sabato 10 giugno 2017

Per la visita del Papa al Quirinale l’esordio del primo corazziere nero

lastampa.it



Particolare coincidenza questa mattina al Quirinale in occasione della visita di papa Francesco. Ha fatto il suo esordio nel servizio d’onore al palazzo il primo corazziere di colore, un giovane di origini brasiliane nato in Italia. Nel reparto da due anni, nei giorni scorsi aveva prestato servizio in occasione della presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alle celebrazioni per l’anniversario di fondazione dell’Arma dei Carabinieri. Oggi invece il corazziere si trovava nell’imponente scalone che porta al Salone dove il Capo dello Stato e il Papa hanno tenuto i loro discorsi.

Trump prepara la svolta anche con Cuba: il 16 giugno l’annuncio del passo indietro

lastampa.it



Il presidente Usa Donald Trump si prepara a ufficializzare la svolta nella posizione degli Stati Uniti nei confronti di Cuba. Trump, ha appreso il Miami Herald da fonti vicine al presidente, sarà a Miami venerdì prossimo per annunciare la nuova linea della sua amministrazione nei confronti dell’Avana.
La decisione di presentare a Miami la marcia indietro Usa sull’apertura decisa da Barack Obama è significativa data la presenza di molti esuli il cui sostegno alle elezioni di novembre è stato determinante per la vittoria in Florida e alla Casa Bianca. 

Fermato con l’accusa di apologia del terrorismo, 24enne kosovaro dovrà tornare libero

lastampa.it
federico gervasoni

Arrestato nel Bresciano e poi rimpatriato. Il Riesame: non può essere arrestato



Gafurr Dibrani deve restare libero. È questa la decisione del Riesame che prevede la scarcerazione del 24 enne kosovaro arrestato lo scorso 3 novembre a Fiesse nel Bresciano. Il giovane era stato fermato con l’accusa di apologia di terrorismo, dopo essere stato scoperto a condividere in rete video inneggianti al Califfato. Dibrani dopo due settimane di carcere a Brescia era stato poi espulso su provvedimento del ministero dell’interno e rimpatriato in Kosovo. 

Decisione tuttavia non condivisa dagli ermellini della Cassazione che avevano fatto ricorso, senza però riuscire a ribaltare il Riesame. Secondo i giudici i video jihadisti del kosovaro sarebbero troppo brevi per rappresentare una significativa adesione all’Isis. Opinione completamente diversa quella rilasciata dagli investigatori che avevano condotto il suo arresto. Dibrani stando alle loro dichiarazioni si voleva unire ai combattenti dello Stato Islamico. In passato aveva infatti instaurato una corrispondenza con Anas El Abboubi, foreign fighter di Vobarno, sempre nel Bresciano, partito per la Siria nel 2014 dopo alcune settimane di carcere e probabilmente morto. 

Messaggi di solidarietà anche a Resim Kastrati, 23 enne di Cremona, espulso nel 2015 dopo aver esultato in rete a seguito della strage di Charlie Hebdo. Nato a Pristina nel 1992, il 24 enne kosovaro, residente in Italia dal 2005, aveva addirittura coinvolto il figlioletto di due anni, immortalandolo vestito da mujahideen. Da tempo gli uomini della Digos avevano inoltre iniziato a monitorare la sua attività, dopo l’avvio di un veloce e preoccupante percorso di radicalizzazione. 

Don Bosco e gli altri: dalle reliquie rubate alla vendita su Ebay

lastampa.it
andrea tornielli

Che cosa spinge a rubare una reliquia difficilmente rivendibile? Il furto del cervello del fondatore dei salesiani e il caso del mento di sant’Antonio da Padova. Intanto fiorisce il piccolo commercio online con tanto di listino prezzi



In attesa di notizie dagli inquirenti che indagano sul furto del reliquiario contenente parte del cervello del grande santo piemontese don Giovanni Bosco, avvenuto la sera del 2 giugno nella basilica di Castelnuovo, la comunità salesiana e i fedeli pregano perché venga restituita. La domanda che serpeggia, più che sul chi è stato, è sul perché. Perché rubare il pezzo di un corpo di una persona morta 130 anni fa? Nessuna ipotesi è stata inizialmente scartata, da quella della bravata a quella del furto su commissione e persino quella della pista satanica. Certo, è difficile immaginare che chi compie atti del genere abbia fede o conosca almeno il detto «scherza coi fanti e lascia stare i santi». 

Il mento del Santo
A Padova è conosciuto come «Il Santo», per antonomasia, ed è sant’Antonio, originario di Lisbona, grande predicatore francescano che nella città veneta concluse. Era il tardo pomeriggio del 10 ottobre 1991 quando un commando di tre uomini incappucciati ed armati entrò nella Basilica del Santo e dopo aver immobilizzato una guardia insieme ad alcuni attoniti fedeli trafugò il reliquiario che conteneva il mento di sant’Antonio. La preziosa reliquia venne fatta ritrovare dai ladri 71 giorni dopo. Furto per traffico di reliquie? No. Sette sataniche o interessi occulti? No. Un cadeaux per qualche ricco e patologico “reliquiofiloˮ? Nemmeno. Il mento del Santo era stato trafugato come arma di ricatto, per chiedere una sorta di scambio.

Gli autori erano membri della “Mala del Brentaˮ, il mandante il boss Felice Maniero, detto “faccia d’angeloˮ, il quale aveva ordinato l’operazione con l’intenzione di costringere lo Stato a scendere a patti e ottenere la liberazione del cugino Giulio Rampin, in prigione per fatti di droga, insieme alla revoca della sorveglianza speciale per lui stesso. In effetti Rampin uscì di prigione e a Maniero vennero accordati dei permessi lavorativi ma non la revoca della sorveglianza speciale. Un mistero avvolse anche il ritrovamento, ufficialmente annunciato nei pressi dell’aeroporto di Fiumicino ma in realtà avvenuto alle porte della città veneta.

Il vero obiettivo era la lingua
Maniero confiderà in una intervista che il vero obiettivo del furto era la lingua del Santo. I tre esecutori avevano erroneamente pensato che la lingua del grande frate predicatore fosse dove doveva naturalmente trovarsi, e cioè dentro il mento. Invece era conservata in un altro reliquiario e fu salva. In un’intervista pubblicata nel 2011 sul Messaggero di Sant’Antonio, rilasciata per «riparare, anche solo per la miliardesima parte, al dispiacere che ho provocato ai fedeli», il boss Maniero ricordava di aver «ordinato di prendere la Lingua di sant’Antonio, molto più sostanziale per lo scambio. Invece, quegli zucconi mi arrivarono con il mento. A loro non dissi nulla. Dentro di me, però, feci questo pensiero: per prendere la reliquia sbagliata, di sicuro devono aver ritenuto, come tutti noi, che la lingua fosse dentro la bocca. Negli intenti, e poi nei fatti, quell’azione ebbe il risalto e l’eco voluti».

Reliquie in disuso?
Nel febbraio 2001, sul mensile Jesus, lo scrittore Vittorio Messori affermava che sulle reliquie sembrava essere sceso «una sorta di silenzio imbarazzante, se non di rifiuto, quasi si trattasse di superstizione o, almeno, di un aspetto di anacronistica religiosità popolare». In effetti, per frenare gli innegabili abusi, talvolta eclatanti, in questa materia, si è arrivati, come spesso capita, al rischio opposto: minimizzare il culto dei santi e guardare alle reliquie come retaggio di epoche passate, un po’ sconveniente. Il culto delle reliquie sancito dai concili, rimane in vigore. Nella costituzione liturgica “Sacrosanctum Conciliumˮ del Vaticano II si legge: «La Chiesa, secondo la sua tradizione, venera i santi e tiene in onore le loro reliquie autentiche e le loro immagini».

Da sottolineare in particolare l’aggettivo “autenticheˮ. Rimane poi ancora in vigore la tradizione, iniziata nel IX secolo nella Chiesa latina, di incastonare una reliquia all’interno di ogni nuovo altare che viene consacrato. La parola reliquia deriva dal latino (reliquiae) e sta a letteralmente a significare “avanziˮ, “restiˮ ma poi assume il senso di “resti di una persona mortaˮ. In ambito cristiano, fin dal IV secolo, il termine è utilizzato non soltanto per definire i resti del corpo di un santo o di un martire, ma anche per gli abiti o altri oggetti che fossero stati a contatto con la tomba di un martire, oltre agli strumenti eventualmente utilizzati per la sua uccisione.

Luoghi comuni e verità
Tra le reliquie considerate più preziose c’è ovviamente la croce di Gesù. Sant’Elena, la madre dell’imperatore Costantino, la ritrovò in una specie di cisterna sotterranea oggi visitabile nei pressi del Golgota, all’interno della Basilica del Santo Sepolcro. Frammenti della Santa Croce si trovano in tantissime chiese. Già nel 1543 Calvino nel suo “Traité des Reliquesˮ scriveva che «Non c’è abbazia così povera da non averne un esemplare… In breve se tutti i pezzi ritrovati fossero raccolti, formerebbero un grande carico di nave». Il teologo protestante però aveva torto. La croce di Gesù, considerando il palo verticale già conficcato nel luogo dell’esecuzione (stipes, alto circa tre metri) e quello orizzontale che il condannato portava sulle spalle (patibolum, lungo circa 1,80) si ottengono all’incirca 36mila centimetri cubi di legno. Mettendo insieme tutte le reliquie della Santa Croce che sono conosciute si arriva a meno di 2.000 centimetri cubi. Ben diverso è il caso dei chiodi recuperati da Elena, secondo la tradizione.

Difficile immaginare che fossero più di quattro ma nel mondo se ne venerano almeno 33 (18 dei quali in Italia). Un inganno? Forse. Ci sono però antiche cronache nelle quali si legge che spesso si limava una parte del chiodo ritenuto autentico per incorporare un po’ di polvere di ferro in un nuovo chiodo. Elevato anche il numero delle spine della corona posta sul capo di Gesù, come raccontano i Vangeli. Uno studio recente, del 2012, le ha censite una ad una arrivando a contarne la bellezza di 2.283, poco meno della metà conservate in Italia. Troppe? Può darsi. Di certo c’è che, anche a giudicare dall’immagine dell’Uomo sindonico, quella che siamo abituati a considerare una corona, cioè una fascia che corre attorno al capo ma non lo copre interamente, doveva essere in realtà una specie di casco, ottenuto intrecciando i rami della pianta Zizyphus vulgaris o Zizyphus jujuba, un rovo mediorientale con spine lunghe fino a 7 centimetri.

La “reliquiaˮ delle reliquie
La Chiesa non si è mai pronunciata sulla sua autenticità, ma la custodisce e la venera con solenni ostensioni alle quali hanno partecipato anche i Papi. Parliamo della Sindone di Torino, che un discusso esame al radiocarbonio ha datato al Medio Evo ma che altre evidenze scientifiche e storiche portano invece a ritenere probabilmente il lenzuolo funebre di Gesù. A usare quella parola senza remore fu Giovanni Paolo II, anche lui oggi santo, con reliquie sparse nel mondo, basti pensare alle ampolline con il suo sangue raccolte dal suo segretario Stanislaw Dziwisz. Viaggiando verso il Madagascar, rispondendo a una domanda del vaticanista Orazio Petrosillo, grande studioso della Sindone, Papa Wojtyla disse: «Se si tratta della reliquia, io penso che lo è. Se tanti lo pensano, non sono senza fondamento le loro convinzioni del vedere in essa l’impronta del corpo di Cristo».

Il 2 maggio 2010, durante la visita a Torino e alla Sindone, Benedetto XVI evitò accuratamente di usare il termine reliquia, preferendo sempre riferirsi al sacro lenzuolo come a un’icona. Ma meno di un anno dopo, in occasione della pubblicazione del secondo volume su “Gesù di Nazaretˮ lo stesso Pontefice usò quella parola osservando: «Inoltre è importante la notizia secondo cui Giuseppe comprò un lenzuolo in cui avvolse il defunto. Mentre i sinottici parlano semplicemente di un lenzuolo al singolare, Giovanni usa il plurale “teli” di lino (cfr 19,40) secondo l’usanza giudaica nelle sepolture – il racconto della risurrezione ritorna su questo ancora più dettagliatamente. La questione circa la concordanza con la Sindone di Torino non deve qui occuparci; in ogni caso, l’aspetto di tale reliquia è in linea di massima conciliabile con ambedue i rapporti». 

Abusi e web
Per comprendere come non sempre vi sia stata adeguata attenzione e accuratezza da parte dell’autorità ecclesiastica in merito alle reliquie basta citare lo scabroso caso del presunto prepuzio di Gesù, tagliato durante la circoncisione rituale. Ne esistono in circolazione almeno una decina di esemplari e l’esistenza di queste presunte reliquie è stata anche oggetto di dispute teologiche sulla possibilità che un pezzetto seppur minuscolo della carne di Cristo potesse essere rimasta sulla terra dopo la sua resurrezione. Quello che è certo è che per anni i cristiani hanno venerato le reliquie, ritenendo un dono preziosissimo poterne avere un frammento.

Oltre ai grandi reliquiari un tempo esposti nelle chiese e oggi talvolta confinati nei musei annessi o negli armadi, si sono diffusi migliaia di piccoli reliquiari da portare sempre con sé. Fondamentale, per il loro valore, il sigillo di ceralacca e possibilmente la dichiarazione di autenticità dell’autorità ecclesiastica. Culto del passato, dunque? Navigando sul web non si direbbe. Digitando la voce “reliquieˮ su Ebay, il sito di aste online, ci si rende conto di come il commercio sia piuttosto fiorente, con rivenditori specializzati e dunque altrettanto specializzati acquirenti. Il Codice di diritto canonico promulgato nel 1983 ne proibisce assolutamente la vendita. Ma i siti d’aste non sono tenuti a rispettarlo.

Listino prezzi, i più quotati
Scorrendo questi elenchi si fanno delle scoperte. Ad esempio ci si imbatte nella potenza di Padre Pio da Pietrelcina, un cui «vero originale capello» viene venduto alla bellezza di euro 500. Più economico ma pur sempre caro un pezzo della sciarpa del frate stimmatizzato del Gargano. Tanto per fare paragoni, su Ebay costa meno un (presunto) frammento della croce unito un frammento di pietra del Santo Sepolcro (280 euro). Con 200 euro si acquista una reliquia di santo Stefano, protomartire cristiano, mentre quotazioni alte hanno tutte le reliquie collegate o collegabili a sant’Antonio da Padova: 150 euro per un minuscolo frammento.

Decisamente più bassi i prezzi per i santi che portano aggregato un piccolo pezzetto di stoffa preso dagli abiti indossati dai santi: quello di santa Faustina Kowalska, alla quale era devotissimo Papa Wojtyla, costa 7 euro, mentre con 25,50 euro si possono avere ben 12 santino con altrettanti frammenti di stoffa presi da un sari di Madre Teresa di Calcutta. Solo 9 euro per un’immaginetta del vescovo martire Oscar Romero, assassinato in Salvador mentre celebrava la messa. E don Bosco, il grande santo salesiano del quale polizia e carabinieri cercando il frammento di cervello trafugato? Su Ebay ci son prezzi modici: un piccolo reliquiario dei primi del Novecento realizzato con del cordoncino rosso contenente un frammento della tonaca viene via per 10 euro.

Wonder Woman vietata nei cinema libanesi: è ebrea

lastampa.it
fulvia caprara

L’ultima decisione del Ministero dell’Economia e del Commercio del Libano che promuove da tempo il boicottaggio dei prodotti israeliani



Sembra che le copie pirata siano già in vendita, ma il divieto è ormai ufficiale, e non si torna indietro. Le avventure di «Wonder Woman» non potranno essere proiettate sugli schermi dei cinema libanesi. Il motivo della censura, annunciata sull’account Twitter di «Lebanon’s Grand Cinemas», è tutto nel nome della protagonista, Gal Gadot, cittadina israeliana che, per due anni, ha prestato servizio nell’esercito del suo Paese. 

A richiedere il provvedimento è stato, qualche giorno fa, il Ministero dell’Economia e del Commercio del Libano che promuove da tempo il boicottaggio dei prodotti israeliani considerandoli «tentativi nemici di infiltrazioni nei nostri mercati». La manovra era stata promossa anche in coincidenza con l’uscita di «Batman V Superman: Dawn of Justice», in cui Gadot debuttava nei panni della Principessa delle Amazzoni Diana, figlia della Regina Hyppolita, destinata a salvare il mondo degli uomini da Ares, Dio della guerra.

Stavolta l’impresa è andata in porto, i gruppi che sostengono il boicottaggio ricordano che nel 2014, durante il conflitto tra Isreale e Hamas, l’attrice aveva pubblicato su Instagram una foto di lei e della figlia seguita da un messaggio di solidarietà «ai ragazzi e alle ragazze che stanno rischiando la vita per proteggere la nazione dagli attacchi orrendi di Hamas, i cui miliziani si nascondono come vigliacchi dietro donne e bambini». 

Uguale provvedimento è stato preso in Tunisia, dove il tribunale ha deciso di bloccare la programmazione della pellicola facendo sapere, come spiega l’agenzia Dpa, che la denuncia ha la firma del partito nazionalista «Movimento del Popolo». Un atto di protesta contro la protagonista. Secondo questa formazione Gadot potrebbe aver partecipato, quando era soldatessa, a operazioni militari contro i palestinesi nella Striscia di Gaza. 

Ex-Miss Israele ed ex-top-model, moglie dell’uomo d’affari Yaron Versano, madre di Alma, 5 anni, e di May, nata alla fine di marzo, Gadot, 32 anni, nata a Rosh HaAyin, ha portato sullo schermo personaggi femminili forti e combattivi, non solo nel caso di «Wonder Woman». Il suo impegno aveva convinto i membri dell’Onu a conferirle il ruolo di ambasciatrice onoraria, meritevole di «aver diffuso un messaggio di auto-affermazione rivolto alle donne e alle ragazze di ogni Paese».

La nomina, però, è stata presto revocata perchè qualcuno ha giudicato Gadot troppo sensuale, insomma non adatta per la parte di icona Onu. Lei ci è rimasta male, e non ne ha fatto mistero nelle tante interviste rilasciate per il lancio della sua ultima fatica. La censura libanese e quella tunisina sono altri incidenti di percorso nella carriera della super-eroina del film diretto da Patty Jenkins. Ma basta guardarla sullo schermo, tra corazze, scudi e bracciali, per capire subito che Gal Gadot è una tempesta di energia. Ed è inutile tentare di fermarla.

Parole, parole, parole

lastampa.it
mattia feltri

Quello che resta dopo la giornata esoterica di giovedì è un cumulo di parole, con un’etimologia che non corrisponde al significato, né per chi le pronuncia né per chi le riceve. Schifo, bugiardi, traditori, codardi, vigliacchi, burattini, epiteti così, che volano in Parlamento da un settore all’altro come mosche in un pomeriggio estivo. Vergogna è la parola più pronunciata in politica, 910 volte nell’ultimo anno (ricerca in Ansa), quasi tre volte al giorno, Natale e Pasqua compresi, e senza contare vergognati e vergognatevi. Un’esortazione collettiva e vicendevole a vergognarsi, farlo di continuo, a turnazione, e cioè niente più che un fastidioso sottofondo. Ci si scambiano qualifiche di assassini, mafiosi, criminali, fascisti, con la noncuranza di uno sbadiglio, e nessuna considerazione ha un calibro o una conseguenza. 

Nel 1898, il deputato Felice Cavallotti accusò di menzogna il giornalista Ferruccio Macola, e ne scaturì un duello da cui Cavallotti non uscì vivo. Se si applicassero quelle categorie a oggi, in Parlamento sarebbero rimasti forse in quindici. Non succede più perché il duello è stato abolito, e l’offesa pure. Nessuno si offende dal momento che le parole hanno perso la portata semantica, non vogliono dire più niente, si usano a caso, escono dalla bocca simili a eruttazioni. Se non si sanno più usare le parole, figuriamoci se le si sanno incastrare per esprimere pensieri, forse nemmeno mai formulati; e dunque, se la parola non ha più un peso, che peso può avere la parola data?