martedì 13 giugno 2017

Ecco il trucco con cui Bernardo Caprotti ha costruito l'impero Esselunga

espresso.repubblica.it
di Luca Piana

Una vertenza in corso a Milano rivela come il patron della catena di supermercati riuscisse a ottenere licenze più grandi. Ve lo spieghiamo

Ecco il trucco con cui Bernardo Caprotti ha costruito l'impero Esselunga

All’inizio dello scorso autunno , quando venne aperto il testamento di Bernardo Caprotti, l’attenzione dei più era rivolta al futuro dell’azienda che l’imprenditore milanese aveva fondato negli anni Cinquanta assieme ai fratelli Guido e Claudio. Esselunga è la seconda maggiore catena italiana di supermercati, dietro al gigante cooperativo Coop, e il suo anziano patron, scomparso il 30 settembre 2016, fino all’ultimo aveva lasciato in sospeso i futuri assetti di comando di un gruppo che dà lavoro a 22 mila persone

Il documento, rivelato il 5 ottobre, fugò ogni dubbio. Come le persone vicine alla famiglia si aspettavano, il controllo dell’azienda andò alla seconda moglie Giuliana e alla figlia dei due, Marina Sylvia. Le sorprese comunque non mancarono. Fecero sensazione i 75 milioni di euro alla segretaria, Germana Chiodi, così come la decisione di cancellare le donazioni previste alla Galleria di Arte Moderna di Milano, i cui esperti si erano resi colpevoli di non voler attribuire a Leonardo una testa di Cristo dipinta da un allievo del maestro rinascimentale, che Caprotti aveva acquistato all’asta. Insomma: chi sperava di trovare nel testamento dell’imprenditore gli indizi di una personalità incline ai colpi di scena era certamente accontentato.

Quel che non era possibile individuare nemmeno nell’ultimo atto di Bernardo era uno dei segreti del suo successo, che emerge invece oggi da un procedimento di cui ha dovuto farsi carico la Regione Lombardia . Anche se il Gruppo Esselunga si sta allargando in tutto il Nord Italia, e in particolare in un territorio finora poco esplorato come la Torino di Chiara Appendino , e ha inaugurato il primo supermarket di Roma beneficiando di testimonial illustri quali Pier Luigi Bersani e Luca Lotti, resta un fatto che la grande espansione vissuta negli ultimi anni della gestione di Caprotti ha avuto come fulcro la Lombardia. Quando a Milano sono state messe in vendita numerose aree abbandonate dalle fabbriche, Esselunga ne ha fatto incetta. Ancora oggi, sono concentrati in Lombardia 93 dei 153 supermercati della catena (erano solo 128 appena dieci anni fa) e la densità maggiore si riscontra nella metropoli guidata dal sindaco Beppe Sala.

Bernanrdo Caprotti
Bernanrdo Caprotti

Una delle strategie attuate da Caprotti per questo sviluppo è venuta alla luce martedì 30 maggio, quando in una stanza al quarto piano del palazzo della Regione Lombardia si è svolto un incontro a cui erano convocati i tecnici delle istituzioni che si occupano di commercio, i rappresentanti dei negozianti, i sindacati. L’argomento della riunione aveva un carattere in apparenza burocratico: l’autorizzazione a trasformare un’area commerciale di vendita già esistente, portandola da media a grande. L’indirizzo dell’area è a Milano, in via Pellegrino Rossi, a due passi dalla stazione della metropolitana di Affori. Si tratta di un Esselunga, naturalmente. Ma perché ampliare la licenza commerciale di un supermercato inaugurato soltanto quattro anni fa?

Basta recarsi sul luogo perché il motivo diventi evidente. L’edificio che ospita il supermercato è già della misura definitiva, costruito così fin dall’origine, con due piani di parcheggi sotterranei che la mattina appaiono pressoché deserti. La sorpresa è all’interno: le casse sono lontanissime dall’ingresso; gli spazi sono in buona parte liberi. A metà, un cartello avverte la clientela che l’enorme area vuota che separa l’ingresso dagli scaffali è dovuta al fatto che quell’ambiente «al momento non è autorizzato alla vendita». È scritto proprio così, «al momento», come se i dirigenti dessero per scontato che si tratta di una lacuna temporanea.

Più large che medium
Ecco il punto: negli anni passati a Milano, in via Pellegrino Rossi e in altri casi ben documentati, è stato consentito all’azienda di Bernardo Caprotti di costruire supermercati di taglia large, quando le licenze commerciali sottostanti erano per strutture medie. Fin dall’inizio Esselunga sapeva che le misure, in seguito, sarebbero state portate alle dimensioni definitive, ben più grandi, come dimostra il fatto che le autorizzazioni edilizie erano state rilasciate per edifici più ampi rispetto a quanto previsto dalle licenze commerciali, e costruiti fin da principio per essere utilizzati in maniera integrale. Ai profani della burocrazia, la differenza tra grande e medio può sembrare poca cosa. Basta però scavare nei fascicoli delle autorizzazioni di alcuni di questi progetti per intuire gli interrogativi che una simile situazione proietta sul negozio di via Pellegrino Rossi e su altri casi simili.

In Lombardia c’è una linea di demarcazione netta che separa i centri commerciali di piccola o media dimensione da quelli grandi. È legata all’area di vendita. Sotto i 2.500 metri quadri per aprire le saracinesche basta un’autorizzazione del Comune. Sopra quella soglia la pratica diventa più complicata: serve l’ok della Regione, e si deve passare attraverso una “conferenza dei servizi”, un procedimento aperto dove tutti gli interessati possono intervenire per presentare condizioni, richieste, obiezioni. Bisogna coinvolgere i Comuni confinanti, le associazioni dei commercianti, i rappresentanti dei quartieri interessati. Il motivo è semplice: un megastore ha un impatto - sugli affari dei negozi di zona, sui cittadini, sul traffico, sui concorrenti - di gran lunga superiore rispetto a un supermercato più piccolo.

Può richiedere modifiche alle strade, misure per aiutare i negozi della zona a rinnovarsi e non essere costretti a chiudere, parcheggi. Di qui il discrimine dettato dalle norme, che per le grandi strutture fa aumentare i tempi d’autorizzazione delle licenze, i costi di costruzione, gli oneri di compensazione da pagare al Comune e alle altre istituzioni coinvolte. Fare come ha fatto Esselunga in via Pellegrino Rossi, aprendo prima un supermercato più piccolo per poi chiedere l’autorizzazione a ingrandirlo, non sana la differenza, perché l’esito di una procedura d’ampliamento è scontato, quello di una conferenza dei servizi per un progetto che parte da zero molto meno. Di qui lo stratagemma usato da Caprotti, di cui lui stesso era certamente a conoscenza, come mostra un documento di qualche anno fa.

Chi ha lavorato con Bernardo racconta che fosse dotato di un vero talento per capire dove un supermercato avrebbe funzionato e dove no. Sapeva che certe posizioni sono una fortuna e che altre rischiano di non diventare mai redditizie. È quindi con tutto l’orgoglio del caso che, il 21 febbraio 2011, l’imprenditore manda un appunto ai suoi dirigenti per rendere conto del sofisticato lavoro di intelligence effettuato per aprire un nuovo supermercato, sempre a Milano, in via Losanna. Lo chiama “progetto Bollicine”, perché l’edificio è nato dove prima c’era un vecchio stabilimento dell’acqua San Pellegrino. Anche lì, le casse sono poste inizialmente a metà del megastore appena inaugurato: «L’apertura al momento è parziale», ammette Caprotti, precisando subito che i metri quadri della struttura sono destinati a crescere: «Probabilmente diventerà un 2.500, la sua capacità massima è 2.800». Come faceva a saperlo?

L’azienda aveva cominciato a ristrutturare l’intera area, che comprende anche un palazzo di abitazioni e un parcheggio, senza presentare, almeno inizialmente, una domanda di ampliamento di un Esselunga originario, che occupava soltanto 1.003 metri quadri. I lavori erano partiti nel 2006 e dovevano terminare il 14 aprile 2010, quando era prevista la riapertura al pubblico. Pochi giorni prima della scadenza, il 23 marzo, la prima sorpresa. L’azienda chiede la proroga di un anno per terminare i lavori di ristrutturazione; qualche mese più tardi, il 24 giugno, presenta poi «un’istanza di ridistribuzione della superficie di vendita già autorizzata con ampliamento da 1.003 a 1.500 metri quadri».

Infine, l’autunno successivo, chiede l’aumento a 4.884 metri quadri di un ulteriore parametro, la «superficie lorda di pavimentazione», che in teoria non riguarda l’area dove piazzare gli scaffali con le merci. A quel punto il nuovo supermercato è pressoché finito e tutti, dai concorrenti ai consiglieri comunali, si rendono conto delle vere dimensioni. Vengono effettuate interrogazioni e ricorsi ma la risposta delle istituzioni è sempre la stessa: tutto regolare. Scrive Caprotti nel suo appunto dell’11 febbraio 2011: «Diamo con gioia il benvenuto a questo nuovo nato, che ci darà molte soddisfazioni; non senza dire grazie a tutti coloro che ci hanno messo tanto di sé, tanta intelligenza, tanta discrezione».

Compensare con il pesce
 
Come possa un’amministrazione comunale non rendersi conto di quel che cresce sul proprio territorio, nonostante tutta la discrezione e l’intelligenza del caso, è una domanda interessante. Ma quel che colpisce di più è il poco che, a cose fatte, basta per sanare progetti in grado di cambiare la geografia di interi quartieri. È stato questo l’argomento della riunione nel Palazzo Lombardia del 30 maggio, relativa all’area di via Pellegrino Rossi.

Anche in questo caso Esselunga ha costruito l’intero edificio sulla base di una licenza commerciale precedente, prima di 1.500 metri quadri, poi salita a 2.500. Il Comune non ha avviato una specifica pratica di autorizzazione in quanto il progetto prevedeva che nella nuova struttura non ci fosse solo il supermercato, ma anche due negozi di merci che, in gergo tecnico, vengono definite “ingombri non immediatamente amovibili”.

E cioè, una concessionaria d’auto e un’esposizione di arredamenti. Di queste due attività, nello spazio vuoto che separa l’ingresso dalle casse, a quattro anni dall’apertura non c’è traccia. Anzi, nella procedura avviata pochi mesi fa per portare la superficie di vendita a 3.821 metri quadri, Esselunga ha già prodotto l’impegno di entrambi i titolari a venderle i rispettivi spazi.

Più che una vertenza fra parti con interessi diversi, la conferenza dei servizi del 30 maggio - a cui L’Espresso ha potuto partecipare - si è così trasformata in un coro di benestare. L’ampliamento «non comporta consumo di nuovo suolo» e «non verranno costruite nuove cubature», è stato detto dai tecnici di Comune e Regione, senza sottolineare il fatto che l’edificio non dev’essere toccato perché è stato costruito di dimensioni eccedenti la licenza commerciale già in partenza. E ancora: «In fondo si tratta solo di un accorpamento di autorizzazioni già rilasciate», nonostante la concessionaria d’auto e l’esposizione di mobili esistano solo sulla carta.

Come detto, quello che colpisce maggiormente è però l’elenco delle compensazioni che l’azienda propone per sanare tutto. Ci sono contributi per 642 mila euro per opere di urbanizzazione. Ma le voci più sorprendenti sono altre. Un «contributo di 60 mila euro» che andrà al Comune per «riequilibrare» l’impatto che il nuovo megastore avrà sul «piccolo commercio di vicinato». L’impegno a spendere 25 mila euro in due anni mediante accordi con artigiani e commercianti locali per «promuovere il territorio». La «disponibilità» a fornire ai clienti la spesa on line, il pagamento dei bollettini postali, le casse automatiche, la prenotazione di «pesce fresco già pulito». L’immancabile promozione di prodotti tipici lombardi.

Perché queste voci ricadano sotto i costi che dovrebbe sostenere Esselunga per farsi regalare la licenza, e non sotto i vantaggi che le permetteranno di mettere in ginocchio i negozi vicini, è uno dei segreti che solo la burocrazia comunale sembra poter custodire.


Esselunga non ha segreti

espresso.repubblica.it

Con riferimento all’articolo “Il trucco di Caprotti”, Esselunga dichiara con fermezza di aver sempre agito nel pieno rispetto delle normative regionali e comunali, senza trucco o segreto alcuno. Sconcertano i riferimenti gratuiti e offensivi, a partire dal titolo, riservati al Dottor Bernardo Caprotti, senza che possa più smentire. Dopo averlo attaccato su più fronti senza ritegno da vivo, si continua pervicacemente ad offenderlo e a tentare di lederne l’onorabilità anche dopo la scomparsa. L’Azienda ritiene che le espressioni utilizzate nell’articolo siano gravemente lesive del suo buon nome, nonché di quello del suo fondatore e delle 28.000 persone che ogni giorno vi lavorano.
Esselunga SpA


La nostra replica
L’Espresso ha riportato in maniera il più possibile analitica una serie di dati e di fatti in gran parte tratti da documenti ufficiali, reperibili nelle procedure del Comune di Milano e della Regione Lombardia per la concessione delle autorizzazioni commerciali.

Roma, il segreto della stanza murata di Villa Medici

lastampa.it
andrea cionci

I lavori fatti nel 1943. Tra le ipotesi quella che la stanza contenga i beni confiscati agli ebrei dai nazifascisti. Sulle verifiche polemica tra un archeologo francese e l’Accademia di Francia, che ha sede nell’edificio



Uno dei gioielli rinascimentali di Roma, Villa Medici, sede, dal 1803, dell’Accademia di Francia, cela un segreto sul quale, dalla Seconda guerra mondiale fino ad oggi, nessuno avrebbe avuto ancora il coraggio di fare luce in modo completo e definitivo. Una stanza nei profondi sotterranei dell’edificio, affittata dal Banco di Roma, venne murata nel 1943, per motivi ancora oscuri.

L’Accademia sostiene, tramite i suoi tecnici, che ciò avvenne per questioni di staticità, ma non ha mai voluto abbattere quel muro e ha ripetutamente respinto, dal 2009 al 2016, la proposta dell’archeologo francese Vincent Jolivet, direttore di ricerca presso il CNRS di Parigi, di compiervi un sondaggio.
Naturale che sul contenuto di questo locale siano fioccate le ipotesi più varie e, tra le più interessanti, vi sono quelle che riguardano beni librari, o forse tesori, confiscati agli ebrei dalle autorità nazifasciste e dimenticati lì per settant’anni. Non a caso è intervenuta la Comunità ebraica di Roma. La richiesta di chi scrive circa il poter visitare il sito, ricevuta dall’Accademia il 20 maggio, non ha ricevuto risposta. Ad esprimere un giudizio imparziale sulla polemica divampata tra Jolivet e la prestigiosa istituzione francese abbiamo così chiamato un architetto specializzato in bunker con una certa esperienza anche in tema di tesori nascosti.

Ma andiamo con ordine.
 



Dai cunicoli romani al caveau della banca
Villa Medici è situata sul punto più alto e panoramico della Città eterna: anticamente vi sorgevano i famosi Horti Luculliani, uno splendido complesso costruito dal console romano - e famoso ghiottone –contemporaneo di Pompeo. Dopo la morte di Lucullo, la villa ebbe numerosi e illustri proprietari, tra questi, il senatore Valerio Asiatico, che vi si suicidò nel 47 d.C. e l’imperatrice Messalina che vi fu assassinata nel 48 d.C. 

Caduto l’impero, il sito rimase abbandonato fino al Rinascimento, epoca in cui passò nelle mani di due cardinali, prima Giovani Ricci da Montepulciano e poi Ferdinando de’ Medici. Quest’ultimo affidò a Bartolomeo Ammannati l’incarico di costruire una nuova, superba villa. Già in epoca romana era stata creata, sotto gli Horti, una fitta rete di cunicoli per la raccolta dell’acqua. Nel Rinascimento, un ulteriore livello di gallerie fu scavato per estrarre tufo e pozzolana.

Al di sopra della profonda cantina che il cardinale Ricci aveva fatto realizzare, Ferdinando de’ Medici fece erigere la Terrazza del Bosco, un enorme terrapieno, dell’altezza di 5 m, sormontato da una collina artificiale alta 12 m, concepita a imitazione di un tumulo etrusco. Passarono, da allora, circa 350 anni senza che venissero apportati molti cambiamenti ai sotterranei, finché, nel gennaio 1943, temendo i bombardamenti alleati che si ripetevano con sempre maggiore virulenza sulla Penisola, il Banco di Roma richiese di prendere in affitto la cantina di Ferdinando de’ Medici come riparo antiaereo per valori e documenti. (Si ricordi che, durante la guerra, i francesi non erano più i padroni della villa).



La muratura della camera e la sua datazione
Era una buona sistemazione per la banca: l’ipogeo si trova al centro di Roma e i suoi locali sono sepolti a una profondità di circa 11 metri sotto il livello del piazzale della Villa, e 16 metri sotto la Terrazza del Bosco. Prima di iniziare il trasferimento dei beni, il Banco di Roma fece realizzare una pianta del complesso da occupare. I lavori prevedevano, tra l’altro, la realizzazione di un impianto di condizionamento, alimentato a carbone, destinato a deumidificare l’ambiente.

Tuttavia, mentre la maggior parte della cantina venne adattata al suo nuovo ruolo di deposito di documenti cartacei, ad ovest del sotterraneo, una stanza di 2 x 3 m, con un’altezza di c.a 2,50 m, venne chiusa, inspiegabilmente, da un muro. E’ possibile datare con certezza questo intervento poiché le tracce dell’impianto di condizionamento si fermano in corrispondenza della tamponatura. La stanza fu sigillata nel 1943, quindi, tra la ricognizione dei sotterranei e l’esecuzione dell’impianto di condizionamento. Alla fine del 1944, il Banco di Roma sgomberò i luoghi, ma la stanza chiusa non venne riaperta. 



Prime scoperte
Nel 2008, fu l’archeologo Vincent Jolivet, ricercatore responsabile, dal 1981 al 2005, degli scavi sotto Villa Medici, a riscoprire interamente la vicenda dell’utilizzo dei sotterranei da parte del Banco di Roma, e a scriverne in un articolo scientifico, raccogliendo le testimonianze di un anziano cameriere di Villa Medici. “Questo signore parlava della Banca d’Italia, solo in seguito abbiamo potuto chiarire, grazie all’operato della storica Rosanna Scatamacchia, che si era trattato, invece, del Banco di Roma. Più di una volta – spiega Jolivet – ho presentato richiesta ai vari direttori di Villa Medici, per eseguire un sondaggio nel muro di questa sala. La mia idea, molto semplice e poco invasiva, era quella di praticare un piccolo foro nella parete attraverso il quale far passare una apposita telecamera. Ho sempre ottenuto risposte negative o evasive e la cosa mi colpì dato che l’amministrazione dell’Accademia di Francia stava realizzando, in questi stessi anni, imponenti operazioni di scavo sui terreni di Villa Medici”. A questo punto, Jolivet, nell’impossibilità fisica di fare chiarezza, elabora diverse teorie. 

Un lavoro di consolidamento?
La stanza è vuota, o riempita con detriti. Sarebbe stata chiusa per problemi di statica, di fragilità del banco di tufo, o per motivi di sicurezza rispetto alla possibilità di bombardamenti. Se è vero che la camera non dista molto dal sovrastante viale degli Aranci essa è però è stata scavata a una profondità di ben 11 m, in uno spesso strato di salda roccia vulcanica. E’ strano – secondo Jolivet - anche che la pianta del Banco di Roma indicasse esplicitamente come il locale dovesse essere adibito a deposito.



Deposito di sculture?
In questa seconda ipotesi, il Banco di Roma vi avrebbe sigillato beni non deperibili (più probabilmente, in questo caso, sculture, che non temono l’umidità degli ambienti chiusi). In effetti, dall’Antichità, fino all’ultimo secolo, si hanno numerosi esempi di questa pratica nel corso di conflitti. Potrebbe essere plausibile anche che le statue siano state “annegate” nel terriccio, a ulteriore protezione dagli urti. Manca tuttavia una documentazione in proposito, e pare difficile che, dopo la guerra, nessuno abbia rivendicato la proprietà di quelle opere. 

 Soldati tedeschi in ritirata da Roma (consulenza fot. Massimo Castelli)
 
Beni confiscati agli ebrei?
Nella terza opzione, la stanza murata conterrebbe beni confiscati dai nazifascisti alla comunità israelitica di Roma. Tra questi, vi potrebbero essere i 7000 volumi antichi della biblioteca della Sinagoga che mancano all’appello. Nelle fasi finali della guerra, dei libri antichi, probabilmente, ai tedeschi in ritirata non sarebbe importato granché e per questo motivo avrebbero potuto abbandonare a se stesso il deposito murato. Questa ipotesi, pure non suffragata da documenti, spiegherebbe anche il perché i valori, ritenuti definitivamente dispersi, non siano stati reclamati da nessuno alla fine della guerra. C’è da ricordare, anche, la forte vicinanza del Banco di Roma, all’epoca, con il regime fascista.

“Se nella camera vi fossero stati nascosti oggetti così “scottanti” – ipotizza Jolivet - si potrebbe comprendere come mai si sia preferito, dopo la guerra, tenere segreto lo scabroso contenuto di quella stanza”. Nel febbraio 2015, l’archeologo, ritenendo particolarmente degna di attenzione l’ultima ipotesi, scrive alla Comunità ebraica di Roma, accennando alla questione. Quest’ultima, il 22 giugno, invia all’Ambasciata di Francia e alla Direzione dell’Accademia di Villa Medici una lettera chiedendo di consentire a Vincent Jolivet di eseguire un sondaggio per verificare la questione. 



La risposta di Villa Medici alla Comunità ebraica
Il 6 agosto, il direttore di Villa Medici Éric de Chassey risponde alla Comunità ebraica spiegando che il sondaggio era stato già fatto poche settimane prima della loro richiesta (perciò senza la presenza di Jolivet) dalla società Acanthus, composta dalla stessa equipe di archeologi che lavorano negli scavi di Villa Medici. Il rapporto allegato alla risposta contiene due fotografie: un operaio colto nell’atto di praticare un “carotaggio” nella parete murata e, a parte, la fotografia della sezione di materiale che sarebbe stata scavata. Non vi è, tuttavia, la fotografia del foro praticato. Il documento afferma che il carotaggio ha incontrato tre strati di muro di tufo, intervallati da strati di frammenti di materiale tufaceo misto a malta e laterizi. 



Oltre le murature, una massa di terriccio vulcanico cedevole (terreno rimaneggiato) ha reso impossibile – si sostiene - infilare una telecamera nel foro. Nel rapporto, pure, si specifica che, “per un appianamento definitivo delle polemiche relative alla presenza di preziosi nascosti”, sarebbe necessaria la riapertura della tamponatura (abbattimento completo del muro) ma questa non è stata effettuata sia per i costi dei lavori che dello smaltimento dei materiali. In un secondo rapporto, inviato da Acanthus in risposta ai dubbi espressi da Jolivet, si ribadisce con convinzione il fatto che la sala sarebbe stata murata per motivi statici come già avvenuto in altre parti dei sotterranei, anche in considerazione della fragilità del tufo e della vicinanza con il Viale degli Aranci. Si afferma, inoltre, che il terriccio di riempimento esclude la presenza di manufatti nascosti. 



I dubbi e la proposta dell’esperto.
L’architetto strutturista Gregory Paolucci si occupa, fra le altre cose, della progettazione e costruzione di bunker moderni ed è il presidente dell’Associazione Bunker Soratte, noto per una vicenda riguardante l’oro della Banca d’Italia che sarebbe ancor oggi nascosto fra le sue gallerie. Data la sua diretta esperienza in materia, quindi, gli abbiamo sottoposto i due report di Acanthus: “Trovo che i dati acquisiti siano solo in parte significativi – spiega Paolucci – oggi la tecnologia offre strumenti che forniscono dati decisamente più completi e utili a sfatare miti e ad evitare il periodico svilupparsi di dubbi e “voci”.

Se l’Accademia volesse approfondire la conoscenza di ogni dettaglio degli ipogei, ritengo che potrebbe effettuare una prospezione con il georadar (affiancato ad altre prove geofisiche non distruttive) senza necessità di abbattere il muro. Questo tipo di test permetterebbe di conoscere con grande precisione, non solo l’esistenza di pieni e cavità, ma fornirebbe dati utili a discriminare la qualità dei materiali di riempimento e perfino l’esistenza di eventuali oggetti. E’ chiaro che un singolo carotaggio indaga su una porzione minima del locale e, in un ipogeo forse già storicamente interessato da eventi di crollo e cedimento, non si può avere la totale certezza che non vi possa essere qualcosa di sepolto. 

Per quanto riguarda l’ipotesi della natura difensiva della tamponatura della sala, posso garantire che l’assenza di rinforzi in cemento armato non avrebbe garantito la resistenza agli impatti di eventuali bombe cadute in prossimità o sulla verticale del sito. Se per un ricovero antiaereo destinato alle persone, la stanza sotterranea sarebbe stata quindi pericolosa, per un deposito di oggetti inanimati, la stanza, posta a quella profondità, avrebbe svolto egregiamente la propria funzione”.

L’impiego del georadar - che si potrebbe noleggiare con poca spesa - consentirebbe, a quanto pare, di fugare ogni dubbio rimanente, rasserenando gli animi di tutti, a condizione – come aggiunge Jolivet - che il nuovo sondaggio venga realizzato in un quadro metodologico e deontologico pienamente trasparente, con la presenza di tutti coloro che si sono dedicati a questo sito e alla sua misteriosa vicenda.

Il paese con una sola abitante: “Il silenzio mi fa compagnia”

lastampa.it
niccolò zancan

Paolina è uscita da Socraggio, in Valle Cannobina, solo due volte In casa tv spenta e nessun libro. “Faccio il fieno e pulisco la chiesa”


La famiglia Paolina Grassi compirà 91 anni il 28 agosto. Il marito è morto nel 1993 e l’ultima delle sue quattro sorelle nel 2016. Ha figli e nipoti, che però non vivono a Socraggio

Ora che non c’è più neanche il cane Fido ad abbaiare festoso, il silenzio ti viene incontro già dopo l’ultima curva. «Un silenzio bellissimo», dice la signora Grassi. «Soprattutto di notte. È quello il momento in cui puoi ascoltarlo meglio. Mi fa compagnia quando non riesco a dormire. Non senti un motore. Fuori dalla finestra della mia stanza è completamente buio, ma in alto il cielo è pieno di migliaia di stelle». 

La signora Paolina Grassi compirà 91 anni il 28 agosto. Ha vissuto tutta la sua vita su questa montagna della Valle Cannobina, al confine con la Svizzera. È l’ultima residente di un paese quasi scomparso dalle mappe, il cui nome intero è Casali Socraggio. Il suo portone è quello con il numero 27. «C’erano l’osteria, la rivendita e il fornaio. C’era la scuola elementare. Nella mia classe eravamo in 36. Quando sono nata, il 28 agosto del 1926, tre famiglie avevano dieci bambini. Noi eravamo cinque sorelle: Santina, Domenica, le gemelle Silvia e Giovanna, io ero la più piccola. Mamma mi aveva partorito sull’Alpe Badia, a mille metri di altitudine, dove papà aveva le bestie, faceva il carbone e essiccava le castagne nel graticcio». 

Le giornate della signora Grassi seguono il ritmo delle stagioni. Potrebbero sembrare monotone, ma a lei sono sempre bastate. «Faccio colazione alle 8 con una grande tazza di caffellatte e un pacchetto di cracker. Poi devo dare da mangiare alle galline, c’è da pulire la chiesa, devo prendere le erbe, fare il fieno, lavorare con il rastrello e il falcetto, riempire la gerla di legni per la stufa. L’insalata selvatica va tagliata fine. È un po’ duretta, ma buona». 

A pranzo, un risotto. Dopo, un pisolino con le braccia conserte sul tavolo. La tv è foderata perché non prenda polvere, tanto è sempre spenta. Anche il telefono fisso a rotella, l’unico, ha una piccola copertura di misura. Sulla vetrina della credenza ci sono le foto dei figli, dei nipoti e del cane Fido («è stato come un figlio negli ultimi anni»). Il frigo Zoppas, la panca per mangiare accanto al camino acceso, se fa freddo. 

L’ARRIVO DEI TURISTI
È tornata l’estate. In paese stanno salendo i villeggianti. Sono 12 tedeschi, 2 svizzeri, un italiano di Gallarate e uno di Arona. La signora Grassi chiacchiera benvoluta da tutti, circondata da fiori e piante rigogliose, perché il bosco ormai ha quasi ricoperto le case. La rosa che le regalò il figlio maggiore, quello partito per la Sardegna come carabiniere ausiliario. Il giglio selvatico sulla parete maestra. La robinia, il castagno, il rovere, il tiglio che profuma di miele: «A giugno metto a seccare le foglie all’ombra, in autunno ne faccio tisane». 

Giù a valle, pensionati tedeschi vestiti in pelle nera solcano la strada su motociclette fiammanti, fra ristorantini di lusso, divanetti a bordo lago e pedalò rarefatti nella bruma del pomeriggio. La signora Paolina non ha mai visto quel mondo sottostante. Canobbio, il Lago Maggiore, i motoscafi Riva. Non ha mai sognato New York e neppure sconfinato in Svizzera: «Al massimo sogno di salire ancora una volta sul monte Zeda. Ma sono quarant’anni che non posso più andarci, e va bene così. Sono di buon carattere. Ho fatto solo due viaggi. Uno a Novara per accompagnare mio marito in ospedale, l’altro a Macugnaga per accompagnare il prete». 

Racconta dei camosci e dei cinghiali, delle volpi che danno la caccia ai gatti. Del fatto che non nevichi quasi più. «Nel 1985 mio marito Luigi aveva misurato 92 centimetri di manto bianco». Una sola volta al mese va al supermercato a fare la spesa, grazie all’aiuto della nuora Lucia. Compra quello che serve. Scongela una pagnotta al giorno. Un ricordo felice è quello di un capodanno dopo la guerra, con la famiglia riunita e il cappone in tavola: «Il ripieno era la cosa più buona. Luigi metteva un salamino, uova, pane grattugiato, verza, poca farina».  E la paura? Cos’è, per lei, la paura? «Quando c’erano i rastrellamenti dei tedeschi. Avevo 18 anni. Volevano bruciare il paese perché si erano rifugiati i partigiani. Un aeroplano volava basso. Avevo paura dei bombardamenti». 

AL CINEMA 2 VOLTE NELLA VITA
È andata soltanto due volte al cinema con la scuola elementare, non ha mai letto un libro, ma racconta orgogliosa di quella canzone che aveva inventato all’alpeggio. «Era una canzone per gli inglesi, contro i fascisti. Diceva che le città di Torino, Milano, Firenze e Bari avrebbero festeggiato la liberazione. Mi era venuta alla testa sentendo i discorsi dei grandi, quelli che leggevano i giornali». 
Il marito, un tempo alpino in Jugoslavia, è morto nel 1993, l’ultima sorella nel 2016. Quasi un secolo se n’è andato sulla montagna. Il futuro è questo silenzio perfetto. «Desidero solo la salute dei miei figli e dei miei nipoti. E spero che le gambe mi sorreggano fino alla fine. Andare in una casa di riposo non mi piacerebbe. So che trattano bene gli anziani, ma lì dentro mi sentirei rinchiusa in prigione. Io sono come le nostre pecore, nata per vivere all’aria aperta». 

(Ha collaborato Teresio Valsesia)

Gli hacker di Israele nei computer dell’Isis, così venne scoperta la minaccia dei laptop

lastampa.it
giordano stabile

Emergono nuovi dettagli sul controverso “leak” del presidente americano Donald Trump riguardo informazioni sull’Isis ottenute dai servizi segreti israeliani. Secondo indiscrezioni del New York Times, confermate da Haaretz, gli hacker israeliani erano riusciti a penetrare nei computer della cellula dello Stato islamico che si occupa di preparare ordigni da usare anche in attentati in Occidente.

La “bomb cell” dell’Isis aveva escogitato il modo per trasformare computer e laptop in ordigni in grado di oltrepassare i controlli negli aeroporti del Medio Oriente. La scoperta, comunicata agli Stati Uniti, ha portato alla messa al bando di questi dispositivi elettronici sulla maggior parte dei voli dalla regione verso il Nord America, lo scorso marzo.

A maggio, nel suo incontro con l’ambasciatore russo a Washington, Sergei Kislyak, e il ministro della difesa Sergei Lavrov alla Casa Bianca, Trump ha rivelato queste informazioni, con il rischio di esporre gli agenti che erano riusciti a penetrare nel sistema dello Stato islamico, forse anche con l’aiuto di una talpa all’interno del Califfato.

Le rivelazioni hanno allarmato Israele. Il timore è che i segreti dell’Intelligence israeliana siano passati a quella iraniana e quindi aprire una breccia nei sistemi di difesa dello Stato ebraico. I servizi americani hanno una stretta collaborazione con quelli israeliani. Nel 2008 un’operazione di intelligence, e di hackeraggio, portò a un blitz nei computer che controllavano il programma nucleare e a danneggiare numerose centrifughe per l’arricchimento dell’uranio.