giovedì 22 giugno 2017

L’iPhone diventerà una cartella clinica elettronica

lastampa.it
enrico forzinetti

Apple vorrebbe trasformare il suo smartphone in un database completo di informazioni sanitarie degli individui, collezionando in un unico luogo referti, esami e prescrizioni mediche



Basta con le cartelline in cui si tiene in modo disordinato la documentazione medica: l’iPhone potrebbe presto diventare il database in cui collezionare versioni digitali di referti, visite, analisi e prescrizioni riguardanti la propria storia clinica. Lo riporta la Cnbc , secondo cui Apple sarebbe al lavoro per trasformare il proprio smartphone nel custode di tutte le informazioni sanitarie degli individui.

Un’idea che andrebbe oltre la semplice registrazione di dati legati al benessere e all’attività fisica della persona, con un obiettivo ben preciso: mettere fine alla frammentazione di queste informazioni che rischiano di andare perse con il passare degli anni. Il tutto nell’ottica di rendere poi disponibile a medici e ospedali il quadro clinico completo della persona, quando necessario.

A confermare l’interesse del colosso di Cupertino verso un progetto di questo tipo ci sono anche i contatti con altri gruppi attivi nel campo sanitario. Tra questi The Argonaut Project, che lavora per realizzare standard comuni per la trattazione di dati sensibili, e The Carin Alliance, che si occupa di aiutare i pazienti a gestire tutte le informazioni mediche.

Non è la prima volta che Apple si impegna nel campo della salute dei propri utenti. Oltre ad aver introdotto l’app Salute dove raccogliere dati su parametri fisici, alimentazione, ciclo delle sonno e attività delle persone, un paio di mesi fa si è diffusa la notizia di un progetto per inserire un sensore per controllare il diabete all’interno dell’Apple Watch.

Donne forti e uomini ostinati: la vita dei migranti dell’800

lastampa.it
paola guabello

Nel Biellese un museo dedicato agli artigiani delle montagne



Quindici stanze e più di mille oggetti (senza contare le decine di fotografie d’epoca dai grigi un po’ sbiaditi) che raccontano la vita della gente di montagna alla fine dell’800. Vita dura per donne forti: quelle che restavano in Alta Valle del Cervo (in dialetto la Bürsch, la tana, la casa) a combattere l’«ostilità della natura» che le circondava, in un territorio fatto di un suolo avaro, pochi pascoli, silenzi e raggi di sole rubati a un inverno sempre troppo lungo.

Rosazza è un piccolo paese dai tetti in «lose», calato in una valle stretta da due versanti scoscesi. L’attraversano un torrente pescoso e una rete di mulattiere che portano in quota e che, come il centro abitato, sono tempestate da sculture di pietra. L’autore è Giuseppe Maffei che fu «assoldato» dal senatore e filantropo Federico Rosazza, appassionato d’arte e di occultismo, per dare grazia all’austera valle. In una antica abitazione d’impianto settecentesco, incastonata in un vicolo dove l’ombra regna sovrana, tra giugno e ottobre da trent’anni, la Casa museo della Valle Cervo accoglie visitatori e ricercatori, per raccontare loro una storia lontana. 



Alle pareti, fra scaffali e mobili, gli oggetti descrivono gli anni in cui l’emigrazione degli uomini condannava mogli e promesse spose alla solitudine e a un’economia domestica povera, fatta di attesa e di pazienza. Gli abitanti della Bürsch erano imprenditori (pochi ma notevoli), provetti scalpellini e muratori specializzati nella lavorazione dell’unica «ricchezza» che il luogo offriva loro, la sienite, una varietà di granito di pregio, ideale per l’edilizia e apprezzato in tutto il mondo.

Da un piano all’altro
Il percorso si dipana su quattro piani e un sottotetto, dove un’esposizione, articolata per ambienti di vita e per temi, porta dalla stalla alla cucina, dal «laboratorio» per la lavorazione della sienite fino agli ambienti più intimi in cui si trovano biancheria e camicie da notte ricamate e pure gli «scapin», simbolo perfetto di un sapere antico tramandato di madre in figlia ancora fino a pochi anni fa. Gli «scapin» sono le «scarpe» tipiche della Bürsch, fatte di stoffa la cui tomaia, per essere robusta, era ricavata da più strati di tessuto cuciti insieme con mille punti. 

SCUOLE PROFESSIONALI E SOCIETA’ OPERAIA
Uno spazio della casa è dedicato anche alle scuole professionali a indirizzo edile, caratteristiche del luogo, e agli ambienti delle tre società operaie di mutuo soccorso, che si contendevano gli scalpellini. 
Anima dell’istituzione è Gianni Valz Blin, architetto di origini valligiane che ereditò dal padre la passione per l’etnografia: «Com’é nata l’idea della Casa museo? Nel 1964, con un gruppo di studiosi guidato da Alfonso Sella, allestimmo una mostra durante la quale i visitatori ci suggerirono di creare un’esposizione permanente di tutto il materiale raccolto.

Finalmente nell’84 acquistammo l’edificio per contenerlo (i fondi furono stanziati da due privati e dalla Comunità montana). Si inaugurò nel 1987: eravamo l’unica struttura museale aperta nel Biellese e contavamo 250 visitatori ogni domenica, decine di scuole, gruppi e associazioni: dalla primavera all’autunno si arrivava a 4000 visitatori l’anno, tutti accolti da volontari. Ora sono aperte 14 cellule ecomuseali nel Biellese, ma il 9 luglio noi festeggeremo il trentennale con un evento e la presentazione del libro dedicato a questo anniversario». 

E in prima linea, come sempre, ci saranno le donne. Si chiamano «valete an gipoun» e vestono il costume tradizionale fatto di ampie gonne di lana e scialli ricamati. L’unico gruppo «organizzato» in abiti tradizionali che il Biellese possiede e che non manca mai agli appelli della Casa museo: sono le valete, parte integrante dell’istituzione, a mettere in risalto il valore e il ruolo della donna che abitava la Bürsch.

E’ morto Yuri Drozdov, leggendaria spia sovietica

lastampa.it



È morto Yuri Drozdov, uno dei protagonisti della Guerra fredda delle spie. Drozdov fu a capo per lungo tempo, a partire almeno dal 1979, della branca del Kgb dedita alle azioni «illegali» in territorio straniero: finzione, travestimenti, infiltrazioni, soprattutto in quella parte dell’Asia in cui ancora oggi è in vigore «Il grande gioco» (la definizione è di Artur Conolly, ufficiale dell’esercito britannico che la conio’ per descrivere i movimenti diplomatici e segreti delle grandi potenze in quell’area geografica). 

Drozdov, infatti, prese parte all’invasione sovietica dell’Afghanistan, che durò fino al 1989, lavorando alla caduta dell’allora presidente Hafizullah Amin. Lo 007 russo, la cui vita resta avvolta da un mistero chiuso negli archivi dei servizi segreti di Mosca, si era fatto notare ben prima, all’età di 32 anni, nel 1957, quando giocò un ruolo importante in uno dei più drammatici episodi della Guerra Fredda: lo scambio tra l’agente segreto russo, Rudolf Abel, catturato dall’Fbi, e Gary Powers, pilota americano finito nelle mani di Mosca nel 1962. Ricostruito nel 2015 nel film «Il ponte delle spie» di Steven Spielberg, lo scambio avvenne nel 1962 sul ponte Glienecke, che collegava Berlino ovest a Potsdam, nella parte controllata dai sovietici.

Il governo russo ha dato l’addio a Drozdov salutandolo come un «saggio comandante e un vero ufficiale russo». In uno dei suoi romanzi lo scrittore ed ex spia britannica Frederick Forsyth lo ha definito «la figura più importante tra i padri dello spionaggio russo». 

Radio Maria, l'OdG sospende padre Livio. Disse alla Cirinnà: 'Ricordati che devi morire'

espresso.repubblica.it

Il prete giornalista si era scagliato in diretta contro la prima firmataria della legge sulle unioni civili: "Adesso brinda a prosecco, alla vittoria. Signora, arriveranno anche i funerali, stia tranquilla”. Ora arriva la condanna a sei mesi di sospensione. E la senatrice lo invita 

Radio Maria, l'OdG sospende padre Livio. Disse alla Cirinnà: 'Ricordati che devi morire'

Padre Livio Franzaga aveva tuonato parole bibliche contro il ddl, diventato legge lo scorso anno sulle unioni civili. Non aveva gradito e in diretta dai microfoni di Radio Maria aveva espresso tutto il suo disappunto: "Signora Cirinnà, arriverà anche il suo funerale. Glielo auguro il più lontano possibile, ma arriverà anche quello". Questa frase, e quelle a seguire avevano sollevato l'indignazione degli ascoltatori. Ora arriva la sospensione dell'Ordine dei Giornalisti.

"Signora Cirinnà, arriverà anche il suo funerale. Glielo auguro il più lontano possibile, ma arriverà anche quello". Sono queste le parole usate dal direttore di Radio Maria Padre Livio Fanzaga per parlare del ddl sulle unioni civili e della senatrice che lo ha proposto. La frase, riportata sulle pagine Facebook degli attivisti per le unioni civili, sta sollevando l'indignazione degli ascoltatori. Lo stesso Fanzaga dice anche che la Cirinnà gli ricorda "la donna del capitolo 17esimo dell'Apocalisse".

Personaggio biblico noto anche come la prostituta di Babilonia.Padre Fanzaga non è inoltre nuovo a uscite discutibili: nei giorni scorsi aveva definito le famiglie arcobaleno "sporcizia" e in occasione di Vatileaks aveva detto che i giornalisti Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi erano "da impiccare" (ma.mu)Video dalla pagina Facebook "Stop omofobia e disuguaglianza"

153 Il Bancomat festeggia cinquant'anni: il viaggio delle carte, da Londra a quota 100 milioni in Italia

repubblica.it
di BARBARA ARDU'

Il Bancomat festeggia cinquant'anni: il viaggio delle carte, da Londra a quota 100 milioni in Italia

Buon compleanno Bancomat. Ha cinquant'anni di vita la tesserina magica, forse la prima, che iniziò a gonfiare i nostri portafogli. L'idea, geniale, è attribuita a uno scozzese, John Steperd-Barron, titolare di una tipografia a Enfield Town, sobborgo a Nord di Londra. Stanco di fare la fila in banca e osservando una macchinetta che distribuiva barrette di cioccolato, si domandò se non fosse il caso di mettere su qualcosa di simile che però sputasse non cioccolato, ma banconote. Fu proprio la sua azienda a realizzare il primo Atm (la macchina vera e propria in cui si inserisce la tessera). Perché in reltà oggi è il compleanno dell'Atm che si festeggia.

Il primo venne installato presso la filiare della Barclays Bank di Enfield il 20 giugno del 1967. Un'invenzione rivendicata poi nel tempo da più persone, che entusiasmò i giovani, ma non convinse subito i più anziani, per cui il denaro va maneggiato, contato e poi riposto al sicuro. Ma eravamo ancora alla preistoria. Nell'Atm realizzato dal tipografo andava inserita non una tesserina, ma uno speciale assegno su cui era riportato il numero identificativo del cliente. La plastica e la diffusione del bancomat arrivarono col tempo. E fu la televisione a decretarne il successo. In una cerimonia pubblica la Barclays lanciò il nuovo dispositivo Atm in diretta tv durante un programma televisivo molto seguito: "On the buse", in onda sulla Bbc.

Fu solo negli anni Ottanta, circa quindici anni dopo, che gli Atm sbarcarono in Italia. "Le prime a piazzarle fuori dalle loro agenzie furono alcune Casse di risparmio del Nord, che insieme avevano creato un consorzio - racconta Sergio Moggia, direttore generale del Consorzio bancomat italiano.E fu un successo quasi subito. Nel giro di pochi anni gli sportelli si moltiplicarono, seppure con cautela.

Gli italiani erano e sono ancora legati al contante, nonostante l'Italia sia uno dei Paesi europei con la maggiore concentrazione di Atm e di Pos in Europa". Le grandi banche del tempo, le tre "Bin" pubbliche, ancora in mano all'Iri, arrivarono subito dopo. Intuirono subito la forza degli Atm e ci si buttarono con impegno. Il bancomat era già stato trasformato in agile tessera di plastica e si adattò bene ai portafogli degli italiani, ancor meglio ai porta assegni, che allora gli istituti di credito donavano con nonchalanche ai clienti che aprivano i conti, magari insieme all'agenda della banca, altro gentile dono riservato per lo più solo ai migliori clienti.

Nacque così la Sia, la società che gestiva i bancomat e soprattutto la loro sicurezza. Che ormai sembra a prova di bomba. "Il numero delle frodi - dicono all'Abi - è in continua discesa, tant'è che si aggira ormai sullo 0,0011% delle transazioni". Oggi esiste il circuito nazionale Bancomat. E le tessere nei portafogli degli italiani si sono moltiplicate. Tra carte di debito, credito e prepagate ne circolano ormai 100 milioni, usabili nei 50mila Atm italiani e su 1 milione e 900mila Pos. Ma nonostante questa diffusione l'utilizzo del contanti in Italia è tutt'ora altissimo, ben sopra la media dei Paesi più avanzati.

"Se è pur vero che partì tutto da Londra - aggiunge Sergio Moccia - gli Atm di oggi sono tutt'altra cosa. Si sono evoluti fino a sposare la rete Web, che ha mutato molto lo stato delle cose anche da un punto di vista (diciamo) architettonico. Ora all'interno ci sono indicatori biometrici e digitali. E se i primi Atm erano off-line, oggi sono tutti on-line. Non solo. Agli inizi funzionavano attraverso la banda magnetica, quella che identificava il cliente, oggi vanno con il touch, quel quadratino di silicio inserito nelle tessere e ormai stiamo andando sempre più avanti con il contact less, la carta che si usa senza contatto". Gli Atm sono diventati a tutti gli effetti filiali all'aperto. Su quelle macchinette si fa di tutto. Ma non proprio tutto.

Ci sono molte operazioni per le quali è necessario passare dallo sportello. E lì la fila spesso c'è ancora. Che delusione sarebbe per John Shepherd-Barron, se fosse ancora vivo.

Sponda con gli alleati e falsi informatori. Così gli Usa neutralizzano le spie russe

lastampa.it
paolo mastrolilli   Pubblicato il 31/12/2016

Sei mesi sotto copertura per svelare la rete di contatti degli agenti del Cremlino all’Onu

Era l’inizio dell’estate scorsa, prima della Convention democratica di Philadelphia, quando i servizi segreti americani convocarono i colleghi dei Paesi alleati a New York per un’informativa speciale. Avevano scoperto che due diplomatici russi all’Onu in realtà facevano un altro mestiere: erano spie, e bisognava prima usarle, poi arginarle, e quindi cacciarle. Questa storia, che sembra presa dalla trama di un film dell’agente 007, aiuta in realtà a capire quanto profonda e radicata sia l’attività dello spionaggio di Mosca negli Stati Uniti, e quanto sia pericolosa.

L’allarme era scattato prima di quello sulle incursioni degli hacker che avevano attaccato il sistema digitale del Partito democratico, e riguardava obiettivi potenzialmente più preoccupanti per la sicurezza nazionale. Perché il tentativo della Russia di influenzare le elezioni fa notizia, e se si scoprisse una qualche complicità da parte della campagna di Donald Trump, la sua stessa presidenza potrebbe essere delegittimata e minata. Però lo spionaggio umano e digitale è costante, diffuso, e riguarda obiettivi militari, economici e politici che possono costare vite, oltre che la stabilità di interi Paesi.

Il modo in cui i servizi americani si erano accorti del doppio gioco condotto dai due presunti diplomatici russi all’Onu non è noto, anche perché i metodi di lavoro sono il primo segreto da difendere in queste occasioni. L’allarme però era risultato così serio, da spingere gli Usa ad avvertire gli alleati. In questi casi, le strutture che entrano in azione sono quelle del controspionaggio, e ad esse si erano rivolte gli agenti di Washington. I colleghi dei Paesi alleati, inclusa l’Italia, erano stati invitati a New York per un briefing molto dettagliato. Durante l’incontro, gli americani avevano rivelato l’identità delle due spie russe e tutto quello che avevano appreso sulla loro attività.

La capitale è Washington, però Manhattan è un centro privilegiato per questo genere di operazioni, perché ci sono l’Onu, il centro della finanza globale a Wall Street, i grandi media e la possibilità di incontrare persone in arrivo da ogni angolo del mondo. Anche la Cia, l’Fbi e la National Security Agency hanno sedi importanti a New York, alcune delle quali prima degli attentati dell’11 settembre si trovavano proprio nelle Torri Gemelle. Lo spionaggio in questa città, insomma, può riguardare tutto, dalla politica estera che si gioca al Palazzo di Vetro, alla sicurezza militare ed economica.

Gli americani avevano informato i colleghi del controspionaggio dei Paesi alleati per allertarli sul pericolo e insieme ottenere la loro collaborazione. L’invito era stato quello di far finta di nulla: le spie russe non dovevano capire che erano state scoperte. I diplomatici alleati avrebbero dovuto continuare a frequentarle, facendo naturalmente attenzione a cosa dicevano. Nello stesso tempo, però, avrebbero dovuto studiare le loro mosse, comprendere cosa volevano, quale missione dovevano svolgere, quali obiettivi dovevano colpire, e magari scoprire la rete dei loro contatti, anche per individuare eventuali talpe occidentali con cui collaboravano.

L’operazione di controspionaggio doveva continuare fino a quando l’intelligence occidentale avrebbe raccolto tutte le informazioni di cui aveva bisogno, o fino a quando i due infiltrati russi avrebbero dato la chiara indicazione che stavano diventando pericolosi. A quel punto potevano essere sacrificati, e quindi arrestati ed espulsi. Non sappiamo se i loro nomi sono fra quelli dei 35 agenti di Mosca cacciati dal presidente Obama, ma è possibile. Di sicuro però questa caccia alle spie dimostra come l’attività segreta del Cremlino negli Stati Uniti sia molto più aggressiva, diffusa e pericolosa di quanto possa apparire dalla pur sorprendente vicenda degli hacker. Una sfida costante, che riguarda anche gli alleati, e costringe a prendere posizione in una lotta che è rimasta quasi uguale a quella dei tempi della Guerra fredda. 

Cercasi donatore di impronte per sconfiggere gli hacker

lastampa.it
nicola pinna

Il curioso appello lanciato dagli ingegneri dell’Università di Cagliari I ricercatori: “Vogliamo impedire il prossimo salto dei cyber criminali”



Gli hacker del futuro cambieranno armi per i loro attacchi: cloneranno direttamente le impronte digitali e saranno persino capaci di replicare in laboratorio altri tratti somatici. Apriranno così i forzieri delle grandi banche dati, ma saranno anche in grado di violare i piccoli dispositivi personali e da lì riusciranno facilmente ad accedere alle informazioni più riservate e magari al nostro conto bancario.

Non c’è da allarmarsi, il rischio non è ancora così attuale. Ma è prossimo. E allora già si studiano i metodi di prevenzione. L’Università di Cagliari ha un pool di ricercatori che si occupa di cyber security e che in questi giorni cerca donatori di tratti somatici. «Abbiamo bisogno di volontari che ci offrano le loro impronte digitali per continuare il lavoro sui sistemi di protezione - dice il professor Gian Luca Marcialis - In pochi giorni più di cinquanta persone si sono messe a nostra disposizione. Grazie al loro contributo potremo approfondire gli esperimenti fatti finora».

L’appello su Facebook
L’annuncio pubblicato dall’Università su Facebook ha incuriosito quasi subito: «Cercansi donatori di impronte digitali». Davanti al laboratorio «PraLab» del Dipartimento di Ingegneria elettrica ed elettronica si è quasi formata la fila. Qualcuno si è presentato incuriosito (e disponibile) ma anche dubbioso: «Cosa farete con le mie impronte? Non è che le clonate e poi le rivendete?». Niente di tutto ciò: gli scienziati sardi hanno già messo a punto un sistema che consente di rendere inviolabili i sistemi di sicurezza del futuro. «Quelli usati attualmente non garantiscono totalmente l’identità del possessore e le tante violazioni ce lo dimostrano - sottolinea il professor Marcialis - I sistemi di riconoscimento biometrici, cioè volto o impronte digitali, fanno affidamento su caratteristiche fisiche dell’individuo e questo esclude la possibilità che password o pin possano essere smarriti o copiati, mettendo a rischio i nostri dati». 

Stoppare i clonatori
Ma il furto è un rischio reale. E non sembra neanche molto difficile da mettere a segno. «Per clonare le nostre impronte digitale è possibile sfruttare alcuni siliconi o gelatine e così si riesce ad avere una copia quasi perfetta del dito - spiega il coordinatore del progetto - I tentativi di repliche artificiali sono svariati in tutto il mondo, ma noi ora siamo in grado di riconoscere con maggiore precisione un clone. D’ora in poi l’obiettivo della ricerca è quello di realizzare uno strumento che sia in grado di riconoscere la minima differenza tra l’originale e il clone attraverso un’analisi microscopica. Perché la copia non può certo avere la quantità di informazioni biometriche di un’impronta reale». 

Una nuova banca dati
I ricercatori lavorano per realizzare una banca dati di impronte digitali e tratti somatici. Sia per la sicurezza digitale ma anche per un interessante progetto di riconoscimento di terroristi e altre persone considerate pericolose. «Clonare le impronte digitali, almeno a giudicare quello che si trova sulla rete, sembra una cosa semplicissima, anche perché ciascuno di noi lascia informazioni preziose ovunque e continuamente - precisa Marcialis - Nella realtà, però, non è proprio così semplice. È vero che il materiale necessario si può trovare anche a basso prezzo, ma non tutti hanno le abilità necessarie per riuscire a riprodurre le impronte digitali. Quindi direi che per adesso non c’è da preoccuparsi troppo».

A Berlino la polizia testa in stazione un software per il riconoscimento automatico dei volti

lastampa.it
alessandro alviani

A Südkreuz una prova per sei mesi a partire da agosto



In un Paese tradizionalmente molto attento alla difesa della privacy e scettico sulla videosorveglianza bastano 25 euro per mettere da parte i propri dubbi sul Grande fratello elettronico? L’interrogativo sorge spontaneo osservando quanto sta avvenendo in questi giorni a Berlino. Da agosto la polizia federale vuole testare per sei mesi, alla stazione di Südkreuz, un software per il riconoscimento automatico dei volti, che punta a identificare dei criminali oppure dei cosiddetti “Gefährder”, soggetti pericolosi ritenuti potenzialmente in grado di compiere un attacco terroristico. A tal scopo gli agenti stanno cercando fino a 275 volontari. Il loro compito? Passare regolarmente (nel migliore dei casi ogni giorno) nella stazione di Südkreuz e attraversare una particolare area delimitata, ripresa dalle telecamere di sorveglianza. 

I partecipanti – meglio se pendolari e comunque rigorosamente maggiorenni - devono farsi fotografare dalla polizia, autorizzano le autorità a salvare i propri dati per un anno in un’apposita banca dati e si impegnano a portare con sé, fissandolo ad esempio al proprio mazzo di chiavi, un transponder grande quanto una carta di credito, che serve a testare l’efficacia del software di riconoscimento. Chi passa in almeno 25 giorni differenti nella speciale area videosorvegliata riceve, alla fine del test, un buono Amazon da 25 euro. I tre volontari più diligenti, quelli cioè che attraversano la stazione più spesso in almeno 30 giorni diversi, vinceranno un Apple Watch 2, un Fitbit Surge (un orologio per il fitness) o una videocamera GoPro Hero Session.

La ricerca dei volontari è partita lunedì e proseguirà fino a venerdì 23 giugno. Come sta andando? Nel corso della prima mattinata si sono fatte avanti già una quarantina di persone. E fino a oggi il conto ha superato i 150 candidati. Che evidentemente non hanno prestato ascolto agli appelli lanciati da tempo dagli esperti di difesa della privacy. «L’uso delle telecamere per il riconoscimento dei volti», aveva avvertito già a febbraio la delegata della città-Stato di Berlino per la privacy, Maja Smoltczyk, «può distruggere completamente la libertà di muoversi in modo anonimo in pubblico». 

Per il portavoce della sezione berlinese dalla Bundespolizei, Jens Schobranski, invece, l’attentato di dicembre nella capitale tedesca «ha riacceso la discussione su un rafforzamento della videosorveglianza». Nell’area intorno al mercatino di Natale teatro dell’attacco non c’erano infatti telecamere. «La situazione è cambiata rispetto a cinque anni fa, oggi ci sono più persone che dicono: meglio più telecamere, se così si acciuffano più velocemente i responsabili di un crimine», nota Schobranski. Ma perché i volontari decidono di partecipare al test? «In parte perché sono interessati a questa tecnologia, in parte perché considerano giusto testare questa nuova possibilità tecnica e vogliono dare il loro contributo. E poi c’è anche qualcuno attratto dai premi».

Caproni, Caprotti e caprette

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mattia feltri
Siccome, e per fortuna, conserviamo allegria, ieri è stata indirizzata agli studenti della maturità che ignoravano chi fosse il poeta Giorgio Caproni. L’allegria costa poco. E l’indignazione ancora meno. Così chi non era allegro per tanta ignoranza ne era indignato, e si sono prodotti articoli e brevi inchieste sulla dimenticata e somma arte di Caproni: in una di queste, un’agenzia di stampa (non ne faremo il nome per solidarietà) si è sentita di ricordare la centralità di un gigante del verso come Giorgio Caprotti. 

Proprio Caprotti, non Caproni. Caprotti è il defunto fondatore dell’Esselunga, e nel suo genere qualcosa di poetico ha fatto, ma comunque non è Caproni. Ora, prima che riparta l’ironia del web, dopo Caproni e Caprotti tocca parlare di un paio di caprette. 

La prima è Virginia Raggi che in conferenza stampa, a proposito dell’inchiesta a suo carico, ha detto di avere agito in buona fede. Raggi, già avvocato, dovrebbe sapere che la buona fede non è un concetto giuridico, sennò in buona fede sarebbe consentito buttare la suocera dalla finestra. E poiché è anche sindaco dovrebbe sapere che la buona fede è un’aggravante politica: l’ignoranza allarma, non tranquillizza. 

La seconda capretta è Matteo Renzi che in nome del garantismo ha augurato a Raggi di dimostrare la sua innocenza. Un ex e aspirante premier, specie quando esibisce garantismo, non può trascurare che nessuno è chiamato a dimostrare la sua innocenza, ma è alle procure che spetta dimostrare la colpevolezza. Dunque, chi era Caproni? 

Traccie di futuro

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mattia feltri

Va bene, vi siete tutti divertiti. Sul sito del ministero dell’Istruzione c’era scritto traccie anziché tracce, e avete fatto un sacco di battute divertenti. Però, dài, può capitare. E capita. Due settimane fa la ministra Valeria Fedeli in un discorso ha fatto incontrare Vittorio Emanuele III e Napoleone Bonaparte, che in realtà è nato esattamente cento anni prima del Re. Insomma, capita. Specie quando c’è di mezzo la maturità. 

Nel 2005 in una tracca, pardòn, traccia, il ministero ha collocato Urbino in Umbria anziché nelle Marche. Nel 2007 in un tema su Dante è stato confuso San Tommaso con Bonaventura da Bagnoregio. Nel 2008 una poesia di Eugenio Montale dedicata a un amico («Ripenso al tuo sorriso») è stata proposta per commentare il consolante amore per una donna. Nel 2010, nell’analisi dei miti giovanilistici in politica, è stato indicato un discorso di Benito Mussolini, che però era quello con cui il Duce si attribuiva la responsabilità dell’omicidio Matteotti. Ecco, diciamolo, capita.

Nel 2015 un quadro di Matisse aveva il nome sbagliato e pure la data. Nell’87 un’opera di Ambrogio Lorenzetti è stata attribuita a Simone Martini. Nel 2009 una sonata di Beethoven è stata attribuita ad Haydn. Nel ’94, in una frase di Alessandro Manzoni, intento è diventato intervento. Suvvìa, capita. E infatti è saltato fuori proprio ieri che uno studente su tre crede che Giulio Cesare sia stato il primo re di Roma e che qual è si scriva qual’è. Cose che capitano, quando si ha questa classe dirigente, e già si staglia la nuova.

Da oggi Google ti aiuta a trovare a lavoro

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andrea signorelli

Per il momento disponibile solo in inglese, il motore di ricerca dedica una sezione apposita a chi cerca un impiego



Da mesi si parla del progetto di Google di introdurre uno strumento per la ricerca lavoro: voci che hanno iniziato a circolare già nel 2015, quando il colosso di Mountain View ha acquistato la startup specializzata Bepop per lavorare su un’apposita piattaforma, chiamata Hire . Come annunciato durante l’ultima conferenza I/O , Google ha invece deciso di limitarsi, almeno per il momento, a introdurre nel suo motore di ricerca una sezione apposita per la ricerca di lavoro, online da oggi (ma solo in inglese).

Lo strumento aggrega le offerte che compaiono su tutti i principali siti dedicati a chi è in cerca di impiego: LinkedIn, Monster, WayUp, DirectEmployers, CareerBuilder e anche Facebook, aggiungendo le offerte che Google stesso individua sulle homepage dei siti aziendali. Similmente a quanto avviene su aggregatori come Indeed, Google Jobs permette di cercare lavoro senza dover continuamente spostarsi da un sito all’altro e rende la ricerca più intuitiva.

Per vedere le offerte di lavoro vicine alla propria abitazione, sarà infatti sufficiente digitare “lavori vicino a casa”; mentre l’intelligenza artificiale di Google aiuterà a trovare gli annunci adatti anche inserendo chiavi di ricerca molto generiche, consentendo inoltre di raffinare il risultato in base al tipo di contratto cercato, alla data di inserimento dell’annuncio, all’orario di lavoro e altro ancora. Quando comparirà un impiego che Google ritiene possa interessarvi, potrete inoltre ricevere una notifica.
Google, comunque, si limiterà a indirizzarvi al sito sul quale inserire la candidatura, mantenendo solo un ruolo da intermediario. Interessante notare come il motore di ricerca, in questo caso, non utilizzerà le informazioni che già conosce di voi , per evitare, per esempio, che la vostra passione per la pesca venga confusa con un potenziale interesse nei confronti dei lavori disponibili in quel settore.

Lite per eredità, salma del virtuoso dell’armonica sarà sepolta nove anni dopo la morte

lastampa.it


Luigi Cianci Gatti

A nove anni dalla sua morte, la salma del musicista e cabarettista altoatesino Luigi Cianci Gatti sarà finalmente sepolta. Come scrive il quotidiano Dolomiten, è stata posta la parola fine all’iter giudiziario, avviato dagli eredi dopo la morte nel 2008, all’età di 88 anni, del virtuoso dell’armonica a bocca.

In attesa del chiarimento della parentela e dei diritti di successione, la salma è rimasta per tutti questi anni in una cella frigorifera dell’ospedale di Bolzano. Più volte sono cambiati i periti delle varie parti coinvolte e ogni nuovo perito ha per legge la facoltà di prelevare da sé i reperti per l’esame del dna e così la salma non è stata sepolta, finora.

Alois Steneck, in arte Cianci Gatti, ebbe il suo esordio con Enzo Tortora. Il musicista, cabarettista e mimo nacque ad Innsbruck il 30 marzo 1920 da madre austriaca e padre italiano, un conte allora tenente di stanza ad Innsbruck. Fu chiamato Luigi all’età di quattro anni, quando la madre sposò a Bolzano Rino Gatti. 

Radiati o sospesi ma ancora al lavoro. Così i medici dribblano le sanzioni

repubblica.it
di MICHELE BOCCI

In attesa del secondo grado di giudizio continuano a visitare pazienti in ambulatorio e a fare ricette. Puo anche passare un anno e mezzo prima che la "condanna" diventi operativa. A rischio ma in attività anche i no-vax e l'omeopata che ha seguito il bambino morto di otite a 7 anni all'ospedale di Ancona

. Radiati ma ancora in ambulatorio, sospesi ma con i blocchi delle ricette che si assottigliano ogni giorno di più. I medici che vengono colpiti da una sanzione disciplinare del loro Ordine provinciale non la scontano mai subito e in questo periodo possono godere di molti mesi di regolare lavoro in attesa del "secondo grado di giudizio".

Può infatti passare anche un anno e mezzo o addirittura due prima che la sanzione diventi operativa. E così ci si trova con l'assurdo di professionisti che per motivi deontologici non sono considerati più degni di indossare il camice dal collegio di disciplina del loro Ordine che esercitano serenamente. Solo per citare alcuni casi recenti, la radiazione ha riguardato due medici sanzionati per le loro posizioni no-vax, cioè Dario Miedico a Milano http://milano.repubblica.it/cronaca/2017/05/24/news/vaccini_radiato_il_medico_no_vax_dario_miedico-166272324/ e Roberto Gava a Treviso http://www.repubblica.it/salute/2017/04/21/news/treviso_l_ordine_radia_il_medico_novax-163581837/ e la sospensione di 6 mesi è toccata a Massimo Montinari http://firenze.repubblica.it/cronaca/2017/06/13/news/per_curare_l_autismo_prescrive_integratori_medico_sospeso-168029315/ , perché sostiene di curare l'autismo con un suo "protocollo" a base di integratori e prodotti omotossicologici (simili a quelli omeopatici). Anche Massimo Mecozzi, l'omeopata che ha seguito il bambino poi morto di otite a 7 anni all'ospedale di Ancona, molto probabilmente subirà una sanzione http://www.repubblica.it/cronaca/2017/05/29/news /mecozzi_il_dottore_che_credeva_nell_apocalisse_e_non_negli_antibiotici-166723819/

Tutti loro non dovranno subito abbandonare, o mettere da parte, il camice.

La stortura nasce da un elemento di garanzia e insieme dalla lentezza di azione dell'organo deputato a decidere dei ricorsi dei medici colpiti da una sanzione del loro Ordine tra avvertimento, censura, sospensione fino a sei mesi e radiazione. In base alla legge della categoria, infatti, il medico può giustamente fare ricorso. In quel caso viene sospeso il provvedimento disciplinare. E questo, appunto, serve come elemento di garanzia per non applicare le pena fino a che la decisione non passa "in giudicato". Il secondo grado di giudizio tocca alla Cceps, che sta per Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie. L'organismo, presieduto in questo periodo dal presidente del Tar della Puglia sezione di Lecce, Antonio Pasca, e composto da sotto sezioni dedicate alle singole professioni sanitarie (medici, odontoiatri, veterinari, infermieri e così via) è rimasto molto indietro con il lavoro.

"Stanno ancora analizzando i casi del biennio 2014-2015, iniziando dalle radiazioni", spiega Maurizio Scassola, vicepresidente della Federazione degli Ordini dei medici. A rallentare il lavoro è stata una sentenza della Corte Costituzionale, interpellata perché due membri del Cceps erano nominati dal ministero della Salute. Questo, ha detto la Consulta nel 2016, contrastava con i principi costituzionali di indipendenza e imparzialità degli organi giudicanti. La situazione si è sbloccata nel marzo scorso, con la nomina dei nuovi membri.

Il lavoro arretrato è tantissimo. 

"E' nostro interesse velocizzare i tempi di decisione - dice sempre Scassola - anche per rendere efficaci le sanzioni stesse. E' stato stimato che ci vorranno due anni prima che il lavoro del Cceps torni a regime". L'attività della commissione è stata intensificata per rimettersi un po' in pari. "Stiamo andando di corsa - dice uno dei componenti della sezione che si occupa dei medici - Non rispettiamo sempre l'ordine cronologico dei ricorsi proprio per fare prima le sanzioni più gravi. Le radiazioni su cui dobbiamo decidere sono una trentina. Il punto è che molti colleghi fanno ricorso anche per pene leggere, in una riunione abbiamo impiegato tre ore per decidere se confermare o meno un "avvertimento".