lunedì 5 giugno 2017

Vite da laici in Vaticano: sono 62 senza ius soli e col bancomat in latino

corriere.it
di Gian Guido Vecchi

Il bancomat in latino all’interno dello Stato Vaticano
Il bancomat in latino all’interno dello Stato Vaticano

Una volta qui nascevano anche i bambini», ti raccontano con un velo di malinconia, appena varcata Porta Sant’Anna. Come in una delle città invisibili di Italo Calvino, diversa è la realtà e il discorso che la descrive. Film e opere letterarie hanno fatto del Vaticano un luogo mitico. E del resto, dalla Sistina alla Loggia di Raffaello, la bellezza di un patrimonio artistico senza eguali mostra che secoli di Storia, quella con la maiuscola, sono passati da qui. Ma c’è un mondo piccolo, quotidiano, che pochi conoscono.

Un mondo che sta cambiando e in parte sparendo, peraltro. «Negli Anni Settanta la parrocchia aveva due squadre di calcio, pullulava di ragazzi e ragazze, c’era il biliardino...». Padre Bruno Silvestrini, agostiniano, è il «parroco» del Vaticano dal 2006. Battesimi, cresime, matrimoni, la chiesa al confine con l’Italia è assai richiesta, a Sant’Anna arrivano da tutto il mondo. Al pomeriggio si vedono alcuni dipendenti vaticani recitare i Vespri prima di rientrare a casa. Però di parrocchiani propriamente detti, cittadini vaticani laici, ce n’è sempre meno. Gli svizzeri e le loro famiglie, più che altro, ma quello è un mondo a parte, tra la caserma e gli appartamenti degli ufficiali.

Per il resto, i cittadini laici sono sempre più rari. Ruoli di primo piano come il comandante della Gendarmeria, Domenico Giani, o il direttore dell’Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian. Qualche responsabile di servizi meno visibili ma necessari. Gli ultimi dati, forniti al Corriere e aggiornati ad aprile, registrano 605 cittadini, di cui 439 abitanti nello Stato, e 199 residenti. Tra i cittadini si contano solo 26 laici (a parte i 105 militari) e 36 laiche, 62 in tutto compresi mogli, figlie e figli delle guardie svizzere. A loro si aggiungono 6 uomini e 16 donne residenti ma non cittadini. Non che i numeri siano mai stati consistenti, ma la riduzione è evidente e progressiva. Ottant’anni fa, nel censimento del 31 dicembre 1936, c’erano 746 cittadini e tra questi 94 sacerdoti, 37 religiosi e 615 laici con 324 coniugati tra uomini e donne.

Per orientarsi, bisogna considerare che siamo nello Stato più piccolo, e strano, del mondo. La Città del Vaticano è una monarchia assoluta ed elettiva. Il Papa ne è il sovrano e riunisce in sé tutti i poteri, ovvero «ha la pienezza dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario». Il che si riflette sull’ordinamento dello Stato nato con il Trattato Lateranense del 1929. Di dimensioni poco più che simboliche, 44 ettari, lo Stato ha tuttavia lo scopo essenziale di «assicurare l’indipendenza reale e visibile» del Papa e quindi «garantire la libertà della Sede Apostolica».

Chiaro che la legge sulla cittadinanza non somigli a nessun’altra sul pianeta. Cittadini e residenti sono provvisori. La cittadinanza è data (o tolta) dal Papa o dai suoi delegati, punto. Non c’è «ius soli» né «ius sanguinis»: si è cittadini «durante munere», in via provvisoria e finché dura il proprio ruolo nello Stato a servizio della Santa Sede, e non perché nati nel territorio; anche i figli di chi ha la cittadinanza, di norma, restano cittadini finché lo sono i genitori e non oltre il diciottesimo anno. In base all’ultima legge CXXXI del 22 febbraio 2011, oltre al Papa (più il Papa emerito, dal 2013) sono cittadini vaticani i cardinali residenti, i diplomatici della Santa Sede o coloro che risiedono nello Stato «in ragione della carica o del servizio».

L’esodo dei laici dura dagli anni Settanta, spiega il parroco di Sant’Anna. «Si fece la scelta di mandarli in appartamenti della Santa Sede fuori dal Vaticano, la maggior parte delle famiglie traslocò e i pochi che sono rimasti hanno ormai i figli grandi, man mano se ne vanno...». Chi è rimasto vive in una dimensione particolare, ogni servizio a portata di mano. La casa, l’assistenza sanitaria, il pronto soccorso. I leggendari bancomat in latino, «inserto scidulam quaeso ut faciundam cognoscas rationem», ovvero «inserisci per favore la scheda per accedere alle operazioni consentite».

E poi la farmacia, il supermercato, un negozio di oggettistica, abbigliamento e tabacchi, tutti felicemente alieni da tassazione come l’ambitissima pompa di benzina. Per fare la spesa bisogna avere l’«annonaria», riservata ad abitanti e dipendenti più amici e parenti: il disincanto dei romani l’ha soprannominata «la tessera dello zio prete». In compenso i cancelli chiudono all’una e un quarto di notte e riaprono alle 6 meno un quarto. E se uno va a teatro, a cena fuori, per i fatti suoi? «Suona il campanello e uno svizzero gli apre», si spiega. «Però prendono il nome».

Certo l’andamento demografico si accompagna a una tendenza alla «clericalizzazione» dello Stato anche nel governo e nelle posizioni di responsabilità. Dal 1929 alla morte, nel ‘52, fu Governatore dello Stato un laico, il marchese Camillo Serafini. Alla fine del secolo un altro marchese, Giulio Sacchetti, è stato «delegato speciale» al vertice del Governatorato. Oggi non c’è più nulla di simile.
Giovanni Maria Vian ricorda ancora «quando da bambini, negli anni Cinquanta, si giocava con i miei fratelli nei Giardini». Altri tempi.

«Lo Stato fu costituito con metodo e personale laico ma progressivamente, a partire da Giovanni Paolo II, si è in effetti clericalizzato. Può darsi che alcuni laici non fossero all’altezza, ma è vero che per molti compiti non ci sarebbe bisogno di preti. C’è anche una tendenza alla “episcopalizzazione”, come se per certi ruoli si dovesse per forza diventare vescovi». Un paradosso, dopo il Concilio. E pensare che Papa Francesco, l’anno scorso, evocava il «Santo Popolo di Dio» contro i guasti del «clericalismo», fino ad esclamare: «Ricordo la famosa frase, “è l’ora dei laici”, ma sembra che l’orologio si sia fermato».

Volkswagen Maggiolino, un’icona nata 80 anni fa

lastampa.it
simonluca pini (nexta)

Voluta da Adolf Hitler e disegnata da Ferdinand Porsche, è stata venduta in oltre 21 milioni di esemplari nei 5 Continenti


Una scena di “Herbie il Supermaggiolino” del 2005

Sempre più spesso si sente parlare di “auto icona”, come la 500 per la Fiat o la 2CV per la Citroën. Solo un modello, però, ha contribuito alla crescita a livello globale di un marchio, e questo titolo spetta di diritto alla Volkswagen Maggiolino. Vera e proprio auto globale, è stata assemblata in tutti e cinque i Continenti, in 65 anni di commercializzazione è stata venduta in oltre 21 milioni e mezzo di esemplari diventando la quarta auto al mondo più prodotta. Il modello è stato poi reinterpretato in forma moderna dal New Beetle (nel 1997) e dal nuovo Maggiolino (nel 2011, tutt’ora in vendita). Per scoprire le origini bisogna però tornare indietro agli Anni 30, quando l’automobile era ancora un bene di lusso per la classe media. 



Voluta e scelta da Adolf Hitler
Senza il Führer il Maggiolino non sarebbe mai nato. Con buona pace delle centinaia di migliaia di hippie che negli Anni 60 ne fecero un simbolo, la vettura tedesca fu progettata e scelta per volere di Adolf Hitler in persona. Tutto iniziò nel 1934 quando il futuro capo del Terzo Reich annunciò la decisione di produrre un’automobile destinata alle masse. Il progetto fu vinto da Ferdinand Porsche (il fondatore nel 1948 dell’omonimo marchio) che già da anni pensava alla realizzazione di un modello economico. 

Le richieste di Hitler erano chiare: la nuova macchina doveva trasportare cinque persone oppure tre soldati e un mitragliatore, viaggiare oltre ai 100 km/h con un consumo medio di 7 litri per 100 km e avere un prezzo non superiore ai 1000 Reichsmark. I primi prototipi furono presentati nel 1936, due berline e una cabriolet; nel 1937 fu fondata a Berlina la “Gesellschaft zur Vorbereitung des Deutschen Volkswagens mbH”, germe dell’attuale gruppo Volkswagen; la produzione del “KdF-Wagen” partì nel 1938, con la presentazione al grande pubblico al Salone di Berlino del 1939.



La seconda Volkswagen prodotta
Presentata come KdF-Wagen (il nome Maggiolino arrivò soltanto nel 1967), l’auto nata per volontà di Hitler era pronta a nascere nel nuovo stabilimento di Wolfsburg. Per la costruzione dell’impianto il Führer utilizzò un finanziamento indiretto dei futuri clienti. Per acquistare l’auto si doveva comprare delle cartelle di risparmio su cui apporre dei bollini da 5 marchi a settimana. Oltre 300.000 tedeschi si prenotarono per guidare il Maggiolino, peccato che nel 1939 iniziò la Seconda Guerra Mondiale (per volontà di Hitler) e la neonata produzione della Volkswagen divenne bellica con la costruzione della Kubelwagen.



Salvata da un inglese
Alla fine della seconda conflitto mondiale, Wolfsburg era un ammasso di macerie e gli alleati erano pronti a raderla al suolo. Grazie all’intervento di un ingegnere meccanico inglese esperto di auto, lo stabilimento non venne demolito ma al contrario ripristinato e poi gestito in maniera altamente proficua da un ex dipendente Opel che portò la produzione a quasi 50.000 esemplari nel 1949. 
Da lì la produzione del Maggiolino non ha più conosciuto tregua, raggiungendo il milionesimo esemplare già nel 1955 (foto sopra) grazie anche alle vendite negli Stati Uniti, Brasile, Messico e Sudafrica. Passando alle motorizzazioni, al debutto il Maggiolino, conosciuto come Typ 1/111, era spinto da un 4 cilindri boxer con cilindrata di 985 cc e potenza di 23,5 CV per poi salire a 1.2, 1.3 e 1.5 litri (quest’ultimo con 54 CV) nel 1966. 



Protagonista al cinema
Oltre a ottenere un enorme successo commerciale, nel 1968 il “Beetle” divenne una star del cinema grazie al film “Un Maggiolino tutto matto” prodotto da Walt Disney. Primo episodio di una serie di successo continuata nel 1974 con “Herbie il Maggiolino sempre più matto" e nel 1977 con "Herbie al rally di Montecarlo", e ripresa nel 2005 con il film “Herbie il super Maggiolino” (nella foto sopra, la realizzazione di una scena). 

L’esemplare utilizzato nelle prime pellicole, conservato e mai restaurato, è stato battuto all’asta per 86.250 dollari. Quanto costa invece un Maggiolino “normale”? Leggendo le inserzioni online si trovano vetture marcianti in un discreto stato di manutenzione a partire da circa 3.000 euro, mentre chi cerca un Maggiolino perfettamente restaurato deve mettere in conto circa 20.000 euro.

Ecco l’app per aiutare chi si sente male per strada

lastampa.it
enrico forzinetti

MyResponder è pensata per soccorrere chi ha avuto un arresto cardiaco: chiamando l’ambulanza vengono avvertiti anche tutti quelli che hanno scaricato l’app e si trovano nelle vicinanze. Ma per ora funziona solo a Singapore



Per il momento funziona soltanto a Singapore, ma myResponder potrebbe rivelarsi un’applicazione utile in tutte le grandi città per salvare la vita di persone colpite da un attacco cardiaco mentre si trovano per strada. L’obiettivo è quello di chiedere l’intervento rapido di qualcuno nelle vicinanze in grado di praticare una rianimazione cardio-respiratoria.

Nel momento in cui viene chiamata l’ambulanza, l’app avverte tutte le persone che l’hanno scaricata e che si trovano a una distanza intorno ai 400 metri, verificando la disponibilità a prestare aiuto a chi è stato male. Chi risponde alla richiesta viene contattato direttamente dal sistema di soccorso per ricevere maggiori dettagli. L’intervento è su base volontaria, ma se tempestivo può permettere di salvare una vita prima che sul posto arrivi l’ambulanza. Inoltre myResponder segnala anche la presenza di defibrillatori nella zona.

L’app è stata ideata e testata dalla Singapore Civil Defence Force , organizzazione che risponde al ministero dell’Interno e che si occupa tra le altre cose di questioni sanitarie, come ad esempio il sistema di gestione delle ambulanze. Al momento, per quanto riporta Business Insider , sono oltre 15 mila i medici che l’hanno scaricata, con un totale di circa 2500 casi in cui è stata effettivamente utilizzata per aiutare qualcuno che ha avuto un malore.

Romagna mia

lastampa.it
franco giubilei

Compie settant’anni l’etichetta fondata da Secondo Casadei. Ma la sua musica è sempre viva e sabato torna la Notte del liscio



Il liscio affiora ovunque nella terra di Secondo Casadei, l’inventore del genere che all’inizio degli Anni Settanta passò il testimone al nipote Raoul perché ne facesse un fenomeno mondiale, dai monumenti sulle rotonde stradali ai nomi delle vie. Quest’anno poi corre il settantesimo dalla fondazione di Casadei Sonora, l’etichetta che raccoglie circa mille brani scritti da Secondo e che ospita scolaresche e visitatori nel bel museo allestito a Savignano sul Rubicone, entrato ora a fare parte delle Case della Memoria insieme a dimore come quella di Pavarotti a Modena.

Riccarda Casadei, figlia di Secondo e cugina di Raoul, è la custode di un patrimonio fatto di tradizioni e di royalties, tenuto vivo da un centinaio di scuole di ballo solo in Romagna e da altrettante orchestre di liscio.

Non sono solo gli anziani a riempire balere e piste da ballo, contrariamente a quanto si potrebbe pensare ci sono tanti ragazzi a esercitarsi fra polche e mazurche, danzando sui brani che Secondo scriveva nel suo studio, oggi visitabile, dove si rinchiudeva sotto l’urgenza di quella musica che gli nasceva in testa e che lo rendeva ombroso, lui che di carattere era tanto allegro e gioviale: «Da sorridente e ottimista che era, diventava serio e si rinchiudeva per ore nel suo studio, dove la mamma gli portava il caffè per poi lasciarlo solo finché la musica che aveva preso forma nella sua testa non veniva trascritta. Solo allora usciva e tornava del solito buon umore, ma fino a quel momento soffriva mentre componeva, come raccontava lui stesso».

La «Polka sbarazzina»
Insieme a lei, fra manifesti di vecchi concerti e abiti di scena, ci sono le figlie, Lisa e Letizia Valletta Casadei, a ricordare il fondatore di un genere di enorme successo: solo Romagna Mia, il brano simbolo, in tutto ha venduto sei milioni di copie, eppure il liscio è stato spesso bistrattato proprio nella sua patria, dove spesso gli preferiscono le orrende contaminazioni fra balli latini e dance che assassinano le nostre spiagge. A dispetto delle dimenticanze, cui la seconda edizione della Notte del liscio in programma il 10 giugno cerca di rimediare, in queste zone le polche risuonano anche nei funerali, com’è successo di recente a Bagnacavallo. 

Il museo d’altra parte ricostruisce la storia di un genere le cui origini risalgono al 1880, quando Carlo Brighi alias Tàca Zaclèn, primo violino alla Scala, ebbe l’intuizione di velocizzare i tempi del valzer viennese, oltre che di inserire nelle orchestre, che allora erano composte solo da strumenti a corda, il clarinetto in do che ha un sapore romagnolo inconfondibile. Sul grammofono d’epoca riascoltiamo il primo brano inciso da Secondo Casadei nel 1928, la Polka sbarazzina.

Sempre a Secondo si deve il debutto assoluto in un’orchestra di liscio di una voce femminile, quella di Arte Tamburini, quando era il 1952, con un’intuizione che provocò articoli scandalizzati sui giornali locali per l’ingresso di una donna in una scena dominata da strumentisti maschi. Non era la prima volta che Secondo Casadei remava controcorrente, se nel Dopoguerra dominato da bande dedite al boogie e al rock’n’roll la sua era l’unica orchestra ad aver inserito il liscio nel repertorio dei concerti. 

In un’Italia in cui le case non erano ancora dotate di telefono, non di rado capitava che il maestro, a tarda sera, dovesse infilarsi i pantaloni sopra il pigiama e correre al bar dove lo attendeva la chiamata di un impresario che voleva scritturarlo. Alla sua morte, nel 1971, toccò a Raoul, che già suonava con lui, prendere le redini della banda e trasformarla in un fenomeno che, in maniera meno clamorosa, è giunto fino a noi e continua a perpetuarsi.

I soldi buttati dell’accoglienza. Migliaia di coop improvvisate spremono i migranti e lo Stato

lastampa.it
andrea malaguti

In Sardegna chi ha fallito col turismo si è ripreso con gli immigrati


Lo Stato investe per l’accoglienza 4,5 miliardi l’anno. Per un richiedente asilo adulto vengono erogati 35 euro al giorno. Per un minorenne 45. Complessivamente nelle strutture temporanee di accoglienza sono ospitati attualmente 142.981 migranti (dati aggiornati al 15 maggio)

La Lancia Delta si ferma sullo sterrato davanti al grosso cubo di cemento e fa scendere la ragazza nera. L’autista ingrana la prima sollevando un polverone che si deposita sul vestito della giovane nigeriana. Ha un volto appesantito e magro. Le fa sembrare gli occhi ancora più grandi. Sono venuti a prenderla alle dieci del mattino, l’hanno portata a battere e adesso, sei ore dopo, la riconsegnano a domicilio. «Senti, scusa…». La ragazza gira impercettibilmente la testa e abbassa gli occhi, perché la paura scaccia ogni emozione ma non la vergogna.

Supera il cancello e si confonde fra uomini e donne ospiti di quella che era una discoteca e ora è un Cas: centro straordinario di accoglienza. Uno dei 120 sparsi per la Sardegna e sbucati come funghi negli ultimi due anni. Un mediatore culturale si avvicina al gruppo di persone guidate da una senatrice 5 Stelle arrivata per un’ispezione. Dice: «Vi stavamo aspettando». Ha intenzione di mostrare il meglio del servizio per i richiedenti asilo. Ma quel meglio non c’è. Centodiciannove persone. Venti minorenni. Molte donne. Quattro aspettano un bambino. Gli altri sono maschi adulti che ciondolano.

La legge dice che donne, minori e uomini devono stare separati. Il mediatore senegalese scuote le spalle. «Siamo in emergenza, no?». Lo sanno bene le prefetture, costrette a reperire alloggi in fretta e furia. Poche strutture pubbliche e molte cavallette private confuse fra decine di cooperative sane. Servirebbero controlli. Ma ci vuole tempo. E soprattutto personale. Che non c’è. Il cubo di cemento ha due piani, camere arrangiate da dieci, dodici posti, letti a castello, lenzuola sottili che sembrano carta vetrata, bagni lasciati andare - «questi non sanno cos’è la pulizia» - uno stanzone dove sono raggruppati gli under 18.

E, in fondo a quella che doveva essere la pista da ballo, oggi perfettamente pulita, una tv. «Qui facciamo lezioni d’italiano», dice fiero il mediatore. Quando? «Due volte a settimana». Partecipano tutti? «Mica li possiamo obbligare». Uno dei minorenni si avvicina nervoso. Viene dal Gambia, usa un inglese basico ma chiaro. «Qui divento pazzo». Si picchia la testa con l’indice. «Sono arrivato sette mesi fa e non so una parola d’italiano. Non mi mandano a scuola. Il mio tutor non risponde neanche al telefono». E’ aggressivo. Sa di essere fastidioso. Ma l’ansia ha comunque la meglio.

La lamentela diventa corale. I minorenni arrivano tutti e venti, non ce la fanno più. «Vogliamo un futuro. Se no era meglio morire in mare». Il mediatore prova ad allontanarsi. Perché non li portate a scuola, non è obbligatorio? «Mica dipende da noi». E’ la sua risposta fissa. Lo sapete che cosa fanno le ragazze nigeriane? «I maggiorenni sono liberi di entrare e uscire come credono. Non dipende da noi». Che cosa dipende da voi? «Il cibo, i vestiti, un medico due volte a settimana. I corsi di lingua. Ma tutto è complicato». Poco complicato è contare i soldi. Un richiedente asilo adulto vale 35 euro al giorno. Un minorenne 45. Per l’ex discoteca fa poco più di 130 mila euro al mese. Un milione e mezzo l’anno. Tutto regolare. «Siamo qui per il loro bene».

In un ristorante poco lontano, di fronte alla parlamentare 5 Stelle e a un piatto di pesce fresco, il commercialista che gestisce il cubo di cemento parla di sé e della nuova impresa come fosse Madre Teresa di Calcutta. «Ogni mese spendo 30 mila euro per il cibo e 40 mila per le 24 persone che ho assunto. Più 7.500 euro di affitto e qualche migliaio di euro per le bollette». Facendo finta che abbia uscite impreviste per altri diecimila euro, ne mancano ancora quarantamila per arrivare all’assegno che la collettività stacca per l’opera benemerita. Ruba? No. Ma il sistema fa schifo. Più ammassi immigrati, più incassi.

E destreggiarsi in mezzo agli obblighi imprecisi dei bandi pubblici è un gioco. Risparmi su un insegnante, su una nutella, compri più frutta che pasta, prendi stock di lenzuola usate e i margini di guadagno esplodono. «Sa che penso quando vedo i ragazzi tristi?», dice il commercialista. Che avrebbero bisogno di scuola, formazione, bagni e letti civili? «Che dovrei prendere un intrattenitore per divertirli un po’». Ordina il dolce. E’ un uomo felice. Nella discoteca dormitorio la ragazza nigeriana si stende sul letto. Tiene il capo reclinato. Ti va di parlare? Si gira dall’altra parte con l’atteggiamento passivo di chi ha già predigerito ogni cosa e si aspetta solo di continuare il naufragio. 

Comuni in fuga
Lo Stato investe per l’accoglienza 4,5 miliardi l’anno. Difficile dire che siano soldi spesi razionalmente. Al ministero dell’Interno lo sanno. Un nuovo decreto prevede una task force per la verifica delle strutture di accoglienza. «Sono stati programmati 2500 controlli e l’autorità anti-corruzione spinge per una white list nella quale inserire cooperative al di sopra di ogni sospetto», dice Elena Carnevali, parlamentare Pd della Commissione Affari sociali. 

I pilastri del sistema sono due: lo Sprar (servizio di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) gestito dai Comuni, e, appunto, i Cas, affidati a privati scelti dalle prefetture attraverso bandi pubblici o chiamata diretta. L’adesione al progetto Spar è volontaria. Su ottomila Comuni, cinquemila e trecento hanno detto no grazie. «Aprire ai migranti non rende popolari. E in Italia si va al voto ogni anno», dice Carnevali. «Basterebbe accogliere la proposta di distribuire tre immigrati ogni mille abitanti per ridurre considerevolmente il problema.

Più le strutture sono grandi, più sono grandi i problemi», spiega monsignor Giancarlo Perego, direttore della fondazione Migrantes e neo arcivescovo di Ferrara. La solidarietà che l’Italia chiede all’Europa dovrebbe pretenderla dai sindaci. In Svezia hanno risolto con una legge: non vuoi la tua quota di immigrati? La prendi lo stesso. Da noi no. Ma se gli immigrati non arrivano attraverso lo Sprar, lo fanno attraverso i Cas. Ogni due strutture pubbliche ce ne sono dieci private. «Cercheremo di ribaltare il rapporto», dice Carnevali. 

In Sardegna i Cas sono aumentati del 400%. Una bella inchiesta della Nuova Sardegna li ha messi in fila: il centro vacanze Baja Sunaiola, il centro congressi Antas di Fluminimaggiore, l’hotel ristorante Toluca, l’hotel Summertime. Strutture turistiche che non ce la facevano più e hanno rialzato la testa col business degli immigrati. Si potrebbe dire che parte di loro paga debiti pregressi con soldi pubblici. Va così ovunque. Che ne sanno di mediazione culturale o di formazione? Niente. Ma per qualche anno sapranno come arrivare a fine mese. 



Il laboratorio dei fantasmi
In questo quadro sballato, buoni e cattivi rischiano di finire nelle stesse sabbie mobili del sospetto. Giuseppe Guerini, galantuomo che guida Confcooperative, è costretto a fare i conti con una preoccupazione e con un’amarezza. «La preoccupazione è che il sistema di accoglienza si sta trasformando in una fabbrica di clandestini. L’amarezza è di essere considerati affaristi. Chi si comporta correttamente, come i nostri soci, non ha grandi margini di guadagno.

Però le cooperative che fanno riferimento a noi e a Lega Coop sono novemila, mentre nella banca dati del ministero ne sono iscritte ventimila. Molte sono nate di recente attorno ai rifugiati sulla base di autocertificazioni. Per aprire una cooperativa bastano tre persone davanti a un notaio. Prima che arrivino i controlli passano anni». Ma perché Guerini parla di fabbrica di clandestini? Per capirlo vale la pena andare a Bergamo, dove il meccanismo dell’accoglienza, che ruota attorno alla Caritas e alla cooperativa Ruah, è tra i più trasparenti ed efficaci d’Italia.

Grosse strutture da 300 posti come il centro Gleno, o da 60 come Casa Amadei, organizzati come convitti svizzeri, si alternano a 150 appartamenti affittati nei condomini. Bilanci e stipendi certificati (il presidente della Ruah guadagna 1600 euro al mese e si è comprato una Golf dopo 36 anni di lavoro) e uno schema ricettivo chiaro. «Prima cosa una scuola di italiano che dura per tutta la permanenza. Poi il coinvolgimento nel volontariato. Quindi l’organizzazione di corsi di formazione e infine tirocini e borse lavoro». La parola più usata da don Claudio Visconti, direttore della Caritas diocesana, e Bruno Goisis, presidente della Ruah, è progetto. Mettono la persona al centro. Investono. La formano. 

Meccanici di biciclette, cuochi, artigiani navali. E poi? «Poi arriva il problema». Perché otto richiedenti asilo su dieci sono migranti economici e non ottengono il permesso di soggiorno. Restano al centro Gleno o a Casa Amadei per due anni e dopo finiscono in mezzo alla strada con il foglio di via. Lo Stato li caccia. Ma non li accompagna alla porta. E gli immigrati diventano fantasmi. Eccola la fabbrica dei clandestini. «I soldi che spendiamo nella formazione vanno sprecati. Le relazioni vanno sprecate. E allora mi domando, soprattutto col blocco del decreto flussi, perché non introduciamo un sistema premiale che consenta di restare a chi si è formato e dimostra voglia di lavorare». Perché la politica aiuta chi scappa dalla guerra. Ma considera un criminale chi scappa dalla povertà. «Eppure i richiedenti asilo sono una parte minimale dei migranti. 

Qui ci sono un milione e trecentomila abitanti, centotrentamila famiglie straniere residenti e 1500 richiedenti asilo. Possono essere un problema?». Che fine faranno questi 1500 ragazzi, don? «Andranno a Roma a fare gli ambulanti. A Napoli a lavorare nei campi. Un gruppo, pakistani e cingalesi, si fermerà a Foggia a mungere le mucche in cambio di vitto, alloggio e dieci euro al giorno». Lasciano una terra dove un po’ di lavoro regolare ci sarebbe per spostarsi a Sud. Dove il lavoro è nero, sottopagato e non servono documenti. Ultima fotografia di un’Italia spaccata a metà.

Vacanze con il cane? Se volate in questi Paesi meglio lasciarlo a casa

ilgiornale.it
Oscar Grazioli - Dom, 04/06/2017 - 10:08

Ecco l'elenco delle razze bandite all'estero. In Ucraina il terzo grado lo fanno al padrone



Sono giorni decisivi per chi andrà in ferie da qualche parte, mare o montagna, lontano o vicino, in Italia o all'estero.

Sono tempi di attenta consultazione dell'atlante, delle guide turistiche e di serate con gli amici sognando, davanti al mappamondo rubato al nipotino, le mete più esotiche. Certo, se avete deciso per l'estero, portarsi dietro Fido potrebbe complicare un tantino il viaggio e non rispettare le regole, talvolta severissime, delle varie nazioni, può comportare «l'arresto» e la detenzione del vostro ignaro cane. Mary Beth Miller, un'infermiera veterinaria texana, amante dei viaggi e dei cani, ha steso un piccolo vademecum per chi viaggia all'estero con Fido dal quale si rileva che vi sono almeno 28 nazioni nelle quali, viaggiare con un cane, può essere molto pericoloso. Quindi, prima di preparargli la valigetta, sarà bene conoscere quali evitare.

Chi ha deciso di fare le ferie in Italia non ha alcun problema, a parte trovare l'alloggio che accetti Fido. Per quanto attualmente in nessuna regione viga l'obbligo della vaccinazione antirabbica, la situazione può cambiare di giorno in giorno e il consiglio è di fare questa e le altre vaccinazioni di base regolarmente. E ora vediamo invece quali regole vigono in alcune nazioni, fonti di attrazione turistica, premettendo che, se avete un cane che supera gli 8 chili di peso, andrà sicuramente in stiva, altro fattore da tenere ben presente e che per l'Europa è necessario il passaporto europeo, la vaccinazione antirabbica e talvolta particolari trattamenti antiparassitari.

Inghilterra. Dal 1997 sono bandite le seguenti razze: American Pitbull Terrier, Dogo Argentino, Fila Brasileiro (Brazilian Mastiff) e Tosa Inu. I cani devono avere un titolo adeguato di anticorpi per la rabbia. Museruola e guinzaglio sono d'obbligo (occhio che lì non scherzano!) sulla pubblica via.

Svizzera. Sono bandite 5 razze: American Staffordshire Terrier, English Bull Terrier, Staffordshire Bull Terrier, American Pitbull Terrier e il Bandog. Portogallo. Sono bandite 7 razze: Staffordshire Bull Terrier, American Staffordshire Terrier, Rottweiler, Dogo Argentino, Fila Brasileiro (Brazilian Mastiff), Tosa Inu e Pitbull. Spagna. Per 9 razze, tra cui il Rottweiler, chiede un certificato legale che non abbiano mai morsicato.

Germania. Sono bandite 4 razze: American Pitbull Terrier, American Staffordshire Terrier, Staffordshire Bull Terrier e English Bull Terrier.

Francia. Ha bandito 8 razze di molossi, compreso il Rottweiler. Russia, Bielorussia e Ucraina: si arriva a 80 razze per cui occorre la maggiore età, la patente e sì, insomma non proprio la mèta giusta.

Scandinavia. In Danimarca si arriva a 12 razze bandite. Stati Uniti. Nessuna restrizione di razza.

Canada. Nessuna restrizione di razza, tranne il Pitbull in Ontario

Australia: banditi Dogo Argentino, Dogo Canario, Fila Brasileiro, Pitbull Terrier e Tosa Inu.

Bermuda. 22 razze bandite tra cui Rottweiler, cane Corso e Alano. Ecuador: banditi Rottweiler e Pittbull. Israele: 8 razze bandite, tra cui il Rottweiler.

Alla fine, non sarà meglio restare con Fido nel nostro bel (geograficamente) Paese?

Licenza di uccidere

corriere.it
di Massimo Gramellini

Il ragazzo rom arrestato ieri per il rogo delle tre sorelle di Centocelle è lo stesso che pochi mesi prima, sempre a Roma, aveva scippato la studentessa cinese travolta da un treno mentre cercava di riprendersi la borsetta. Non che da allora il ladro si fosse dato alla latitanza. Era stato regolarmente arrestato. Ma altrettanto regolarmente era tornato libero in meno di due mesi. Libero, a quanto pare, di dare fuoco a tre ragazze imprigionate dentro una roulotte.
Ammettiamo che, dal punto di vista giuridico, la decisione di lasciarlo uscire non facesse una piega. Tra prescrizioni e patteggiamenti, scontare la pena è ormai considerata una bizzarria in un Paese costretto a rimettere in strada i condannati che non è in grado di ospitare nelle sue poche e fetide carceri. Però ci sono ancora casi in cui questo esito ripudia al nostro senso più profondo di giustizia. L’imputato Serif Seferovic non era colpevole che dello scippo e solo per quello andava giudicato. Ma la morte accidentale della vittima era pur sempre avvenuta in conseguenza del suo reato. Come è possibile che questo piccolo particolare non abbia suggerito qualche precauzione speciale?

Obbligo di firma, braccialetto elettronico, qualsiasi cosa tranne che mandare fuori lo scippatore e dimenticarsi della sua esistenza un attimo dopo. A chi dice «è la legge» verrebbe da rispondere che, quando la Giustizia non sa più parlare alla Vita, l’utilità delle leggi svanisce e le stesse vengono percepite dai cittadini come un sopruso. Offrendo il più solido dei pretesti a chi vuole farsi giustizia a modo suo.


Omicidio delle sorelle rom: chi è Serif, l’uomo arrestato. Condannato a 2 anni e libero venti giorni dopo. Scippò Zhang
corriere.it
di Ilaria Sacchettoni

Vent’anni, una moglie e due figli: chi è l’uomo fermato per l’omicidio delle sorelline rom a Centocelle. Il fermo per lo scippo della studentessa cinese morta sui binari, poi i domiciliari e ora l’arresto. Ma si cerca anche un’altra persona



Vent’anni, moglie e due figli, perché nei campi rom si cresce in fretta: Serif Seferovic è abituato alle fughe. La prima, dopo lo scippo alla studentessa cinese Yao Zhang, a cui rubò l’adorata borsa di Alexander Mc Queen, era durata quasi tre settimane. Arrestato per il furto — la morte della ragazzina sui binari del treno fu la tragica conseguenza del suo tentativo di inseguire i ladri — Serif trascorre venti giorni in carcere. Nessun precedente. Incensurato. Con due bambini. L’avvocato, Gianluca Nicolini, spunta presto i domiciliari. Dopo altri quaranta giorni trascorsi nel camper di famiglia, ai primi di aprile, Seferovic torna in libertà. Ha chiesto scusa fra le lacrime alla famiglia Zhang. Le sue parole— «potevamo essere fratelli aveva quasi la mia età» — convincono tutti sul suo pentimento.
La pena sospesa
La gup, Tamara De Amicis, lo giudica con rito abbreviato, sconto di un terzo della pena. Serif ascolta la sentenza da uomo libero. Due anni di carcere, pena sospesa. Per un soffio, ma intanto è la libertà. Il suo avvocato non ci pensa neppure più finché, racconta oggi, non riceve una telefonata. L’11 maggio scorso, la mattina dopo il rogo nel quale sono bruciate le sorelle Halilovic, Seferovic piange al telefono con Nicolini: «Continuava a ripetermi “non sono stato io, non sono stato io”. Gli dico “ma di che parli? Calmati. Non tutto quello che succede a Roma è colpa tua, fammi capire...”. Lui mi spiega allora di aver saputo di essere ricercato dalla squadra mobile per l’omicidio delle bambine». Nicolini si mette in ascolto con maggiore attenzione.
Dallo scippo alla morte delle sorelline
Giorni dopo va dal pubblico ministero Antonino Di Maio, che indaga sul rogo di quella notte e gli dice: «Ho un cliente, quello dello scippo alla ragazzina cinese, che vorrebbe essere ascoltato». Il magistrato gli risponde di no, che non c’è ragione di sentirlo. La motivazione è chiara: la Procura ha raccolto elementi sulla tragedia del 10 maggio scorso, ha la ricostruzione dei familiari, i verbali che accusano altre famiglie rom del gesto terribile, insomma sta completando il quadro delle accuse, non c’è bisogno della versione di Seferovic. Ma di prove per arrestarlo. Dunque dal regime di libertà in cui era tornato Seferovic avrebbe potuto tornare a commettere reati. Ma il punto ora sembra essere un altro: perché mai uno scippatore avrebbe deciso di fare il salto di qualità e trasformarsi in un potenziale omicida?

A questa domanda non c’è risposta perché Seferovic nega ogni addebito, spiega il suo difensore: «Semplicemente dice di non essere stato lui. La notte del rogo stava dormendo in un furgone lungo la Roma Civitavecchia, non può essere stato lui a incendiare quel camper». I dubbi sul suo comportamento non svaniscono per incanto però. Inclusa quella telefonata preventiva fatta al suo avvocato per chiedere di essere ascoltato dai pubblici ministeri. E compresa la fuga a Torino ovviamente, dove vivono gli altri familiari. Anche i Seferovic come gli Halilovic sarebbero stati in fuga da via Salviati dopo i contrasti fra le famiglie. E dunque una parte dei Seferovic si sarebbe ricongiunta a Torino con altri parenti.
Chi c’era con lui?
Ora il fermo. Lunedì si svolgerà l’udienza per la convalida. Mentre il 6 giugno prossimo ci sarà un altro passaggio fondamentale per l’inchiesta. Gli accertamenti tecnici irripetibili con il prelievo di un campione biologico: la Procura è certa che le impronte di cui dispone siano quelle di Seferovic. Manca all’appello una persona intanto. Seferovic non era solo la notte del rogo. Chi lo accompagnò all’appuntamento con gli Halilovic è tuttora in libertà. Per Elisabeth, Francesca e Angelica la giustizia è ancora incompleta.

Il generale coraggioso che avvertì Mussolini

lastampa.it
andrea cionci


Generale Federico Baistrocchi 1871-1947

“Duce, l’Impero che avete creato lo perderete” con queste parole il generale Federico Baistrocchi si giocò una straordinaria carriera costellata di successi e promozioni sul campo. Del tutto sconosciuto ai più, è un personaggio che merita di essere ricordato per le straordinarie capacità e la lealtà con cui spese la sua vita al servizio del Paese. Proprio due giorni fa ricorrevano i settant’anni dalla sua morte, avvenuta a Roma il 31 maggio 1947, dopo quasi due anni di detenzione che lo minarono irrimediabilmente nel fisico.

L’Esercito ha, così, deciso di dedicargli una mostra presso il Museo dei Granatieri di Sardegna a Roma (P.za S. Croce in Gerusalemme), che aprirà i battenti il 16 giugno, nella quale saranno esposti cimeli personali del generale e documenti di eccezionale importanza, come quella lettera che il 18 settembre 1936 egli indirizzò a Benito Mussolini. Baistrocchi aveva profondamente riflettuto sull’ordine del Duce di recuperare armi e materiali dall’Etiopia, dopo la vittoriosa campagna africana. “Con la mia abituale franchezza, pur sapendo di non farvi, anche questa volta, cosa gradita, vi dirò che tale ritorno in patria (di mezzi e materiali n.d.r.) sarebbe esiziale per l’esistenza dell’Impero che voi avete voluto e fondato”.


Spalline e mostreggiature del generale Baistrocchi

Anche Baistrocchi presentiva la deflagrazione di un conflitto mondiale, ma ammoniva Mussolini: “La guerra che prevedete sarà lunga [...] troverà l’universo diviso in due campi opposti per una lotta senza quartiere e perciò sarà lunghissima e all’ultimo sangue. Trionferà chi avrà saputo meglio prepararsi, resistere, alimentarsi. Il Mediterraneo non è nostro; l’Inghilterra lo domina [...] la Francia e anche l’America (poiché ritengo che anch’essa sarà contro di noi) vorranno farci scontare il nostro grande successo in Africa”. Di quale posizione godeva, dunque, Baistrocchi per potersi permettere di scrivere cosi al Duce? E cosa aveva fatto per meritarsela?

IL DIAVOLO ROSSO
Così lo avevano soprannominato gli Austriaci nella Grande Guerra. Come artigliere era divenuto il loro flagello: aveva infatti ideato una particolare forma di impiego dell’artiglieria in appoggio alla fanteria che gli era valso questo appellativo da parte degli austriaci e, da parte dei soldati italiani, quello di “artigliere del fante”.Alla discesa in campo dell’Italia contro gli Imperi centrali, Baistrocchi aveva già maturato una ricca esperienza.

Dopotutto, era figlio d’arte: suo padre Achille aveva preso parte a tutte le guerre risorgimentali. Federico era nato a Napoli nel 1871 da antica e nobile famiglia di origini polacche: presto fu inviato al Collegio militare della Nunziatella e poi all’Accademia di Modena. Prese parte alla campagna di Eritrea del 1896, alla campagna di Libia del 1911. Per il suo valore e perizia ottenne varie promozioni per merito di guerra e ben sei medaglie al Valore, ma per lui stesso, la più ambita fu quella d’oro che gli Arditi del 1° battaglione d’assalto gli offrirono per averli accompagnati con il preciso fuoco dei suoi cannoni alla conquista di Q. 800 della Bainsizza.


Lettera di Baistrocchi a Mussolini del 18 settembre 1936

IL GRANDE INNOVATORE
AL termine della Grande guerra, promosso Generale ed eletto Deputato, tra il 1924 e il 1933 non si occupò di politica ma esclusivamente di questioni, leggi e riforme militari. Per questa sua riconosciuta preparazione tecnica ed esperienza sul campo, Mussolini, nel 1933 lo chiamò ad assumere l’incarico di Sottosegretario di Stato per la Guerra e, dal 1 ottobre 1934, anche la carica di Capo di Stato Maggiore dell’Esercito.

Il temperamento entusiasta ed esuberante di Baistrocchi irruppe nel severo ambiente piemontese di Via XX Settembre portando un vasto piano di riorganizzazione e modernizzazione delle truppe italiane, da attuarsi in due trienni: 1933-36 e 1936-39. Riuscì ad imprimere, da subito, un salutare “scossone” alla sua forza armata: svecchiare, innovare, motorizzare, abbandonando definitivamente i vecchi concetti del primo dopoguerra. Il suo primo impegno fu l’introduzione di criteri più meritocratici per l’avanzamento degli ufficiali.

Si occupò quindi di un piano di riforme che prevedeva l’ammodernamento delle armi in dotazione alla fanteria e all’artiglieria e al loro munizionamento. Diede il massimo impulso alla meccanizzazione e motorizzazione dell’Esercito con la costituzione organica del Corpo Automobilistico e trasformando e motorizzando reparti di cavalleria, bersaglieri, batterie di artiglieria e creando le prime unità corazzate e autotrasportate.

Si preoccupò di migliorare il trattamento e l’addestramento delle truppe, il suo equipaggiamento e vestiario, con maggiore praticità e comodità rispetto a quanto adottato dai precedenti regolamenti. Con l’istituzione del nuovo corpo denominato “Guardia alla Frontiera” (GAF) l’Esercito venne svincolato dal compito di assicurare la copertura dei confini per impegnarsi quindi a garantire la difesa del restante territorio nazionale.


Le decorazioni del generale

PRECURSORE DELLA GUERRA-LAMPO
L’Italia aveva finalmente un esercito moderno, e i risultati si videro nella campagna di Etiopia. Dopotutto, Baistrocchi non era mai stato favorevole a quell’impresa africana, e non aveva nascosto al Re e a Mussolini le perplessità sull’affrontare una guerra a 8000 km di distanza, ma quando ricevette l’ordine di approntare i mezzi per la campagna, diede il meglio di sé nella preparazione.

Rispetto alle quattro divisioni previste, Baistrocchi, che era un grande logista, riuscì a inviarne 20, perfettamente equipaggiate e rifornite. Si mise così in luce per le sue capacità tanto che vi fu un momento in cui Mussolini pensò di sostituire Badoglio (la cui lentezza nel procedere lo esasperava) con lui, ma fu proprio Baistrocchi a sottolineare che un simile avvicendamento avrebbe causato dei problemi nella gestione del Corpo di spedizione da Roma che era sotto la sua responsabilità.

In quel mentre, infatti, il generale napoletano era tutto impegnato a “clonare” in Patria tutti i reparti che inviava in Africa Orientale per non lasciare sguarnite le difese in Italia. La campagna d’Etiopia fu un pieno successo e venne definita all’estero un “capolavoro di logistica, strategia e tattica” destando non poche invidie. Possiamo dire che i primi concetti di “guerra lampo” furono teorizzati proprio da Baistrocchi in quegli anni e ad essi, con ogni probabilità si ispirarono i generali tedeschi.

Il generale, tuttavia, era saldamente ancorato alla realtà e riteneva la guerra lampo possibile solo con un rapporto di forze non paritario, cosa che non mancò di far notare a Mussolini. Tra l’altro, rimase ben lontano dal considerare i risultati in Africa come acquisiti definitivamente. Nella famosa lettera, diffidava il Duce dal sottrarre uomini e mezzi dalle nuove colonie appena conquistate: mirava anzi a renderle autonome dalla madrepatria perché sapeva che i mari erano allora dominati dal Regno Unito.


Baistrocchi al tavolo di lavoro

IL MALINTESO CON BADOGLIO
Fu proprio nella campagna d’Etiopia, con l’accennata intenzione di Mussolini di sostituire Badoglio con Baistrocchi che si verificò il malinteso che mise in allarme il primo dei due generali. Queste infatti furono le parole di Badoglio riportate dal generale Rodolfo Graziani: “Durante la campagna d’Etiopia, Baistrocchi ha tentato di farmi la forca, ma la pagherà. Perché, vede Graziani – incalzò con aria minacciosa – io i miei nemici li strangolo lentamente, così, col guanto di velluto”. In realtà Baistrocchi aveva fatto solo il suo dovere di “tecnico” e non aveva alcuna intenzione di “fare le scarpe” al suo superiore.

L’occasione per disarcionare quello che pensava fosse un rivale, Badoglio la ebbe, tuttavia, quando Baistrocchi scrisse a Mussolini la lucida e profetica lettera del 18 settembre ’36. Fu grazie a questa che Badoglio poté convincere il Duce a destituirlo. Il generale napoletano fu nominato Conte e Senatore de Regno per i grandi meriti acquisti, ma, de facto, fu escluso da ogni ruolo di responsabilità. Mussolini gli propose, poi, di comandare le truppe nella guerra di Spagna, ma egli rifiutò. Come molti italiani anche il generale aveva probabilmente perso entusiasmo verso una politica nella quale non si riconosceva più.


Il berretto originale di Baistrocchi con gradi da generale

LA STOCCATA FINALE
Con il crollo del Regime e l’insediarsi di Badoglio come capo del Governo, il 18 aprile 1945 con richiesta del Commissariato per le sanzioni contro i Fascismo Baistrocchi, allora settantatreenne, fu arrestato e rinchiuso nel carcere di Regina Coeli come un delinquente comune. Qui rimase per un anno e tre mesi in attesa del processo. Al generale instancabile e intrepido, il peso della calunnia fu molto gravoso, tanto che dimagrì di 21 chili. Solo gli ultimi due mesi prima del processo li trascorse nel carcere militare di Forte Boccea, trattato con il dovuto rispetto. L’accusa era di avere, come Sottosegretario alla Guerra, compromesso e tradito le sorti del Paese tanto da averlo successivamente condotto alla catastrofe mediante la fascistizzazione dell’Esercito, influenzandone l’ordinamento, la tecnica militare, la regolamentazione e la disciplina. Il processo presso il tribunale militare di Roma iniziò il 10 settembre 1946 e fu seguito da tutta la città.


Il 76enne Baistrocchi si difende al processo

VITTORIA E MORTE
L’abbondante documentazione della sua attività e le testimonianze a suo favore di un alto numero di personalità militari e politiche di tutti i Partiti, riabilitarono totalmente la sua figura di soldato, di comandante e di italiano. Il processo durò 12 giorni e si concluse il 22 settembre.

Baistrocchi respinse energicamente ogni accusa parlando 5 ore di seguito ed elencando esattamente il suo operato e le sue argomentazioni. Tuttavia, mai ebbe parole contro il suo nemico Badoglio. Su richiesta dello stesso Pubblico Ministero, l’anziano generale fu quindi assolto con formula piena, tra gli applausi del pubblico e grandi manifestazioni di approvazione. La sentenza consacrò la figura di questo ufficiale con pieno, incondizionato riconoscimento. Uscì dal carcere alle ore 15 del 22 settembre 1946.

Già debilitato dalla vicenda infamante del carcere, pochi mesi dopo, morì per un attacco di cuore, il 31 maggio 1947. Riposa alla Certosa di Bologna. Come scrisse il grande invalido di guerra Carlo Delcroix, per il suo epitaffio: “Visse abbastanza da rivendicare con il proprio nome quello dell’Esercito che si voleva colpire in uno dei suoi Capi più degni, ma il cuore che aveva contenuto il giubilo della guerra vinta e l’angoscia della guerra perduta alla fine si infranse. La famiglia che amò più di se stesso e l’Italia che servì fino alla morte, nel piangerne la perdita, non vogliono sia perduto il suo esempio”.

I missili della Corea del Nord

ilgiornale.it
Alberto Bellotto

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Il 29 maggio la Corea del Nord ha deciso di effettuare un nuovo test missilistico. Il lancio è avvenuto nella zona di Wonsan, nella provincia di Kangwŏn-do nell’aria orientale del Paese. Quest’ultimo esperimento si inserisce all’interno di una forte tensione in tutta la penisola coreana. Secondo Roh Jae-cheon portavoce dell’esercito di Seul il lancio ha riguardato un semplice missile Scud, un vettore di corto-medio raggio, che ha volato per circa 450km prima di inabissarsi nella acque del Mar del Giappone.

La Nord Corea ha un ampio arsenale di missili a corto raggio tutti di derivazione sovietica. Ma l’ultimo lancio è arrivato sette giorni dopo un altro test. In quel caso si trattò di un missile di medio-lungo raggio un Pukkuksong-2. Pyongyang sta continuando a effettuare questi lanci per diversi motivi. Uno di questi è quello di implementare gli ICBM, ovvero missili balistici intercontinentali con l’obiettivo di porre sotto tiro anche gli Stati Uniti continentali.

Un altro obiettivo è quello di «aumentare la pressione sul governo di Seul perché cambi la sua politica nei confronti del Nord» ha spiegato ancora Roh Jae-cheon. Da quando il nuovo presidente sudcoreano Moon Jae-in si è insediato ci sono stati ben tre test senza contare qualche momento di tensione lungo la linea del 38 parallelo con un drone di Pyongyang abbattuto da una raffica di mitra dei militari del Sud. Il neo presidente Moon ha detto più volte che le sanzioni contro il Nord non sono uno strumento efficace per giungere a un clima di distensione. Complessivamente i test effettuati da Pyongyang dall’inizio dell’anno sono stati unidici e hanno interessato vari tipo di vettore.

Picco di test sotto il regime di Kim Jong-un

Le attività missilistiche sotto il regime di Kim Jong-un hanno avuto un picco esponenziale. Nel giro di cinque anni sono stati effettuati oltre 80 test, alcuni un completo fallimento con l’esplosione del vettore a pochi secondi dal lancio, altri invece sono stati considerati un successo. Quelli che sono riusciti a superare la fase di lancio sono finiti nel Mar del Giappone, in certi casi anche all’interno della zona economica giapponese.

L’incremento dei test può essere spiegato non solo come una provocazione ai vicini del Sud e agli americani, ma anche con uno stato avanzato dello sviluppo degli ICBM. Al di là dei video mostrati dalla tv di Stato nord coreana è difficile comprendere con esattezza se i test riguardino il missile in sé oppure componenti di esso, come ha spiegato a Reuters Kim Dong-yub un esperto dell’università di Kyungnam: «Dietro all’ultimo test ci sono diverse ipotesi. Potrebbe essere un test per valutare un tipo di motore, o una prova per verificare il funzionamento del motore principale del primo stadio di un missile ICBM».

Per arginare questa minaccia crescente la comunità internazionale, soprattutto Corea del Sud e Stati Uniti, è corsa al riparo. Da un lato Washington ha mosso le sue portaerei verso la penisola coreana, inizialmente solo la Uss Carl Vinson poi la Uss Ronald Reagan (che aveva finito la manutenzione biennale in un porto del Giappone) e infine al Uss Nimitz. Dall’altro lato gli americani hanno spinto per l’istallazione del sistema antimissile Thaad (Terminal High Altitude Area Defense). Posizionato nel nord nel Paese in tutta fretta all’inizio di maggio per evitare eventuali blocchi da parte del nuovo presidente, che in più di un’occasione si è detto scettico.

La Cina, che in questa vicenda è rimasta spesso a guardare, se non per sporadiche dichiarazioni che chiamavano alla calma e all’azione diplomatiche. Pechino si è sempre mostrata ostile al Thaad, considerato come uno mezzo per spiare le attività missilistiche della Repubblica popolare. Il sistema è stato presentato come strumento di difesa dai missili di Pyongyang ma da quando è stato istallato non ha mai sparato uno solo colpo. Sia perché i vettori erano indirizzati verso est e non verso sud e sia perché potrebbe non funzionare.

Radiografia dell’arsenale di Kim

Per prima cosa il Thaad è in grado di abbattere i missili solo nella fase terminale del loro lancio quindi i vettori di media e lunga percorrenza sarebbero esclusi, come nel caso del Hwasong lanciato a metà del mese. Ma un missile come il Hwasong potrebbe essere un problema anche se Pyongyang decidesse di puntarlo su Seul. Il Thaad infatti non è mai stato testato con missili lanciati a forte curvatura. Sparati cioè con un angolo di lancio molto elevato, come accaduto nel test del 14 maggio. L’Hwasong è stato infatti lanciato a un’altitudine di 2 mila metri dimostrando che la testata è in grado di resistere alle forti temperature generate da una caduta dall’orbita terrestre media. Allo stato attuale non si sa se il Thaad riesca a individuare e distruggere un vettore lanciato in questo modo.

Diversi centri di analisi come il Csis, center for strategic e international studies, hanno cercato di fotografare l’arsenale nelle mani di Kim. Sulla carta Pyongyang avrebbe nove diversi vettori a sua disposizione, ma solo quattro sarebbero pienamente operativi. Due di questi, gli Hwasong-5 e 6 avrebbero una gittata massima di 500km, mentre gli altri due potrebbero superare i mille. Nessuno di questi però sarebbe in grado di minacciare il territorio americano, nemmeno l’isola di Guam. Altri sono invece in fase di test, il Pukkuksong-2, il Taepodong-1 e il Hwasong-12. Restano invece in fase di sviluppo quelli più pericolosi, i Kn-08 e 14 e il Taepodong-2 che sulla carta potrebbe essere quello in grado di raggiungere la costa occidentale degli Usa.

L’atomo di Kim: Pyongyang verso la bomba H?

La storia nucleare nordcoreana inizia già negli anni ’50. Nel corso dei decenni Pyongyang ha sviluppato una capacità notevole nel ciclo di gestione del nucleare, tenendo condo dell’embargo e delle difficoltà di approvvigionamento. Il Paese dispone sia di plutonio che di uranio arricchito. Al centro del programma c’è il reattore nucleare di Yongbyon e il relativo l’impianto di ritrattamento.
Per il momento nessuno dei test montava testate con materiale nucleare. I rapporti dell’intelligence non sono stati in grado di verificare con precisione né se la Corea del Nord sia in grado di sparare un missile capace di arrivare a colpire obiettivi americani né se disponga già di warhead, testate, con materiale nucleare. Quello che è certo è che con l’avvento di Kim Jong-un è aumentata anche l’attività nucleare.

Verso la fine del regime del padre, nel periodo che va dal 2006 al 2009 vennero effettuati due test atomici nella regione nord orientale del Paese. Il primo con una potenza di solo 0.48 kilotoni e il secondo di 7. Tra il 2013 e 2016 invece i test sono stati tre tutti con una potenza crescente fino a quello del settembre 2016 che sprigionò una forza di 17.8 kilotoni e un sisma di magnitudo 5.3. Allo stato attuale non sono stati compiuti altri test ma diversi rapporti parlano di impianti per l’arricchimento dell’uranio. Nel gennaio del 2016 Pyongyang ha dichiarato di essere aver testato una bomba all’idrogeno miniaturizzata. Si è trattato di un passo avanti notevole rispetto ai precedenti test che coinvolgevano bombe atomiche convenzionali. Ma le dichiarazioni del regime sono state considerate dagli esperti americani come eccessive. È più logico pensare che gli ultimi esperimenti abbiano riguardato un vecchio dispositivo atomico potenziato e non una vera e propria bomba H.

La task force contro l’odio sul web funziona: in sei mesi più messaggi offensivi rimossi

lastampa.it
emanuele bonini

Risultati «incoraggianti» dall’alleanza tra Unione europea e principali social network per combattere l’intolleranza. Gli immigrati e i musulmani restano le categorie più colpite

Più monitoraggi, più velocità di risposta, e soprattutto più messaggi rimossi. L’alleanza tra Unione europea e principali social network contro l’intolleranza su internet funziona, almeno questo indicano i numeri. A un anno dal lancio della particolare iniziativa, è possibile vedere un incremento costante nella cancellazione di post e discorsi di istigazione alla violenza dal web. Una mano pesante che non ha risparmiato l’Italia, ai primi posti in Europa per tasso di censura di contenuti multimediale ritenuti inappropriati e offensivi, e con gli operatori della rete che solo nella Penisola hanno fatto un lavoro imponente portando il tasso di messaggi cancellati dal 3,6% di dicembre all’81,7%. E’ la Commissione europea a stilare un secondo bilancio semestrale di questa speciale task-force creata con Facebook, Twitter, Youtube e Microsoft. I risultati sono ritenuti «incoraggianti», ma l’esecutivo comunitario invita a fare di più.

In sei mesi più censure, e 212 denunce alla polizia
L’iniziativa contro i messaggi e i discorsi di odio su internet è stata avviata a giugno dello scorso anno, dopo che la Commissione ha finalizzato gli accordi con i quattro operatori web per un codice di condotta sul web. Un primo stato della situazione è stato compiuto a dicembre, e a distanza di sei mesi si è condotto un secondo resoconto. Da dicembre 2016 a maggio 2017 sono state ricevute 2.575 denunce di post ritenuti offensivi. Di questi 1.522 sono stati rimossi. Praticamente sei messaggi su dieci (59%) hanno violate il codice di condotta voluto dall’Ue e dai social media.

Tutti, nessuno escluso, ha usato la linea tenera. Al contrario, Facebook ha rimosso il 66,5% dei 1.273 contenuti pubblicati oggetto di contestazione (il tasso di cancellazione era del 28,3%, al termine della prima indagine di dicembre), YouTube ha censurato il 66% dei 658 casi rilevati (nel periodo giugno-dicembre 2016 le rimozioni furono del 48,5% ), e Twitter ha ripulito il 37,5% dei 664 «cinguettii» oggetto di contestazione (anche per Twitter le cancellazioni aumentano, rispetto al 19,1% registrato a dicembre).L’attività di pulizia del web ha portato anche a 212 denunce alla polizia, a testimoniare l’attenzione e la capacità di intervenire in modo sempre più efficace.

Islamici e migranti i più odiati
Gli immigrati (17,8% del totale dei post contestati) e i musulmani (17,7%) sono le categorie più colpite dall’incitamento all’odio su internet. Sono loro l’oggetto della maggior parte di conversazioni e commenti cattivi, probabilmente per effetto della crisi migratoria e degli attacchi terroristici. Certo è cambiato il sentimento intollerante dominante: fino a dicembre era l’antisemitismo il principale fenomeno degli internauti (23,7% dei messaggi pubblicati contestati), un dato attualmente sceso (8,7%). Va detto che rispetto all’indagine condotta a dicembre, la voce «xenofobia» che monitorava i messaggi nei confronti dei migranti non era prevista. Così come non era prevista la categoria dei messaggi di odio sulla base degli orientamenti sessuali, che comunque rappresenta il 12,7% dei discorsi denunciati su internet, la quarta categoria per discriminazione.

Aumenta il tempo di reazione
Nel complesso il risultato è «positivo», se si considera il tempo di reazione e di intervento. A distanza di sei mesi le squadre di tecnici e informativi sono diventate più veloci nel ripulire internet dai messaggi di incitamento all’odio. Nel 54,1% le compagnie oggetto del codice di condotta europea per l’uso responsabile del web si sono occupate dei casi segnalati nell’arco delle 24 ore successive alla denuncia. Sei mesi fa il dato si fermava al 40%. A questo si aggiunge un altro 20,7% di contestazioni gestite in due giorni. In sostanza, allo stato attuale, l’Ue è in grado di occuparsi del 74,8% dei post intolleranti nell’arco di quarantotto ore. 

Ue: sulla strada giusta
«Le compagnie stanno rimuovendo il doppio di discorsi di odio, e più velocemente rispetto a sei mesi fa», rileva Jourova, convinta del fatto che i numeri contenuti nel resoconto sia «un importante passo avanti nella giusta direzione» e la dimostrazione che l’Ue può produrre risultati concreti. Ma non basta. Facebook, Twitter, Youtube e Microsoft «devono fare di più». L’Ue intende vincere la battaglia contro l’odio.

Italia, Paese di cattivi utenti e bravi censori
L’Italia ha un problema con internet, il suo utilizzo e, probabilmente, con gli italiani. I social network sono il posto dove si concentra e si addensa l’odio della popolazione, che a giudicare dai dati non fa mistero della proprie pulsioni intolleranti. L’Italia è in termini percentuali il quinto Paese dell’Ue per tasso di messaggi rimossi dal web. Nella penisola è stato rimosso l’81,7% dei «pensieri» condivisi on-line negli ultimi sei mesi. Peggio hanno fatto solo ungheresi (94,5%), lettoni (90,5%), ciprioti (84,8%) e francesi (82%). Il dato italiano sorprende se messo a confronto con il primo rapporto della Commissione: il tasso di rimozione dei contenuti su web è schizzato dal 3,6% di dicembre all’81,7% attuale. Il dato positivo dell’Italia sta nel grande lavoro svolto dagli operatori incaricati di monitorare il traffico di messaggi on-line.

Un giorno col nuovo Nokia 3310: ecco perché vorrete tornare subito al vostro smartphone

lastampa.it
bruno ruffilli

L’azienda finlandese ritorna nel mercato mobile puntando sulla nostalgia, ma la riedizione del suo modello più famoso appare oggi anacronistica. Lo abbiamo provato, scoprendo non serve tanto per comunicare quanto per mettere una distanza fra sè e gli altri



Tra tanti cellulari super intelligenti, il più desiderato è un telefono per niente smart: il Nokia 3310, lanciato dalla casa finlandese nel 2000 e venduto in 128 milioni di esemplari. Il nuovo modello, uguale ma diverso, è oggi in vendita a 59 euro ed è già introvabile. L’abbiamo provato per un giorno, facendo a meno dello smartphone. Ecco com’è andata. 

Ore 8:00
La sveglia: se ne possono programmare fino a 5 (chissà perché l’orario di default è alle 9 del mattino), impostandole per la ripetizione su tutti i giorni, o solo alcuni. Il tono si può scegliere, quello standard è abbastanza fastidioso ma proprio per questo indubbiamente efficace. Volendo c’è anche la classica suoneria Nokia.

8:30
Niente messaggi Whatsapp da controllare, niente mail, niente web. Gli sms non li invia più nessuno ormai, e tecnicamente la mail ci sarebbero, almeno quelle di Gmail, ma è troppo complicato anche solo scrivere la password, quindi desisto e aspetto di trovarmi di fronte a un computer, proprio come quindici anni fa. 

9:30
Ci sono i feed RSS, dovrei riuscire a leggere le news dai vari siti. Perché non è vero che il 3310 non si connette a internet, solo che lo fa con la rete 2.5 G, quindi con lentezza snervante (e sulla rete di Tre non funziona affatto). Lo schermo è a colori e più grande del modello originale, ma al massimo va bene per testi di qualche frase, è impensabile navigare su un sito web, anche se teoricamente possibile.

10:55
Quando abbiamo cominciato a perdere di vista il confine tra tempo libero e lavoro? Sembra una vita fa, eppure era poco dopo l’inizio del Terzo Millennio, quando le mail sono arrivate sui cellulari. La scelta era naturale: solo le più urgenti venivano lette, e di queste pochissime meritavano risposta immediata. Una selezione darwiniana, dettata dalla fatica di scrivere sulla tastiera piccola e scomoda, con tre o quattro lettere per tasto. Per chi aveva il BlackBerry era meno difficile, per tutti gli altri c’era il computer.



11:20
C’è un browser, Opera. Uno dei link predefiniti è Facebook. Clicco, inserisco a fatica Login e Password, entro. Provo ad aggiornare il mio status, con una frase: “Volevate il 3310? Eccolo!”, mi pare spiritosa. Dopo dieci minuti di tentativi, mi arrendo. Tolgo ogni volta una parola, riformulo lo status, alla fine però ci riesco e scrivo “3310”. Ovviamente nessuno dei miei contatti intuisce il mirabile sforzo di sintesi dietro questi quattro numeri, così stavolta niente like né cuoricini. 

12:00
Il 3310 ha una sola fotocamera (da 2 MP) che permette di scattare anche selfie e un flash che si può usare come torcia. La qualità delle foto è ridicola, i colori sono del tutto irreali, la definizione imbarazzante, l’esposizione disastrosa. Per gli standard attuali, almeno, perché quindici anni fa avremmo gridato al miracolo. E poi, viste sullo schermo da 2,4 pollici con risoluzione 240 x 320 pixel, le foto non sembrano nemmeno così male. Non mancano lo zoom e gli effetti di colore (seppia, blu, verde, ecc), peccato che nel 3310 non esista un sensore di orientamento e non sia possibile nemmeno ruotare le immagini. 

È possibile girare dei video. Qualità ancora peggiore, ma alla fine non è per questo che si compra il nuovo-vecchio Nokia. Immaginavo già che neoluddisti e hipster, ammesso che ancora esistano, avrebbero messo da parte i filtri di Instagram per postare foto e video direttamente dal 3310. Ora posso affermare con certezza che la moda non prenderà piede: bisogna essere masochisti per postare contenuti multimediali con questo telefono (si possono però condividere trasferendoli prima su computer via Usb o bluetooth). 

13:00
Ma chi sono io per giudicare i masochisti, che pure hanno nella letteratura e nella psichiatria un posto d’onore? Così provo a condividere davvero una foto su Facebook usando il browser Opera. Ci vogliono sei tentativi, circa quindici minuti, alla fine eccola online:

Galvanizzato dal successo, controllo nello store delle app per Opera, sai mai ci fosse qualcosa di interessante. Cerco Whatsapp, che ovviamente non c’è, trovo giochini e oroscopi, per scaricarne uno (gratis) devo prima cliccare su una pubblicità di Google (Adsense). Giochi e app si possono installare solo sulla scheda di memoria e sono in formato Jad (Java Application Descriptor), non particolarmente veloce, ma d’altra parte ho capito che il 3310 rimanda a un concetto diverso di tempo. Pazienza, dedizione, perseveranza portano al risultato: ecco come anche da un telefonino può arrivare una lezione di vita. 

14:30
Mi metto a giocare a Snake. Era uno dei punti di forza dei vecchi telefoni Nokia, qui ha una sua scorciatoia dedicata nel menù. È colorato e più ricco, però non sono certo che l’esperienza di gioco sia migliore. 



16:00
E poi c’è il lavoro: col Nokia 3310 si possono registrare interviste (usando l’app per i memo vocali), convertire libbre, miglia e dollari in chilometri, chili o euro, far di conto, prendere appunti nelle note o segnare appuntamenti nel calendario. Qui davvero si sente la mancanza di un software di sincronizzazione via cloud con le varie piattaforme come Google Calendar, Outlook o iCal. La connessione bluetooth funziona poche volte: da un Mac sono riuscito a trasferire un file nella memoria interna ma non a sfogliare le cartelle.

Con iPhone 7 nessuna speranza, meglio con il Galaxy S8, dove il trasferimento di una foto scattata con il 3310 è stato veloce e indolore. Sempre via bluetooth e sempre solo con il Samsung, sono riuscito a trasferire i contatti, ma misteriosamente in rubrica alcuni nomi sono corretti, altri compaiono identici sei, sette, anche dieci volte. In alternativa il 3310, come i telefonini di una volta, legge nomi e numeri dalla scheda Sim. Si possono usare due schede, quindi avere due numeri contemporaneamente; attenzione però al formato: è il Micro-Sim, quindi chi ha una Nano-sim dovrà munirsi di adattatore. 

19:00
Provo quindi a chiamare la mamma. Cerco l’app del telefono e non la trovo, poi realizzo che il 3310 è un telefono, quindi un’app per telefonare non serve, basta schiacciare i pulsanti, che sono retroilluminati ma non troppo. I terminali Nokia erano famosi per la capacità di funzionare anche dove la rete cellulare era più debole e gli altri telefoni indicavano desolati l’assenza di connessione. Il nuovo modello non fa eccezione, anche se la qualità della chiamata non è pari a quella degli ultimi smartphone, che utilizzano la rete dati anche per la voce. 

20:00
La Radio FM funziona solo se sono inserite le cuffiette. Misere, di plastica nera, che a comprarle un paio di euro sarebbero pure troppi: eppure non così diverse da quelle di certi smartphone di fascia media e pure alta. Il suono è quello delle radioline a transistor degli anni Settanta, ma la sintonia è abbastanza rapida, e si possono registrare le stazioni preferite. Anche con cuffie migliori, l’audio non cresce apprezzabilmente per qualità. È possibile ascoltare la radio tramite l’altoparlante interno (ma il cavo delle cuffie fa da antenna, quindi devono essere inserite comunque), e si può utilizzare perfino uno speaker bluetooth: l’Ue Roll 2, ad esempio, funziona senza problemi. 

20:30
Il 3310 è anche un lettore Mp3, che legge da una scheda micro SD: muoversi tra le cartelle non è facile nè veloce, ma almeno posso ascoltare la mia musica. La scheda è un acquisto indispensabile, perché la memoria interna del 3310 è limitatissima (16 MB, che bastano appena per un paio di foto; con la scheda mini SD si possono aggiungere fino a 32 GB). 



22:30
Alla fine della giornata la batteria è carica quasi come all’inizio. L’azienda dichiara fino a 22 ore di conversazione e 25 giorni di standby, ma la prova termina molto prima, tra sfinimento e frustrazione: non vedo l’ora di tornare al mio iPhone, con app, touchscreen, schermo grande, fotocamera degna di questo nome. Il 3310 è una fantastica operazione di marketing che annuncia il ritorno dei finlandesi nel mercato della telefonia, ma anche un chiaro segnale di quanto si sia evoluta la tecnologia in poco tempo. È perfetto per mettere una distanza fra sé e gli altri, meno per comunicare: per quello, meglio altri Nokia, come i modelli 3, 5 e 6, che sono veri smartphone.

Come il 5G rivoluzionerà la sanità

lastampa.it
andrea signorelli

Dalla diffusione dei consulti online fino alle operazioni chirurgiche a distanza: ecco come la nuova tecnologia di trasmissione dati trasformerà prevenzione e cura



Manca ancora qualche anno prima che il 5G, la nuova generazione di trasmissione dati mobile, diventi realtà (le previsioni più ottimistiche parlano del 2020), ma le aspettative continuano ad aumentare. Dalle smart cities alle auto autonome, dall’industria 4.0 fino alla Internet of Things e il mondo della sanità: non sembra esserci un singolo ambito escluso dalla rivoluzione promessa da questa nuova tecnologia.

Gli aspetti che consentiranno al successore del 4G/LTE di trasformare tutti questi settori saranno soprattutto due: la velocità (che raggiungerà una media di almeno 1 Gb al secondo, contro gli attuali 100 megabits) e la latenza (vale a dire il tempo d’attesa perché avvenga la connessione), che potrebbe scendere fino a un solo millisecondo rendendo affidabile il controllo in remoto di macchine alle prese con i compiti più complessi e delicati; tra cui, per esempio, i robot comandati a distanza per eseguire operazioni chirurgiche.

La chirurgia a distanza, insomma, potrebbe diventare prassi, permettendo agli specialisti di intervenire su pazienti che non hanno modo di raggiungere i grandi poli ospedalieri o che, nei casi più urgenti, si trovano all’interno di ambulanze attrezzate. Stando al report From Healthcare to Homecare – realizzato dall’Ericsson Consumer Lab per fotografare il modo in cui le nuove tecnologie, e il 5G in particolare, innoveranno la sanità – sarà però necessario conquistare la fiducia dei pazienti: il 61% dei 4.500 utenti intervistati tra Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Giappone e Corea del Sud afferma infatti di non fidarsi della chirurgia robotica via internet.



Ma questo è solo l’aspetto più avveniristico di una trasformazione che cambierà il mondo della sanità a 360°: la diffusione dei consulti online ridurrà drasticamente i tempi d’attesa (un aspetto rilevante per il 61% dei pazienti affetti da malattie croniche), mentre l’accesso e la condivisione dei dati delle cartelle cliniche, anche grazie all’utilizzo dell’intelligenza artificiale, porterà a diagnosi sempre più rapide e precise. Il tema della privacy, invece, non sembra essere particolarmente sentito: il 62% degli intervistati si dice favorevole a condividere i propri dati medici pur di migliorare la qualità delle diagnosi. Tutto questo, inevitabilmente, renderà gli ospedali dei veri e propri data center, in cui sarà di fondamentale importanza dotarsi di algoritmi in grado di analizzare i big data relativi alle cartelle cliniche del numero più alto possibile di pazienti.



Un ruolo decisivo lo giocherà anche la sanità preventiva: grazie alla diffusione dei wearables, e alla già citata bassa latenza del 5G, diventerà prassi il monitoraggio costante del nostro stato di salute e l’invio in tempo reale dei dati relativi alla nostra condizione fisica, che consentirà di ricevere notifiche e consigli nel momento stesso in cui si dovessero rendere necessari. C’è però un aspetto da migliorare: nonostante il 62% degli utenti ritenga che i dispositivi indossabili permettano di avere la propria situazione medica maggiormente sotto controllo, il 55% degli addetti ai lavori interpellati dall’Ericsson Consumer Lab ritiene che i wearables non siano ancora sufficientemente affidabili.



L’attesa rivoluzione tecnologica della medicina porta con sé una conseguenza ritenuta spiacevole da oltre la metà degli intervistati: il venir meno del rapporto umano con i dottori: «C’è il rischio che si crei una distanza emotiva con il medico, trasformando il paziente in una nota all’interno del database». Sul lungo termine, però, questa trasformazione sarà inevitabile: «Il sistema sanitario è diventato vittima del proprio successo», si legge infatti nel report di Ericsson. «I progressi nelle cure hanno portato a un numero sempre più alto di pazienti affetti da malattie sempre più complesse. Per tenere il passo, è necessario ridurre i costi e migliorare l’efficienza»; che è proprio quanto le nuove tecnologie promettono di fare.

Militari in vacanza con i tank e cuochi fabbricanti di troll: ecco i “volontari” del Cremlino

lastampa.it
anna zafesova

Gli zelanti patrioti che Vladimir ammira ma dice di non guidare


Il presidente russo Vladimir Putin riceve il premier indiano Nerendra Modi per l’Economic Forum che si è svolto in Russia

Prima c’erano gli «omini verdi» in Crimea, poi i «militari in vacanza» nel Donbass, ora gli «hacker patriottici» che si inseriscono nella campagna elettorale americana perché «quella mattina si sono svegliati così». Il mondo di Vladimir Putin è pieno di assistenti volenterosi, che lui non è in grado di controllare nemmeno quando eccedono nel loro zelo. La tecnica utilizzata dal presidente per ammettere un possibile coinvolgimento russo nelle guerre virtuali intorno alle elezioni Usa è collaudata: innanzitutto non è vero («non lo facciamo come Stato»), potrebbe essere un fake - «chiunque può inserire una chiavetta con un nome russo, nel mondo virtuale tutto è possibile» - però gli hacker, in qualità di privati cittadini, potrebbero aver agito in autonomia «contro chi parla male della Russia».

Se in Crimea fu poi lo stesso Putin ad ammettere che i «militari senza insegne» erano russi, sul Donbass la posizione ufficiale resta quella di «volontari» che combattevano nel tempo libero, inclusi i generali, andati «in vacanza» insieme a decine di carri armati. Ma già sugli «hacker patriottici» la vicenda si fa meno esplicita. La famigerata «fabbrica dei troll» in via Savushkin 55 a Pietroburgo, che assumeva polemisti social prezzolati, ciascuno con una decina di account falsi su Facebook e Twitter e un minimo contrattuale di post con argomenti predefiniti, apparteneva alla srl «Internet-ricerche», riconducibile a Evgheny Prigozhin, il «cuoco di Putin». Il 56enne ristoratore pietroburghese servì nel 2001 a Putin e Jacques Chirac una cena particolarmente gradita, e oggi la sua Konkord Catering si aggiudica appalti miliardari per i banchetti del Cremlino e le mense del ministero della Difesa. 

Il gruppo Wagner
A Prigozhin è legato un minigiallo delle ultime ore, dopo che il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, ha annunciato che oggi «il presidente festeggerà il compleanno del suo cuoco» e, in una circostanza senza precedenti, è stato smentito dall’ufficio stampa che dirige. Che Putin si presenti o meno alla festa, Prigozhin - sotto sanzioni del governo Usa - resta un personaggio misterioso, che sfreccia per Pietroburgo con un corteo con lampeggianti e targhe «speciali», e la sua scorta accompagna spesso anche il misterioso tenente colonello Dmitry Utkin. L’ufficiale, nome in codice «Wagner», è un altro dei «privati volenterosi»: a lui, secondo alcuni media russi, farebbe capo la società di contractor detta «gruppo Wagner», che manda mercenari in Siria. La base di addestramento dei «wagneriani» è finanziata dal ministero della Difesa e rifornita dalla holding di Prigozhin (che oltre al catering si occupa anche di media).

Il banchiere ortodosso
È un tipico esempio dei confini invisibili tra governo e «patrioti» privati. Come Konstantin Malofeev, il «banchiere ortodosso» che importa regolarmente a Mosca venerate reliquie di santi dal monte Athos. Durante la crisi ucraina aveva inondato il Cremlino di memorandum sulla necessità di annettere la Crimea, e molti russi arrivati nel Donbass a guidare i separatisti erano suoi dipendenti, incluso il famigerato Igor Strelkov, che comandava i ribelli durante l’abbattimento del Boeing malese nel luglio 2014. Anche lui è sotto sanzioni dell’Unione europea, con l’accusa di aver finanziato e armato le milizie separatiste, cosa che non gli impedisce di avere progetti politici e imprenditoriali in Francia, insieme all’euroscettico Philippe de Villiers. Finanzia anche iniziative di Alexandr Dughin, il teoretico di «geopolitica» legato ai conservatori americani come ai seguaci di Le Pen e alla cerchia di Nigel Farage, ex consigliere di Putin, e presidente onorario di varie associazioni filorusse europee, che in Italia hanno come principali partner gli esponenti della Lega.

I legami con Lega e M5S
Dove finisce il privato e comincia lo Stato russo in questi casi è difficile dirlo, come è difficile stabilirlo in Russia, dove i soldi si fanno con il potere e il potere si cerca per fare soldi. Putin potrebbe dire «lo Stato sono io», nel senso che la lotta politica spesso si svolge non tra governo e opposizione, ma tra vari settori di un «Putin collettivo». È da frange di quel mondo che nascono iniziative come il congresso dei neonazisti europei tenutosi qualche anno fa a Pietroburgo, o gli inviti al dialogo che arrivano da alcuni deputati di Russia Unita a leghisti e grillini, o le squadre di hacker e i contratti offerti dalla Rt, la «Cnn del Cremlino», a conservatori americani della cerchia di Trump. A volte agiscono per indicazione del Cremlino, a volte scattano di loro iniziativa, per sorpassare Putin a destra e strapparlo all’influenza dei ministri e oligarchi più moderati. 

È il melone il più discusso tra il popolo di Wikipedia

lastampa.it
elisabetta pagani

Un professore classifica in un sito i temi su cui c’è battaglia: da Obama al sonno



All’inizio voleva chiamarlo Disaccordopedia. «Rendeva l’idea ma suonava male» racconta Massimo Marchiori. Così ha virato su Negapedia.org per il sito che classifica le voci di Wikipedia che più attirano rissosi, vandali e fervorosi per mostrare «dove e quanto si combatte per costruire l’informazione. In tempi di fake news è interessante».

È così, Negapedia, che si chiama l’ultima invenzione di Marchiori, matematico e informatico, uno che si definisce «attratto dal web come le falene dalla luce» e che ha contribuito alla rivoluzione digitale lanciando, nel 1997 alla World Wide Web Conference, Hyper Search, un precursore di Google. In platea c’era anche Larry Page, che lo braccò appena sceso dal palco: «Mi disse che sognava di fare una cosa simile». Poco dopo è nato il motore di ricerca più famoso del mondo. Idea scippata? «No, anzi, sono contento che sia diventata realtà. Io preferisco fare lo scienziato, per quelle cose devi trasformarti in manager». 

ALGORITMO E TOP 10
Uno scienziato, e professore (all’Università di Padova), da 2400 euro al mese (nei suoi inizi al Mit guadagnava 10.000 dollari) che ora si diverte con l’ultima creazione, Negapedia appunto: un sito che classifica, anno per anno o globalmente, e sezione per sezione, le voci di Wikipedia che più accendono gli animi degli autori che la compilano. «Alcune sono il prodotto di vere battaglie epiche. Ci sono pagine che vengono scritte, cancellate, riscritte, una lotta fra gli utenti» osserva. Tra queste quelle di Trump e Obama, ma anche, a sorpresa, quelle riguardanti il melone, Star Trek o il senso della vita. 

«Wikipedia è l’enciclopedia più completa e consultata del mondo. È costruita socialmente, il che è il suo pregio ma anche il suo tallone d’Achille - osserva Marchiori - perché come tutte le cose sociali vive di compromessi fra le parti. Volevo svelare cosa ci fosse dietro». Ci ha lavorato un paio d’anni, ha elaborato un algoritmo che passasse in rassegna le voci modificate di Wikipedia in inglese («fra un mese dovrebbe uscire quella in italiano») e creato, insieme allo studente Enrico Bonetti Vieno, il sito che mostra la top ten di «conflitti» e «polemiche». «È stato come aprire il libro delle passioni dell’umanità».

Nella categoria persone, al primo posto delle voci che hanno scatenato negatività nel 2017 c’è Donald Trump, che «ha già scalato anche la classifica totale, piazzandosi dopo Obama, primo in classifica». La sezione «cultura», la seconda più bersagliata dopo «persone», la apre invece la serie tv Doctor Who, (che è anche la prima in assoluto, di tutte le categorie e di tutti i tempi, seguita dall’assassinio di Kennedy). La categoria «salute» è dominata dal sonno: «Su questa pagina sono molti i vandali. Sono come dei graffitari digitali, che inseriscono insulti o sfoghi forse perché insonni». 

Se i «conflitti» conteggiano le voci più contestate, le «polemiche» valutano invece quelle magari non molto cambiate ma create da gruppi particolarmente rissosi. E qui, al primo posto nel 2017, c’è il melone. «È una piccola comunità, ma col coltello fra i denti, che diverge sulla varietà, la provenienza geografica... Piccolezze, diranno alcuni, ma non è sulle piccolezze che ci si scanna nella vita?». 
Dietro questi conflitti «c’è chi lo fa per passione in Wikipedia - continua Marchiori - ma anche per vandalismo o interesse, come i team di personaggi pubblici o le corporation». Le pagine più discusse sono cambiate fino a «decine di migliaia di volte» e le modifiche, proprio perché «Wikipedia nasce come enciclopedia trasparente, sono visibili nello storico».

L’ITALIA DI CALCIO E POLITICA
A correggere ci pensano altri autori, in particolare un «centinaio di persone - calcola Lorenzo Losa, presidente di Wikimedia Italia - che controllano le modifiche, tolgono quelle false o dannose e rimettono i testi cancellati. I vandali esistono, ma sono in diminuzione. Ci vuole molto a distruggere una voce, poco per correggerla». 

Per gli insulti diretti c’è «un filtro che blocca la pubblicazione, per gli altri si deve intervenire manualmente. I wikipediani vogliono essere accurati perché l’enciclopedia sia affidabile - rivendica Losa - è scontato che il percorso sia accidentato». E in Italia, cosa fa arrabbiare? «Il calcio, su alcune squadre abbiamo attivato quella una “protezione parziale”, che permette solo agli utenti registrati di fare modifiche». Protezione totale invece? «Per Berlusconi quando era premier. Per anni abbiamo dovuto tenere bloccata la sua pagina, altrimenti comparivano insulti. Si scatenavano i vandali ma anche quella che chiamiamo “guerra di edizione”, in cui due fazioni si scontrano senza sosta».

“Nel ’67 Israele era pronta a usare l’atomica sul Sinai”

lastampa
giordano stabile

L’ultima rivelazione sulla guerra dei Sei giorni arriva dallo scienziato Avner Cohen: “È l’ultimo segreto di quel conflitto”


Giugno ’67: militari israeliani si riposano dopo la vittoria nella Guerra dei sei giorni

Alla vigilia della Guerra dei Sei giorni, circondata da nemici e con il futuro incerto, Israele preparò un piano da fine del mondo: prevedeva il lancio di una bomba atomica sul Sinai egiziano, come monito per gli arabi.

«L’ultimo segreto»
Il piano è stato rivelato al New York Times dallo scienziato atomico israeliano Avner Cohen e dal generale in pensione Itzhak Yaakov, che supervisionarono il progetto. «È l’ultimo segreto della guerra del 1967», ha commentato Cohen.

La vittoria
L’intervista sarà pubblicata domani ma la stampa israeliana ne ha anticipato i contenuti. Nel giugno di 50 anni fa Israele sconfisse in soli sei giorni Egitto, Siria e Giordania, la più grande vittoria dello Stato ebraico nei suoi 69 anni di storia.

Le paure
Ma, secondo il generale Yaakov, prima dell’offensiva Israele era profondamente preoccupata e spaventata. «Era naturale – ha spiegato -. Hai un nemico e ti dice che ti vuole gettare a mare. E tu ci credi. Puoi fermarlo? Sei spaventato e se hai qualche cosa che può spaventarlo cerchi di spaventarlo».

Il piano Sansone
Per questo i comandi militari prepararono il “Piano Sansone”, con elicotteri che avrebbero dovuto sganciare un ordigno nucleare in cima a una montagna a 18 chilometri da una base militare egiziana, situata ad Abu Ageila.

Così camminavano i dinosauri

repubblica.it
di Viviana Monastero

Due paleontologi italiani hanno scoperto, in uno scheletro di Allosaurus conservato all’Università di Modena e Reggio Emilia, le tracce del muscolo responsabile del movimento nei dinosauri

dinosauri,paleontologia,italia
Una ricostruzione in vivo di Allosaurus. Illustrazione di Davide Bonadonna


Era il muscolo più grande nei dinosauri, quello che permetteva di generare la principale forza necessaria al movimento. Del caudofemorale lungo, che collegava la coda alla gamba, i ricercatori avevano finora potuto ipotizzare forma e dimensione attraverso metodi indiretti. Adesso un nuovo studio condotto da Andrea Cau, paleontologo dell’Università di Bologna e del Museo Capellini di Bologna, e Paolo Serventi dell’Università di Modena e Reggio Emilia, individua le tracce e l’estensione di questo muscolo direttamente sulle ossa di un esemplare di Allosaurus fragilis, un grande carnivoro giurassico conservato al Museo Paleontologico della Università di Modena e Reggio Emilia. Lo studio è stato pubblicato su Acta Palaeontologica Polonica.
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Lo scheletro di Allosaurus studiato dai ricercatori. Fotografia per gentile concessione Università di Modena e Reggio Emilia


La scoperta al museo
Una scoperta casuale, avvenuta quando, in occasione del nuovo allestimento della collezione paleontologica modenese, i due paleontologi hanno avuto modo di studiare con attenzione le ossa di Allosaurus. “Paolo Serventi ha notato uno strano solco che correva lungo un osso caudale”, racconta Andrea Cau. “Simile a una sottile cerniera, il solco non somigliava alle fratture prodotte, né ai segni dei denti lasciati dai morsi di un carnivoro quando rosicchia delle ossa. L’identificazione di altri solchi simili al primo in altre vertebre della coda non ha lasciato dubbi: questi tracciavano il punto in cui i fasci muscolari si ancoravano alle ossa della coda”.

Gli studiosi ipotizzano che questa struttura anatomica - che caratterizza anche i rettili attuali, fra cui i coccodrilli, e che permette di generare la spinta del passo in questi animali - raggiungesse la massima ampiezza nelle prime 17 vertebre della coda e si assottigliasse man mano fino a terminare fra la ventitreesima e la trentaduesima. Ma solo nuove osservazioni potranno confermare tale ipotesi.
Un osso oggetto dello studio. Il solco, le cui estremità sono indicate dalle frecce, appare simile ad una cerniera lampo. Fotografia per gentile concessione Università di Modena e Reggio Emilia


Il dinosauro studiato è un esemplare di Allosaurus fragilis ritrovato nella Formazione Morrison nello Utah, che fu acquistato nel 1966 dal Museo paleontologico della Università di Modena e Reggio Emilia e che oggi fa parte dell’esposizione permanente dell’università emiliana. Lungo fino a 10 metri, questo carnivoro, lontano parente di tirannosauri e velociraptor, assieme a dinosauri come brontosauri e stegosauri, sue prede abituali.

“Questa scoperta, che conferma quanto possano rivelarsi preziosi i reperti conservati nei musei, contribuirà a ricostruire con maggiore dettaglio il modo con cui i grandi dinosauri sostenevano il proprio peso, camminavano e correvano”, continua Cau. “Ci auguriamo che il nostro studio induca altri paleontologi a ristudiare con più attenzione gli scheletri conservati nei musei, in modo da verificare l’eventuale presenza di questi solchi anche in altri esemplari: se non illuminati da una luce adatta, a prima occhiata possono infatti sfuggire”.

Più vicini all’origine degli uccelli
Il muscolo caudofemorale lungo ha subìto una radicale riduzione lungo la linea evolutiva che dai dinosauri ha portato agli uccelli. La riduzione di questo muscolo permette di avvalorare l’ipotesi secondo la quale gli uccelli hanno avuto origine dai teropodi maniraptoriani (i dinosauri più strettamente imparentati con gli uccelli) e conferma il passaggio graduale da uno stile locomotorio basato sulla retrazione del muscolo caudofemorale - tipica dei rettili - a uno basato sulla flessione del ginocchio, che caratterizza invece gli uccelli. “Questa scoperta può aiutarci a capire il momento in cui questo muscolo comincia a ridursi contribuendo a far luce, dunque, sul passaggio dai dinosauri agli uccelli”, conclude Andrea Cau.