sabato 15 luglio 2017

PostePay, attenti agli SMS truffa

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lorenzo fantoni

Uno strano messaggio invita gli utenti di PostePay Evolution a sbloccare la carta inserendo i dati di accesso in una pagina speciale, ma è un tentativo di phishing e non è difficile scoprirlo



Negli ultimi mesi è tornata più agguerrita che mai una truffa ai danni di possessori di carte di credito e conti correnti. Stavolta nel mirino è finita PostePay Evolution. Rispetto alla solita mail, che quasi certamente finisce nella cartella della posta indesiderata, il meccanismo è più subdolo perché sfrutta gli SMS e punta a tutte quelle persone che magari la mail neppure ce l’hanno, come gli anziani.
Il messaggio è molto semplice: “Gentile utente, la sua PostePay Evolution è stata bloccata.

Siete pregati di accedere al sicurezzapostepayevolution.eu per seguire la procedura di sblocco. Poste”. Chi clicca sul sito arriva su una pagina che ricorda in tutto e per tutto quella di PostePay, solo che le credenziali inserite non fanno accedere al proprio conto, ma vengono immagazzinate e utilizzate per rubare immediatamente i risparmi di chi ha abboccato. Attenzione, a volte il sito può essere diverso (prepagatapostepay.com o contobancoposte.com, ad esempio, sono molto frequenti), ma il meccanismo è lo stesso. 

Un occhio esperto è già in grado di capire che c’è qualcosa che non va: l’italiano è stentato, nella versione originale non ci sono spazi dopo la punteggiatura e difficilmente le Poste italiane si firmano così. Ma l’inesperienza, l’età e il fatto che il messaggio arrivi via SMS potrebbero trarre in inganno gli utenti meno esperti.



«Questa truffa è in giro dall’estate scorsa, poi è spuntata fuori a Natale e adesso si sta riproponendo via SMS – spiega Marco Valerio Cervellini sostituto commissario della Polizia Postale ed esperto di truffe informatiche – di solito i numeri di telefono vengono ottenuti sfruttando i social, le iscrizioni online a qualche promozione, oppure raccogliendoli sui siti di annunci, ad esempio eBay o Subito, in alcuni casi vengono venduti da terzi o direttamente generati casualmente, tanto basta che una sola persona abbocchi per ripagarsi dell’investimento e del tempo perso».

In gergo questa tecnica viene definita “phishing” e sfrutta messaggi che possono indicare il blocco del conto, l’addebito errato di una somma, l’aggiornamento del sistema di sicurezza per portare la vittima in una pagina che ricorda in tutto e per tutto quelle ufficiali degli enti di credito o di Poste Italiane così da password, nome utente, data di nascita e altri dati utili per risalire non solo al conto, ma anche a eventuali account di posta e altri dati sensibili.

«Purtroppo, anche se le persone sono abbastanza abituate a queste truffe, c’è sempre qualcuno che ci casca. Per evitare brutte sorprese basta poco, per prima cosa non bisogna farsi prendere dall’ansia o dalla paura – spiega Cervellini – contattate direttamente la banca per sapere se hanno inviato questo genere di messaggi, oppure affidatevi a familiari più esperti. Se dovete accedere al vostro conto in banca fatelo sempre digitando l’indirizzo direttamente e mai da un link esterno».

«Se vi viene il dubbio di aver inserito i dati in un sito falso bloccate subito il conto e, soprattutto, segnalate, per farlo vi basta andare sulla pagina Facebook della Polizia Postale e lasciare un messaggio privato o direttamente sul sito internet. Su Una vita social segnaliamo quotidianamente ogni tentativo di truffa online, visitatelo spesso per rimanere aggiornati e informare i parenti più anziani che magari non possono accedervi».

“Siamo pieni, venga a novembre”. Odissea per una carta d’identità

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federico capurso

Il paradosso: il documento cartaceo viene dato in un giorno. Per il nuovo tesserino elettronico bisogna aspettare dei mesi

Nella capitale d’Italia anche un’operazione semplice, che ovunque nel mondo richiede pochi minuti, si trasforma in un’odissea lunga mesi. Eppure quanta tecnologia nella nuova carta d’identità elettronica. Non si deve neanche fare la fila allo sportello per ottenerla. A Roma, come in molti altri Comuni, si usa un sito web chiamato «TuPassi.it» dal quale prenotare un appuntamento. Sembra tutto semplice. Ma l’illusione si dissolve in un clic quando il monitor offre, come prima data disponibile per chiedere la carta d’identità del futuro, il 7 novembre.

Certo, quattro mesi è un caso limite. Con un po’ di fortuna si riesce persino a ottenere un appuntamento dopo un mese, a metà agosto. Ma l’attesa media, negli uffici romani, porta all’autunno. Ecco qualche esempio. Municipio Roma IV, zona Tiburtina, primo appuntamento disponibile 8 novembre; municipio Roma V, Prenestino-Centocelle, prima disponibilità il 14 agosto. Al tredicesimo municipio, zona Aurelia, si va al 6 di settembre, a Roma VII, San Giovanni-Cinecittà, è proprio impossibile ottenere una data; a Roma VIII, Appia Antica, siamo già in autunno: 25 settembre. Parliamo di circoscrizioni ognuna popolata da centinaia di migliaia di persone. 

Le tempistiche cambiano a seconda del quartiere. Tanto che i dipendenti municipali hanno iniziato a farsi la guerra tra di loro. «Da noi, ad esempio, fino a poco tempo fa c’erano tempi di attesa molto brevi, di qualche settimana - spiega una dipendente del II municipio -. Poi si è sparsa la voce e dagli uffici delle altre zone di Roma hanno iniziato a mandarli tutti qui». E la fine della coda, con il passaparola, è arrivata a ottobre. Eppure, non può essere tutto qui il problema, in una lotta fantozziana tra uffici comunali e piccole migrazioni di cittadini in cerca di documenti.

Il primo dilatarsi dei tempi è dovuto certamente alla natura del nuovo documento, non più di carta ma in plastica e con un chip contenente le proprie informazioni e impronte digitali. Un coacervo di tecnologia da utilizzare, come suggerisce il sito del ministero dell’Interno, per «richiedere un’identità digitale sul sistema Spid», che sta per Sistema pubblico di identità digitale. Attraverso lo Spid, si può accedere ai servizi online della Pubblica amministrazione. Per questo, deve essere trasmesso al ministero, che in pochi giorni è in grado di rispedire la carta d’identità direttamente a casa.

«C’è chi però non vuole che vengano inviati via posta i documenti e allora preferisce ritirarlo qui», spiega un’altra dipendente municipale. «Questo vuol dire altri appuntamenti, altre code, altro tempo». Ma l’ingorgo nasce prima. Ha origine nel momento stesso in cui bisogna entrare in contatto con la burocrazia e chiedere la nuova carta elettronica. I «motivi di questa criticità non li conosciamo. Stiamo ancora chiedendo agli uffici dove nascano i problemi», fanno sapere dall’assessorato del Campidoglio di pentastellata ispirazione, ribattezzato “Roma semplice”.

La situazione che emerge da un breve tour negli uffici capitolini addetti al rilascio della carta d’identità non rende molto più chiara la situazione. C’è chi dice che «è colpa degli italiani e della cattiva abitudine di richiedere i documenti all’ultimo minuto, prima di partire». Ma il problema, fanno sapere dall’assessorato Roma Semplice, nasce mesi e mesi fa. Per chi deve partire poi la soluzione, seppur poco al passo con i tempi, c’è già: «Gli facciamo la vecchia carta d’identità cartacea in giornata, con una procedura d’urgenza». Così come si è risolto da tempo il dannoso espediente delle «prenotazioni multiple in vari municipi per diversi documenti». Pratica, questa sì, da «veri italiani», bloccata con un intervento del Comune.

Completano il ventaglio di spiegazioni, scuse e ragionamenti sull’ingolfamento, le testimonianze raccolte negli altri municipi. «I nostri uffici sono sottodimensionati», risponde qualcuno. Altri, come alla sede degli uffici di Ponte Milvio, popoloso quartiere di Roma Nord, hanno adottato una soluzione drastica: «Chiudiamo. Le prenotazioni per luglio sono state chiuse due mesi fa e ad agosto andiamo in ferie fino a metà settembre». E alla fine c’è anche chi, dall’ufficio del periferico VI municipio, trova la sua personale formula per spiegare i ritardi e fornire preziosi consigli: «Sono finiti i numeri», dice la dipendente.

«Faccia una cosa, apra ogni giorno il sito e aspetti, che qualcuno prima o poi dà disdetta e lei si infila, se fa in tempo». Oppure, «prenoti al II municipio, che lì c’è posto. Ma non gli dica che l’abbiamo mandata noi».

L’estate dei tradimenti

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mattia feltri

L’estate dei tradimenti coglie in pieno sole Leonardo Bonucci. Il campione della Juventus è passato ieri al Milan per cifre che suscitano qualche fuggevole ripetitivo eterno scandalo. Bonucci guadagnerà sei milioni e mezzo l’anno, che fanno oltre mezzo milione al mese e quasi 17 mila euro al giorno. L’ingaggio sembra costituire un’aggravante, periodicamente notificata ai giocatori che se ne vanno altrove a guadagnare di più. Alcuni tifosi della Juve, infatti, hanno contestato al difensore il suddetto reato di tradimento per venalità, poiché, naturalmente, nessuna busta pareggerà la gloria di giocare nella Juve, secondo un tifoso della Juve.

È lo stesso ragionamento che dodici mesi fa, con proteste anche più pirotecniche e fantasiose, i tifosi del Napoli hanno proposto su Gonzalo Higuain, reo di tradimento per aver scelto la Juve, e accolto a Torino da eroe. Erano invece un migliaio, ieri, i sostenitori del Milan che hanno ricevuto Bonucci sul coro «chi non salta juventino è», di modo che il tradimento, visto dall’altro lato, fosse già ravvedimento. E così, secondo uno schema consolidato, il terzo traditore sarebbe stato il portiere del Milan, Gigio Donnarumma, se, come pareva, fosse andato a giocare a Madrid o a Parigi. È il mondo che funziona a questo modo: la stessa donna sarà santa o sgualdrina secondo due opposti punti di vista, e lo stesso politico giuda o prode. Per dire che della moralità di Bonucci chissà, ma quella delle curve è già più chiara. 

Nessuno vuole la casa del padre dell’Inno d’Italia

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flavia amabile

A Genova, nel palazzo storico che ha dato i natali a Goffredo Mameli: poche offerte per i due alloggi in vendita. E anche la targa è sbagliata



I cartelli «Vendesi» sono almeno quattro. Uno sul portone, un altro sulla finestra del secondo piano, il terzo alla finestra del quarto piano e l’ultimo sulla facciata laterale. Siamo in piazza San Bernardo, nei carruggi di Genova. Sono tanti gli appartamenti in vendita in queste strade buie e strette: non ci sarebbe nulla di particolare da raccontare se i cartelli «Vendesi» non si trovassero sul palazzo dove nacque Goffredo Mameli, proprio quello di «Fratelli d’Italia».

I locali dove nacque l’autore delle parole dell’inno nazionale dovrebbero essere ricercati, ambiti, già andati al miglior offerente dopo una gara al rialzo rispetto al prezzo iniziale. Invece, dei due appartamenti in offerta, dopo sei mesi il più economico ha due persone interessate, ma per il momento non hanno concluso nulla anche se si tratta di 119 mila euro trattabili per 65 metri quadrati in pieno centro storico di Genova. Il più prestigioso non ha ricevuto nemmeno una proposta.

«Nessuno ancora si è fatto avanti», spiega la signora che risponde al numero indicato sul cartello.
Eppure, anche in questo caso, il prezzo non è esagerato: l’agenzia immobiliare chiede 165 mila euro per 110 metri quadrati. Il palazzo e l’interno dell’appartamento sarebbero da ristrutturare, ma si tratta comunque della casa dove nacque Mameli, lo conferma anche una targa, unico elemento solenne dell’intero edificio. Oltre a dover avere decine di estimatori in fila per assicurarsi una proprietà con le radici nella storia d’Italia, dovrebbe essere messa in vendita a un prezzo più elevato. Invece, disinteresse totale. Persino l’agenzia immobiliare deve aver considerato una perdita di tempo fare leva sul fascino patriottico del luogo: negli annunci Mameli non è mai citato.

Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta, ma si è anche dimenticata di Goffredo Mameli. Autore delle parole dell’inno nazionale, capitano nell’esercito di Garibaldi, combattente al fianco di Nino Bixio, un padre della patria senza neanche un museo in giro per l’Italia, soltanto alcuni busti e qualche lapide. Anche sbagliata, per di più. Fatta l’Italia, non soltanto non si sono mai fatti davvero gli italiani, ma il povero Mameli fu dimenticato quasi subito. Nel 1876, sei anni dopo la breccia di Porta Pia che portò all’unione dell’intera penisola, si decise di onorarlo con una degna lapide di marmo sulla sua casa di Genova.

Almeno in quell’epoca la memoria avrebbe dovuto essere ancora ben viva: se non fosse stato ucciso a Roma dalle truppe francesi, Mameli non avrebbe avuto ancora cinquant’anni. Ma qualcosa si era già persa: sulla lapide di marmo era scritto «in queste case ebbe nascita e dimora», però non fu posta sulla facciata del palazzo dove Mameli nacque in piazza San Bernardo, ma alcune decine di metri più in là, in largo Sanguineti, su un edificio in cui abitò soltanto per alcuni anni. Qualcuno alla fine si rese conto della gaffe, si provò a correre ai ripari. Però il marmo è impietoso con gli errori: le parole di troppo furono raschiate via, ma il segno della modifica rimarrà per sempre.

Nemmeno questo bastò a chiarire una volta per tutte la mappa dei luoghi della breve vita di Mameli a Genova. Ancora quest’anno, Giorgia Meloni ha suscitato uno dei momenti di maggiore ilarità nella movimentata campagna elettorale genovese, andando a rendere omaggio all’autore dell’inno nazionale, finendo sotto la solita l’abitazione dove visse e non dove nacque. Mameli eroe delle gaffes e dell’indifferenza. Negli anni Sessanta a nessuno venne in mente di considerare un piccolo monumento il luogo dove compose le parole dell’inno. Secondo quanto si dice, lo scrisse negli scantinati dell’edificio dove nacque in piazza San Bernardo. «Gli scantinati? Sono stati distrutti durante una ristrutturazione», racconta la signora Anna, una delle inquiline del palazzo che si trova accanto a quello di Mameli. 

Pensate che in largo Sanguineti, dove visse, vada meglio? Li, oltre alla lapide sbagliata si vede una corona ormai secca e una lampada. «La corona sarà quella portata da Giorgia Meloni, la lampada l’abbiamo messa noi del condominio», spiegano i titolari dell’ufficio di spedizioni proprietari da venti anni dell’appartamento di Mameli. Comunque, sia chiaro, a noi l’inno non piace, precisano: «L’Italia merita di meglio di una marcetta».