venerdì 7 luglio 2017

L'ascia di Ötzi era 'made in Tuscany'

repubblica.it
di ALEX SARAGOSA

Nuova scoperta sull'ascia dell'Uomo del Similaun. Nel rame dell'arma analizzata dai ricercatori dell'Università di Padova nascosto un prezioso indizio: la provenienza dalla Toscana meridionale

L'ascia di Ötzi era 'made in Tuscany'

ROMA - Poche scoperte archeologiche sono state feconde quanto il rinvenimento, nel 1991, del corpo di Ötzi, uomo ucciso intorno al 3300 a. C. da un colpo di freccia nella schiena i cui resti sono stati ritrovati ben conservati in un ghiacciaio fra Italia e Austria. I vestiti, gli attrezzi, l'ultimo pasto, il suo Dna, i pollini che aveva addosso, le cause della morte, l'area di origine, la salute, persino i tatuaggi: tutto ciò che la scienza ha via via svelato su di lui ha contribuito a riscrivere la storia dell'età del Rame in Italia settentrionale. Non ultima l'arma che portava con sé quando è stato colpito a morte: la bellissima ascia che rappresentava, per quei tempi, un vero e proprio tesoro. E' nel rame dell'arma che si nascondeva un prezioso indizio: la provenienza del materiale dalla Toscana.

Ad avere individuato la vera area di estrazione del rame che finora di pensava fosse di origine locale, - secondo l'ipotesi nata da a importanti affioramenti del Tirolo - è stato il gruppo di Gilberto Artioli professore di Geoscienze dell'Università di Padova. Forse in maniera così precisa da averne rintracciato persino la miniera.

"I nostri risultati, pubblicati su Plos One, dimostrano che quel metallo derivava da minerali della Toscana meridionale," dice Artioli "e questo grazie alla firma inconfondibile del rapporto fra isotopi del piombo contenuto nel rame, tipico di quell'area e che lo differenzia da quello di qualsiasi altra parte d'Europa. In collaborazione con Fabio Fedeli, dell'Associazione Archeologica Piombinese, abbiamo anche determinato che nella Toscana dei tempi di Ötzi era già attiva la produzione di rame nell'area di Campiglia Marittima".

Quindi l'ascia di Ötzi era "Made inTuscany", ma cosa ci dice questa scoperta? "Prova che le tecniche di fusione del rame non sono arrivate in Italia da Nord-est, come si pensava, ma esistevano nella Penisola già secoli prima di Ötzi, giunte forse via mare da Sud-est, la stessa direzione da cui, del resto, erano arrivati, millenni prima, allevamento e agricoltura" spiega l'archeologa dell’Università di Trento Annaluisa Pedrotti. "Inoltre è una conferma di quanto fosse complessa ed estesa l'area degli scambi nel nostro paese nell'Età del Rame, cosa di cui già si aveva sentore dopo aver trovato ossidiana di Lipari in tombe neolitiche del Trentino".

Ma non immaginatevi "commessi viaggiatori preistorici" che giravano l’Italia con il campionario di asce. "Molto probabilmente le merci si spostavano, in tempi lunghi, attraverso baratti fra vicini, seguendo, in assenza di strade, i corsi dei fiumi. A portarle oltre le montagne, come forse anche nel caso del rame dell'ascia di Ötzi, erano probabilmente i pastori, o gli agricoltori nomadi, che si spostavano stagionalmente su lunghe distanze, portandosi dietro oggetti di valore, ma con scarso ingombro, per fare scambi lungo la via".

La scoperta del rame toscano finito sulle Alpi, apre anche un nuovo filone di ricerca. "Asce simili a quelle di Ötzi sono state trovate vicino Mantova e anche in Austria" conclude Pedrotti. "Adesso sarà interessante analizzarne il metallo con la stessa tecnica usata da Artioli, e vedere da dove venissero". Chissà che non si scopra che, come la Toscana di oggi esporta bei vestiti e borse in tutto il mondo, quella di allora fornisse begli oggetti in rame a mezza Europa.

L’ultimo volo di Amelia Earhart Ecco la foto che riapre il mistero

corriere.it
di Alessandra Muglia

Non sarebbe morta inghiottita dall’Oceano ma in una prigione giapponese. Stava per diventare anche la prima donna a fare il giro del mondo quando sparì nel nulla



Una vecchia foto ingiallita riapre il mistero della fine di Amelia Earhart. La prima pilota donna ad attraversare l’Atlantico in solitario stava per diventare anche la prima a fare il giro del mondo quando sparì nel nulla. L’aviatrice americana era partita dalla Nuova Guinea per raggiungere l’Isola di Howland, un piccolo atollo in mezzo all’Oceano Pacifico, quando si persero le sue tracce. Due anni dopo gli Stati Uniti la dichiararono ufficialmente morta ma i suoi resti non vennero mai trovati.

Il suo ultimo messaggio risale al 2 luglio del 1937: avrebbe compiuto 40 anni pochi giorni dopo. Ora a 80 anni esatti da quella oscura scomparsa, un’immagine scovata negli archivi nazionali americani ribalta la versione più accreditata sulla sua fine: quella secondo cui lei e il suo navigatore,Fred Noonan, si schiantarono vicino alle isole Marshall e furono inghiottiti dall’Oceano.
L’immagine
La foto in bianco e nero — lanciata da un’inchiesta di History Channel in onda nel prossimo fine settimana e che la Nbc ha pubblicato in anteprima — mostra un gruppo di persone su un molo ed è contrassegnata come scattata sull’atollo Jaluit, nelle isole Marshall, nel mezzo dell’Oceano Pacifico. Quella che sembra essere una donna con i capelli corti, girata di spalle, sarebbe Amelia Earhart, secondo gli esperti interpellati nel documentario tv. Poco lontano da lei, a sinistra, viene individuato un uomo dai tratti occidentali, indicato come Fred Noonan. La foto e altri dettagli, che verranno resi noti nelle due ore di speciale dedicato al caso, mostrerebbero che Earhart e il suo navigatore sopravvissero allo schianto, furono catturati dai giapponesi e poi tenuti prigionieri a Saipan, un’isola delle Marianne al tempo controllata da Tokyo, dove morirono in prigione.
Prova debole
Difficile riconoscere le somiglianze dei due protagonisti con le persone nella foto, le prove a sostegno di questa tesi appaiono ancora deboli. Eppure la storia ha già richiamato l’attenzione dei media internazionali: offre una tesi alternativa a uno dei più noti misteri della storia delle esplorazioni del Novecento, e ha al centro uno dei personaggi più famosi di quel secolo: Earhart con i suoi voli sosteneva che le donne devono poter compiere le stesse imprese degli uomini ed era anche una prolifica scrittrice. La sua vita è stata portata sul grande schermo dalla regista indiana Mira Nair, con la due volte Premio Oscar Hilary Swank nei panni di Amelia.
L’altra missione
Proprio pochi giorni fa una nuova missione è salpata dalle Fiji lanciata dalla ong Tighar in collaborazione con il National Geografic. Una nave con a bordo anche cani esperti nel rintracciare resti umani è partita con destinazione Nikumaroro, piccolo atollo disabitato del Pacifico, nell’arcipelago delle Isole della Fenice. Per loro Earhart e Noonan virarono a sud rispetto alla rotta e tentarono di mandare degli sos ma furono poi inghiottiti dall’alta marea. A sostegno della loro tesi portano manufatti trovati nell’isola, come una chiusura lampo made in America e barattoli tipo quelli usati da una società Usa per contenere una crema anti lentiggini negli anni ‘30. Il mistero resta, le ricerche continuano.

Dieselgate, sotto accusa un ingegnere italiano: “Fu l’artefice del software per truccare le emissioni”

lastampa.it

Giovanni Pamio, 60 anni, era a capo di una sezione sviluppo dei motori di Audi



Le autorità degli Stati Uniti hanno accusato un ex dirigente della Audi, marchio di lusso della Volkswagen, di avere ordinato di programmare i motori diesel di modo che potessero ingannare i test sulle emissioni. Giovanni Pamio, 60 anni, cittadino italiano, è ritenuto uno dei principali responsabili di una cospirazione che ha accompagnato lo scandalo costato alla Volkswagen più di 20 miliardi di dollari in multe e cause.

Pamio è l’ottavo ex dirigente della Volkswagen accusato nell’ambito dell’ indagine portata avanti dall’ Fbi e dalla sezione criminale dell’Agenzia per la protezione ambientale. Uno di questi sarà giudicato alla fine di questo mese, un altro è in carcere negli Stati Uniti e altri cinque sono cittadini tedeschi. La Volkswagen ha ammesso che i motori Vw, Porsche e Audi con motori diesel da due o tre litri erano stati programmati per aggirare i controlli anti inquinamento durante i test di routine e tornare al normale funzionamento durante l’uso delle vetture su strada. La truffa è andata avanti per anni prima di essere smascherata dalla West Virginia University.

Pamio dovrà rispondere delle accuse di cospirazione, frode e di aver violato le norme ambientali statunitensi. Gina Balaya, portavoce della Procura di Detroit, ha detto di non poter precisare se contro di lui sono stati emessi provvedimenti di custodia. L’ ingegnere italiano è difeso dall’avvocato Terry Brennan, che non ha voluto commentare la vicenda.

Agli atti risulta che Pamio era capo del reparto termodinamica del dipartimento per lo sviluppo dei diesel dell’ Audi a Neckarsulm, in Germania, e guidava una squadra di ingegneri al lavoro sul controllo delle emissioni dal 2006 a novembre 2015. Lui e gli altri accusati avrebbero realizzato che era impossibile calibrare un motore diesel da 3 litri in modo che potesse rientrare negli standard statunitensi per le emissioni di ossido di nitrogeno senza violare i vincoli imposti da altri dipartimenti della Volkswagen. Per questo - si legge in una nota della Procura - Pamio avrebbe «indotto i suoi dipendenti a progettare e implementare funzioni di software volte a ingannare i test statunitensi sulle emissioni». 

Wikileaks svela i Bothan della Cia

repubblica.it
di STEFANIA MAURIZI

Ispirandosi alla popolarissima serie di Guerre Stellari, i nerd della Central Intelligence Agency hanno creato BothanSpy, un tremendo malware per rubare le credenziali di accesso a chi si connette con il protocollo sicuro SSH. Doveva rimanere segreto fino al 2065, ma l'organizzazione di Julian Assange lo rivela in esclusiva con il nostro giornale

Wikileaks svela i Bothan della Cia


Sono umanoidi dall'aspetto felino, che hanno creato una micidiale rete di spie al servizio dell'Alleanza Ribelle per combattere l'Impero Galattico, ottenendo in particolare informazioni sulla Morte Nera, la stazione spaziale da combattimento che è l'arma totale dell'Impero. Si chiamano Bothan e vengono citati nel Ritorno dello Jedi, uno degli episodi dell'amatissima saga di Guerre Stellari. Ed è a loro che rende omaggio la Cia in un documento pubblicato  da WikiLeaks in esclusiva con Repubblica.

S'intitola BothanSpy, fa parte dell'enorme giacimento di file sulla cyber armi della Cia, Vault 7, che l'organizzazione di Julian Assange ha iniziato a pubblicare nel marzo scorso e contiene perfino frasi prese da Guerre Stellari, tipo "Molte spie di Bothan moriranno per portarvi queste informazioni, ricordate il loro sacrificio", classificate come "segreto/noforn", ovvero non solo segrete, ma non rilasciabili in copia a cittadini di nazionalità straniera. Una scelta bizzarra quella di proteggere le citazioni prese da un film visto da milioni di persone in tutto il mondo.

Ma il programma che descrive il manuale di BothanSpy non è affatto bizzarro, al contrario è temibile e intelligente. Sì, perché BothanSpy è un malware creato dalla Central Intelligence Agency per rubare le credenziali di chi si connette ai server di una società privata, di un'università o di un'organizzazione utilizzando il protocollo SSH, che di norma è considerato sicuro, tanto che viene usato dai tecnici informatici che gestiscono le reti dell'azienda o dell'organizzazione per collegarsi da remoto ai server e fare tutta una serie di operazioni, come installare programmi o gestire gli accessi da parte degli altri utenti, mantenendo la protezione che assicura la crittografia e che rende difficile per hacker, criminali o forze di intelligence spiare il tipo di intervento che i tecnici stanno facendo sui server aziendali.

Chi si connette con il protocollo SSH di norma ha un accesso ampio al sistema informatico dell'impresa, che può arrivare fino ai privilegi di amministratore (in gergo, sysadmin), una posizione questa che consente di fare qualsiasi tipo di operazione: prelevare documenti aziendali, modificarli, aggiungerli, distruggere dati, spiare sugli utenti del sistema, leggendone per esempio le email interne. Rubando username, password, chiavi crittografiche utilizzate da chi si connette ai server aziendali tramite SSH, la Cia può arrivare a fare di nascosto quello che vuole su quei sistemi presi di mira. È un po' come se entrasse nella sala di comando.

Si tratta di una strategia seguita non solo da Langley, ma anche dalla National Security Agency, come hanno rivelato i file di Snowden, in cui la Nsa scriveva: "Cosa può esserci di meglio che colpire direttamente chi ha in mano le chiavi del regno?". BothanSpy fa esattamente questo e lo fa per i computer che usano Windows: il sistema operativo più preso di mira in assoluto dalle cyber armi della Cia contenute in Vault 7. Ma la Central Intelligence Agency non si è lasciata sfuggire neppure la possibilità di fare la stessa operazione sui computer che utilizzano Linux, di norma meno vulnerabili, creando un malware che si chiama Gyrfalcon, anch'esso rivelato oggi da WikiLeaks, che ne pubblica due manuali utenti insieme con il file su BothanSpy.

È curioso leggere come nel documento su BothanSpy la Central Intelligence Agency si consideri parte dell'Allenza Ribelle, ovvero della Resistenza che combatte contro l'Impero Galattico, considerando che i critici vedono proprio nella Cia il braccio oscuro e operativo dell'imperialismo americano. La pubblicazione dei documenti segreti di Vault 7 va avanti ormai da quattro mesi. Nonostante la reazione furiosa di Mike Pompeo, il capo della Cia nominato da Donald Trump, WikiLeaks ha continuato a rivelare le cyber armi di Langley, consentendo all'opinione pubblica di conoscerle per la prima volta e a giganti come Microsoft o Cisco di riparare le vulnerabilità dei loro software sfruttati dalle cyber armi di Vault 7 per compromettere computer e reti (basta vedere una delle falle chiuse da Microsoft alle fine di giugno, esattamente pochi giorni prima della rivelazione da parte di WikiLeaks del malware Cia, Brutal Kangaroo.

Mentre il lavoro di WikiLeaks prosegue, Julian Assange rimane confinato nell'Ambasciata dell'Ecuador a Londra, dove ormai è recluso da cinque anni, nonostante nel maggio scorso la procura svedese abbia archiaviato l'inchiesta per stupro. Assange parlerà al G20 di Amburgo con esponenti del movimento politico DiEM25, insieme con Yanis Varoufakis, Srecko Horvat e l'avvocatessa per i diritti umani Renata Avila, con un intervento dal titolo: "Disobbedienza costruttiva! La resistenza al tempo del capitalismo basato sulla sorveglianza".

Quel premio ai furbetti delle auto-certificazioni

corriere.it

di Gian Antonio Stella

Scusate: ma le sanzioni per i furbetti del «certificatino»? Zero. Dimenticate. Ed è questo, oltre al resto, ad allarmare imprenditori, giuslavoristi, vertici della previdenza e qualche sindacato davanti al disegno di legge che vorrebbe assegnare direttamente ai dipendenti pubblici il diritto ad auto-dichiararsi inabili al lavoro per i primi tre giorni di malattia. Il firmatario del ddl, il senatore Maurizio Romani che di mestiere (coincidenza) fa proprio il medico, è assai preoccupato infatti per quelle previste per i colleghi in camice i quali sui certificati falsi rischiano «sanzioni molto severe». E per otto volte sospira sui pericoli che corrono quanti sono accusati di sfornare diagnosi stilate in base, diciamo così, alle aspettative dei pazienti.

Pazienti che non di rado equivalgono a clienti se è vero, per fare due soli esempi, che alle Comunali di Messina si presentarono qualche anno fa 110 medici e che nel penultimo consiglio regionale calabrese il Ptd (Partito trasversale dottori) contava su 15 deputati. Pari a 182 seggi a Montecitorio. Una casta nella casta. Ma gli eventuali imbroglioni dell’auto-certificazione di malattia? Nulla. Nel Ddl non c’è una riga. C’è chi dirà, come ipotizza il giuslavorista Giampaolo Perdonà, che potrebbe essere invocata una estensione delle leggi che già ci sono («il dipendente di una pubblica amministrazione che attesta falsamente la propria presenza in servizio (…) ovvero giustifica l’assenza mediante una certificazione medica falsa o falsamente attestante uno stato di malattia è punito con la reclusione da uno a cinque anni…») ma è così?Immaginiamo le risse sui cavilli.

E poi: quando mai è stata applicata nella nostra storia tanta severità prevista dalla legge Brunetta? Mai. Qui è il punto. L’autocertificazione che secondo i camici bianchi (veri promotori delle nuove norme) «potrebbe essere utile, prima ancora che a sollevare il medico, a responsabilizzare il paziente», avrebbe un senso solo se la sanzioni fossero davvero esemplari. Imbrogli lo Stato che ti dà lavoro e ti paga? Risposta durissima. Ma non è così. Lo ribadiscono troppe sentenze bonarie se non assolutorie verso chi in questi anni ha auto-certificato tutto e il contrario di tutto. Perfino bidelli o agenti di custodia che per raggirare le regole si sono dichiarati manager, docenti o magistrati in pensione. Andrea Camilleri si divertì anni fa, nel delizioso

La rivolta dei topi d’ufficio, a immaginare lo sgomento dei travet contro l’autocertificazione e la fondazione dei Baac, Burocrati anti-auto-certificazione. Obiettivo: seminare il panico dichiarando, in posti diversi, di «volersi maritare auto-certificandosi. Naturalmente avrebbero usato tutti lo stesso nome e cognome: quello di uno sconosciuto, però regolarmente sposato e padre di non meno di tre figli». Un sabotaggio reso poi inutile purtroppo (purtroppo) da migliaia di imbrogli impuniti, in ogni settore, che hanno minato alla base la fiducia in uno strumento che sarebbe preziosissimo.

Capiamoci: sul principio che un medico, per quanto bravo, non sia sempre in grado di smascherare l’assenteista che accusa un mal di testa o di pancia siamo d’accordo tutti. Lo sgravio preventivo di responsabilità, però, è un’altra faccenda. Perché, ha scritto Pietro Ichino, «in moltissimi casi la malafede del medico è evidentissima. Uno di questi, il più clamoroso per dimensioni, è quello degli 800 certificati di un giorno di malattia rilasciati a Fiumicino il 2 giugno 2003 ad altrettanti assistenti di volo dell’Alitalia, che intendevano così bloccare i voli senza preavviso». Ora, se è vero come dicono le statistiche che le assenze brevi per malattia cadono già ora per metà di venerdì o di lunedì o a cavallo di altre feste, cosa succederà se passeranno le nuove regole sull’auto-dichiarazione di tre giorni?

Può darsi che i medici siano meno assediati da aspiranti-malati. Ma il furbo vivrà l’innovazione come una comoda auto-diagnosi convalidata da un camice ancora più passacarte di prima. E dopo un rientro momentaneo in ufficio, in reparto o a scuola potrebbe, chissà, auto-certificarsi una ricaduta: altri tre giorni. E via così, in mancanza di argini, come quel professor M. denunciato da Ichino che «per centinaia di volte si è fatto certificare infermo regolarmente nelle giornate di lunedì, di venerdì, o di ponte tra due festività, e sempre al paesello natale in Sicilia». E tutto senza la guarentigia (niente stipendio) almeno sul primo giorno che danneggerebbe solo inizialmente chi sta male davvero ma sarebbe in grado, secondo il professore, di arginare un diluvio di assenteisti a singhiozzo.

Diciamolo: alzi la mano chi non teme, in un paese come il nostro che già patisce da danni sul fronte della competitività, nuovi abusi. Per non dire dell’ipotesi già fatta di incostituzionalità: perché mai dovrebbe essere concessa l’auto-diagnosi con annesso auto-permesso per malattia solo ai dipendenti pubblici e non ai privati? Per perpetuare ancora una volta una serie di piccoli e grandi privilegi che da anni si sta faticosamente cercando di riallineare?

C'è un veterano molto speciale che ha comprato un aereo per salvare i cani dall'eutanasia

lastampa.it
noemi penna



Non c'era più motivo di spesare che un cane di 14 anni coperto di parassiti e ferite, candidato all'eutanasia in un rifugio del North Carolina, avrebbe avuto una seconda possibilità. Emma è stata abbandonata dalla sua famiglia in condizioni estreme: era chiaro che aveva vissuto all'aperto per tutta la sua vita e che non aveva mai ricevuto alcun tipo di cura veterinaria. Ma se ora quella tenera anziana può dormire per la prima volta su un letto, dentro una casa piena di amore, è merito di un pilota molto speciale.



Nella primavera del 2013 l'ingegnere Paul Steklenski, veterano dell'esercito, ha deciso di prendere «il volo». Mentre si stava addestrando per prendere il brevetto ha deciso di voler dare il benvenuto a un cane nella sua famiglia. In quel momento, non sembravano affatto cose correlate. Ma nel suo destino era già stata scritta una missione in grado di «fare la differenza».



La famiglia si è rivolta prima ad un negozio, poi ad un rifugio. Ed ha visto con i suoi occhi la differenza e il bene che avrebbero potuto fare dando una seconda possibilità ad un cane abbandonato. «Abbiamo adottato Tessa nell'agosto del 2013. E non solo ha cambiato le nostre abitudini, la sua presenza mi ha letteralmente trasformato», confessa Paul.



Una volta ottenuta la licenza di volo, l'uomo si è chiesto quale fosse la missione della sua vita. «Dovevo avere un motivo per prendere un aereo e mettermi in volo». Steklenski ha così iniziato a fare alcune missioni per Pilots N Paws, organizzazione no-profit che offre trasporti per animali in seria difficoltà. Ma lui continuava a sentirsi ancora «incompleto».



Un vuoto che l'ha portato a fondare nel 2015 Flying Fur Animal Rescue, utilizzando il suo aereo per raggiungere i rifugi di mezza America per salvare i cani dall'eutanasia. E in due anni ««abbiamo contribuito a salvare oltre 692 amici a quattro zampe». Paul confessa che «mi è costato una piccola fortuna. Ho speso circa 25 mila dollari in questi ultimi due anni. Ma lo faccio perché è molto gratificante. E' diventata la mia unica ragione di volo».
Il soccorso di Emma, avvenuto proprio negli scorsi giorni, lo ha colpito particolarmente. «La sua "fuga" è stata particolarmente memorabile». Per lei ha volato dalla Pennsylvania a New York City, in «uno degli spazi aerei più affollati del mondo. E' quasi impossibile per un ultraleggero avere il via libera», ma questo non lo ha scoraggiato.



Emma è un cane che ha sofferto per anni. E se non avesse preso il volo al fianco di Paul non avrebbe mai potuto sperimentare l'amore di una famiglia. Appena è scesa dall'ultraleggero, è stata affidata ai veterinari. E' risultata affetta da diverse infezioni batteriche e alla dirofilaria. I suoi denti sono tutti consumati ma «è davvero un cane speciale. E' così affettuosa e bisognosa d'affetto. E noi ci sentiamo fortunati ad averla potuta salvare».

“Vi racconto la mia vita da cavatrice”

lastampa.it
mauro pianta

Maria Cantamessa, novarese, è una delle poche donne italiane che lavorano in una cava di porfido. È appassionata di filosofia e ogni giorno «doma» la sua gigantesca ruspa. «Adoro questo mestiere. Se vinco la lotteria me ne compro una nuova»


Maria Cantamessa al lavoro sulla sua ruspa

Sola in una cava in mezzo ai boschi, i capelli biondi raccolti sotto l’elmetto, la tuta, i tappi nelle orecchie, alla guida di una ruspa da duecento quintali, Maria Cantamessa non nasconde la sua felicità. «È un mestiere durissimo – dice -, ma ce l’ho nel sangue e non lo cambierei per niente al mondo. Se vincessi alla lotteria mi comprerei una ruspa nuova». Lei, 42 anni, da quando ne aveva 19 lavora nella cava di porfido “Castagna Morera”, in provincia di Novara, di proprietà dell’azienda familiare. «Ci lavoriamo io, mio papà e mia sorella Elisabetta che sta in ufficio, a qualche chilometro da qui, e si occupa della parte amministrativa».

Maria ogni giorno spacca il porfido con l’escavatore, poi trasporta il materiale dalla collina all’impianto di frantumazione. È una cavatrice, una delle poche donne italiane che sanno fare questo mestiere. Ogni giorno si sveglia alle 5,45, porta i suoi due bambini a scuola e all’asilo, per attaccare poi alle otto in cava. Niente tacchi, né rossetto, né chiacchiere su Whatsapp perché quassù lo smartphone non prende (funzionano, invece, i vecchi modelli di cellulare). «Le bolle di accompagnamento per i clienti le scrivo a mano, abbiamo una batteria per alimentare la pesa elettronica».

Il sole, a Castagna Morera, non batte quasi mai. «D’inverno c’è luce solo per un paio d’ore la mattina, poi bisogna accontentarsi dell’ombra». Freddo, silenzio, solitudine. Gli escavatori che vanno anche ingrassati, c’è da cambiare l’olio, fare la manutenzione, scaricare il porfido per i clienti. Maria, chi te lo fa fare? «A me questo lavoro piace –risponde lei -, la solitudine ti dà anche l’opportunità di riflettere. Non a caso ho fatto le magistrali e ho sempre avuto un’autentica passione per la filosofia… ». Quindi si mette in moto la macchina dei ricordi: «Quando sono salita per la prima volta sulla ruspa di mio padre avevo appena sei mesi e fin da piccolissima giocavo con i macchinari spenti facendo finta di guidarli». Adesso è lei a tenere dei corsi per insegnare agli altri come si guidano quei bestioni.

Quando però le chiedi se consiglierebbe questo mestiere ai suoi figli, una piega di amarezza increspa il suo sorriso. Ci pensa un po’, poi spiega: «No, non glielo consiglierei e non soltanto perché il settore attraversa una crisi profonda. Il fatto è – osserva - che i cavatori sono visti come quelli che distruggono la natura, che si “mangiano” le colline per arricchirsi. Non è così: il nostro è un lavoro necessario, ma rispettiamo e amiamo l’ambiente. Nella nostra cava stiamo facendo recupero ambientale: seminiamo erba e piantiamo alberi per ripristinare il verde. Personalmente ho una cultura ecologica, mi sposto in bicicletta, facciamo sempre passeggiate in montagna e cerco di trasmettere ai miei figli l’amore per la natura. E quando sarà ora, decideranno loro quale lavoro scegliere».

Istruzioni per l’errata corrige

lastampa.it
anna masera

Centinaia di dipendenti del New York Times hanno inscenato una protesta per strada di fronte alla sede centrale del loro giornale la settimana scorsa contro i tagli dei posti di lavoro dei correttori di bozze, mestiere in via d’estinzione nelle redazioni in difficoltà economiche. Eppure tutti gli esperti di media sostengono che solo la qualità salverà i giornali: avere la garanzia di un «copy editor» che riveda un articolo è spesso una sorta di rete di salvataggio per evitare tanti errori. Quando - per mille motivi, spesso una semplice svista in buona fede - non si correggono prima della pubblicazione, tocca correggerli dopo. Se si tratta di refusi o altri errori veniali, si corregge solo nella versione online, perché per la carta ormai il dado è tratto.

Per gli errori più gravi, invece, c’è l’errata corrige, locuzione latina che ebbe origine dopo l’invenzione della stampa. Avrete notato anche su La Stampa che quando viene pubblicata, compare sotto forma di avviso in uno dei numeri del giornale immediatamente successivo a quello in cui è stato pubblicato l’errore. Di solito la collocazione è nella pagina delle lettere e dei commenti. Può capitare che, per stretta pertinenza, venga pubblicata nella pagina in cui si ritorna sull’argomento.

Spesso non si tratta di errori veri e propri da correggere, ma di precisazioni. In tal caso, è fondamentale che i lettori che inviano la richiesta capiscano che lo spazio su carta è limitato: serve grande capacità di sintesi e chiarezza nella precisazione, per non rischiare di vedersi drasticamente ridimensionati. Anche perché spesso le precisazioni, se non sono questioni binarie ma lasciano spazio a interpretazione, ricevono una risposta del giornalista chiamato in causa.

Già dieci anni fa, prima della crisi attuale, secondo uno studio della scuola di giornalismo dell’Università dell’Oregon in media i giornali correggevano solo il 2 per cento degli errori. Eppure correggere gli errori fa parte del lavoro di tutta la catena di produzione nei giornali, e la qualità di un giornale secondo gli esperti di media si giudica anche da quanto sappia correggersi in maniera trasparente. Quindi sappiate che leggere sul giornale tante errata corrige è un buon segno.

Sequestro di senatore

lastampa.it
mattia feltri

Conoscete la storia dei fratelli Cavallotti? I fratelli Cavallotti avevano ereditato dal padre un’azienda a Belmonte Mezzagno, Palermo, e l’avevano ampliata fino a contare 400 dipendenti. Tanti erano quando, a fine Anni Novanta, tre dei fratelli finiscono in carcere per mafia. Si fanno due anni e mezzo e poi sono assolti. Segue l’appello, la Cassazione, e in capo a dieci anni la loro innocenza diventa definitiva. Intanto però l’azienda (con l’intero patrimonio di famiglia) è stata sequestrata preventivamente. L’amministratore giudiziario combina qualche pasticcio, diciamo così. Oggi l’azienda non c’è più e i quattrocento operai sono disoccupati. Non è una storia rara. Magari meno eclatanti, magari più trascurate, ma di storie così ce ne sono. Questa la si racconta perché ieri il Senato ha esteso le regole antimafia all’anticorruzione. 

Significa che basterà essere sospettati di associazione a fini corruttivi per vedersi sequestrare tutto. Poi, se assolti, come i Cavallotti, tanti auguri. Non solo la mafia, pure la corruzione è un’emergenza, ha spiegato il ministro Anna Finocchiaro. Anche lo stalking è un’emergenza, ha detto la senatrice Lo Moro (dalemiana). Quindi il sequestro si farà anche ai sospetti stalker. E ai sospetti terroristi. Hanno scordato l’emergenza vaccini, l’emergenza incendi, l’emergenza migranti, l’emergenza Xylella e l’emergenza pitbull, e tante altre emergenze. Poi, al primo politico cui faranno un sequestro preventivo, scopriremo l’emergenza sequestri preventivi (e sarà colpa dei magistrati). 

I migranti economici sono la maggioranza. È sbagliato continuare a trattarli da irregolari

lastampa.it
marco bresolin

Gentile Marco Bresolin, mi pare ingiusta la divisione degli immigrati in due categorie, ossia profughi che fuggono dalle guerre e immigrati economici. Se i primi fuggono da tutti gli orrori della guerra, i secondi fuggono dalla fame, dalla mancanza di risorse, dalla mancanza di acqua, dalla desertificazione. L’ingiustizia è ancora più evidente se si considera il fatto che la loro povertà è anche dovuta a un comportamento iniquo dei Paesi sviluppati nei loro confronti, da lunga data sino ai giorni nostri.

I Paesi europei continuano a depredare l’Africa di materie prime. A tutto questo si aggiungano fenomeni come il land grabbing, ossia il furto delle loro terre, scacciando chi le coltiva, da parte di multinazionali e anche da parte di compagnie cinesi, la vendita a loro di impianti e macchinari sofisticati (lusingando governanti corrotti) che rimangono per lo più inutilizzati per mancanza di infrastrutture con conseguente ulteriore aumento del loro debito, le speculazioni sui prezzi delle materie prime anche alimentari che aumentano secondo i giochi delle borse merci, il sostegno dato dai Paesi ricchi ai propri coltivatori di materie prime, come per il cotone, rovinando la produzione locale, i cambiamenti climatici causati da un inquinamento non certo attribuibile a loro e via discorrendo. 
Giorgio Bianchi



Caro Giorgio, è veramente difficile non essere d’accordo con lei. Nel dibattito attuale la divisione tra rifugiati e migranti economici è netta. I primi vengono accolti da tutti (o quasi) a braccia aperte, per gli altri invece ci sono solo porte in faccia. Certamente le differenze ci sono ed è giusto tenerne conto. Ma è impossibile continuare a far finta di niente e a considerare solo come «migrante irregolare» chi scappa da fame, desertificazione o semplicemente cerca un futuro migliore. 

Oggi rappresentano la stragrande maggioranza degli arrivi in Italia. Si tratta di flussi strutturali, a differenza di quelli dei rifugiati che hanno un carattere emergenziale e temporaneo, legato ai conflitti in alcune aree del mondo (ad esempio in Siria).

Chi scappa dalla miseria continuerà a farlo finché ci sarà miseria. Dunque bisogna sì migliorare le condizioni di vita da cui fuggono, ma servono anche politiche d’accoglienza e integrazione diverse. Continuare a trattarli da «irregolari» non risolve il problema. Perché i rimpatri sono impossibili senza gli accordi con i Paesi di partenza. E così restano sul territorio in clandestinità, con tutto ciò che ne consegue. Non sarebbe meglio iniziare a pensare - a livello europeo - a una qualche forma di «regolarizzazione» per gestire il fenomeno in un quadro di legalità?


Marco Bresolin, bergamasco, 35 anni, lavora a «La Stampa» dal 2011. Prima al Politico, poi agli Esteri. Ha seguito da inviato alcuni dei principali attentati terroristici degli ultimi anni in Europa. Dal 2016 è a Bruxelles per raccontare quello che succede nei palazzi dell’Ue.

La crociata di Rio contro la samba. Il sindaco boicotta il carnevale

lastampa.it
emiliano guanella

L’ex vescovo evangelico sfida la “danza peccaminosa” e taglia i fondi alle scuole di ballo



«Vade retro samba», e se lo dice il sindaco a Rio de Janeiro la cosa diventa tragica. La sfida alla musica carioca per eccellenza arriva da Marcelo Crivella, politico di provenienza evangelica insediatosi ad inizio di quest’anno al governo della «cidade maravilhosa». Una guerra non dichiarata ufficialmente ma ormai conclamata e che mette a rischio anche la prossima edizione del carnevale più famoso al mondo.

Crivella è un ex vescovo evangelico che ha fatto carriera anche grazie a importanti legami di famiglia; suo zio è Edir Macedo, il fondatore della potentissima Igreja Universal del Reino de Deus, una decina di milioni di fedeli, la più influente delle chiese neo-pentecostali del Brasile. Non è un neofita della politica, è stato deputato, ministro nel governo di Dilma Rousseff, senatore e, da gennaio, è riuscito a diventare sindaco della sua città.

In campagna elettorale, per non scontentare nessuno, aveva promesso che la religione non sarebbe entrata a palazzo e che da sindaco avrebbe difeso tutte le espressioni artistiche della città, ad iniziare, appunto, dalla samba. Ma tra i nuovi evangelici brasiliani, si sa, non c’è mai stata troppa simpatia per una musica dai contenuti considerati peccaminosi, un’ode continua al tripudio dei sensi, all’erotismo femminile, al divertimento sfrenato e godereccio e Crivella, dopo pochissimo, lo ha fatto notare.

Il carnevale scorso, era stato eletto da pochissimo, ha preferito prendersi una vacanza disertando, ed era la prima volta che capitava da anni per un sindaco, le sfilate al sambodromo. «Ho lavorato molto per la campagna elettorale – si è scusato – ho bisogno di prendermi una vacanza». Un po’ come se il sindaco di Siena disertasse il Palio o quello di Monza se ne andasse al mare nei giorni del Gran Premio di Formula 1. Era solo l’inizio.

Ad inizio giugno l’amministrazione comunale ha annunciato una drastica riduzione nel finanziamento alle 13 scuole di samba che parteciperanno al carnevale 2018; invece di due milioni di reais a testa ne prenderanno uno ciascuno, un taglio complessivo di 3,5 milioni di euro. Immediata la protesta della Lega delle Scuole di samba, che ha ricordato come il Carnevale, con il milione di turisti che porta alla città ed un fatturato di oltre 250 milioni di euro, sia qualcosa di più di una semplice festa popolare. «Stanno colpendo il cuore della città, l’essenza stessa dell’anima carioca».

Crivella ha risposto alle critiche facendo leva sulla crisi economica che attanaglia Rio de Janeiro dopo gli sperperi dei Mondiali di Calcio e delle Olimpiadi, spiegando che i fondi risparmiati serviranno per potenziare scuole e asili nidi comunali. «Siamo in un periodo di ristrettezze, m’interessa di più occuparmi dei bisogni dei nostri bambini tutto l’anno che di una festa che dura una settimana». Subito dopo, è arrivata un’altra decisione polemica, la creazione di una commissione speciale per vagliare il via libera a spettacoli o manifestazioni di strada. Concertini, festival gastronomici, balli di piazza, serate hip hop o campionati di skate; tutto dovrà passare al vaglio del sindaco.

La prima vittima illustre è stata il tradizionale concertino di samba all’aperto che si tiene tutti i lunedì sera alla «Pedra de Sal», un angolo nella zona portuaria della città che fa parte della storia di Rio; è lì che approdavano le navi con gli schiavi ai tempi della colonia e la mescolanza dei ritmi dei tamburi africani con le chitarre europee diede inizio, appunto, alla samba. L’ennesimo colpo al cuore di una città ferita dagli scandali, dall’insicurezza e dalla crisi economica e che oggi assiste alla crociata moralizzatrice del suo sindaco-vescovo.

Carri armati al Brennero. E l'Inps chiede più migranti

ilgiornale.it
Alessandro Sallusti - Mer, 05/07/2017 - 15:33

Questo è davvero un Paese di pazzi. Nelle stesse ore in cui Gentiloni e Minniti girano l'Europa implorando aiuti perché non ce la facciamo più un professorino bocconiano salottiero e alto funzionario dello Stato (quale Boeri è) dice esattamente l'opposto

Dopo Macron, un altro «moderato convinto europeista» chiude le porte del suo Paese agli immigrati.

Parliamo del presidente austriaco, il verde Van Der Bellen, la cui recente elezione, a scapito del rivale populista, fu accolta con entusiasmo dalle sinistre di mezzo mondo che vedevano in lui un viatico alle politiche dell'accoglienza indiscriminata. Ieri, contraddicendo le promesse elettorali e in violazione unilaterale dei trattati, il presidente ha annunciato di voler schierare i mezzi blindati al Brennero per bloccare il flusso di disperati proveniente dall'Italia. Il risultato è che l'Italia è rimasta chiusa nella tenaglia dei confinanti Paesi «progressisti» (Francia e Austria) che gli immigrati li vogliono, ma non in casa loro.

Ovviamente l'unico democratico che ancora spinge per lasciare aperte le porte lo abbiamo noi in Italia. Si chiama Tito Boeri, di mestiere fa il presidente dell'Inps e ieri, presentando gli sgangherati conti della previdenza, ha messo in guardia dal chiudere le nostre frontiere e i nostri porti. Bloccare il flusso migratorio ha detto provocherebbe nei prossimi 22 anni un buco nelle casse dell'Inps di 38 miliardi. Quindi, secondo lui, avanti così: dentro tutti e le pensioni saranno salve grazie a nuovi lavoratori stranieri.

Questo è davvero un Paese di pazzi. Nelle stesse ore in cui Gentiloni e Minniti girano l'Europa implorando aiuti perché non ce la facciamo più, mentre il governo minaccia (purtroppo senza farlo) di chiudere i porti, un professorino bocconiano salottiero e alto funzionario dello Stato (quale Boeri è) dice esattamente l'opposto. Sai come se la ridono i Macron e i Van Der Bellen? Tito Boeri è una Boldrini senza gonna, cioè una persona malata di egocentrismo e quindi pericolosa.

Al netto del cortocircuito logico, politico e mediatico, Boeri la spara grossa per due motivi. Primo: 38 miliardi sarebbe la perdita di entrate contributive se i lavori fatti nei prossimi 22 anni da immigrati sparissero in loro assenza, il che non sta in piedi dal punto di vista logico in un Paese con la disoccupazione domestica all'11 per cento (37 per cento quella giovanile). Secondo: l'accoglienza, a questi ritmi, ci costa almeno 4 miliardi all'anno che, moltiplicato per 22, fa 88 miliardi di spese (ben più del doppio, nello stesso periodo, del presunto ammanco).

Conclusione: Tito Boeri è un incosciente che fa terrorismo politico e prima sarà rimosso dall'Inps meglio sarà. Dopo lui e Mario Monti, Dio scampi e liberi questo Paese dai bocconiani chic in politica.

Svolta di Bill Gates: "Basta immigrati"

ilgiornale.it
Francesco Maria Del Vigo - Gio, 06/07/2017 - 08:37

Il numero uno di Microsoft: impedire che arrivino in Europa

Se n'è accorto anche Bill Gates. L'Europa non può accogliere tutti gli immigrati che fuggono, per un motivo o per l'altro, dall'Africa.


Se n'è accorto e l'ha detto fuori dai denti in un'intervista a Die Welt: basta con la generosità, bisogna impedire ai profughi di raggiungere fisicamente le coste del Vecchio continente. Testuale. Non l'ha dichiarato un pericoloso xenofobo, nemico del politicamente corretto, ma l'imprenditore correttissimo, e piuttosto radical chic, che ha conquistato il mondo con la sua Microsoft. Vediamo ora se le varie Boldrini & Co. avranno il coraggio di dare del fascista anche a lui.

Gates ha mandato in frantumi lo specchio nel quale si imbellettano i buonisti: è finita l'era dei regali e delle chimere e bisogna dirlo a chiare lettere ai diretti interessati, cioè agli immigrati. Perché il vero razzismo è promettere Bengodi inesistenti, allettando e illudendo così masse di disperati. I poveri del mondo non si aiutano con regalie, ma piuttosto con l'intervento sul campo. E mentre Gates avvisa l'Europa della catastrofe imminente, l'Italia lavora all'approvazione dello ius soli, la legge che ci trasformerebbe prima nella nursery del Nord Africa e poi nel campo nomadi d'Europa. E cos'è lo ius soli se non l'ennesimo miraggio offerto ai migranti, l'ennesimo incentivo a precipitarsi sulle carrette del mare sino alle nostre coste?

Gates non è il primo, e scommettiamo non sarà l'ultimo, degli ex buonisti che ha deciso di cambiare idea. Sono le improvvise conversioni sulle rotte dell'immigrazione. Prima di lui l'ha fatto Macron che, dopo avere sbandierato il mito dell'accoglienza in campagna elettorale, si è messo a sigillare i confini di Ventimiglia. E a seguire il democraticissimo governo austriaco che, tra una dichiarazione e una smentita, ha pure minacciato di sguinzagliare i soldati sul Brennero. I buonisti sono diventati improvvisamente «cattivisti»? No, hanno semplicemente dovuto fare i conti con la realtà dei fatti. Molto diversa dalle loro utopie. Una realtà fatta di degrado e delinquenza, centri d'accoglienza che diventano lager, paesi e città che diventano indecorosi campi profughi.

Il disastro l'ha visto persino l'uomo più ricco del mondo dalla sua villa lontana migliaia di chilometri da Lampedusa. Non l'ha visto solamente la sinistra italiana che, come ha rivelato Emma Bonino, questa invasione l'ha organizzata e ora vuole consolidarla con lo ius soli.