venerdì 19 maggio 2017

Microsoft, Google, Amazon: tutti vogliono un morso della Mela, ma Apple resta sull’albero

lastampa.it
carolina milanesi*

Chi usa iOS è un cliente prezioso perché spende più degli altri. E se rimarrà fedele a iPhone e iPod, non è detto che non possa apprezzare app e servizi di altri produttori



Ormai è ufficiale: Google Assistant è disponibile su iOS
La scorsa settimana Microsoft ha annunciato che diverse nuove funzionalità per Windows 10 Fall Creator Edition, come Pick Up Where You Left off e OneDrive Files on Demand, saranno disponibili su iPhone e iPad. Tutti vogliono un pezzo di iOS o meglio, tutti vorrebbero arrivare ai consumatori più preziosi. E si sa che i clienti Apple sono molto preziosi. Basti guardare a quanto spendono per l’hardware e a quanto fruttano sull’App Store e altri servizi di sottoscrizione per capire come mai anche altri produttori siano interessati ad arrivare a loro.

Non essere in gara rende liberi
È tutto molto più facile, quando la tua principale fonte di guadagno non si basa sulla vendita di un hardware specifico e in un certo senso è di natura neutra. Motivo per cui Microsoft e Google, il cui business ruota rispettivamente su cloud e advertising, mentre vendono i propri dispositivi e monetizzano dai sistemi operativi, hanno deciso di andare all’attacco di iOS.

Portare Office, OneDrive e Cortana su iOS e in parte su Android permette a Microsoft di raggiungere un numero di utenti maggiore rispetto a quelli dei PC. Naturalmente, Microsoft non ha niente da perdere sul mobile, date le quote irrisorie di Windows Phone nel mondo. Tuttavia, questa tattica non si limita al mondo della telefonia; le app sono infatti disponibili anche su iPad e Mac, dispositivi che interessano molto a Microsoft e i suoi partner Windows.

La strategia a lungo termine dell’azienda di Nadella è stata descritta molto bene durante la Build Conference con lo slogan “I PC Windows 10 sono il cuore di tutti i dispositivi.” Personalmente avrei fatto un passo oltre, con “Windows 10 e’ il cuore di tutti i dispositivi”, ma non sarebbe stato politicamente corretto nei confronti dei loro partner. Qualunque sia lo slogan, l’idea che sta dietro ha fatto centro. Lasciate che gli utenti scelgano il telefono (o tablet o altro) che vogliono usare, ma assicuratevi che, se dispongono di un dispositivo Windows 10, la loro esperienza sia la migliore. Del resto, migliore è l’esperienza del fruitore, più alta è la probabilità che scelga servizi e applicazioni Microsoft rispetto a quelli preinstallati sul telefono.

Google ha sempre avuto un approccio neutrale, non selettivo, per quanto riguarda le proprie applicazioni e i servizi. L’esperienza è spesso migliore su Android, ma non significa che i consumatori non traggano vantaggio dell’utilizzo di applicazioni e servizi su altre piattaforme e dispositivi. Google Maps e Chrome potrebbero essere l’esempio migliore finora, ma a breve potrebbe diventarlo Google Assistant. Anche se è possibile che altre piattaforme limitino il livello di integrazione di Google Assistant e Cortana, rimarrebbero comunque utili all’utente oltre che fungere da raccoglitori di informazioni preziose per il provider.

Mentre la lotta tra i vari attori si sposta dal mobile a cloud e intelligenza artificiale, la conoscenza dei propri utenti sarà di fondamentale importanza per poter offrire loro un servizio sempre migliore. Google sperava di farlo con il suo sistema operativo, ma i due miliardi di utenti Android non sono gli utenti dei servizi di Mountain View. Quindi assicurarsi di arrivare agli utenti più preziosi è fondamentale in questa fase, soprattutto perché il legame che verrà a crearsi con l’utente sarà molto più stretto che con qualsiasi altro hardware o servizio fornito prima.

L’hardware: un mezzo per raggiungere uno scopo
Come dimostrato da Apple, vendere hardware può fruttare molto. Tuttavia per Amazon, Google e, in una certa misura anche Microsoft, l’hardware rappresenta più un mezzo per raggiungere uno scopo che una vera fonte di guadagno. Quindi la chiave risiede nel trasformare in oggetti la loro visione di servizi e applicazioni. Che sia una casa per Alexa e Google Assistant o una TV per Prime Video o un’esperienza in auto per Google Maps, è importante che gli utenti sperimentino dall’inizio alla fine la migliore incarnazione di questa visione.

Tuttavia, se la stabilità commerciale non dipende dall’hardware, non si sta spendendo il budget del marketing per convincere gli acquirenti a cambiare o aggiornare il proprio dispositivo. Tutt’altro, si tratta di un modo di fornire un valore aggiunto sempre e ovunque. Del resto, cambiare hardware toglie valore, e quando il valore viene a mancare completamente, l’hardware in sé sembrerà molto meno attraente per gli utenti più esigenti, incorrendo così nel rischio concreto di perdere clienti. Ben Thomson ha recentemente citato l’esempio di Apple in Cina, dove gli utenti iPhone sono così impegnati con i servizi e le app fornite dai gestori locali che il valore di Apple è nettamente inferiore rispetto a quello potenzialmente offerto negli Stati Uniti dove si avrebbe accesso a Apple Music, Apple Pay e altro.

Seguire i soldi
Detto questo, cosa succederà ad Apple e il suo modello di business incentrato sull’hardware? Ebbene, chi ha prestato attenzione agli ultimi dati, sa che Apple se la cava già egregiamente con il fatturato dai servizi, che ha superato i 7 miliardi di dollari. Il fatturato dell’App Store cresce del 40% in un anno, con una solida base di 165 milioni di clienti, mentre le transazioni di Apple Pay sono aumentate del 450% rispetto al 2016.

Per ora non sembra che Apple abbia molto da preoccuparsi. Non solo i suoi sono i clienti più importanti su iOS e MacOS, ma utilizzano i servizi e applicazioni a pagamento. Tuttavia, mentre l’offensiva dei concorrenti cresce, Apple dovrebbe cominciare a giocare la stessa partita, il che potrebbe significare dover aprire alcuni suoi servizi e applicazioni ad altre piattaforme.

La scorsa settimana, Microsoft ha annunciato con orgoglio che iTunes sarà disponibile su Windows 10 Store. Molti hanno fatto notare come nessuno più lo usa veramente, anche se personalmente penso sia una visione molto iOS-centrica. Ci sono ancora molti utenti di PC che utilizzano iTunes e rappresentano un’opportunità inesplorata per Apple Music, un servizio che potrebbero non tanto considerare sul cellulare, ma che potrebbe interessarli come parte di iTunes sul loro PC.

Ci sono poi servizi più attraenti e coinvolgenti come iMessage o Apple Pay e Siri, in grado di veicolare l’utilizzo su altri dispositivi. Pensate alla potenzialità di iMessage su un PC invece di Skype. Oppure l’opzione di poter creare un account Apple Pay che funziona su altri browser. O Siri che ti parla attraverso tutti i tuoi dispositivi.

Trovare il giusto equilibrio tra essere troppo chiusi e troppo aperti non è facile. Sappiamo come l’apertura possa minare l’interoperabilità, ma sappiamo anche che la chiusura può limitare la crescita. Qui non si tratta di difendere un mercato. Per quello basta offrire un’esperienza superiore sull’hardware di Apple in modo che, indipendentemente da altre applicazioni e servizi disponibili, gli utenti non considereranno mai nient’altro che quelli preinstallati. Si tratta semmai di assicurarsi che nessuna opportunità sia lasciata in sospeso, il che significa esplorarla e iniziare a guadagnare.

* Carolina Milanesi è analista di Creative Strategies, Inc. Si occupa di tecnologia da diversi punti di vista: hardware e servizi, ma anche software e piattaforme, e studia il presente per immaginare il futuro. È stata in precedenza responsabile della ricerca presso Kantar Worldpanel e Vice Presidente Ricerca Apparecchi Consumer presso Gartner. Suoi contributi appaiono regolarmente in Bloomberg, The New York Times, The Financial Times e il Wall Street Journal, ed è spesso ospite di BBC, Bloomberg TV, Fox and NBC News e altre televisioni.

Leonardo, buonuscita da 9, 4 milioni all'ex ad Moretti

repubblica.it

Il Cda ha verificato "la sussistenza dei presupposti" per attribuire all'ex amministratore e direttore generale la somma 9,2 milioni a titolo di "indennità compensativa e risarcitoria" e quella di 180 mila euro per le "rinunce" in sede di risoluzione del rapporto

Leonardo, buonuscita da 9, 4 milioni all'ex ad Moretti

MILANO - Quasi 9,4 milioni di euro. A tanto ammonta l'assegno di buonuscita che riceverà Mauro Moretti da Leonardo, l'azienda dell'aerospace di Finmeccanica. Il consiglio di amministrazione di Leonardo, nella prima riunione del nuovo cda tenutasi il 16 maggio scorso, "ha verificato - si legge nella nota ufficiale del gruppo - la sussistenza dei presupposti per l'attribuzione all'ex amministratore delegato e direttore generale di un'indennità compensativa e risarcitoria pari a 9.262.000 euro oltre alle competenze di fine rapporto e di quanto spettante in relazione ai diritti maturati nell'ambito della partecipazione ai piani di incentivazione a breve e medio-lungo termine, come riportati nella relazione sulla remunerazione della società".

A tale indennità, spiega ancora la nota, si aggiunge un importo di 180 mila euro "a fronte di rinunce specifiche effettuate" da Moretti "nell'ambito della risoluzione del rapporto". La società aggiunge che "non è previsto alcun vincolo di non concorrenza successivo alla cessazione del rapporto e, pertanto, nessun corrispettivo sarà dovuto a tale titolo".  Gli importi, precisa Leonardo, saranno erogati entro 40 giorni dalla formalizzazione degli atti di cessazione del rapporto.

"Tale attribuzione - chiarisce il comunicato - è stata determinata in linea con le disposizioni di legge e di contratto applicabili, nonché in conformità ed in coerenza con quanto indicato nella politica di remunerazione adottata da Leonardo con il coinvolgimento del Comitato per la Remunerazione". Il compenso è stato inoltre illustrato nella Relazione sulla remunerazione "approvata dal Consiglio di Amministrazione in data 15 marzo 2017 e sottoposta, con esito favorevole, al voto consultivo dell'assemblea degli azionisti" dello scorso 16 maggio 2017.

Moretti, condannato di recente in primo grado a 7 anni per la strage di Viareggio per il ruolo di amministratore delegato di Rfi ai tempi della tragedia, ha lasciato la guida di Leonardo ad Alessandro Profumo, che si è insediato col nuovo Cda martedì scorso.

Le Iene, insulti e strattoni da onorevoli baby pensionati

ilgiornale.it
Rachele Nenzi - Gio, 18/05/2017 - 11:14

Le Iene con Filippo Roma sono andati a trovare gli onorevoli baby pensionati. La loro reazione? Insulti e spintoni



Le Iene hanno fatto i conti in tasca agli onorevoli che con pochi giorni di lavoro hanno raggiunto un vitalizio d'oro.


Non solo, sono anche andati a trovarli, peccato che questi non l'abbiamo presa bene.

I baby pensionati

Filippo Roma è andato a trovare gli onorevoli baby pensionati, ovvero quelli che con una manciata di giorni di lavoro hanno raggiunto una pensione ricchissima. Il primo Angelo Pezzano, "il recordman dei vitalizi", come lo definisce Roma. Ben 2200 euro al mese per una sola settimana alla Camera, per un totale di 500 mila euro incassati ad oggi. La visita della iena non è gradita e così la fa sbattere fuori da un suo collaboratore.

"Ancora meglio di Pezzano, c'è l'ex onorevole Piero Craveri": 2300 euro per nessuna presenza al Senato. Quest'ultimo inveisce subito contro Roma per poi stare al gioco e arrivare fino a chiedere due euro da dare a un mendicate. Contento e orgoglioso ammette: "Non ho mai pensato di rinunciare alla pensione". Roma non può far altro che ammettere: "Quanto ci costano questi onorevoli". E come dargli torto.

(Qui il video completo)

I pugni sul tavolo

lastampa.it
mattia feltri

Ieri a Bruxelles c’erano due riunioni, una del Consiglio dei ministri europei degli Interni e l’altra del Consiglio dei ministri europei della Difesa. Ministri italiani presenti all’una e all’altra riunione? Zero. Nella prima riunione si parlava di un tema di cui noi italiani dovremmo avere orecchiato qualcosa: l’immigrazione; nella seconda si parlava di un tema già più ignoto, ma a occhio, abbastanza interessante: il futuro della difesa unica. Sottosegretari italiani presenti all’una e all’altra riunione? Zero. Dopo le due riunioni, i partecipanti dell’una e dell’altra si sono ritrovati in un pranzo collettivo per parlare di un tema che potremmo avere incrociato in qualche cronaca di tg: il terrorismo.

Ministri o sottosegretari italiani presenti al pranzo? Zero. Certo è un vero peccato, perché se i nostri uomini di governo avessero incontrato i colleghi comunitari, si sarebbero cavati il gusto di battere i pugni sul tavolo, come è stato ripetutamente promesso. Invece, così, gli sarà toccato di batterli dall’Italia, e il rimbombo dell’irritazione arriva al massimo nella stanza accanto. E poi non è nemmeno la prima volta, succede di frequente, e purtroppo. Avranno di meglio da fare, oppure capiterà di perdere l’aereo, o più probabilmente gli toccherà di onorare convegni e salotti televisivi in cui dire che l’Europa così com’è non va. Anche se invece va, ma senza di noi. 

Ps. Uno dei danni collaterali del riciclaggio sedentario di intercettazioni è che si finisce col non parlare mai delle colpe vere. 

Analogie

lastampa.it
jena@lastampa.it

Il senatore McCarthy che accusa Trump di essere pagato da Putin è come Renzi che intima al babbo di dire tutta la verità.

Entrambi scherzavano.

Il ragazzino che ha ridato l’onore all’Uss Indianapolis

lastampa.it
fabio pozzo

Non ebbe fortuna la nave che trasportò la prima bomba atomica: fu affondata, i suoi uomini alla deriva decimati dagli squali, il comandante sotto accusa. Ma c’è un seguito, poco conosciuto


Una scena del film “Uss Indianapolis. Men of courage” con Nicolas Cage

«Non ho ancora visto il film con Nicolas Cage» dice Hunter Scott, ufficiale e pilota di elicotteri dell’Us Navy di stanza in Giappone. Hunter rappresenta il seguito della terribile ordalia dell’Uss Indianapolis, una storia ancora da raccontare. È il 29 luglio 1945. L’incrociatore pesante Indianapolis dell’Us Navy sta navigando nel Mare delle Filippine, di ritorno da Tinian, dove ha consegnato l’involucro e l’uranio della prima bomba atomica, quella che sarebbe esplosa su Hiroshima. Poco prima di mezzanotte la nave è avvistata dal sottomarino nipponico I-58, a circa 4 mila metri di distanza; il comandante Mochitsura Hashimoto ne lancia sei. Alle 00.02 del 30 luglio l’ufficiale dell’Imperatore sorride nel periscopio. «Meecyuu!», colpita.


Squali! Un’ordalia per i naufraghi dell’Indianapolis
A picco in 12 minuti

L’Indianapolis affonda in 12 minuti. A bordo 1.169 uomini, circa 300 muoiono nelle esplosioni, 900 restano in mare per quattro giorni, dimenticati su battelli di salvataggio e relitti galleggianti. Una serie di negligenze frena i soccorsi. I marinai soffrono le pene dell’inferno: sole, disidratazione e soprattutto gli squali: sopravvivono in 316, recuperati dopo essere stati avvistati per sbaglio dall’equipaggio di un aereo da ricognizione. Il comandante Charles B. McVay III ha 47 anni. È nato in Pennsylvania, il padre era ammiraglio. Decorato per merito, McVay aveva già comandato l’Indianapolis durante l’invasione di Iwo Jima e il bombardamento di Okinawa. Poi, la missione segreta che avrebbe cambiato il corso della guerra. 


Nicolas Cage interpreta il comandante McVay


Il vero comandante Charles B. McVay III 

Rientrato in patria dopo l’affondamento, McVay è sottoposto al giudizio della Corte marziale, con l’accusa di non aver ordinato in tempo l’abbandono nave (poi caduta) e di non aver navigato a zigzag, soluzione che avrebbe potuto rendere meno vulnerabile la nave. Il processo è caldeggiato dall’ammiraglio Ernest Joseph King, comandante in capo della flotta Usa, il quale s’impone al comandante della flotta del Pacifico, l’ammiraglio Chester Nimitz, che avrebbe voluto liquidare la vicenda con una semplice reprimenda. Si è anche ipotizzato che King avesse qualche conto da regolare col padre di McVay...


Un’altra scena del film “Men of courage”
Il verdetto della Corte marziale

La Corte cita come testimone persino Hashimoto, il comandante nemico, il quale difende il “collega”, spiegando che anche zigzagando non sarebbe riuscito a sfuggire ai suoi siluri. Niente da fare. Il comandante dell’Indianapolis, l’unico ad essere giudicato nell’Us Navy per aver perso la sua nave durante il conflitto, è scelto come capro espiatorio. I familiari delle vittime premevano, c’era la questione del ritardo dei soccorsi...
 
Colpevole: questo il verdetto. Un anno dopo, la sentenza è rimessa, ma la carriera di McVay è comunque bruciata. Finisce in un ufficio, a New Orleans e nel ‘49 si congeda col grado di ammiraglio. Ma il suo tormento non termina: per anni riceve angoscianti telefonate, messaggi, lettere anonime che lo accusano della morte dei suoi marinai. Resiste fino al 1968, quando si spara con la pistola d’ordinanza. 

Spostiamoci a Pensacola, in Florida, ora. A casa di un ragazzo di 12 anni, Hunter Scott, che sta guardando il film “Lo squalo” insieme col padre ed è colpito dal celebre monologo del comandante Quint, che racconta di essere uno dei superstiti dell’Indianapolis. 


Hunter Scott in una foto d’epoca
La battaglia di un dodicenne

Hunter non sa nulla di questa nave e , spinto dal papà, decide di approfondirla per partecipare a una gara scolastica per la miglior tesina di storia. Contatta i superstiti di quella terribile vicenda e dopo diversi tentativi conquista la loro fiducia. Raccoglie documenti, memorie e soprattutto le testimonianze di 150 ex marinai. Facendo proprio un loro desiderio: quello di riabilitare l’onore del comandante McVay, ingiustamente accusato. L’Us Navy, infatti, non ha mai cambiato idea sull’accaduto del 1945 e ha sempre sostenuto l’accuratezza del procedimento dinnanzi alla Corte marziale: nei suoi archivi, le note personali di McVay sono rimaste macchiate.

Hunter avvia la sua battaglia personale, con l’aiuto degli ex dell’Indianapolis e di lobbysti come Joe Scarborough. Finisce sui giornali e avviene l’incredibile: il ragazzo di 12 anni è convocato in audizione dal Congresso, incontra politici come Newt Gingrich e il senatore delle Hawaii Robert C. Smith («Ragazzo, le tue prove sono solide?»; «Granitiche, Sir»), finché la riabilitazione di Charles B. McVay III diventa una risoluzione congressuale. Nel 2000, con la firma del presidente Bill Clinton, l’onore è finalmente restituito al comandante.


Hunter Scott nel 2013 con un superstite dell’Indianapolis
(U.S. Navy/B. Eichen) 

Nicolas Cage a bordo
La storia dell’Indianapolis è diventata un film, “Men of Courage”, di Mario Van Peebles con Nicolas Cage che interpreta McVay (non ancora approdato nelle sale italiane). Anche quella di Hunter dovrebbe arrivare sul grande schermo (è raccontata nel libro “Left for Dead” di Pete Nelson), prodotta dall’attore Robert Downey Jr (Iron Man) per la Warner. «Ho lavorato per il film negli ultimi quattro anni - racconta Hunter -, ma il progetto adesso è in sospeso».

La Svizzera finanzia la Ong che con le sue navi ci riempie di immigrati

liberoquotidiano.it

La Svizzera finanzia la Ong che con le sue navi ci riempie di immigrati

Loro, per carità, di immigrati non ne pigliano. A malapena sopportano i transfrontalieri, i lavoratori italiani che contribuiscono non poco con la loro fatica al Pil della Confederazione Svizzera. Ma immigrati africani o profughi siriani, quelli no, per carità. Si accomodino pure in Italia, Austria, Francia. Insomma, ovunque ma non tra i lindi monti e laghi della Svizzera.

La quale,  scrive il quotidiano Il Giornale, finanzia attivamente una delle maggiori Ong che con le loro navi ogni giorno fanno arrivare in Europa centinaia di immigrati. Non un privato svizzero, magari uno dei tanti miliardari che girano da quelle parti in ferrari. Ma proprio la Confederazione svizzera, tramite il suo ministero degli Esteri. Che da anni dà soldi alla Moas, la Ong fondata da una ricca coppia italo-americana, Chris e Regina Catambrone, con sede a Malta e dirigenti provenienti dall'esercito maltese. Ovvero, un altro Paese che non accoglie immigrati.

Al pari della Svizzera che, come riporta sempre Il Giornale, tra il 2009 e il 2014 ha accolto 2.523 richiedenti asilo e ne ha ricacciati verso altri Paesi 19.517. Lo scorso maggio, in un'audizione al Parlamento italiano, i vertici della Moas hanno fatto sapere che la Ong aveva ricevuto "230mila euro da una istituzione europea". La Ong aveva però detto di non essere in grado di specificare quale. Nell'elenco ottenuto da Il Giornale, l'unica istituzione pubblica è, appunto, la Confederazione Svizzera tramite il suo Ministero degli Esteri.

Antonio Socci, la profezia nascosta di Fatima: arriva la terza guerra mondiale

liberoquotidiano.it

Antonio Socci

A cento anni dalla prima apparizione di Fatima, tutti i media tornano a occuparsi di quella profezia sul XX secolo e dei misteri connessi. Però qual è il punto oggi? Ho studiato per anni quella vicenda, soprattutto il giallo del «terzo segreto», la sua pubblicazione del 2000 e le polemiche sulla sua completezza. Credo che la svolta più clamorosa sia accaduta pochi mesi fa nella disattenzione generale e sia tuttora ignorata.

Ne ho scritto il 17 agosto 2014, sulle colonne di Libero, dando notizia di un libro uscito in Portogallo proprio a cura delle suore carmelitane del monastero di Coimbra dov’è vissuta e morta, nel 2005, suor Lucia dos Santos, l’ultima veggente. Una pubblicazione ufficiale intitolata «Un caminho sob o olhar de Maria», una biografia della religiosa che attingeva ai suoi scritti inediti fino ad allora segretati. Il volume era passato pressoché inosservato. Ma io ricevetti una segnalazione (autorevole) secondo cui in quelle pagine era celata un’autentica bomba.

Verificai che era vero. Quella clamorosa rivelazione di fatto veniva a risolvere l’annosa polemica attorno al Terzo segreto di Fatima: il nuovo documento pubblicato dalle suore fa capire infatti che c’è qualcosa che manca alla pubblicazione del 2000 e anche cosa c’è scritto. Ma com’è possibile che le suore di Coimbra abbiano deciso di fare una tale rivelazione che, tratta dalle pagine autografe di suor Lucia, è incontestabile e va a minare la versione vaticana? Una decisione di tale portata non si può attribuire a loro.

Poteva essere stata suor Lucia ad aver chiesto di pubblicare quel documento dopo la sua morte, considerata la sua importanza anche come avvertimento all’umanità. Ma non bastava il mandato di Lucia che, peraltro, se avesse avuto questa facoltà, avrebbe fatto uscire prima questo testo.

IL PIANO DI RATZINGER
Evidentemente una tale pubblicazione ha avuto un «placet» molto più in alto e sappiamo che su Fatima il «placet» può arrivare solo dal Vaticano. Essendo uscito tale libro nel 2013 (quindi essendo stato deliberato e realizzato negli ultimi anni del pontificato di Benedetto XVI), oltretutto essendo stato pubblicato con tutti i sigilli dell’ufficialità ecclesiastica, è ragionevole ipotizzare che il «placet» sia arrivato direttamente dalle stanze di papa Ratzinger. Colui che da cardinale dovette fare il commento teologico alla rivelazione del 2000 sul «vescovo vestito di bianco».

Considerati i tempi si può anche individuare una data che segna una svolta nel pensiero di Benedetto XVI su Fatima: il 13 maggio 2010. In quel periodo la Chiesa era davvero sotto pesante attacco e per l’anniversario della prima apparizione il Pontefice decise - molto in fretta e a sorpresa - di andare pellegrino al santuario portoghese. Lì, durante il viaggio e durante la permanenza, pronunciò parole sorprendenti che di fatto contraddicevano quanto si era andato dicendo fino ad allora in Vaticano.
Benedetto dichiarò:

«Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa». Poi, riferendosi alla «visione» pubblicata nel 2000, spiegò che - insieme alle sofferenze del Papa, che «possiamo in prima istanza riferire a Giovanni Paolo II» - nel Messaggio di Fatima c’è molto di più, perché «sono indicate realtà del futuro della Chiesa che man mano si sviluppano e si mostrano… e quindi sono sofferenze della Chiesa che si annunciano… una passione della Chiesa».

Fra le «novità» del Messaggio «vi è anche il fatto che non solo da fuori vengono attacchi… ma le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall’interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella Chiesa», anzi, aggiunse, «la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa». Benedetto XVI concludeva che dobbiamo tornare all’essenziale: «la conversione, la preghiera, la penitenza e le tre virtù teologali».

Il Papa lanciava l’allarme perché «la fede in ampie regioni della terra, rischia di spegnersi come una fiamma che non viene più alimentata». E questo, aggiungeva il Pontefice, ha pure un riverbero terribile sul mondo perché «l’uomo ha potuto scatenare un ciclo di morte e di terrore, ma non riesce ad interromperlo».

In sintesi il Papa, quel 13 maggio 2010, fa capire: che il messaggio di Fatima non si esaurisce nel passato (per esempio nell’attentato a Giovanni Paolo II da parte di Alì Agca), quindi che è necessario ascoltare l’esortazione della Madonna alla conversione, alla penitenza e alla preghiera perché la Chiesa è sotto attacco (anche dall’interno) e la fede si sta spegnando in tante parti del mondo; infine perché l’umanità rischia di finire in un baratro.

È plausibile che il libro, completato e pubblicato tre anni dopo dal monastero di Coimbra, sia stato deciso con il placet di Benedetto XVI non solo perché su temi scottanti come gli scritti di suor Lucia si decide in alto loco, ma anche perché la «rivelazione» contenuta nel volume è in perfetta concordanza con le preoccupazioni che il Papa manifestò quel 13 maggio 2010. E costituisce un drammatico avvertimento alla Chiesa e all’umanità su cui pare gravare una tremenda spada di Damocle.

Ecco dunque il testo inedito pubblicato dalle suore. In quella pagina di diario Lucia riferisce come superò la difficoltà che aveva nello scrivere il «terzo segreto» richiesto dall’autorità ecclesiastica. Era il 3 gennaio 1944. Alle 16 la suora va nella cappella a pregare e chiede a Gesù di manifestarle la sua volontà: «sento allora che una mano amica, affettuosa e materna mi tocca la spalla». È «la Madre del Cielo» che le dice: «stai in pace e scrivi quello che ti comandano, non però quello che ti è stato dato di comprendere del suo significato».

Parole che già confermano l’ipotesi - provata da molti altri indizi - che il Terzo Segreto sia composto da due testi: quello che riporta la visione (reso noto nel 2000) e quello in cui suor Lucia (successivamente) trascrive l’interpretazione della visione stessa fatta dalla Madonna.È questo secondo testo che impressionò Giovanni XXIII il quale lo segretò ritenendo che potesse essere solo un pensiero della veggente, non di origine soprannaturale. È la parte che non è mai stata resa nota e di cui, ufficialmente, si nega l’esistenza.

Probabilmente verte sulla figura del «vescovo vestito di bianco» e sul «Santo Padre, mezzo tremulo, con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena». Quello che sappiamo con certezza - perché rivelato negli anni da alti ecclesiastici e da sacerdoti vicinissimi a suor Lucia - è che quel testo parla dell’apostasia nella Chiesa e di un grave pericolo che incombe sull’umanità.

UN GRAVE PERICOLO
Ecco perché il seguito della pagina inedita di suor Lucia, pubblicata dalle suore, diventa molto eloquente. Infatti, dopo aver ascoltato quelle parole della Madonna che la invitava a scrivere, la veggente riferisce: «ho sentito lo spirito inondato da un mistero di luce che è Dio e in Lui ho visto e udito: la punta della lancia come fiamma che si allunga, tocca l’asse della terra ed essa trema: montagne, città, paesi e villaggi con i loro abitanti sono sepolti.

Il mare, i fiumi e le nubi escono dai limiti, traboccano, inondano e trascinano con sé in un turbine, case e persone in un numero che non si può contare, è la purificazione del mondo dal peccato nel quale sta immerso. L’odio, l’ambizione, provocano la guerra distruttrice. Dopo ho sentito nel palpitare accelerato del cuore e nel mio spirito una voce leggera che diceva: “nel tempo, una sola fede, un solo battesimo, una sola Chiesa, Santa, Cattolica, Apostolica. Nell’eternità il Cielo!”».

Molto eloquente sia per capire il pericolo che incombe sull’umanità, sia per comprendere quello che sta accadendo nella Chiesa dove oggi il più alto vertice, Papa Bergoglio, è arrivato ad affermare che «non esiste un Dio cattolico». La Madonna proclama l’opposto: «nel tempo, una sola fede, un solo battesimo, una sola Chiesa, Santa, Cattolica, Apostolica. Nell’eternità il Cielo!»

di Antonio Socci
www.antoniosocci.com