domenica 16 luglio 2017

Sui pennoni del Vespucci, un battesimo a prova di vertigini

lastampa.it
umberto castronovo

La nave scuola è al largo della Nuova Scotia in Canada, per i 125 allievi ufficiali il primo test con l’arte antica delle vele



Il “battesimo dell’alberata” è un passaggio obbligato nella formazione di ogni allievo che decide di intraprendere la carriera di ufficiale della Marina Militare e che si trova a percorrere il proprio iter formativo a bordo dell’Amerigo Vespucci. 

Un’attività tanto complessa quanto emozionante perché coinvolge tutti gli allievi che, agli ordini del nostromo, devono risalire all’unisono le sartie dell’alberata per trovare la propria posizione lungo tutti i pennoni della nave prima di aprire gli oltre 2.000 mq di vele con la stessa attenzione e cura di un pregiato drappo.

Salire sui pennoni rappresenta una sfida con sé stessi ma anche un’emozione unica, cristallizzata in quei minuti di permanenza in quota sempre in sicurezza, dov’è possibile ammirare e contemplare il blu del mare fondersi con l’azzurro del cielo; uno scorcio prospettico stupendo, che ti lascia senza fiato, davvero riservato a pochi.

Solo chi ha la possibilità di salire “a riva” infatti, può godere dello spettacolo regalato dall’Amerigo Vespucci che “danza” lentamente in un Oceano Atlantico stranamente calmo, quasi attonito nell’ammirare anch’esso la grandiosa scena del posto di manovra generale alla vela cadenzato dal fischio dei nocchieri.

Diventa permanente il presidio contro i 50 migranti nel Messinese

lastampa.it
fabio albanese

I sindaci della provincia chiedono di rispettare le quote: «La legge prevede il 2,5% ogni mille abitanti»



La protesta e i blocchi contro l’arrivo di cinquanta migranti in un albergo dismesso sui monti Nebrodi, si sono trasformate in una sorta di presidio permanente. D’altronde i migranti, tutti uomini dell’Africa subshariana, sono già nella struttura, il gruppo elettrogeno che il sindaco di Castell’Umberto non voleva far passare è in funzione già da poche ore dopo l’arrivo dei cinquanta, e dunque per far sentire ancora la propria voce bisognava trovare qualcosa che desse il senso di una protesta ancora in atto. La prefettura di Messina, che i cinquanta migranti ha dovuto mandare a Castell’Umberto giovedì notte in fretta e furia, ancora oggi ha ripetuto che «non c’è alcuna protesta in atto». 

Finiti i problemi di ordine pubblico, ammesso che ci siano mai stati davvero, restano insomma i clamori della vicenda i cui contorni sono ormai quasi del tutto politici. E infatti il sindaco della vicina Sinagra, nel cui territorio ricade l’hotel Il Canguro che ospita i migranti, prende le distanze: «Immagino che il sindaco di Castell’Umberto abbia intenzione di proseguire il presidio - dice Nino Musca -. Ma non mi risulta che l’iniziativa coinvolga tutti i sindaci dei Nebrodi». «Ho avuto garanzia da parte di alcuni colleghi - spiega il sindaco di Castell’Umberto Vincenzo Lionetto Civa - che per mantenere desta l’attenzione sul problema parteciperanno quando possibile al presidio, fermo restando che noi non vogliamo bloccare alcuna attività nell’hotel». 

Stamattina c’era stata, nell’aula consiliare di Castell’Umberto, una riunione con buona parte dei 40 sindaci del comprensorio interessati alla vicenda migranti. Obiettivo, trovare una linea comune soprattutto nei confronti della Prefettura di Messina alla quale già una ventina di giorni fa i primi cittadini avevano scritto per chiedere un incontro e per avanzare le loro proposte sull’accoglienza dei migranti - che vorrebbero gestire in proprio e senza le cooperative convenzionate - e partendo «da quanto dice la legge che prevede il 2,5% di migranti ogni mille abitanti», come sottolinea il sindaco Lionetto Civa.

Che nel suo paese significherebbe non più di 7-8 migranti: «Pure dieci - dice il sindaco - e ce li andremmo a prendere noi stessi, perchè conosciamo bene il valore della solidarietà e il dramma di queste persone. Ma non di più. Noi non siamo razzisti, è un problema di gestione del territorio per non alimentare le paure della gente». 

Alla riunione, prevista davanti all’hotel dei migranti e poi spostata al comune per un violento nubifragio, si è deciso di rimandare alla prefettura il documento e una nuova richiesta di incontro. Il prefetto di Messina, Francesca Ferrandino, ha convocato i sindaci per il 20 luglio. Per ora, però, non è previsto nessuno spostamento dei 50 migranti dall’hotel Il Canguro. Fuori, rimangono alcuni cittadini di Castell’Umberto e le forze dell’ordine, mentre sui social in molti attaccano il sindaco Lionetto Civa, inondando la sua pagina Facebook di proteste e accuse di razzismo. 

Pollicino, Ariel e Mary Poppins: coi migranti incassi 'da favola'

ilgiornale.it
Giuseppe De Lorenzo - Dom, 16/07/2017 - 10:10

Nei conti spesa delle prefetture centinaia di cooperative con i nomi più strani. Il “magico mondo” dell’accoglienza con appalti da migliaia di euro



Se il sistema dell’accoglienza ai migranti in Italia potesse essere rappresentato con un film, questo sarebbe proprio Mary Poppins. O meglio, la borsa della baby sitter più famosa del mondo al cui interno ci si può trovare di tutto: centinaia di cooperative, associazioni, Srl, hotel, Caritas, parrocchie e pure le (ex) case di riposo per anziani o disabili.


La pesca non finisce mai.
E così si finisce per scoprire che alcune coop si distinguono dalle altre più per la fantasia nei loro nomi che per altro: Pollicino, Il Biancospino, Arischiaccoglie, L’isola che non c’è. Poi la sezione Disney: Mary Poppins, Eta Beta e Nemo. E se qualche migrante non gradisce l’ospitalità, può sempre bussare alla “Casa di Tom”.

Non vi illudete. Nel “magico mondo” dell’accoglienza c’è pure chi a incassi registrati non scherza. La cooperativa Pollicino venne fondata nel 1987 a Ivrea, in provincia di Torino. Il caso volle che un gruppo di operatori sull’orlo del licenziamento provò mettersi in proprio. La coop per cui lavoravano gestiva il centro diurno “San Nicola”, ma da un giorno all’altro decise di lavarsene le mani. Serviva qualcuno che subentrasse e si sono adoperati. Briciola dopo briciola Pollicino è arrivato lontano, trovando la strada dell’intervento in aree di handicap, minori, anziani e immigrazione.

Con l’emergenza sbarchi i soci si sono accaparrati circa 150 profughi tra Aosta, Novara, Ivrea e Cuneo. Nel biennio scorso gli appalti con le sole prefetture di Torino e Cuneo sono valsi 3.199.448 euro, anche se al momento risultano liquidati “solo” 709mila euro. In effetti a settembre il coordinatore Andrea Marengo si lamentava di vantare crediti consistenti con lo Stato. “La nostra è una realtà di media grandezza - diceva - e ancora riusciamo ad andare avanti, i più piccoli rischiano di collassare”. Pollicino non demorde e continua a seminare. Che tanto prima o poi si raccoglie. Di migranti ne raduna diversi la cooperativa Mary Poppins. Non lasciatevi ingannare dal nome.

Non ci sono tate volanti, ombrelli magici né zucchero per mandare giù la pillola. Piuttosto ad alcuni potrebbe risultare indigesto il link al blog di Laura Boldrini, indicato come collegamento “utile” per chi si occupa di immigrazione. Purtroppo (o per fortuna) la pagina “Popoli in fuga” del Presidente della Camera è ferma a marzo del 2013. Sempre attiva invece la rete di ospitalità di Mary Poppins: 170 migranti tra i Centri straordinari (Cas) nel Canavese e i progetti Sprar di Chivasso e Ivrea. Non mancano neppure la serie televisiva MigrantTv per la “sensibilizzazione verso l’accoglienza”, il progetto Musulmani in Europa, lo sportello per stranieri, l’assistenza legale e i laboratori di animazione interculturale.

Tutto molto interessante. Ecco in termini economici cosa significa: per il solo sistema dei Cas, nel biennio 2015-2016, la prefettura di Torino ha concordato un importo di 2.885.926 di cui liquidati 597.833. Il progetto Sprar di Ivrea nel triennio 2014-2016 era stato finanziato dal Ministero dell’Interno con 270.000,00 all’anno e quello di Chivasso con 560mila in tre anni. Totale: 1,3 milioni di euro. Tutto legale e lecito, per carità. Ma per chiarezza i conti sono doverosi. “Due penny, è la somma con la quale ho cominciato io”, diceva in fondo il vecchio banchiere di Mary Poppins al piccolo Michael Banks.

E ve lo ricordate Eta Beta? Testa ellittica, nasone evidente, compagno di avventure di Topolino. L’uomo del futuro della Disney ha ispirato centinaia di storie a fumetti indossando solo un gonnellino nero da cui riesce a estrarre qualsiasi cosa. Biciclette, lampade, armi e se potesse pure migranti. Non è dato sapere se la Cooperativa Eta Beta di Roma si sia ispirata al simpatico personaggio che dorme sui pomelli del letto e mangia naftalina. Ma tant’è. Fondata il 18 ottobre del 2011 con l’obiettivo di promuovere “servizi ed iniziative” per cittadini svantaggiati, la coop gestisce centri di accoglienza sia Sprar che straordinari tra il Lazio e l’Abruzzo.

Nel pescarese ci sono il Cas “Excelsior” di Montesilvano (145 posti), il “San Donato” di Pescara (46) e il “Torre del Moro” di Città Sant'Angelo (74). A L’aquila 50 immigrati se ne stanno al “Pizzoli” e vicino Roma 79 vivono al “Marcellina". Quanto incassa? Quasi impossibile stabilirlo. La prefettura romana non mette ancora a disposizione i pagamenti del 2016 e quella di Pescara non fornisce dati sugli importi liquidati. Solo L’Aquila ci dice qualcosa: qui la coop ha incassato 168.730 euro su 784.960euro. Ma con i quasi 400 immigrati a carico il conto totale dovrebbe essere molto più consistente. Perché essendo l’uomo del futuro, di migranti Eta Beta ne capisce.

Si sa invece qualcosa in più sui conti di altre “fantastiche” cooperative. Nel 2016 l’associazione “Nemo” a Torino si è aggiudicata 1.308.738 di euro. L’Isola di Ariel tra Torino e Cuneo 8.888.094 (di cui già incassati 2.201.367 ). “L’Ippogrifo”, che tanto ricorda il nobile animale della saga di Harry Potter, si è vista assegnare dalla prefettura di Piacenza 215.037 euro. E tra “l’Isola che non c’è” (42.510 euro) e quella “che ora c’è” a Parma (153.422), il quadro è completo. Con nomi (e incassi) “da favola”.

In fuga dal Sudamerica. La corsa ai passaporti dei discendenti italiani

lastampa.it
marco menduni

Trecentomila gli oriundi in attesa. I picchi in Brasile e in Venezuela. Potenzialmente hanno diritto alla cittadinanza 80 milioni di persone. Ma la fondazione Migrantes: “È più italiano lo straniero nato qui”



Ci sono gli italiani che non hanno mai visto l’Italia o a malapena ci sono stati una volta in vacanza. Figli di italiani emigrati, il loro numero cresce sempre di più: sono quasi due milioni (1.888.223 per la precisione) e altre 160 mila pratiche sono in attesa. Ma dietro questo fenomeno se ne nasconde un altro esploso, nel corso dell’ultimo anno, in maniera dirompente. È il numero delle richieste per acquisire la cittadinanza come italo-discendente. Quelli che hanno almeno un avo emigrato all’estero. Un tempo venivano chiamati oriundi e hanno fatto la fortuna di un’epoca del calcio italiano. 

Le richieste, ancora inevase, di cittadinanza italiana nel mondo, soprattutto in America Latina, sono 300 mila, 116 mila solo in Brasile. Ma il dato sorprendente è quello rivelato dal viceministro agli Esteri Mario Giro: «La nostra legge è così ampia e tollerante - spiega - che il numero complessivo delle persone che, potenzialmente, avrebbero diritto a vedersi riconosciuta la cittadinanza italiana è di 80 milioni. Più degli abitanti odierni della Penisola». Ovvio, spiega Giro, che non ci sono solo motivi affettivi in chi sta tentando questa strada, «ma soprattutto il tentativo di garantirsi un passaporto europeo in un momento di difficoltà economiche e tensioni politiche e sociali».

Il precedente argentino
Il boom di richieste di cittadinanza negli ultimi mesi ha un precedente durante la crisi economica argentina del 2001. Allora, di fronte agli uffici della rappresentanza diplomatica italiana nacque persino una tendopoli. Se allora erano i soldi, il bene da mettere in salvo, nel Venezuela di oggi è soprattutto la vita. Pasquale Calligaris, uno dei rappresentanti della comunità italiana in quel Paese, tenta di dare una lettura duplice del fenomeno: «Diverse persone anche di seconda e terza generazione manifestano il desiderio di tornare in Italia: per nostalgia e per paura». E la paura è preminente. Tentare una analisi («in alcune giornate è anche impossibile aprire gli uffici diplomatici») è difficile.

I dati raccolti da Lorenzo Solinas, primo segretario commerciale dell’ambasciata italiana a Caracas, spiegano che i residenti italiani e italo-discendenti nel Paese sono 152.405. Il consolato di Maracaibo calcola che dal 2011 siano tornate in Italia 3.326 persone; attualmente gli iscritti sono 29.680. Caracas, che ha in questo momento 122.725 iscritti, ha potuto calcolare che dal 2014 ad oggi 4.539 connazionali hanno abbandonato la circoscrizione, ma non è riuscito a stabilire la loro destinazione.
Dopo una crescita costante sino al picco di iscritti alla fine del 2016 (124.508), alimentato soprattutto dalle nascite di figli di cittadini italiani, matrimoni e dal riconoscimento della cittadinanza iure sanguinis, nei primi mesi del 2017 si è registrata una forte diminuzione della popolazione italiana residente, che è oggi inferiore al dato del 2014. 

Le agenzie truffa
È evidente che ottenere un passaporto italiano non implica automaticamente l’intenzione di tornare in Italia. Gli italo-discendenti che provengono dal Venezuela e che sono riusciti ad allontanarsi da un paese nel caos hanno riparato soprattutto a Panama e a Miami. Questo, rivela una fonte degli Esteri, ha già provocato una protesta degli Usa: «Queste persone sono sudamericane ma hanno tutte i documenti italiani, ne state concedendo troppi». E, in un periodo in cui in Italia si dibatte sullo ius soli, introduce delle riflessioni. Come quella di Delfina Licata, responsabile studi e ricerche della Fondazione Migrantes della Cei: «È più italiano chi è nato all’estero, non parla la nostra lingua, non ha mai visto l’Italia, o un ragazzo che è nato e ha studiato qui?». 

Lo stesso fenomeno si sta duplicando in Brasile. Al consolato italiano di Recife, difficilissimo da raggiungere telefonicamente, una voce anonima conferma: «È vero, siamo sotto grandissima pressione, il numero di richieste continua ad aumentare, un ritmo al quale è difficile star dietro». Una situazione così complessa che ha creato anche, inevitabilmente, gli interessi di personaggi senza scrupoli che tentano di lucrare sulle difficoltà degli uffici diplomatici a dare risposte sollecite. Così in Brasile si è moltiplicato il numero di agenzie specializzate di dubbia credibilità che, a pagamento, offrivano servizi con la promessa di accelerare i tempi per il riconoscimento della cittadinanza italiana ius sanguinis. Il nostro governo è intervenuto, procedendo «a smentire pubblicamente tali agenzie e richiedendo la rimozione degli annunci ingannevoli».

Per non parlare delle mire della criminalità organizzata: in Italia, nello scorso maggio, la polizia ha arrestato sette persone tra Floridia e Augusta nel siracusano. Lavoravano per faccendieri brasiliani e, dai Comuni siciliani, riuscivano a far ottenere in breve tempo la documentazione. Spiega ancora Giro: «La legge spagnola, ad esempio, è più severa e limita fino al nonno la possibilità di ottenere la cittadinanza di quel Paese. La nostra legge sullo ius sanguinis, invece, non pone alcun limite». Conclusione: basta avere un avo emigrato all’estero, che sia un bisnonno, un trisavolo, ma anche di grado superiore, per poter avviare le pratiche. «Se io, nato in Sudamerica, avessi un parente emigrato in Argentina o in Brasile nel 1861, potrei chiedere la cittadinanza». 

Evidentemente, bisogna provarlo. Bisogna consegnare ai consolati una documentazione idonea a stabilire che c’è una discendenza diretta da quella persona, nei fatti un albero genealogico confortato dai documenti, e indicare esattamente da quale Comune d’Italia era partito. L’istruttoria non è breve e spesso s’inceppa non tanto all’estero, ma nei municipi italiani. Quanto può durare questo iter? Oggi molto, moltissimo. Anche dieci anni. Perché le risposte dei Comuni spesso arrivano con grandissimo ritardo, ma anche perché le esigenze di bilancio hanno tagliato grande parte del personale delle ambasciate e soprattutto dei consolati italiani all’estero. Un’attesa che, per chi ha fatto la richiesta, può comunque valere la pena.

Quanta voglia di mettere radici e crescere figli Ogni 1000 immigrati 380 prendono la cittadinanza

lastampa.it

In Valle gli stranieri vogliono mettere radici, lavorare, far crescere i figli, votare. Se si considera il tasso per mille stranieri residenti, la VdA è la regione con il valore più elevato di chi acquisisce la cittadinanza italiana (76,5 per mille), circa 700 persone, seguita dal Trentino (70,7), dalle Marche (60,8) e dal Veneto (59,6).

Nel 2013, su 1000 stranieri residenti in Valle, erano diventati italiani in 380 raddoppiando rispetto al 2003 e rispetto all’Italia. A livello territoriale, i nuovi italiani risultano più numerosi nelle regioni dove si concentra una presenza straniera stabile da più tempo come Lombardia, in testa con il 27 per cento, il Veneto (14,5 per cento) e l’Emilia Romagna (12,5 per cento).

Il fenomeno della crescita dei nuovi cittadini è un trend in ascesa: nel 2016 sono più di 200 mila, 40 ogni mille stranieri, con un incremento rispetto al 2015 di 13 punti percentuali. «Nel conteggio sono comprese le acquisizioni e i riconoscimenti della cittadinanza per matrimonio, naturalizzazione, trasmissione automatica al minore convivente da parte del genitore straniero divenuto cittadino italiano, per elezione da parte dei diciottenni nati in Italia e regolarmente residenti ininterrottamente dalla nascita, per ius sanguinis» si legge sul report del bilancio demografico Istat 2016.

Un terzo delle acquisizioni di cittadinanza italiana, in tutta la Nazione e anche in Valle, ha interessato minorenni, «molto probabilmente per via della trasmissione automatica da parte del genitore convivente divenuto italiano» dicono i ricercatori dell’Istat.

Dal punto di vista numerico uomini e donne sono quasi alla pari, ma nelle regioni del Nord c’è una maggior incidenza maschile, mentre le donne prevalgono nelle zone del Centro e del Mezzogiorno d’Italia. Il dettaglio di ogni regione non è ancora pronto, ma le prime analisi sulla distribuzione per cittadinanza di origine evidenziano che più del 18 per cento dei nuovi italiani del 2016 ha come cittadinanza di origine quella albanese, il 17,2 per cento quella marocchina e il 6,4 per cento rumena.[f. s.]

Alexa e gli assistenti virtuali possono chiamare la polizia?

lastampa.it
andrea signorelli

Una vicenda poco chiara arriva dagli Stati Uniti e porta a interrogarsi sulle possibilità che lo speaker intelligente di Amazon o tecnologie simili possano trasformarsi in eroi domestici



Il 10 luglio scorso, una lite domestica è scoppiata in una casa di Bernalillo, cittadina statunitense del New Mexico. Secondo la ricostruzione della polizia, durante il violento alterco Eduardo Barros si sarebbe rivolto con fare minaccioso alla fidanzata chiedendole: “Hai chiamato gli sceriffi?!”. L’assistente virtuale presente nell’abitazione, connesso al sistema stereo della coppia, avrebbe intercettato le parole dell’uomo e chiamato gli agenti, dando loro modo di intervenire e di salvare la donna da una situazione che, stando alle dichiarazioni, si stava facendo molto seria e in cui erano anche coinvolte armi da fuoco.

Tutta la vicenda è stata raccontata proprio dalla polizia di Bernalillo in un comunicato ufficiale, ripreso anche sulla pagina Facebook. C’è un solo problema: è impossibile che le cose siano andate esattamente in questo modo. Inizialmente, infatti, lo speaker presente nell’abitazione di Eduardo Barros era stato identificato come Google Home, che però non è in grado di effettuare telefonate (una funzione annunciata di recente, ma non ancora implementata). Qualche ora dopo, la polizia ha fatto sapere che l’assistente in questione era più probabilmente Alexa, che sarebbe stato collegato alla linea telefonica dell’abitazione. Amazon smentisce che questo sia possibile. 

Questo, comunque, non significa che la vicenda sia falsa, perché la polizia ha più volte confermato come “sulla base delle dichiarazioni della vittima e delle registrazione del 911, presumiamo che l’applicazione Alexa sia stata utilizzata per contattare le forze dell’ordine. Siamo grati che il 911 sia stato chiamato indipendentemente dal metodo utilizzato”. Ma quale può essere questo metodo? Il numero dell’ufficio dello sceriffo, per esempio, potrebbe essere stato memorizzato in Alexa: qualche particolare combinazione di parole usata dalla vittima (che nelle registrazioni si sente urlare “Alexa, chiama il 911”) avrebbe quindi messo in azione l’assistente.

In generale, comunque, è possibile utilizzare alcuni assistenti virtuali per chiamare direttamente la polizia: nonostante Alexa sia priva di questa funzione (perché non si connette a una linea telefonica), Google Assistant può farlo su smartphone Android. Usando Siri, invece, il comando “chiama la polizia” o “chiama il 113” (in italiano) mette in azione l’assistente di Apple, che, in questo caso particolare, aspetterà però 5 secondi prima di telefonare, per impedire chiamate indesiderate. Quanto realmente avvenuto a Bernalillo, probabilmente, non sarà mai chiarito, ma la vicenda porta comunque a interrogarsi sul ruolo che i vari assistenti virtuali possono avere (o non avere) nei casi di emergenza.