martedì 23 maggio 2017

Leggendario computer Apple I venduto a soli 110.000 euro

repubblica.it

Prezzo molto inferiore alle attese. A cinque anni dalla morte di Steve Jobs, l'aspettativa si è normalizzata", ha commentato Uwe Breker, il proprietario della casa d'aste

Leggendario computer Apple I venduto a soli 110.000 euro

BERLINO - Un esemplare del leggendario Apple I, il primo pc creato nell'aprile del 1976 da Steve Jobs e Steve Wozniak, che solo dieci giorni prima avevano fondato in un garage Apple Computer, è stato venduto all'asta in Germania per soli 110.000 euro, un prezzo molto inferiore alle attese.

A cinque anni dalla morte di Steve Jobs, "l'+hype+, l'eccesso di aspettativa, si è normalizzato", ha commentato Uwe Breker, il proprietario della casa d'aste che ha organizzato a Colonia la vendita del vecchio computer, un vero e proprio oggetto di culto diventato ormai praticamente introvabile. L'ultima vendita di un Apple I risale al 2013, quando venne ceduto per 560mila euro dalla stessa casa Breker, che stavolta, pur presentando un pc perfettamente funzionante, accompagnato da regolare fattura, libretto di istruzioni e attestati di proprietà, ha molto ammorbidito le sue richieste, prevedendo una forchetta iniziale tra i 180.000 e i 300.000 euro.

La storia dell'Apple I è ormai diventata leggenda poiché dalla progettazione di quel pc è nata un'azienda che ha rivoluzionato il mondo. L'idea non fu di Jobs, ma del suo compagno di studi e futuro socio Wozniak il quale, fin dal 1975, si era messo in testa di costruire un computer economico, assemblandolo con pezzi di varia provenienza. Un anno dopo finalmente ci riuscì avendo comprato, a un prezzo più basso di quello di mercato, un processore e avendo incontrato Jobs, tecnicamente meno bravo di lui ma dotato di gusto, tenacia e senso degli affari. Fu proprio il giovane Steve, appena 21enne, a procurarsi una commissione di 50 pezzi del preistorico pc da parte un piccolo negozio di informatica.

Nacque così Apple I che all'epoca costava 666,66 dollari, era collegabile a una tv  e aveva già il logo della mela morsicata. Nel '77 i due giovani lanciarono l'Apple II, più completo, dotato di testiera e grafica a colori e cambiano la storia dell'informatica. L'Apple I nel frattempo diventava un pezzo di antiquariato, nel mondo ce ne sono solo 8 ancora funzionanti e uno di questi rari esemplari venne comprato da John Dryder, un ingegnere californiano. "All'epoca - racconta oggi Dryden - quell'acquisto rappresentava una delle prime occasioni di possedere un vero pc. Io avevo lavorato con dei computer ma erano enormi, con gigantesche unità centrali.

E' stata dura decidere di metterlo all'asta - aggiunge - ma il momento è venuto... Sì, funziona ancora". Nel 1976 furono 200 gli Apple I messi in vendita da Steve Jobs e Steve Wozniak. L'acquirente dell'esemplare messo all'asta a Colonia è un ingegnere renano, che già possiede diversi computer d'antiquariato.

Cinque luoghi comuni sulla Grande Guerra e sul Regio Esercito

lastampa.it
andrea cionci


Dipinto di Armando Marchegiani

Ufficiali ottusi e incompetenti che mandavano inutilmente a morire i loro uomini; diserzioni di massa e fucilazioni spietate; Caporetto archetipo universale della disfatta … Sono diversi i luoghi comuni sulla Grande Guerra oggi sedimentati nella coscienza collettiva. Tuttavia, ad un’analisi attenta dei dati e dei documenti, emerge una realtà più complessa, in certi casi del tutto opposta e, di sicuro, meno pessimisticamente oleografica. In pochi sanno, ad esempio, che l’Esercito italiano, fu l’unico, tra quelli dell’Intesa, a rimanere costantemente all’offensiva fin dall’inizio della guerra. Ancor meno noto, il fatto che produsse le maggiori conquiste territoriali, così come si ignora che i Caduti italiani furono meno di quelli francesi, russi, inglesi, tedeschi, austro-ungheresi e ottomani.
Le origini di una vulgata storica
«Il cinema è l’arma più forte» recitava un motto del Ventennio, scolpito a lettere cubitali sulla facciata degli studi di Cinecittà. Paradossale è notare che proprio il cinema, negli anni ’70, avrebbe fatto a brandelli la visione eroica di una delle pagine di storia italiana cavalcata con più entusiasmo dalla propaganda fascista: la Prima Guerra mondiale, la guerra vinta. 


Uomini contro» (1970) del regista Francesco Rosi

Un film su tutti: «Uomini contro» (1970) del regista iscritto al PCI e dichiaratamente antimilitarista Francesco Rosi che, a sua volta, riportò su pellicola il romanzo «Un anno sull’altipiano» di Emilio Lussu. Questo scrittore era un fiero antifascista che aveva combattuto valorosamente nella bgt. Sassari durante la Grande Guerra, fino a raggiungere il grado di capitano. 


Emilio Lussu autore di “Un anno sull’altipiano”

Fondatore del Partito Sardo d’Azione (socialismo liberale) durante il Ventennio, fu mandato al confino a Lipari, da dove evase nel 1929. Nel 1936 prese parte alla Guerra civile spagnola, nel fronte antifranchista e, dopo l’8 settembre ’43, passò nelle file della Resistenza. Fu proprio nel ’36, al ritorno dalla Spagna, che - dietro invito del socialista Gaetano Salvemini - scrisse il suo libro più famoso. Non un diario di guerra scritto a caldo, dunque, ma un romanzo steso ben 18 anni dopo la fine del conflitto. Per stessa ammissione dell’autore, era un testamento politico scritto in aspra contestazione della guerra d’Etiopia voluta dal regime fascista.

Ecco, quindi, spiegate le numerose incongruenze nel testo che gli storici Paolo Pozzato e Giovanni Nicolli hanno evidenziato nel loro volume «Mito e antimito». «Una delle più evidenti trasformazioni ideologiche di Lussu – spiega Pozzato – si trova all’interno dell’episodio in cui un generale fa affacciare, al posto suo, ad una pericolosa feritoia, un soldato che viene immediatamente abbattuto dal nemico. L’episodio – così come viene narrato – non è mai accaduto, dato che, come risulta dai dati incrociati dei memoriali della Sassari, quella feritoia fu chiusa non appena si comprese che era pericolosa».

Facendo salvo il loro valore artistico, «Un anno sull’altipiano» e la sua trasposizione cinematografica «Uomini contro» restituiscono, in buona parte, un “condensato di atrocità” permeato da una visione emotiva e dai chiari intenti propagandistici, piuttosto che un panorama (anche statisticamente) obiettivo di ciò che fu la Grande Guerra per i soldati italiani.


Fucilazione dei disertori nel film «Uomini contro»

La questione dei disertori
Ad esempio, se, nel film, le scene relative ai disertori fucilati commuovono chiunque, è anche necessario sottolineare che le condanne emesse dai tribunali militari, stando ai numeri ufficiali, furono appena 750 su circa 5 milioni di uomini in armi, un dato che rivela il basso tasso di criminalità dell’Esercito Italiano. Fra queste condanne capitali, oltre alle imputazioni relative alla codardia di fronte al nemico, ve ne furono anche altre per crimini comuni. “

«Per quanto riguarda i fucilati spiega Davide Zendri, del Museo Storico Italiano della Guerra di Trento - il nostro istituto ha promosso un convegno, di cui sono usciti gli atti quest’anno. I soldati del Regio Esercito, nella stragrande maggioranza dei casi fecero sempre il loro dovere. Quanto alle condanne capitali, in altri eserciti alleati, come in quello francese, se ne comminarono grossomodo altrettante».

E’ pur vero che nel Regio esercito vigeva una severa disciplina, ma questo era dovuto a fattori che ne imponevano necessariamente l’adozione considerando il pericolo mortale che correva il Regno d’Italia, non solo per la guerra, ma anche perché il Paese, da poco unificato, era percorso da fermenti socialisti che ne minavano la coesione. Inoltre, il basso livello socio-culturale della truppa, formata per la maggior parte da contadini (che pure furono alfabetizzati dalle scuole reggimentali) richiedeva l’applicazione di regole chiarissime, con sanzioni dal forte potere deterrente. 

Una recente proposta di legge presentata da Gian Piero Scanu (Pd) intende riabilitare la memoria dei soldati fucilati per diserzione. Daniele Ravenna, consigliere di Stato e membro del Comitato di tutela per il patrimonio storico della Grande guerra del Mibact, in luglio, è stato convocato per un’audizione consultiva dalla Commissione Difesa del Senato, che esaminava la proposta, già approvata dalla Camera. «La questione – sintetizza Ravenna - è stata già ampiamente discussa in Francia e in Gran Bretagna. 

In Francia, il Senato ha respinto una proposta analoga al testo Scanu, mentre oltre Manica è stato addirittura il Regno Unito a perdonare i fucilati, ribadendo, quindi, pur dopo un gesto di magnanimità, la piena legittimità di quelle condanne. A parte lo sbaglio giuridico (la riabilitazione può applicarsi solo a una persona viva), l’errore è quello di voler rileggere con gli occhiali di oggi eventi di un secolo fa, legati a una situazione sconvolgente, oggi inimmaginabile. Come possiamo comprendere noi il clima in cui si svolgevano quegli eventi e quei processi sommari?

Un clima nel quale si è chiesto a milioni di uomini di mettere in gioco la propria vita, in cui era diritto e dovere di ogni ufficiale passare personalmente per le armi - senza alcun processo - il soldato macchiatosi di gravi colpe in faccia al nemico, con l’incubo delle insubordinazioni e diserzioni che avrebbero potuto compromettere la sopravvivenza dell’intera macchina militare italiana. Quanti, di quei 750 fucilati di cui abbiamo i documenti, erano, poi, colpevoli di reati gravissimi? Quanti hanno semplicemente ceduto a una umanissima paura, che però in quei momenti era una colpa altrettanto grave?» 

Uno degli argomenti utilizzati per respingere tali proposte di legge, all’estero, è stato anche quello secondo cui la parificazione dell’onore dei disertori con quello di chi, al contrario, dimostrò coraggio e abnegazione per la Patria, avrebbe creato un’evidente sperequazione.


Il generale Luigi Cadorna

Il famigerato Libretto rosso
Un’altra serie di cliché riguarda il generale Luigi Cadorna, maresciallo d’Italia e Capo di Stato Maggiore dell’Esercito dal luglio del ’14 al novembre del ’17. L’accusa che generalmente gli viene rivolta è quella di aver mandato i nostri soldati al massacro, utilizzando tattiche militari ormai obsolete. Spiega il Col. Cristiano Dechigi, capo dell’Ufficio Storico dell’Esercito: «Quella che è passata alla storia col nome di “libretto rosso” era un’istruzione generica diramata dal Gen. Cadorna nel 1915 dal titolo “Attacco frontale e ammaestramento tattico”. Conteneva dei precetti estremamente moderni e adeguati al combattimento di trincea che non si discostavano da quanto praticato negli altri eserciti dell’Intesa e degli Imperi Centrali. 



Il punto è che il dispiegamento delle trincee nemiche, nella maggior parte dei casi, non poteva prevedere altro che attacchi frontali, preceduti da bombardamenti di artiglieria volti a neutralizzare le difese avversarie, in un punto specifico, nel quale far poi irrompere la fanteria. In molti criticano l’attacco frontale, ma in pochi spiegano come si sarebbe potuto fare diversamente! 

Nelle disposizioni di Cadorna si percepisce una logica attenzione alla protezione dei fanti, che dovevano avvicinarsi ai trinceramenti nemici il più possibile al coperto, magari di notte, scavando trincee o, perfino, tunnel. Il fallimento delle offensive italiane nel 1915 fu dovuto in gran parte alla penuria di artiglierie capaci di aprire varchi nei reticolati e distruggere le trincee avversarie, e non alla tattica dell’assalto frontale in sé».

Un generale incompreso?
In «Luigi Cadorna - Una biografia militare», Pierluigi Romeo di Colloredo spiega come il generale piemontese fu l’unico capo di stato maggiore alleato a ragionare in termini di «guerra di coalizione» cercando di coordinarsi con i suoi omologhi dell’Intesa che, pure, non lo amavano. Anche la figura di autocrate, fautore di una disciplina crudele ed ottusa, che gli è stata attribuita, viene ridimensionata da Colloredo sulla base della corrispondenza di Cadorna con il governo.

I suoi «siluramenti» di generali e colonnelli, anche se produssero un clima di apprensione fra gli ufficiali superiori e generali, furono in gran parte giustificati e voluti nell’obiettivo di salvare le operazioni – e di conseguenza i soldati - dalla gestione debole, o incompetente, da parte di comandanti non all’altezza. La sua fiera indipendenza dalla politica e la sua gestione accentratrice, non erano del tutto immotivate, anche ricordando la sua brutta esperienza avuta nella battaglia di Custoza dove il comando militare, suddiviso fra Vittorio Emanuele II e i generali Cialdini e La Marmora aveva portato alla disfatta. 

Cadorna dimostrò di sapersi plasmare alle necessità del campo di battaglia e a lui, comunque, si devono i successi del Regio Esercito fino al ’17 con perdite, come già evidenziato, inferiori a quelle di ben sei tra le principali nazioni belligeranti. «Dapprima, la sua guerra d’assedio – continua il Col. Dechigi – riuscì vincente nel corso della sesta battaglia dell’Isonzo che portò alla conquista di Gorizia e del San Michele. Nel 1916, Cadorna cambiò nuovamente tattica: ordinò l’interruzione degli attacchi dopo i primi assalti ed il consolidamento del terreno conquistato, senza spingere oltre i reparti od insistere in attacchi già falliti. Nel 1917, allo scopo di ottenere un maggiore capacità di penetrazione nelle trincee nemiche, Cadorna acconsentì alla creazione dei primi reparti d’assalto, presto e meglio noti come Arditi». 


Caporetto, Le truppe tedesche avanzano lungo la valle dell’Isonzo

Le Caporetto degli altri e una nuova ipotesi
Anche la leggenda di un Capo di Stato Maggiore sorpreso dagli avvenimenti e incredulo circa l’offensiva nemica a Caporetto viene del tutto sfatata dallo studio fatto preparare dallo stesso Cadorna già nel giugno 1917 in previsione di un eventuale ripiegamento sul Piave. Il Generale applicò prontamente il suo “piano B” dopo Caporetto, salvando l’esercito e vincendo la battaglia di contrattacco con pochissime perdite. 

Si ricordi che furono solo la 2ª Armata ed il XII Corpo d’Armata della Zona Carnia, ad essere coinvolti nel disastro; le altre Armate (1ª, 3ª e 4ª) tennero molto bene e si deve a loro la vittoria nella battaglia d’arresto del novembre-dicembre 1917 che salvò l’Italia e l’Intesa. Se, infatti, l’Italia, fosse uscita dal conflitto, tutte le forze austro-ungariche si sarebbero riversate sul fronte francese alterando in modo decisivo i rapporti di forze tra Tedeschi e Franco-britannici, a tutto vantaggio dei primi.
Caporetto è stata tramandata, forse con quel tipico masochismo culturale italiano, come il simbolo di tutte le sconfitte della Grande Guerra.

Deve essere comunque inquadrata nella situazione di crisi di quasi tutti gli alleati dell’Intesa del 1917 gettando un occhio anche alle ben più disastrose «Caporetto degli altri». In Francia, ad esempio, il fallimento dell’offensiva Nivelle dell’aprile-maggio 1917 debilitò il morale dell’esercito francese al punto tale che in ben 16 corpi d’armata si ebbero casi di ammutinamento; il paese cadde in una profonda depressione e il disfattismo e gli scandali dilagarono. La Russia, poi, addirittura, abbandonò la lotta a causa della Rivoluzione d’Ottobre. La crisi francese ed il dissolvimento dell’Impero zarista si ripercossero sull’Italia, che dovette sopportare in quell’anno il maggior peso della guerra. 

Una tesi piuttosto audace è stata avanzata da Tiziano Berté in «Caporetto: sconfitta o vittoria?» dove si sostiene la tesi che lo sfondamento del fronte rientrasse a pieno nella strategia di Cadorna e che la colpa dello sfacelo della II armata fosse da attribuirsi a un atto di quasi- insubordinazione del suo comandante, il generale (massone) Luigi Capello.

Il bollettino fatale
Tra le varie nefandezze di cui Cadorna viene accusato, vi è quella di aver scaricato la colpa di Caporetto sui soldati, anziché assumersene le responsabilità. 

«Dopo la disfatta –spiega il Col. Carlo Cadorna, discendente del Generale, in un’intervista rilasciata a Antonio De Martini - fu tenuta una riunione alla quale parteciparono due ministri che discussero su come fermare le numerose diserzioni che si erano verificate. Fu, così, emesso un bollettino che, accusando duramente di codardia alcune formazioni, doveva mettere a confronto i reparti che si erano comportati valorosamente con quelli che si erano vilmente arresi, attribuendo, in ogni caso, e implicitamente, la colpa ai comandanti degli stessi. Il bollettino fu efficace sotto l’aspetto militare e riuscì a bloccare il fenomeno delle diserzioni, tant’è vero che potemmo ritirarci sul Piave e difenderci vittoriosamente.

Sotto l’aspetto politico, invece, si rivelò deleterio per l’immagine della Nazione, ma questo danno è da attribuirsi ai due ministri, poiché Cadorna era un militare e non aveva competenza per le questioni mediatico-politiche. Il documento si rivelò negativo, alla fin fine, soprattutto per lui che era stato convinto dai ministri a firmare il bollettino da loro già approvato e ad assumersene la responsabilità. Tutto questo lascia intravedere un complotto per liberarsi della presenza ingombrante di un militare che - così come lo definì D’Annunzio – era “tagliato nel granito” la pietra del lago dove era nato».
Non era un generale amato in Patria, ma - per fortuna italiana - nemmeno dal nemico.

Il Feldmarschall Franz Conrad von Hötzendorf, capo di stato maggiore austroungarico, ebbe a dire che Caporetto era pure servita a qualcosa: se non altro, a togliere di mezzo Cadorna. Sulla disfatta italiana, vengono poi del tutto ignorate dalla storiografia, ancor oggi, le responsabilità di un altro generale massone che, nonostante tutto, rimarrà a lungo protagonista della storia italiana.

Come riporta lo storico Marco Patricelli: «Quando i giornali pubblicarono le conclusioni dell’inchiesta, l’11 settembre 1919, Cadorna scrisse a “Vita italiana”: «Si accollano le responsabilità a me e ai generali Porro, Capello, Montuori, Bongiovanni, Cavaciocchi e neppure si parla di Badoglio, le cui responsabilità sono gravissime (...). E il Badoglio la passa liscia! Qui c’entra evidentemente la massoneria e probabilmente altre influenze, visto gli onori che gli hanno elargito in seguito”. In effetti, dalle risultanze della Commissione d’inchiesta erano state fatte sparire tredici pagine. Riguardavano tutte Badoglio, per il quale vennero usati scudi robusti e cortine fumogene impenetrabili per sgravarlo di ogni responsabilità».

In sintesi, Cadorna fu un Capo di Stato Maggiore alla cui ferrea volontà e determinazione si devono, probabilmente, alcuni meriti da riconoscere, al di là delle facili caratterizzazioni e della damnatio memoriae di cui fu fatto oggetto. Un approccio lucidamente critico sembra anche indispensabile per tenere conto degli interessi ideologici che hanno ispirato, nel corso degli ultimi decenni, la propaganda politica, la letteratura e il cinema ai quali è stato lasciato campo libero, dal mondo della cultura, nel tramandare alla coscienza collettiva la memoria della Grande Guerra.

Aspra, la storia dell'acciuga in un museo

lastampa.it
flaminia giurato (nexta)

Il piccolo pesce azzurro esplorato dalla leggenda fino ai giorni nostri: è quanto succede al Museo dell'Acciuga



Tra i tanti musei originali, diversi e divertenti che sono disseminati in tutto il territorio italiano quello di Aspra, l’unica frazione di Bagheria, attrae soprattutto chi ama il pesce, e in particolare modo l’acciuga. Già, perché nella borgata marinara che si affaccia sul Golfo di Palermo si può visitare un piccolo museo privato che racconta le tradizioni della pesca e lastoria del piccole pesce. Si tratta del Museo dell’Acciuga dei Fratelli Balistreri. E’ una realtà ancora poco conosciuta dal grande pubblico ma attrae gratuitamente sempre più visitatori. E non sono poche neanche le richiese da parte di scolaresche, studenti universitari che arrivano anche dall’estero, autorità e personaggi noti tra cui il regista Giuseppe Tornatore, il cantante Umberto Tozzi e il critico d’arte Vittorio Sgarbi.

STORIA DEL MUSEO DELL’ACCIUGA DI ASPRA

Nato grazie alla passione dei proprietari, Michelangelo e Girolamo Balistreri, il museo promuove Aspra e il suo prezioso pesce azzurro, raccontandone la storia dalla leggenda fino ai giorni nostri. E’ stato ideato proprio per difendere un’arte antica: quella della pesca e della salagione delle acciughe. Visitando la prima parte si comprende come fosse la vita delle antiche aziende siciliane per la lavorazione del pescato: si ammirano le antiche pietre litografiche e le scatole di latta storiche, gli strumenti per la pesca e per la conservazione del pesce, le foto antiche dei vecchi pescatori, il Garum e l’uso di questo incredibile liquido nella cucina e nella medicina dell’antica Roma.

C’è anche la riproduzione di un piccolo magazzino utilizzato negli anni Cinquanta del secolo scorso per la lavorazione del pescato ed un angolo dedicato al “Mastru r’ascia”, il falegname che riparava le barche. A tutto questo si aggiungono documenti e poesie dedicate al mare e alle acciughe. La seconda parte del museo è dedicata invece all’arte “Sard’Art” l’arte nelle antiche sardare, che erano barche utilizzate sino a gli anni Sessanta per la pesca delle sarde e delle acciughe. Alcuni modelli di barche antiche sono state impreziosite da alcuni artisti che hanno raccontato il mare con i loro colori. Guida d’eccezione durante la visita è Michelangelo Balistreri che tra il racconto di un aneddoto, la recita di una poesia e il canto di una canzone è capace di trasportare il visitatore indietro nel tempo in un viaggio attraverso i decenni, facendo riscoprire ai visitatori le tradizioni ormai dimenticate e prossime all’estinzione.

I cani d’Istanbul dal Regno all’Esilio, l’amore-odio per i quattrozampe nella storia turca

lastampa.it
davide lerner



Nelle strade delle città turche è pieno di cani randagi. Dormono, cercano qualcosa di commestibile fra i rifiuti, a volte ringhiano e abbaiano contro i passanti. Ad Istanbul si sono addirittura meritati un’esposizione, situata a due passi dal celebre albergo “Pera Palace”, intitolata “I cani d’Istanbul dal Regno all’Esilio”. Regno, o “età dell’oro”, perché secondo la leggenda i quattro zampe accompagnarono l’esercito di Maometto Secondo nel suo ingresso trionfale in città dopo la caduta di Costantinopoli.



E perché, spiega uno storico nel video di presentazione dell’esibizione, «l’Islam delle genti cultore dell’animale ha sempre prevalso, in Turchia, su quello scritturalista che lo ritiene impuro, e perciò furono integrati e trattati bene». E poi l’esilio, culminato nel 1910 con la cosiddetta “grande decanificazione”, un tema di cui parla anche lo scrittore Orhan Pamuk in “Istanbul”. Migliaia e migliaia di cani vengono deportati su un’isola del mare di Marmara. Abbandonati a se stessi, senza cibo o acqua potabile, morivano di stenti sbranandosi fra loro o ingurgitando acqua di mare.



«Quando le barche passavano nei pressi di quello scoglio del Mare di Marmara, i cani correvano verso la riva e si lamentavano con ululati strazianti», raccontava nel 1910 il viaggiatore e scrittore francese Pierre Loti. Ma nella mostra di Istanbul viene chiarito fin da subito che la responsabilità morale di quelle deportazioni non fu turco-ottomana, ma piuttosto europea. Fu la volontà di conformarsi il più possibile all’Occidente, a partire dalle riforme chiamate “Tanzimat” a fine ‘800, ad indurre il Sultano a “ripulire” la capitale sgombrandola dei cani randagi che non si vedevano nelle grandi metropoli europee.



«I cani cominciarono ed essere visti come un segno di povertà, di incuria, un difetto orientale», spiega il pannello all’ingresso della mostra. E così, mentre gli occidentali tramavano alle spalle dei turchi per speculare sul riutilizzo delle carcasse dei cani, i cittadini locali si sarebbero “opposti con forza” alle deportazioni e avrebbero «nascosto i quattro zampe nelle proprie baracche e nelle proprie case». Che questa versione dei fatti sia vera oppure rielaborata ad arte, come l’impostazione della mostra fa sospettare, certo è che i cani sono tornati ad affolare le strade di Istanbul. Così come quelle delle altre città in Turchia.

La norma che favorisce gli immigrati: così pagano meno tasse

ilgiornale.it
Sergio Rame - Lun, 22/05/2017 - 10:07

Scoperto il cavillo che permetti agli immigrati di pagare meno imposte: sono considerati familiari a carico anche i parenti che non vivono in Italia

"Il ministero dell'Economia si svegli e intervenga immediatamente". A svelare il cavillo, che permette a decine di migliaia di immigrati di non pagare un centesimo di tasse, è il deputato leghista Paolo Grimoldi.

Esiste, infatti, una norma che consente agli stranieri di ottenere le detrazioni di imposta anche per i parenti a carico residenti all'estero. "Alla faccia di quei fessi degli italiani che invece le tasse le devono pagare tutte e sono sottoposti a mille controlli", commenta l'esponente del Carroccio.

Nel testo delle istruzioni per la compilazione della dichiarazione dei redditi delle persone fisiche, aggiornato con provvedimento dell'11 aprile 2017, a pagina 18, punto 4, si precisa che "sono considerati familiari fiscalmente a carico i membri della famiglia che nel 2016 hanno posseduto un reddito complessivo uguale o inferiore a 2.840,51 euro, al lordo degli oneri deducibili".

Quindi, dodici righe più sotto, si aggiunge che "possono essere considerati familiari a carico, anche se non conviventi con il contribuente o residenti all'estero: il coniuge non legalmente ed effettivamente separato; i figli (compresi i figli, adottivi, affidati o affiliati) indipendentemente dal superamento di determinati limiti di età e dal fatto che siano o meno dediti agli studi o al tirocinio gratuito".

In questo modo, non potendo controllare nei Paesi di provenienza africani, asiatici o sudamericani, l'effettiva presenza o meno di questi familiari a carico, a causa della mancanza di uffici anagrafe, agli immigrati basta presentare un'autocertificazione per ottenere questi sgravi fiscali e non pagare un euro di tasse.  

"Un'ingiustizia palese - tuona Grimoldi - un danno per il nostro erario e una beffa per i contribuenti italiani che, con le loro tasse, devono mantenere in piedi tutta la baracca pubblica, inclusi quei servizi di welfare di cui usufruiscono anche gli immigrati".