sabato 5 agosto 2017

La Polonia sfida il Cremlino: “Via i monumenti sovietici”

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giuseppe agliastro


Il monumento dedicato ai soldati sovietici al cimitero militare di Varsavia

La Polonia sfida Mosca e Berlino. Minaccia di fare piazza pulita dei monumenti sovietici provocando l’ira della Russia, e chiede alla Germania conto e soddisfazione (nonché un lauto risarcimento) per le atrocità del regime nazista. Ma queste mosse del governo di Varsavia, che sembrano concentrate sul passato, rivelano in realtà interessi politici attualissimi.

Lo scorso mese il presidente polacco Andrzej Duda ha dato via libera a nuovi emendamenti alla cosiddetta legge sulla «decomunistizzazione» e ha bandito i simboli dei regimi totalitari. Il punto è che le nuove norme mettono a repentaglio i tanti monumenti della propaganda sovietica disseminati in territorio polacco e, soprattutto, statue e memoriali dedicati alla vittoria sovietica sulle truppe di Hitler e ai soldati dell’Armata rossa caduti in Polonia. La Russia ha reagito in maniera decisa: è «una provocazione oltraggiosa», ha tuonato il ministero degli Esteri di Mosca minacciando non meglio precisate «conseguenze». Mentre il Senato russo ha addirittura chiesto a Vladimir Putin «misure restrittive nel campo della cooperazione bilaterale con la Polonia» e sanzioni contro alcuni deputati di Varsavia.

Dal Cremlino hanno fatto sapere che «il capo di Stato per ora non ha preso nessuna decisione», ma i rapporti tra i due Paesi restano tesi. Lo sono da anni, visto che la Polonia, una volta sul lato orientale della cortina di ferro, è diventata una strenua avversaria di Mosca: è uno degli Stati in cui si concentrano sempre più militari della Nato sullo sfondo della corsa agli armamenti in Est Europa tra Russia e Alleanza atlantica, e dove gli Usa vogliono schierare elementi del loro Scudo spaziale. Una «strage» di monumenti sovietici peggiorerebbe però senz’altro le cose e per la Russia sarebbe un vero sacrilegio. «L’Urss - spiegano da Mosca - ha pagato il prezzo più alto per liberare la Polonia. Nelle battaglie col nemico sono morti, e sono poi stati sepolti, oltre 600.000 soldati e ufficiali dell’Armata rossa.

Riposano in territorio polacco anche centinaia di migliaia di prigionieri sovietici morti nei campi di concentramento tedeschi». Varsavia assicura che i cimiteri di guerra non saranno toccati, ma la differenza di fondo è che per la Polonia quelle dell’Urss non erano forze di liberazione, ma di occupazione. Come del resto dimostra il patto Molotov-Ribbentrop con cui Hitler e Stalin volevano spartirsi il Paese.

E non gioca a favore di Mosca neanche l’eccidio della foresta di Katyn, dove nel 1940 la polizia segreta sovietica (Nkvd) trucidò oltre 22.000 prigionieri polacchi. Il presidente polacco Lech Kaczynski stava andando proprio a rendere omaggio alle vittime di Katyn quando, nell’aprile del 2010, il suo aereo si schiantò nella nebbia a Smolensk, in Russia occidentale, uccidendo lui, la moglie Maria e altre 94 persone. Secondo gli investigatori fu un errore dei piloti a causare la tragedia, ma in Polonia non manca chi nutre sospetti verso la Russia, e le relazioni tra Mosca e Varsavia da allora si sono notevolmente deteriorate.

Anche tra Polonia e Germania è però recentemente sorto qualche dissapore, specialmente sulla riforma della giustizia polacca e sulla questione dei migranti. Non è da escludere che ci sia anche questo dietro la possibile richiesta a Berlino di un «enorme» risarcimento per gli orrori e le distruzioni dei nazisti durante la Seconda guerra mondiale al momento al vaglio del Parlamento polacco. Il conservatore Jaroslaw Kaczynski, fratello gemello di Lech Kaczynski e leader del partito di maggioranza Diritto e giustizia, non ha dubbi: «Il governo - ha dichiarato - si sta preparando a una controffensiva storica».

Perché davanti a un porno gli uomini diventano scemi

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Un’illustrazione di Marion Fayolle, disegnatrice francese

E’una storia vecchia come il mondo che probabilmente circola da quando i peni hanno iniziato a fare danni. Matrimoni andati in pezzi, figli illegittimi, amicizie finite ...ecco alcuni dei risultati migliori causati dalla scarsa capacità decisionale data dall’intensa eccitazione sessuale maschile. Conseguenze più gravi includono finire in galera o dover regolarmente firmare il registro dei reati sessuali. 

Nonostante i rischi elevati, la ricerca non si è molto dedicata allo studio dell’eccitazione sessuale e dei suoi effetti sul processo decisionale. La maggior parte delle nostre idee sul desiderio e i suoi effetti sulle nostre decisioni si rifanno più alla letteratura che alla scienza. Nel XV secolo gli arabi scrissero un manuale del sesso intitolato “Il Giardino Profumato” dove il membro maschile è indicato con El Bessis (”l’Impudente”). C’è poi un’interessante citazione nella Storia dell’occhio di Georges Batailles, in cui un prete, sedotto a prendere parte in un orgia. «Una volta svuotate le palle- scrive Bataille - Il suo abominio gli apparve in tutto il suo orrore».

Solo nel 1997 fu fatto il primo vero esperimento in un laboratorio attrezzato. Questa ricerca, allora pionieristica, fu condotta dallo psicologo George Loewenstein, prevedeva che studenti universitari maschi prima guardassero delle immagini di donne attraenti e poi reagissero a un ipotetico scenario a sfondo sessuale.

Nello scenario, gli studenti alla fine di un appuntamento romantico, si portano a casa una giovane donna ubriaca e nota per essere promiscua di nome “Susan”. Una volta a casa Susan abbassa le luci e «inizia a baciarti e a strofinarti il pene attraverso i pantaloni», poi si ferma e ti dice che non vuole più fare sesso. Alla domanda su come avrebbero reagito in una situazione simile, i partecipanti hanno risposto in modi diversi, a seconda che le immagini che avevano visto fossero o meno di nudi. Rispetto ai ragazzi che avevano visto le foto di donne, attraenti sì, ma vestite, i maschi che avevano sbavato dietro foto di donne attraenti e nude, erano molto più propensi a dire che in quella situazione avrebbero comunque convinto Susan a spogliarsi.

Poi, nel 2006, Loewenstein collaborò con lo psicologo Dan Ariely per un’altra ricerca sul tema. I ricercatori chiedevano a dei neo laureati di rispondere a una serie di domande a sfondo sessuale, come «Ti piacerebbe vedere una bella donna fare pipì?» oppure, «Ti piacerebbe fare sesso con una persona molto grassa?». Altre domande erano più disturbanti. «Drogheresti una donna per aumentare la probabilità che lei faccia sesso con te?» E così via. Senza grande sorpresa, i ricercatori hanno scoperto che dopo il sondaggio gli uomini non erano particolarmente eccitati. Ii partecipanti a cui invece era stato chiesto di masturbarsi al limite dell’orgasmo e poi concentrare l’attenzione sulle domande, erano molto più inclini a comportamenti devianti, più disposti a ingannare o obbligare i loro partner a fare sesso, più propensi al sesso non sicuro.

Altri studi hanno fornito risultati simili. Quando un uomo è in uno stato di eccitazione, gli impulsi a breve termine per la gratificazione sessuale surclassano le decisioni razionali a lungo termine. L’eccitamento sessuale abbassa inoltre gli standard sessuali. Non è una scusante per un comportamento negativo quanto uno spiacevole dato di fatto per il cervello maschile.

E sugli effetti dell’eccitazione sessuale femminile sul processo decisionale delle donne? Cosa sappiamo? Quasi niente, purtroppo. Questo tipo di ricerca semplicemente non esiste. Ma uno studio del 2003 di Daniel Fessler e C. David Navarette mostra che le donne in fase di ovulazione tendono a considerare le pratiche sessuali devianti (cose tipo fare sesso con una tartaruga marina, una storia d’amore appassionata con un novantenne, incesto, e quant’altro) più rivoltanti rispetto a donne con un minore rischio di concepimento. In altre parole, correre il rischio concreto di rimanere incinta rende le donne più caute quando si tratta di selezionare un partner, soprattutto in un periodo fertile.

Il cervello in fase di eccitazione è molto diverso rispetto alla sua controparte sessualmente sobria. Esserne consapevoli può aiutarci a evitare scelte sbagliate ed è fondamentale per sviluppare strategie di prevenzione degli abusi sessuali. Sapere che nella foga del momento le nostre cadono in ostaggio del desiderio può aiutarci a evitare, o quantomeno ad essere meglio preparati a, situazioni che potrebbero sfociare in un mare di guai. 

(Traduzione di Anna Martinelli)

“L’ospedale intitolato ai Ferrero ha dimenticato noi Miroglio”

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roberto fiori

La struttura in costruzione divide due storiche dinastie di Alba



I 76 sindaci di Langhe e Roero che fanno capo all’Asl Cn2 l’hanno deciso all’unanimità: il nuovo ospedale unico di Alba e Bra, in costruzione sulla collina di Verduno, a metà strada tra le due città, sarà intitolato alla memoria degli industriali Michele e Pietro Ferrero. Ma da un ramo dell’altra storica dinastia industriale albese, i nipoti del patriarca del tessile Franco Miroglio ribattono: «Ricordate anche nostro nonno».

«Era da tempo che accarezzavamo l’idea di rendere omaggio alla famiglia Ferrero - dicono i sindaci di Alba, Maurizio Marello, e di Bra, Bruna Sibille -. Ci siamo ritrovati tutti concordi nel dire che il colosso dolciario, grazie alle sue forti radici, ha avuto un ruolo decisivo nella storia recente della nostra terra e che l’intitolazione di un’opera come questa sia un giusto tributo».

Anche il direttore generale dell’Asl Cn2, Danilo Bono, ha accolto con entusiasmo la proposta, condividendola con l’assessorato regionale: «Penso che sia una grande opportunità di riconoscenza a chi ha dato a questo territorio una solida prospettiva di crescita, ma anche un segnale forte di sicurezza». La posa della prima pietra dell’ospedale risale al 2005 e la chiusura del cantiere è prevista per il 30 settembre 2018, dopo i soliti ritardi all’italiana e più di una polemica. «Per questo - aggiunge Bono - usare il nome Ferrero significa dare credibilità all’opera, renderla più vicina e tangibile a tutti i cittadini che attendono da molti anni il completamento dell’ospedale».

Ma in una florida città di 30mila abitanti, che ha la fortuna di poter vantare più di una multinazionale nel suo bacino industriale, c’è anche chi storce il naso alla promessa di intitolazione del nosocomio al patriarca della Nutella e al figlio prematuramente scomparso. E, come in «Una poltrona per due», ad Alba si rischia di assistere a «Un ospedale per tre». Letta la notizia, infatti, i nipoti di Franco Miroglio, il patriarca dell’altro storico gruppo industriale albese del tessile e dell’abbigliamento, ora in mano a un altro ramo famigliare, guidato da Giuseppe Miroglio, hanno preso carta e penna e hanno scritto a «La Stampa» per esprimere il loro disappunto.

«Comprendiamo l’importanza della famiglia Ferrero per il territorio, ma è indubbio che nostro nonno e il gruppo Miroglio abbiano contribuito al progetto dell’ospedale unico con dedizione», scrivono Marta Miroglio, Franco Miroglio e Francesco Dracone. E aggiungono: «Fin dal 1999 iniziò a seguire in prima persona il progetto e nel 2005, con una donazione plateale alla Conferenza dei servizi sanitari, chiese anche agli altri imprenditori dell’area di impegnarsi economicamente, facendo particolare riferimento al gruppo Ferrero». Dopo la sua morte nel 2008 la Fondazione Elena e Gabriella Miroglio e il gruppo Miroglio, oggi saldamente guidati da altri esponenti della famiglia, hanno continuato a sostenere il progetto.

«È per questa ragione che ci troviamo stupiti e amareggiati nell’apprendere che il territorio e le sue istituzioni non pensino che ricordare il ragionier Franco sia un atto dovuto al suo impegno e al suo attaccamento alla terra in cui è nato - concludono i nipoti -. Speriamo che questa decisione non sia definitiva».

Capalbio

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jena@lastampa.it

Oddio, oggi viene Renzi e io non sono neanche andata dal parrucchiere.

Perché l’Europa ha un solo gigante tech e cosa significa per il continente. Alla scoperta di Sap

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beniamino pagliaro



Walldorf è famosa per l’asparago bianco, si legge sulla voce Wikipedia di questa piccola sobria città. Siamo nel land tedesco del Baden-Württemberg, un’ora a Sud di Francoforte, e anche se non siamo venuti fin qui per provare l’asparago potremo giustificare il lettore che si chiede che altro ci sia a Walldorf. Siamo venuti a scoprire il campione tecnologico europeo, la più grande azienda tech del continente: Sap. È il primo gruppo al mondo nel software per le imprese, con ricavi oltre i 23 miliardi di euro, 85mila dipendenti e una valorizzazione di 110 miliardi, quasi il doppio di Volkswagen. I clienti di Sap producono (anche grazie ai software dell’azienda) il 78% del cibo mondiale e il 76% delle transazioni finanziarie del mondo tocca un pezzo di software Sap.

Conoscere il gigante Sap può aiutarci a capire il ritmo di un mondo dominato sempre più da aziende tecnologiche: le prime cinque al mondo per valorizzazione di Borsa sono Apple, Google, Microsoft, Facebook e Amazon. Tutte americane, tutte nate sulla West Coast tra San Francisco e Seattle. Il primo europeo nella classifica è il gruppo degli alcolici Anheuser-Busch InBev. La storia di Sap descrive una rincorsa formidabile iniziata nel 1972 e pur essendo fieramente tedesca fa riecheggiare i punti chiave di un retorico racconto Made in Usa.

Quando cinque ingegneri della divisione tedesca di Ibm propongono un’innovazione all’ufficio di Stoccarda, la loro proposta viene rifiutata, anche perché Ibm pensa di aver acquisito una tecnologia simile da Xerox. Ma i cinque ingegneri non si danno per vinti e iniziano a lavorare, di notte e nei fine settimana, a una nuova azienda. Si chiamerà System Analysis and Program Development (Sap). Siamo nel 1972, Apple e Microsoft non sono ancora nate: la novità che Sap porta sul mercato la capacità di analizzare i dati in tempo reale senza il bisogno di imputare manualmente i dati sulle schede perforate. Nello scantinato del primo cliente, una società chimica, si inaugura l’epoca dei dati. Le aziende capiscono meglio i numeri e iniziano a farne tesoro.

La grande domanda che accompagna il viaggio verso il quartier generale di Walldorf è: perché non sono nate altre aziende come Sap in Europa? Dei grandi gruppi che si contendono oggi la nostra attenzione (e i nostri dati, e il nostro denaro) solo Spotify, la piattaforma musicale, è un campione europeo, e in ogni caso sta per quotarsi in Borsa a New York.

La domanda diventa incalzante perché l’economia di oggi sembra premiare non più chi costruisce qualcosa, ma chi sa organizzare i dati e mettere in contatto domanda e offerta come fanno Google, Amazon o Facebook. Hans Joerg Stotz, vicepresidente di Sap, può tentare una risposta perché il suo gruppo è al tempo stesso un protagonista dell’economia digitale e un abilitatore della trasformazione. Stotz è puntuale all’appuntamento, al sesto piano dell’edificio centrale del campus dell’azienda dove lavorano circa 13mila persone. Per spiegare il paradigma, ci racconta la storia di Kaeser, un’azienda tedesca che produce compressori d’aria, macchinario obbligatorio in ogni manifattura. «Kaeser ha iniziato a vendere l’aria compressa invece dei compressori.

Vendono l’aria, e questo è il punto chiave della tecnologia: cambia i modelli economici», dice Stotz. «Si passa dalla vendita del prodotto, al prodotto come servizio». Non può che venire in mente il modello del Software as a service, il principale modello economico adottato dalle aziende digitali, piccole e grandi. Una volta Sap (o Microsoft) vendeva il software in un pacchetto cartonato con cd-rom incluso. Ora vende un abbonamento mensile online. Ma il cambiamento non riguarda solo le aziende tech, o meglio, tutte saranno aziende tech. «Coinvolgerà tutti i settori dell’economia.

Se i produttori di compressori vendono aria, i produttori di auto venderanno chilometri», aggiunge Stotz. Sap oggi ha in casa vari servizi usati da 350mila clienti nel mondo. Il fiore all’occhiello è la Digital Boardroom, una piattaforma che riunisce semplicemente la vita dell’azienda. Cristian Klein, Global Chief Operating Officer di Sap, ci accoglie nella sala del consiglio di amministrazione di Sap, che assomiglia un po’ a un’astronave. Sullo schermo c’è una versione della piattaforma con i numeri di Sap. Alcuni dati sono falsificati automaticamente e i nomi dei clienti oscurati, ma da qui si può ascoltare il respiro dell’azienda. Il sistema elabora circa un miliardo di set di dati: dai ricavi per area geografica al numero di dipendenti, i risultati raggiunti, il numero di assunzioni da fare, la storia del dipendente.

Dai numeri si estrae valore: lo studio aggregato può rivelare una divisione da cui i dipendenti lasciano l’azienda più spesso. Le risorse umane ricevono un alert e devono studiare come intervenire. Possono prevedere quante centinaia di ingegneri assumere in Europa o Asia, e stimare per tempo da quale università sia meglio selezionarli, vista la storia recente. Tutto il software serve migliaia di aziende globali e viene aggiornato una volta al mese. L’investimento iniziale di Sap è stato importante, ma ora la piattaforma è gestita da una squadra di dieci persone.

Studiare e comprendere i dati sarà sufficiente all’economia europea? «Se guardi a gruppi come Basf o come Trenitalia - risponde Hans Joerg Stotz - viene da dire che abbiamo un vantaggio in Europa, perché abbiamo una cultura di manifattura e ingegneria. Non voglio sottovalutare ciò che succede in America, ma la combinazione che abbiamo in Europa è importante. Questo è vero per le grandi aziende, non per le piccole».

Il tedesco Stotz predica fiducia sul futuro europeo dell’auto, nonostante la grande concorrenza americana sui mezzi driverless. «Non sono preoccupato per i costruttori di auto europei, c’è una lunga tradizione, si adatteranno», dice. Ma chiede a gran voce che «l’Europa sia un mercato unico», con quadro legale e fiscale uniforme, altrimenti le startup non potranno mai raggiungere una massa critica. «Dobbiamo avere un mercato unico. Siamo una economia dei dati e le auto driverless non si potranno fermare ai confini nazionali», conclude.

A pranzo, nel ristorante riservato ai clienti in visita, ci offrono finalmente l’asparago bianco. Il quartier generale è disegnato più con teutonico funzionalismo che con lo spirito tech-chic della Silicon Valley. Ma nelle aree appena ristrutturate scompaiono linoleum sovietici e spuntano puntuali divani, moquette confortevole e lavagne colorate. Le mode arrivano anche qui, mentre l’attenzione al lavoratore (aziende italiane, prendere appunti!) c’è da sempre: i dipendenti hanno l’asilo, caffè gratuito e mele a volontà, palestre, campi da tennis, beach volley e telelavoro. Eppure non siamo a San Francisco. Alle dieci di sera è difficile trovare una cena a Walldorf. Soprattutto, attorno a Sap non è nata una Silicon Valley. 

Michael Kleinemeier, membro del board di Sap, è entrato in azienda quando il Muro di Berlino era ancora in piedi, il primo gennaio 1989. «Eravamo pochi, per fortuna capimmo che era indispensabile crescere all’estero. Se no oggi Sap sarebbe di qualcun altro», dice. Così partì la campagna d’America, nei primi anni Novanta. I primi clienti furono nel settore energetico. «All’epoca il 90% dei progetti informatici falliva. Il nostro software funzionava, ce l’avevamo fatta», ricorda Kleinemeier. Ammette che forse il marchio di fabbrica tedesco aiutò: «Ci vedevano come dei ragazzi super-ingegnerizzati, e pensavano: saranno per forza capaci di fare ciò che promettono».

Siamo in Nord America, negli anni Novanta, con un software che funziona ed è già sul mercato: Amazon, Google e Facebook non sono ancora nate. Perché Sap non tentò un salto nei servizi ai consumatori e non solo alle aziende? «Dal punto di vista tecnologico - ricorda Kleinemeier -, ci avevamo iniziato a pensare. Ma la domanda per i nostri prodotti era così alta che non c’era il tempo per provarci davvero. Oggi direi che è stata la cosa giusta stare concentrati sulle imprese». Qualche tempo dopo, Sap vide anche Google prima che diventasse nota. «Visitammo Google che stava nascendo come motore di ricerca. Ma aveva una sola funzione, la testammo, sembrava un business diverso dal nostro».

Se il nastro corre al 2017, però, la tecnologia ha ridotto le distanze e il confine netto tra software per aziende e per i consumatori. È vero, Sap ha la leadership indiscussa nel campo delle imprese, ma tutti i clienti di qualsiasi impresa del mondo condividono i dati con Google o Facebook o Amazon. Il rischio è che l’Europa sia tagliata fuori dalla fase in cui i dati diventano valore, e così accumuli il ritardo. Le risposte politiche, con la Commissione europea che dimostra un certo attivismo, non sono semplici e rischiano di fare danni.

«La nuova Direttiva europea su dati e privacy è molto interessante - dice, sarcastico, Michael Kleinemeier -: per esempio se tu carichi il tuo curriculum sul sito di Sap, ma non ti offriamo il posto, se dopo sei mesi teniamo sui nostri server il tuo curriculum teoricamente potremmo pagare una multa fino al 5% dei ricavi annui globali. Così non può funzionare, no?». La rincorsa avanza ma nell’Europa del 2017, forse, preferiamo ancora fingere che i dati si fermino alla frontiera.

Un'estate sempre connessi: ecco come spendere meno

repubblica.it
di SIMONE COSIMI

Dalla ricerca del Wi-Fi gratis ai trucchi che riducono il traffico di dati. Per risparmiare sull’uso di smartphone e tablet. Con un occhio alla privacy

UN MINUTO su YouTube “costa” 2 Mb di traffico. Un’ora al giorno di musica 200 Mb. Va peggio con una serie su Netflix: una puntata da 50 minuti in hd brucia poco meno di un 1 Gb. Senza contare i file multimediali su WhatsApp. La quantità di dati per collegarsi a Internet è la voce più pregiata dei nostri piani telefonici. Ma se con l’abolizione dei costi di roaming europeo nei 28 Paesi dell’Unione si conserva la propria tariffa casalinga, fuori dall’Ue, invece, navigare con cautela è più importante che mai.

Italia o estero, mettere smartphone e tablet a dieta di web non potrà che fargli bene: in vacanza se ne è dipendenti, dai ristoranti alla navigazione, passando per social e notizie. Anche perché, secondo un’indagine di Booking, già nelle prime 24 ore di ferie fioccano le tipiche compulsioni da tecno-dipendenza. Le foto da pubblicare su Facebook (27% dei turisti con picchi al 37% fra 18 e 34 anni), le recensioni su TripAdvisor (25%), la playlist per la spiaggia su Spotify (13%) e, non così dulcis in fundo, le mail di lavoro (10%).

D’altronde secondo l’ultimo Mobility Report di Ericsson il traffico totale sulle reti mobili è cresciuto del 70% tra la fine del primo trimestre del 2016 e la fine del primo trimestre del 2017: «A farla da padrone sarà sempre più il consumo di video, destinato a crescere del 50% l’anno fino al 2022, quando rappresenterà i tre quarti di tutto il traffico dati in mobilità – spiega Riccardo Mascolo, responsabile della strategia di Ericsson in Italia e Sud Est Mediterraneo – ovunque ci troviamo, anche in spiaggia, trascorriamo molto tempo davanti a servizi video come YouTube e Netflix che in alcuni Paesi rappresentano rispettivamente il 70% e 20% di tutto il traffico dati da mobile».

La fame di gigabyte è dunque un tema evergreen che d’estate diventa emergenza. Come fare, dunque, per evitare salate sorprese al rientro dalle ferie o, più semplicemente, non rimanere a secco di connettività proprio sul più bello? «Per non rimanere a secco ed evitare brutte sorprese al rientro meglio utilizzare una connessione Wi-Fi quando possibile» avvisa Salvatore Aranzulla, esperto web, «ed evitare di riprodurre video e musica in streaming, scaricando tutto in anticipo. Idem per le mappe: vanno salvate sul dispositivo».

Anche se Google Maps non lo consente per interi Paesi ci sono alternative parzialmente gratuite come Sygic da sfruttare offline. Il consiglio più radicale è ovviamente disattivare la connessione dati 4G sul proprio dispositivo dalle Impostazioni generali. In questo modo, però, ogni genere di attività che preveda una connessione rischia di essere preclusa. Mentre magari può bastare un limite al consumo, invece di tagliare del tutto i ponti col mondo. Quindi è utile impostare una soglia di avviso tramite l’app mobile del vostro operatore, che blocchi ogni genere di roaming entro una soglia di spesa stabilita.

E tenere d’occhio i livelli di traffico con i prospetti che ogni sistema operativo propone nelle Impostazioni o con le diverse applicazioni per iOS e Android, da My Data Manager a 3G Watch Dog. Infine, sospendendo gli aggiornamenti automatici delle applicazioni più usate, in Italia secondo l’agenzia We Are Social le chat Messenger e WhatsApp. Proprio su queste più che su altre utile abilitare il download dei file solo se agganciati a una Wi-Fi e spuntare la voce “consumo dati ridotto” per le videochiamate.

«Lo smartphone ormai è una voce che si aggiunge alle incombenze del viaggio» spiega Silvia Bollani di Altroconsumo, anche per la privacy. «Il consiglio è di attivare un servizio cloud per le foto. E in caso di smarrimento dello smartphone bloccare la Sim, eliminando i dati da remoto». A conti fatti, però, il modo più semplice per tagliare i costi quando si è in viaggio è acquistare un pacchetto per l’estero. Lo offrono tutti i principali operatori. Come spiega Alessandro Voci, responsabile
studi di SosTariffe.it: «Con lo stop del roaming si sono moltiplicate le proposte dei gestori per chiamare, navigare e mandare sms in Europa con un risparmio del 49% rispetto al 2016. “Sconti” anche per chi viaggia negli Usa (fino al 14%) o nei Paesi extra europei (53%)».

Modella ruba 1000 euro di vestiti da Harrods, ma il giudice la grazia: «Troppo intelligente per il carcere»

ilmessaggero.it

Il giudice 'grazia' la modella ladra:

Troppo intelligente e talentuosa per finire in carcere. Con questa motivazione un giudice di Londra, Grant McCrostie, ha risparmiato una pena detentiva alla 28enne Natalia Sikorska, arrestata il 5 luglio scorso mentre cercava di rubare nel supermercato di lusso Harrods abiti per un valore di quasi 1000 sterline. L'avvenente modella polacca, che dal 2015 studia alla University of Westminster, è riuscita a cavarsela con una condanna a 12 mesi però sospesa con la condizionale e un ammonimento del magistrato che le ha intimato di non rubare più in futuro.

Cattura

Un caso simile è accaduto lo scorso maggio. Lavinia Woodward, una studentessa inglese di 24 anni, nonostante avesse malmenato e accoltellato ad una gamba il proprio ragazzo mentre era ubriaca e drogata, non era stata condannata al carcere. Il giudice Ian Pringle l'aveva definita molto intelligente e promettente e non ha voluto rovinarle la carriera di cardiochirurgo

Calamita nella statuina di Padre Pio per risparmiare sulla bolletta Enel: denunciati

corrieredelmezzogiorno.it

Alcamo (Trapani), scoperti dai carabinieri due esercenti che inserendo il magnete nel manufatto votivo del santo di Pietrelcina alteravano il funzionamento del contatore



TRAPANI- Per risparmiare sulla bolletta elettrica i titolari di un negozio di Alcamo (Tp) si erano affidati a Padre Pio, solo che non si trattava di preghiere ma di una singolare truffa scoperta dai carabinieri. Durante uno dei periodici controlli agli esercizi commerciali della città gli investigatori hanno notato, in bella vista sul contatore elettrico, una statuetta del Santo da Pietrelcina. Quella che, a prima vista, poteva apparire una esternazione di fede si è invece dimostrata un’astuta trovata per abbattere il costo dell’energia elettrica.

Quando i militari si sono avvicinati alla statuetta votiva hanno infatti notato che qualcosa non quadrava: la base era troppo voluminosa e il peso della statua appariva sproporzionato rispetto al manufatto in gesso. Dopo un’attenta ispezione i Carabinieri hanno così scoperto un potente magnete celato all’interno della base in gesso che, di fatto, manometteva il funzionamento del contatore elettronico dell’Enel garantendo un «risparmio» di circa il 90% in bolletta. I due proprietari dell’attività commerciale sono stati denunciati alla Procura della Repubblica di Trapani per furto aggravato di energia elettrica.

4 agosto 2017 | 09:58

Chrome e Opera: se l’adblocker diventa di serie

lastampa.it
andrea nepori

Una versione preliminare del browser di Google introduce una funzione per il blocco delle pubblicità fastidiose, mentre Opera offre qualcosa di simile già da un po’ di tempo



Sembra controintuitivo, data la posizione dominante di Google nel mercato della pubblicità online, eppure è vero: anche Chrome presto avrà un suo adblocker . Non sarà un’estensione esterna, come quelle che già oggi si possono installare, ma una funzionalità di serie. Se ne parlava già da tempo, tra scetticismo e commenti discordanti, ma ora arriva la conferma. Il sistema di blocco delle pubblicità è stato già implementato su Canary per Android, una versione beta del browser destinata agli sviluppatori in cui Google sperimenta funzioni nuove che arriveranno in futuro su Chrome. 

L’adblocker implementato dall’azienda si differenzia dalle tradizionali estensioni perché è ottimizzato per bloccare solo alcune tipologie di pubblicità, quelle ritenute eccessivamente invadenti o “offensive” secondo i parametri indicati dalla “Coalition for Better Ads”, un consorzio di settore di cui Google fa parte. La definizione include i pop-up - che già si possono bloccare su Chrome - e quei banner che coprono il contenuto di una pagina e si possono chiudere solo dopo alcuni secondi. 
La funzionalità sperimentale potrebbe arrivare su Chrome in via definitiva nel 2018, in modo da dare tempo agli inserzionisti di rivedere i propri contenuti pubblicitari e renderli conformi alle nuove regole imposte dalla Coalition. Chi volesse già provare l’adblocker può farlo scaricando Chrome Canary per Android dal Play Store .

La direzione verso cui si muove Google è la stessa seguita già da qualche tempo da Opera . Il browser dell’omonima azienda norvegese (ma di proprietà di una holding cinese ) sta provando a differenziare la propria offerta per guadagnare terreno in un settore dominato dal browser di Google e da Safari (Apple). Il sistema di blocco delle pubblicità, il primo integrato su un browser maggiore, velocizza la navigazione in maniera sensibile e permette di evitare il tracciamento, il tutto senza appesantire il browser con un’estensione di terze parti. Basta una spunta nelle impostazioni per attivarlo. Sempre dalla preferenze si può attivare una lista bianca di siti per i quali si vuole lasciare attiva la visualizzazione delle pubblicità. Le versioni più recenti di Opera includono inoltre una sidebar da cui si può accedere ai principali servizi di messaggistica , come Whatsapp o Messenger. 

La mitica Radio Caroline ottiene la licenza dopo 50 anni da pirata sui mari

lastampa.it
paolo lauri

La prima trasmissione fuori dalle acque territoriali inglesi risale al 1964, con alterne vicende è arrivata ai giorni nostri. Ha ispirato il film «I love radio rock» del 2009



Immaginate una macchina del tempo, indietro di 50 anni, vi sarebbe capitato di ascoltare su vecchie radioline in AM (modulazione di ampiezza) una radio nuova e anticonformista per l’epoca, bandita soprattutto dal governo inglese. Nel 1964 Radio Caroline iniziava le sue trasmissioni su una nave, la MV Ross Revenge ancorata al di fuori delle acque territoriali d’Oltremanica, perché la legislazione della terraferma, nel Regno Unito come altrove, finiva a pochi chilometri di distanza dalle coste: oltre quel limite si era in acque internazionali e la legge da osservare era quella del paese in cui era registrata la nave. Se la legge di quel paese non aveva obiezioni contro la trasmissione radiofonica marittima, era possibile far sentire una radio a chi stava sulla terraferma senza essere illegali. Il mito di Radio Caroline non si è mai estinto e coloro che hanno superato gli anta la ricordano ancora. 

Ora dopo esattamente mezzo lustro dalla legge sulla violazione dei diritti di trasmissione marittima introdotta nel 1967 dal parlamento inglese proprio per impedire il proliferare di queste emittenti qualcosa è cambiato e la stazione ha ottenuto una licenza per trasmettere, questa volta legalmente, sul territorio inglese. Peter Moore, che gestisce l’emittente, ha dichiarato di essere felice che la richiesta, presentata già nel 2010, abbia avuto successo, aggiungendo che la sua ambizione era quella di riprendere le trasmissioni proprio sulla MV Ross Revenge sul fiume Blackwater nella contea dell’Essex. Per ora la licenza in AM è per le regioni del Suffolk e le parti settentrionali dell’Essex in Inghilterra. «Vorremmo fornire – ancora Moore - lo stesso tipo di trasmissioni come quelle che si sentivano in passato e in molti casi presentate dalle stesse persone di prima, proprio come una capsula del tempo».



La storia di Radio Caroline inizia a mezzogiorno del 28 marzo 1964 quando Chris Moore e Simon Dee si trovavano su una nave al largo delle coste dell’Essex, a sudest dell’Inghilterra e annunciarono l’inizio delle trasmissioni dalla MV Caroline – una vecchia nave passeggeri danese. Mandarono in onda un messaggio pre-registrato: «Questa è Radio Caroline sul 199, la vostra stazione musicale 24 ore su 24». La prima canzone che venne mandata in onda fu Not Fade Away dei Rolling Stones, dedicata a Ronan O’Rahilly (il proprietario e deus ex machina del progetto). Erano cominciate le trasmissioni di quella che sarebbe diventata una delle prime “radio pirata” del mondo e certamente la più famosa, la cui storia ha ispirato il celebre film ’I Love Radio Rock’ del 2009 (film un po’ romanzato ma che vale la pena vedere perchè riporta i fatti dell’epoca, pur senza mai citare il nome di Caroline).

Nel 1964 le trasmissioni musicali radiofoniche erano dominate dai tre canali della BBC che confinava il pop a pochissime ore a settimana e soprattutto non voleva saperne di ospitare gruppi delle etichette indipendenti. Emi e Decca la facevano da padrone e gli allora “emergenti” Beatles, Moody Blues, Who, Rolling Stones, Yardbirds e Kinks, trovavano poco spazio. L’emittente di stato inglese, un po’ come la Rai dell’epoca, limitava a poche ore al giorno la possibilità di suonare dischi in diretta e, a volte, le canzoni venivano cantate da altri interpreti o in versioni solo strumentali. Ecco allora che Ronan O’Rahilly, 24enne irlandese che cercava di farsi strada a Londra come imprenditore

 musicale con una sua piccola etichetta indipendente scoprì, a sue spese, che il mercato discografico era in mano ai soliti nomi: aveva bussato al canale nazionale e a Radio Luxemburg senza successo. 
O’Rahilly decise quindi di mettere in piedi la sua stazione, Radio Caroline , riadattando una nave passeggeri danese di 700 tonnellate, la MV Fredericia (che formalmente era registrata a Panama). Fu aiutato dalla sua famiglia, proprietaria di un piccolo porto privato a Greenore, nel nord dell’Irlanda. O’Rahilly disse che, per il nome, si ispirò a una delle celebri foto di Caroline Kennedy che gioca nello Studio Ovale.

Il successo fu immediato, Radio Caroline trasmetteva musica pop tutto il giorno, in pochi mesi dall’inizio delle trasmissioni raggiunse quattro milioni di ascoltatori, e presto arrivarono la pubblicità, vietata per radio dalla legge britannica fino agli anni settanta, e giochi a premi con cifre anche consistenti. I dj erano più popolari degli artisti stessi: uno dei più noti, Mick Luvzit, sposò la sua fidanzata alla radio e in diretta nel 1966. 



La vita a bordo era dura: non si potevano portare donne sulla barca, il compenso per i DJ era 25 sterline la settimana, venti sigarette e birra gratis; restavano a bordo quindici giorni e poi andavano per una settimana sulla terraferma a spendere tutto. Racconta Tony Blackburn in un video su YouTube che un giorno, al momento di scendere a terra, disse alla radio che avrebbe regalato un disco a tutti quelli che lo avrebbero salutato nel percorso che avrebbe fatto dal porto di attracco fino a Londra guidando un’auto di colore rosso. «Fu incredibile, dopo aver percorso meno di mezzo miglio avevo esaurito tutti i dischi». In un sondaggio del 1966, il 45 per cento dei britannici disse di sintonizzarsi regolarmente su una radio pirata o su Radio Luxembourg, la potente emittente lussemburghese che era una specie di loro antenata.



L’epoca d’oro delle radio pirata, però, non durò molto. Osteggiate dai parlamentari perché rischiavano di finire fuori controllo, il governo britannico pose di fatto fine alla loro storia con il Marine Offences Act, che entrò in vigore il 15 agosto 1967. La legge, tuttora esistente «proibisce di trasmettere dalle navi, dalle strutture off-shore e dagli aerei in acque territoriali britanniche, o da navi e aerei registrati nel Regno Unito dovunque si trovino». Quasi tutte le radio pirata sorte nel frattempo smisero di trasmettere e anche molto personale di Radio Caroline se ne andò. O’Rahilly, però, aveva deciso di andare avanti e, poco dopo la mezzanotte di Ferragosto, disse «Radio Caroline continua» e mandò All You Need Is Love dei Beatles. 

A partire dal 1972 Radio Caroline ha ripreso e interrotto le trasmissioni diverse volte, e prima della licenza legale accordata per la prima volta dopo 50 anni, ha continuato e continua le sue trasmissioni in streaming, ma non è più tornata alla fama di un tempo. Ronan O’Rahilly, 77 anni, è molto malato ed è tornato a vivere in Irlanda proprio a Greenore, il porto dove oltre 50 anni fa tutto era iniziato.