dc. Non ci sarà perché lo Stato di cui è stato servitore lo ha tradito, di nuovo, 30 dopo la sua morte.

"Non parteciperemo più a nessuna celebrazione per questo ennesimo e terribile 9 maggio - dice la figlia Maria Fida Moro in una intervista al Corriere - Non ne posso più dell’indifferenza e della bruttezza della politica". Dal 2007 la data della morte di Moro è diventata la Giornata della Memoria dedicata alle vittime del terrorismo.

Ma è ancora una memoria incompleta, vuota, che alla famiglia non sta più bene. "Voglio costringere lo Stato a fare la sua parte - dice la Figlia - Perché noi, io e mio figlio Luca, continuiamo ad essere tagliati fuori dal riconoscimento della legge per le vittime del terrorismo. Che è applicata a tutti, tranne che ad Aldo Moro. Per questo ho anche chiesto che la giornata cambi data: mi offende e mi ferisce che papà sia l’emblema delle vittime ma per lui la legge non valga".

Una decisone assurda. In sostanza Aldo Moro è il simbolo delle vittime del terrorismo, ma la sua famiglia è tagliata fuori dai risarcimenti che spettano a chi muore sotto il fuoco del terrorismo (politico così come islamico). "Io mi sto battendo per il principio, non per un fatto economico - aggiunge la donna - Io vorrei che si tornasse a ricordare l’Aldo Moro vivo e quello per cui ha vissuto.

E invece no: ci sono terroristi che anche oggi hanno spazio sui media, voce, rispetto. E una vita. A lui si riconosce soltanto il diritto di fare la parte del cadavere in un bagagliaio". Poi l'affondo, con la promessa di "rivolgermi alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo" per avere dallo Stato quel riconoscimento che sarebbe dovuto arrivare molto tempo fa: dichiarare Moro vittima del terrorismo. "È una cosa che mi farà vergognare ancora di più di essere italiana".

Ricattò i vertici Mediaset con fotomontaggi Chiesti 4 anni e 9 mesi per Emilio Fede

lastampa.it
manuela messina

L’ex direttore del Tg 4 chiedeva una buonuscita di 820 mila euro invece del licenziamento



La sua lettera di licenziamento era sul tavolo, quando l’ex direttore del Tg4 Emilio Fede avrebbe provato a ricattare i vertici di Mediaset con alcune foto hot (truccate) che avrebbero dovuto dissuaderli dalla decisione. Rischia 4 anni e nove mesi il giornalista, nel processo milanese, ormai alle battute finali, in cui è accusato di estorsione. Il pm Silvia Perrucci nella sua requisitoria questa mattina ha parlato di «pressioni e minacce» da parte di Fede con cui avrebbe costretto «Crippa, Confalonieri ma anche lo stesso Silvio Berlusconi» a fargli avere «un accordo più vantaggioso con una buonuscita di 820mila euro e un contratto di collaborazione di 3 anni». 

Come anticipato in esclusiva da La Stampa, nel 2012, l’ex direttore avrebbe dato mandato a Gaetano Ferri, ex personal trainer del giornalista (già condannato in abbreviato a tre anni e 10 mesi) e ad altre due persone, di assemblare fotomontaggi falsi e compromettenti che ritraevano il direttore dell’informazione di Mediaset, Mauro Crippa, così come il presidente dell’azienda Fedele Confalonieri. Fotomontaggi che, secondo gli inquirenti, sarebbero dovuti servire per costringere Mediaset a sottoscrivere un accordo transattivo più favorevole al giornalista rispetto alle condizioni del licenziamento. Fede nel processo è anche accusato di violenza privata per alcune minacce nei confronti di Ferri.

Non ci fu neanche l’ombra del ricatto, invece, per la difesa di Fede, durante l’incontro, del 28 marzo 2012, con i capi dell’ufficio legale e del personale di Mediaset Pasquale Straziota e Luigi Motta. «Quel giorno il giornalista– ha sostenuto l’avvocato Raffaella Mario nella sua arringa difensiva – che aveva appena terminato di condurre il suo telegiornale, non si aspettava di essere licenziato. Ecco perché fa ciò che per lui è più naturale: prima chiama Berlusconi, con cui non riesce a parlare, poi telefona al suo avvocato». Solo dopo, continua la difesa, Fede «tira fuori dal cassetto una fotografia e la sventola per pochi secondi. Le sue poche parole sono espressioni ingiuriose che manifestano la sua rabbia nei confronti di Mauro Crippa. Ma in quella condotta non ci fu nulla di minaccioso o di violento». La sentenza potrebbe arrivare il prossimo 15 giugno.

Dai leak politici al furto di carte di credito: cresce il phishing, anche in Italia

lastampa.it
carola frediani

Gli utenti italiani di Poste, PayPal e Apple tra i più bersagliati, mentre nel nostro Paese aumentano i siti dei truffatori. Le ultime novità sui trucchi e le tecniche usate



Dal 2012 in poi i siti di phishing a danno di italiani - ovvero quei siti finti che impersonano un’azienda o un ente allo scopo di rubare dati e credenziali agli utenti online - sono aumentati sempre, tranne una breve flessione nel 2015, per risalire l’anno scorso a quota 9601. A essere più colpiti sono stati i clienti di Poste italiane, PayPal, CartaSì, Apple. Ma non mancano quelli di Alitalia, Tim, Hera. Operatori telefonici, utility dell’energia, servizi di webmail, siti di shopping come MediaWorld. Pochi scampano alla pesca a strascico dei truffatori, secondo i dati e gli esempi diffusi da Andrea Draghetti - ricercatore dell’azienda specializzata nel contrasto al phishing D3lab - durante Hackinbo, partecipatissima conferenza che lo scorso weekend a Bologna ha raccolto un’ampia fetta della comunità italiana di sicurezza informatica. 



Alla base di molti leak
Stiamo parlando del phishing, la pratica di inviare una email ingannatrice - che sembra arrivare da un ente, un’azienda o un servizio web - con lo scopo di far rivelare al destinatario le proprie credenziali per poi violare mail, profili social, rubare dati di carte di credito o altri tipi di informazioni riservate. 
Per alcuni italiani il termine evoca infezioni alle vie urinarie - dice un sondaggio del sito Today - più che una truffa. Eppure di questo si tratta, poiché utilizza soprattutto le leve dell’ingegneria sociale, oltre che alcuni strumenti tecnologici. Per questo motivo, per alcuni puristi, il phishing non sarebbe propriamente hacking. Eppure resta alla base di moltissime fughe di dati, anche illustri, come le email di John Podesta, il presidente della campagna di Hillary Clinton.

E probabilmente (ma mancano ancora i dettagli e le conferme) anche dietro alla violazione delle caselle di posta di alcuni membri della campagna di Emmanuel Macron (i cosiddetti MacronLeaks, che però si sono sgonfiati in fretta). Come segnalato da un report TrendMicro, nel marzo 2017 hacker riconducibili al gruppo Apt28 registravano il dominio Onedrive-en-marche[.]fr, che puntava a fare attività di phishing ai danni dello staff del candidato presidenziale.

Del resto, il 43 per cento di attacchi che hanno violato dati riservati avrebbero impiegato in qualche modo del phishing, dice un recente report del colosso tlc americano Verizon. Con un tasso di successo del 7,3 per cento. Sembra poco, ma diventa tanto se pensato all’interno di campagne massicce e coordinate.

Una tecnica in crescita
“Dai a un uomo uno zero-day (un attacco che sfrutta una vulnerabilità ancora sconosciuta, ndr) e avrà un accesso per un giorno. Insegnagli a fare phishing e avrà un accesso per tutta la vita”, recita un tweet di The Grugq, noto venditore di attacchi informatici.
E infatti il fenomeno è in crescita a livello globale dal 2012, salvo rallentare tra 2015 e 2016, dicono i dati di un gruppo di lavoro internazionale, l’Anti-Phishing Working Group. Attestandosi pur sempre oltre 1 milione e 200mila siti di phishing. In Italia, come abbiamo visto, stessa crescita, breve rallentamento tra 2014 e 2015, e ripartenza.



Esempi di truffe
I clienti di Poste sono i più bersagliati, anche via sms, non solo email (pratica, quella del phishing via sms, che ha un suo nome ancora più ostico: “smishing”). Si chiede con una scusa di confermare le proprie credenziali, ma il link porta a un sito clone, su un dominio simile a quello originale ma con qualche lettera diversa, con uno scarto che a volte è quasi impercettibile. “Ad esempio in un caso il dominio era p0stepay.eu, con lo zero al posto della o: se lo vedi in maiuscolo su uno smartphone non ti accorgi quasi della differenza”, prosegue Draghetti. In un caso i truffatori, dopo aver rubato i soldi agli utenti, li usavano per acquistare voucher Inps e poi riscuotevano i buoni riversandoli su Inps card. Stiamo parlando di un’indagine che lo scorso marzo ha portato alla denuncia di ben 55 persone, tra Lazio e Campania.

Secondo l’accusa, il gruppo - accusato di associazione a delinquere finalizzata alla frode informatica e al riciclaggio - sarebbe entrato nei conti correnti (o avrebbe acquisito i dati delle carte di credito ricaricabili) di circa duecento persone in tutta Italia sottraendo 280mila euro, e avrebbe poi riciclato i soldi nei buoni emessi dall’Inps, intestandoli a prestanome o aziende inconsapevoli. Poi li riscattavano in ricevitoria o attraverso le Inps card. Un caso che mostra come non manchino autori di phishing italiani. “Anche se noi abbiamo rilevato tanta attività di origine araba a livello internazionale; e rumena sul nostro Paese”, commenta Draghetti. Almeno a giudicare dai commenti lasciati nel codice delle pagine di phishing. 

In pole position tra i più presi di mira ci sono anche gli utenti Apple. L’obiettivo, in molti casi, sono però i dati della carta. “I siti che li bersagliano crescono dal 2015: in genere viene inviata una mail in cui si dice che il tuo ID Apple è stato sospeso per problemi di pagamento e si chiede di aggiornare i dati della carta di credito”, commenta Draghetti. L’utente crede di inserirli sul sito dell’azienda di Cupertino, invece li sta cedendo ai truffatori.

Finti rimborsi
Tra i siti emergenti anche quelli che colpiscono i clienti di Alitalia. In questo caso l’esca è un finto rimborso. “Nei primi mesi del 2017 abbiamo visto 25 siti diversi che ospitavano kit di phishing ai danni degli utenti della compagnia aerea”, spiega Draghetti. “Nel 2016 ti proponevano un falso rimborso di 80 euro se compilavi un questionario (copiato da uno vero) e poi mettevi i dati della tua carta di credito. Ora, nelle ultime mail, ti offrono un rimborso di 100 euro circa, poi ti invitano a cliccare su un link e chiedono i tuoi dati”. 

Ora che Alitalia è particolarmente in difficoltà i tentativi di truffa potrebbero aumentare. Perché chi fa phishing e truffe online ha spesso un comportamento opportunistico, cercando di inserirsi in momenti di crisi di un’azienda. Ne è un esempio il blackout di Whatsapp di una settimana fa. In concomitanza con le ore in cui il servizio di messaggistica non era disponibile, c’è chi si è visto arrivare una mail in cui gli veniva chiesto di pagare un abbonamento a Whatsapp (facendo credere all’utente ignaro che il mancato accesso fosse dovuto a un cambio di policy dell’azienda o alla necessità di rinnovare un servizio inesistente, e non a un problema tecnico).

Una mail di questo tipo è arrivata a Simone Margaritelli, che per sfortuna del phisher di turno è un ricercatore di sicurezza informatica di fama internazionale. Certo, mail del genere circolano a bassa intensità in continuazione. Ma è probabile che abbiano dei picchi in alcuni momenti considerati più favorevoli. “La coincidenza col disservizio di Whatsapp è notevole”, commenta Margaritelli.


(La mail ricevuta: notare gli errori ortografici, altro segnale di allerta in questi casi – fonte: @evilsocket)

Phishing as a service
Come evidenziato in precedenti reportage su La Stampa, nel cybercrimine si stanno diffondendo modelli di business basati sulla rivendita di servizi ad altri. Anche nel phishing comincia a esserci questa modalità. I siti che affittano strumenti e kit di questo tipo stanno comodamente sul web in chiaro e tendono a essere specializzati. Ad esempio, uno di questi, segnalato da Draghetti e visitato da La Stampa, si occupa solo di phishing su profili di social media, Facebook in particolare. Ti iscrivi, configuri il pannello, invii le email-esca ai destinatari con il link fornito dal servizio di phishing. E sempre sul portale gestisci la raccolta di credenziali dalle tue vittime.

«Quello è un caso interessante perché i truffatori usano una applicazione Facebook per rubare i dati. Una tecnica particolarmente insidiosa, perché gli utenti sono rinviati al sito del social network», commenta Draghetti. Per altro, proprio su Facebook non mancano gruppi (chiusi ma anche aperti, come ha avuto modo di vedere La Stampa) dove truffatori e phisher di Paesi diversi si scambiano informazioni e favori. Alla luce del sole, anche se nell’oscurità di un linguaggio tecnico scarnificato e storpiato, che risulta incomprensibile ai non addetti ai lavori. 


(La richiesta di lettere finte da mandare a utenti PayPal da parte di un utente in un gruppo Facebook)

I consigli per gli utenti sono sempre gli stessi: fare attenzione alle mail che chiedono di reinserire le nostre credenziali; controllare bene gli indirizzi del mittente e l’url del sito; massima attenzione alle offerte imperdibili via sms. Ma anche alle inserzioni a pagamento sui motori di ricerca. 

Arriva in Cina PubCoder, la startup torinese che permette a tutti di diventare editori

lastampa.it
lorenza castagneri

L’azienda ha inventato un programma per creare ebooks e app interattive come Benvenuti Abc



Nel Paese dei creativi per eccellenza, a Torino è nata - già da qualche tempo, a dire la verità - la startup che permette a tutti di diventare editori. Editori moderni. Digitali. Già perché PubCoder, questo il suo nome, ha inventato un programma per creare ebook e app interattive e facilmente accessibili. E a conferma che l’idea funziona adesso è arrivato un aumento di capitale di 200mila euro, che permetterà all’azienda di portare in Cina le sue idee. «Siamo ovviamente molto felici», dice Paolo Giovine, fondatore di PubCoder, che ha le idee chiarissime. «Il denaro ci servirà per consolidare il nostro progetto all’estero, in particolare in ambito educativo, la nostra priorità».

Per dare un’idea, qualche mese fa, PubCoder ha creato e reso disponibile gratis per tutti Benvenuti Abc, un sito e una app con le traduzioni e l’audio in arabo e in inglese di un set di 130 parole italiane «di base», dai nomi degli oggetti più comuni a quelli dei componenti della famiglia. L’obiettivo: facilitare l’apprendimento della nostra lingua ai bambini stranieri che arrivano in Italia, ma, volendo, anche dell’inglese per i piccoli italiani. «Vogliamo diventare la piattaforma di riferimento per tutti i creatori di contenuti: creativi, editori, insegnanti e studenti, per favorire il processo di trasformazione digitale dei supporti alla didattica», riprende Giovine. 



L’aumento di capitale faciliterà le cose. Nel dettaglio, il finanziamento è stato possibile grazie al Marco Polo Program, un progetto che vuole aiutare le startup innovative a fare breccia nel mercato cinese con il supporto degli esperti dell’intermediaria Qwos. A lanciarlo è stata H-Farm, l’hub di innovazione fondato da Riccardo Donadon a Roncade, nel cuore della campagna veneta, che già aveva investito in PubCoder 170mila euro diventandone il principale finanziatore. Dopo l’operazione, la quota detenuta da H-Farm è diventata del 13,87%.

«Siamo molto soddisfatti di questo primo successo e continueremo a lavorare per creare ulteriori ponti tra la Cina e l’Italia», hanno commentato da Qwos. E soddisfazione c’è anche nel quartier generale di H-Farm: «Questa è la dimostrazione che iniziative italiane di qualità e valore possono fare breccia in un contesto internazionale», ha fatto sapere il cofondatore Maurizio Rossi. «Siamo molto motivati, sia per il futuro cinese di PubCoder sia per quello di altre realtà».

Un difetto nei chip Intel mette a rischio la sicurezza dei computer connessi alla rete

lastampa.it
marco tonelli

Presente da almeno sette anni, il difetto permetterebbe a chiunque di modificare la password, di accendere i computer quando sono spenti e usare mouse, tastiera e schermo. Un rischio che interessa migliaia di aziende e istituzioni in tutto il mondo



Un errore nei chip Intel permetterebbe agli eventuali aggressori di controllare a distanza PC e server connessi alla rete. Lunedì scorso, la notizia è stata diffusa dalla stessa Intel e da Embedi , gli esperti in sicurezza che per primi hanno scoperto la vulnerabilità nei processori. Un aggiornamento per risolvere la falla è previsto nei prossimi giorni. 

Presente da almeno sette anni, il difetto darebbe la possibilità a chiunque di modificare la password, di accendere i computer quando sono spenti e infine di poter utilizzare il mouse, la tastiera e lo schermo. Insomma, si tratta delle stesse operazioni permesse agli amministratori di sistema. Il bug risiede proprio nella funzione Active Management Technology che consente a coloro che hanno gli accessi di utilizzare in remoto i dispositivi. Stiamo parlando di chip utilizzati in campo aziendale o nelle istituzioni pubbliche e non di quelli montati su PC domestici. 

E come affermato dai ricercatori della stessa Embedi e di Tenable Network security (un’altra società che ha analizzato la vulnerabilità), sarebbe possibile accedere alle funzionalità, semplicemente bypassando il sistema di autenticazione, senza la necessità di utilizzare alcuna password. Secondo il motore di ricerca Shodan, ad essere interessati sono più di 8mila computer in tutto il mondo e ad essere maggiormente coinvolte (per numero di dispositivi esposti) sono le reti di di alcune università degli Stati Uniti, insieme a società come Verizon Wireless e Deutsche Telekom.

E per queste aziende e istituzioni, si tratta di un problema serio: «Alcune compagnie sono costrette a dover scegliere tra la possibilità di acquistare un nuovo processore e disabilitare la rete o continuare a lavorare con quella esistente, ma lasciando i dispositivi esposti alla vulnerabilità», ha spiegato a Wired l’esperto in sicurezza informatica Matthew Garrett. 

Savoia o federalismo? La svolta centralista nelle Cinque giornate della Milano insorta

ilgiornale.it
Carlo Lottieri - Mer, 10/05/2017 - 08:06

La rivolta dei milanesi era all'origine repubblicana e autonomistica, come quella dei veneziani Quando Carlo Cattaneo e i suoi furono scavalcati il destino del Risorgimento diventò monarchico



In tutta Europa, il Quarantotto rappresenta un anno fondamentale, perché è in quello snodo storico che taluni mutamenti spirituali consolidatisi all'interno della cultura politica iniziano a produrre effetti rilevanti: cambiando lo scenario e ponendo le premesse per un mondo nuovo.

Nonostante lo sconquasso causato dalla Rivoluzione francese e dall'espansionismo napoleonico, l'Europa della Restaurazione continuava a guardare al futuro, ponendo al centro le libertà individuali e recuperando fiducia nel progresso e nelle riforme. Il ritorno dei monarchi alla guida dei governi d'Europa aveva soddisfatto solo in parte le attese dei controrivoluzionari, dato che larga parte dell'opinione pubblica continuava a ritenere necessario garantire una più ampia salvaguardia dei diritti fondamentali.

In Italia come nel resto del Vecchio Continente, i moti del 1820 e del 1821 (così come quelli che avranno luogo dieci anni dopo) erano stati orientati primariamente a ottenere trasformazioni in senso costituzionale: a vincolare e limitare il potere. Pure l'idea di Italia, i cui confini erano allora tutt'altro che ben definiti nella stessa mente di patrioti, era in primo luogo associata a questa riconquista di libertà perdute.

Quando nel 1830, in Francia, viene chiamato al trono Luigi Filippo d'Orléans e s'afferma una monarchia costituzionale, appare evidente come il senso della storia possa ancora essere percepito secondo logiche che mirano a controllare il potere e continuano a parlare di libertà riferendosi (primariamente) ai singoli. Il clima, però, sta ormai cambiando. In questa prima metà del XIX secolo, nazionalismo e socialismo vanno avanzando un po' ovunque. Sempre più la libertà è associata alla comunità nazionale, mentre alle nuove generazioni lo spirito dei Lumi appare astratto, privo di storicità, incapace di scaldare i cuori.

Con l'imporsi delle idee socialiste, l'individuo declina e lascia il posto alla classe, mentre l'ideale della libertà cede di fronte a quello dell'eguaglianza e della partecipazione. Ma i moti milanesi del 48 precedono ancora, in larga misura, le trasformazioni ideologiche.

Quando tra il 18 e il 22 marzo la capitale del Lombardo-Veneto insorge contro Vienna, all'origine della ribellione vi sono motivi di altra natura. Nella borghesia imprenditoriale cittadina c'è una crescente insofferenza per un'amministrazione non di rado ottusa e poliziesca. In quel momento, il progetto di un'Italia affrancata dal dominio straniero interpreta con efficacia questa domanda di cambiamento. Per giunta, in quei primi mesi del 48, tutta Europa da Palermo a Vienna, a Berlino si solleva per chiedere più garanzie e un potere non arbitrario.

Le giornate milanesi che obbligarono l'esercito guidato dall'anziano generale Radetzky a lasciare la città oggi sono lette sulla base degli sviluppi successivi: sono divenute solo un episodio entro quella che è stata ribattezzata la Prima guerra d'indipendenza, ossia un passaggio cruciale (in sé fallimentare, ma denso di promesse) verso l'unificazione realizzata dalla dinastia dei Savoia. In realtà, nella Milano del 48 solo una parte della nobiltà aspirava ad unire la Lombardia al Piemonte. Certamente avevano una visione ben diversa quanti erano stati persuasi dalla propaganda di Mazzini e, soprattutto, gli eredi di quell'Illuminismo riformista che aveva in Carlo Cattaneo la sua figura più illustre.

Quando si comprende il ruolo centrale che Cattaneo (insieme a Enrico Cernuschi, Pompeo Litta Biumi e alcuni altri) ha giocato nelle Cinque Giornate, è facile vedere come i suoi ideali siano stati traditi. Non c'è solo da rilevare che l'Italia è stata fatta monarchica e non repubblicana, centralizzata (sul modello francese) e non federalista (come gli Usa). Si tratta anche di comprendere come lo spirito stesso del Romanticismo patriottico non abbia interpretato i sogni del fondatore del Politecnico e di molti dei milanesi insorti.

Quando il 17 marzo, diffusasi la notizia della rivolta viennese, un gruppo di cittadini si trova davanti al palazzo del governatore lo fa per chiedere libertà di stampa e, con essa, la possibilità per Milano di amministrarsi da sé. Poi la situazione precipita, ma anche nel corso degli scontri la tesi di chi vuole un intervento del Piemonte a sostegno dei rivoltosi (il conte Casati, a esempio) inizialmente viene respinta.

Cattaneo e con lui molti altri non vogliono lasciare il dominio viennese per subire quello piemontese. In seguito questa posizione sarà però abbandonata e prevarrà la fazione filo-sabauda: con il risultato che Milano e la Lombardia saranno annesse. Prima di essere sconfitti sui campi di battaglia, i sogni di Cattaneo erano stati spazzati via da quell'incrocio di interessi e miti che, negli anni successivi, consegnerà tutta l'Italia nelle mani di Vittorio Emanuele II. In questo senso, Cattaneo è davvero l'eroe tragico delle Cinque Giornate e del Risorgimento, dai cui esiti egli prenderà nettamente le distanze: rifiutando ogni ruolo nella nuova Italia unita, fino al punto da trovare rifugio in quel pezzo di Lombardia svizzera che è il Canton Ticino.

Come ebbe a sottolineare in modo assai efficace Indro Montanelli, «Cattaneo non sentiva la nazione e odiava il Piemonte, per il suo regime accentrato e statalista, più dell'Austria che nazione non era». Egli aveva anche pensato a un Lombardo-Veneto affrancato dal potere di Vienna, ma federato con quell'universo mitteleuropeo in cui esso si trovava e nel quale aveva comunque rinvenuto una propria dimensione. E quando poi prese atto che l'impero degli Asburgo era troppo refrattario a ogni cambiamento, immaginò una Penisola italiana basata sull'autogoverno delle città e delle regioni.
D'altra parte, Cattaneo era un cosmopolita e un individualista: l'ultimo erede della tradizione dell'Illuminismo lombardo, giunta a lui grazie alla lezione del suo maestro, Giandomenico Romagnosi.

Credeva in una società basata sul libero mercato e sulla protezione dei diritti, e non avrebbe mai apprezzato quell'insieme di tributi, divieti e progetti espansionistici più o meno fallimentari che saranno al centro della monarchia sabauda all'indomani dell'unificazione. È anche interessante rilevare come, negli stessi giorni delle eroiche giornate milanesi, la folla veneziana costrinse il governatore della città lagunare a liberare Daniele Manin, Nicolò Tommaseo e gli altri arrestati. Prenderà il via quella Repubblica di San Marco che, come le Cinque Giornate, continua a sollevare interrogativi: perché anche in questo caso non è facile dire quanto Manin sia ascrivibile a quel processo che porterà al Regno d'Italia e quanto, invece, egli volesse operare una sorta di rinnovamento delle antiche libertà che avevano caratterizzato Venezia.

Certo egli sognava una federazione repubblicana italiana ben distante Regno che prenderà forma nel 1861. Quando il 22 marzo Manin afferma, in piazza San Marco, che tra tutti i governi «il più adatto ci sembra quello della repubblica che rammenti le glorie passate, migliorato dalle libertà presenti», è chiaro come egli sia consapevole che Venezia è Venezia. Senza dubbio voleva collegare la battaglia per l'indipendenza veneta alle altre lotte che avevano luogo in tutta Italia, e puntava a una qualche unificazione, ma al pari di Cattaneo immaginava un'Italia ben più basata sul diritto di autogovernarsi, oltre che repubblicana.

La figura di Manin convinto che si potesse guardare al passato per dirigersi verso libertà nuove ci aiuta a comprendere come, in fondo, quella visione policentrica e autonomista che è al cuore della filosofia sociale cattaneana fosse radicata in tutto il Lombardo-Veneto. L'Italia stava però dirigendosi verso retoriche mazziniane e poi crispine, e stava iniziando a progettare un proprio futuro quale potenza tra le potenze (quale Machtsstaat), anche senza mai riuscire davvero a conseguire tale obiettivo. Ma almeno nel marzo del 1848 c'era ancora chi sperava di ridare vita alle libertà municipali, costruendo istituzioni vicine ai cittadini al fine di fondare una società pluralista, tollerante, aperta.

Il Risorgimento volterà le spalle al federalismo liberale di Cattaneo, risolvendosi in un compromesso tra il nazionalismo sociale di Mazzini e la Realpolitik di Cavour. Lo spirito civico dei milanesi verrà marginalizzato e, nel corso di questo processo, la metropoli lombarda sarà chiamata a fare i conti con un Regno d'Italia voluto e realizzato altrove. Anche questo contribuirà, nei decenni a venire, a fare di questa città la meno italiana delle città d'Italia.