giovedì 18 maggio 2017

Sono due miliardi i dispositivi Android nel mondo. E l’assistente di Google arriva su iPhone

lastampa.it
bruno ruffilli

Il futuro di Mountain View: “Passiamo dal mobile all’intelligenza artificiale, ripenseremo tutti i nostri prodotti”, dice il Ceo Sundar Pichai in apertura di Google I/O



Si è aperta oggi Google I/O, la conferenza annuale per gli sviluppatori della società. Dal palco dell’anfiteatro Shoreline di Mountain View, l’amministratore delegato Sundar Pichai ha elencato i numeri delle varie piattaforme di Google. Gli utenti di YouTube sono un miliardo, con un miliardo di ore guardate sulla piattaforma e ogni giorno con Google Mappe vengono percorsi un miliardo di chilometri. Gli utenti attivi mensilmente su Google Drive sono 800 milioni e mezzo miliardo sono gli utilizzatori di Google Foto, dove ogni giorno vengono caricate 1,2 miliardi di foto.

Dalle parole alle immagini
“Oggi - scrive Pichai in un post sul blog di Google - siamo di fronte a un nuovo cambiamento in campo informatico: il passaggio da mobile all’intelligenza artificiale. Per questo, ci troviamo a reinventare i nostri prodotti, adattandoli a un mondo che consente di interagire con la tecnologia in maniera più naturale e continuativa. Pensate al motore di ricerca Google: è stato creato sulla nostra capacità di comprendere testi all’interno di pagine web. Adesso, grazie ai progressi nell’ambito del deep learning, le persone possono usare immagini, foto e video come mai prima d’ora. La vostra fotocamera può “vedere”, voi potete parlare con il vostro telefono e ricevere delle risposte. Linguaggio e vista stanno diventando fondamentali per l’informatica tanto quanto la tastiera o gli schermi multi-touch.

Un assistente più evoluto
L’Assistente Google è un esempio di questi passi avanti. È già attivo su oltre 100 milioni di dispositivi e a breve sbarcherà anche su iPhone, dove competerà con l’assistente Siri. Parlerà nuove lingue, tra cui l’italiano (entro l’anno), e permetterà di fare molte più cose senza uscire dall’assistente: si potrà ad esempio cercare un ristorante, ordinare e pagare, sempre con la voce. In casa, Google Home è in grado di distinguere voci diverse, offrendo a ognuno un’esperienza più personalizzata: quindi se una persone dice “chiama mia madre”, l’assistente capisce di chi è la madre e si regola di conseguenza. Ogni chiamata in Usa o Canada fatta tramite Google Home sarà gratuita. Il cilindro-maggiordomo diventa inoltre «proattivo», darà notifiche agli utenti (la stessa funzione che oggi Amazon ha annunciato sul suo cilindro Echo equipaggiato con l’assistente Alexa).

Il mondo visto con la lente di Google
Su Assistant arriva anche un’altra novità, Google Lens. Grazie all’intelligenza artificiale con la fotocamera dello smartphone sarà possibile in ogni momento inquadrare un oggetto e ottenere informazioni: può essere un fiore in un prato per sapere di che specie si tratta o un ristorante per strada per conoscerne orari, menù e contatti. “Invece di fare salti mortali per trovare la lunga e complicata password del Wi-Fi sul retro del router, il vostro telefono ora può aiutarvi a riconoscere la password, capire che state tentando di accedere alla rete Wi-Fi e autenticare l’accesso in modo automatico”, spiega Pichai.

“E per utilizzare queste nuove funzionalità, non avete bisogno di imparare nulla di nuovo.
L’interfaccia e l’esperienza utente possono essere molto più intuitive rispetto, ad esempio, al copiare e incollare da un’app all’altra dello smartphone. La prima cosa che faremo sarà introdurre le funzionalità di Google Lens all’interno dell’Assistente e di Google Foto, per poi estenderlo anche agli altri prodotti”.

Android diventa più leggero
Android, il sistema operativo mobile di Google, taglia il traguardo dei 2 miliardi di dispositivi attivati nel mondo. E guarda avanti: con Android O, la prossima versione, annunciata ufficialmente oggi e già disponibile per il download, in versione beta. Tra le novità, alcuni cambiamenti nelle font e nell’interfaccia, un Play Store più sicuro, la gestione sincronizzata delle password e una versione del sistema operativo (Android GO) ottimizzata per apparecchi non molto potenti e connessioni di rete non ottimali, pensata apposta per i Paesi in via di sviluppo. 

Qualcomm fa causa a Foxconn e altre tre società che producono gli iPhone

lastampa.it

Il colosso dei processori prosegue nella sua battaglia legale contro Apple, che avrebbe pagato royalties più basse del dovuto. E stavolta attacca le aziende dove nasce lo smartphone di Cupertino



La battaglia legale tra Qualcomm e Apple si inasprisce ancora. Ieri la prima ha fatto causa alle quattro società che producono gli iPhone e iPad che Apple vende a livello globale, accusandole di avere violato le licenze per l’uso dei prodotti del colosso americano dei processori. 

Come si legge in una nota, Qualcomm ha presentato a un tribunale della California un esposto contro Foxconn, Pegatron Corporation, Winstron e Compal Electronic. Le quattro società sono accusate di avere violato gli accordi di licenza dei prodotti di Qualcomm, rifiutando di pagare le dovute royalty per l’uso di tecnologie coperte da licenza. 

Qualcomm ha chiesto il risarcimento di danni e un ordine del tribunale che imponga ai quattro produttori di attenersi ai propri obblighi. «È spiacevole che si debba compiere queste azioni contro società che da lungo tempo usano i prodotti in licenza per fare valere i nostri diritti, ma non possiamo lasciare che questi produttori e Apple usino la nostra proprietà intellettuale, che ha un valore, senza pagare le royalty eque e ragionevoli, che hanno acconsentito a versare», si legge.

Giudice tiene in cella il migrante: non rispetta l'Italia "che lo mantiene"

ilgiornale.it
Claudio Cartaldo - Mer, 17/05/2017 - 10:44

Un migrante originario del Gambia è accusato di furto, tentato furto e resistenza a pubblico ufficiale. Rimarrà in carcere fino al processo

Il migrante, ospitato nei centri di accoglienza, deve avere rispetto dell'italia. Altrimenti, se commette un reato, in attesa del processo non se ne esce di prigione per tornare a casa, ma rimane in galera. È quello che a deciso, in sostanza, il giudice Rita Caccamo di Verona.

Il migrante bandito

Partiamo dall'inizio della storia. Qualche giorno fa Masaneh Kanteh, 27enne di origine gambiana, ospitato nel centro di accoglienza di Costagrande, è uscito dai cancelli del centro ubriaco e armato di un cacciavite. È andato in due abitazioni lì vicino e le ha svaligiate. Purtroppo per lui, ad Avesa i poliziotti lo hanno beccato a delinquere e hanno cercato di arrestarlo. Lui si è ribellato, scagliando bottiglie e insulti contro le forze dell'ordine.

Arrestato, è stato portato di fronte al giudice per l'udienza di convalida del fermo. Di solito, e lo sappiamo bene, i criminali che commettono furti simili vengono rimessi in libertà in attesa del processo vero e proprio. Ma non questa volta. Il giudice ha confermato la detenzione in carcere perché "l'imputato, da poco entrato nel territorio dello Stato, si è subito predisposto a gravi condotte predatorie aggredendo le forze dell'ordine del Paese che lo ospita e lo mantiene in un centro di accoglienza".

Insomma: se sei appena arrivato in Italia e i contribuenti ti "mantengono", devi essere ancora più attento nel rispettare le regole dello Stato. Un po quello che nei giorni scorsi aveva detto Debora Serracchiani, poi linciata dalla sinistra: se un migrante commette uno stupro, è ancora più odioso. Perché in Italia è ospite. E gli ospiti rispettano le regole del padrone di casa.

“Per battere gli hacker bisogna aggredirli prima dei loro attacchi”

lastampa.it
bruno ruffilli

Rubi Aronashvili, ceo di Prosecs, racconta come la sua società di sicurezza usi le conoscenze dei criminali informatici per batterli con le loro stesse armi. Con l’aiuto di una struttura che sembra tratta da un film di fantascienza

«La prossima guerra mondiale sarà combattuta in gran parte con armi informatiche. Ed è già cominciata». Reuven Aronashvili, detto Rubi, di conflitti se ne intende: laureato in matematica e informatica a Tel Aviv, ha prestato servizio per sette anni nell’esercito nei reparti dell’intelligence per la lotta al cyberterrorismo. Nel 2011 ha fondato la società di sicurezza Prosecs, di cui oggi è presidente.

«Abbiamo una trentina di dipendenti e clienti in tutto il mondo - spiega -. Anche in Italia, da soli o con CYS4, nostro partner strategico. Nomi di primaria importanza in settori come assicurazioni, elettricità, finanza, servizi». Aronashvili aiuta le aziende a difendersi da hacker e crimini digitali: «Operiamo in uno scenario realistico, non teorico: a una banca, ad esempio, mostriamo come è possibile rubare del denaro».

E poi?
«Non offriamo solo un’analisi predittiva, ma anche prescrittiva: suggeriamo come intervenire e controlliamo se il rimedio è efficace, poi ci spostiamo su un altro punto debole e ricominciamo. È un approccio basato sulla prevenzione. Per realizzarlo non bastano software e tecnologia, servono gli uomini. Così prepariamo le aziende ad affrontare le emergenze».

Come l’attacco ramsomware WannaCry lo scorso venerdì?
«Chi ha preso le misure da noi suggerite ha affrontato l’attacco senza problemi e meno del 5 % dei nostri clienti sono stati coinvolti, nessuna delle aziende che seguiamo in Italia, segno che stiamo facendo un buon lavoro. Quattro anni fa la situazione era catastrofica, oggi è migliorata. Secondo me era un attacco senza un obiettivo specifico. Anche il movente economico non regge: per riavere i file criptati bisognava pagare un riscatto, ma gli hacker finora hanno incassato appena 30 mila dollari, a fronte di 200 mila computer infettati».

Chi potrebbe essere stato?
«Alcuni attribuiscono l’attacco al gruppo Lazarus, e non vediamo evidenza che smentisca questa tesi. Dietro WannaCry potrebbe esserci davvero la Corea del Nord, che in queste settimane sta testando non solo i missili ma anche armi informatiche: certamente però il ransomware arriva dall’Asia». 

Come fa a dirlo?
«Con noi collaborano circa 600 persone in tutto il mondo, ognuno con la sua cultura e la sua esperienza, tra cui una decina di italiani. Questa varietà di origini ci consente di immaginare i tipi più diversi di attacchi, e riconoscerne la provenienza in base al codice».
Gli hacker lavorano per voi?
«Sono White Hat hacker, sono buoni, ma con le stesse competenze tecniche degli altri. Abbiamo unito le loro conoscenze in una specie di intelligenza collettiva, una comunità chiamata Hyver. Tutte le informazioni sono sempre aggiornate e a disposizione di Prosecs, che così può rivelare vulnerabilità e falle prima che gli hacker “cattivi” le utilizzino».

Hacker contro hacker. Ma nessuno fa il doppio gioco?
«Intanto, si entra solo su invito. Può invitare un nuovo membro solo chi è ai livelli da 8 a 10, i più elevati. Nella gerarchia si sale col tempo e con le missioni completate, ossia le vulnerabilità scoperte o riparate. Inoltre, si guadagna bene: se una soluzione è efficace, chi l’ha trovata incassa una percentuale ogni volta che viene usata: è un’alternativa seria al mercato nero. Infine monitoriamo quello che i membri fanno, in ogni momento: fa parte di un accordo senza cui non si può entrare in Hyver». 

Sembra la trama di un film…
«E invece è una guerra, con effetti concreti. Un esempio: nel 2009 l’attacco americano Stuxnet contro l’Iran ha causato un ritardo di 5 o 6 anni nello sviluppo del programma atomico, mentre una bomba lanciata da un aereo li avrebbe fermati solo per un paio di anni. I governi dovrebbero essere più cauti con gli strumenti che usano e considerarli delle vere armi, facendo attenzione a che non finiscano in mani sbagliate, bisognerà pensare ad accordi internazionali come con le testate nucleari. Le vulnerabilità scoperte dalla Nsa e diffuse da Shadow Brokers hanno causato molti danni, e questo è solo l’inizio».

Queste vulnerabilità sfruttano una falla di Windows. Microsoft ha qualche responsabilità in quello che è successo?
«Ci sono molte teorie cospirative, c’è chi pensa che la falla sia una backdoor. Non so quale sia la verità, di sicuro ci sono degli errori, per caso o per scelta. Ora, non si può pretendere che i milioni di linee di codice di Windows funzionino perfettamente fin dall’inizio, non è realistico. Ogni nuovo prodotto è migliore del precedente, ma in tanti continuano a usare vecchi sistemi operativi. In un mondo ideale i produttori dovrebbero supportarli per sempre oppure fornire un’alternativa gratuita, specie se come Microsoft hanno una posizione praticamente di monopolio. Ma significherebbe investire moltissimo e da un punto di vista economico non avrebbe senso, lo capisco».

L’intelligenza artificiale sarà un’arma o una minaccia?
«Sarà un’arma contro gli hacker, e anche molto importante, noi la usiamo già in Hyver, per imparare a rispondere agli attacchi. Ma tutti parlano di intelligenza artificiale e machine learning, pochi sanno davvero come utilizzarla».

Ma se un giorno gli hacker attaccassero Facebook?
«È possibile, ovviamente, e nemmeno Google, Microsoft, Amazon, Apple sono veramente al sicuro. Hanno dei database enormi, dovrebbero adottare standard di protezione a livello militare perché un attacco contro queste aziende creerebbe caos in tutto il mondo, è una delle cose più spaventose che possiamo immaginare». 

A proposito di Apple, cosa pensa del rifiuto di opposto lo scorso anno all’FBI di fronte alla richiesta di fornire i dati dall’iPhone usato per la strage di San Bernardino?
«Per me avrebbero dovuto cooperare, penso che sia fondamentale avere strumenti di protezione dati sugli smartphone, ma nella lotta al terrorismo le aziende devono stare dalla parte della giustizia».

Più in generale, quanto gli smartphone sono a rischio hacker?
«Sono a rischio perché sono dei computer, anche se un milione di telefoni e tablet infettati non ha lo stesso impatto sulla società di 200 mila computer fuori uso, perché moltissime aziende sono ancora basate su pc Windows. Ma la situazione sta cambiando e la prossima catastrofe, in un anno o due, arriverà dagli smartphone». 

E le auto a guida autonoma?
«Abbiamo aiutato alcune aziende a progettare e proteggere i sistemi informatici per auto a guida autonoma, che oggi nella maggior parte dei casi sono molto lontani dagli standard minimi di sicurezza. Spero davvero che prima che arrivino in commercio le lacune nella sicurezza siano almeno un po’ ridotte, altrimenti potrebbe essere un disastro. Ma lo stesso vale per aerei e treni».

Mi spaventa, sto per prendere un aereo...
«Non voglio diffondere allarmi ingiustificati, solo essere realistico: gli aerei usano sistemi basati su computer, dunque si possono attaccare. Non tutti sono in grado di farlo, ma dove c’è un computer e un’interfaccia qualcuno può avere accesso, entrare nel sistema e controllarlo». 

Cosa possiamo fare?
«Le aziende devono cominciare a considerare seriamente la difesa dagli attacchi informatici e creare meccanismi di prevenzione, difesa e risposta per affrontare le minacce nel modo migliore. Non bisogna cercare di bloccare tutti, perché qualcuno prima o poi riuscirà a oltrepassare le difese, il punto è quanto velocemente si può reagire a questa debolezza, è lì che si gioca la differenza. Per gli utenti comuni, quasi sempre il fattore umano apre la porta agli attacchi: non bisogna aprire una mail da un mittente sconosciuto, installare un software da fonte non sicura, farsi ingannare dal phishing. Ci sono tecnologie che possono aiutare, a partire dagli antivirus, però bisogna ricordare che ogni sistema è potenzialmente a rischio. Mentre facciamo una doccia, ad esempio, qualcuno può entrare nello smartphone e usare la fotocamera». 

Abbiamo usato Skype per la nostra intervista. Siamo sicuri o qualcuno ci ha ascoltato?
«Se qualcuno avesse interesse alla nostra conversazione potrebbe ascoltarla. In generale Skype è una piattaforma sicura, perché criptata e protetta, ma nulla è perfetto. L’unico modo di parlare senza essere intercettati è incontrarsi di persona e parlare guardandosi negli occhi».

Fuga di non notizie

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mattia feltri

Tutti presi dall’interpretazione critica delle conversazioni telefoniche fra padre Renzi e figlio Renzi (per Spirito Santo Renzi bisogna aspettare un po’, hanno detto Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu), dalla rincorsa alle dichiarazioni di nonna Renzi, l’unica che davvero sappia quanto siano testoni figliolo e nipotino, dalle telecamere accese e puntate dritte in faccia a Tiziano, il quale poi perde la pazienza, forse in fedeltà alla lingua italiana, secondo cui le interviste si concedono, verbo che presuppone cortesia e non obbligo, ecco, presi da tutto questo, ci siamo dimenticati di ricostruire qualche passaggio. 

Ed è forse utile per aggiornare i fondamenti del dibattito pubblico, sempre più precostituzionali, creativi e soprattutto sbrigativi: naturalmente al servizio della verità. E allora conviene ricostruire tutto daccapo. L’inchiesta su Consip, la centrale unica degli appalti pubblici, parte dalla Procura di Napoli lo scorso autunno. Su alcuni giornali appaiono le prime notizie, perché sappiamo che il diritto all’informazione pubblica è diventato predominante rispetto ai doveri della giustizia (ci si ricorderà il capolavoro dell’interrogatorio a Virginia Raggi reso in diretta a qualche sito). 

L’imprenditore Alfredo Romeo finisce in carcere, e dentro o nei dintorni dell’indagine finiscono il più attivo collaboratore di Matteo Renzi, Luca Lotti, e papà Tiziano. Intanto, per la disciplina delle competenze, il grosso dell’inchiesta passa alla procura di Roma. 

E lì saltano fuori un bel po’ di pasticci. Prima la procura di Roma toglie la indagini al Nucleo operativo ecologico dei carabinieri di Napoli (perché un nucleo ecologico indaghi sulle tangenti è un simpatico mistero, ma in fondo il più marginale). Poi sottopone a inchiesta per falso Giampaolo Scafarto, il comandante che lavora per conto del pm napoletano John Henry Woodcock. 

Si è infatti scoperto che alcune conclusioni di Scafarto a beneficio di Woodcock erano leggermente fantasiose: la frase attribuita a Romeo («l’ultima volta che ho incontrato Renzi») in realtà è stata pronunciata da un ex parlamentare, Italo Bocchino; gli agenti dei servizi segreti che spiavano i carabinieri, naturalmente per deviare e depistare in favore del premier, in realtà non erano dei servizi segreti ma gente che passava di lì, niente di più; il colonnello sempre dei servizi segreti convocato da Romeo in realtà non era un colonnello ma un dipendente dello stesso Romeo. Se si tratta di errori, Scafarto andrebbe trasferito sulla vetta del Cervino; se invece si tratta di falsi premeditati, ci troveremmo nell’imbarazzante vicenda di un corpo dello Stato che costruisce prove contro il governo. Una condotta eversiva che, tuttavia, sollecita poche riflessioni.

Nel frattempo, procedendo nella sua parte di indagini, Napoli continua in grande serenità e intercetta Tiziano, sebbene non lo indaghi, e in obbedienza a criteri discutibili: infatti Roma, che al contrario indaga Tiziano, decide che non si debba intercettare perché il reato, traffico d’influenze, è periferico.

Il 2 marzo a Napoli registrano la conversazione che nel giro di due mesi e mezzo trova ospitalità in un libro di Marco Lillo, giornalista del Fatto, e prima ancora sul Fatto medesimo nella liturgia delle anticipazioni. Renzi dice al babbo cose molto istituzionali (ai magistrati devi dire la verità), cose brusche (non ti credo più) e cose sconvenienti (non tirare in ballo mamma che poi i magistrati vanno anche da lei; hai già detto bugie a Luca, e forse questo Luca è Lotti). 

Be’, il dibattito si concentra su un’intrigante questione: quella faina di Renzi sapeva o non sapeva di essere intercettato? E si giunge a conclusioni folgoranti: lo sapeva quando parlava dritto, lo trascurava quando parlava storto. Non è nemmeno più cultura del sospetto, ma il sospetto elevato a grammatica e sintassi del discorso pubblico. Lo stesso Renzi ci casca in pieno e un paio di volte si fa sacerdote del culto di cui è vittima, e che ha prodotto venticinque anni da Torquemada col volenteroso apporto della sinistra, e dichiara che se il padre fosse colpevole meriterebbe pena doppia: modo di dire che sarebbe stato applauditissimo nella Cambogia di Pol Pot. 

Ma per concludere va aggiunto che l’intercettazione fra Tiziano e Matteo, giunta in procura a Roma, viene dichiarata penalmente irrilevante. Inutilizzabile per la giustizia, ma utilissima per la battaglia politica. Una fuga di non notizie: spettacolare. Ed è su questo, sui falsi, sulle irregolarità, sullo spaccio di verbali di scarto, che oggi regoliamo la convivenza civile, e lo stato di diritto, di cui si procede alla demolizione in un reality per furiosi annoiati.

Cane abbraccia il proprietario ferito, fino all’arrivo dell’ambulanza

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giulia merlo



Non ha lasciato per un attimo il fianco del suo padrone, stendendosi sopra di lui come se volesse abbracciarlo. Questo cagnolino è rimasto terrorizzato quando ha visto che il suo proprietario era accasciato a terra. Sabato scorso, infatti, Jesus Hueche è scivolato e caduto da una scala, mentre stava potando un albero del giardino nella sua casa in Argentina. L’uomo è caduto da circa tre metri e ha sbattuto violentemente sul selciato della strada, perdendo conoscenza. Per fortuna, però, l’incidente è stato subito visto dai vicini, che hanno chiamato i soccorsi e immediatamente si sono precipitati da lui.



Jesus non è mai stato solo, però: il piccolo Tony era spaventatissimo all’idea di aver perso il suo papà umano e gli è rimasto accoccolato accanto fino a che non sono arrivati i paramedici.
Anche quando i medici gli hanno prestato le prime cure e gli hanno messo il collare per evitare lesioni alla colonna vertebrale, il cagnolino ha continuato ad abbracciarlo e si è rifiutato di lasciare il suo fianco.



Quando Jesus si è un po’ ripreso, gli ha dato qualche carezza di rassicurazione per fargli capire che stava bene e che tutto si sarebbe risolto per il meglio. Quando è arrivata l’ambulanza e l’uomo è stato caricato sulla barella, però, Tony ha fatto di tutto per salire anche lui. 



Anche se il cane non ha potuto accompagnare il suo proprietario in ospedale, però, i due amici non sono stati separati a lungo. Per fortuna, le ferite di Jesus sono risultate solo superficiali ed è stato dimesso poche ore dopo, per riunirsi con il suo fedele cagnolino.



Le immagini della reazione disperata del cane accovacciato sul suo amico ferito, però, hanno fatto il giro del mondo e sono diventate virali sui social media. Anche la radio locale La Brujula 24 ha raccontato la bella storia di affetto e Jesus è stato chiamato per parlare ai radioascoltatori della storia di Tony, che lui stesso aveva salvato quando era un cucciolo randagio. Le immagini hanno mostrato che Jesus considera Tony come un figlio e Tony lo sta ripagando con tutto l’amore possibile.

Ecco come le città italiane affrontano il problema dei colombi

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mauro pianta

Gli escrementi mettono a repentaglio l’igiene urbana. Senza contare i potenziali rischi sanitari per esseri umani e animali domestici. Uno studio Nomisma: per ripulire edifici e restaurare monumenti ogni città spende tra i 132mila e i 189mila euro l’anno. La Lipu: ridurre i siti di nidificazione e il cibo a disposizione della specie



C’è chi ci ha provato installando un (falso) gufo reale meccanico all’ingresso di un’area pubblica, chi liberando (veri) falchi pellegrini o diffondendo con gli altoparlanti il fischio registrato dei rapaci. Alcuni hanno eseguito dei blitz a suon di petardi, altri hanno scelto di fare ricorso alle pistole ad acqua, altri ancora hanno provato ad autorizzare delle battute di caccia con i fucili nei centri storici, ordinanze subito annullate dai giudici amministrativi. Insomma, venghino siori venghino.

E benvenuti alla scoperta del modo in cui, negli ultimi anni, le amministrazioni comunali del Belpaese hanno combattuto la loro “guerra” al proliferare dei piccioni. Con scarsi risultati, va detto. Laddove, invece, i comuni hanno adottato soluzioni un po’ meno bizzarre (una su tutte: il divieto, con tanto di multe dai 50 ai 300 euro, di dare da mangiare ai colombi) le cose sembrano andare un pochino meglio.

Perché, badate, il problema è serio. Lo riconoscono in un recente dossier anche gli animalisti della Lipu (Lega italiana Protezione Uccelli). Il “Piccione di città” (nome scientifico) è una «specie problematica» quanto a convivenza con l’uomo. Gli escrementi dell’animale sono un problema per l’igiene urbana in generale e per i monumenti storici (palazzi, chiese) in particolare. Senza contare i potenziali rischi sanitari per esseri umani e animali domestici. 

Un rapporto realizzato alcuni anni fa dal centro studi Nomisma stimava che la “lotta” ai pennuti tra costi di pulizia ordinaria e straordinaria, restauro dei monumenti, censimenti, campagne informative e installazione di dissuasori pesava in media sulle casse dei comuni italiani per una cifra tra i 132mila e i 189mila euro l’anno. Sempre per restare sul terreno dei dati occorre ricordare che secondo gli esperti abbiamo circa un piccione (la cui vita media non supera i tre anni) ogni10-30 abitanti di aree urbane (nel mondo si stimano fra i 170 e i 340 milioni di questi uccelli).

Peraltro se in alcuni paesi europei in determinate situazioni (scuole, ospedali, aziende alimentari) il colombo è considerato un infestante al pari di topi e ratti e dunque si può abbattere, in Italia una sentenza della Cassazione risalente al 2004 ha stabilito che il piccione cittadino vada assimilato agli animali selvatici e quindi tutelato. I sindaci nostrani possono autorizzare abbattimenti mirati solo in caso di comprovata emergenza igienico-sanitaria o per questioni di pubblica sicurezza. 



Ma il colombo cittadino è davvero pericoloso per la nostra salute? (il pensiero corre subito alla salmonellosi). Per gli esperti della Lipu, tenuto conto che qualsiasi animale può esser portatore di patologie, «i testi scientifici non ascrivono ai piccioni ruoli di possibili trasmettitori di salmonellosi». E comunque la presenza della patologia nelle colonie, scrivono sempre i tecnici della Lipu, «non giustifica allarmismo perché il contagio con l’uomo avviene ingerendo cibo contaminato», rischio evitabile lavando le mani e i cibi. Di diverso avviso Bartolomeo Griglio, vice presidente di Anmvi (Associazione nazionale medici veterinari italiani):

«Il colombo può essere pericoloso per l’uomo sia direttamente perché ospita tra le sue penne parassiti, ad esempio le zecche, che possono a loro volta accogliere microrganismi in grado di provocare malattie, sia indirettamente attraverso le feci. Queste possono contenere microrganismi che si diffondono nell’ambiente, come la salmonella, con possibile contaminazione di alimenti o di superfici con le quali le persone vengono in contatto. Le feci, inoltre, possono essere sede di sviluppo di funghi che finiscono nell’aria con il rischio di venir inalati dalle persone causando allergie». 

Pareri opposti, insomma. Ma su un punto sembra esserci accordo: nessuno vorrebbe città completamente prive di piccioni, ma ottenere un ragionevole contenimento delle popolazioni, questo sì. La Lipu ha diffuso una sorta di decalogo per una pacifica convivenza tra uomini e piccioni. In sintesi per gli animalisti conviene soprattutto ridurre i siti di nidificazione e il cibo a disposizione della specie. «Il piccione trova già nelle città e nelle zone circostanti cibo in abbondanza; dargliene altro, perlopiù povero di acqua e sali minerali come pane e pasta, risulta poco utile se non nocivo per la salute degli stessi colombi perché ne viene stimolato eccessivamente il ritmo produttivo». In altre parole, il pennuto più è satollo più si riproduce. 

Tra le altre strategie “incruente” consigliate dagli animalisti figurano la «progettazione consapevole» (costruire edifici che non incentivino la nidificazione di questi animali), l’uso di reti anti-intrusione per impedirne l’accesso in balconi, capannoni, cortili, torri campanarie, l’utilizzo di dissuasori di appoggio (per esempio puntali a testa piatta e arrotondata). Ma come si sono mosse le principali città italiane nella gestione del problema? 

A Torino, con sabauda precisione, si è stabilito che è possibile dare da mangiare (solo granaglie e mai più di 250 grammi) solo in 17, selezionatissimi, parchi cittadini. E posizionandosi ad almeno 250 metri da ospedali, strutture di ricovero, ambulatori medici, asili nido, scuole per l’infanzia e elementari ed aree giochi. Gli addetti ai lavori sostengono anche che nel contenere il proliferare dei colombi una mano la stia dando la natura: le cornacchie, infatti, sempre più urbanizzate, fanno strage delle uova deposte dai colombi. A Milano – dove uno studio ormai datato dell’Università di Pavia stimava la presenza di 100mila piccioni – vige il divieto di alimentazione su tutto il territorio cittadino. «Al momento – fanno sapere dal Comune – non vi è alcuna emergenza». 

Stesso divieto a Venezia dove l’ultimo censimento del 2013 stimava tra i 25 e i 30mila colombi (in diminuzione rispetto all’anno precedente). Qui la vera emergenza è invece quella dei gabbiani che prendono d’assalto i rifiuti abbandonati. Anche il Comune di Roma punta sul divieto della somministrazione: «Il problema - spiegano i funzionari - di un numero forse eccessivo di colombi si presenta solo nel Municipio 1 dove c’è la presenza di un numero eccezionale di ristoranti (e dunque di scarti di cibo estremamente elevato) e nel Municipio 8. La popolazione di colombi è stabile da alcuni anni, la popolazione non cresce (tra l’altro viene tenuta sotto controllo anche dai gabbiani, che predano i soggetti deboli e malati) ed è anzi leggermente diminuita». 

A Napoli si è giocata soprattutto la carta della sterilizzazione farmacologica (costo annuo dell’operazione 20mila euro). Nella città in cui gli esercenti di bar e ristoranti del quartiere del Vomero si sono attrezzati con pistole ad acqua per scacciare i piccioni dai tavolini, la scelta del mangime antifecondativo non convince la Lipu. «La sostanza produce un certo effetto sterilizzante che tuttavia agisce solo durante il periodo di somministrazione. Per ottenere risultati rilevanti è necessario che il prodotto venga assunto per tempi lunghi e dalla gran parte degli individui riproduttori. Questo comporta peraltro la diffusione delle molecole nell’ambiente con rischio di assunzione diretta o indiretta da parte di altre specie». Servirebbe, par di capire, l’Uovo di Colombo. O forse no?

Wikileaks: Chelsea Manning fuori dal carcere, futuro da attivista

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È finita con 28 anni di anticipo rispetto alla condanna, la sua permanenza in carcere. Chelsea Manning ha lasciato oggi dalla prigione di Fort Leavenworth, in Kansas, grazie alla decisione di Obama, a lungo meditata e presa negli ultimi giorni della sua presidenza, di ridurgli la pena a sette anni. L’analista informatico dell’esercito, colpevole di aver trasferito a WikiLeaks centinaia di migliaia di documenti segreti del Pentagono, quando fu arrestato si chiamava Bradley. 

Chelsea Manning, nota in precedenza come soldato Bradley Manning, è nata uomo ma, dopo la condanna per spionaggio, ha rivelato che si sentiva una donna. Ha dunque chiesto di essere chiamata con il nome femminile e ha rivendicato il diritto al cambio di sesso in carcere.

Una volta fuori dal carcere, Manning potrebbe diventare un’attivista dei diritti dei transgender. Resterà un militare e anche se non riceverà uno stipendio, potrà comunque godere di alcuni benefit, come l’assicurazione sanitaria. Chelsea, che in passato aveva cercato di suicidarsi almeno due volte, si è detta ottimista per il suo futuro e ha ringraziato l’ampio movimento che negli anni l’ha sempre difesa, contro le accuse di chi la ritiene una traditrice. Tra questi il presidente Trump. 

È stata proprio la vicinanza dei supporter, ha spiegato, ad aiutarla anche nei periodi più neri. La giovane, che da oggi dovrà confrontarsi con l’essere diventata un personaggio pubblico negli anni della sua prigionia, probabilmente andrà a vivere in Maryland. Siccome appunto non riceverà uno stipendio, WikiLeaks ha creato un fondo per raccogliere i soldi che serviranno ad aiutare Manning almeno in questo inizio di nuova vita. 

I nuovi “Cinema Paradiso”: ecco che fine hanno fatto le sale parrocchiali

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adriana marmiroli



C’erano una volta i cinema parrocchiali. Polverosi, vecchie pellicole graffiate, stinte e stantie. Giuseppe Tornatore le ricordava con affetto in «Nuovo Cinema Paradiso». Come lui più di una generazione cinefila pre televisiva e pre-pre digitale vi si era fatta le ossa, imparando ad amare il cinema: registi come Olmi, Avati, Verdone, Amelio.

Ma quella è foto d’epoca. Quei cinema parrocchiali non ci sono più. Non perché spariti ma perché hanno cambiato nome e aspetto: si chiamano «sale della comunità, sono moderni, digitalizzati; sono cresciuti di numero, aprendosi anche ad altre forma di intrattenimento, teatro, concerti, conferenze. Insomma godono di ottima salute, malgrado la crisi che ha falcidiato le sale. Lo dicono nella ricerca «I nuovi Cinema Paradiso» Alberto Bourlot e Mariagrazia Fanchi, dell’Università Cattolica di Milano, attingendo ai dati che escono da un’indagine che ha coinvolto oltre 270 sale sulle 804 che compongono la galassia delle ex sale parrocchiali, ovvero l’Associazione Cattolica Esercenti Cinema. 

Ne esce l’immagine di un mondo vivace, legato al territorio di cui è spesso il solo punto di aggregazione: collocate soprattutto nel Nord Est (62%), molte sono attive nelle grandi città (23,50%) per lo più in periferia, ma la gran parte anima la vita di paesi al di sotto dei 10mila abitanti (44%). Se, come da tradizione, il pubblico di riferimento sono le famiglie, gli under 14 sono il pubblico più fedele («La generazione Z – spiegano gli autori della ricerca – va al cinema più di quelle precedenti e percepisce la sala come parte integrante del proprio mondo»), crescono anche gli over 65. 

Anche la programmazione si è aggiornata: proiettori digitali e i titoli di prima visione. In queste settimane i “campioni” sono stati «I guardiani della Galassia vol. 2» e «La tenerezza». «Ci muoviamo su due fronti - spiega il presidente di Acec don Adriano Bianchi -: i titoli per le famiglie, di puro intrattenimento e quelli che alimentano il dibattito, il dialogo con la contemporaneità», Insomma cinema popolare e film d’autore in un giusto mix trasversale ed ecumenico, “laico”. 

E laici i cinema ex parrocchiali sono anche nella gestione: meno del 17% è in mano a un sacerdote. Per lo più sono gruppi di parrocchiani che se ne occupano attivamente. E poiché la sala è sentita come centrale alla comunità, è diventata polivalente: molte programmano anche teatro (83%), conferenze (87%), concerti (73%), o fanno proiezioni di altro tipo (67%), come documentari, concerti, mostre. 

In questo quadro generale, si distingue il Piemonte: 71 le sale censite. Spiega Bourlot, che è originario di Pinerolo: più bambini (55% rispetto alla media Italia del 54), maggiore la presenza dei 19-35enni (45% rispetto al 36,11 Italia). Più intenso anche il rapporto tra le sale di comunità e altre realtà - scuole, pro loco, Comuni - per iniziative comuni (41% Piemonte, 24% Italia). E come esempi cita a Torino i cineteatri Agnelli di via Sarpi e Baretti a San Salvario (recente la battaglia contro lo stesso parroco che voleva aumentare l’affitto); o per i piccoli centri i Lux di Centallo e Busca (CN). Qui davvero le sale sono non “di” comunità, ma “la” comunità.