domenica 14 maggio 2017

Quei temerari francobolli volanti

lastampa.it
maurizio assalto

Il 22 maggio 1917 un biplano portò da Torino a Roma 100 copie della Stampa Nacque per l’occasione la prima affrancatura di posta aerea del mondo

I cent’anni del primo francobollo di posta aerea del mondo sarà ricordato al Salone del Libro venerdì 19 maggio (ore 10, Sala Music’n’ Books) in un incontro a cura dell’Aero Club torinese, con Giovanni Accusani, Maurizio Assalto, Roberto Gottardi, Francesca Leon e Angelo Moriondo. Sempre a Torino, sabato 20 maggio



(la data prevista per il volo del 1917, poi slittato per il maltempo), all’angolo di via Roma con piazza Castello sarà esposto un biplano Stampe «I-Pelo», il più simile al postale di cento anni fa. Fino a domenica resterà inoltre allestita una mostra fotografica, affiancata dalle postazioni di Aero Club, La Stampa, Bolaffi, Associazione Italiana di Aerofilatelia e Poste Italiane, dove sarà disponibile un annullo speciale per un kit di cartoline celebrative. Festeggiamenti anche a Roma, il 20 maggio presso l’Aero Club d’Italia, con la presenza di Fiorenza De Bernardi, figlia del pilota che compì l’impresa e pioniera dell’aviazione al femminile

Era scritto dalla notte dei tempi, quando una colomba con una foglia di ulivo stretta nel becco aveva portato a Noè la notizia che il diluvio era cessato e la terra riemersa: la comunicazione prima o poi sarebbe passata per il cielo, nel blu dipinto di blu. E (non «Volare» ma) «Volando» era la raccomandazione apposta nel ’500 sulle missive più urgenti affidate ai cursores che sferzavano i loro destrieri sulle strade della vecchia Europa. Quasi una profezia, che si sarebbe avverata secoli dopo.

È italiano e compie cento anni in questi giorni il primo francobollo di posta aerea del mondo. Un normale «espresso» da 25 centesimi, sul quale era stata sovrastampata la scritta «Esperimento posta aerea / Maggio 1917 / Torino-Roma Roma-Torino». Accompagnava 200 chilogrammi di corrispondenza e 100 copie della Stampa, giornale sempre in prima fila nella sperimentazione delle novità tecnologiche, in volo dalla prima alla nuova capitale d’Italia.

Anche se la trasmissione di messaggi scritti per via aerea, senza francobolli (e senza aerei), non era proprio una novità. La prima volta si fa risalire al 30 novembre 1784, quando il medico americano John Jeffries, diretto da Londra al Kent su un aerostato con l’inventore francese Jean-Pierre Blanchard, indirizzò quattro lettere a suoi amici e le lanciò nel vuoto: tre di queste, recuperate, arrivarono a destinazione.

Due anni più tardi toccò a un aeronauta italiano, il lucchese Vincenzo Lunardi, ufficiale dell’esercito borbonico, che con un pallone a gas di sua ideazione, a Newcastle, era stato causa involontaria di un incidente in cui aveva perso la vita un uomo: per scusarsi, il 20 settembre lanciò sulla città centinaia di volantini in cui esprimeva «profondo dolore» per il «melancholy accident». Erano le prove generali.

«Più pesanti dell’aria»
Dovette passare un altro secolo perché si potesse parlare di «posta aerea». Fu durante l’assedio di Parigi del 1870, quando la capitale accerchiata dai prussiani, per comunicare con il resto del paese, organizzò un servizio «par ballon monté» (come era vergato a mano sulle buste), ossia per mezzo di palloni aerostatici con equipaggio, che però, a causa dei venti contrari, poteva funzionare soltanto dall’interno verso l’esterno e non viceversa (in questo caso, seguendo l’esempio di Noè, si ricorreva ai più sicuri piccioni viaggiatori).

Ma con il nuovo secolo i mezzi «più leggeri dell’aria», gli aereostati, dovettero fronteggiare la concorrenza - alla lunga vincente, nonostante le perplessità iniziali - di quelli «più pesanti dell’aria». Come spiega il presidente dell’Aero Club torinese Angelo Moriondo (Gli albori dell’aviazione a Torino e in Italia, ed. Aero Club, 2016), dopo i pionieristici esperimenti americani dei fratelli Wright, in Italia il primo aereo volò nel maggio del 1908 su Roma, pilotato dal francese Ferdinand-Léon Delagrange, che si ripeté il mese successivo a Milano e a Torino, ogni volta con scarso successo («Pieno de boria, s’arzò quanto un mazzo de cicoria», commentò Trilussa). Più che voli, erano balzi di qualche minuto e di pochi metri da terra, spesso conclusi con rovinosi schianti.

Un primato italiano
Inconvenienti presto superati. Il tempo dei temerari sulle macchine volanti era ufficialmente cominciato, e di lì a poco se ne sarebbero servite le Poste statali. Quelle francesi soprattutto, per comunicare con le colonie: due aerei che viaggiavano in coppia, uno con la corrispondenza e l’altro di scorta. Se uno dei due aveva un problema, entrambi atterravano dove capitava e il pilota del velivolo in avaria scendeva di corsa precipitandosi a bordo dell’altro, che lo aspettava con il motore acceso: questo da quando un postale che viaggiava da solo, dopo un atterraggio d’emergenza sulla costa nordafricana, in pochi minuti era stato fatto a pezzi con il suo conducente dai beduini atterriti.

A quei tempi non esistevano ancora francobolli aerei. Tutt’al più «vignette» che al valore bollato emesso dallo Stato aggiungeva il privato incaricato della consegna, e che rappresentava il suo guadagno - come nel caso del «Vin Fiz» da 25 cents su un aerogramma che viaggiò nel 1911 con Galbraith Perry Rodgers nella prima trasvolata coast to coast degli Usa (lo ricorda Alberto Bolaffi nel libro che ha curato nel 2008 per Allemandi, Elogio della parola scritta). Il primato, dunque, è tutto italiano.

Nella temperie futurista-marinettiana dell’epoca, in considerazione anche delle impellenti necessità belliche, l’Italia era all’avanguardia nella produzione aeronautica, e Torino in particolare se ne stava affermando come la capitale, con 27 fabbriche in città e nei dintorni, oltre a 12 che producevano motori per i velivoli. A cavallo tra 1916 e ’17 dal capoluogo si levavano uno dopo l’altro biplani che stabilivano nuovi record mondiali, di altezza con e senza passeggero (fino a 7025 metri, a temperature inferiori ai 30°), di distanza senza scalo (Torino-Napoli-Torino in 10h 30’, Torino-Londra in 6h 55’).

Il volo del primo francobollo aereo era previsto per il 20 maggio (un giorno cardinale nella storia dell’aeronautica, che dieci anni più tardi avrebbe visto la prima trasvolata in solitario dell’Atlantico da parte di Charles Lindbergh). Per assistere all’evento erano stato convocati, con invito «strettamente personale», i torinesi più illustri. Decollo fissato per le 6 del mattino dal campo volo della Pomilio, ai confini tra Torino e Collegno (oggi aeroporto Aeritalia «Edoardo Agnelli»), sorto appena un anno prima e tra i quattro più antichi ancora in funzione in Italia, nonché il primo tra quelli turistici con 30 mila movimenti l’anno. Ma la pioggia battente consigliò di rinviare.

Velivoli di tela e legno
Finalmente due giorni dopo, alle 11,27, il PC1, un biplano da caccia della Pomilio riconvertito a postale, poté decollare. Ai comandi il 24enne tenente Mario De Bernardi, lucano, collaudatore della casa costruttrice, che durante la campagna di Libia, a cui aveva partecipato come volontario, era rimasto affascinato dalle macchine volanti, impiegate per bombardamenti e ricognizioni, tanto da prendere il brevetto e partecipare alle fasi iniziali della Grande guerra, nello squadriglia dell’asso Francesco Baracca, quando fu il primo italiano ad abbattere un aereo nemico. Atterrò a Roma, all’aeroporto di Centocelle, alle 15,30, dopo 4 ore e 3 minuti, con un’impennata finale che danneggiò l’elica e il carrello ma lo lasciò incolume. Ad attenderlo, autorità civili e militari e «una grande ed elegante folla trattenuta da cordoni di carabinieri a piedi e a cavallo», come riportò La Stampa.

Il volo non era stato facile. All’epoca (e ancora per molti anni a venire) si viaggiava a vista, allo scoperto, su aerei con ali e fusoliera di tela impermeabilizzata sostenute da centine di legno, senza radar ma con il solo aiuto della bussola. Al cronista della Stampa De Bernardi raccontò di un forte vento subito dopo Superga, che tuttavia non gli impedì di posizionarsi su una velocità di 180 km orari. «Sorpassai la catena dei Giovi all’altezza di 2000 metri con forte venti e pioggia e sono quindi disceso a minor altezza costeggiando il mare. Il viaggio procedette in discrete condizioni fino verso Pisa.

Qui le condizioni atmosferiche resero difficilissima la prosecuzione del viaggio. Il vento e la pioggia intensissima mi imposero il dilemma o d’atterrare oppure mutare rotta. Preferii mutare il percorso stabilito compiendo una leggera deviazione». In seguito De Bernardi ebbe modo di coprirsi di ulteriori glorie aviatorie, conquistando prestigiosi trofei internazionali come la Coppa Schneider, nel ’26, e superando per primo, nel ’28, i 500 chilometri orari. Morì nel ’59, a 65 anni, durante un’esibizione acrobatica su Roma, colpito da un attacco di cuore che gli lasciò il tempo di atterrare senza causare incidenti. Sua figlia Fiorenza è stata la prima donna italiana a svolgere la professione di pilota di linea, e nel 1967, su un biplano d’epoca, ripeté il volo del padre in occasione del cinquantenario.

Per qualche decennio ancora la nostra posta più urgente avrebbe seguitato a volare nei cieli da un capo all’altro del mondo. Una storia ormai finita. Con il nuovo millennio gli aerei sono stati definitivamente sostituiti in questa funzione dalla meno romantica, ma sicuramente più pratica e più economica, posta elettronica. Che vola real time in un cielo virtuale senza colore, dove il blu non è più dipinto di blu.

San Luca ancora senza elezioni: nel comune calabrese non si è presenta nessuna lista

repubblica.it

Il centro dell'Aspromonte sciolto nel 2013 per ingerenze mafiose. Lo scrittore Criaco: "E' una resa che è peggio di tutto"

San Luca ancora senza elezioni: nel comune calabrese non si è presenta nessuna lista

Anche la tornata di elezioni amministrative dell'11 giugno andrà a vuoto per il Comune di San Luca, il centro aspromontano dove non è stata presentata alcuna lista per l'elezione diretta del sindaco e il rinnovo del consiglio comunale. Nel 2015 fu presentata una sola lista, "Liberi di ricominciare", che però non ottenne il quorum sufficiente per amministrare. Sulla comunita' sanluchese, teatro di una faida cruenta negli anni passati, pesa lo scioglimento per presunte infiltrazioni mafiose risalente al 2013.

San Luca è famosa per aver dato i natali allo scrittore Corrado Alvaro, ma è anche tristemente nota per la faida di San Luca, culminata nella strage di Duisburg, cittadina della Germania occidentale, in cui, nella notte tra il 14 e il 15 agosto del 2007, furono uccise sei persone.

"A San Luca si sono convinti di essere colpevoli e per questo si sono cosparsi il capo di cenere, hanno scelto la rinuncia totale. Una sopportazione che si trasforma in una non scelta. E' una resa che è peggio di tutto" è l'amaro commento dello scrittore Gioacchino Criaco, autore di "Anime nere", "Si dice che i commissari prefettizi abbiano bene amministrato ma non si puo' rinunciare solo perchè si ritiene che ci sia un bravo commissario a governare. Un popolo che non discute, non si interroga, non protesta, non è più un popolo".

Storica impresa della Spal: torna in serie A dopo 50 anni

lastampa.it
matteo de santis

In due anni dalla Lega Pro alla massima serie




Da Benevento, al quarto minuto di recupero dopo il novantesimo, con la benedizione della testata di Ceravolo che schianta il Frosinone arriva il semaforo verde definitivo per la promozione in A della Spal. 

A Terni, infatti, la capolista cade 2-1 (Antenucci e doppietta di Pettinari per la Ternana) ma festeggia lo stesso lo sbarco diretto tra le grandi. Adesso il paradiso della massima serie, dopo 49 anni di lontananza forzata, non può più attendere: caroselli per le strade di Ferrara, festa grande anche per gli oltre duemila trasfertisti estensi presenti al Liberati.

Il capitombolo con la Ternana, di fronte a un evento simile, è solo un dettaglio: Spal in vantaggio al 12’ con Antenucci, lesto a sfruttare un errore di Ledesma, e poi raggiunta al 18’ e superata al 33’ da una doppietta di Pettinari, ex prodotto del vivaio della Roma. Dopo, nonostante l’assalto finale della formazione di Semplici, le buone notizie arrivano tutte dalle radioline: il Verona pareggia e basta con il Carpi, il Benevento spinge il Frosinone verso i playoff. La festa, a una giornata dalla fine del campionato, è tutta per la Spal. La A, dopo 49 anni, ritorna a Ferrara. « Nel 2013, quando ho preso il club , nessuno avrebbe mai immaginato nemmeno di lottare per andare nella massima serie», gongola il patron Colombarini. Ora l’inimmaginabile è diventato realtà. 

La storia
Quando, nel 1968, la Spal salutava la serie A dopo quasi due decenni di permanenza, Francesco Colombarini, un giovane imprenditore di belle speranze, cominciava a produrre un materiale quasi sconosciuto come la vetroresina. Oggi la sua società calcistica, presieduta dall’amico commercialista Walter Mattioli, vanta un primato unico nel mondo: aver portato una squadra dalla terza categoria, il livello più basso del calcio federale, alla serie A.

La sua azienda non è certo un impero economico, ma è una realtà solida, legata al suo territorio, gestita dai figli Simone e Luca, che vende i propri prodotti in tutto il mondo e in tempi di crisi anziché licenziare ha investito e creato posti di lavoro.

A fine anni ottanta la famiglia ha cominciato a sostenere la Giacomense, una squadra di amici che giocava in terza categoria nel paese di Masi San Giacomo, paese di 700 anime nel basso ferrarese. Piano piano, successo dopo successo, promozione dopo promozione, la Giacomense si è ritrovata quasi senza pensarci in Lega Pro, proprio nell’anno in cui la Spal fallì e dovette ripartire dai dilettanti. Nel 2013 hanno rilevato il marchio Spal trasformando, di fatto, con il trasferimento del titolo sportivo, la loro squadra in quella che adesso festeggia la serie A.

In pratica, quella della famiglia Colombarini e del loro presidente Walter Mattioli, che da giovane ha giocato per tanti anni nella squadra del paese, è l’unica società d’Italia (probabilmente del mondo) che è riuscita a salire dall’ultimo livello del calcio federale alla massima divisione. Senza proclami, senza tante chiacchiere, ma con una grande passione per il calcio fatto bene. 

Attacco hacker in 99 Paesi, Londra: “Non sappiamo chi c’è dietro”. Sospetti sui russi

lastampa.it

Nel mirino reti e ospedali dal Regno Unito alla Spagna. L’Europol: un’azione di dimensioni senza precedenti



«Non siamo in grado di dire chi ci sia dietro all’attacco. Il lavoro è ancora in corso», ha detto, parlando alla radio con la Bbc, il ministro dell’Interno del Regno Unito, Amber Rudd, precisando che il governo non sa ancora se dietro agli hacker che hanno colpito ieri ci sia qualche Paese straniero. Il ministro dell’Interno britannico ha reso noto che il governo ha raccomandato agli ospedali e ai centri sanitari colpiti dal massiccio attacco hacker di «non pagare» il riscatto chiesto dal software per recuperare i dati. Ieri i pirati informatici hanno attaccato 99 Paesi annunciando che il pc era stato preso in ostaggio con un virus detto ransomware, e per liberarlo era necessario pagare un riscatto in bitcoin, ovvero l’equivalente di 300 dollari. 

«Il nostro consiglio è chiaro, non pagare», ha detto alla Bbc la ministra Tory, ricordando che le strutture sanitarie che conservano dati clinici dei loro pazienti devono tenere aggiornati i loro sistemi informatici per «non cadere nella trappola» di un attacco hacker. Rudd ha spiegato che almeno 45 strutture locali del sistema sanitario britannico - tra cui ospedali, servizi di ambulanze, centri di salute mentali- sono stati interessati venerdì dal virus che chiedeva il pagamento del riscatto per poter accedere ai computer. «Finora tutto quello che abbiamo visto è che i pazienti hanno subito inconvenienti e alcuni ospedali e alcuni dottori sono stati costretti a cambiare la loro agenda della giornata».

Il ministro ha aggiunto che il virus in questione «funziona particolarmente bene con sistemi interconnessi, per questo è probabile che abbia coinvolto grandi organizzazioni, più che individui». Rudd ha assicurato che «non sono state trasferite informazioni sui pazienti in nessun momento», ma ha aggiunto che l’accaduto deve servire ai gestori dei sistemi informatici della sanità pubblica perché «imparino» la lezione e tengano aggiornato il software con cui lavorano.

In base a un articolo pubblicato lo scorso mercoledì dalla rivista British Medical Journal, il 90% dei computer del sistema sanitario britannico utilizza il sistema operativo Windows XP, lanciato da Microsfot nel 2001. «Windows XP non è la migliore piattaforma per tenere al sicuro le tue informazioni, rispetto ad altre più moderne», ha detto il ministro. L’attacco hacker che ha colpito reti informatiche secondo l’Europol è un’azione «di dimensioni senza precedenti». 

Secondo quanto scrive il quotidiano britannico Telegraph potrebbe essere stato un gruppo di hacker con collegamenti con la Russia il motore all’origine dell’attacco hacker. Un gruppo che rubò il virus agli 007 americani all’indomani del raid aereo statunitense in Siria, forse come rappresaglia per il bombardamento ordinato dal presidente Donald Trump nella base aerea siriana. Ad aprile, la misteriosa organizzazione criminale, Shadow Brokers, rese noto di aver rubato un’arma digitale da un’agenzia di spionaggio americana, un’arma che dava un accesso senza precedenti a tutti i computer che usano Microsoft Windows, il sistema operativo più diffuso al mondo.

Eternal Blue, il tool rubato da Shadow Brokers, era stato messo a punto dalla National Security Agency (Nsa), la potente unità di intelligence militare americana, che lo aveva voluto per introfularsi nei computer di terroristi e Stato nemici.


L’attacco hacker globale è stato fermato da un ragazzo di 22 anni con un dominio da 10 dollari
lastampa.it



È stato un esperto di cybersecurity di appena 22 anni che, quasi per caso, ha bloccato la diffusione su tutto il pianeta di WannaCry, il micidiale virus ransomware che ha mandato in tilt organizzazioni del calibro di FedEx e Telefonica, ma anche il Servizio sanitario britannico e la Renault: ha comprato per pochi dollari il nome di dominio nascosto nel programma e ne ha impedito la diffusione, per esempio negli Usa.

In sostanza l’analista ha usato e attivato «un interuttore-killer», che era scritto nel malware stesso, una sorta di pulsante di emergenza, con ogni probabilità voluto da chi ha creato il virus per disattivarlo quando avesse voluto. Si è accorto infatti che quando procedeva ad attaccare un nuovo computer, WannaCry provava a contattare la pagina web: se falliva, WannaCry andava avanti con l’attacco, ma se aveva successo si fermava. E ne ha dedotto che se WannaCry non poteva avere accesso a quel dominio avrebbe cominciato a funzionare in maniera erratica nella rete, cercando nuovi siti da attaccare, fino a disattivarsi. Come infatti è successo.

L’analista, che twitta da un account chiamato, @malwaretechblog, ha ammesso di non aver realizzato, quando comprava il dominio per appena 10,69 dollari, che avrebbe messo a segna un colpo così fortunato. Parlando a The Daily Beast, Malware Tech ha spiegato di aver notato il nome di un dominio, una sequenza di lettere priva di senso il cui finale era sempre lo stesso, gwea.com, nel codice: «Ho visto che non era ancora registrato, ho pensato che l’avrei preso». A quel punto. Lo ha acquistato su NameCheap.com per 10,69 dollari. Ma appena il dominio è stato attivo, ha capito la potenza dell’attacco: ha cominciato a registrare migliaia di connessioni, «cinque/seimila al secondo». E si sono bloccati migliaia di attacchi, ma lui ha ammesso di averlo fatto «solo per caso».

Nel momento in cui @malwaretechblog registrava il dominio era troppo tardi per aiutare chi era sotto attacco in Europa o Asia; ma chi era in Usa ha avuto il tempo di mettersi al riparo prima che i loro sistemi informatici fossero colpiti.


Quel virus diventato letale grazie ai codici della Nsa
lastampa.it
carola frediani

WannaCry attivato da strumenti digitali una volta usati dagli 007 Usa. I cybercriminali hanno sfruttato la falla di un software Microsoft


Il messaggio di richiesta di riscatto comparso sugli schermi dei computer infettati

Quell di ieri è stato il «Blitzkrieg» (la guerra lampo) delle estorsioni digitali. Un attacco improvviso, massivo, fulmineo che nel giro di poche ore ha colpito 74 Paesi, mandando ko organizzazioni come il colosso spagnolo Telefonica o una serie di ospedali britannici.

«Pagate o addio ai files»
I virus del riscatto, noti come ransomware, non sono un fenomeno nuovo, e nella loro reincarnazione più aggressiva imperversano anche in Italia da almeno due anni. La dinamica è la seguente: arriva una mail che sembra provenire da un ente noto, ma è inviata dai criminali; l’utente apre l’allegato che infetta il suo pc; i file vengono cifrati e diventano irrecuperabili, a meno di non averne una copia da qualche parte; gli attaccanti lasciano le istruzioni per pagare un riscatto con la moneta elettronica Bitcoin e ottenere la chiave per decifrarli.

Questo era l’andamento generale fino a ieri. Che è stata però una giornata senza precedenti per l’aggressività del software malevolo impiegato e per la sua capacità di diffondersi come un incendio. Infatti esistono tante varietà di ransowmare, tante famiglie diverse, più o meno efficaci. Quella responsabile dell’esplosione di ieri si chiama «WannaCry»: esisteva da marzo, e a dire il vero non sembrava fare molti danni. Ciò che l’ha «armata», trasformandola nel panzer dei ransomware, è stato un codice di attacco, battezzato Eternalblue, che era originariamente usato dall’Agenzia nazionale per la sicurezza Usa, la Nsa.

Come è finito online
Tale strumento - in gergo exploit - sfruttava una vulnerabilità di un software di Microsoft. Sconosciuta ai più, almeno fino a quando, alcune settimane fa, non è stata messa online, a disposizione di chiunque, da un misterioso gruppo di hacker di nome Shadow Brokers. I quali hanno in qualche modo sottratto una serie di strumenti e di «armi digitali» all’agenzia Usa; e a cominciare dalla scorsa estate hanno iniziato a buttarli online. Dunque, succede che Shadow Brokers si impossessa dell’attacco informatico della Nsa. Lo rilascia online. Qualcuno lo prende, lo usa per potenziare un ransomware mediocre, e inizia una campagna globale e massiva di infezioni. Che propagandosi velocemente dentro le organizzazioni colpite le mette in ginocchio.

Perché è così potente
L’attacco rubato alla Nsa che sfrutta la falla Microsoft permette al virus di diffondersi facilmente attraverso la rete interna di una organizzazione. È per questo motivo che anche grosse aziende, che fino a ieri riuscivano a gestire senza problemi delle occasionali infezioni di ransomware, in questo caso sono state travolte. Microsoft a marzo avevo chiuso la falla in questione ma il problema è che molti utenti, enti, imprese non hanno fatto l’aggiornamento. Per inciso: la vulnerabilità riguarda i Microsoft Windows Smb Server, e se non avete ancora aggiornato, fatelo adesso.

Caccia al «colpevole»
Le campagne di ransomware sono generalmente gestite da diversi individui o gruppi a scopo di lucro. Una parte di questa attività cybercriminale è tradizionalmente concentrata nell’Europa dell’Est, ma ovviamente ci sono autori di ransomware in molti Paesi, Italia compresa. È quindi probabile - in assenza di elementi contrari - che anche questa esplosione abbia una natura criminale, anche se non è chiaro dove origini. Va detto che i Paesi colpiti ieri sera erano 74, secondo ricercatori dell’azienda Kaspersky. Tra quelli più bersagliati ci sono Russia, Ucraina, Taiwan. L’Italia era al tredicesimo posto, secondo dati dell’azienda Eset.

Bersagli colpiti via email
Questo genere di attacchi è spesso fatto a pioggia e a 360 gradi. I cybercriminali inviano il virus a liste di email di cui sono entrati in possesso, localizzando solo i messaggi nella lingua del Paese. Ma è possibile che recentemente ci sia più interesse verso target specifici - aziende e ospedali - perché ritenuti più propensi a pagare. Per altro versare il riscatto non garantisce mai il recupero dei dati. E alimenta un’economia criminale.

@carolafrediani

Il figlio di Bin Laden incita i lupi solitari: uccidete ebrei, americani e russi

lastampa.it
giordano stabile



A sei anni dall’uccisione di Osama bin Laden il figlio ed erede designato Hamza torna a minacciare l’Occidente, e anche la Russia, in un video di dieci minuti corredato da immagini di attentati in America e in Europa, dal titolo «Avviso a coloro che cercano il martirio in Occidente. 

Chi colpire per primi
Hamza bin Laden si rivolge agli “aspiranti martiri” e “lupi solitari” che vivono nelle nazioni e indica come principali bersagli «gli ebrei, gli americani ed i loro interessi e i membri della Nato e la Russia». Il filmato di propaganda è stato diffuso dal network qaedista As-Sahab Media, a undici giorni dal sesto anniversario dell’uccisione del fondatore di Al-Qaeda.

Attacco alle Torri
Proprio a precedenti attacchi di Al-Qaeda fanno riferimento le immagini, come il primo attacco alle Torri Gemelli, del 1993, che viene ricostruito con una scena di ricostruzione che mostra il furgone caricato di esplosivo e portato nei sotterranei dei grattacieli.

Il soldato decapitato
Altre immagini mostrano Michael Adebolajo, il terrorista di origini nigeriane che il 22 naggio 2013 ha decapitato a Londra, con un coltellaccio, il parà Lee Rigby e poi si è mostrato davanti alle telecamere delle tv accorse sul posto per rivendicare la matrice islamista dell’assassinio.

Sottotitoli in inglese
La voce di Hamza, 28 anni, probabile successore dell’attuale capo di Al-Qaeda Ayman al-Zawahiri, è sottotitolata in inglese. Elenca i precetti che devono ispirare l’azione dei “martiri”, primo di tutto la difesa della religione islamica da qualsia tipo di offesa, la vera “linea rossa” che l’Occidente non deve osare oltrepassare.

Quinto messaggio
Hamza bin Laden è gennaio nella lista nera americana dei terroristi. Da due anni sta emergendo come leader. Nel 2015 Al Qaeda aveva diffuso un suo messaggio audio in cui invocava attacchi a Londra, Washington e Parigi. Negli ultimi due anni c’erano stati quattro analoghi messaggi.

Vendicare il padre
Hamza ha anche promesso di vendicare il padre, come è emerso da alcune lettere ritrovate nel covo di Abbottabad, in Pakistan, dove Osama è stato ucciso. La rivelazione è arrivata da un ex agente dell’Fbi, Ali Soufan, che ha iniziato a occuparsi di Al-Qaida dopo l’attacco alle Twin Towers.

Erede designato
L’ex agente dell’Fbi ha spiegato di aver letto frasi come «Ogni sorriso che mi hai dato ed ogni parola che mi hai detto mi hanno forgiato come acciaio» e il senso delle frasi è «vendicheremo mio padre, l’Iraq, l’Afghanistan». Il progetto di affidare ad Hamza la leadership di al Qaida era stato concepito quando lui era ancora un bambino, e nel frattempo viene utilizzato nei video di propaganda.

Profugo stupratore e la sinistra non sa se difendere lui o la vittima

ilgiornale.it
Alessandro Sallusti - Sab, 13/05/2017 - 16:03

Per una volta Debora Serracchiani, governatrice Pd del Friuli, l’ha detta giusta: «Lo stupro è più inaccettabile se commesso da un profugo». Da sinistra, contro di lei, è partito un fuoco di fila che rasenta il linciaggio

Per una volta Debora Serracchiani, governatrice Pd del Friuli, l’ha detta giusta: «Lo stupro è più inaccettabile se commesso da un profugo».

Da sinistra, contro di lei, è partito un fuoco di fila che rasenta il linciaggio. L’insulto più carino è stato «sei una sporca razzista». Insomma, i compagni (Saviano in prima linea, non poteva mancare il moralista a gettone in una polemica così ghiotta) hanno stuprato lei, che essendo bianca, etero (immagino) e normotipo (tendente al carino) può essere aggredita senza alcuna remora. Io penso invece che la Serracchiani abbia detto un’ovvietà.

Lo stupro è uno dei reati più vigliacchi e infamanti, indipendentemente da chi lo commetta. Ed è devastante e umiliante allo stesso modo per qualsiasi donna lo subisca. Ma sicuramente c’è un’aggravante morale, che lo rende ancora «più inaccettabile», se a compierlo è una persona a cui abbiamo salvato la vita mentre andava alla deriva sul barcone, che abbiamo sfamato, curato e al quale concediamo ospitalità nonostante probabilmente non ne abbia diritto secondo i trattati e le convenzioni internazionali.

Da persone così uno si aspetterebbe riconoscenza e rispetto assoluto. Alla violenza e al non rispetto della donna si aggiunge invece l’ingratitudine. Chiedi di entrare in casa mia perché disperato e perseguitato e poi appena mi giro mi violenti la moglie: odioso nell’odioso. La sinistra invece si barcamena tra la donna violentata e l’immigrato: negare l’aggravante morale è già un passo comprensivo nei confronti del reo. E ci spinge a un centimetro dall’ammettere l’attenuante sociale. In fondo bisogna capirli questi profughi: hanno sofferto, sono soli e lontani dalle loro donne. Sembra questa una stupida provocazione, ma invito a riflettere sul fatto che alcuni giudici stanno già applicando «attenuanti culturali» in sentenze che riguardano immigrati, regolari e non.

L’altra notte mi hanno svaligiato la casa, nulla in confronto a uno stupro (anche se al danno economico si aggiunge una non lieve violenza psicologica). Mi dicono che potrebbe trattarsi di una banda di immigrati sbandati che ha già colpito in zona. Il che mi rende il torto «ancora più inaccettabile», proprio come dice la Serracchiani. Che spero non faccia ipocrite retromarce. Non Saviano, ma gli italiani tutti la pensano come lei.

Profughi intoccabili, Serracchiani al rogo Mieli la difende: «Su di lei critiche rozze»

ilgiornale.it
Tiziana Paolocci - Dom, 14/05/2017 - 09:28

Anche l'«Unità» attacca la vicesegretaria del Pd e «giustifica» lo stupratore

La sinistra sceglie il profugo e ghigliottina un suo esponente. Prosegue il tiro incrociato contro Debora Serracchiani, governatrice del Friuli Venezia Giulia, messa alla gogna dal suo stesso schieramento per aver commentato in modo non politically correct, con tanto di comunicato ufficiale della Regione, il tentato stupro ai danni di una minorenne da parte di un richiedente asilo iracheno.

L'esponente dem ha fatto l'errore di sostenere che «la violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre ma risulta socialmente e moralmente ancora più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese». Ed è stata immediatamente bacchettata da compagni di partito e d'area, che l'hanno invitata al «mea culpa». Dopo Roberto Saviano, oggi è arrivata perfino l'Unità a massacrarla in prima pagina parlando ieri di «orrenda frase». E ancora di «un discrimine che tra l'altro ridicolizza un istituto decisivo come lo status di rifugiato, che non comporta alcun obbligo in più, e semmai certifica e riconosce una vita vissuta con maggiori complicazioni».

E, sebbene la frase sia seguita da una puntualizzazione («non è un alibi»), rispunta il solito vizio della sinistra di giustificare chi delinque, se appartiene a una minoranza disagiata. Una reazione, quella dei suoi compagni, che ha spinto anche la governatrice a trovare, di nuovo ieri, una scappatoia per allontanare i riflettori da lei e da una frase ovvia, che rappresenta il pensiero della maggior parte degli italiani. «Quando si parla di accoglienza dobbiamo mettere da parte le ipocrisie: se si vuole essere accolti bisogna rispettare le regole e questo noi dobbiamo chiedere - ha ribadito -. Chi non lo fa deve ovviamente pagarne le conseguenze.

Non significa parlare di diversità di colore o provenienza: dico semplicemente che un furto in casa è sempre odioso, ma se lo compie la persona che ho accolto in casa mia il giorno prima, questo mi dà ancora più fastidio». «Le circostanze aggravanti e attenuanti esistono da sempre nel codice penale - afferma il segretario di Scelta civica, Enrico Zanetti - e nel comune sentire. Dire che essere un profugo accolto da un Paese rappresenta una aggravante, nell'istante in cui si commette un odioso crimine contro la persona, significa dire cose di pacifico buon senso». Dalla sua anche Paolo Mieli che parla di «un'Italia rozza e ignorante».

«Il fatto che in Italia possa nascere una simile polemica - tuona - è orribile ed era impressionante leggere oggi (ieri, ndr.) alcune dichiarazioni. Ma è possibile che nel nostro Paese ogni occasione sia buona per saltarsi alla gola, per distruggere. Bisogna finirla bisogna voltare pagina e non continuare con questo stile orribile che porterà l'Italia nello sprofondo».

Padova, entra dalla finestra e stupra una ragazza

ilgiornale.it
Luca Romano - Sab, 13/05/2017 - 23:22

Un giovane magrebino è stato fermato a Padova dalla polizia con l'accusa di aggressione e violenza su una ragazza di 23 anni.

Un giovane magrebino è stato fermato a Padova dalla polizia con l'accusa di aggressione e violenza su una ragazza di 23 anni.

L'episodio sarebbe accaduto lo scorso venerdì, ma la notizia, come riporta ilgazzettino, sarebbe stata resa nota soltanto oggi. A dare l'allarme con una chiamata al 113 sarebbe stata la stessa ragazza che tra le lacrime ha raccontato di essere stata vittima di una violenza sessuale. La vicenda si sarebbe consumata nel quartiere di Voltabarozzo dove vive la ragazza.

Accanto al suo appartamento però vive una famiglia che ha ospitato il ragazzo fermato. Secondo la ricostruzione dei fatti, il ragazzo qualche giorno fa avrebbe cominciato a bussare forte alla finestra.
La ragazza ha aperto e in un attimo l'uomo era dentro. Dopo averla picchiata, il giovane ha rinchiuso la vittima in una stanza. Secondo alcune indiscrezioni, il ragazzo fermato sarebbe un clandestino e pare fosse completamente sotto l'effetto di alcol. Adesso il Gip dovrà convalidare il fermo per il ragazzo.