lunedì 24 luglio 2017

Migranti, grande abbuffata sugli Sprar: altri milioni alle (solite) coop​

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Giuseppe De Lorenzo - Gio, 13/07/2017 - 10:14



In teoria dovrebbe essere il fiore all’occhiello del sistema di accoglienza italiano. È il cosiddetto Sprar (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati), il programma che fornisce seconda assistenza ai migranti che rimangono per più tempo in Italia. Se i Centri straordinari (Cas) spesso diventano parcheggi affollati per clandestini, lo Sprar dovrebbe occuparsi della (vera) integrazione dei rifugiati. Tutto molto bello. E pure lodevole.

Il fatto è che i finanziamenti del Fondo Nazionale per le Politiche e i Servizi dell’Asilo (Fnpsa) sono notevoli e in molti vorrebbero una fetta della torta. C’è da capirli: nel 2014 sono stati spesi 196milioni di euro, lievitati l’anno dopo a 208milioni euro e per i nuovi progetti del triennio 2017-2020 saranno ancora di più. Come rimanerne fuori?

Il gioco funziona così: il ministero dell’Interno emette una gara, i comuni partecipano e poi girano una quota delle sovvenzioni governative alle cooperative che gestiranno il centro. Semplice e lineare. Peccato che spesso le fortunate aggiudicatarie siano le stesse associazioni che già controllano i Cas prefettizi. E visto che nulla vieta di incassare sia i fondi per prima che quelli per la seconda accoglienza dei migranti, le (solite) coop fanno festa doppia.

Facciamo qualche esempio. Il Gruppo Umana solidarietà venne alla luce nel lontano 1993 in una parrocchia di Macerata. Da allora ha fatto passi da gigante fino a convincere ben 24 Comuni ad assegnargli l’amministrazione degli Sprar nel 2016. Non soddisfatto, ha collezionato pure incarichi prefettizi: Cagliari (54mia euro), Ancona, Ascoli Piceno (1.245.312 euro), Piacenza (332.235), Macerata, Roma, Latina, Fermo e il più ricco da 1,6 milioni a Teramo. Per avere un’idea del giro di danaro, basti considerare che nell’ultimo bilancio il Gus ha iscritto “9.319.399 di crediti verso le Prefetture” e “7.250.387 di crediti Sprar”. Totale: oltre 16 milioni da incassare.

E se cercate qualcuno davvero abile nel destreggiarsi tra Cas e appalti comunali, quella è la Camelot di Ferrara, vero dominus dell’accoglienza nella pianura emiliana. Appare tra i gestori dello Sprar di Bologna e nella città estense aveva vinto il bando nel 2014. Poi nel 2015 scoppiò un polverone quando s’interessò del caso l’Anac di Raffaele Cantone. L’accusa era di appalti un po’ opachi (inchiesta archiviata) e il Comune decise di revocare l’affidamento (poi vinto di nuovo da Camelot). Il contrattempo non fu un problema, perché la coop aveva già diversificato gli introiti: dalla prefettura di Bologna, tra il 2015 e il 2016, si è vista liquidare 1.132.453 euro tra affidamenti diretti e fiduciari in ambito Cas.

Non sono tutte uguali, ovvio. Di Sprar ne sa qualcosa anche la NuovaRicerca.AgenziaRes (Coopres), cooperativa fondata più di trenta anni fa nelle Marche. In provincia di Fermo coordina ben sei strutture di seconda accoglienza. Ma loro, a quanto pare, non si sono fatti ingolosire dai Cas e questo è un merito che va riconosciuto. Discorso diverso per la coop Badia Grande di Trapani, che dopo essersi assicurata la gestione del centro comunale cittadino, si è allargata a Generosa, Trapani e Alcamo, fino ad ottenere nel 2017 il maxi-appalto per l’hub di Bagnoli di Sopra a Padova (in due anni importo previsto di 13,6 milioni di euro). Dalla Sicilia al Veneto, l’accoglienza è davvero senza confini.

Ogni tanto viene da chiedersi per quale motivo piccoli centri come Alice Bel colle, 744 anime vicino ad Alessandria, anelino tanto ad avere 15 profughi e 635.108 euro di finanziamento. Poi finisce che a qualcuno sorgano sospetti. Come a Vasto, dove il M5S è andato all’attacco contro l’assegnazione del progetto Sprar alla coop “Pianeti Diversi” per il triennio 2017-2019 (1,6 milioni di euro e 50 immigrati). Perché? Uno degli assessori dopo l’aggiudicazione della gara è stato assunto dal “Consorzio Matrix”, nella cui “compagine sociale” appare proprio la coop vincitrice dell’appalto.

Il diretto interessato nega ogni conflitto di interessi, ma i dubbi grillini rimangono. Peraltro Matrix è lo stesso consorzio che gestisce migranti a Palmoli, Schiavi d’Abruzzo, San Salvo, Lentella e Carunchio. Tutte a Chieti. E poi ha altre strutture nelle provincie di Foggia, Barletta, Andria, Trani. Quanto incassa? Nel 2016 a Chieti si è classificata prima nel bando prefettizio da 9,6 milioni di euro e nel 2015 a suo nome compaiono altri 3.344.684 euro. Vi sembrano pochi?

Non bisogna stupirsi di quanto siano appetibili i progetti di seconda accoglienza. I fondi sono tanti, generosi e pure in crescita. Basti pensare che nel 2003 i profughi nel circuito Sprar erano appena 2mila e quest’anno toccano quota 25.743 tra adulti, minori e migranti con disagi particolari. I titolari dei 638 progetti sono 544 enti locali tra Municipi, province, comunità montane e unioni di comuni: le cooperative fanno a gomitate pur di ottenere l’assegnazione dalla giunta cittadina. Nel lungo elenco ci sono circoli Arci, la Croce Rossa, un’infinita serie di coop bianche, rosse e associazioni cattoliche. Quasi tutte impegnate alacremente sia nell’accoglienza straordinaria che in quella ordinaria. Per una grande collettiva abbuffata.

Le 15 coop dalle "uova d'oro": 100 milioni lucrati sui profughi

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Giuseppe De Lorenzo - Mer, 12/07/2017 - 12:10

Aprono centri di accoglienza straordinari con appalti dati dalle prefetture. E partecipano a più bandi in tutta Italia



La storia insegna che quando la miniera rivela una vena d’oro, i cercatori ci si fiondano. Gli affari sono affari e vale anche per il business dell’immigrazione. Gli 85mila profughi sbarcati in Italia quest’anno sono già nel circolo delle cooperative e altri ancora ne arriveranno.


Il piatto è ricco e fa gola a molti. E così alcune associazioni, più di altre, hanno capito che con l’emergenza migranti i fatturati si possono gonfiare. Come? Partecipando ai bandi di più regioni contemporaneamente. Sono loro i veri “polipi dell’accoglienza”. Un pugno di coop cui lo Stato assegna circa 100 milioni di euro all’anno.

Nel sistema malfermo dell’emergenza italiana, il vero pozzo senza fondo sono i Centri di accoglienza straordinari (Cas) coordinati dalle prefetture. Le coop più voraci nell’accaparrarsi i finanziamenti sono una quindicina. Impossibile citarle tutte. Prendete la Liberitutti di Torino: nata nel 1999, dice di aver come obiettivo “il rilancio di territori in forte crisi”. Sarà per questo che il suo nome appare sulle scrivanie di sette diversi prefetti. Gli incassi percepiti sono da capogiro.

Da Torino, solo nel 2015, nelle sue tasche sono finiti 893.400 euro. Netti. L’importo nel 2016 si è fatto più grosso: 4.945.017 euro (in parte da spartire con la “sorella” Crescere Insieme). Ad oggi la prefettura dichiara di averne versati “solo” 237.322, ma per far lievitare il fatturato basta attendere. Oppure allargare i propri confini. Quest’anno infatti Liberitutti dal Nord è scesa fino a Palermo come Garibaldi con i Mille. Mille motivazioni per farlo, anzi: migliaia. Come i soldi che ruotano attorno ai centri profughi che ha sparsi in tutto il Paese: Alessandria (56.000 euro), Genova (267.597 euro) e Cuneo (218.396 euro). Il totale? In due anni 1.301.389 euro già incassati e ancora in ballo altri 7,6 milioni.

Per carità: ci sono anche le cooperative cui non serve spostarsi molto per generare fatturati invidiabili. La Pietra alta da Biella si è allargata solo a Cuneo e Torino e nel 2016 ha messo insieme appalti del valore di 2,2 milioni. Oppure Caleidos di Modena, che rimanendo legata al suo territorio si è vista assegnare 8.450.729 euro. Ma la strategia che paga di più è quella della Versoprobo di Vercelli. Il motto: puntare su “strutture che possano ospitare numeri considerevoli di persone” e rivolgersi a più regioni.

Chi più profughi ha, più ne prenda. E così nel 2016 conquista appalti da Savona a Palermo, passando da Verbano, Biella e Asti. Poi ci sono gli importi stellari: 1,1 milioni a Torino, 1.6 milioni ad Alessandria, 444mila a Varese e 668mila euro incassati da Novara. Sommando solo i dati resi pubblici da alcune prefetture, Versoprobo l’anno scorso si è aggiudicata oltre 4,4 milioni di euro. Una vera fortuna.

La dea bendata da anni bacia senza sosta anche Domus Caritatis (investita da Mafia Capitale), Tre Fontane e Senis Hospes. Le prime due fanno parte del consorzio “Casa della Solidarietà”, che a sua volta rientra nel circuito di “La Cascina”. Un castello di società attorno a cui ruotano ancora diversi milioni di euro l’anno. Sono gli affari d’oro dei consorzi e delle loro consorziate. Codeal, per citarne uno, oltre all’importo da 1.406.590 vinto a Torino, con la sua rete ha messo le mani pure sull’accoglienza nei dintorni di Lodi e Asti e nel 2017 ha tentato la fortuna a Piacenza.

Tra le associate spicca la Leone Rosso, coop di giovani che ad Aosta registra circa 133 migranti e che a Torino nel 2016 aveva una convenzione da 542mila euro. Per non farsi mancare nulla, la prefettura di Modena gli aveva riservato (in coppia con “L’Angolo”) 1milione e 360mila euro (518mila già liquidati). Il consorzio Agorà, invece, solo a Genova si è aggiudicata oltre 5,8 milioni di euro, incassandone per ora 2,8 milioni. L’anno precedente era stato altrettanto prolifico, con 2.505.513 euro portati a casa. Sarà un caso che nel 2015 il fatturato aggregato è cresciuto del 15% rispetto al 2014?
E’ il magico potere dei profughi.

Ne sa qualcosa la Lai Momo di Sasso Marconi, ridente cittadina alle porte di Bologna. La società nasce come casa editrice “di comunicazione sociale e educazione al dialogo interculturale”. Poi però da dieci anni “in modo progressivo” ha incrementato l’attività “nel campo dei servizi per l’immigrazione”. E che incremento! Nel 2016 coordinava (con altri) l’Hub Regionale “Centro Mattei”, gestiva 31 Cas nell’hinterland bolognese, collaborava con altre coop alla gestione di ulteriori due centri e partecipava pure al progetto Sprar. Facciamo i conti? L’anno scorso dalla prefettura ha ricevuto 832.339 euro e si è dovuta spartire con altre colleghe 6,8 milioni di euro.

In fondo il bilancio parla chiaro: il fatturato è passato da 3,2 milioni di euro nel 2015 a 5,3 milioni nel 2016. Con un utile di esercizio di 883.992 euro. Perché nell’affare dell’accoglienza si distingue chi ha le mani in più piatti. E in questo sport alcune coop non hanno rivali.

Anziani e disabili non bastano. Le coop vogliono i migranti

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Giuseppe De Lorenzo - Lun, 24/07/2017 - 10:53

Le cooperative nate per disabili e anziani fiutano le opportunità dell’emergenza sbarchi. E così aprono le strutture per gli immigrati



Perché limitarsi a disabili, anziani e asili nido, quando c’è la possibilità di aprire ai profughi? Il biennio 2015 è diventato per molte cooperative una sorta di spartiacque.


Quando le prefetture erano con l’acqua alla gola nella gestione dell’emergenza sbarchi, presidenti e soci devono essersi chiesti: ci trasformiamo pure noi in campioni dell’accoglienza? Risposta positiva.
E così si sono fatti avanti un po’ tutti. Ti sei sempre occupato di neonati? Nessun problema. Sei la Vigilanza Incendi Boschivi? Va bene lo stesso. Gli amministratori hanno fiutato l’opportunità e si sono gettati a capofitto sull’immigrazione. Alcune cooperative lo dichiarano apertamente: l’Entropia Coop, per esempio, ha sempre svolto attività per “persone con disagio psichiatrico”. Poi all’improvviso arriva l’illuminazione: “Dal 2015 accogliamo persone migranti richiedenti asilo”.

E manco a dirlo l’associazione dell’Alto vicentino si assicura un rimborso dallo Stato. Ma “La Esse” di Treviso ha fatto di meglio: la sua nascita, frutto della fusione tra Il Sestante e Servire, risale infatti all’11 novembre 2015. Giovani, ma efficaci: passano due mesi e dal nuovo anno si aggiudicano subito 865.385 euro. Un bello sprint. Nello scatto per accaparrarsi i fondi governativi per l’immigrazione, però, a distinguersi sono state le residenze per anziani.

Sembra un controsenso, ma non lo è. Se pannoloni e dentiere non bastano più, ci sono sempre i richiedenti asilo da coccolare. Prendete la cooperativa La mia Badante di Padova. Il nome è tutto un programma e viene da chiedersi cosa c’azzecchi con i profughi. Nata nel 2014, “si pone l’obiettivo di migliorare la qualità della vita di persone” cui occorrono “badanti, assistenza (...), baby sitter e operatori domestici". Chiaro, no? Eppure nel 2016 è tra gli aggiudicatari di un bando da 16,3 milioni di euro per i centri di accoglienza straordinaria (Cas). E quest’anno risulta quinta nella graduatoria d’appalto offrendo 139 posti. Forse anche i migranti avevano bisogno di una colf.

Di esempi simili nei conti spesa delle prefetture ce ne sono a decine. Tutte un tempo dedicate a disabili, tossicodipendenti o anziani e ora riconvertite ai profughi. Come a Cosenza la “Villa Caterina” (604.440 euro) e la Srl Letizia (1.007.400 euro), oppure la Casa di riposo “Tavallini" di Vercelli (232.147 euro). Dal canto suo il Centro di solidarietà l’Ancora, che si occupava di dipendenze e adolescenti, ha aperto centri di accoglienza a Imperia e Cuneo (353mila euro). E si è iscritta all’elenco dei camaleonti pure la Anteo di Biella, un colosso capace di fatturare oltre 54 milioni di euro: può vantare 35 residenze per anziani e altre decine di attività, ma i migranti nel 2016 hanno comunque garantito l’assegnazione di 1,6 milioni di euro.

Un altro impero in grado di adattarsi abilmente alla situazione è il consorzio Multicons. Esperti di giardinaggio, derattizzazione e servizi alla persona, “negli ultimi mesi” si sono “dedicati” ai richiedenti asilo. Tanto che il gruppo è arrivato a gestire “oltre 400 immigrati” attraverso la consorziata “Servizi Toscani”. E così a Firenze la prefettura gli ha liquidato 2.089.528 euro e a Massa Carrara l’importo destinato era di 347mila. Mica male per chi s’intende di disinfestazione e traslochi. “Non avevamo mai pensato all’accoglienza migranti", diceva due anni fa Tiziana Bianchessi, allora presidente dell’associazione “A braccia larghe” di Romanengo.

Poi però è arrivata la magica chiamata della Prefettura e “abbiamo creato gli spazi”. In cambio, ovviamente, ha ricevuto 537.740 euro in due anni. Che non fanno mai male. Agli stranieri non dovevano averci pensato molto neppure dalle parti di via Saffi a Bologna, prima che arrivasse l’ondata (di denaro). Sul sito della coop Aurora si trovano solo foto di festosi anziani, dettagliate descrizioni sulla qualità dei servizi e nessun riferimento ai profughi. Evidentemente deve essere scattato qualcosa: dopo una prima esperienza nel 2015, l’anno scorso ha incassato 1.610.960 euro per il sistema dei Cas di Ravenna. Una curiosità: l’importo previsto dal contratto era inferiore, ovvero poco più di un milione.

E gli altri 610mila euro? O si tratta di un errore di registrazione, oppure gli immigrati (e i profitti) si sono moltiplicati. Chissà se miracoli simili accadevano anche quando la coop si occupava solo di “persone anziane, disabili ed ammalati”.

"Migranti da bloccare e non da accogliere Oppure l'Italia muore"

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Chiara Giannini - Dom, 23/07/2017 - 09:22

Il generale Marco Bertolini denuncia l'attività delle Ong: «Smettano di portare gli immigrati da noi»



Roma Per risolvere il problema migratorio serve essere più incisivi. Il generale Marco Bertolini, ex comandante del Coi (comando operativo di vertice interforze), ora in pensione, non ha alcun dubbio. Ne ha parlato anche ieri sera nel corso dell'incontro «Italia mediterranea e Italia europea», a Procchio, Isola d'Elba.

Generale, in che situazione versa il nostro Paese?
«L'Italia si trova al centro del Mediterraneo e nel Mediterraneo bisogna essere forti, politicamente, economicamente, culturalmente e, perché no, anche militarmente. Il nostro Paese, invece, non vuole esercitare la forza. In quest'area si scontrano gli interessi di altri Paesi fortissimi, che sono i classici vasi di ferro e se noi ci proponiamo come vaso di coccio, perché abbiamo dei confini porosi, perché accettiamo chiunque arrivi, perché siamo passivi nei confronti delle iniziative politiche e militari degli altri, siamo destinati a pagarla molto cara».

Dove pensa arriveremo se dovessimo proseguire su questa strada?
«Se dovessimo andare avanti in questa maniera scompariremo. Si usa il termine sovranità come se fosse una bestemmia dimenticando che, invece, è il valore per cui hanno giurato i militari, ma anche i ministri».

Con la linea suggerita dall'est Europa pensa cambierebbe qualcosa?
«Sicuramente potremmo essere meno passivi nei confronti dell'immigrazione. Il problema va risolto in Africa, ma non possiamo aspettare anni. Come facciamo a ridurre il flusso? Non possiamo costruire un muro in mezzo al Mediterraneo, ma possiamo fermare, ad esempio, le Ong».

A proposito di Ong, che pensa del loro operato?
«Che la devono smettere di prendere i migranti e di portarli da noi, che passivamente li dobbiamo subire, visto che rimarranno qua. Adesso, di fatto, c'è quasi un servizio di traghettamento che non fa sicuramente i nostri interessi».

Che pensa del codice di comportamento per le Ong voluto dal ministro Minniti?
«Il ministro Minniti sta dimostrando di avere a cuore la situazione. Non so se sarà sufficiente, ma il fatto di imbrigliare il comportamento delle Ong che si sentono libere di fare quello che vogliono e andare dove vogliono è positivo. Cominciamo, però, a controllare il loro operato e, magari, interrompiamolo».

E il ruolo della Marina militare? È corretto ciò che stanno facendo?
«La Marina sta partecipando a operazioni importanti come EunavforMed, poi depotenziata, che era finalizzata a interrompere il flusso migratorio. Catturando scafisti e distruggendo le barche. Sicuramente la presenza della Marina può servire come deterrente».

Cosa si potrebbe fare di più?
«Il dibattito in Italia su cosa fare nei confronti di questo fenomeno è incentrato su come accoglierli e distribuirli, invece dovrebbe essere incentrato su come fermarli».

Pensa ci sia un disegno dietro a questa invasione?
«Non ho elementi, ma ci sono politici che dicono che noi dei migranti abbiamo bisogno perché non facciamo più figli. Dimenticano di dire, però, che i motivi per cui non facciamo più figli sono dovuti alle scelte fatte da loro perché è stata distrutta la famiglia, ci sono state politiche contro la natalità, provvedimenti umilianti per la famiglia naturale a favore di una famiglia sterile che non fanno bene. Abbiamo bisogno di giovani, ma non possiamo importarli e non possiamo sostituire gli italiani con i cittadini acquisiti ai quali si dà un passaporto».

Come valuta la risposta del governo ad Austria e Ungheria?
«Gentiloni ha risposto in maniera piccata nei confronti dell'Ungheria e mi è piaciuto, perché non dobbiamo prendere lezioni da nessuno, ma avrei gradito che gli stessi toni li avessimo utilizzati quando ci hanno imposto delle sanzioni alla Russia che vanno solo contro i nostri interessi».

Hanno ragione loro

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Alessandro Sallusti - Sab, 22/07/2017 - 21:22

Siamo cornuti e mazziati. Sugli immigrati il governo ci ha tradito e ora riceviamo pure schiaffoni da mezza Europa



Siamo cornuti e mazziati. Sugli immigrati il governo ci ha tradito e ora riceviamo pure schiaffoni da mezza Europa.

Ieri l'altro gli austriaci ci hanno chiesto ufficialmente di lasciare i profughi sulle isole e non permettergli di mettere piede sul continente. Adesso ci dà ordini anche il premier ungherese Viktor Orban. Insieme ai quattro leader del gruppo di Visegrad (oltre all'Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia) ha scritto una lettera a Gentiloni chiedendo che l'Italia chiuda i suoi porti all'accoglienza. Saranno anche prese di posizione ad uso interno (in alcuni di questi Paesi si sta per andare a votare) ma è innegabile che la nostra sciagurata politica sta creando preoccupazione e problemi in tutta Europa. Il primo istinto è di mandare tutti questi signori a quel paese, un po' per orgoglio, un po' a difesa della sacrosanta sovranità nazionale che ci dovrebbe consentire di fare ciò che vogliamo senza obbedire a ordini o rendere conto ad altri Paesi.

Ma c'è un però. Sbollita l'indignazione per l'indebita interferenza, siamo poi così sicuri che Austria, Ungheria e soci non abbiano ragione a pretendere un cambio di rotta dell'Italia? Io penso sì, penso che i nostri vicini abbiano tutto il diritto di pretendere che l'Italia tappi la falla, perché nessuna catena (in questo caso l'Europa) è più forte del suo anello più debole (l'Italia). Ciò che entra in Italia, entra in Europa, quindi in Austria, in Ungheria nella Repubblica Ceca (eccetera eccetera) che di questa invasione non ne vogliono sapere. Sbagliano loro? Non credo. Anzi, penso che abbiano ragione e che la loro preoccupazione sia aggravata nel sapere che il presidente della Camera italiana, Laura Boldrini, quello dell'Inps Tito Boeri e il nostro governo (che insiste sulla legge dello ius soli) sono per allargare ulteriormente le maglie degli ingressi.

Cosa c'è di «incomprensibile» in tutto questo? È il caso in cui l'ascolto varrebbe più della fermezza. Perché stare fermi su una posizione assurda, fallimentare e pericolosa non è da «italiani schiena diritta» ma da stupidi. Cosa altro deve succedere perché si prenda atto che è arrivato il momento di sigillare, con le buone o con le cattive, le nostre coste? Gentiloni, che è uomo di buon senso, bene farebbe a non cadere nella trappola che sta inghiottendo tutti i nostri politici che non hanno il coraggio di guardare in faccia la realtà

Salvini, solidarietà all'agente sospeso: "Io sto con lui è la Boldrini che sbaglia lavoro"

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Gabriele Bertocchi - Sab, 22/07/2017 - 10:54

Matteo Salvini è intervenuto sul caso del poliziotto sospeso per i commenti razzisti e sulla presidente della Camera. Il leader leghista ha espresso la sua solidarietà all'agente

Sul caso del poliziotto sospeso dopo aver filmato un extracomunitario che viaggiava in sella a una bicicletta nella corsia di emergenza dell'autostrada è intervenuto il leader della Lega Nord Matteo Salvini.

Solidarietà dalla Lega

Nella mattinata di sabato 22 luglio, il leghista scrive: "Io sto con questo Poliziotto! Altro che sospensione, merita un premio per aver evitato morti o feriti. È la Boldrini che ha sbagliato lavoro". Il post ha rapidamente raggiunto oltre mille condivioni e altrettanti commenti in favore dell'agente sospeso.

Il poliziotto dopo un'inchiesta intera fatta dai superiori dell'uomo è stato sospeso ed è stato aperto un procedimento disciplinare contro di lui. Non solo è scattata anche una segnalazione alla procura di Torino che starebbe valutando eventuali ipotesi di reato. Nel video girato dal poliziotto lo si sente dire: "Risorse della Boldrini, ecco come finirà l'Italia: tutti su una Graziella in autostrada a comandare". E ancora: "Voi che amate la Boldrini, voi che avete voluto questa gente... Goditi questo panorama, ecco le risorse della Boldrini: un tipo che pedala sulla Graziella pensando che fosse una strada normale, con le cuffiette in testa".

Solidarietà che arriva anche da Roberto Calderoli, vicepresidente del Senato e responsabile organizzazione e territorio della Lega Nord: "Esprimo tutta la mia solidarietà e vicinanza al poliziotto sospeso solo per aver fatto una battuta, non offensiva, in cui faceva riferimento al presidente Boldrini".

E ancora: "Vorrei capire la logica per cui lunedì un agente di Polizia, a Milano, si prende una coltellata da un immigrato clandestino mentre sta facendo il suo dovere e nessuno nelle alte sfere istituzionali, nemmeno la presidente Boldrini, si indigna, come nessuno si indigna per l’immediata scarcerazione del suo aggressore, espulso in quanto clandestino, ma senza scontare un giorno di carcere per aver tentato di uccidere un uomo, e poi invece un altro agente, che tra l’altro sta compiendo un importante intervento per evitare gravi incidenti per colpa di un immigrato che sta pedalando in bici in autostrada, viene sospeso dal servizio solo per una battuta per nulla offensiva e che la maggior parte dei cittadini sicuramente condividono. In questo Paese è più grave fare una battuta che sferrare una coltellata per uccidere?".



"Se i sondaggisti facessero un’indagine tra i cittadini per sapere se condividono il pensiero del poliziotto sospeso dal servizio, solo per una battuta non offensiva sulle ‘risorse’ della signora Boldrini, si sfiorerebbe il 100% dei consensi. Grazie a questo agente per aver fatto bene il suo dovere, gestendo al meglio un’emergenza che poteva degenerare in tragedia, evitando un incidente in autostrada per colpa di questo immigrato in bici, e massima vicinanza per aver detto quello che tutti noi pensiamo. 

E, aggiungo, che in tanti pensano anche a sinistra, parlamentari inclusi: per la signora Boldrini esistono solo gli immigrati, tutti bravi e belli nelle sue dichiarazioni, peccato che poi la stessa Boldrini taccia in maniera imbarazzata quasi ogni giorno quando le sue ‘risorse’ commettono reati di ogni genere. Signora Boldrini perché lunedì non ha detto nulla del clandestino che ha accoltellato un poliziotto a Milano? Sono queste le risorse della signora Boldrini? Immigrati che accoltellano i poliziotti o girano in bici in autostrada rischiando di provocare incidenti? Credo davvero che oggi tutti i cittadini di buon senso stiano dalla parte di questo bravo poliziotto ingiustamente e assurdamente sospeso dal servizio": ha dichiarato l'on.Paolo Grimoldi, deputato della Lega Nord e Segretario della Lega Lombarda

Immigrato devasta la cittadina. I residenti: "Pronti alla vendetta"

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Claudio Cartaldo - Sab, 22/07/2017 - 16:14

La tensione si taglia con un coltello. A Somma Lombardo i cittadini sono in fibrillazione per quanto successo ieri, quando un immigrato è uscito dal centro di accoglienza e ha distrutto la città e alcune auto con una mazza, dicendo che era stato invitato a farlo "da uno spirito".



I danni sono stati ingenti e la Lega Nord ha già chiesto l'espulsione del responsabile. Il profugo è un 32enne del Burkina Faso, ospitato nel centro gestito dalla società privata Kb Srl di Roberto Garavello e della compagna. Dopo essere stato fermato dalle forze dell'ordine è stato portato all'ospedale di Busto Arsizio per un Tso immediato. "Non aveva mai manifestato nessun segnale di squilibrio", ha detto Garavello a Libero. Assicurando che provvederà personalmente a ripagare i danni provocati dal migrante.

La promessa di risarcimento, però, non ha accontentato i residenti. Come scrive Libero, infatti, "alcuni abitanti di Somma Lombardo hanno espresso il proprio sdegno con interventi irosi, addirittura feroci, scagliandosi contro i migranti e minacciando di vendicarsi non appena se ne presentasse l'occasione". Il sindaco Stefano Bellaria ha provato a rasserenare gli animi, dicendo che bisogna "evitare lo spirito di emulazione".

Il piano Bonaparte per saccheggiare la ricchissima Italia

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Simon Scarrow - Dom, 23/07/2017 - 10:17




Il ministro della Guerra accennò alla sedia che era stata posizionata di fronte alla sua scrivania. «Prego, generale di brigata Bonaparte, accomodatevi».

Napoleone obbedì, e Carnot si piegò in avanti. «Vi siete ferito alla testa». Per un attimo, Napoleone pensò di raccontargli quanto era accaduto la sera prima, ma poi considerò che sarebbe potuto sembrare inappropriato, per un ufficiale del suo rango, farsi coinvolgere in una rissa da strada.
Si schiarì la gola. «Ho avuto un giramento di testa, cittadino. Sono inciampato e caduto da una rampa di scale».

«Spero comunque che siate abbastanza lucido».
«Sì, signore. Naturalmente».
«Molto bene, perché il Comitato di Salute Pubblica vuole un vostro parere in merito ad alcune questioni». Carnot sorrise. «A quanto sembra, siete considerato un esperto di affari militari italiani».
Napoleone sentì la mente riempirsi di pensieri. Era vero che gli era stato chiesto di ideare alcuni piani per le campagne dell'Armata d'Italia, e lui aveva scritto alcune considerazioni sul potenziale militare di Genova, ma questo lo poteva davvero far considerare un esperto in materia? Se avesse accettato quell'affermazione con troppa sicurezza, avrebbe rischiato di passare per impudente. D'altro canto, quella poteva essere l'opportunità che cercava per migliorare le sue prospettive. Raddrizzò la schiena e annuì con modestia, mentre rispondeva. «È vero che ho un'ottima conoscenza della situazione italiana, cittadino. Tuttavia, non sono in contatto diretto con tali operazioni militari da diversi mesi, ormai».

«Dunque non siete a conoscenza degli ultimi rapporti dal fronte?».
Napoleone si strinse nelle spalle. «Leggo i giornali, cittadino».
«I giornali non sono certo rapporti militari». Carnot tirò su con il naso. «A parte che neppure loro sanno delle ultime novità. Ma ne saranno messi a parte molto presto. Qualche idiota del Comitato lo rivelerà a qualcuno dei suoi amici, e la notizia si diffonderà per tutta Parigi più velocemente di un'epidemia di gonorrea». Carnot si piegò in avanti, fissando Napoleone dritto negli occhi. «Il generale Kellermann e i suoi uomini hanno subìto un'altra sconfitta. L'Armata delle Alpi è in rotta, e non mi sorprenderebbe sapere che Kellermann è già arrivato a metà strada da qui, tanto velocemente se l'è data a gambe».

Napoleone provò una forte irritazione nel sentir parlare in modo tanto irrispettoso dell'eroe di Valmy, e d'istinto si schierò dalla parte dell'ufficiale. «Il generale deve aver avuto i suoi motivi per ritirarsi, cittadino».

«Oh, ne sono certo anch'io». Carnot agitò una mano. «Ma chiamiamo le cose con il loro nome, Bonaparte. Questa non è stata una ritirata, è stata una rotta pura e semplice. Il generale è stato sconfitto. Quello che il Comitato vuole sapere è se vale la pena di rinnovare i nostri sforzi per strappare l'Italia all'Austria, o se invece dovremmo accontentarci di difendere i nostri confini. Voi conoscete il territorio, i punti di forza e le debolezze del nemico, e sapete di cosa sono capaci i nostri uomini. Dunque, cosa consigliereste di fare?».

Napoleone richiamò alla mente tutte le conoscenze che aveva del fronte italiano, e costruì silenziosamente la sua risposta prima di parlare. Ci fu solo una breve pausa, e poi cominciò il suo discorso, elencando i vari punti sulle dita.

«Abbiamo bisogno dell'Italia. La tesoreria francese è quasi vuota. Se riusciremo a strappare all'Austria le province italiane, ne ricaveremo molta ricchezza. Potremmo perfino ottenere abbastanza denaro da ripagarci la guerra. Inoltre, gli italiani non sono contenti di sottostare al giogo austriaco. Se la Francia prometterà loro la libertà e delle riforme politiche, potremo assicurarci di ottenere il loro favore, tranne quello degli aristocratici più radicali. Potremmo anche fare buon uso dell'inimicizia tra Genova, la Lombardia, Venezia, Roma e Napoli. Mettendo questi territori gli uni contro gli altri, potremmo conquistarli uno alla volta».

«Ma prima dovremo sconfiggere gli austriaci».
«Sì, cittadino. E credo che possiamo farlo. I loro soldati sono forti. Ma stanno combattendo ormai da molto tempo in Italia. Molti sono parecchio più anziani dei nostri uomini. Tutto ciò di cui i nostri hanno bisogno è il giusto comandante. Qualcuno che sia in grado di risvegliare i loro sentimenti patriottici...». Napoleone si fermò per un attimo, permettendo a Carnot di arrivare all'inevitabile conclusione di quel discorso. Poi inspirò e continuò: «Un uomo con la reputazione del generale Kellermann è più che adatto a questo compito».

«Non sento molto entusiasmo in questa proposta». Carnot sorrise. «Per un attimo, ho creduto che vi sareste offerto volontario».
«No», protestò Napoleone, cercando di sembrare sincero. «Io non sono pronto a comandare un esercito. Sarebbe un'idea assurda».
«Lo so. Ed è per questo che sono lieto che non l'abbiate suggerita. Vi prego, continuate».
«Sì. Ebbene, lasciando da parte la questione del morale, agli austriaci manca la mobilità. Non avanzano mai senza portarsi dietro lunghe colonne di vettovaglie. Se i nostri riusciranno a vivere di quello che offre il territorio, potranno spostarsi molto più rapidamente del nemico. Potremmo tagliare le loro comunicazioni a volontà, e combattere una guerra di manovra». Le idee gli stavano venendo in mente con tale rapidità che Napoleone si costrinse a rallentare. Se voleva che le sue parole avessero un peso presso i membri del Comitato, doveva evitare di sembrare un semplice avventuriero. Doveva presentare la sua tattica in modo razionale e ponderato. A quel punto, continuò il discorso.

«Questi sono i miei argomenti a favore del proseguimento dell'offensiva, cittadino. Naturalmente, bisogna considerare le opportunità e i rischi della strategia opposta, cioè quella di proteggere soltanto i nostri confini. In questo caso, servirebbe un gran numero di uomini fissi in una linea di difese statiche. Dovrebbero essere riforniti regolarmente, e questo richiederebbe una notevole spesa. Inoltre, il tipo di attività che si troverebbero a svolgere finirebbe per fiaccare la loro voglia di combattere. E poi c'è da considerare che, in questo modo, lasceremmo l'iniziativa agli austriaci. Se volessero tentare di invadere le nostre coste meridionali, potrebbero scegliere liberamente quando e dove farlo, e la Francia sarebbe costretta a contrattaccare in forze solo per difendere i confini».

Carnot sollevò una mano per fermare Napoleone. «Ho capito dove volete arrivare con la vostra analisi, Bonaparte. Il consiglio, dunque, è di continuare con l'offensiva?».
«Francamente, cittadino, non vedo alcuna alternativa accettabile. Se il generale Kellermann non attaccherà subito, la Francia sarà costretta ad affrontare una controffensiva ben più costosa, più avanti, e con obiettivi molto più limitati». Si appoggiò allo schienale della sedia. «Secondo me, dovremmo fare ogni possibile sforzo per spazzare via gli austriaci da questa guerra, se non altro sul fronte italiano».

Carnot lo fissò di rimando, il volto lievemente corrucciato, mentre valutava le parole di Napoleone. «Le vostre considerazioni sono molto interessanti, e di certo le riporterò agli altri membri del Comitato. C'è un'ultima faccenda che richiede di essere discussa, ossia chi dovrebbe comandare l'esercito, sia che resti sulla linea di difesa, sia che venga inviato al fronte. Il generale Kellermann non è più tanto giovane...». Napoleone ignorò di proposito l'invito a fare commenti in proposito, e a quel punto Carnot fu costretto a continuare. «Diciamo che la sua esperienza sarebbe al momento più utile in mansioni di tipo amministrativo. Non siete d'accordo?»

«Non è appropriato, per un ufficiale subordinato, dare simili giudizi riguardo a un suo superiore, cittadino. Io sono un semplice soldato, e sono disposto a discutere unicamente di fatti».
L'altro uomo sorrise. «È vero che siete un soldato, ma non è affatto vero che siete un semplice soldato, quanto a questo. Credo che se utilizzaste i vostri talenti in campo politico con l'astuzia con cui li utilizzate in campo militare, sareste un uomo da tenere d'occhio. Soprattutto in un periodo in cui così tanti soldati sembrano nutrire ambizioni politiche».

©2007 Simon Scarrow
©2017 Newton Compton editori

US Navy, entra in servizio la portaerei più potente del mondo

ilgiornale.it
Franco Iacch - Sab, 22/07/2017 - 14:19

La portaerei Gerald R. Ford (CVN 78), capofila dell’omonima classe, in servizio da oggi. Alla cerimonia il Presidente Donald Trump ed il Segretario alla Difesa Jim Mattis.



La Marina Militare degli Stati Uniti autorizzerà tra poche ore la portaerei Gerald R.

Ford (CVN 78), capofila dell’omonima classe e dedicata al 38 ° Presidente USA, ad entrare in servizio presso la stazione navale di Norfolk, sulla costa Virginia. Alla solenne cerimonia, come tradizione, saranno presenti il Presidente Donald Trump ed il Segretario alla Difesa Jim Mattis. La classe Gerald R. Ford (sposta circa 100.000 tonnellate proprio come la classe CVN-68) andrà a sostituire gradualmente i vettori classe Nimitz, in servizio da oltre 40 anni. La USS Nimitz (CVN-68) è entrata in servizio il 3 maggio del 1975.

Il Congresso degli Stati Uniti ha già autorizzato la costruzione di tre vettori classe Ford per una spesa complessiva di 43 miliardi di dollari. Oltre alla capofila, sono stati stanziati fondi per sviluppare e costruire la USS John F. Kennedy (CVN 79) e la USS Enterprise (CVN 80). La classe Ford è progettata con una serie di miglioramenti rispetto alla classe Nimitz che dovrebbero aumentare notevolmente la qualità della vita per i marinai e ridurre i costi di manutenzione per la Marina.

La classe Ford (che si basa sullo scafo della Nimitz con interni riconfigurati) implementa misure di sopravvivenza migliorate e requisiti di manutenzione ridotti per una risparmio, secondo le proiezioni della Marina, di quattro miliardi di dollari durante l’intero arco temporale di ogni singola unità. Le unità della classe Ford entreranno in bacino di carenaggio una volta ogni dodici anni. Rispetto ai precedenti vettori classe Nimitz, la classe Ford migliora o introduce 23 tecnologie. Dopo la messa in servizio, la Gerald R. Ford (CVN 78), sarà sottoposta ad una serie di test condotti dalla US Navy. Il primo pattugliamento operativo è previsto per il 2020 con componente aerea schierata tra il 2021 ed il 2022. La portaerei Gerald R. Ford (CVN 78) è costata 13 miliardi di dollari.

Il concetto di proiezione della US Navy

Le portaerei sono la massima espressione della potenza degli Stati Uniti nel globo. Rappresentano un’essenziale piattaforma nello scacchiare geopolitico della proiezione globale. Oltre al ruolo primario di piattaforma d’attacco, forniscono sostegno alle truppe sul campo di battaglia. La mobilità è la loro principale forza. Agendo da acque internazionali, gli Usa (e proporzionalmente anche la Gran Bretagna) non hanno bisogno da alcuna autorizzazione per proiettare la propria potenza. Le portaerei possono operare soltanto in determinati contesti permissivi: praticamente ovunque poco dopo la guerra fredda. L’ascesa della superpotenze come la Cina e la Russia, ha richiesto delle distanze di sicurezza.

significa una limitazione alla capacità di proiezione del potere nel globo e la rivisitazione della strategia aeronavale. La Marina più potente del mondo è passata da un raggio d’azione in proiezione di 800 miglia nautiche nel 1996 a 500 nel 2006. La riduzione della proiezione imbarcata Usa è coincisa con l’entrata in servizio dei sistemi Anti-Access/Area Denial cinesi e russi e con sistemi d’arma con un raggio d’azione superiore alle mille miglia nautiche. Dalla seconda guerra mondiale ad oggi, i vettori americani sono stati pensati per supportare piattaforme in grado di assestare un colpo mortale contro i centri nevralgici del nemico. Dal Vietnam ad oggi, la Marina Usa ha continuato a perfezionare la sua capacità di colpire il nemico in profondità, imbarcando a bordo delle portaerei fino ad 80 velivoli multiruolo (negli anni continuamente modificati).



La fine della guerra fredda, però, è considerato il punto di rottura. Iniziano ad uscire di scena piattaforme pensate per la penetrazione profonda come l’A-6 Intruder. La decisione di cancellare anche il sostituto dell’Intruder, l’A-12 Avenger II, è oggi considerato uno degli errori più grandi della US Navy. Con il ritiro del servizio del Tomcat, una piattaforma missilistica per i Phoenix, la Marina iniziò ad imbarcare gli F/A-18 Hornet, originariamente concepiti come caccia per il combattimento manovrato e da attacco leggero. Gli Stati Uniti mantengono ancora un vantaggio su Russia e Cina sotto il profilo del targeting mentre il dominio sullo spettro elettromagnetico è ormai combattuto ad armi pari.

Le criticità della classe Gerald R. Ford

La costruzione della Ford (CVN 78) ha avuto inizio nel novembre del 2007 presso le Huntington Ingalls Industries a Newport News, Virginia. Tra le migliorie introdotte una nuova centrale nucleare, un'isola ridisegnata, catapulte elettromagnetiche, sistema d'armi ottimizzato ed un nuovo ponte di volo. Secondo le specifiche, la classe Gerald R. Ford dovrebbe essere in grado di lanciare 220 aerei al giorno, al ritmo di uno ogni sei minuti. Nel 2013, il costo della nave è stato stimato in 12,8 miliardi di dollari, il 22 per cento in più rispetto a quanto previsto nel 2008. Altri 4.7 miliardi sono stati spesi anche in ricerca e sviluppo.

Nel 2013, il Government Accountability Office lamentava “inaffidabilità nei principali sistemi della nave che saranno risolti soltanto anni dopo l’entrata in servizio della prima unità. Ciò limiterà l'efficacia della nave durante le distribuzioni iniziali e probabilmente aumenterà i costi”. Esattamente un anno fa, Michael Gilmore, ormai ex direttore dei test operativi e responsabile della valutazione dei sistemi d’arma per il Dipartimento della Difesa, lamentava “problemi di scarsa o sconosciuta affidabilità”.

Gilmore lamentava limitate capacità di combattimento.
“Sulla base delle stime di attuali, è improbabile che la CVN-78 possa condurre operazioni di volo ad alta intensità per più di 24 ore, rispetto al pre-requisito di quattro giorni. Le mie preoccupazioni circa l'affidabilità di questi sistemi rimangono ed i problemi rimangono irrisolti. Il cavo d'arresto presenta le più gravi limitazioni ed è improbabile che possa sostenere operazioni di volo ad alta intensità. L’affidabilità di 24 arresti tra lanci critici, è ben al di sotto delle aspettative ed al minimo requisito per avere successo in combattimento. Il sistema di lancio elettromagnetico è più affidabile, ma desta comunque preoccupazioni. Dati recenti indicano che il vettore può condurre 400 lanci tra guasti critici. Purtroppo ben al di sotto del requisito di 4.166 decolli.

Per avere una probabilità del 90 per cento di completare 24 ore di funzionamento prolungato, il sistema dovrebbe garantire 1600 lanci tra fallimenti critici. L'affidabilità del radar dual-band della Raytheon Co. utilizzato per il controllo del traffico aereo e per l’auto-difesa contro aerei e missili è sconosciuta. I test si basano ancora su un software in fase di sviluppo ed alcuni problemi di affidabilità hardware sono emersi. Nonostante i tassi di fallimento siano scesi, il radar non sarà completamente testato fino a quando la nave sarà in mare”. Lo scorso anno, la USS Gerald R. Ford registrava una probabilità inferiore al 7% di portare a termine quattro giorni di combattimento.
La Marina ritiene superati o in via di risoluzione le criticità riscontrate lo scorso anno.

Le tecnologie della classe Gerald R. Ford

La catapulte elettromagnetiche
La nave è alimentata da due reattori nucleari AB1 di nuova concezione della Bechtel in grado di generare seicento megawatt di energia elettrica. Triplicate le capacità, duecento megawatt, della classe Nimitz (tale energia potrebbe un giorno alimentare armi laser). La classe Ford necessita di tale potenza anche per alimentare le catapulte elettromagnetiche. Le catapulte convenzionali sfruttano la pressione del vapore per lanciare il gruppo aereo imbarcato sulle portaerei. Per raggiungere l’efficienza energetica e concentrare la pressione ottimale per lanciare in sicurezza un velivolo, è necessario del tempo che limita inevitabilmente i tassi di sortita.

L’Electro-Magnetic Aircraft Launch System o EMALS sfrutta la forza elettromagnetica combinata alla spinta dei motori dell’aereo ed alla velocità del vento. Sulla catapulta elettromagnetica non è necessaria alcuna riconfigurazione, diversamente da quanto avviene oggi per quelle a vapore che presentano dei limiti in base alla massa dei velivoli lanciati. Il sistema di lancio elettromagnetico consente flessibilità d’impiego per una varietà di piattaforme che possono decollare dal vettore a pieno carico. L’uso di una forza più costante e regolabile, infine, riduce lo stress sulla struttura degli aeromobili, poiché l’energia cinetica del velivolo in atterraggio è controllata da un motore elettrico.

Advanced Arresting Gear
L’Advanced Arresting Gear sostituirà l’attuale sistema di arresto idraulico utilizzato sulle portaerei degli Stati Uniti. Il sistema AAG è stato progettato per una più ampia gamma di velivoli tra cui gli UCAV. Il sistema elettrico prevede la decelerazione degli aeromobili durante le operazioni di recupero sulle portaerei, fornendo margini di affidabilità e sicurezza superiori rispetto agli attuali asset convenzionali. L’Advanced Arresting Gear utilizza semplici turbine ad assorbimento di energia accoppiate ad un motore a induzione per controllare con precisone le forze di arresto. I lanciatori EMALS e l’Advanced Arresting Gear sono stati sviluppati dagli Stati Uniti per le nuove portaerei classe Gerald R. Ford.

Il presidente Donald Trump, lo scorso maggio, chiese alla Marina di riconvertire le portaerei classe Ford con le catapulte a vapore per gli esorbitanti costi raggiunti. Le unità John F. Kennedy ed Enterprise, attualmente in costruzione, hanno già ricevuto il modulo per le catapulte EMALS. La richiesta di Trump non sembra aver avuto seguito. Se diventasse vincolante, l’intero disegno della classe Ford dovrebbe essere rivisto per accogliere delle nuove catapulte a vapore, non di certo le Mk-13, attualmente in servizio sulla classe Nimitz. La Marina, infatti, non ha alcun piano di riserva qualora Trump dovesse decidere di utilizzare la tecnologia analogica.

Il gruppo di volo

La classe Ford imbarca due squadroni da dieci a dodici F-35C Joint Strike Fighters, due squadroni da dieci a dodici F / A-18E / F Super Hornets, cinque EA-18G Growler, quattro E-2D Hawkeye e due C-2 Greyhound (V-22 Osprey). La classe Ford è già predisposta per lo Stingray MQ-25, il prossimo caccia puro di sesta generazione della Marina ed il nuovo drone intercettore. Per la US Navy, le forze navali della Marina devono includere almeno 11 vettori aerei operativi. Il finanziamento per la quarta portaerei classe Ford sarà annunciato a breve. La proposta di una nuova classe di mini portaerei (high-low mix) da schierare nei contesti dove non è richiesto il grado tecnologico della classe Ford, non avrà seguito.

La femmina? Inferiore all'uomo: il lato sessista di Charles Darwin

ilgiornale.it
Davide Brullo - Sab, 22/07/2017 - 12:07



La questione, in effetti, crea imbarazzo. Ma come, Charles Darwin, lo scienziato che ha dimostrato che deriviamo dalle scimmie, pensa che le donne siano delle galline? Proprio così.

Prendete The Descent of Man, il sequel datato 1871 de L'origine delle specie. «Il potere mentale medio dell'uomo è superiore a quello delle donne». Si dirà, è questione di educazione, di opportunità intellettuali. Macché, replica Darwin, «l'attuale diseguaglianza delle qualità mentali tra i sessi non potrebbe essere annientata da una eguale educazione». Sì. Darwin era sessista. Sposato a una donna di raffinata intelligenza, Emma Wegwood, che gli diede otto figli e gli permise di girare il globo, Darwin riteneva che le femmine stessero bene lì dove stavano, a cucinare e far bebè.

L'epistolario Darwin and Women (Cambridge University Press, pagg. 298, sterline 29.99), che s'inserisce nel ciclopico «Darwin Correspondence Project» (www.darwinproject.ac.uk), creato dall'università inglese con l'idea di mettere a disposizione l'intero epistolario (15mila fogli) dello scienziato entro il 2022 siano strabenedetti i cittadini di sua Maestà: perché da noi non accadono cose simili con le lettere di Manzoni, di Leopardi, di Verga... ha l'evidente intenzione di riabilitare Darwin. Lo ammette la curatrice del tomo, Samantha Evans:

«A leggere come lo scienziato si rivolge alle donne che gli scrivono, pare incredibile che non le considerasse sufficientemente forti o intelligenti». Darwin si scambia una quindicina di lettere con Mary Treat, una entomologa americana, dialoga con Lydia Backer, biologa per diletto e femminista convinta, stimola Arabella Buckley a occuparsi di scienza. Quando Caroline Augusta Kennard, imprenditrice di Boston, antischiavista e emancipata, gli chiede di spiegare meglio le sue teorie sessiste, lo scienziato non retrocede di un passo. «Se le donne sono generalmente superiori all'uomo per qualità morali, sono inferiori riguardo all'intelletto; e mi pare molto difficile, per le leggi dell'ereditarietà, che esse possano eguagliare l'intelletto dell'uomo».

L'unica speranza per le donne di smussare la connaturata inferiorità sarebbe lavorare. Ma questo scombinerebbe «l'educazione dei nostri figli, la felicità delle nostre case». Insomma, per lo scienziato le donne sono l'architrave della società. Basta che stiano a casa a badare ai pupi.

Deve lasciare il suo cane al nipote e scrive una lista di cose da fare che diventa virale sul web

lastampa.it
giulia merlo



Fidarsi di qualcuno con il proprio migliore amico a quattro zampe è molto difficile e questa lista lo dimostra. A scriverla è stata la zia di Tommy, che si è spinta ben oltre nel dettare le regole per il suo adorato cagnolino Pepper. Il ragazzo, divertito, ha pubblicato su Twitter la lista con una foto di Pepper, condividendo con i suoi followers le regole del suo week end in compagnia del cane della zia.
Orari stabiliti in modo precisissimo per i pasti e quantitativi di cibo indicati al millimetro, per una dieta che non danneggi lo stomaco di Pepper. Con una raccomandazione: “Mandami una foto di Pepper ogni giorno, cosi posso essere sicura che stia bene. Apputamento giornaliero su FaceTime con Pepper, così posso parlarle”.



Anche la regola degli obblighi da rispettate per il dogsitter è esilarante: “Non urlare a Pepper: abbaia quando arrivi a casa, quando sente rumori sospetti e per comunicare. Non picchiarla o darle calci, le fai male!. Non farla scappare, devi sapere dove si trova in ogni momento. La cosa più importante però è che tu diventi invidioso perchè non sei come lei”. In allegato, Tommy ha ricevuto anche una lista di attività da fare con Pepper: abbracci, baci e grattatine alla pancia. Ovviamente Tommy è stato un perfetto dogsitter e la lista è diventata virale sui social network, così come le dolcissime foto di Pepper, viziatissima dal suo amico a due zampe.

Il boom economico? Partì da un autogrill

ilgiornale.it
Camillo Langone - Sab, 22/07/2017 - 11:36

Nel 1959 a Fiorenzuola viene inaugurato il primo posto di ristoro europeo. Che aprì la strada al miracolo italiano



Adesso che prendo meno il treno, siccome la fauna che incontro sui regionali e all'uscita delle stazioni mi ha fatto tornare la voglia di guidare, ho riscoperto gli autogrill e dunque il boom economico.

Perché un autogrill, specie un autogrill a ponte, è una macchina del tempo che ci riporta a quel lontano miracolo anche se siamo nel 2017 e il Pil, nonostante l'ottimismo governativo, di sicuro non sta crescendo dell'8,3% come accadeva nell'anno di molta grazia 1961. Quello in foto è il primo autogrill europeo a ponte e venne inaugurato nel 1959 nientemeno che da Oscar Luigi Scalfaro, allora sottosegretario all'Interno.

Nel cinegiornale dell'epoca il futuro presidente della Repubblica taglia il nastro, assiste compunto alla benedizione con tanto di acqua santa e infine si concede una bibita, difficilmente identificabile per colpa del corroso bianco e nero. La pellicola, i gesti, l'abbigliamento delle persone rischiano di far sembrare molto datata un'iniziativa invece avveniristica: l'autogrill a ponte era stato appena inventato, il primo era stato costruito solo nel 1957, ovviamente negli Stati Uniti. A livello mondiale il nostro ritardo era dunque minimo mentre a livello europeo l'iconica struttura democristianamente inaugurata era avanguardia assoluta.

Si trovava e si trova sull'autostrada del Sole all'altezza di Fiorenzuola d'Arda: non credo esista automobilista italiano che non l'abbia vista campeggiare sul lunghissimo rettilineo tra Parma e Piacenza, sebbene aggiornata e ridenominata (al posto della grande scritta Pavesi c'è la A di Autogrill). Sono un ragazzo fortunato e in contemporanea col mio ritorno sull'Autosole proprio questo autogrill ha vissuto un bel rilancio qualitativo, grazie alla consulenza dell'università di scienze gastronomiche di Pollenzo e all'utilizzo di prodotti tipici del Piacentino. Ci sono anche le mezze bottiglie dell'ottimo Vecchia Modena, lambrusco di Sorbara simbolo di emilianità che forse però non dovevo citare, il lettore potrebbe pensare che sono solito guidare in stato di ebrezza: diciamo che ne approfitto quando faccio il passeggero...

Gli autogrill per gourmet non sono una novità assoluta ma decenni di paninacci indigesti ce li avevano fatti dimenticare. A Cantagallo, altra struttura a ponte e in più un nome allegro e memorabile, il futuro superchef Fulvio Pierangelini veniva portato a pranzo dallo zio buongustaio. L'antica qualità gastronomica dello stesso autogrill di Fiorenzuola è certificata dall'esattissimo Alberto Arbasino che nel 1961 (ancora quell'anno formidabile!) vi porta più volte a tavola i protagonisti della Bella di Lodi. «Certo che abbiamo trovato un bel posticino» commenta lui. «Si mangia mica male» conferma lei, che è una ragazza ricca per niente di bocca buona.

Ordinano sempre la pizzaiola, specialità del locale e souvenir di una stagione (nel frattempo la ricetta a base di carne, pomodoro, aglio, origano è uscita dalla ristorazione di livello). «Trionfo di cristalli, riflessi, Topi Gigi, alluminio, finto mogano e palissandro, cellophane, pacchetti lussuosamente confezionati di krek e biscotti e zamponi...». Ecco, La bella di Lodi è il romanzo da leggere se si vuole capire cos'è stato il boom economico e cosa rappresentarono gli autogrill per gli italiani ancora memori della guerra e dei razionamenti. C'è anche il film, molto fedele al testo e animato dalla presenza di una giovane, effervescente Stefania Sandrelli.

E infine, nella realtà di chi viaggia sulla più lunga autostrada italiana, c'è il sempiterno autogrill di Fiorenzuola, piccolo bengodi sospeso, perpetuazione di un miracolo.

Giappone, indigenti e con la mano lesta. Gli anziani sognano un posto in carcere

lastampa.it
carlo pizzati

Un detenuto su cinque ha più di 60 anni. Per molti nonni del crimine la cella è meglio dell’ospizio


A far gola agli anziani giapponesi, disposti a commettere crimini e farsi arrestare, è il «comfort» della vita in carcere, dove servono pasti caldi, ogni cella è illuminata, con scrivania, tv, dietologo e badante per meno autosufficienti

Ushikoshi Takeko, 82 anni, che s’è infilata nove cotolette di pollo fritto in borsetta per la quarta volta in tre anni. Shikada Kesae, 77 anni, è stato beccato con le tasche piene di polpette di maiale e arancini. La 75enne Tamako Sagai è stata arrestata per aver borseggiato più di 20 coetanee. Matsumoto Yoshimatu, 74 anni, chiedeva al taxi di aspettarlo col motore acceso fuori dal supermercato dove razziava diserbante, macchine fotografiche digitali e datatissime audiocassette per ascoltarsi inni strappalacrime di un famoso cantante novantenne.

Ma ci sono crimini più seri, come quello della «vedova nera di Kyoto», una 67enne che ha fatto fuori nove mariti avvelenandoli con piccole dosi di cianuro, facendoli passare per incidenti, attacchi cardiaci, scivolate in moto o cancro e incassando 7 milioni di euro in eredità e assicurazioni. L’hanno bloccata mentre cercava vittime da sposare nei siti di incontri online. Rischia il patibolo.
Ma questo è un caso estremo. Il dato più importante è che il 20% delle persone arrestate in Giappone ha più di 60 anni. E quasi un terzo dei carcerati ha più di 65 anni, il 27 per cento.

Il fenomeno dilagante del «crimine d’argento» è preoccupante per la società e per l’economia giapponese. Secondo le cifre della Customer Products, dal 2001 gli arresti per taccheggio degli over 60 sono aumentati del 35 per cento. Ma è del 470 per cento l’aumento dei recidivi. Per il direttore Patrick Hansend è la statistica più utile: «È la prova che gli anziani vogliono andarci davvero in prigione. Si chiedono: vado in ospizio a pagamento o vado in prigione gratis?».

Secondo il ricercatore Yuki Shinko, gli anziani manolesta da supermercato si danno al crimine perché sono annoiati e soli, ma anche perché non hanno paura delle ramificazioni legali. «Se ti arrestano, almeno avrai un tetto, cibo buono tre volte al giorno e controlli medici regolari. Meglio di così!». Nel 2017 sono i più vecchi ad essere spregiudicati, aggressivi e irrispettosi in confronto ai giovani, questo lo può testimoniare chiunque viaggi in Giappone. Una volta si temevano i giovani drogati, ora i «lupi grigi» senza nulla da perdere.

Molte prigioni sono ora villaggi per la terza età sponsorizzati dallo Stato. Vitto, alloggio e cure mediche gratuite in cambio di una libertà di cui spesso non si sa che fare. La pensione statale è 6000 euro l’anno. Il carovita ha raggiunto i 7700 euro l’anno. Ma c’è un altro motivo, secondo Ochi Keita, della facoltà di criminologia della Hosei University: «Molti anziani sentono d’aver dato così tanto alla crescita economica della nazione che una piccola trasgressione gli sarà perdonata». Il furto come risarcimento.

Ma è soprattutto l’indebolimento della rete familiare e della società, scrive Fujiwara Tomoi nel suo «Anziani fuori controllo» a spingere i pensionati a ruberie, aggressioni, stalking. E poi le prigioni-ospizio sono così comode e sicure in rapporto a quelle occidentali. Non si cerca la fuga «dalla» prigione, ma si fugge «nella» prigione. «Lavorare come assistente carcerario è diventato come lavorare in un ospizio», si lamenta un funzionario del ministero della Giustizia Shinsuke Nihioka. Ad esempio, ad Asahikawa, nell’Hokkaido, l’età media dei carcerati è 50,6 anni. Il detenuto più anziano ha 88 anni. Ognuno ha una cella illuminata, scrivania, sedia, letto di legno, tv, e scale con rampe e scorri-mano. Nelle migliori carceri, il dietologo indica con bollini colorati il menu adatto alla salute dell’anziano. Nelle peggiori, ci sono infermieri-volontari, carcerati più giovani in uniforme bianca che fanno da badanti ai più anziani.

È un circolo vizioso. L’aumento del «crimine geriatrico» costringe lo Stato a costruire più prigioni-ricovero. Questo rende l’opzione di andare in prigione più allettante. E i recidivi aumentano. 
Anche l’economia è un circolo pericoloso per gli anziani. Il Giappone ha la crescita bloccata da 20 anni. Il premier Abe ha fatto stampare moneta per spingere i consumi, creando un’inflazione che danneggia il potere d’acquisto delle pensioni. Il sistema contributivo per ora regge, ma poiché questo è il Paese più longevo al mondo, con un’aspettativa di vita di più di 83 anni, mantenere un esercito della terza età diventa più complesso.

Strane storie dall’esotico Giappone? Mica tanto. In questo il Giappone è vicino all’Italia che è il Paese con più criminali dai capelli bianchi in Europa, più del doppio della media. 

Caso Unipol, perquisiti casa e ufficio di un giornalista de La Stampa, il comunicato del Cdr

lastampa.it
Pubblicato il 21/07/2017

Inquietudine e preoccupazione per le modalità d’intervento della Guardia di Finanza nei confronti di Gianluca Paolucci

Il Comitato di redazione de La Stampa, interpretando le preoccupazioni e l’allarme di tutti i colleghi, manifesta la più profonda inquietudine per le modalità con cui la Guardia di Finanza è intervenuta nei confronti del nostro collega Gianluca Paolucci che ha subìto una perquisizione a casa e in redazione con il sequestro di tutti gli strumenti di lavoro e materiale privato.

L’operazione della Guardia di Finanza, su mandato della procura di Torino, è avvenuta per l’ipotesi di rivelazione del segreto istruttorio, in relazione a due articoli pubblicati su La Stampa la settimana scorsa sulle manovre di Unipol per bloccare la riforma della Rc Auto. Si tratta di fatti avvenuti tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014. La denuncia è stata fatta da Carlo Cimbri, amministratore delegato del gruppo Unipol.

La Guardia di Finanza, che si è presentata stamattina alle 8 nell’abitazione del collega e poi alle 10 sul posto di lavoro, presso la sede di Torino, ha sequestrato i suoi telefoni, il computer che usa al giornale, un iPad, numerose chiavette Usb e schede di memoria.

Sono stati sequestrati anche un vecchio iPad non più funzionante e due telefoni della sua compagna, non più in uso. Hanno prelevato materiale privato del collega e due dvd con il backup dei dati relativi al suo precedente lavoro, che ha lasciato oltre dieci anni fa, materiale poi in parte restituito. Hanno setacciato con scrupolo la camera dei suoi figli, le scatole con i loro giocattoli, i libri, la cantina, il baule della Vespa in garage.

A La Stampa, invece, sono stati perquisiti materiali, archivio, documenti del giornalista. Dopo averne clonato il contenuto, al collega sono stati restituiti i telefoni che ha in uso (ma non quelli della compagna) e il suo iPad. Nei telefoni ci sono chat e contatti con le sue fonti, molte delle quali non hanno nessuna attinenza con la cronaca giudiziaria ma con il cuore della sua attività giornalistica, la cronaca economica e finanziaria. Venerdì scorso la procura aveva già acquisito una parte delle intercettazioni, peraltro ancora disponibili online.

Da allora, il collega ha continuato a lavorare e ha trovato altra documentazione. Si tratta di atti risalenti - i più recenti - a tre anni e mezzo fa. Ma che evidentemente suscitano ancora imbarazzo a Unipol e al suo amministratore delegato. Nell’esprimere la massima solidarietà al collega Gianluca Paolucci, il Cdr ribadisce l’impegno a informare i propri lettori raccontando i fatti anche se spiacevoli per qualcuno.

Il Cdr de La Stampa
Attraverso una nota Unipol fa sapere che la denuncia «non è stata indirizzata verso il giornalista o il giornale», ma «lamenta la possibile violazione del segreto istruttorio, trattandosi di atti d’indagine che, a prescindere dalla loro assoluta irrilevanza penale, non risultano depositati alle parti in alcun procedimento».

La dura vita delle programmatrici di Facebook

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andrea nepori

Il social network ammette che l’integrazione della forza lavoro femminile è un problema irrisolto a livello di settore. Ma le accuse sulle discriminazioni contro le dipendenti che ricoprono in ruoli tecnici è «fuorviante e controproducente»



A settembre dello scorso anno uno studio condotto internamente da una programmatrice di Facebook, diffuso dal Wall Street Journal , mostrava dati allarmanti sulla discriminazione nei confronti del lavoro svolto dalle programmatrici donne. Come in tutte le grandi aziende software, i processi di Facebook prevedono una revisione interna del codice in più passaggi prima che le modifiche - che possono influire sulla funzionalità della piattaforma - finiscano “in produzione”, ovvero vengano rese pubbliche sulla versione della piattaforma accessibile agli utenti. Secondo i dati dello studio il codice sottoposto a revisione da un’impiegata aveva il 35% di probabilità in più di essere respinto rispetto a quello sottoposto dai colleghi uomini.

DATI INCOMPLETI
Un mese più tardi il capo della divisione tecnica di Facebook, Jay Parikh , ha pubblicato un nuovo report, condotto usando dati sensibili dei dipendenti cui l’autrice del primo studio non aveva accesso. I nuovi risultati smentivano le discriminazioni cui alludeva l’analisi, mostrando che in realtà le differenze finivano per normalizzarsi considerando, tra gli altri fattori, anche il livello di inquadramento (e dunque l’esperienza) del programmatore. “Ogni discrepanza rilevante che emerge dall’analisi dei dati completi,” aveva detto in quell’occasione un portavoce di Facebook, “è chiaramente attribuibile non tanto al genere quanto all’anzianità del dipendente”. Ma il problema dell’inclusione femminile in ruoli tecnici rimane pressante, come ammette in primis proprio il social network, spiegando che “l’attuale rappresentazione di programmatrici donne in ruoli senior, sia presso [di noi] sia in tutto il settore, non è neppure lontanamente ai livelli auspicabili”.

DONNE E TECNOLOGIA
I dati sull’impiego femminile nel settore scientifico e tecnologico nel 2016, raccolti dal National Science Board degli Stati Uniti , confermano la tendenza. Negli Stati Uniti le donne sono circa la metà della forza lavoro laureata, ma meno di una su tre lavora in settore scientifici o ingegneristici. Nell’ambito puramente tecnologico, la presenza femminile è persino inferiore: le donne sono solo il 10,7% degli ingegneri impiegati nel settore elettrico, elettronico o informatico. Numeri peggiori si registrano soltanto nel settore della meccanica (7,9%).

La diffusione di studi come quello condotto l’anno scorso dall’anonima dipendente e riportato dal Wall Street Journal, precisano però dall’azienda, non aiutano a migliorare la situazione. Anzi, finiscono per essere controproducenti. “Un fattore chiave nella nostra capacità di assumere più donne in ambito ingegneristico è il nostro ‘recruiting brand’”, si legge in un memo interno redatto dalla responsabile delle risorse umane di Facebook, Lori Goler, pubblicato dal Guardian. “Sfortunatamente una storia basata su dati incorretti che ci dipinge in una luce negativa avrà effetti negativi sulla nostra capacità di attrarre candidate donne; non è il massimo neppure per chi già lavora per noi. In altre parole ci spinge nella direzione sbagliata”

IMPEGNO REALE
L’impegno del social network, va detto, è concreto e va oltre i proclami: Facebook, come altri giganti della Silicon Valley, ha investito risorse ingenti nel tentativo di rendere più plurale e inclusiva la propria forza lavoro. La Chief Operative Officer Sheryl Sandberg, ad esempio, segue in prima persona gli sforzi del social network per aumentare la “diversity” degli impiegati dell’azienda. Sforzi che tuttavia non sembrano funzionare più di tanto. I dati più recenti diffusi da Facebook mostrano che nei ruoli tecnici le dipendenti donne sono solo il 17,5%, una percentuale che è rimasta stabile nel corso degli ultimi anni.

PROBLEMA CULTURALE
ll problema ha profonde radici nella percezione del ruolo femminile nella società. Per convincersi delle basi culturali della carente parità di genere nel settore tecnologico basta consultare le statistiche che arrivano dalla Russia. Nei paesi dell’ex-URSS le famiglie e la scuola incoraggiano le bambine a mostrare interesse nelle materie scientifiche, che sono considerate importanti per il futuro lavorativo indipendentemente dal genere dello studente. Anche la forte presenza di educatrici donne in ambiti scientifici gioca un ruolo fondamentale nello stabilire modelli positivi per le giovani donne.

È un retaggio del periodo sovietico, quando l’educazione scientifica era funzionale alla prosperità della nazione e lo studio delle materie tecniche obbligatorio per tutti. Il risultato è un generale aumento di interesse della popolazione femminile per una carriera in ambito scientifico.

Un recente studio promosso da Microsoft mostra che nel resto d’Europa la tendenza è esattamente opposta . L’interesse delle ragazze per le materie scientifiche, informatica in testa, comincia a diminuire verso i 15 anni. Un periodo chiave, in cui lo studente inizia a valutare più concretamente le proprie scelte di studio future. La colpa, secondo i ricercatori, è da attribuirsi agli stereotipi di genere, all’assenza di modelli femminili forti, alla pressione e alle aspettative della società, e soprattutto alla mancanza di stimoli e incoraggiamento da parte delle famiglie e degli insegnanti.