lunedì 3 luglio 2017

Sbiadiscono le bandiere americane sulla Luna

lastampa.it
piero bianucci



Spiacerà a Trump, ma le bandiere che gli astronauti americani piantarono sulla Luna stanno scolorendosi, stelle e strisce svaniscono sotto i raggi ultravioletti del Sole. Dei sei vessilli che gli astronauti delle missioni “Apollo” piantarono sul nostro satellite, cinque sono ancora in piedi, uno solo è caduto. Ma le cinque bandiere che resistono stanno diventando stracci anonimi. Lo dicono le fotografie ad altissima risoluzione della sonda “Lunar Reconnaissance Orbiter, che hanno ripreso nei minimi particolari i luoghi dei sei sbarchi compiuti tra il luglio 1969 e il dicembre 1971. Quando tra un paio di anni si celebrerà il mezzo secolo dall’impronta del piede di Neil Armstrong sulla “spiaggia sporca” del Mare della Tranquillità, la gloria sarà offuscata dall’inesorabile degradarsi di ogni cosa umana. Non basta andare lassù per entrare nel regno incorruttibile, come ritenevano gli antichi, Aristotele in testa, e come per primo Galileo mise in dubbio.

Lo spazio è meraviglioso ma non è l’Eldorado, la Terra Promessa, il regno della pura bellezza che di solito immaginiamo. Non è neppure, probabilmente, la nuova frontiera del turismo estremo, come vorrebbero far credere ai ricchi annoiati Richard Branson della Virgin Galactic ed Elon Musk della Space X. Certo, è stupendo guardare la Terra, la Luna e le stelle dalla Stazione Spaziale. Ma lo spazio per l’uomo che ci si avventura è anche e forse soprattutto qualcosa di maleodorante e scomodo, è la rinuncia ai più sani piaceri della vita. La giornalista scientifica Mary Roach svela il dietro le quinte dell’epopea spaziale in “Come vivremo su Marte” (il Saggiatore, 346 pagine, 22 euro): pagine esemplari per la ricchezza della documentazione di prima mano, l’agilità di scrittura e il senso dell’umorismo che le pervade.

Le bandiere scolorite sono un po’ l’emblema della visione anti-eroica dello spazio delineata da Mary Roach. La loro storia è scritta in 11 pagine tra i milioni di fascicoli della documentazione del Programma Apollo. Le progettò un apposito “Comitato delle attività simboliche per il primo allunaggio”. Il Trattato internazionale sullo Spazio Extra-atmosferico proibiva (e proibisce) di rivendicare sovranità sui corpi extraterrestri. Bisognava piantare le bandiere senza dare l’impressione di una conquista territoriale. Si pensò a una fila di bandierine di tutte le nazioni, una specie di festone come quelli che decorano certi bar sulle spiagge della Florida. L’idea fu scartata perché poco telegenica, la propaganda di una grande potenza in un’epoca di guerra fredda ha le sue esigenze. Si stabilì che la bandiera americana sarebbe arrivata sulla Luna a nome di tutta l’umanità, in uno spirito di pace che fu espresso in una targa lasciata dall’Apollo 17, l’ultima missione. 

Si dovette poi stare attenti a ogni speculazione commerciale sulla bandiera degli Stati Uniti. Se l’avesse prodotta una singola ditta, lo sfruttamento pubblicitario di una tale commessa sarebbe stata inevitabile. Si ordinarono allora parecchie bandiere a una rosa di ditte, e quelle che andarono sulla Luna furono estratte a sorte: così nessuna ditta ha mai potuto vantarne la paternità. C’era poi un’altra esigenza da soddisfare: ovviamente la bandiera non avrebbe potuto sventolare per la mancanza di aria, ma non si poteva neppure accettare che rimanesse floscia, malinconicamente penzolante. La soluzione fu infilarne il lato superiore in un’asticella. Come un foulard steso ad asciugare. 

Motivi di praticità e dimensioni dell’asta telescopica imposero che la bandiera fosse fissata all’esterno del Lem, il modulo lunare. La custodia doveva quindi resistere alla temperatura dei gas di scarico dei motori. Un test a 2000 gradi fallì. Della bandiera rimase solo cenere. Infine si trovò una fodera in alluminio e acciaio ricoperti da un sistema isolante Thermoflex. I guai non erano finiti: all’atto pratico, risultò difficile piantare le bandiere nel suolo lunare: la regolite – il misto di pietrisco, polvere, lava e resti di meteoriti che ricopre la superficie del nostro satellite – non si lasciò penetrare per più di trenta centimetri. E ora salta fuori anche lo scolorimento ai raggi implacabili del Sole.

“Come vivremo su Marte” è un titolo ardito, visto che nessuno quando ci sarà davvero una missione marziana con equipaggio, anche se si parla del 2035. Varie simulazioni sulla Terra però sono state fatte, e la più famosa è “Mars 500”, svoltasi in Russia. I sei volontari non hanno avuto una esperienza gloriosa. Cinquecento giorni di noia, qualche tensione con i colleghi di promiscuità, cattivo cibo, poca igiene. E la certezza che su Marte nella migliore delle ipotesi ci sarebbero andati degli altri.
Colonizzata da legioni di batteri, la stazione orbitante sovietica MIR era a costante rischio epidemia e la sua aria risultava quasi irrespirabile tanto era maleodorante.

Poco attraente è anche l’ambiente della Stazione Spaziale Internazionale. Una puzza insopportabile è la prima impressione che provano gli astronauti che vi sbarcano, ma poi, dicono, ci si abitua. Spiega Mary Roach: “Le ghiandole apocrine sono collegate al sistema nervoso autonomo: paura, rabbia e nervosismo stimolano un’impennata nelle secrezioni. Le aziende che testano i deodoranti lo chiamano sudore emozionale per distinguerlo da quello determinato dalla temperatura.” Tralasciamo i particolari più intimi sulle necessità escrementizie, che nello spazio si complicano per l’ovvio problema dell’assenza di peso.

L’assenza di peso introduce il tema del sesso nello spazio. Per un certo tempo si è pensato che questa condizione avrebbe reso le unioni spaziali incredibilmente piacevoli perché senza alcuno sforzo qualsiasi posizione e fantasia erotica avrebbe potuto trovare sfogo. In realtà un minimo di adesione è pur necessaria, e senza peso l’adesione risulta difficile. Mary Roach ha molto indagato per accertare se un accoppiamento in orbita sia mai avvenuto, almeno a titolo sperimentale (sullo Shuttle volò anche una coppia di astronauti appena sposati). Non è però approdata a certezze definitive.

Pare, comunque, e che mai copula spaziale sia avvenuta, nonostante tante leggende circolanti sulla rete. La Nasa è molto moralista. Basti dire che vieta tra gli astronauti qualsiasi relazione affettiva usando l’espressione ultra-reticente “indebito trattamento preferenziale”. Improbabili anche i test di sesso su voli parabolici di allenamento: questi aerei permettono di avere al massimo 30 secondi di assenza di peso a intervalli di 5-10 minuti tra salita e nuova discesa, e di solito lo stomaco ne risente. L’aereo destinato ai voli parabolici è chiamato familiarmente “vomitatoio”.

Insomma, c’è un lato umano, troppo umano, dell’esplorazione spaziale, e Mary Roach ce lo fa scoprire in pagine smitizzanti che non risparmiano nulla e nessuno. Eppure, lo dice fin dalla prima pagina, è proprio “l’essere umano la macchina che rende questa avventura così interessante”.

Batteri fecali in ghiaccio dei bicchieri da Starbucks, Costa e Caffè Nero

corriere.it
di Silvia Morosi



Batteri fecali nel ghiaccio messo nei bicchieri delle bevande: lo confermano i risultati di un’inchiesta condotta a campione dalla Bbc per la trasmissione Watchdog in qualche decina di caffetterie del Regno Unito, fra i punti di ristoro di popolarissime catene internazionali come Starbucks, Costa o Caffè Nero. Tracce di «batteri fecali coliformi» sono state riscontrate, al momento delle analisi di laboratorio, nel 30 per cento dei campioni prelevati segretamente in locali di Starbucks o di Caffè Nero. Un dato che si aggrava per Costa Caffè, dove la percentuale è arrivata a toccare sette campioni su dieci.

«Livelli preoccupanti», ha commentato un esperto, Tony Lewis del Chartered Institute of Environmental Health, ipotizzando il rischio di infezioni e malattie. «Non dovrebbero esserci in alcuna misura, figuriamoci con i valori rilevanti trovati». Imbarazzate le reazioni delle aziende. Un portavoce di Starbucks ha assicurato che il rispetto delle norme sull’igiene è considerato «con estrema serietà», mentre Caffè Nero ha fatto sapere che ci saranno «azioni appropriate».

(Questo articolo è tratto dalla Rassegna stampa che trovate ogni mattina sulla Digital edition del Corriere della Sera oppure qui)

2 luglio 2017 (modifica il 3 luglio 2017 | 10:21)

Scontro sulla legge per i “diritti degli smartphone”, slitta il voto al Senato

lastampa.it

Il provvedimento porta la firma del parlamentare Stefano Quintarelli: “La legge non impone cambiamenti commerciali, ma tutela i consumatori in tempi più rapidi”



Slitta ancora al Senato la votazione sul discusso disegno di legge Quintarelli, che ha l’obiettivo di facilitare la lotta contro eventuali abusi di operatori telefonici e di costruttori di cellulari. La votazione infatti non è stata ancora calendarizzata: doveva tenersi giovedì scorso, e ora bisognerà attendere la conferenza dei capigruppo per il programma di lavoro di luglio. Il ddl non è piaciuto però a Matteo Renzi, che si sarebbe speso per limarlo.

Il provvedimento porta la firma di Stefano Quintarelli, pioniere dell’informatica in Italia, che ha difeso il disegno di legge sul suo blog, particolarmente seguito dagli addetti ai lavori. Il ddl è stato presentato nel luglio 2014 e approvato dalla Camera nel 2016. Ora il testo attende la calendarizzazione, ma ha acceso la discussione politica che alcuni osservatori hanno ipotizzato stravolgimenti nei rapporti commerciali di colossi come Google, Microsoft e in particolare Apple. L’accusa che arriva da alcune parti del Pd è che la legge sarebbe contro la libertà di impresa e in modo particolare contro la Apple.

È l’articolo 4 del ddl quello più discusso, che permetterebbe all’utente di installare e disinstallare qualunque software, sistemi operativi, app su qualsiasi device. Una norma che complicherebbe l’uso di dispositivi Apple, che sono invece «chiusi». Secondo Quintarelli invece la norma non farebbe altro che introdurre un sistema di tutela più forte per chi usa il dispositivo e garantirebbe maggiore libertà all’utente, affermando il principio di neutralità della rete, secondo cui il proprietario di un telefono deve avere ampia possibilità di scelta.

«La legge non impone alcun cambiamento alle pratiche commerciali di nessuno. Solo, in caso di discriminazioni dolose che causino un danno all’utente - spiega Quintarelli - introduce una possibile procedura semplificata e più breve rispetto all’Antitrust. Il caso Google di questi giorni è durato otto anni, e adesso inizia il ricorso». In sostanza questo disegno di legge prevede che se discrimini (traffico o applicazioni) per ragioni anticompetitive, non tecnicamente motivate «puoi essere sanzionato con una procedura che non richiede un lungo e costoso procedimento antitrust».

Il binario antitrust continuerebbe quindi ad esistere, ma i procedimenti sono lunghi. Per questo Quintarelli ha disegnato questa proposta: «I procedimenti del codice del consumo previsti nella mia proposta di legge sono brevi, meno costosi e le sanzioni sono multe (al massimo 1/500 della sanzione comminata a Google). Inoltre, questi procedimenti possono essere chiusi con impegni in cui il produttore si obbliga a eliminare il presunto illecito».

Operazione Catapult: 1940, le bombe di Churchill sugli ex alleati

corriere.it
di Silvia Morosi e Paolo Rastelli | @MorosiSilvia @paolo_rastelli

Winston Churchill

Secondo lo storico di Vichy Robert Aron, citato da Raymond Cartier in “La seconda guerra mondiale”, fu una

«maniera tutta inglese di bruciare i propri vascelli immolando quelli degli altri».
Per Winston Churchill (Memorie), fu un gesto di sfida paragonabile all’esecuzione del re Luigi XVI da parte dei rivoluzionari francesi nel 1793: «Cosa occorre? Audacia… I re coalizzati ci minacciano. Rispondiamo gettando loro una testa di re». Di sicuro l’operazione Catapult del 3 luglio 1940, 77 anni fa, lasciò il mondo senza fiato. A pochi giorni dalla resa della Francia nella Seconda guerra mondiale, la Gran Bretagna attaccò a colpi di cannone le navi francesi, pressoché inermi, ancorate nella rada di Mers El Kebir, nel nord ovest dell’Algeria. Lo scopo era renderle inutlizzabili dai tedeschi. Morirono 1.300 marinai francesi, una parte dei quali, solo pochi giorni prima (29 maggio-3 giugno), aveva collaborato all’evacuazione di Dunkerque, portando in salvo 338mila soldati tra inglesi e francesi.

Decisione – In un altro post pubblicato su Poche Storie abbiamo cercato di mettere in luce quanto la guerra sia una cosa tremendamente seria, tale da evidenziare con assoluta spietatezza la forza e la debolezza delle compagini nazionali e statuali. In quell’occasione abbiamo raccontato come la classe dirigente fascista, nonostante la sua retorica guerriera, al momento della dichiarazione di guerra (10 giugno 1940) fosse in realtà talmente poco consapevole della smisurata prova in cui si stava infilando da non tentare neppure di sfruttare le opportunità favorevoli (che pure in quel momento si presentavano).

Nel caso della Gran Bretagna e dell’operazione Catapult il discorso è inverso ma speculare: la leadership dell’Impero britannico, e soprattutto il premier Winston Churchill, era talmente consapevole della severità della prova che la attendeva da non indietreggiare davanti ad alcunchè  pur di raggiungere lo scopo del momento. Scopo che era la pura e semplice sopravvivenza, visto che Londra – dopo la caduta della Francia – si trovava da sola ad affrontare la più grande macchina da guerra che il mondo avesse mai visto.

La flotta francese sotto il fuoco (da Historum.com)
La flotta francese sotto il fuoco (da Historum.com)

Moralità
Da ciò discende un altro concetto che pure ci sembra piuttosto interessante: quando si tratta di sopravvivenza nazionale, i concetti di moralità e immoralità che governano (o dovrebbero governare) la vita dei singoli perdono molto del loro valore. Uccidere un ex alleato è, da un punto di vista morale, non meno spregevole che attaccare alle spalle un avversario già  prostrato. Eppure nessun politico o storico britannico si è mai sognato di attaccare Churchill per questo. Invece in Italia, almeno nei mezzi di comunicazione di massa, la questione dell’entrata in guerra si è focalizzata spesso, con monotona, petulante e superficiale ossessività, sulla pugnalata alla schiena alla Francia e per nulla, come avrebbe dovuto essere logico, sui motivi, gli obiettivi, i pro e i contro di una decisione tanto grave che metteva a rischio la stessa sopravivenza nazionale.

Motivazioni – Churchill era ben conscio che l’esercito britannico era del tutto inadeguato a opporsi alla Wehrmacht. Non solo per carenza di equipaggiamento (la cui parte migliore e più abbondante era stata lasciata in Francia al momento dell’evacuazione), ma anche per minori capacità tattiche e di leadership. La coscienza di questa inferiorità era talmente profonda che anche negli anni successivi i britannici fecero di tutto per ritardare il più possibile un confronto diretto con il grosso dell’esercito tedesco, affrontato solo nel 1944 in Europa occidentale con l’aiuto degli Stati Uniti e dopo che la campagna di Russia aveva «sbudellato» (per usare le parole di Churchill) la Wehrmacht.

Nel luglio 1940 il divario era ancora più elevato. I leader inglesi sapevano che solo la scarsa dimestichezza dei tedeschi con le operazioni anfibie, la loro carenza di equipaggiamento adeguato allo scopo e soprattutto la Royal Navy e la Raf erano di scudo all’invasione. La marina di Sua Maestà era di gran lunga più forte di quella tedesca. Ma, essendo la Gran Bretagna una potenza globale, aveva anche mille impegni. Non solo la difesa della madrepatria ma anche la scorta ai convogli da cui dipendeva la sopravvivenza dell’isola assediata.

La situazione strategica nel Mediterraneo era peggiorata dall’oggi al domani con l’entrata in guerra dell’Italia e la resa francese. Era minacciato il canale di Suez (qui la storia della figuraccia del 1956), vitale per la difesa dell’India e dell’Impero in un momento in cui il Giappone si stava facendo più aggressivo (sarebbe entrato in guerra nel dicembre dell’anno dopo). In una situazione così incerta, la caduta in mani tedesche delle navi francesi, soprattutto i modernissimi incrociatori da battaglia Dunkerque e Strasbourg, avrebbe potuto alterare l’equilibrio con conseguenze catastrofiche.

Marinai francesi il 3 luglio 1940 (da WW2gravestone.com)
Marinai francesi il 3 luglio 1940 (da WW2gravestone.com)

Senza cedimento – Ma c’erano anche altre considerazioni, più politiche. Da subito Churchill si era reso conto che (come del resto era successo nella Prima guerra mondiale) solo l’aiuto americano avrebbe portato alla sconfitta tedesca. Ma l’opinione pubblica degli Stati Uniti era isolazionista, non voleva mischiarsi di nuovo con una guerra europea. Il presidente Franklyn Delano Roosevelt, benché sicuro che una vittoria della Germania avrebbe alla lunga messo in pericolo anche la sicurezza degli Usa, aveva bisogno di tempo per tentare di portare il popolo dalla sua parte.

E durante questo tempo la Gran Bretagna doveva affermare di fronte al mondo la propria volontà di combattere e resistere a tutti i costi, senza segni di cedimento, in modo che Roosevelt continuasse a considerare gli aiuti all’isola un buon investimento e non uno spreco. Una ciambella di salvataggio lanciata a un uomo che sta affogando ma ha deciso di smettere di nuotare. L’ambasciatore americano a Londra dal 1938 all’ottobre 1940, Joseph Kennedy, il padre del futuro presidente ucciso a Dallas, non aveva alcuna simpatia per gli inglesi: era di origine irlandese, isolazionista, ammirava Hitler e aveva molti dubbi sulla capacità e la volontà di una  parte della classe dirigente britannica di resistere ai nazisti. I suoi rapporti a Wahington non erano incoraggianti. Bisognava dare un segnale a Roosevelt. E l’attacco ai francesi era perfetto.

L'ammiraglio britannico James Somerville (da Wikimedia)
L’ammiraglio britannico James Somerville (da Wikimedia)

Preoccupazioni – L’Ammiragliato sconsigliò l’operazione, ma Churchill la impose, nonostante i tedeschi (addolcendo i termini iniziali dell’armistizio con cui il 22 giugno la Francia si era arresa) avessero concesso alle navi di restare, disarmate, in porti controllati dal governo francese di Vichy. Anche Hitler era preoccupato del destino delle navi: le preferiva innocue in mano agli ex nemici piuttosto che tentare di impadronirsene rischiando che passassero agli inglesi e al governo (illegittimo) francese che veniva messo in piedi a Londra dall’allora semisconosciuto Charles De Gaulle. Nonostante le rassicurazioni dell’ammiraglio François Darlan, il capo della marina di Vichy, e le promesse tedesche di non toccare le navi, Churchill non si fidava. Come disse alla Camera dei Comuni, riferendosi alla lunga serie di impegni disattesi da parte di Hitler:
«Qual è il valore (di queste promesse)? Chiedete a  una mezza dozzina di nazioni quanto valgono queste assicurazioni solenni…».
La flotta francese il 3 luglio era divisa in più tronconi. Una parte era in porti inglesi (Plymouth e Portsmouth) o controllati dagli inglesi, tra cui Alessandria d’Egitto dove erano di stanza la corazzata Lorraine e quattro incrociatori. La corazzata Richelieu, ancora in fase di allestimento, era a Dakar, in Senegal. La sua gemella Jean Bart, anch’essa a dotazioni incomplete, a Casablanca. Il grosso era però a Mers El Kebir: la Dunkerque e la Strasbourg, le due corazzate della Prima guerra mondiale Provence e Bretagne e sei cacciatorpediniere. L’attacco fu portato dalla forza H comandata dall’ammiraglio britannico James Somerville, appena costituita a Gibilterra: l’incrociatore da battaglia Hood, le corazzate Resolution e Valiant, la portaerei Ark Royal, due incrociatori e 11 caccia.

I fatti – Il 3 luglio soldati britannici armati presero possesso della navi ancorate in Gran Bretagna: lo scontro fece tre morti, un marinaio francese e due ufficiali inglesi. Ad Alessandria d’Egitto le trattative condotte dall’ammiraglio britannico Andrew Cunningham portarono a un pacifico disarmo. Ma a Mers El Kebir andò diversamente. Alle 7 del mattino del 3 luglio, Somerville (molto a disagio ma senza altra scelta che obbedire agli ordini) si presentò di fronte al porto algerino e mandò al comandante delle navi francesi, ammiraglio Marcel Gensoul, un ultimatum, cui rispondere nel giro di sei ore.

Cinque le alternative: unirsi alla squadra inglese e combattere contro Germania e Italia; raggiungere un porto inglese con equipaggio ridotto; raggiungere le Antille sotto controllo americano; affondare le navi; essere cannoneggiati. Gensoul, mentre aspettava la risposta del suo governo ma deciso a non sottostare senza resistere alle intimazioni inglesi (il rischio era che i tedeschi considerassero violate le condizioni di armistizio e riprendessero la guerra contro la Francia), diede ordine di accendere le caldaie. Mostrò però agli emissari inglesi gli ordini segreti di Darlan: distruggere le navi piuttosto che farle cadere in mani straniere, soprattutto se tedesche.

Un volantino di propaganda francese di Vichy sui fatti di Mers El Kebir (dal Daily Mail, foto di Roger Viollet/Getty Images)
Un volantino di propaganda francese di Vichy sui fatti di Mers El Kebir (dal Daily Mail, foto di Roger Viollet/Getty Images)

Somerville, che intanto aveva fatto minare la bocca del porto per impedire la fuga agli ex alleati, chiese a Londra se poteva bastare. Ma gli ordini non furono cambiati: «Le navi francesi devono adempiere alle nostre condizioni: o autoaffondarsi o essere affondate da voi prima di sera».

Alle 17,54 le navi inglesi aprirono il fuoco. La Strasbourg con quattro cacciatorpediniere, strappò gli ormaggi e schivando proiettili e mine fece rotta per Tolone, dove arrivò in discrete condizioni. La Provence, colpita seriamente, si arenò e lo stesso fece la Dunkerque. Peggio andò alla Bretagne e al caccia Mogador, che saltarono in aria con gravi perdite (977 morti solo sulla corazzata). Dopo trenta salve il fuoco cessò.

La Gran Bretagna aveva dimostrato al mondo la propria volontà di non cedere. Per un attimo la bilancia fu in bilico: la Francia valutò se entrare in guerra contro l’ex alleato. Non avvenne. Ma l’odio e il disprezzo per l’attacco furono molto lenti a placarsi e avrebbero gettato un’ombra anche sull’Europa post-bellica. La reazione francese, anche una eventuale dichiarazione di guerra (che per fortuna però non venne), era un rischio che Churchill ritenne tuttavia giusto e necessario correre. Più tardi, il primo ministro inglese cosi parlerà dell’episodio:
« … fu una decisione dolorosa, la più penosa delle decisioni che io abbia mai preso…».

“La Sindone di Torino ha avvolto un corpo martoriato e poi ucciso”

lastampa.it
andrea tornielli

I risultati di una nuova ricerca condotta da due istituti del Cnr. Spazzata via la teoria che le tracce sul lenzuolo siano dipinte



La Sindone di Torino, il lenzuolo di lino che secondo un’antica tradizione ha avvolto il corpo di Gesù dopo la crocefissione, è venuta effettivamente a contatto con il sangue di un uomo morto per aver subito molti e gravi traumi. È quanto emerge da una ricerca su una fibra di tessuto estratta a suo tempo dall’impronta dorsale del lenzuolo, nella regione del piede. Lo studio è stato condotto da due istituti del Cnr, l’Istituto Officina dei Materiali (IOM-CNR) di Trieste e l’Istituto di Cristallografia (IC-CNR) di Bari, insieme al Dipartimento di Ingegneria industriale dell’Università di Padova.

L’articolo con i risultati della scoperta sarà pubblicato oggi sulla rivista scientifica american «PlosOne» con il titolo Atomic resolution studies detect new biologic evidences on the Turin Shroud («Nuove evidenze biologiche rilevate da studi di risoluzione atomica sulla Sindone di Torino», ndr).
«Gli esperimenti sono stati condotti tramite un nuovo metodo di microscopia elettronica in trasmissione a risoluzione atomica e diffrazione di raggi X ad ampio angolo», spiega Elvio Carlino, dell’IC-CNR, che ha guidato la ricerca.

«Gli studi si sono concentrati sulle regioni della fibra lontane dalle macchie visibili in microscopia ottica. La fibra è stata studiata a risoluzione atomica per lo studio di nanoparticelle organiche, secondo un metodo recentemente messo a punto nel centro di Trieste che ho diretto sino a poche settimane fa. Lo studio ha dimostrato come la fibra di lino sia cosparsa di creatinina, di dimensioni fra 20 e 90nm (un nanometro equivale a un milionesimo di millimetro, ndr), legata a piccole particelle di ferridrato di dimensioni fra 2nm e 6nm, tipiche della ferritina».

L’articolo dimostra, osserva il professor dell’Università di Padova Giulio Fanti «come le particelle osservate, per dimensione, tipo e distribuzione, non possano essere degli artefatti realizzati nei secoli sul tessuto della Sindone». Vengono smentite ancora una volta tante fantasiose ricostruzioni relative alla fattura della Sindone come oggetto dipinto. «Inoltre - aggiunge Fanti - l’ampia presenza delle particelle di creatinina legate alle particelle di ferridrato non è tipica di un organismo sano. È invece indice di un forte politrauma subito dal corpo avvolto nel lino.

Lo studio indica che l’uomo deposto nella Sindone è stato vittima di pesanti torture prima di una morte cruenta». A questa conclusione i ricercatori – firmano lo studio anche Liberato De Caro e Cinzia Giannini dell’IC-CNR - sono giunti «sulla base delle evidenze degli esperimenti di microscopia elettronica a risoluzione atomica e facendo riferimento a recenti studi medici su pazienti che hanno subito forti traumi e torture», conclude Carlino. «Nelle fibre è registrato a livello nanoscopico uno scenario violento, la vittima è stata poi avvolta nel telo funerario. Queste evidenze potevano essere svelate solo con le metodiche messe a punto recentemente nel campo della microscopia elettronica a risoluzione atomica».

Il risultato della ricerca, condotta da centri scientifici di avanguardia, è di notevole interesse e conferma le ipotesi avanzate da precedenti indagini, come quelle compiute dal biochimico Alan Adler negli anni Novanta: non ci sono ormai più dubbi sul fatto che il telo sindonico abbia avvolto il cadavere di un uomo torturato e ucciso con la stessa modalità descritta nei Vangeli per la crocifissione di Gesù. Un elemento importante del quale si dovrà tenere conto nel momento in cui verranno autorizzati dalla Santa Sede nuovi esami completi su campioni ufficiali.

Tutti i numeri segreti sull'invasione dell'Italia

ilgiornale.it
Marco Cobianchi - Dom, 02/07/2017 - 16:44

Dal 2012 a oggi gli allontanamenti nell'Ue sono rimasti a quota 400mila l'anno, mentre i clandestini superano i 2 milioni. E Bruxelles ha regalato 1,2 miliardi alle Ong

Non ne servono molti. Per capire l'origine e la conseguenza dell'emergenza sbarchi bastano due numeri: 1,2 miliardi e 2,1 milioni. Partiamo da quest'ultimo. Due milioni e centomila è il numero di persone illegali che sono sul territorio europeo. Il dato proviene dall'Eurostat ed è stato pubblicato dal sito Truenumbers.it.

Come si vede nel grafico pubblicato nella pagina a fianco la crescita di clandestini in Europa inizia a partire dal 2012. Fino ad allora i decreti di espulsione emessi dai Paesi europei sono rimasti stabili a quota di 500mila circa l'anno. Il numero delle espulsioni effettive è sempre stato leggermente inferiore, intorno a 400-450mila. Poi, dal 2012 inizia il boom degli sbarchi e gli Stati, Italia compresa, vanno in tilt: mantengono stabile il numero dei decreti di espulsione mentre la marea umana che approda in Europa aumenta in modo incontrollato. Restando stabili anche le espulsioni effettive, nel 2015 il fenomeno va fuori controllo e i clandestini arrivano a quota, appunto, di 2,1 milioni.

Si tratta di persone delle quali nessuno sa praticamente nulla se non, forse, il giorno e il luogo dello sbarco e la struttura di accoglienza nella quale sono state ospitate fino al giorno in cui hanno deciso di rendersi irreperibili. Veniamo al secondo numero. I 2,1 milioni di clandestini sono la conseguenza (anzi, una delle conseguenze) della politica europea sull'immigrazione e, in particolare del rapporto assolutamente opaco che l'Ue ha deciso di intavolare con le Organizzazioni non governative. Se molte di queste, impegnate nel recupero degli immigrati e del loro trasporto sulle coste italiane con delle navi di loro proprietà, non accettano di mostrare nemmeno i loro bilanci, altrettanto, però, l'Europa che le finanzia.

Nel 2015 (mancano dati più recenti) l'Ue ha versato alle Ong europee qualcosa come un miliardo e 248 milioni di euro, come mostra il grafico nella pagina qui accanto. Ma è un dato parziale perché i finanziamenti alle Ong provengono da decine e decine di capitoli di spesa dell'Unione e se l'Ue stessa non si decide a un'operazione trasparenza, sapere quanta parte di questi 1,2 miliardi finisce alle Ong che trasportano gli immigrati è impossibile. Quello che si sa è che sono senza dubbio la maggior parte e che a incassare questi soldi sono state 570 organizzazioni che hanno stipulato con i vari uffici europei 1.239 contratti per realizzare altrettanti progetti.

In altre parole: da una parte Bruxelles finanzia organizzazioni non governative per svolgere un compito che dovrebbe essere svolto da lei stessa. Oltre il 93% dei finanziamenti alle Ong, infatti, proviene dal capitolo di spesa chiamato Global Europe il cui budget viene usato per le attività extra Ue, spesso identificate come attività di «buon vicinato» tra le quali è compreso anche il traghettamento dei profughi. Appena 46,74 milioni di euro finiscono alle Ong per realizzare progetti interni ai confini europei come l'assistenza ai poveri, sanità e cultura.

Significa che l'Europa ha deciso di appaltare a soggetti terzi una fetta importante della sua politica estera e di sicurezza (ma si può affidare a organizzazioni private non trasparenti la politica di sicurezza esterna di un continente?) sapendo benissimo di non avere l'autorità per imporre agli Stati membri di accogliere l'incredibile onda di immigrati che arrivano proprio in seguito anche ai suoi finanziamenti. Il risultato sono quei 2,1 milioni di persone di cui le autorità statali e comunitarie non sanno nulla e che vagano senza documenti, senza permessi e senza lavoro in giro per il continente.

Le persone sbarcate in Italia tra il primo gennaio e il 26 maggio sono state 60.200 dei quali appena 6.193 ricollocati presso altri Paesi europei che, spesso, frappongono una serie di motivi burocratici per rifiutare l'accoglienza. La maggior parte, 2.299, li ha presi in carico la Germania mentre la Romania, in 5 mesi, ne ha accettati appena 45. L'Ungheria zero. A fronte di questa situazione ciò che finora il governo Gentiloni ha ottenuto è la promessa del commissario europeo all'immigrazione Dimitris Avamopoulos di sbloccare subito 35 milioni a favore dell'Italia per aiutarla a sostenere l'emergenza di questi giorni.

Per dare un'idea: considerando che, ufficialmente, le persone sbarcate tra il primo gennaio e il 27 giugno (esclusi quindi i 12.500 sbarchi stimati tra il 28 e il 29 giugno) sono 73.380 e che per ognuno si spendono 35 euro al giorno, con 35 milioni possiamo garantire loro vitto e alloggio per i prossimi 14 giorni. Poi?

Addio al vecchio libretto al portatore Voluto da Quintino Sella, vietato da Ue

corriere.it
di Lorenzo Salvia

Dal 4 luglio lo stop al rilascio. Il motivo: potenziale strumento di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo. È stato per anni l’investimento pensato per figli e nipoti. Chi lo ha già può convertirlo in nominativo o ritirare i soldi entro la fine del 2018



Lì dentro ci sono finiti i primi risparmi di molti di noi. I soldi regalati dai nonni per il compleanno, che di solito duravano poco. E quelli messi da parte dai genitori, «perché un giorno ti serviranno». Una forma di investimento primordiale, nata nel 1875 da un’idea di Quintino Sella, ministro delle Finanze, oltre che scienziato minerario, fondatore del Club alpino italiano e pure insegnante di geometria. Ma per il libretto al portatore è arrivato il momento dei titoli di coda.

Dal 4 luglio, dopodomani, non potranno più essere rilasciati dagli uffici postali e dagli sportelli bancari. Resteranno quelli nominativi, dove la cifra depositata è legata a un nome e cognome, e i soldi possono essere ritirati solo dal diretto interessato. Ma il libretto al portatore, che basta presentare al banco per prendere o lasciare i soldi, va definitivamente in pensione. Chi ne ha ancora uno non deve correre allo sportello. Per estinguerlo, trasformandolo in nominativo oppure ritirando i soldi, c’è tempo fino alla fine del 2018. Nessuna fretta. Ma è un pezzo di storia che se ne va. E anche stavolta ce lo chiede l’Europa.
Le regole europee
È una direttiva di Bruxelles del 2015 a mettere fuori corso l’invenzione di Quintino Sella. L’accusa è di essere, almeno potenzialmente, uno strumento formidabile per il riciclaggio e per il finanziamento del terrorismo internazionale. Mancando un legame tra i soldi e il nome, depositi e prelievi non sono tracciabili. In effetti la cronaca ci racconta che non stati usati solo da nonni generosi e genitori previdenti. A Palermo vennero sequestrati 473 mila euro depositati su una serie di libretti al portatore trovati a casa di Salvatore Contorno, uno dei primi pentiti di mafia. Stessa storia per Felice Maniero, il boss della mafia del Brenta, che così mise nei guai persino la mamma. Oltre all’Europa, ce lo chiede pure il buon senso. Anche se l’Italia, a differenza di altri Paesi, finora aveva scelto la strada della riduzione del danno.
Le strette precedenti (e insufficienti)
La prima direttiva europea che chiedeva la cancellazione dei libretti al portatore risale al 2005. Noi abbiamo abbassato più volte la cifra massima che poteva essere depositata. L’ultima stretta è arrivata nel 2012 con il governo Monti, quando il tetto è stato portato a 999,99 euro. Cifra minima, anche un po’ sadica. Ma che non basta a Bruxelles, specie in un’epoca di terrorismo globale e paura altrettanto globale. Rischiavamo una nuova procedura d’infrazione. E per questo, poche settimane fa, è passato in consiglio dei ministri il decreto che alza bandiera bianca e recepisce, stavolta in pieno, la direttiva. Il libretto al portatore saluta e se na va.

Per manifestare il loro affetto nonni e genitori previdenti hanno a disposizione mille altri strumenti. Tra piani di accumulo e polizze vita, la finanza più o meno creativa ha trasformato da tempo l’idea di Quintino Sella in un pezzo di antiquariato. A lui, adesso, resta solo la sellaite: minerale raro chiamato così in suo onore.

1 luglio 2017 (modifica il 2 luglio 2017 | 10:04)

In Romania c'è un cimitero allegro che ricorda i morti con opere d'arte e tanta ironia

lastampa.it
noemi penna



Un cimitero «allegro» da visitare come un museo. A Sapanta, in Romania, a 4 chilometri dal confine con l’Ucraina, si trova il coloratissimo Cimitirul Vesel, un campo santo decisamente unico: le tombe sono dipinte con scene di vita (anche ironiche) della persona che vi è sepolta, le croci in legno sono tutte intagliate e di colori sgargianti mentre sulle lapidi non ci sono parole di cordoglio bensì battute e poesie umoristiche che descrivono il defunto.



I romeni considerano la morte un momento molto solenne. Ma questo cimitero è associato alla cultura degli antichi Daci, la cui filosofia si basa sull'immortalità: loro considerano la morte un momento di gioia, che porta il defunto ad una vita migliore della precedente. Da qui le insolite lapidi e decorazioni.



Nel Cimitirul Vesel oggi sono presenti 800 tombe decorate e viene visitato quotidianamente proprio come una galleria d'arte. La prima opera risale al 1934 ed è stata realizzata dell'artigiano, poeta e pittore Stan Ioan Pătraș, che decise di realizzare lui stesso la sua futura lapide. Ma la tomba più celebre è sicuramente quella di Dumitru Holdis, le cui miniature sono diventate persino dei souvenir da portarsi a casa.



Gli epitaffi del cimitero sono tutti raccolti nel libro «Le iscrizioni parlanti del cimitero di Sapânta» scritto dal professor Bruno Mazzoni. Qualche esempio? «Lui amava i cavalli. Un’altra cosa amava molto. Sedersi al tavolo di un bar. Accanto alla moglie di un altro», oppure «Coloro che amano la buona grappa come me patiranno perché io la grappa ho amato e con lei in mano sono morto».
Insomma, un modo per superare con ironia la paura della morte ed essere ricordati per sempre con il sorriso.

La beffa dei disabili a carico Record di maestri furbetti trasferiti nelle scuole del Sud

corriere.it
di Gian Antonio Stella

La Calabria batte il Friuli Venezia Giulia 79% a 0. I trasgressori restano al loro posto. I dati elaborati da Tuttoscuola

Calabria batte Friuli 79 a 0. La gara per l’abuso della legge 104 sulla precedenza ai docenti che dichiarano un disabile a carico fa segnare un risultato più rotondo del mitico match Australia-Samoa 32-0. Uno squilibrio folle. Che dilaga in tutto il Sud danneggiando colleghi che in graduatoria erano davanti ai furbetti. Ma ancor più insopportabile è che questa prepotenza, anche se smascherata, non sia repressa con l’unica sanzione vera: il trasferimento degli imbroglioni lì dove stavano.

La conferma dell’andazzo, denunciato più volte da una associazione di insegnanti bidonati di Agrigento e lì accertato dalla magistratura, arriva da un’elaborazione di Tuttoscuola dei dati ministeriali sui trasferimenti interprovinciali di docenti della «primaria» (le medie e le superiori arriveranno più avanti) per il prossimo anno scolastico. Il tutto dopo un’interrogazione del leghista Paolo Grimoldi sulla voce che 530 insegnanti su 1.000 avessero ottenuto «il trasferimento al Sud grazie a quanto previsto dalla legge 104 sulla tutela dei disabili». Notizia approssimativa sui numeri, non sulla sostanza.
Cosa dice la legge
Premessa: nessuno ma proprio nessuno ha contestato mai il principio di quella legge del ‘92 che prevede nei trasferimenti degli insegnanti un diritto di precedenza a favore di quanti documentano la propria disabilità o la necessità di fornire «assistenza al coniuge, ed al figlio con disabilità; assistenza da parte del figlio referente unico al genitore con disabilità; assistenza da parte di chi esercita la tutela legale». Un ventaglio ampio ma non generico: non prevede comunque, come ricorda la rivista di Giovanni Vinciguerra, la precedenza per «l’assistenza ad altri familiari disabili». Giusto così.

Il guaio è che dopo le denunce di Dorenzo Navarra, un insegnante di Sciacca che aveva creato l’Associazione Insegnanti in Movimento perché furente contro l’eccesso di trasferimenti concessi con la motivazione di quella legge sacrosanta, i giudici avevano accertato con l’inchiesta «La carica dei 104», che in effetti uno su quattro dei docenti «premiati» col trasloco ad Agrigento da Cuneo, Rovigo o Vipiteno, aveva ottenuto quello spostamento dichiarando il falso. I numeri noti, però, si limitavano finora all’area girgentina. Tuttoscuola conferma: l’uso corretto e insieme quello scorretto della legge del ‘92 incidono sul 72,6% dei trasferimenti interprovinciali nelle «primarie» siciliane.

Con punte dell’81,5% a Palermo, dell’83,3% a Trapani, del 100% a Agrigento e a Enna. Cento percento! Numeri appena appena ridotti al di là dello Stretto, con l’87,5 in provincia di Vibo Valentia e del 97,1% a Cosenza.
Il divario Nord-Sud
Sia chiaro: vivere nel Mezzogiorno, per chi deve farsi carico di una persona non autosufficiente, è molto più complicato che vivere al Nord. I presidi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari, usati principalmente come spiega l’Istat «da anziani e non autosufficienti», sono squilibrati in modo agghiacciante: «l’offerta raggiunge i più alti livelli nelle regioni del Nord, dove si concentra il 66% dei posti letto complessivi (9 ogni 1.000 residenti) e tocca i valori minimi nel Sud con il 10% dei posti letto (solo 3 posti letto ogni 1.000)».

Le regioni settentrionali, prosegue l’istituto di statistica, «dispongono anche della quota più alta di posti letto a carattere socio-sanitario, con 7 posti letto ogni 1.000 residenti, contro un valore di 2 posti letto nelle regioni del Sud». In valori assoluti: 243.320 letti nel Nord, 38.129 nel Sud, 30.919 nelle isole. Per non dire degli altri servizi d’assistenza e collaborazione: la battaglia dei giovani disabili palermitani che sono riusciti a mobilitare Pif, Fiorello, Jovanotti e altri dice tutto. Non c’è proprio paragone, tra chi ha certi problemi gravi nel Sud o nel Nord. E sarebbe ingiusto non tenerne conto.

Detto questo, l’uso sistematico del raggiro della legge da parte di molti furbetti, com’è emerso dalle inchieste e dalle stesse denunce (rare: e mai seguite da gesti di rottura) di qualche sindacato, grida vendetta a Dio. Perché va «a scapito di docenti settentrionali»? No, risponde Vinciguerra: se pure si accertassero abusi, questi non farebbero danni ai docenti del Nord perché comunque, «su quei posti sarebbero stati trasferiti altri docenti meridionali senza 104». Ma è proprio qui la vergogna. Gli imbroglioni non vendicano neppure ipotetiche ingiustizie ministeriali o padane: profanano i diritti di chi è come loro ma rispetta la legge.
I confronti
I numeri non lasciano dubbi: su 2.902 trasferimenti interprovinciali per l’anno 2017/2018 nella scuola primaria, solo 7 son dovuti alla precedenza data dalla «104» in tutto il Nord Ovest, 5 in tutto il Nord Est, 48 nel Centro e 564 nel Centro-Sud. Le quote regionali confermano: 0,0% di spostati grazie alla 104 in Friuli, 0,7% in Veneto, 0,9% in Piemonte e nelle Marche, 1,0% in Toscana, 1,2% in Lombardia, 1,5% in Emilia-Romagna… Sul versante opposto: 35,0% in Molise, 37,2% in Puglia, 66,6% in Campania, 72,9% in Sicilia e infine quel sonante 79,5% in Calabria. A dispetto di tutte le polemiche e le inchieste: tutto come prima. Ciò che più insulta chi è stato sorpassato nelle graduatorie, però, è che anche i furbetti cui è stato revocato il trasferimento ottenuto con l’imbroglio non sono stati tuttavia rimandati dove stavano.

Lo spiegò mesi fa su «La Sicilia» il provveditore di Agrigento Raffaele Zarbo: «Non c’è alcuna norma che costringa a revocare il trasferimento ottenuto grazie alla precedenza suddetta, nel caso in cui la stessa venga revocata dopo il medesimo trasferimento». E Ignazio Fonzo, uno dei magistrati più impegnati a smascherare gli imbroglioni, conferma: «Già il rimpatrio là dove chi ha fatto il furbo stava, per me, è poco. Che razza di esempio dà un professore che imbroglia? Lo rimettiamo in cattedra a insegnare? Cosa insegna agli studenti: “furbizia applicata”? Ma queste sono le regole. Se non le cambiano noi giudici possiamo soltanto fare solo ciò che dice la legge. Fine. A volte “ammuttamu u fumu co a stang’”, spostiamo il fumo col bastone…».

1 luglio 2017 (modifica il 2 luglio 2017 | 08:16)

Giù le mani dall’Inno di Mameli

lastampa.it
alberto mattioli

Forse per Il canto degli Italiani , alias Fratelli d’Italia , è davvero la volta buona. Inno «provvisorio» della Repubblica dal 12 ottobre 1946, potrebbe diventare definitivo se passerà il disegno di legge in discussione alla Commissione Affari costituzionali della Camera, prossima seduta giovedì. Quella di essere provvisorio da settant’anni non è la sola stranezza dell’Inno. È anche l’unico brano musicale del mondo ad essere attribuito non all’autore della musica, Michele Novaro, ma a quello del testo, Goffredo Mameli. Come dire che La traviata è di Francesco Maria Piave o Acqua azzurra, acqua chiara di Mogol.

La proposta è del Pd ma sono d’accordo tutti i partiti, compresa la Lega che si era sempre opposta. Unica voce dissenziente ed emendante, quella dell’onorevole Gian Luigi Gigli del Des-Cd, e così si scopre anche l’esistenza di Democrazia solidale-Centro democratico. Gigli, presidente del Movimento per la vita, è uno di quei cattolici che ancora non hanno digerito il Risorgimento. Però le sue obiezioni al Mameli-Novaro sono più estetiche che politiche. Lo accusa di essere brutto «sia per la musica che per il testo» e assai inferiore a quelli degli Stati preunitari. Qui forse non ha tutti i torti. L’Inno del Regno delle Due Sicilie era di Paisiello, quello del Lombardo-Veneto austriaco di Haydn e quello pontificio, allora come oggi, di Gounod. Gigli propone un concorso per scrivere e scegliere un Inno nuovo di zecca.

Per inciso, nessuno pensa mai di riesumare l’«altro» Inno di Mameli, Suona la tromba, parole sempre del prode Goffredo ma musica di un certo Giuseppe Verdi. Ora, è vero che l’Allegro marziale di Novaro, quattro quarti in si bemolle maggiore, non è esattamente un capolavoro. Né, sinceramente, lo sono i versi di Mameli, grondanti retorica e pieni di riferimenti storici incomprensibili ai più. Però anche le parole della Marsigliese sono pulp e la musica, molto probabilmente, un plagio (oltretutto, di un italiano, Giovanni Battista Viotti). Dell’Inno tedesco si canta solo la terza strofa di von Fallersleben, perché le altre evocano ricordi poco piacevoli. Quanto alla Marcia reale spagnola, c’è solo la musica perché non ci si è mai riusciti a mettere d’accordo sui versi.

Ma il punto è che un Inno nazionale non dev’essere «bello». Dev’essere orecchiabile, popolare, identitario, facile da ricordare e soprattutto radicato nella coscienza popolare. Tutte caratteristiche che il Novaro-Mameli ha. Quindi Gigli si rassegni, ben venga il riconoscimento ufficiale e dopo 71 anni facciamola finita, perché l’eterna discussione su Fratelli d’Italia è uno dei fardelli d’Italia. Cari parlamentari, stringetevi a coorte e votate ’sta legge.

“Scattata con un iPhone”? Sì, più o meno

lastampa.it
emanuele capone

Nelle campagne pubblicitarie, Apple utilizza spesso il suo smartphone. Ma non per questo tutti possono arrivare a un risultato altrettanto professionale: servono software e hardware speciali



Non c’è dubbio che gli iPhone scattino bellissime immagini, tanto che per anni sono rimasti ai vertici delle classifiche degli smartphone con la migliore fotocamera. Così tanto, che Apple ha utilizzato più volte proprio questa caratteristica per spingere ulteriormente le vendite del “melafonino” con la riuscita campagna “Shot on iPhone”: vengono mostrate foto (e clip) stupende che sono state, appunto, “scattate con un iPhone”. Più o meno.

Recentemente, a sollevare qualche dubbio è stato il sito DPreview, punto di riferimento per gli amanti della fotografia digitale, con un pezzo pubblicato ieri dal titolo inequivocabile: “Non tutto è come sembra nelle pubblicità ‘Shot on iPhone”: nel testo, accompagnato dal video dello youtuber Marques Brownlee che vedete qui sopra, si spiega chiaramente che le foto mostrate da Apple (o anche da altri produttori di smartphone, a onor del vero) sono in effetti “scattate con un iPhone”. Che però è stato “potenziato” da una buona dose di gadget costosissimi e lunghe sessioni di fotoritocco.

Così, per esempio, si scopre che per catturare alcune immagini l’iPhone era montato su un drone più o meno grande, incastrato in una griglia che garantisce una maggiore stabilizzazione, oppure aveva otturatore a controllo remoto, obiettivi da far invidia a un paparazzo, tempi di scatto prolungati via software e così via. Lo ammette anche Apple, che nelle sue carrellate di immagini mozzafiato fa comparire per 3 secondi la scritta «è stato usato software ed equipaggiamento supplementare». “Dimenticandosi” di dire che difficilmente lo troverete nei negozi, quell’equipaggiamento supplementare.

“Fu il Lodo Moro a tenere gli italiani al sicuro a Beirut nell’82”

lastampa.it
francesca paci

Bassam Abu Sharif: l’Italia fu l’unico paese con cui il Fronte per la liberazione della Palestina strinse un patto di non belligeranza. Le Br? Nessun rapporto


Bassam Abu Sharif

Bassam Abu Sharif è uomo di molte parole. Fuma una sigaretta dietro l’altra con la mano a cui dal 1972 mancano quattro dita: sopravvissuto a un’operazione del Mossad, perse però anche l’occhio e l’orecchio destro. All’epoca era il responsabile dell’informazione dei marxisti-leninisti del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (Fplp), in seguito sarebbe diventato uno dei più ascoltati consulenti di Arafat. «È possibile che non dica tutto quello che so, ma quello che dico è tutto vero» ripete durante l’intervista in esclusiva rilasciata a La Stampa all’indomani dell’audizione alla Commissione parlamentare sulla morte di Moro.

Dice che l’Italia fu l’unico Paese con cui il Fplp prese un impegno scritto di non belligeranza, il cosiddetto Lodo Moro. Dice che grazie a quell’accordo la nostra ambasciata a Beirut venne risparmiata dagli attentati in cui 35 anni fa morirono oltre 300 militari francesi e americani. E dice che sa di un rapporto simile voluto dalla Germania con l’organizzazione palestinese al Fatah dopo il massacro alle Olimpiadi del 1972 a Monaco.

Come nasce l’accordo che in Italia è noto con il nome di Lodo Moro?
«Le relazioni tra i palestinesi e l’Italia, intesa anche come istituzioni preposte alla sicurezza, iniziano nei primi anni ’70. C’era il sospetto che le Brigate rosse avessero rapporti con il Fplp il cui leader era George Habbash. Le Br erano il prodotto di una storia europea dovuta al fallimento del partito comunista nel portare cambiamenti sociali. Questo piccolo gruppo estremista ed altri analoghi si chiesero cosa fare e pensarono di ricorrere alla violenza. In Medioriente la situazione era movimentata per altri motivi, la sconfitta dei paesi arabi nel 1967 aveva dato a noi palestinesi la possibilità di iniziare la nostra battaglia contro l’occupazione israeliana e molti gruppi vennero in Medioriente per incontrarci. Non ricordo i nomi dei tanti italiani che vidi ma ricordo Andreas Baader e Ulrike Meinhof. Venivano a migliaia. Li chiamavamo i turisti della rivoluzione».

Cosa facevano lì con voi?
«Wadie Haddad (il capo delle operazioni del Fplp) aveva una scuola rivoluzionaria per insegnare alle forze sociali oppresse economicamente a combattere il capitalismo. In Europa non si poteva, la situazione non era matura. Per indebolire l’imperialismo era meglio agire nel terzo mondo, affiancare noi nella lotta contro Israele, l’avamposto mediorientale dell’imperialismo e del neocolonialismo americano. Oltre mille italiani frequentarono i nostri campi in Giordania tra il 69 e il 70. Erano campi di due settimane, si parlava di politica, si imparavano a smontare e rimontare le pistole o a sparare, soprattutto si spiegavano i pilastri della nostra rivoluzione. Alcuni divennero membri del Fplp, solo una piccola parte erano combattenti ma combatterono esclusivamente nelle file del Fplp e nelle nostre battaglie, mai nei loro paesi d’origine».

Perche’ questo rapporto speciale con l’Italia?
«Vennero da noi da tutti i paesi, oltre 10 mila europei ci raggiunsero dopo la battaglia di al Karama, nel 1968. Ma l’Italia aveva una location importante, confinava con la Jugoslavia, con la Francia, aveva il più forte partito comunista occidentale e un popolo caldo. Il nostro maggior alleato non era il Pci ma il sindacato. In quel contesto nascono le Br ma la seconda generazione viene infiltrata: nel 71, diffidandone, Wadie Haddad, dice di voler avere niente a che fare con loro.

Ed eccoci al 1972: attraverso dei giornalisti incontrammo a Beirut l’intelligence italiana, fui io il primo a vedere Giovannone, all’epoca ero il direttore della rivista del Fplp. Giovannone era un patriota, voleva proteggere l’Italia. Iniziò a mandare aiuti umanitari ai campi profughi palestinesi, ambulanze, medicine. Poi si mise a lavorare con noi per ottenere un documento da presentare al suo governo il cui il Fplp affermava di non avere rapporti con le Br. Voglio sottolineare che noi palestinesi non abbiamo mai avuto rapporti diretti ne indiretti con le Br».

Fu un’idea di Giovannone?
«Giovannone era simpatetico. Io proposi che avrei chiesto un documento firmato in cui il Fplp affermasse che non avrebbe mai messo a rischio la sicurezza dell’Italia e non avrebbe mai collaborato con chi lo facesse. Voi lo chiamate accordo ma in realta’ fu una promessa scritta. Una copia per noi e una per voi, sar’ stato l’inizio del 73. Non so a chi la diede Giovannone, doveva convincere qualcuno in Italia riguardo a noi».

Perché Arafat non firmò?
«Io parlo per noi, affiancai Arafat solo nel 1987. Non so cosa facesse in quel momento Al Fatah e se Giovannone o altri parlassero con loro, posso immaginarlo. So che Abu Iyad, il responsabile dei servizi segreti di Fatah, venne molte volte a Roma a incontrare capi della sicurezza e una volta ci incrociammo per caso».

Il Fplp prese lo stesso impegno con altri paesi europei?
«Il Fplp solo con l’Italia. I volontari erano benvenuti, tutti. Ma nessun altro in Europa fece uno sforzo come Giovannone di venire in quanto Paese. Io parlo del Fplp. So che dopo Monaco la Germania instaurò un rapporto con Abu Iyad (Fatah) per avere qualcosa di simile».

Cosa aveste in cambio dall’Italia?
«Ci accontentavamo degli aiuti umanitari. Chiedemmo se magari si potessero aumentare, ma non era una condizione».

Chi era il garante della vostra promessa in Italia?
«Nessuno, il garante era Habbash. Eravamo molto centralizzati. Le organizzazioni di studenti palestinesi in Italia facevano solo campagne di solidarietà. In quel periodo vennero a contattarmi anche altri dall’Italia con altre offerte, ma io parlavo con Giovannone e basta».

Come è passato di generazione in generazione l’impegno di Habbash?
«È stato sempre rispettato. Poi col tempo le relazioni sono diventate politiche, abbiamo iniziato a dialogare su piani diversi, parlavamo con Andreotti, Craxi. Tenete conto che nel frattempo c’e la dichiarazione di Venezia nel 1980 con il riconoscimento dell’Olp che ci permette di aprire 50 uffici palestinesi del mondo, dobbiamo quell’accordo all’Italia».

La dichiarazione di Venezia può essere considerata un frutto dell’impegno preso da Habash e il Fplp?
«Sì, lo possiamo considerare uno sviluppo di Venezia. Inoltre in Italia c’era una forte opinione pubblica pro-palestinese. Furono gli italiani a mandarci l’informazione dell’invasione in Libano nel 1982».

Per questo in quegli anni l’Ambasciata italiana, diversamente da quella francese e americana, non fu attaccata a Beirut?
«L’impegno a evitare azioni che colpissero l’Italia era a tutto campo, si sottintendeva che non avremmo colpito neppure interessi israeliani in Italia. E ovviamente comprendeva le ambasciate italiane. A Beirut dovemmo difendere anche fisicamente gli italiani».

Rispettaste sempre l’impegno preso? Chi fece gli attentati alla sinagoga e a Fiumicino, nell’82 e nell’85?
«Non ne sappiamo niente. Di altri non so ma noi, come Fplp prima e poi insieme a Fatah come Olp, rispettammo l’impegno al cento per cento. In quel momento in Italia agivano gli 007 iracheni, arabi, israeliani, gruppi palestinesi infiltrati come quello di Abu Nidal dopo la rottura con Fatah».

Gli attentati no. Ma i missili in transito nel 1979 per cui fu arrestato Daniele Pifano erano vostri, giusto?
«Quella non era un’operazione, era trasporto di materiale. L’impegno diceva chiaramente che avremmo evitato ogni operazione che colpisse gli italiani o l’Italia: lo rispettammo e l’Italia lo sa».

L’Italia sapeva anche del transito dei missili di Pifano?
«In Italia c’erano differenti istituti».

Vuol dire che la mano destra non sapeva cosa facesse la sinistra?
«Esatto. Ma poi Pifano fu rilasciato quasi subito, giusto? Ecco».

Sa qualcosa della stazione di Bologna? E di Ustica? Anche allora si nominarono i palestinesi.
«Non ne so nulla. Ma c’era di tutto in Italia in quel periodo. Le racconto una storia. Una volta, sara’ stato l’89, dovevo andare in Francia con Arafat sorvolando l’Italia, dove c’erano molte basi americane. Prima di partire ricevemmo una nota da un buon contatto italiano che diceva di fare attenzione ai missili. Allora Arafat chiese due jet identici, su uno volava lui e sull’altro io con la delegazione palestinese. Volammo a diverse altitudini per confondere i radar».

Milan, il cacciatore di tesori e i misteri del mito

corriere.it

di Giacomo Valtolina

Lo statuto del 1899 trovato da uno studente. Sarà esposto al museo rossonero al Portello. Prima traccia di una storia ancora misteriosa. «Festa a metà dicembre per il compleanno»



Siamo alla metà di dicembre - che come si vedrà è un periodo ricorrente in questa storia di Milan - e l’anno è il 2015. Un giovane appassionato di numismatica di nome Marco Boscolo, 24enne studente di Storia alla Statale, sta catalogando, lente d’ingrandimento alla mano, l’imponente collezione privata di un’importante famiglia di industriali milanesi. Setaccia la biblioteca della loro tenuta di campagna, tra volumi preziosi, rarissime prime edizioni, documenti notarili e reperti di vario genere finché all’improvviso non salta fuori una scatola di pelle nera dell’Esercito: dentro, tra la corrispondenza dal fronte, le fotografie coloniali e le spillette dell’Ippodromo fa capolino, discreto, un libretto rosso, 14,8 centimetri per 11. Sulla copertina, la scritta: Statuto del Milan cricket and football club.

È l’atto che certifica la fondazione della società allora italo-milanese all’hotel Duca d’Aosta (l’attuale Principe di Savoia), datato una sera di metà dicembre 1899, tra il 13 e il 17. Presidente (Edwards), vicepresidente (Nathan), segretario (Davies), cassiere (Allison), consiglio direttivo (Blomenstock, Celli, il fondatore Kilpin, Osculati, Steele, ma ci sono anche altri italiani come Angeloni, Dubini e Camperio), regole (quelle di un normale circolo) e quote associative (25 lire per il primo anno e poi 15) messe per iscritto in quella che la Gazzetta racconterà come la sera in cui tutta la Milano che contava «mise un obolo» per la fondazione nella sede della Fiaschetteria Toscana di via Berchet, oggi, beffa della storia, boutique dell’Inter.

«Nessuno aveva capito il valore dello statuto - racconta Boscolo -, così è rimasto per mesi tra le carte sul mio comodino di casa, come un dépliant qualsiasi. Poi ho chiamato il Milan per capire quali documenti fondativi esistessero. Era effettivamente l’atto più antico mai trovato, ma dato che l’offerta ricevuta non era soddisfacente abbiamo deciso di metterlo all’asta». Compratore americano già con l’assegno in mano, pronti 120 mila euro. Una volta depositato alla casa d’aste Bolaffi, però, l’atto diventa pubblico, così il direttore di Casa Milan, Marco Amato (con Triennale e Padiglione Zero di Expo sul curriculum), chiede alla Soprintendenza un vincolo archivistico che, tempestivo, arriva impedendo l’espatrio dell’atto.

Sfuma così la vendita oltre Oceano e l’avvocato Giuseppe La Scala, presidente dei piccoli azionisti del Milan, può aggiudicarselo per quasi 94 mila euro nell’auction - e riecco di nuovo la data ricorrente - del 14 dicembre. Con una conseguente decisione (la cessione in comodato d’uso a Casa Milan) e due auspici («che venga esposto il 13 dicembre e che quel giorno diventi il compleanno del Milan, da celebrare nel mondo a suon di vin brulé in una grande festa casciavít , tra Sant’Ambrogio e Natale»).

Teca nell’anticamera del museo di Casa Milan, tra i vessilli (labari) anni 20, 40 e 70, e debutto al pubblico con alcuni altri pezzi appena recuperati dal team di Amato (una lettera della società di macchine agricole del presidente Edwards con la sua firma originale e una copertina rossonera di Lo sport illustrato del 1921), una squadra fatta di appassionati, storici e archivisti volontari, sguinzagliati a caccia di reperti da donare o condividere con museo e popolo rossonero.

Ma il 13 dicembre resta una data ancora oggi misteriosa, simbolica della peculiare nebulosità d’informazioni sul primo ventennio rossonero, confermata dalla difficoltà, anche per gli stessi eredi dei fondatori, di trovare reperti originali («Diavolo smemorato» scriveva sul tema la Domenica del Corriere nel 1949). Lo dimostra anche il fatto che a Casa Milan, il pezzo più antico in collezione sia una maglia (della nazionale italiana) usata da De Vecchi nel 1912. La prima casacca rossonera esposta - in attesa che ritorni la maglia primi anni Dieci una volta in mostra a San Siro - è addirittura del 1951/52, appartenuta (ma probabilmente mai usata) ad Annovazzi.

I pezzi forti di Mondo Milan sono infatti pezzi successivi, dalle Coppe campioni ai Palloni d’oro concessi da Van Basten e Shevchenko, nel percorso che attraversa la storia gloriosa del club. Un’altra chiave di volta della storia rossonera è l’editoria. Non solo per il core business delle vecchie proprietà (Rizzoli prima e poi Berlusconi) o per il know-how tipografico cittadino dell’epoca, ma in questo caso anche per le valutazioni sulla autenticità dello Statuto. Ai fini della certificazione della Soprintendenza, utile è stato infatti il nome della tipografia industriale riportato a pagina 2 (G. Pizzi, via Visconti 14, specializzata in libelli giuridici). «Un’altra eccellenza milanese» sottolinea La Scala. Il dettaglio è un logo a quadratino a righe rossonere, in alto a destra, in prima pagina.

Curiosamente a strisce orizzontali. Ciò che stupisce, e che ha dato anche adito a dubbi, è l’ottimo stato di conservazione dello statuto, con le pagine sì ingiallite ma senza ombra di ruggine nei punti metallici. «È la prova della capacità tecnica delle tipografie milanesi» dice La Scala, mentre Amato annuncia «tecnologie per conservarlo e digitalizzarlo».

Oggi, quel quadratino striato (che guardandolo sembra quasi poter dirimere la querelle sul plagio tra Pink Floyd e Isgrò) è diventato il logo, inaspettatamente attuale, di El nost Milan , casa editrice che pubblica volumi sul Milan e che ha fatto risorgere, grazie all’intervento di una cordata di persone tra cui proprio l’avvocato La Scala (noto per la sua storica rivalità con l’ex amministratore delegato Adriano Galliani), la tipografia Campi. Fondata nel 1898, è l’unica a stampare professionalmente con composizione monotype e caratteri di piombo creati con una fonditrice. Una copia dello statuto qui prodotta verrà regalata con il libro Milan 1899, una storia da ricordare , ai primi 1899 sottoscrittori della neonata Radio Rossonera, gestita da blogger e influencer milanisti (e supportata dalla società) che dà voce al tifo critico, le cui opinioni sembrano essere oggi più rilevanti per le nuove strategie di comunicazione del Milan «orientale» .