mercoledì 19 luglio 2017

Fra Spagna e Francia c'è un'isola contesa che ogni sei mesi cambia sovranità

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noemi penna



Sei mesi in Francia, sei mesi in Spagna. Proprio sul confine fra le due nazioni, poco prima che il Bidasoa si getti nell’Atlantico, al centro del fiume si trova uno scoglio boscoso. Qui, nel 1659, s'incontrarono i sovrani per firmare il Trattato dei Pirenei, che mise la parola fine alla Guerra dei Trent’anni. Ma in realtà, sull'Isola dei Fagiani, quella «guerra» non è mai finita. 



Visto che non si poteva dividere a metà, essendo larga neanche cinquanta metri nel punto più ampio, l’Isola dei Fagiani è diventata un «condominio», ovvero un territorio su cui più nazioni esercitano pari sovranità. E' tuttora l'unico esempio europeo di sovranità congiunta, nonché la più piccola al mondo e quella che resiste da più tempo. 



Qui ogni sei mesi si compie la piccola cerimonia del trasferimento della sovranità, ed è anche l'unico momento in cui ci si può mettere piede sopra: dall'1 febbraio al 31 luglio l'isola appartiene alla Spagna e viene  gestita dal comune di Irun. Dall'1 agosto tornerà invece nella municipalità francese di Hendaye, e lo rimarrà fino al 31 gennaio.


Potrà sembrare strano, ma nei secoli questo scoglio ha rappresentato un importante «zona franca». L'Isola dei Fagiani è stata utilizzata come luogo d’incontro tra i rappresentanti di Francia e Spagna, come luogo di scambio di prigionieri e anche come teatro di importanti eventi, come fidanzamenti e matrimoni reali fra eredi delle rispettive corone.



Un territorio «prezioso», off-limits per i visitatori. Lo scoglio può essere infatti visto solo dalle rive del Bidasoa, dalla cittadina di Hendaye, in Francia, e da quella di Irun, in Spagna. Una «condanna» che rende quel pezzo di terra di confine ancora più affascinante.

Si fa filmare in minigonna in un forte dell’Arabia Saudita, arrestata

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giordano stabile

La sfida della modella Khulood alle autorità religiose, le saudite la difendono sul Web


Khulood, la modella che ha sfidato le autorità religiose dell’Arabia Saudita

Una passeggiata in minigonna fra le rovine di un antico castello. Tutto normale in una calda giornata estiva se non fosse che la ragazza, immortalata da un video poi postato in Rete, si trovava in Arabia Saudita. La donna, nome d’arte Khulood, è stata prima ricercata e poi arrestata dalla polizia per avere violato le rigide norme in materia di abbigliamento femminile, per di più in uno dei luoghi storici più visitati nel Regno, il Forte di Ushaiqer, a 155 chilometri da Riad.

Abaya e velo nero
Il video ha fatto esplodere il dibattito sul Web ma le autorità di Ushaiqer hanno chiesto alla polizia di trovare la ragazza e arrestarla. Le saudite hanno l’obbligo di indossare un lungo abito nero, l’abaya, che copre le forme e la testa. Per le straniere non ci sono obblighi ma viene consigliato comunque di indossare l’abaya.

Vietato alle saudite
Questa distinzione ha acceso le discussioni perché molti, su Twitter e Facebook, hanno notato che se «la ragazza fosse straniera a questo punto staremmo a discutere su quanto è bella, non se è giusto arrestarla o no». Altri hanno invece chiesto che venisse punita e soprattutto che venisse ripristinata la polizia religiosa, l’Haya, acronimo di «Comitato per la difesa della virtù e la prevenzione del vizio». I poteri dell’Haya sono stati ridimensionati su spinta del principe ereditario Mohammed bin Salmam, e adesso l’Haya non può più eseguire arresti ma deve rivolgersi alle autorità giudiziarie generali.

Insofferenza giovanile
Nel Regno restano comunque le norme più restrittive in tutto il mondo musulmano: le donne non possono guidare e devono uscire accompagnate da un parente maschio. Le nuove generazioni, il 65 per cento dei sauditi ha meno di 30 anni, sono però sempre più indifferenti. Il video postato su SnapChat è servito probabilmente a provocare il dibattito apposta, come in precedenza quelli dove si vedevano giovani donne che guidavano. E molte donne sul Web hanno elogiato “il coraggio” di Khulood.

Indagini aperte
Il “Comitato per la difesa della virtù e la prevenzione del vizio” ha comunque detto di aver aperto le indagini e di essere in contatto “con le autorità competenti”. La provincia dove si trova il forte di Ushaiqer è il Najd, il cuore stesso della dinastia Saud e soprattutto la culla del wahhabismo, la versione più conservatrice dell’islam che segue rigidamente i precetti della scuola di diritto hanbalita. Nel Regno la sharia è ancora l’unica fonte del diritto (a parte quello commerciale modellato sul codice francese) e quindi anche le norme su abbigliamento e condizioni femminile rispecchiamo questa visione conservatrice.

La culla del wahhabismo
Gli internauti del Najd si sono infatti schierati massicciamente con il fronte consevatore: “Dobbiamo rispettare le norme del Paese – osserva uno -. In Francia il niqab è proibito e le donne che lo indossano sono multate. In Arabia Saudita è obbligatorio l’abaya e un abbigliamento modesto”. Il niqab è il velo nero che copre anche il volto con una veletta, e lascia scoperti solo gli occhi: è diffuso nei Paesi del Golfo e in Egitto. In segno di apertura però ora le saudite possono indossare anche l’hijab, che copre la testa e i capelli ma non il viso. Un piccolo passo avanti.

Tagliate fuori dal lavoro
Nel dibattito è intervenuto anche lo scrittore Wael al-Gassim: “Pensavo che si fosse fatta esplodere o avesse ucciso qualcuno. Invece aveva solo indossato una minigonna. Mi chiedo come la Vision 2030 possa aver successo se viene arrestata”. La Vision 2030 è l’ambizioso programma di riforme economiche lanciato dal principe Mohammed bin Salman, con l’obiettivo di rendere il Regno meno dipendente dal petrolio, creare un’economia basata su servizi e industria avanzata. 

La sfida economica
Per raggiungere l’obiettivo serve coinvolgere la forza lavoro locale, comprese le donne che oggi rappresentano solo il 22 per cento degli occupati. Il Paese, 32 milioni di abitanti, si regge sul lavoro di 8 milioni di immigrati che nel settore privato occupano gran parte dei posti, da quelli più umili a quelli dirigenziali. La “sfida della minigonna” va oltre il costume, come quella per poter guidare l’auto e andare al lavoro da sole. In gioco c’è il futuro dell’Arabia.

Les Diablerets, il ghiacciaio restituisce 75 anni dopo i corpi di una coppia

repubblica.it

Li ha riconosciuti la figlia: probabilmente cercavano di raggiungere il cantone di Berna attraverso la montagna

Les Diablerets, il ghiacciaio restituisce 75 anni dopo i corpi di una coppia

Sono stati identificati da una donna svizzera di 79 anni i due corpi mummificati trovati giovedì scorso sul ghiacciaio di Tsanfleuron, nel massiccio di Les Diablerets, nelle Alpi Bernesi, grazie all'aumento delle temperature che ha portato i resti alla luce. "Mamma e papà avranno infine la loro sepoltura", ha raccontato al quotidiano elvetico Le Matin Marceline Udry-Dumoulin, orfana dall'età di quattro anni. Il padre calzolaio, Marcelin, e la madre insegnante, Francine, avevano rispettivamente 40 e 37 anni al momento della scomparsa

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Il 15 agosto 1942 erano partiti dalla località di Chandolin (canton Vallese) per raggiungere un alpeggio nel canton Berna. Attesi la sera stessa, non sono mai tornati. "Andavano a nutrire il loro bestiame, come sempre. Anche se era la prima volta per mia madre: in precedenza era sempre stata incinta e non poteva fare spostamenti in condizioni climatiche dure come quelle di un ghiacciaio". Per due mesi e mezzo gli uomini del villaggio avevano condotto operazioni di ricerca nei diversi crepacci della montagna, sempre con esito negativo.

"Il loro abbigliamento era del periodo precedente alla guerra. Tutto porta a credere che avessero tentato di raggiungere il cantone di Berna a piedi, come si faceva qualche volta all'epoca. Era il cammino più breve", ha raccontato a Le Matin il direttore del comprensorio sciistico Glacier 3000, Bernhard Tschannen. È stato un suo collaboratore a individuarli, a 2.615 metri, dopo aver visto nei pressi di un impianto "un corpo che spuntava dalla neve, a una cinquantina di metri". I resti e alcuni oggetti ritrovati sul posto - tra cui zaini, orologi e libri - sono stati affidati all'istituto di medicina legale di Losanna. L'identificazione formale dei corpi richiederà diversi giorni e l'impiego di test del Dna.

Marceline non ha mai perso la speranza: "Ho passato la vita a cercarli, senza sosta. Non credevo di poter dar loro un giorno il funerale che meritavano". I ricordi di Marceline sono vaghi: "Ho in mente la sorella di mio padre che piangeva sulle scale di casa, tenendomi in braccio. Poco tempo dopo avevano separato me, mia sorella e i miei cinque fratelli, sistemandoci in famiglie diverse. Io ero rimasta con mia zia, sono stata fortunata". Un momento di ritrovo per gli orfani fu nel 1957, per una messa commemorativa organizzata sul ghiacciaio "da mio fratello, diventato prete nel frattempo", ricorda Marceline.

Negli anni successivi "sono tornata tre volte lassù, sempre per cercarli - confida la donna - Mi chiedevo costantemente se avevano sofferto e che cosa erano diventati. Ora ho la fortuna di avere una risposta a queste domande". Marceline, che vive con il marito nel villaggio di Chandolin, dove è nata, non ha dubbi: "Per il funerale non indosserò il nero. Penso che il bianco sia più appropriato. Rappresenta la speranza, che non ho mai perduto".

L'Italia si ribella all'accoglienza: 5.500 Comuni chiudono le porte ai migranti

ilgiornale.it
Sergio Rame - Mar, 18/07/2017 - 10:16

Da inizio anno già sbarcati oltre 93mila clandestini. Su 8mila Comuni solo 2.500 hanno deciso di accogliere. L'Anci: "Il Viminale intervenga"


Nei mesi scorsi erano pochi i Comuni che avevano il coraggio di ribellarsi ai diktat del Viminale.

Si trattava di Giunte in prevalenza di centrodestra che, già alle prese coi conti ridotti all'osso, non avevano la forza di accogliere decine di migranti. Adesso l'opposizione all'accoglienza a oltranza a contagiato primi cittadini di ogni colore politico. Tanto che, come rileva la Stampa, su 8mila Comuni ben 5.500 hanno deciso di chiudere le porte ai richiedenti asilo. Ma, anziché frenare l'invasione, il governo sta smistando tutti gli arrivi sui 2.500 che hanno aderito al piano del Viminale col risultato che la quota di ripartizione è salita a tre profughi ogni mille abitanti.

Dall'inizio dell'anno a ieri sulle coste italiane sono sbarcati 93.292 migranti, il 16,79% in più rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso (79.877). Ad aggiornare il dato è il ministero dell'Interno, secondo cui i porti maggiormente interessati dagli arrivi nel periodo in questione sono, nell'ordine, Augusta (13.097), Catania (11.204), Pozzallo (8.264), Reggio Calabria (7.106), Vibo Valentia (5.804), Palermo (5.786), Trapani (5.591), Lampedusa (5.288), Salerno (5.065), Crotone (4.887). Da qui, poi, il Viminale sta cercando di sparpagliare i richiedenti asilo in tutta Italia. Ma, come rileva appunto la Stampa, sugli 8mila Comuni italiani 5.500 non hanno aderito al piano di accoglienza. "Per gli altri 2500 la quota di ripartizione è salita da 2,5 a 3 extracomunitari per ogni mille abitanti - si legge - ma poiché è su questi 2.500 centri che gravita l'emergenza, la tensione è alle stelle perché i numeri superano il confine della quota fissata".

Dopo Civitavecchia, le barricate si sono spostate nel Messinese. E adesso stanno contagiando tutto il Paese. "Le Prefetture devono rivolgersi per primi ai Comuni che non accolgono. E non a quelli che già sopportano un carico", ha detto ieri, in una intervista a Repubblica, il presidente dell'Anci Antonio Decaro. "Trovo incredibile che chiediamo all'Europa, giustamente, di dividere in tutti i paesi dell'Unione gli arrivi e noi, però, non lo facciamo - attacca il sindaco di Bari - eppure le esperienze di Bari, Bologna, Milano dimostrano che è possibile". In realtà proprio quelle esperienze e i recenti fatti di cronaca dimostrano che questo sistema non funziona affatto

Addio al parco Mussolini di Latina, diventerà Falcone-Borsellino. Protesta la destra

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Da domani il parco comunale di Latina si chiamerà ufficialmente «parco Falcone-Borsellino», e alla cerimonia di intitolazione, nel giorno del 25 anniversario della strage di via D’Amelio, ci sarà anche la presidente della Camera Laura Boldrini. Una iniziativa che però nel capoluogo pontino porta con sè uno strascico di polemiche: il giardino, infatti, è legato da molti decenni nell’uso cittadino al nome di Arnaldo Mussolini, fratello del duce, e il centrodestra, che già si oppose in Consiglio comunale contro un atto considerato «contro la storia della città», domani esprimerà il suo dissenso.

Fratelli d’Italia ha organizzato una contro-cerimonia al tribunale per ricordare i due magistrati, ma non è escluso che altre sigle, riferibili alla destra radicale, possano decidere di organizzare presidi di protesta vicino ai giardini. Boldrini negli ultimi giorni è stata infatti attaccata, in particolare sui social, per delle sue presunte dichiarazioni sulla possibilità di demolire i monumenti del Ventennio, parole però «mai pronunciate, l’ennesima bufala», come ha smentito lei stessa.

«Noi diserteremo la cerimonia, la storia non si cancella - dice oggi il portavoce provinciale FdI Nicola Calandrini - Insieme con Gioventù Nazionale porteremo una corona di fiori al tribunale». Nessuna contestazione sul posto: «Noi abbiamo fatto quello che era giusto in Consiglio comunale». FdI, FI e Cuoritaliani erano usciti dall’aula al momento del voto e il via libera al provvedimento di fine giugno del sindaco Damiano Coletta (un civico molto vicino a Pisapia) era arrivato dalla sua maggioranza e dal Pd, racconta ancora Calandrini. La vicenda del nome del parco è comunque un piccolo giallo: in città, per tantissimi, quel giardino è da sempre il «parco Mussolini», tant’è vero che il sindaco missino Ajmone Finestra, eletto nel 1993, riconfermò il nome con una targa. 

Ma in realtà, si è scoperto di recente, l’area già nel ’43 era stata ribattezzata «Parco Comunale» nell’ambito della defascistizzazione della toponomastica (piazza Predappio cambiò nome in piazza del Mercato, via delle Camicie Nere in via Carducci e così via) e quello è ufficialmente il suo nome, almeno fino a domani, quando il sindaco Coletta e la presidente Boldrini lo intitoleranno ufficialmente ai due magistrati assassinati dalla mafia. «Mi dispiace la strumentalizzazione di Falcone e Borsellino - il commento del capogruppo FdI in Regione Lazio Giancarlo Righini - È stato necessario ricorrere a due martiri per una iniziativa politica e ideologica. È qualcosa che sorprende in modo clamoroso. Io avevo proposto una cosa diversa, che non lede la storia della città: intitolare ai due giudici la cittadella giudiziaria».

L’estate dei tradimenti

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mattia feltri

L’estate dei tradimenti coglie in pieno sole Leonardo Bonucci. Il campione della Juventus è passato ieri al Milan per cifre che suscitano qualche fuggevole ripetitivo eterno scandalo. Bonucci guadagnerà sei milioni e mezzo l’anno, che fanno oltre mezzo milione al mese e quasi 17 mila euro al giorno. L’ingaggio sembra costituire un’aggravante, periodicamente notificata ai giocatori che se ne vanno altrove a guadagnare di più. Alcuni tifosi della Juve, infatti, hanno contestato al difensore il suddetto reato di tradimento per venalità, poiché, naturalmente, nessuna busta pareggerà la gloria di giocare nella Juve, secondo un tifoso della Juve.

È lo stesso ragionamento che dodici mesi fa, con proteste anche più pirotecniche e fantasiose, i tifosi del Napoli hanno proposto su Gonzalo Higuain, reo di tradimento per aver scelto la Juve, e accolto a Torino da eroe. Erano invece un migliaio, ieri, i sostenitori del Milan che hanno ricevuto Bonucci sul coro «chi non salta juventino è», di modo che il tradimento, visto dall’altro lato, fosse già ravvedimento. E così, secondo uno schema consolidato, il terzo traditore sarebbe stato il portiere del Milan, Gigio Donnarumma, se, come pareva, fosse andato a giocare a Madrid o a Parigi. È il mondo che funziona a questo modo: la stessa donna sarà santa o sgualdrina secondo due opposti punti di vista, e lo stesso politico giuda o prode. Per dire che della moralità di Bonucci chissà, ma quella delle curve è già più chiara. 

Manuale estivo di conversazione

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mattia feltri

Attendere l’estate. Individuare il primo saluto romano disponibile. Aprire lo scandalo. Ricordare che sul fascismo c’è stato troppo lassismo. Ribattere che l’antifascismo è una vecchia foglia di fico. Scoprire che l’oggettistica fascista tira ancora. Svelare che Internet ha dato nuovo impulso. Supporre che Mussolini sia stato un bravo statista fino all’alleanza con Hitler. Replicare che Matteotti è stato ucciso nel ’24. E una dittatura è sempre una dittatura. Lo stato sociale è nato col fascismo, elencare Inps, Inail e colonie marine. Ricordare le drammatiche figure di Gobetti e dei fratelli Rosselli. Azzardare che il confino era una villeggiatura. Dettagliare sulle insopportabili condizioni di vita dei confinati. E tuttavia a Ventotene è nata l’Europa. Rattristarsi perché i giovani non sanno più. 

Focus sulla curva neonazista del Verona. Giocarsi il jolly: e Stalin allora? Calare l’asso: Togliatti graziò i fascisti. Ma il fascismo per la cultura ha fatto molto, citare Cinecittà, la Treccani, le riviste di Bottai. Ribattere sull’orrore delle leggi razziali e il giuramento fascista nelle università. Sì però Bobbio. Perlomeno Mussolini fu un grande urbanista, menzionare l’Eur come ultimo vero progetto architettonico. Rievocare il sacrificio dei partigiani. Proporre gli studi di De Felice sull’effettivo numero dei partigiani. Parlare delle stragi naziste, Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema. Quelli che erano fascisti prima e antifascisti dopo. Se c’è la democrazia è grazie alla Resistenza. No, grazie agli americani. Ed è subito autunno. 

Russia, la Corte Suprema conferma il bando per i Testimoni di Geova

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giuseppe agliastro

Il collegio d’appello della Corte suprema russa ha confermato la controversa sentenza che tre mesi fa ha bollato come «estremista» l’organizzazione religiosa dei Testimoni di Geova, ne ha vietato l’attività in Russia e ha ordinato il sequestro dei suoi beni a favore dello Stato. I fedeli del gruppo cristiano antitrinitario - noto per le prediche porta a porta e per il rifiuto del servizio militare - non hanno però alcuna intenzione di arrendersi e, per bocca dell’avvocato Viktor Zhenkov, hanno già annunciato che impugneranno la sentenza davanti alla Corte europea dei diritti dell’Uomo.

È stato il ministero della Giustizia russo a chiedere di bandire l’attività dei Testimoni di Geova accusandoli di «diffondere materiali stampati proibiti» che «incitano all’odio contro altri gruppi» nonché di «violare il diritto al godimento di assistenza medica universale» rifiutando le trasfusioni di sangue. I diretti interessati respingono però fermamente tutte le imputazioni. «La libertà di religione in Russia è finita. È una situazione molto triste per il nostro Paese», ha commentato Yaroslav Sivulskiy, il portavoce dell’organizzazione religiosa in Russia.

Diversi attivisti per la difesa dei diritti umani hanno criticato la sentenza, che adesso diventa esecutiva. E gli stessi esperti delle Nazioni Unite già a inizio aprile avevano definito l’iniziativa del governo russo «estremamente preoccupante», denunciando «una minaccia non solo ai Testimoni di Geova, ma alla libertà individuale in generale nella Federazione russa». Fa riflettere un sondaggio del centro demoscopico Levada, secondo cui il 79% dei russi è a favore del divieto imposto ai testimoni di Geova, anche se più della metà di loro ammette di non sapere nulla del caso.

L’ultima speranza per i Testimoni di Geova sembra risiedere nella Corte di Strasburgo, che già nel 2010 bocciò la decisione di una corte penale di Mosca di vietare le loro attività pubbliche nella capitale russa. In quell’occasione la Corte europea dei diritti dell’uomo condannò la Russia per aver violato il diritto alla libertà di pensiero, coscienza e religione, nonché il diritto ad associarsi di una comunità che adesso conta 175.00 fedeli.

“Così è nato il sito per la consegna a domicilio dei farmaci, per gli anziani o per chi non ha tempo”

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mauro pianta

La storia della startup www.pharmatruck.it che oggi è attiva a Catania, Milano e Bologna per un totale di 200 farmacie e con 100mila prodotti in catalogo



Tutto “merito” di nonna Maria. Perché lei, nel 2015, dopo la morte del marito, vive da sola a Catania. Non ha la patente. Ma non le va di disturbare troppo parenti e amici, per le sue necessità. Una su tutte: farsi portare i farmaci a casa. È da questo bisogno che scaturisce l’intuizione di suo nipote, Andrea Mirabile, 28 anni, catanese, che lavora come ricercatore in un’azienda londinese. Andrea raccoglie una pattuglia di amici e si mette al lavoro: «Volevamo rendere la consegna a domicilio dei farmaci rapida e sicura come quella della pizza. Al contempo, ci premeva dare una risposta all’esigenza di digitalizzazione delle farmacie, offrendo loro la possibilità di raggiungere più clienti con una vetrina online».

Nasce così la piattaforma www.pharmatruck.it. Come funziona? «In modo semplice – spiegano in coro Matteo Guarnaccia e Giorgia Giuffrida, catenesi e rispettivamente art director e pharmacy expert del portale – Si entra nel sito e si inserisce l’indirizzo di consegna, si seleziona dall’elenco la farmacia più vicina, si sfoglia il catalogo fino a trovare i prodotti desiderati e si inoltra l’ordine. Entro un’ora o all’orario indicato arriva la consegna».

I costi? «Agli utenti chiediamo 2,50 euro, più altri eventuali 2,50 nel caso in cui occorra ritirare la prescrizione a casa o dal medico curante. Si paga in anticipo con bancomat o carta di credito. Le farmacie ci riconoscono una piccola commissione in base al successo e alla visibilità ottenuta».Da pochi giorni, poi, è attiva anche l’applicazione. Ma chi sono i clienti? Per lo più anziani che vivono da soli («Abbiamo anche attivato un Numero Verde per gli anziani poco alfabetizzati digitalmente in modo che possano fare l’ordine per telefono»), malati cornici, disabili, e in genere tutti coloro che sono super-impegnati e vogliono risparmiare tempo. 

Di tutto rispetto i numeri della startup, come ricorda il CEO Andrea Mirabile: «Finora abbiamo aiutato più di 12mila utenti che non avevano il tempo di passare in farmacia. Facciamo in media 1000 ordini al mese, tra online e numero verde. Siamo attivi a Catania, Bologna, Milano per un totale di 200 farmacie e100mila prodotti in catalogo. Nei prossimi mesi sbarcheremo a Torino, Roma e Palermo». Un’avventura faticosa, la startup.

«Inizialmente – ricorda Mirabile - abbiamo puntato tutto sulle nostre competenze, il nostro tempo e i nostri risparmi. Man mano che il business cresceva abbiamo cominciato a cercare investitori o altre forme di finanziamento. Lo scorso settembre abbiamo ottenuto un finanziamento di 420mila euro da Invitalia, l’agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo dell’impresa. Ci ha aiutato anche TIM WCAP, ospitandoci nei suoi spazi di coworking a Milano e Catania». Senza dimenticarsi di nonna Maria, che se non era per lei…

Messico, il segreto del tunnel sotto le piramidi

lastampa.it
Autore: salvo cagnazzo

La recente scoperta farebbe presupporre  l’esistenza di un “mondo sotterraneo” appartenente alla civiltà mesoamericana

Teotihuacan, Messico
Teotihuacan, Messico

PERCHE' SE NE PARLA
Ritrovato nel Messico un tunnel segreto situato sotto una piramide risalente al 200 d.C.. Si tratta della Piramide della Luna, nella parte ovest di Teotihuacan, città precolombiana nella valle del Messico. Questo corridoio è stato rinvenuto grazie ad una tecnica particolarmente innovativa che ha consentito la sua individuazione direttamente dalla superficie. Il condotto si trova a una profondità di 10 metri, ma è ancora ignota la lunghezza. La scoperta farebbe presupporre  l’esistenza di un “mondo sotterraneo” appartenente alla civiltà mesoamericana, quella che diede vita a questa incredibile metropoli tra il 150 d.C. e il 500 d. C.. Lo confermerebbe l'esistenza di un tunnel similare, ritrovato al di sotto del Tempio del Serpente piumato, sempre a Teotihuacan.

PERCHE' ANDARCI
Sui lati dell'ampio viale centrale di Teotihuacan, chiamato "Viale dei Morti", sorgono imponenti edifici cerimoniali, tra i quali l'immensa Piramide del Sole. Questa, tra le piramidi del nuovo mondo, è la seconda più grande, dopo la Grande piramide di Cholula. Ma c'è anche la Piramide della Luna, e molte altre piattaforme costruite con lo stile talud-tablero. Più avanti si trova anche La Cittadella, che comprende il Tempio del Serpente Piumato, oggi piuttosto rovinato.

DA NON PERDERE
L'area de La Cittadella, circondata da templi, rappresentava il fulcro politico-religioso della città. Nei palazzi attorno vivevano molti degli abitanti di Teotihuacan, quelli più ricchi e potenti. Il più grande di questi ha una superficie di più di 3300 mq. Molti di questi edifici contenevano anche botteghe e laboratori artigianali che producevano e vendevano oggetti di vario tipo, sopratutto di ceramica.

PERCHE’ NON ANDARCI
E' una delle mete principali di un viaggio tutto messicano, ma Città del Messico è stata spesso definita una delle città più pericolose del mondo. Si raccomanda, quindi, di fare molta attenzione alla sicurezza personale: il tasso di criminalità è elevato.

COSA NON COMPRARE
Di cose belle e meno belle ce ne sono tante: dai teschi colorati agli stivali artigianali, dalle maschere messicane alle borse ben intrecciate. Poi c'è il sombrero, decisamente kitsch, altrettanto ingombrante e inutile.

Napoli: tra i luoghi più pericolosi al mondo secondo la classifica del Sun

repubblica.it
di PAOLO DE LUCA

Per il tabloid inglese il capoluogo partenopeo finisce tra i “Most Dangerous Corners of the Earth” (gli angoli più pericolosi del pianeta)

Napoli: tra i luoghi più pericolosi al mondo secondo la classifica del Sun

Napoli città più pericolosa d’Europa? Per il giornale inglese "The Sun", diffuso in tutto il Regno Unito, non ci sono dubbi. La città detiene il record negativo almeno per tutta la parte occidentale del continente: quella orientale se la contende con Kiev.

È questa la classifica che cerca di colpire i lettori stilata dal tabloid inglese e pubblicata pochi giorni fa a cura dal reporter Guy Birchall. Il capoluogo partenopeo finisce tra i “Most Dangerous Corners of the Earth” (gli angoli più pericolosi del pianeta), alla stregua di Caracas, Raqqua, St. Louis, Mogadiscio, San Pedro Sula e altri sette famigerati luoghi. La classifica di questi “hellholes”, buchi dell’inferno, è stilata seguendo alcuni specifici valori: dallo spaccio di droga dei cartelli di narcotrafficanti, alla violazione dei diritti umani, al terrorismo e la guerra, fino al crimine. Napoli, col suo tasso di omicidi tra i più alti in Europa, primeggia proprio su quest'ultimo indice.

“La città italiana è famosa in tutto il mondo per i suoi legami con la malavita organizzata”, si legge nel pezzo. Che prosegue: “La Camorra si differenzia dalla Mafia in Sicilia e dalla ‘Ndrangheta in Calabria, per la sua organizzazione non gerarchica, suddivisa in più clan”. Ancora, riferimenti ai delitti della “Paranza dei bambini” e alle guerre per accaparrarsi territori sottratti all’autorità dei precedenti boss. Insomma: “La città ha così una cattiva reputazione - conclude, esagerando, Birchall - che la frase “Va’ a Napoli, è uguale a “Va’ all’inferno” .

"Un giudizio falso e superficiale da parte di chi evidentemente non ha mai passato un solo giorno della sua vita a Napoli". Così il sindaco di Napoli Luigi de Magistris giudica l'articolo del tabloid inglese "The Sun". "Napoli - aggiunge de Magistris - è una città piena di problemi, ma sicuramente nelle classifiche del mondo non è collocata nel modo in cui il Sun la vuole collocare. Credo ci sia gente che non ha mai vissuto l'emozione straordinaria di vivere e passare per la città di Napoli. Non sanno cosa si perdono e vanno avanti con affermazioni fuori dalla realtà, ovviamente risibili ma che non producono danno alla nostra città".

"Siamo vittime della stupidità di molte delle classifiche che testimoniano quanto sia forte il pregiudizio nei confronti di Napoli". Non usa mezzi termini il rettore della Università Federico II Gaetano Manfredi per respingere al mittente la classifica stilata dal tabloid inglese Sun che relega il capoluogo partenopeo tra le dieci città più pericolose del pianeta. "Non dobbiamo farci coinvolgere - sottolinea - da questi luoghi comuni che circolano negli ambienti internazionali. Penso comunque che classifiche come queste, pur nella loro superficialità, debbano fare da pungolo per spingerci tutti ad assumerci le nostre responsabilità e a smentire questi luoghi comuni con i fatti".