domenica 9 luglio 2017

Il cellulare senza batteria, energia dall'ambiente e riflette le onde come le cimici dell'Urss

repubblica.it
di MATTEO MARINI

Per ora serve solo per fare telefonate. Si carica da una fonte radio e una celletta solare. Ha bisogno di una base per trasmettere, come un cordless. Ma potrebbe rivoluzionare il settore degli smartphone

Il cellulare senza batteria, energia dall'ambiente e riflette le onde come le cimici dell'Urss

UNA tastierina, un'antenna, uno speaker e un microfono. Così si presenta il cellulare progettato all'Università di Washington (Seattle). Quanto basta per fare quello che si faceva una volta con il telefono: una telefonata. Piccolo particolare: non ha batteria. I ricercatori hanno messo a punto un prototipo grezzo, che non è ancora il massimo del design, ma che può ricavare l'energia necessaria semplicemente dall'ambiente sotto forma di luce e radiazioni elettromagnetiche.

In un paper pubblicato a inizio luglio, gli scienziati hanno presentato i risultati della ricerca, finanziata anche dalla National science foundation e Google faculty research awards. Il “battery free cellphone” funziona, ancora, come una specie di walkie talkie. Bisogna premere un pulsante per passare dalla modalità ascolto a quella per trasmettere. E la telefonata di prova, via Skype, in effetti è andata a buon fine. Ma come fa senza batteria?,

·TECNOLOGIA DA GUERRA FREDDA
Il trucco è stato delegare una delle principali funzioni del dispositivo: la trasformazione del segnale da analogico (la nostra voce), in digitale (il segnale trasmesso e ricevuto tra due telefoni) e viceversa. L'operazione è stata affidata a una base esterna. Secondo i ricercatori questo abbatte enormemente il fabbisogno di energia cellulare, tanto che il suo “budget” ammonta ad appena 3,5 microwatt. Un milione di volte in meno rispetto a un normale smartphone. Per telefonare se ne 'spendono' circa una decina, circa diecimila volte di meno rispetto a un cellulare tradizionale.

Il sistema con il quale funziona risale addirittura alla Guerra fredda. È la tecnologia backscatter che sfrutta una sorta di eco: il microfono e lo speaker riflettono le onde radio che arrivano dalla sorgente (la nostra bocca o dal trasmettitore radio). Lo stesso tipo di meccanismo fu utilizzato durante dalle spie sovietiche.

Nel 1945 una scultura raffigurante l'aquila americana fu regalata dall'Unione sovietica all'ambasciatore statunitense a Mosca. Il dono, “gesto di amicizia”, nascondeva però una cimice sotto il becco dell'aquila. Una cimice passiva, che si attivava grazie a frequenze radio che usava come fonte energetica ed era in grado di ritrasmettere le conversazioni registrate nella stanza dell'ambasciatore agli agenti segreti appostati fuori dalla villa del diplomatico.

Anche per il nuovo prototipo, quella briciola di potenza necessaria proviene dunque dalle onde radio.
Il fornitore, in questo caso, è la stessa base attraverso la quale passa la conversazione telefonica, che può sostenere il telefono fino a circa dieci metri di distanza. L'altra opzione è la celletta fotovoltaica “grande come un chicco di riso. Con questa il dispositivo è stato in grado di comunicare con una base a 15 metri di distanza”.

“Dai segnali radio o dalla luce dell'ambiente si possono raccogliere da 1 a 10 microwatt – spiega Bryce Kellogg, coautore della ricerca – quindi è stato veramente difficile ottenere un telefono funzionante in tempo reale”. Sì perché la tecnologia senza batteria prevede che l'energia per funzionare venga fornita in maniera costante dalla sorgente.

·UNA RETE GLOBALE DI ANTENNE E WI-FI
Una soluzione a basso costo e tanto ecologica, la cui messa in commercio non è però dietro l'angolo. La 'furbata' della base di comunicazione infatti ha i suoi contro. Primo fra tutti, il telefono non si può allontanare troppo senza perdere il segnale, un po' come i cordless casalinghi. Per questo, secondo i suoi ideatori, è necessario che, un giorno, questi 'ponti' siano sparsi un po' dappertutto per formare una rete di comunicazione adatta ai cellulari senza batteria:

“Potete immaginare che nel futuro la tecnologia della nostra base sia inserita nelle torri dei ripetitori di segnale o nei router Wi-fi. E se in ogni casa c'è un router Wi-fi avrete ovunque la copertura per il vostro cellulare battery-free” argomenta Vamsi Talla, un altro co-autore. La ricerca dunque non si ferma qui: “Il team ora si concentrerà sul miglioramento dell'area di operatività (la distanza dalla base ndr) e sulla sicurezza delle conversazioni, per renderle criptate e quindi sicure” mentre lavorerà anche sull'aggiunta uno schermo e-ink, come quello dei lettori e-book, quindi a basso consumo, e predisporlo per lo streaming video.

Arriva il “Codice sul diritto animale” con la benedizione del pm Guariniello

lastampa.it



Le leggi e i diritti degli animali raccolti in un solo volume. È il “Codice sul diritto animale”, una raccolta ragionata realizzata avvalendosi della competenza di due attivisti della Lav (Andrea Cristofori, responsabile Lav dei canili e Alessandro Fazzi, consulente legale Lega anti vivisezione). Dai profili civilistici alla tutela penale e amministrativa, la raccolta, in vendita sul sito Cassazione.net e da ottobre nelle librerie, contiene ogni dettaglio sulle responsabilità di privati e istituzioni tra principi internazionali e disposizioni interne. La raccolta aprirà finestre di aggiornamento sull’abbandono, sul maltrattamento, sull’eutanasia, sulle adozioni. Regole d’oro anche per quanto riguarda gli obblighi degli enti locali, le norme nei condomini e le disposizioni per scoraggiare il randagismo.

La stesura della nuova raccolta per gli amici a quattro zampe ha avuto il prezioso aiuto di Raffaele Guariniello, l’ex pm di Torino, autentico paladino dei diritti che `benedice´ la nuova iniziativa: «Un’opera che ci mancava. Perché consente una ricognizione finalmente completa e ragionata della materia. E perché sbarra la strada a qualsiasi dubbio o pretesto. Nel nostro Paese, le norme a tutela dei diritti degli animali possono e debbono essere ulteriormente rafforzate, ma già oggi impongono interventi potenzialmente efficaci. Oggi, a differenza di ieri, fare giustizia non vuol più dire occuparsi soltanto di criminalità in danno dell’uomo. Oggi vuol anche dire proteggere la vita, l’integrità, il benessere, la dignità degli animali».

Va bene l’etica, dice Guariniello, ma da sola non basta: «Anche per favorire lo stesso sviluppo dell’etica, è del pari indispensabile puntare sulle leggi e, in particolare, sulle responsabilità penali. Sorprende, da questo angolo visuale, ed è deleteria, la scarsa diffusione tra gli operatori dei principi che governano la protezione degli animali sul piano internazionale e nazionale. Il fatto è che non basta avere buone leggi di facciata scritte sulla carta.

Ed è purtroppo la larga disapplicazione delle norme vigenti uno dei fenomeni che più caratterizzano l’Italia e non solo l’Italia. In alcune zone del nostro Paese, i processi penali per reati lesivi degli animali proprio non si fanno, mentre in altre zone si fanno, ma spesso con una tale lentezza che prima di arrivare al verdetto finale si concludono con la prescrizione del reato». «La conseguenza - dice l’ex pm - è devastante. Si diffonde nella sostanziale indifferenza di pur autorevoli istituzioni un senso d’impunità, l’idea che le regole ci sono, ma che si possono violare senza incorrere in effettive responsabilità. E si diffonde un altrettanto devastante senso di giustizia negata».

La spiaggia fascista di Chioggia: "Qui, a casa mia, vige il regime"

repubblica.it
dal nostro inviato PAOLO BERIZZI

Lo stabilimento "Punta Canna" è pieno di cartelli con immagini di Benito Mussolini, di saluti romani con sotto scritto "Se non ti piace, me ne frego".

La spiaggia fascista di Chioggia: "Qui, a casa mia, vige il regime"
La spiaggia fascista di Chioggia

CHIOGGIA. Il cartello all'ingresso del parcheggio parla subito chiaro. "Zona antidemocratica e a regime. Non rompete i c...". Ma è niente rispetto a quello che si vedrà e si sentirà più avanti, sotto gli ombrelloni, tra "camere a gas", inni al Duce e al regime fascista, scritte sessiste. Lungo il sentiero di traversine in legno che porta verso la spiaggia altri cartelli avvisano i bagnanti:

"Regole: ordine, pulizia, disciplina, severità"; "difendere la proprietà sparando a vista ad altezza d'uomo, se non ti piace me ne frego!"; "servizio solo per i clienti... altrimenti manganello sui denti". Poi - prima della frase di Ezra Pound ("Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee o le sue idee non valgono nulla o non vale niente lui") - un'insegna indica i servizi igienici: "Questi sono i gabinetti per lui, per lei, per lesbiche e gay". Benvenuti alla "Playa Punta Canna" di Chioggia, lido balneare da 650 lettini tra le ultime dune di Sottomarina verso la foce del Brenta. La spiaggia del Duce.

Altro che stabilimenti marini ai tempi del Ventennio: in questo vasto pezzo di arenile, se possibile, il fascistissimo titolare Gianni Scarpa, 64 anni, da Mirano, bandana nera e ufficio straboccante di gadget mussoliniani con tanto di cannone che spunta da una finestrella, è riuscito a fare persino meglio. "Qui valgono le mie regole", mette in chiaro. Già.

All'inizio la regola di "Punta Canna" era "niente bambini e buzzurri" (in effetti di bambini non se ne vedono). Poi per la gioia dei clienti - la maggior parte giovani "di area", palestrati e tatuati anche con simboli runici, aquile, croci celtiche - si è aggiunto molto altro. "La legge della giustizia nasce dalla canna del fucile", ammonisce l'ennesima scritta choc. Di fronte c'è l'angolo doccia col nebulizzatore, protetto da una cinta di canne.

Sta di fronte alla cabina bianca dove il cartello sulla porta dice "camera a gas, vietato entrare". Lo slogan è parte di un crescendo. A destra, prima del bar e lungo il sentiero che porta alla spiaggia, su un pannello di legno è stampata in bella vista la "summa" del lido, il pantheon del proprietario. Sì, insomma: le sue regole. Diversi poster di Benito Mussolini e di saluti romani ("questo è più di un saluto, uno stile di vita"; "questo è il mio saluto, se non ti piace me ne frego"); la foto di un bambino che dice: "Nonno Benito, per un'Italia onesta e pulita torna in vita". Un corollario sfacciatamente nostalgico e apologetico.

Elementi d'arredo alla cui vista i numerosi clienti del lido sono talmente abituati che nessuno - tranne qualche nuovo avventore - ci fa più caso. Il motivo lo capisci appena prendi posto sui lettini (650 di cui 70 coperti da tende bianche tipo gazebo) tutti occupati. Ogni mezz'ora, o comunque quando ne ha voglia, il titolare della spiaggia "intrattiene" i bagnanti alla sua maniera: con delle "comunicazioni" diffuse dagli altoparlanti, dei mini comizi da spiaggia. Che non imbarazzano nessuno perché evidentemente condivisi dai clienti. Inni al regime e insulti alla democrazia ("mi fa schifo"), intemerate contro Papa Francesco ("Lui vuole costruire ponti e non muri?

Gliene costruiamo uno noi da Roma a Buenos Aires, così lo rispediamo da dove è venuto"), lotta senza frontiere alla "sporcizia umana del mondo, che è il 50% e qui dentro per fortuna non entra", "tossici da sterminare". Ieri, sabato pomeriggio, l'imprenditore balneare del "me ne frego" ha dato il meglio di sé sotto il sole delle tre e un quarto. Sentitelo. "Sono molto contento di avere una clientela esemplare. Guardatevi in giro, oggi siete 650, non c'è una cicca, non c'è una salvietta a terra. A me la gente maleducata mi fa schifo...a me la gente sporca mi fa schifo...

A me la democrazia mi fa schifo...Io sono totalmente antidemocratico e sono per il regime. Ma non potendolo esercitare fuori da casa mia, lo esercito a casa mia. A casa mia si vive in totale regime... qui è casa mia e di conseguenza si vive a regime". Gianni Scarpa plaude ancora ai suoi clienti esaltandone il comportamento. Poi dalle casse spara un attacco modello Duterte. "Voi sapete che io sono per lo sterminio totale dei tossici (alcuni bagnanti sorridono). Di conseguenza penso che è meglio che girino molto al largo da qui. Chi viene qui sa come la penso io... se vuole viene se vuole non viene e io me ne frego... Perché qui dentro voglio gente educata ".

A che cosa punta Scarpa coi suoi comizi nostalgici da spiaggia? Probabilmente solo a fare cassa. Ma si compiace: "Sono contento di avere gente che ha capito il mio messaggio. La maggior parte l'ha capito, quelli che non l'hanno capito si autoeliminano da soli. Dovete essere anche voi orgogliosi...". Di che cosa? La voce arriva stentorea tra gli ombrelloni: "Immaginate 650 persone dalle altre parti... con un afflusso di gente così... quanta merda ci sarebbe in giro. Voi sapere meglio di me che il 50% della popolazione mondiale è merda. Di conseguenza io quella roba lì qui non la voglio". Fa fede il cartello sulla cabina accanto al bar: "Vietato entrare, camera a gas". A "Punta Canna" è ora di tramonto e di aperitivo.

Quelli che "non hanno capito" il messaggio del "capo" in bandana una domanda se la pongono: è tutto vero quello che ho visto e ascoltato in una spiaggia in mezzo a 650 bagnanti o è stato un colpo di sole? Giriamo la domanda a chi ha una risposta da dare.

Il Vaticano: basta abusi liturgici a messa, pane e vino siano “doc”

lastampa.it
domenico agasso jr

Circolare della Congregazione per il Culto Divino: grave usare frutta, zucchero o miele; no ad altre bevande; sì a ostie in parte senza glutine per celiaci. Chi li produce sia onesto



Dalla birra al posto del vino, all’ostia «consacrata» con una spolverata di miele o con un po’ di zucchero per renderla più gustosa e meno insapore, si registrano le «leggerezze» più disparate nella celebrazione della messa. Ma ora la Chiesa dice basta agli abusi liturgici. Controllare la provenienza e la qualità del pane e vino utilizzati nella Celebrazione: devono essere «doc». Verificare inoltre l’onestà di chi li produce e il loro trattamento nei luoghi di vendita. Evitare dunque che nei supermercati finiscano alla buona negli scaffali magari con tanto di offerte speciali. Sono alcune delle indicazioni che il prefetto della Congregazione per il Culto Divino, il cardinal Robert Sarah, riporta «per incarico del Santo Padre Francesco» in una lettera ai vescovi.

Il problema nasce dal fatto che se finora il compito di confezionare le ostie e il vino per la messa era affidato ad alcune comunità religiose, «oggi questi si vendono anche nei supermercati, in altri negozi e tramite internet». E allora il Cardinale dà precise disposizioni ai presuli di «dare indicazioni in merito», per esempio garantendo la materia eucaristica mediante appositi certificati. L’ordinario - sottolinea il Vaticano - è tenuto «a ricordare ai sacerdoti, in particolare ai parroci e ai rettori delle chiese, la loro responsabilità nel verificare chi provvede il pane e il vino per la celebrazione e l’idoneità nella materia».

Poi nella lettera si ricordano le disposizioni già stabilite per la confezione del pane eucaristico, principalmente nella forma delle ostie: deve essere pane azzimo, «esclusivamente di frumento e preparato di recente, in modo che non ci sia alcun rischio di decomposizione». Non è ammessa l’aggiunta di zucchero, frutta o miele. Come anche non sono ammesse le ostie «completamente» prive di glutine. Sono invece «materia valida - ricorda la circolare del Dicastero presieduto dal cardinale Robert Sarah - le ostie parzialmente prive di glutine e tali che sia in esse presente una quantità di glutine sufficiente per ottenere la panificazione senza aggiunta di sostanze estranee e senza ricorrere a procedimenti tali da snaturare il pane».

Sì anche alla «materia eucaristica confezionata con organismi geneticamente modificati». E «va da sé che le ostie devono essere confezionate da persone che non soltanto si distinguano per onestà, ma siano anche esperte nel prepararle e fornite di strumenti adeguati». Non si transige sul vino che non può essere sostituito da altre bevande: «Deve essere naturale, del frutto della vite, genuino, non alterato, né commisto a sostanze estranee», ricorda la circolare del Culto Divino che esorta a fare attenzione che «sia conservato in perfetto stato e non diventi aceto. È assolutamente vietato usare del vino, sulla cui genuinità e provenienza ci sia dubbio: la Chiesa esige, infatti, certezza rispetto alle condizioni necessarie per la validità dei sacramenti.

Non si ammetta, poi, nessun pretesto a favore di altre bevande di qualsiasi genere, che non costituiscono materia valida». Per i sacerdoti che hanno avuto problemi di alcolismo, la messa deve essere celebrata col mosto e non col vino. Quanto al mosto, «il succo d’uva - ammonisce la circolare - sia fresco, sia conservato sospendendone la fermentazione tramite procedure che non ne alterino la natura (ad es. congelamento), è materia valida per l’Eucaristia». Sarah suggerisce che «una Conferenza episcopale possa incaricare una o più congregazioni religiose oppure un altro ente in grado, di compiere le necessarie verifiche sulla produzione, conservazione e vendita del pane e del vino per l’Eucaristia in un dato Paese e in altri paesi in cui vengono esportati».

Si raccomanda «anche - conclude la lettera - che il pane e il vino destinati all’Eucaristia abbiano un conveniente trattamento nei luoghi di vendita». Spiega don Claudio Magnoli, nominato dal Papa consultore della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, responsabile del servizio per la pastorale liturgica dell’arcidiocesi di Milano: «Dopo il Concilio di Trento c’è stata, a livello teorico, una riflessione sull’opportunità di continuare a utilizzare il pane e del vino nella celebrazione dell’Eucaristia. Effettivamente, in alcune parti del mondo manca la materia prima, a volte si sostituisce il pane di frumento con altri tipi di cereali. Dopo svariate discussioni, la Chiesa ha stabilito che non si può cambiare la materia prima». 

Regole chiare, spiega don Magnoli, non tanto in nome di una imposizione: «Che negli anni si sia registrato qualche abuso è una oggettività. In Olanda, per esempio, risulta che qualche sacerdote abbia celebrato la messa con la birra al posto del vino. Gesù non ha dato un’impegnativa assoluta ma quella era la materia prima della tavola comune e quella deve rimanere. L’ostia potrà anche risultare un po’ insapore ma il sapore lo dà Gesù, ho sempre spiegato ai ragazzi». Abusi a parte, illustra ancora don Magnoli, «c’è anche una preoccupazione preventiva legata a chi produce la materia prima.

Un po’ per la crisi di vocazioni di suore, che si sono sempre occupate della preparazione del pane per l’Eucaristia, un po’ per il fatto che in alcune parti del mondo c’è chi si affida ad aziende esterne, si è sentita la necessità di ricordare regole precise e giuste». E l’agricoltura italiana può offrire alla Chiesa la migliore qualità per una celebrazione eucaristica «Doc» con il primato conquistato in Europa per numero di vini con indicazione geografica (73 Docg, 332 Doc e 118 Igt), la leadership comunitaria con quasi 60mila imprese che coltivano biologico, ma anche la minor incidenza di prodotti agroalimentari con residui chimici fuori norma e la decisione di non coltivare organismi geneticamente modificati (Ogm) che trova concordi quasi 8 cittadini su dieci (76%).

È quanto afferma la Coldiretti in riferimento all’invito a controllare la provenienza e la qualità del pane e vino utilizzati nella messa, l’onestà di chi li produce e il loro trattamento nei luoghi di vendita contenuto nella lettera ai vescovi di Sarah. L’agricoltura «italiana – conclude la Coldiretti - è diventata la più green d’Europa ed è responsabilizzata nel superare la crisi ecologica e nel difendere la relazione tra uomo e ambiente nel solco tracciato dall’Enciclica “Laudato si’” di papa Francesco».

Grazie a questa scatola smart ognuno potrà condividere la sua auto

lastampa.it
lorenza castagneri

A inventarla è stata la startup milanese Y.Share che sta già sperimentando il sistema: dal 2018 sarà attivo per tutti



È la nuova frontiera del car sharing e consiste nel condividere la propria auto. Non esistono flotte di un gestore ben identificato, si viaggia usando la vettura di uno sconosciuto o di un amico, mentre, per esempio, è al lavoro, con l’impegno di riportarla in un dato luogo o nelle sue vicinanze a una certa ora. Succede già all’estero, ancora poco in Italia ma la situazione è destinata a cambiare grazie anche all’idea di Stefano Bottelli, il giovane fondatore di Y.Share, una startup che si sta sviluppando dentro e-Novia, “enterprise factory” di Milano. 

LA SCATOLA
«Il cuore di tutto è la box», ti dice subito. È una scatolina a forma di cubo con un’anima tecnologica che custodisce la chiave della macchina. Si lascia all’interno dell’abitacolo, nel portadocumenti. Quando l’utente ha prenotato l’auto sul sito e si avvicina al parcheggio per recuperarla, il bluetooth del suo cellulare comunica con il contenitore che preme sulla chiave aprendo la macchina. Così non è necessario incontrare il proprietario - un parente, un amico, un vicino di casa o qualsiasi altro - per salire a bordo. «Proprio come già succede in alcuni car sharing tradizionali», riprende Bottelli. 


(Stefano Bottelli )

L’INNOVAZIONE
L’innovazione è la stessa. La squadra di Y.Share ha, però, dovuto studiare un metodo affinché il sistema potesse essere applicato su qualsiasi tipo di auto. «Per farlo - riprende Stefano Bottelli - non abbiamo potuto installare una centralina elettronica sulle vetture, dato che ognuna ne avrebbe richiesta una diversa. Abbiamo lavorato su un elemento applicabile su tutte, appunto la box che contiene una scheda elettronica per comunicare con il cellulare». L’unica cosa che cambia, a seconda del tipo di mezzo, è lo scheletro di plastica che, dentro la scatola, tiene perfettamente ferma la chiave. «E fa sì che, una volta che la prenotazione è verificata, la levetta prema sul suo bottone e apra la portiera». 



LA NOVITA’ DA GENNAIO
Y.Share sta già testando il suo modello in alcune imprese in Italia e all’estero, con le flotte aziendali. Dal 1° gennaio 2018, salvo cambiamenti, la piattaforma sarà usufruibile da tutti ovunque secondo il solito schema: si prenota e si paga online quanto pattuito con il proprietario del mezzo. «Ma prevediamo anche un servizio gratuito per chi vuole condividere il mezzo esclusivamente con i suoi familiari, dato che, in questo caso, non è prevista una assicurazione aggiuntiva». Quando, invece, si utilizza il mezzo di uno sconosciuto, l’assicurazione c’è ed è di tipo kasko. Per stare completamente sicuri. 

Omicida evade da Volterra grazie a un permesso premio

lastampa.it

Ismail Kammoun, tunisino di 55 anni, era considerato un detenuto-modello, ora è ricercato su tutto il territorio nazionale



Ismail Kammoun, tunisino di 55 anni, detenuto per omicidio con una condanna definitiva nel carcere di Volterra (Pisa) è evaso da giorni e ora è ricercato su tutto il territorio nazionale. Lo straniero ha approfittato di un permesso premio di dieci giorni scattato martedì per far perdere le proprie tracce.
Era considerato un detenuto-modello e secondo gli inquirenti che gli danno la caccia «non risulta essere un musulmano radicalizzato» e quindi ha potuto usufruire del permesso che era suddiviso in due parti: due giorni da trascorrere a Volterra e altri otto sulla costa livornese, da raggiungere con i mezzi pubblici, come scritto su alcuni quotidiani che hanno pubblicato la notizia. Tuttavia la questura di Livorno, che aveva il compito di monitorare la sua presenza sul territorio, non lo ha mai visto e subito dopo il soggiorno volterrano Kammoun è sparito nel nulla. 

Roncolevà, una settimana di presidio (giorno e notte) per dire no ai profughi

lastampa.it
federico gervasoni

Prosegue ininterrottamente da oltre una settimana la protesta degli abitanti di Roncolevà, settecento anime, frazione di Trevenzuolo nel Basso Veronese, contro l’arrivo dei profughi. Ventiquattro richiedenti asilo originari dell’Africa sub sahariana sono attualmente ospitati da venerdì 30 all’interno di una villetta di due piani sulla strada provinciale Trevenzuolo-Mantova, davanti alla quale i cittadini del borgo hanno appunto posizionato due tende canadesi, televisori, un frigorifero e il necessario per sorvegliare la zona, presente su una ringhiera anche lo striscione “Roncolevà alza la testa”.

Quando cala la sera sul piazzale si radunano diverse decine di persone provenienti anche dai paesi limitrofi che si uniscono alle duecento già presenti proprio per dare un segnale forte di protesta. Sino ad ora è stato registrato soltanto un episodio di violenza, quando nella notte tra venerdì 30 giugno e sabato 1 luglio la vettura del presidente della cooperativa che ha vinto il bando per gestire l’accoglienza ai rifugiati, è stata presa a sassate da ignoti, i quali hanno distrutto finestrini e il parabrezza. Mentre due sono le manifestazioni fortunatamente senza incidenti che sono state fatte, alle quali hanno preso oltre cinquecento persone compresi parte numerosi sindaci della zona, tra cui quello di Trevenzuolo Roberto Gazzani.

«Abbiamo paura che questi profughi in un paese minuscolo e privo di servizi come il nostro si ritrovino inevitabilmente a vagabondare e a bighellonare in giro - afferma Gazzani -. Di conseguenza temiamo per la nostra piccola e tranquilla comunità». Presenti in massa pure gli attivisti di “Verona ai Veronesi”, il comitato di destra della città scaligera. Sebbene c’è chi tra gli abitanti giuri che non si tratta di razzismo, su Facebook sono comparsi numerosi insulti tra gli utenti nei confronti dei profughi, mentre altri parlano di business per le cooperative e chiedono lo stop dell’invasione.

A Roncolevà, pianura Padana a due passi dal confine Mantovano, non c’è nemmeno la farmacia, solamente un bar, la parrocchia e il tabaccaio. Tuttavia presto i richiedenti asilo potrebbero diventare addirittura quaranta, ragione per cui le proteste e la contrarietà sino ad ora ribadita con il presidio permanente non si fermeranno di certo. 

Non smetto la mia lotta alle ingiustizie

lastampa.it
ilaria capua*

Caro direttore,
sapeste quante persone mi dicono dimentica, dimentica! Smettila di farti del male. E’ finita un anno fa! Il libro è uscito, sei stata riabilitata. Cosa vuoi di più? Cosa vuoi ancora?

E invece, io no. Quando mi sono dimessa da Deputato della Repubblica ho preso un impegno, quello di dar voce a chi non ce l’ha. In medicina ci sono le malattie rare, e genitori e medici eroici ci fanno i conti tutti i giorni, ma qual è la cosa più importante che fanno? Si danno da fare perché le aziende farmaceutiche, gli enti di ricerca, le strutture sanitarie non si voltino dall’altra parte. L’ignavia e l’indifferenza sono orrende. Fra le più brutte malattie della nostra società.

A me tutto sommato è andata bene. L’incubo è durato poco, qualche anno. Ho avuto la fortuna di poterci mettere un oceano di mezzo. Ho iniziato una seconda vita. Perché ho avuto voce attraverso dei giornalisti coraggiosi. Primo di tutti Paolo Mieli. Al di là del merito, c’è chi ha voce e c’è chi non ce l’ha. C’è chi è innocente e chi è colpevole, e c’è chi ha sbagliato. Il punto non è questo. Chi viene processato in contumacia sui giornali, molto spesso non può dare voce alle sue ragioni. 

La gogna ti travolge, e diventa vergogna. Il tempo passa. Mesi, anni intrappolati in un meccanismo che è irragionevolmente lento. A chi si volta dall’altra parte o chi con sincera rassegnazione commenta «in Italia si sa che è cosi», e poi però nel binario parallelo della mente pensa «speriamo che non capiti mai a me» dico questo: c’è una vita di mezzo fra il prima ed il dopo. In questa vita di mezzo ci sono famiglie distrutte che non ritroveranno mai il loro equilibro.

Ci sono situazioni di grande, grandissimo disagio psicologico e fisico, malattie che si manifestano. Ci sono momenti di disperazione travolgenti. Ci sono relazioni umane che si spezzano e che non torneranno più. Ci sono notti e notti insonni, che non finiscono mai. Ci sono genitori anziani da proteggere e figli più o meno giovani da tutelare, che porteranno per sempre il marchio a fuoco della gogna.

Raffaele Cantone su Repubblica parla di «tollerata ipocrisia» quando affronta il problema della fuga di notizie dal mondo giudiziario alla stampa. «Tollerata ipocrisia» è il riconoscimento di una «patologia» del sistema. In medicina la patologia molto spesso crea dolore e sofferenza, che però rappresentano dei sintomi, campanelli d’allarme perché si intervenga. Il tuo corpo ti avverte che c’è qualcosa che non va, in questo caso la sofferenza è utile, ha una sua ragione d’essere. Nel caso dello svergognamento mediatico preventivo, prima persino che ci sia stata un’udienza preliminare, c’è una sofferenza composita che coinvolge più persone.

Madri. Padri. Figli. La verità inaccettabile è che in questo caso la sofferenza sia del tutto gratuita ed imprevedibile. Indomita. A parole, ognuno di noi è pronto a difendere gli esseri umani dalla sofferenza. Disprezziamo chi genera il dolore fine a se stesso oltre a chi infligge sofferenza con uno scopo, condanniamo la tortura. Noi stessi ci imbottiamo di farmaci per il mal di testa o il mal di schiena - e di fronte alle malattie terminali addirittura diciamo «che smetta di soffrire».

Chiediamo alla medicina di umanizzarsi, ai medici di curare i pazienti nella loro complessità e non di focalizzarsi solo sulla patologia in atto. Siamo sempre più consapevoli che c’è una vita intorno ad una malattia, ci sono risvolti assistenziali, psicologici, finanziari intorno ad una persona che soffre. 
E allora perché non dovremmo chiedere una umanizzazione della giustizia? Perché tolleriamo l’ipocrisia quando si potrebbe evitarlo? Perché la tollerata ipocrisia di Raffaele Cantone non la trasformiamo in una ipocrisia intollerabile? La sofferenza gratuita è intollerabile. 

Non voltiamoci dall’altra parte. Ci perdiamo tutti, ci perde l’Italia. Tutta.


* Virologa ed ex deputata italiana, nota per i suoi studi sui virus influenzali, in particolare sull’aviaria

Così le violenze comuniste lanciarono il Fascismo verso il potere

ilgiornale.it
Matteo Sacchi - Sab, 08/07/2017 - 08:00

In edicola con il Giornale (a 9,90 euro oltre al prezzo del quotidiano) il secondo volume della Storia del fascismo del giornalista Giorgio Pisanò

Arriva da oggi in edicola con il Giornale (a 9,90 euro oltre al prezzo del quotidiano) il secondo volume della Storia del fascismo del giornalista Giorgio Pisanò (1924-1997).


Qui Pisanò racconta alcuni momenti fondamentali del passaggio dal fascismo movimento al fascismo come partito unico ormai fuso con le strutture dello Stato (una fusione sempre imperfetta, visto il perdurare della monarchia). Pisanò racconta nel dettaglio il periodo 1921-1922 mettendo in luce alcuni dei passaggi più critici della presa del potere da parte di Mussolini.

Nell'agosto del 1921 il leader fascista aveva voluto un patto di pacificazione con i socialisti e questo scatenò le tensioni con i fascisti più intransigenti come Dino Grandi. Ne nacque una crisi profonda del movimento per uscire dalla quale, paradossalmente, risultarono salvifiche le violenze del neonato partito comunista. Furono esse ad aumentare le simpatie verso il movimento e a consentire a Mussolini di riprendere il controllo degli «arrabbiati» nel novembre del '21. Si passò così dal movimento al partito.