domenica 23 luglio 2017

Divorzio Santoro-Travaglio coppia di Fatto divisa da Grillo

ilgiornale.it
Marcello Zacché - Ven, 21/07/2017 - 20:43

Sciolto definitivamente il legame societario tra i due. La svolta 5 Stelle del quotidiano decisiva per la rottura



Lo scambio azionario che un anno fa aveva sancito il legame societario tra Michele Santoro e il Fatto Quotidiano si è sciolto ieri sera. Dopo una giornata di consigli d'amministrazione e carte notarili, il divorzio tra Zerostudio's, la società di produzione tv del giornalista oggi alla Rai e l'editrice del quotidiano diretto da Marco Travaglio è stato messo nero su bianco: Santoro e Travaglio proseguiranno ognuno per la propria strada.

L'operazione era nell'aria, anticipata dal blog di Gianni Dragoni, giornalista del Sole 24 Ore. E confermata al Giornale dall'ad del Editoriale il Fatto, Cinzia Monteverdi: «Abbiamo chiuso oggi». A che prezzo? «La permuta delle due partecipazioni incrociate è avvenuta senza esborso economico». In pratica il Fatto ha riacquistato da Santoro il 7% del proprio capitale e in cambio ha dato il 46,48% di Zerostudio's che deteneva. Quindi, sulla base dei dati del bilancio dove la quota di Zerostudio's è in carico a 1,48 milioni, la corrispondente valutazione del 7% del Fatto equivale a una valorizzazione dell'intero capitale dell'Editoriale di 21,2 milioni.

«Abbiamo verificato la correttezza e la trasparenza dei valori - continua Monteverdi - considerando corretta la stima effettuata qualche tempo fa da Banca Profilo, nell'ordine dei 20-21 milioni. Anzi, da allora il risultato è solo migliorato». In realtà lo scambio era avvenuto a valori diversi: una stima «interna» al Fatto aveva fissato in 12,5 milioni il valore di riferimento per scambi azionari tra «amici». Per cui Santoro aveva fatto un affare. Ma le cose - in ballo c'era soprattutto il progetto tv - non sono andate. «È venuta meno la condivisione della linea editoriale - dice Monteverdi - e si è verificata la necessità di sciogliere i legami azionari per evitare ogni futuro conflitto».

Ma perché Santoro e Travaglio, dopo anni di collaborazione in Anno Zero, non sono andati più d'accordo?
In realtà il progetto, annunciato nel maggio 2016, è naufragato quasi subito. E galeotto fu il referendum del 4 dicembre, affrontato dal Fatto sul fronte del no in piena sintonia con il movimento più schierato in questa direzione: i 5 Stelle. Così, in un'intervista al Foglio a fine novembre, Santoro parla dell'esigenza di maggiore «distinzione tra la descrizione della realtà e le posizioni politiche, comprese quelle vicine al Movimento 5 Stelle», aggiungendo, su Travaglio, che «c'è di sicuro una corrispondenza tra lui e il Movimento. Non so quanto organica, ma c'è». E ancora: «Non trovo strano che Travaglio abbia schierato il Fatto per il no. Ma trovo imbarazzante che tutto il giornale lo sia, fin dentro ai necrologi. Ed è imbarazzante possedere quote in un giornale senza sfumature, che non ha dubbi».

Il Fatto andrà comunque avanti sul progetto tv, facendoselo in casa: il lancio, che sarà un'Apptv e su Facebook, è in rampa di lancio per il 3 ottobre. E dal risultato dipenderanno anche le mosse future: ora l'Editoriale ha in pancia il 16% di azioni proprie. «Pensiamo - dice Monteverdi - che possano interessare a un futuro partner strategico». Magari proprio in ambito televisivo. Per poi riprendere il percorso verso la Borsa? «È la nostra idea. Lo vorremo pianificare nell'autunno del 2018». Nel frattempo i conti 2016 si sono chiusi con più ricavi (26,2 milioni, +4%), e utile quasi raddoppiato (440mila euro). Tanto che per ai soci spetterà un dividendo di 220 mila euro.

Susa, in bici sull'autostrada: sospeso agente Polstrada per il video con gli insulti razzisti e le offese a Boldrini

repubblica.it
di JACOPO RICCA

Il filmato, che il poliziotto invita a condividere, dopo aver girato alcuni giorni su Facebook è finito inevitabilmente anche sul desktop dei superiori. Il caso finisce in procura



Insulti razzisti ai profughi e offese alla presidente della Camera, Laura Boldrini, da parte di due agenti della polizia stradale di Susa. In un video, che circola da alcuni giorni su Facebook, si vede ma soprattutto si sente un poliziotto seduto accanto al conducente di un'autopattuglia che sta scortando un uomo, probabilmente un extracomunitario, in sella a una bicicletta sulla corsia di emergenza dell'autostrada Torino-Bardonecchia: "Risorse della Boldrini - commenta l'agente con fervore - ecco come finirà l'Italia: tutti su una Graziella in autostrada a comandare". Poi le frasi più dure: "Voi che amate la Boldrini, voi che avete voluto questa gente di m... in Italia. Goditi questo panorama, ecco le risorse della Boldrini: un tipo che pedala sulla Graziella pensando che sia una strada normale, con le cuffiette in testa".

Questo video, di 51 secondi, è stato in un primo momento inviato in una chat privata, ma poi ripreso su diversi profili Facebook, ed è finito anche sul tavolo dei superiori dei due agenti, che dopo aver accertato l'identità di chi era in servizio quel giorno ne hanno segnalato i nomi alla procura di Torino, che sta valutando se ci siano dei profili di reato. In particolare una certa attenzione è stata posta sul contenuto razzista di alcune delle frasi pronunciate dalla voce fuori campo. L'uomo in bicicletta, che viaggia in autostrada in sprezzo di qualsiasi regola del codice della strada, è stato scortato dalla volante della Stradale fino al casello di Avigliana, ma a quanto pare non è stato nemmeno multato. Altro aspetto su cui bisognerà chiarire se i poliziotti hanno commesso una violazione.

I vertici della polizia Stradale piemontese non hanno voluto commentare ufficialmente l'episodio, ma il poliziotto è già stato sospeso dal servizio e nei suoi riguardi è stato avviato un procedimento disciplinare.

Giuliano Giuliani: "Certi carabinieri travolgono le regole democratiche"

ilgiornale.it
Ivan Francese - Ven, 21/07/2017 - 15:36

Le accuse del padre di Carlo Giuliani, ucciso a Genova 16 anni fa: "Alcuni reparti impiegati nell'ordine pubblico spesso travolgono la democrazia"



Sono passati sedici anni e un giorno da quel maledetto 20 luglio 2001, quando Carlo Giuliani morì in piazza Alimonda a Genova, colpito da un proiettile esploso dal carabiniere ausiliario Mario Placanica.


E in quella stessa piazza è stato organizzato ieri un presidio di commemorazione, con la presenza anche di Giuliano ed Heidi Giuliani, i genitori di Carlo. Intervistato fra gli altri dal Fatto Quotidiano, il padre di Giuliani ha commentato la recente intervista del capo della polizia Franco Gabrielli, che in un'intervista a Repubblica parlò di una "catastrofe" a proposito della gestione dell'ordine pubblico in quel G8 macchiato di sangue.

"Ho apprezzato le parole di Gabrielli – ha detto il padre di Carlo a margine della cerimonia – ho apprezzato quando ha detto che Gianni De Gennaro avrebbe dovuto dimettersi. Il problema è che queste dimissioni non sono mai arrivate: sono arrivate invece promozioni successive e De Gennaro è diventato presidente della più grande azienda pubblica del Paese che è Finmeccanica e questa è una cosa assolutamente incomprensibile"

Poi le parole, molto dure, sull'Arma dei carabinieri: "Spero in un miglioramento del modo in cui la polizia svolge il proprio ruolo. Ma aggiungo sempre che questo non basta, perché c'è un'arma dei carabinieri che spesso travolge le regole della democrazia. Non parlo in generale dell'Arma, parlo di reparti spesso impiegati proprio in azioni di ordine pubblico e che non fanno il loro dovere e non fanno il dovere di una forza che invece deve rispettare la Costituzione. Mi auguro che quello sia l'inizio di una fase nuova".

"Rimane un problema grave - ha inoltre dichiarato alle agenzie di stampa - quando a commettere abusi o addirittura uccisioni sono reparti dei carabinieri e in questo Paese non succede nulla. Non c'è la possibilità di aprire processi nei confronti degli appartenenti all'Arma dei carabinieri: questo - aggiunge Giuliani - è un problema che intacca la democrazia di questo Paese."

Va ricordato che Mario Placanica, con altri, venne indagato per i fatti di piazza Alimonda ma nel 2003 il procedimento nei suoi confronti venne archiviato perché si tenne che il carabiniere avesse "agito in presenza di causa di giustificazione che esclude la punibilità del fatto".

Al consigliere comunale del Pd di Ancona che oggi ha affermato che "Placanica avrebbe dovuto prendere meglio la mira", Giuliani preferisce non opporre alcun commento, mentre sua moglie Heidi invita l'esponente dem a "vergognarsi".

Morte Giuliani, consigliere Pd di Ancona: "Sparare e prendere bene la mira"

repubblica.it
di MATTEO PUCCIARELLI

Post su Facebook di Diego Urbisaglia: "Se lì dentro ci fosse mio figlio... Carlo Giuliani non mi mancherai". Deferito alla commissione di garanzia del Pd. Guerini: "Ho chiesto sanzioni". I genitori del giovane morto nel 2001: "Si vergogni". Lui alla fine chiede scusa per "i toni" ma ribadisce: "Il concetto resta"

Morte Giuliani, consigliere Pd di Ancona: "Sparare e prendere bene la mira"

ANCONA - "Se in quella camionetta ci fosse stato mio figlio, gli avrei detto di prendere bene la mira e sparare". Un post shock su Facebook nell'anniversario della morte di Carlo Giuliani, il giovane morto a Genova 16 anni fa durante il G8, firmato da un consigliere comunale Pd ad Ancona torna ad aprire una ferita mai rimarginata.

Diego Urbisaglia, 39 anni, consigliere comunale e provinciale, ha affidato i suoi pensieri a un post non pubblico, visibile solo ai suoi contatti. Non per questo meno scandaloso: "Estate 2001. Ho portato le pizze tutta l'estate per aiutare i miei a pagarmi l'università e per una vacanza che avrei fatto a settembre. Guardavo quelle immagini e dentro di me tra Carlo Giuliani con un estintore in mano e un mio coetaneo in servizio di leva parteggiavo per quest'ultimo".

Poi continua: "Oggi nel 2017 che sono padre, se ci fosse mio figlio dentro quella campagnola gli griderei di sparare e di prendere bene la mira. Sì, sono cattivo e senza cuore, ma lì c'era in ballo o la vita di uno o la vita dell'altro. Estintore contro pistola. Non mi mancherai Carlo Giuliani".Dopo il putiferio scatenato dalle sue parole, contattato dall'agenzia Dire, Urbisaglia fa marcia indietro: "Ho già chiesto scusa questa mattina, con un post di rettifica, per le parole e i toni usati. Ho solo fotografato il momento perché all'epoca avevo l'età dei due protagonisti e quel fatto mi segnò molto. Ricordo che mi domandavo 'tu che avresti fatto?'".

Parole e retromarcia che non sono state apprezzate nel Pd. Tanto che Urbisaglia viene deferito alla commissione di garanzia. E il coordinatore della segreteria dem, Lorenzo Guerini, chiarisce di aver "chisto alla commissione competente di assumere senza indugi i provvedimenti sanzionatori previsti dal nostro statuto" perché "quanto detto dal consigliere Urbisaglia è inaccettabile e assolutamente ingiustificabile".

Secco Giuliano Giuliani, il padre di Carlo: "Ho ben altro a cui pensare. Queste cose sono da ignorare. Certe frasi non meritano risposta. Non commento queste affermazioni". Anche la mamma Heidi non si risparmia: "Quel signore può vergognarsi!". Durissime le critiche dalle forze politiche alla sinistra del Pd. Il deputato di Mdp Arturo Scotto scrive: "Mi vergogno per lui, spero che qualcuno lo cacci". "È sconcertante - critica il responsabile nazionale Enti Locali di Sinistra Italiana, Paolo Cento - il mio pensiero non può che andare alla famiglia Giuliani, e a quanti lo conobbero, soprattutto in questi giorni a 16 anni anni da quella catastrofe. Dopo un post come questo mi domando come fa Renzi, segretario del Pd, a non cacciarlo dal partito".


"Il monumento a Giuliani? Noi poliziotti pronti a romperlo a picconate"

ilgiornale.it
Giuseppe De Lorenzo - Ven, 21/07/2017 - 13:36

Il Coisp sul cippo commemorativo per Carlo Giuliani in Piazza Alimonda: "Se domani mattina mi autorizzassero, lo prenderei a picconate"



La storia del G8 di Genova è ancora tutta lì, nei volti di Carlo Giuliani e Mario Placanica.

Eroe o teppista? Assassino o fedele servitore dello Stato? La pistola e l'estintore dividono ancora l'Italia e ogni anno scoppia una nuova diatriba.

Quest'anno a rinvigorire il vespaio di polemiche ci ha pensato il capo della Polizia, Franco Gabrielli, che in un'intervista a Repubblica ha definito quel G8 "una catastrofe", imputando buona parte delle colpe ai suoi predecessori. L'uscita non è piaciuta a molti agenti, i quali pur riconoscendo gli errori della Diaz e alla caserma Bolzaneto, ancora oggi vedono in quell'infinita guerriglia urbana un attacco deliberato dei "No global" alle forze dell'ordine. Istanti dolorosi, certo. Carichi di una violenza inaudita subita da poliziotti e carabinieri asserragliati dietro gli scudi di protezione. "Riteniamo inaccettabile - attacca Matteo Bianchi, segretario regionale del "Coisp sindacato indipendente di polizia" - che Gabrielli non abbia speso una sola parola per tutti quei colleghi che hanno versato sangue a difesa della loro Patria in quei drammatici giorni.

Troviamo offensive le sue volute omissioni rispetto ad una tre giorni in cui la Superba è stata vittima di devastazioni e saccheggi da parte di pseudo manifestanti che di tutto avevano voglia fuorché manifestare pacificamente il loro pensiero". L'estintore e la pistola, dicevamo. La Diaz e le devastazioni dei manifestanti. Una linea rossa nella politica italiana: il "ragazzo" ricordato dalla sinistra e il carabiniere spalleggiato dalla destra. Per questo stupisce che il consigliere comunale del Pd di Ancona, Diego Urbisaglia, pubblichi una foto sugli scontri del G8 e scriva: "Placanica doveva prendere bene la mira, Carlo Giuliani non mi mancherà". Evidentemente non tutti credono alla favola di un Giuliani "innocente" ucciso dalla violenza dello Stato, forzatura politica scolpita sul cippo commemorativo che da anni staziona in Piazza Alimonda.

I poliziotti vorrebbero toglierlo, riconsegnando al Paese la verità di quei giorni e sottolineando la storia di un giovane che "assalì una camionetta dei carabinieri" e che "non è un eroe". "Quest’anno abbiamo chiesto di essere in Piazza Alimonda a Genova - dice Bianchi - per porre l’accento sull’assurdità del cippo commemorativo. Ma il nostro sacrosanto diritto ci è stato negato". Neppure la Chiesa ha acconsentito ad officiare una Messa in ricordo delle vittime del dovere dello Stato: "All'inizio il prete della parrocchia di N.S. del Rimedio aveva accettato. Poi è tornato inspiegabilmente sui suoi passi in quanto sollecitato dai suoi superiori".

Per ora l'estintore vince sulla pistola. Inspiegabilmente. "Noi siamo tutori dell’ordine - conclude però Bianchi - E poiché crediamo che quel cippo di Piazza Alimonda sia un inno all’illegalità, se domani mattina mi autorizzassero, farei risparmiare ulteriori soldi alla comunità e lo andrei a rimuovere io a picconate".

Chiudere le app su iPhone non serve a niente, e vi spieghiamo perché

lastampa.it
andrea nepori

Ancora in tanti credono che uscire dalle app in background sul dispositivo Apple aiuti a liberare memoria, velocizzando il sistema operativo. È un falso mito, anzi ci sono buone ragioni per non farlo



Due tap sul tasto home e poi via di swipe verso l’alto, per eliminare tutte quelle applicazioni in background che occupano spazio in memoria e rallentano il sistema operativo dell’iPhone. Facile, veloce, efficace. Giusto? No, sbagliato. Questa procedura, che in tanti ancora usano per migliorare le prestazioni del proprio dispositivo Apple, non serve a niente; anzi, ha effetti negativi sulla durata della batteria.

Quando un’applicazione attiva su iOS viene messa in background e finisce nella lista delle app accessibili dall’interfaccia del multitasking, il sistema procede a “congelarla”. Significa che tutte le risorse che quell’app stava consumando vengono immediatamente riallocate dal sistema, che gestisce in maniera autonoma e intelligente alcune operazioni specifiche come le notifiche, la riproduzione musicale o gli aggiornamenti push. Per questo chiudere del tutto le applicazioni non ha ad esempio alcun effetto sulla quantità di RAM occupata. 

La chiusura forzata finisce invece per avere effetti opposti: terminare le app in continuazione diminuisce la durata della batteria, perché il riavvio da zero del singolo software richiede risorse di calcolo maggiori rispetto alla semplice operazione di risveglio dal “letargo” del multitasking, un’operazione che iOS riesce a portare a termine con un impiego di risorse ridottissimo. Forzare la chiusura di un’app ha senso soltanto quando il software, per un motivo o un altro, si è bloccato e ha smesso del tutto di rispondere. 

Il mito della pulizia delle app in background su iPhone e iPad è nato con l’introduzione del multitasking su iOS ed è duro a morire ancora oggi, nonostante non abbia mai avuto alcuna giustificazione da un punto di vista tecnico.

Craig Federighi, Senior Vice President responsabile dello sviluppo software a Cupertino, ha confermato di recente l’inutilità della procedura con una risposta all’email di un utente. E se non bastasse l’affermazione di Federighi, c’è anche la parola di Steve Jobs . Nel 2010, rispondendo anch’egli a un messaggio di un utente, il co-fondatore di Apple suggeriva di “usare il multitasking di iOS nel modo in cui è stato progettato: non c’è alcuna ragione di forzare la chiusura delle applicazioni”. 

Project Common Voice, Mozilla lancia il riconoscimento vocale open source

lastampa.it
carlo lavalle

Il progetto punta a raccogliere almeno 10 mila ore di voci registrate in vari accenti per rendere la tecnologia di riconoscimento vocale accessibile e tutti



Mozilla lancia Project Common Voice, un’iniziativa per registrare in crowdsourcing la voce del maggior numero possibile di utenti. L’obiettivo è sviluppare un sistema aperto e accessibile a ogni sviluppatore per consentire a tutti di realizzare app basate sulla tecnologia di riconoscimento vocale.
La voce è diventata un mezzo attraverso il quale sempre più si interagisce con computer e dispositivi. Apple Amazon, Microsoft, Google, hanno ad esempio integrato la tecnologia di speech recognition in cellulari e gadget realizzando assistenti vocali come Siri, Alexa, Cortana e Google Assistant. Molti pensano che controllo e interazione via voce siano componenti chiave di una tendenza destinata ancora di più a prevalere in futuro.

Ma, secondo Mozilla Foundation, la fondazione che sviluppa il browser Firefox, il settore è dominato da una concezione chiusa e proprietaria. Che potrebbe impedire a start-up e nuovi soggetti di beneficiare di questa tecnologia creando un fossato insormontabile con un nucleo ristretto di grandi società già presenti sul mercato.

Per questo è nato Project Common Voice, che richiede agli utenti web di contribuire al progetto registrando la propria voce. Un’operazione semplice da eseguire. Basta, infatti, andare sul sito, premere un pulsante e leggere la frase (in inglese) messa in evidenza al centro della pagina web. Una volta registrato l’audio è possibile anche riascoltare quanto letto e, eventualmente, cancellare ed effettuare di nuovo la registrazione. Che, una volta inviata, ricade sotto la licenza Creative Commons CC-0.

Al momento, la base minima per poter rendere funzionante il database, che verrà messo a disposizione di tutti in modo gratuito, sono almeno 10mila ore di audio di voci registrate in vari accenti. Gli sviluppatori saranno così in grado di realizzare le loro applicazioni, dagli assistenti digitali ai traduttori in tempo reale, sostiene Mozilla, che conta di rendere accessibile la sua collezione vocale entro la fine dell’anno.

La Ferrari F40 compie 30 anni: fu la capostipite delle “hypercar” di Maranello

lastampa.it

Fu realizzata in 1.337 esemplari. Estrema in tutto, pesava poco più di 1.100 kg a fronte di 478 CV di potenza



Martedì 21 luglio 1987 - venerdì 21 luglio 2017: oggi la mitica Ferrari F40 compie i suoi primi 30 anni di storia. Tanti ne sono passati da quando l’auto venne presentata al Centro Civico di Maranello, dove oggi sorge il Museo Ferrari. Si tratta di un mezzo leggendario ancora oggi, l’ultimo costruito sotto l’occhio attento di Enzo Ferrari e nato per celebrare il 40° anniversario della Scuderia. 


Enzo e Piero Ferrari (seduti) nel 1987

«Non ho mai vissuto una presentazione come quella della F40. Quando fu tolto il telo dalla vettura, la sala fu percorsa da un brusio seguito da un fragoroso applauso»: è così che ricorda la presentazione del bolide Ermanno Bonfiglioli, Responsabile Progetti Speciali, che in particolare si occupava di motori sovralimentati. «Nessuno, se non gli stretti collaboratori di Enzo Ferrari, l’aveva ancora vista. L’iter di sviluppo e sperimentazione era stato avvolto infatti da una segretezza insolita all’interno dell’azienda. E la sorpresa per un simile salto stilistico fu quasi uno shock. Insolita fu anche la tempistica del progetto, che nell’arco brevissimo di 13 mesi vide telaio e carrozzeria progredire rapidamente e di pari passo con il motopropulsore».



La F40 è stata la massima espressione della tecnologia di cui erano al tempo capaci i tecnici di Maranello ed è un modello speciale, che ha tramandato il suo genoma a bolidi come la F50, la Enzo e LaFerrari. Nata per raccogliere l’eredità della 288 GTO (e del suo prototipo da corsa poi tramutato in auto-laboratorio, la 288 GTO Evoluzione, un mostro da 650 CV di potenza), venne realizzata in 1.337 esemplari, costruiti fra il 1987 e il 1998: fu la prima Rossa stradale a utilizzare materiali compositi per la sua costruzione, come il kevlar per il telaio, le fibre di vetro per la carrozzeria, resine aeronautiche per i serbatoi ed il plexiglas per i finestrini laterali.



«Era il giugno del 1986 quando iniziammo la progettazione di quel motore siglato F 120 A», racconta Bonfiglioli in una nota ufficiale. «L’8 cilindri biturbo da 478 CV era una derivazione dalla 288 GTO Evoluzione, eppure una serie di contenuti innovativi permisero alla F40 di essere la prima Ferrari stradale a superare i 320 km/h. Massima attenzione venne dedicata al peso, grazie anche a un ampio utilizzo del magnesio: ad esempio coppa dell’olio, coperchi teste, collettori di aspirazione, campana del cambio erano di questo materiale che costava cinque volte la lega di alluminio, e che non è stato poi più utilizzato in tale misura nelle vetture di serie successive. È questo solo un piccolo esempio della straordinarietà di questa vettura».


La presentazione ufficiale a Maranello il 21 luglio 1987

Per qualche anno la F40 fu anche l’automobile stradale più rapida del pianeta, con una velocità di punta dichiarata di 324 km/h. Il filo (ovviamente) rosso che l’allaccia con l’attuale produzione della casa italiana passa anche per il suo motore V8 2.9 biturbo, l’ultimo sovralimentato a essere prodotto; perlomeno sino al 2014,con l’esordio della Ferrari California T che ha riportato il turbo del cofano delle Rosse. Nonostante la sofisticazione del telaio - a traliccio tubolare in acciaio con vasca abitacolo con pannelli di rinforzo in kevlar e fibra di carbonio - e il peso totale inferiore ai 1.155 kg, i primi muletti dell’auto erano difficili da guidare.


Roberto Baggio (1992)

Lo conferma nel comunicato stampa Dario Benuzzi, test driver con una lunghissima esperienza in Ferrari, che partecipò allo sviluppo stradale della F40: «Per domare la potenza del motore e renderla compatibile con un modello stradale, fu necessario sottoporre a innumerevoli test ogni aspetto della macchina: dai turbocompressori all’impianto frenante, dagli ammortizzatori agli pneumatici. Il risultato fu un eccellente carico aereodinamico e un’alta stabilità anche a velocità estreme». 



«Altri aspetti importanti sono il telaio tubolare d’acciaio con pannelli di rinforzo in kevlar, che offre una rigidezza torsionale tre volte superiore alle altre vetture del periodo, e un’inedita carrozzeria realizzata principalmente con materiali compositi - continua Benuzzi -. Ottenemmo esattamente la vettura che volevamo, con pochi comfort e senza compromessi: priva di servosterzo, servofreno e dispositivi elettronici, richiede abilità e impegno al pilota ma lo ripaga generosamente con un’esperienza di guida unica. La precisione della sterzata, la tenuta stradale, la potenza dei freni e l’intensità dell’accelerazione raggiunsero livelli allora ineguagliati per un’auto stradale».


Sylvester Stallone (1990)

La F40 è esposta al Museo Ferrari di Maranello per la mostra “Under the Skin”, dedicata all’evoluzione di innovazione e stile nei 70 anni di storia della casa. Un’innovazione che la F40 ha contribuito a portare avanti anche grazie al linguaggio delle sue forme. «L’ottimizzazione aereodinamica fu oggetto di un’approfondita ricerca in galleria del vento, per ottenere i coefficienti adatti alla Ferrari stradale più potente di sempre», racconta Leonardo Fioravanti, designer Pininfarina che contribuì a disegnare l’auto. «Lo stile è all’altezza delle sue prestazioni: il cofano basso con uno sbalzo ridottissimo, le prese d’aria NACA e l’alettone posteriore, che la matita del mio collega Aldo Brovarone volle ad angolo retto, l’hanno resa celebre. Se dovessi indicare una ragione su tutte del successo della F40, direi proprio la sua linea che riesce a trasmettere immediatamente l’eccezionalità dei contenuti tecnici: velocità, leggerezza, prestazionalità».

La strana scelta di Salsomaggiore: “No a Miss Italia, sì ai 34 euro per i migranti”

lastampa.it
alberto mattioli

Gli albergatori: solo così riusciamo a guadagnare


Un albergo di Tabiano. All’ingresso uno dei migranti che (qui come altrove) hanno sostituito i turisti di una volta. Servizio fotografico di Roberto Brancolini

Per rilanciare il turismo, meglio i migranti di Miss Italia. È un paradosso, l’ennesimo, di questa Italia stralunata del 2017. Succede a Salsomaggiore, località termale nel parmense di glorioso passato e incerto presente. Gli albergatori hanno detto di no al ritorno del concorso di bellezza, troppa spesa per poca resa. E intanto alcuni, scatenando grandi polemiche nella categoria, si sono riciclati nel business degli immigrati.

Meglio i famosi o famigerati 35 euro al giorno per ospitare i disperati che rincorrere una clientela sempre più volatile, specie dopo che il welfare all’italiana ha dato una stretta alle vacanze alle terme a carico di Pantalone. A Tabiano, frazione altrettanto termale di Salso, alcuni vivono al Grand hotel Astro, occupato dalle bellone prima che il concorso emigrasse a Montecatini e poi a Jesolo. Dalle miss ai migranti, quasi una metafora dell’Italia.



Salsomaggiore, nel suo genere un po’ sbiadito, non è male. Ci sono una bella stazione ferroviaria fascista, roba da far andare di traverso le acque miracolose alla Boldrini, pasticcerie con dolcetti tipici, le sensazionali terme Berzieri, di un déco smodato e delirante, ma attualmente in restauro (luglio, per il turismo termale, è bassa stagione), albergoni fin-de-siècle abbandonati e in rovina, e dei rari villeggianti sui cent’anni ma vispissimi. L’amministratore è invece un baby sindaco di 33 anni, già in carica da quattro, Filippo Fritelli, «renziano dubbioso», parole sue. Nel suo ufficio vegliato dai ritratti dei numi tutelari locali, Maria Luigia e Verdi, racconta la crisi del turismo delle cure, la situazione delle Terme in attesa di privatizzazione e magari di essere vendute a un gruppo milanese per l’immancabile rilancio, e il gran rifiuto degli albergatori al ritorno delle Miss:

«L’organizzazione aveva chiesto 7500 presenze gratuite, pernottamento e pensione completa, su una quindicina di giorni, troppe. Una volta pagava il Comune. Io adesso, raschiando il fondo del barile e chiedendo aiuto alla Regione, posso mettere insieme 100 mila euro, pochi. E poi sì, è vero, in tutta Italia vale l’equazione Miss Italia uguale Salsomaggiore. Però il concorso non ha più la popolarità di una volta. Gli esercenti hanno fatto due conti e hanno detto di no».



Sì, invece, ai migranti. «Il problema riguarda Tabiano. Lì c’erano circa 60 alberghi, ne sono rimasti una quarantina, quattro hanno vinto il bando della prefettura. A Salsomaggiore gli immigrati sono una settantina su 16 mila abitanti, e non è un problema. A Tabiano, 150 su 500, e lì invece il problema c’è. Ho cercato di dare lo stop, è venuto il ministro Minniti, ha fatto la promessa che non ne arriveranno altri e finora l’ha mantenuta. Il problema è che troppi albergatori sono abituati a farsi mantenere dallo Stato, ieri con le vacanze alle terme pagate, oggi con i migranti. Ma anche gli esercenti sono divisi».

Non resta che andare a Tabiano a chiedere a loro. Il presidente degli albergatori si chiama Francesco Ravasini, proprietario dell’hotel Rossini, tre stelle superiore, 50 camere, tre dipendenti che diventano sette con la famiglia tutta impegnata nel business, pensione completa a 65 euro, occupazione media, negli ultimi duri tempi, «a voler essere ottimisti», del 30%: «a fine mese si fa fatica». Spiega: «È semplice: o crediamo che il turismo termale abbia un futuro, oppure no. Io ci credo, alcuni colleghi no e allora si riciclano con i migranti. Altri ancora, mi risulta, ci stanno pensando. Chi viene qui è una clientela anziana, non è contenta di vedere i migranti che bivaccano sulle panchine. Sia chiaro: non siamo razzisti e incidenti non ne sono mai capitati. Non dico nemmeno che se non ci fossero qui sarebbe tutto pieno. Ma forse nemmeno così vuoto».

Altro giro, altre opinioni. Gian Paolo Orlandelli, ex presidente della Pro Loco di Tabiano, proprietario dell’hotel Terme, ospita 33 migranti, 34,5 euro al giorno per ognuno, «ma fra tasse, spese, pagamenti in ritardo nelle nostre tasche resta non più del 15-20%. Perché ho deciso di cambiare lavoro? Perché io ho questo albergo da quarant’anni, costruito da mio padre con le sue mani, e non voglio farmelo portare via per pagare le tasse. E non vorrei nemmeno lasciare ai miei quattro figli solo dei debiti. Ho provato di tutto, ho costruito la piscina e il centro benessere, mi sono proposto come residence all’Università di Parma, ho cercato perfino di vendere ai cinesi. Niente da fare».

Dicono che, riempiendolo di migranti, rovinate il paese. «Tabiano era già rovinato. Il termalismo è finito. Nell’ultimo anno le Terme hanno fatto 18 mila presenze. Dieci anni fa, erano 50 mila. Nessuno qui ha mai investito un euro. Poi quando si tratta di pulire il parco vengono a chiedermi i miei ragazzi».Già, ma crede che il business dei migranti possa durare per sempre? «A me bastano altri due anni, poi vado in pensione. E sa cosa le dico? La mia è stata una scelta imprenditoriale, ma il contatto con questi ragazzi ingenui ma buoni mi ha arricchito soprattutto spiritualmente. Altro che Miss Italia, che qui a Tabiano non ha mai fatto arrivare una lira». 

Accampamenti e rifugi, nella Roma dei migranti tra ministeri e San Pietro

lastampa.it
mattia feltri
Non c’è quartiere della Capitale senza segni dei profughi. Cresce la protesta: bruciati alcuni ricoveri per la notte

Le chiese romane, come avviene in tutte le città d’Italia, attraggono le persone in difficoltà.Per i migranti, spesso senza punti di riferimento, San Pietro, o il sagrato di una chiesa, diventano l’unica certezza (oltre ai punti Caritas e di altre associazioni di volontariato) per recuperare una coperta o un pasto. Servizio fotografico di Alessandro Serranò
Sotto i mille campanili di Roma, Dio ha mille nomi e per ognuno c’è pronta una maledizione. Una vecchia signora, piccina, indica con orgoglio i materassi bruciati. Poco più in là, dei ruderi ricordano la fabbrica di zucchero di suo nonno. «Li ho bruciati io i materassi». Ha ancora le chiavi del cancello che dalla via Tuscolana conduce alla ferrovia, dove sorgeva la fabbrica. «E’ una vergogna, uno schifo. Scavalcavano il muro e venivano qui a bere e a dormire, a decine. Ma si può tollerare una roba del genere? Sono venuta, ho dato fuoco a tutto. Si è visto il fumo in tutta Roma. Poi sono arrivati carabinieri e gliel’ho detto: sono stata io. Mi hanno guardato come fossi matta. Non mi hanno creduto».



A Roma si brucia tutto quello che non va. La spazzatura, i campi rom, ora anche gli accampamenti dei migranti. Che sono migranti doppi, sono arrivati a Roma e migrano da un parco all’altro, da una strada all’altra, a seconda dell’esasperazione degli abitanti e dei rari interventi delle forze dell’ordine. A Colle Oppio, per dire, a qualche decina di metri dal Colosseo, sui prati che hanno coperto la Domus Aurea di Nerone, di accampati ne sono rimasti pochi, sdraiati dietro ai cespugli fra cumuli di bottiglie e resti di pasto e brandelli di carta e bambini che giocano a calcio. I più, le centinaia che avevano preso domicilio in una delle principali aree archeologiche del pianeta, che avevano fondato una piccola città parallela, che lavavano i panni nelle fontane e li stendevano sulle staccionate, che dormivano dentro le tende o sotto il cielo,sono stati sloggiati settimana scorsa. Sloggiati e basta, via da qua. Li avrà accolti qualche altro angolo di Roma.



Non c’è zona dalla città che non diventi anche la loro zona. Non è più nemmeno la vecchia questione delle periferie, è la questione di ovunque. A piazza della Repubblica, a duecento metri dalla stazione Termini, a trecento dal Quirinale, sotto i portici arrivano soprattutto la sera, coi cartoni e le coperte e i sacchi a pelo e dormono in fila, come all’ostello, e d’inverno arrivano i volontari con le pizze e le bottiglie di latte. A piazza Augusto Imperatore, a duecento metri da piazza del Popolo, portici simili, scena identica. A piazza Vittorio, fra Santa Maria Maggiore e San Giovanni in Laterano, bivaccano tutto il giorno sul prato o seduti sul muro di cinta con lattine di birra e cartoni di Tavernello da un euro e settantanove.

In questi giorni ne hanno mandati via un po’ perché serviva il minimo di spazio e di decoro per le Notti di Cinema, le arene all’aperto, e girano guardie private. Hanno pulito dai cocci di bottiglia e dagli abiti marci. A Trastevere la disputa è fra l’immigrazione e la movida, l’una dannosa all’altra, ed entrambe resistono e condividono gli spazi. A Santa Maria in Trastevere si beve, si fuma e si flirta mentre disgraziati lerci e spesso ubriachi si lasciano dietro il tempo sotto il secentesco palazzo San Callisto.

Trastevere è ricolma. Il maggior numero di immigrati, a dimostrazione di quello che oggi è Roma, un luogo di invasione e di disperazione senza zone franche, pernotta nei pressi del ministero delle Finanze o dell’Istruzione. L’intera via della Conciliazione, che va dal Tevere a San Pietro, e il colonnato di Gian Lorenzo Bernini, e di conseguenze le vie di Borgo Pio, sono luogo d’asilo per i senza tetto, e senza terra, e forse senza nome che Papa Bergoglio vuole lì, vicino a sé, nella sua interpretazione del pontificato. 



I mille campanili di Roma, si diceva. E San Pietro. La Roma cristiana, ecco un’altra eccezione. Le chiese, i monasteri, le opere pie, le decine di mense religiose, sono l’ultimo e utile appiglio per questa povera gente arrivata dall’altro mondo, magari salvata in mare, e poi abbandonata a sé. L’Italia è il paese delle emergenze, si sa, e in questo caso è capace di accogliere e poi tutto finisce. A Roma c’è una possibilità in più: i sagrati, per esempio, dove qualche moneta si raccoglierà senz’altro, dove qualche abito viene distribuito, e un pasto forse lo si rimedia.

Così, secondo gli ultimi dati, che risalgono al 2015, gli immigrati a Roma sono 364 mila (i tre quarti di loro ha un lavoro), circa il 13 per cento della popolazione, una percentuale che si considera fisiologica, visti i tempi. Ma si tratta degli immigrati iscritti all’anagrafe. E tutti gli altri, quelli che non lavorano, non hanno casa, e l’anagrafe ignora? Quante migliaia sono? Quante, se sono arrivati fin dentro il Vaticano, a due passi dal Quirinale, a pochi metri dal Colosseo? Perché qui si è volutamente trascurata la disastrosa condizione delle periferie, già nota, e non per tutelare le zone più ricche ma per restituire la dimensione del fenomeno.

Ci sono piccoli (o medi) accampamenti mobili a villa Ada, che fu la residenza estiva dei Savoia, a villa Borghese, in quasi tutti i parchi romani, nei sottopassi stradali, dentro e fuori le stazioni ferroviarie, sotto gli archi degli acquedotti, negli angoli delle piazze, a ridosso o nei dintorni di ognuno dei monumenti che rendono Roma la magnifica, ci sono accattoni a ogni angolo di strada, scalzi, storditi dalla vita all’aperto, che orinano e defecano dove possono, cioè lì, e passeggiare significa andare dentro zaffate e miasmi, e sbattere il naso contro la miseria irrimediabile, significa allungare una sigaretta e una moneta come palliativo alla disorganizzazione e all’incuria più plateali, davanti alle quali non c’è istituzione che possa ritrarsi.



Roma è sempre stata la città dei miserabili, lo era specialmente nel medioevo. Resiste perché è scritto sulla sua pelle, e resisterà ancora per sua natura, intanto però che le borgate ribollono, e una vecchia donna dà fuoco ai materassi, e si alzano le maledizioni. 

Marte affascina, ma lo sbarco sulla Luna rimane insuperato

lastampa.it
piero bianucci



Che cosa rappresentò nella storia della scienza e dell’umanità lo sbarco sulla Luna? Come è cambiata la comunicazione scientifica dopo la telecronaca di quell’impresa? La conquista di Marte oggi avrebbe lo stesso fascino? Qual è l’eredità delle missioni “Apollo”?

Sarà perché ho assistito al primo sbarco sulla Luna nella notte (italiana) tra il 20 e il 21 luglio 1969 già da cronista o perché ho scritto alcuni libri dedicati alla Luna e alla sua esplorazione, ma intorno all’anniversario della storica data mi capita spesso di dover rispondere a queste domande provando l’emozione del vegliardo testimone di un tempo che fu. Stranamente, le mie risposte sono cambiate nel tempo, ma ormai stanno stabilizzandosi. Del resto, tra due anni da quella notte sarà passato mezzo secolo. L’ampiezza della prospettiva forse giova all’obiettività.

Dunque: che cosa ha rappresentato il 20 luglio 1969? La prima risposta è ovvia: una grande impresa scientifica resa possibile da una impresa tecnologica ancora più grande. Ma il significato di quella data va oltre, ed è politico. Dal 21 luglio 1969 fu stabilito il primato spaziale degli Stati Uniti sull’Unione Sovietica, che fino a quel giorno era stata in serrata competizione e che inizialmente era partita in netto vantaggio, come dimostrò con il lancio del primo satellite artificiale della Terra (Sputnik, 4 ottobre 1957). Dopo il primo sbarco americano, l’Unione Sovietica rinunciò alla corsa alla Luna. Tra gli effetti collaterali ci fu una svolta nella “guerra fredda” tra le due superpotenze. 

Negli Anni 70 dal punto di vista propagandistico per entrambe le superpotenze diventò preferibile mostrare al mondo non tanto una rivalità spaziale ma piuttosto una cooperazione e specializzazione nella ricerca. La cooperazione si tradusse nella missione congiunta Apollo-Sojuz del 17 luglio 1975. La specializzazione si espresse nel primato sovietico nell’esplorazione robotizzata della Luna e di Venere, mentre gli Stati Uniti si dedicarono al sistema solare esterno (Giove, Saturno, Urano, Nettuno) con le sonde Pioneer e Voyager. Lo spazio divenne così il primo teatro del dialogo USA-URSS e la premessa dei successivi trattati per il parziale disarmo nucleare. 

La comunicazione scientifica di oggi è in qualche modo figlia della diretta televisiva dell’allunaggio? Dipende dal punto di vista. La discesa di Armstrong e Aldrin sulla Luna (ma non dimentichiamo Collins rimasto solitario in orbita lunare) trasmessa in diretta televisiva fu un evento mediatico di enorme portata, con seicento milioni di televisori accesi su quelle immagini, in un tempo in cui gli apparecchi televisivi erano ancora diffusi quasi soltanto nei paesi sviluppati, essenzialmente Nord America ed Europa. La diretta tv (condotta per l’Italia da Tito Stagno e Ruggero Orlando) fu peraltro il culmine di un forte interesse giornalistico che accompagnò la preparazione dell’impresa dal discorso programmatico del presidente Kennedy fino allo sbarco (attraverso le cronache dei programmi Mercury e Gemini). 

La nascita e lo sviluppo dell’astronautica portarono alla ribalta una nuova generazione di giornalisti scientifici (tra questi anche Piero Angela) e un modello di “big science” che prima non esisteva. Ne derivò una comunicazione scientifica ampia e spettacolarizzata, piuttosto acritica ma capace di suggerire al pubblico popolare una immagine della scienza eroica e affascinante. Da allora la diretta televisiva di grandi eventi scientifici divenne “normale”, e non solo in campo astronautico: la decifrazione completa del genoma umano fu presentata in diretta mondiale dal presidente americano Clinton e dal primo ministro del governo inglese Blair; in streaming mondiale avvenne l’annuncio della scoperta della particella di Higgs, e poi quello delle onde gravitazionali. Non tutto fu bene. Da allora è diventato più difficile dare il giusto valore a notizie scientifiche importanti ma non spettacolari.

Lo sbarco dell’uomo su Marte potrebbe avere lo stesso significato e lo stesso seguito dello sbarco sulla Luna? La risposta è no. Con lo sbarco sulla Luna l’uomo usciva per la prima volta dal proprio pianeta. Un evento epocale. Seguirono altri cinque sbarchi, l’ultimo nel dicembre 1972, ma l’attenzione inevitabilmente si attenuò sia perché l’impresa sembrava ormai “routine” (benché non lo fosse affatto) sia perché era venuta meno la competizione con l’Unione Sovietica.

Lo sbarco su Marte sarebbe di nuovo una prima assoluta, carica di significati simbolici e culturali. Ma probabilmente l’impatto mediatico ed emotivo non eguaglierà quello dello sbarco sulla Luna perché nel frattempo sono mutate tutte le condizioni al contorno e l’esplorazione robotizzata di Marte avrà tolto gran parte dell’interesse scientifico. Resterà ovviamente l’aspetto umano. Sarà un po’ come, a suo tempo, la conquista dell’Everest: una impresa “acrobatica” eccezionale, eroica e meravigliosa, ma senza risvolti scientifici, politici e sociali di grande rilievo.

Infine, il lascito dello sbarco sulla Luna. A quasi cinquant’anni di distanza, l’eredità pratica è in migliaia di brevetti e applicazioni tecnologiche che fanno parte della vita quotidiana. Non c’è quasi nulla, dalle fotocamere ai cellulari, dai nuovi materiali alle telecomunicazioni, dalla sensoristica alle tecnologie mediche avanzate, dall’informatica a Internet fino alle energie alternative, che non affondi le radici in ricerche sviluppate originariamente per finalità spaziali. 

L’eredità ideale consiste nella consapevolezza che l’uomo è in grado di affrontare sfide straordinarie. E poi c’è l’eredità ecologica: fu con la visione della Terra dallo spazio, una sfera azzurra sospesa nel buio, che l’umanità acquistò la consapevolezza della fragilità ambientale del pianeta sul quale siamo nati.