domenica 6 agosto 2017

La Ferrari tutta specchi dei rom

corriere.it

Insieme a una Porsche, è uno dei bolidi di cui il pm aveva chiesto la confisca. Istanza respinta, il possesso è giustificato dal commercio di automobili



Ferrari 458, velocità 320 chilometri all’ora, prezzo da nuova 205.000 euro che salgono a 240.000 per il modello speciale. È una delle auto di cui la procura aveva chiesto la confisca, come misura di prevenzione nell’indagine patrimoniale sulla grande famiglia rom Horvat/Nicolini/Hudorovich, ma che il tribunale ha rigettato. Grigia, con la carrozzeria a specchio, non poteva passare inosservata. Infatti, era stata notata dai passanti, a Grassobbio (Bergamo), ma prima ancora dalla Guardia di finanza che da anni controllava i componenti della famiglia allargata.

Era febbraio del 2016 e non è dato sapere dove sia finito questo bolide. Potrebbe essere stato venduto. È il lavoro del proprietario, 24 anni, che non era stato sottoposto nemmeno alla misura di sorveglianza speciale chiesta dalla procura a fine 2016, oltre che a quella patrimoniale. Una denuncia per truffa proprio in relazione a un’auto non basta per ritenerlo «socialmente pericoloso», ha motivato il collegio delle misure di prevenzione. Serve che si dimostri un’indole mai sopita a delinquere. Inoltre, la proprietà delle auto, oltre alla Ferrari una Porsche, si giustificano con la sua attività.
Le visioni della procura e del tribunale sono molto diverse. Come per altro è già emerso a proposito delle 14 su 20 richieste di sorveglianza speciale respinte. Il pm ha presentato appello (da discutere) così come le difese, al contrario, sui sei provvedimenti concessi (già discusso, si attende la decisione).

Questa Ferrari entra nell’indagine della Guardia di finanza e dei carabinieri attraverso un giro largo. Un procedimento penale con due indagati per una truffa sulla vendita di una Ferrari, un’altra.
L’acquirente paga 135.000 euro con un bonifico ma non vedrà mai l’auto dei suoi sogni. Secondo i militari quegli stessi soldi sono stati utilizzati dal ventiquattrenne (estraneo all’indagine penale) per acquistare la Ferrari argento. Nel 2016, anno delle verifiche, risulta aver comprato auto per 815.000 euro. Le commercia, ne ha vendute per 635.800 euro, ma nelle banche dati non risultano dichiarazioni dei redditi. Nemmeno accertamenti da parte dell’Agenzia delle entrate. La volta in cui l’auto è stata vista dai militari, anzi le volte sono due, la Rossa vestita d’argento era nelle mani di un cugino.

Ferrari, ma anche Bentley e Hummer, oltre che le più comuni Audi, Mercedes, Bmw e Volkswagen, tornano più volte nella ricostruzione dei patrimoni delle famiglie rom, che le commerciano. Altre richieste di confisca da parte della procura, altri no da parte del tribunale. Come nel caso di un altro ventiquattrenne per il quale erano state chieste sia la sorveglianza speciale che le confische, entrambe respinte. La fotografia si ferma sempre al 2016, perché le verifiche arrivano fino a quell’anno. Lui commercia auto, come il padre e il fratello, ma non ha mai aperto una partita Iva.

Secondo i finanzieri, utilizza come prestanomi i familiari. Come la sua convivente, che risulta legale rappresentante di una società di commercio di vetture e che apre la partita Iva quando ha appena partorito il primo figlio. Ferrari e Bentley, solo per citarne due, sono bolidi intestati alla società ma secondo la procura sono di fatto del ragazzo. Da qui le richieste di confisca, che però non hanno retto il vaglio del tribunale: gli acquisti sono precedenti al manifestarsi della pericolosità sociale, che peraltro non viene riconosciuta al punto da sottoporlo alla sorveglianza perché il ragazzo ha un unico procedimento per truffa.

C’è anche un’altra donna della famiglia che risulta intestataria di numerose auto. Non super lussuose, ma dalle utilitarie Citroen alle più pregiate Mercedes. Nel 2013 apre una partita Iva per il commercio di vetture, ma la sede dell’attività è una casa (allora) disabitata, a Montello. Nel giro di alcuni anni la donna acquista auto per un milione di euro. Ma secondo la procura è un’attività fittizia. Da qui la richiesta di confisca di 11 mezzi, oltre che la misura di prevenzione personale per la «pericolosità sociale» legata a una serie di truffe, la prima nel 1988, l’ultima nel 2014. Ma ancora una volta le richieste non hanno superato il vaglio del tribunale. Tolte prescrizioni o archiviazioni, a suo carico in quel momento (2016) rimane solo un procedimento per truffa del 2014. E la proprietà delle auto è giustificata dalla sua impresa.

L’idea di Google per rendere internet più veloce

lastampa.it
andrea signorelli

Sperimentato già a marzo su YouTube, il nuovo algoritmo di controllo del traffico permette ai dati di fluire con una velocità nettamente superiore

Uno degli storici obiettivi di Google è riuscire a velocizzare le comunicazioni su internet e sul web, attraverso miglioramenti apportati direttamente all’architettura della rete. Uno dei progetti più noti, dedicato al mobile web, è Google AMP ; ma l’azienda di Mountain View ha apportato s ignificative migliorie anche al suo browser Chrome, sempre con lo scopo di aumentare la velocità di caricamento delle pagine.

Un altro passo in questa direzione è stato annunciato pochi giorni fa e promette di rendere decisamente più veloci i siti e le piattaforme di proprietà di Google e tutte quelle ospitate sul suo cloud. Si tratta del nuovo algoritmo di controllo della congestione del traffico dati progettato dagli ingegneri della Big G: il BBR (Bottleneck Bandwidth and Round-trip propagation time), un modello in grado di prevedere la banda disponibile nel “collo di bottiglia” della catena di trasmissione dati, vale a dire il punto più congestionato, e di adeguare di conseguenza la velocità dei pacchetti inviati al network. 

Senza scendere troppo nei tecnicismi, è importante sapere che oggi il flusso dei dati su internet è regolato dal protocollo TCP/IP , che invia pacchetti di dati alla massima velocità possibile finché non si accorge che il canale è saturato; a questo punto la velocità viene dimezzata, dando modo alla coda di smaltirsi e ricominciando così il processo da capo. 

Il nuovo algoritmo di controllo della congestione, frutto di due anni di lavoro, consente invece di prevedere la velocità ottimale a cui inviare i dati e la massima quantità di pacchetti che si possono spedire, evitando che il sistema si congestioni e quindi permettendo ai dati di fluire in maniera più costante e senza improvvisi rallentamenti. “Per ogni connessione, il nostro algoritmo usa le più recenti misurazioni relative al network utilizzato”, si legge sul blog di Google . “In questo modo, il BBR è in grado di decidere a che velocità inviare i dati”.

Testato a partire da marzo su YouTube, Google ha ottenuto, a livello globale, un incremento nella velocità media della piattaforma di videostreaming pari al 4%, con progressi che in alcuni paesi hanno raggiunto anche il 14%. Considerando come si tratti di un miglioramento medio – ma che ha registrato, in alcuni casi particolari, picchi superiori a 2.700 volte – si capisce come l’esperienza generale di navigazione benefici in maniera consistente del nuovo algoritmo. 

La decisione di Google di utilizzare questo sistema anche per il suo cloud, però, consentirà a tutte le società che sfruttano il servizio di ottenere gli stessi miglioramenti, tra cui i 500mila siti ospitati da Worpress, uno dei più noti clienti della Google Cloud Platform . Per il futuro, l’obiettivo è di incorporare BBR all’interno del protocollo standard TCP che sta alla base di tutta internet; ma la decisione di Google di rendere pubblico il suo nuovo algoritmo consente a ogni sviluppatore di poterlo sfruttare fin da subito. 

L'arsenale (bluff) di Haftar: vecchio, scarso e a pezzi

ilgiornale.it
Gian Micalessin - Ven, 04/08/2017 - 14:31

Gli aerei sono superati e non hanno pezzi di ricambio, i piloti sono over 50. E non possono neanche colpirci



Minacciare è facile, colpire un po' meno. La prima cosa che i nostri ammiragli vorrebbero chiedere al generale Khalifa Haftar è come pensa di affondare le loro navi.

Anche perché - dopo l'ultima incursione contro le basi islamiste di Derna nella Cirenaica Orientale conclusasi, il 29 luglio, con l'abbattimento di un cacciabombardiere, il generale di Tobruk ha a disposizione soltanto due dei tre Mig 21UMs che operano solitamente dalla base aerea di Tobruk. Certo, in teoria, la flotta aerea di Haftar è assai più ampia. Stando ad alcuni conteggi il generale dovrebbe avere negli hangar 14 Mig 21 e quattro Mig 23 oltre a 7 elicotteri Mi 24/35 Si tratta però di un conteggio teorico vista la continua necessità di cannibalizzare lo schieramento per mantenere in linea almeno una coppia di caccia bombardieri. La cannibalizzazione non previene, però, l'usura e i conseguenti malfunzionamenti che rendono assai vulnerabile l'aviazione di Tobruk.

Soltanto negli ultimi 19 mesi Haftar ha perso, tra abbattimenti e malfunzionamenti, quattro Mig 21, cinque Mig 23 e almeno sei elicotteri, tra cui due Mi 24/35, la corazzata volante di fabbricazione russa. Di fronte a questa disastrosa percentuale a poco servono gli aiuti degli alleati egiziani ed emiratini costretti, tra l'altro, a forzare l'embargo dell'Onu per garantire l'operatività dell'aviazione di Tobruk. Le parti di ricambio, indispensabili per garantire il parziale rinnovamento di alcuni Mig 23, non bastano infatti a compensare le perdite.

E comunque anche una flotta aerea al massimo dell'efficienza non garantirebbe le capacità minime richieste per colpire le nostre unità navali. I Mig 21 progettati all'inizi degli anni '50 e diventati operativi nel 1956 sono bombardieri con un raggio d'azione che non supera i 360 chilometri. Un'autonomia decisamente insufficiente se si considera che la distanza aerea tra Tobruk e il mare prospiciente Tripoli supera i mille chilometri. Se il fattore meccanico è seriamente limitante il fattore umano lo è ancor di più.

Il colonnello Adel Al-Jihani, abbattuto e ucciso a Derna, era al pari dei suoi colleghi al servizio di Haftar, un pilota ormai sessantenne sicuramente valoroso ed esperto, ma non molto adatto al combattimento aereo. Un problema non di poco conto. Addestrare nuove leve con cui sostituire i piloti caduti è, infatti, ancor più difficile che trovar pezzi di ricambio perché non esistono paesi con dei Mig 21 e 23 in ruolo attivo dove addestrare al combattimento i nuovi allievi. Anche disponendo di giovani e miracolosi «top gun» capaci di far volare quei Mig al di là della loro autonomia il generale dovrebbe comunque spiegare come pensa di poter centrare le nostre navi.

I missili Zvezda Kh-66 e Kh-23 Grom utilizzati dai Mig 21 e 23 hanno un raggio di soli dieci chilometri. In compenso il sistema radar «Empar» prodotto da Finmeccanica e montato sulle nostre unita più recenti ha una portata di oltre 100 chilometri. Il che significa che i Mig sarebbero individuati 90 chilometri prima di poter colpire. E in questo intervallo spazio temporale potrebbero venir agevolmente neutralizzati dai missili «Aster 15» e «Aster 30» con cui le nostre fregate e i nostri cacciatorpedinieri possono colpire obbiettivi aerei fino alle distanze di 30 km e 120 chilometri.
Ma se anche un missile riuscisse a partire dovrebbe vedersela con i proiettili del cannone Oto Breda 76/62 particolarmente adatto - soprattutto nella versione Super Rapido con cadenza da 120 colpi al minuto - per l'intercettazione in volo dei missili nemici.

Certo l'affondamento durante il conflitto delle Falkland del cacciatorpediniere britannico Sheffield, colpito da un missile Exocet argentino nonostante l' assoluta superiorità tattica e tecnologica della marina britannica, dimostra che in guerra nulla è prevedibile. Ma fu l'unico colpo messo a segno dagli argentini. E a farlo arrivare nella pancia della Sheffield contribuì un doppio errore degli inglesi nell'interpretazione dei segnali radar. Ma a differenza di Haftar gli argentini disponevano di aerei e piloti ancora in grado di volare.

"Cognome arabo? Un problema" E la madre lo cambia alla figlia

ilgiornale.it
Fabrizio Tenerelli - Ven, 04/08/2017 - 16:57

Avere un cognome arabo, oggi, in Italia, potrebbe essere più un disagio, che altro? E allora, che problema c'è: basta cambiarlo

Avere un cognome arabo, oggi, in Italia, potrebbe essere più un disagio, che altro? E allora, che problema c'è: basta cambiarlo.


Così una madre di 38 anni, abitante a Bordighera ha deciso di presentare domanda alla Prefettura di Imperia per dare il proprio cognome alla figlia di nove anni. Una decisione che si inserisce in una travagliata vicenda familiare, con un padre inesistente e una bambina cresciuta con i nonni materni, ma quelle pochissime righe con cui si motiva la richiesta del cambio di cognome, la dicono lunga.
"L'inesistenza totale del padre e della famiglia paterna nella vita della minore - scrive il genitore, motivando la propria scelta - dal forte legame della bambina con il nonno materno e dal possibile disagio che il cognome arabo potrebbe procurarle in futuro, se non legato a un rapporto parentale affettivo".

La domanda ha avuto buon esito e nei giorni scorsi è stata protocollata all'Albo Pretorio del Comune, perchè così prevede la legge. Come accade anche nelle pubblicazioni di matrimonio, infatti, bisogna dare la possibilità a chiunque di presentare ricorso, quando sussistano dei validi motivi. Quello di Bordighera, alla fine, è soltanto lo specchio di una situazione italiana, non un caso isolato, ma un dato di fatto che sicuramente farà riflettere. La madre non scende nei particolari, quando parla di "possibile disagio", ma ognuno è libero di trarre le proprie conclusioni.

Credevano che il loro cane fosse stato soppresso, invece lo ritrovano in un annuncio online

lastampa.it
giulia merlo



La famiglia Coates ha sofferto molto l’anno scorso: il marito di Tawny è finito in prigione, hanno perso la loro casa e il loro cane Zoey, un boxer di 10 anni, si è ammalato. 



Il cane aveva sviluppato un tumore e Tawny ha deciso di ricorrere all’eutanasia per non farlo più soffrire. Siccome, però, lei era troppo sconvolta per portare Zoey dal veterinario per l’ultimo viaggio, ha chiesto al padre Larry di farlo al posto suo. Quando l’uomo è arrivato, però, ha chiesto un consulto alla dottoressa Mary Smart: ciò che è successo in quell’incontro, però, è raccontato in modo completamente differente dai due.



Larry ha raccontato di aver pagato 215 dollari perchè Zoey venisse soppressa e cremata e la famiglia ha la ricevuta della clinica, con anche una carta di condoglianze per la perdita di Zoey da parte dello staff. La dottoressa, invece, sostiene di aver discusso con l’uomo diverse altre opzioni e che lui, però, non era interessato. La dottoressa Smart ha raccontato che non si sentiva a suo agio ad addormentare un cane che aveva altri anni da vivere e ha deciso di fare richiesta perchè il tumore di Zoey venisse operato. Poi ha contattato il canile locale, che ha preso con sé Zoey.



E’ stato così, attraverso la pagina Facebook del canile, che Tawny si è imbattuta nella foto del suo cane sei mesi dopo averla data per morta. Stava infatti cercando on line un altro boxer da adottare per Jaxton, il figlio undicenne che sentiva la mancanza di un amico a quattro zampe. A quel punto, la donna ha contattato la dottoressa che le ha confermato che il cane nella foto era proprio Zoey.



“Ho sbagliato, avrei dovuto avvertire la famiglia. Se avessi saputo che volevano indietro il cane li avrei chiamati, ma dopo la mia conversazione con il signor Coates sembrava ovvio che loro non la volessero più”, si è giustificata la dottoressa. Se la famiglia decidesse di denunciarla, la dottoressa Smart andrebbe incontro a un procedimento disciplinare, anche perchè una volta accettati i soldi per l’eutanasia lei avrebbe dovuto attenersi al mandato ricevuto. La famiglia ancora non ha deciso che cosa fare, ma le parole finali della dottoressa sono state: “Se io avessi seguito la procedura come mi ha chiesto il signor Coates, non avrebbero più Zoey, che sarebbe morta”. Difficile dire chi sia dalla parte della ragione.

Pagina antinapoletani su Facebook, parte la denuncia: «Accertare responsabilità del social network»

ilmattino.it

Screen shot della testata della pagina Facebook

Finalmente da qualche ora la pagina “Aboliamo il piagnisteo napoletano” su Facebook non è più attiva, ma per settimane i gestori hanno usato quello spazio virtuale per offendere Napoli e i suoi abitanti. Non solo offese generiche, quelle che ormai ci siamo abituati ad ascoltare nei cori da stadio, ma spesso venivano prese di mira singole persone protagoniste di tragiche vicende: Ciro Esposito, il tifoso del Napoli ucciso nel 2014 da un ex ultrà della Roma; Tiziana Cantone, morta suicida un anno fa dopo la diffusione on line di un suo video hard; Salvatore Balzano, anche lui suicidatosi la settimana scorsa dopo aver pubblicato dei video proprio su Facebook con cui annunciava la sua tragica intenzione.

Anche per difendere la memoria di questi ragazzi, nei giorni scorsi l’avvocato Angelo Pisani, lui stesso preso di mira da quella pagina, ha presentato formale denuncia. «Un popolo di internauti zotici e incivili, incapaci perfino di esprimersi in lingua italiana, tramite Facebook che non oscura e non recepisce immediatamente le segnalazioni assumendosene la responsabilità, sta riempiendo il web con i suoi schizzi di velenoso fango attraverso pagine Facebook autodefinite anche “Aboliamo il piagnisteo napoletano” – si legge in un post diffuso oggi sulla pagina dedicata all’associazione “Ciro Vive” presieduta da Antonella Leardi, madre del tifoso napoletano ucciso a Roma tre anni fa –.

Ad essere prese di mira dal gruppo di bifolchi sono in primis bambini innocenti rimasti vittima di gravi malattie e poi giovani vittime della violenza razzista come il tifoso Ciro Esposito (il cui assassino ultrà ha appena subito anche in Appello una seria condanna), nonché gli abitanti della Terra dei Fuochi, morti uno dopo l’altro per i veleni che proprio le industrie del Nord sversavano nelle loro terre».

Il lunghissimo post continua, elencando tutti i capi d’accusa che potrebbero ricadere sui responsabili della pagina antinapoletani e citando una sentenza della cassazione, già pronunciatasi su un caso simile: «Il precedente richiamato nell’atto è quello di Donatella Galli, la leghista recentemente condannata con sentenza definitiva, su denuncia proprio dello stesso Pisani, perché proprio attraverso i social network propagandava l’odio xenofobo». Infine, si chiarisce che l’obiettivo della querela non è solo quello di far individuare i colpevoli e punirli, ma si chiede alle autorità di verificare anche le responsabilità del social network: «Non esiste solo l’intento di identificare e punire i colpevoli facendo cessare questa barbarie, ma anche accertare la responsabilità dei social che non intervengono a tutela delle vittime»

Gli ex Unità (e non solo) lanciano «strisciarossa»

lastampa.it

Al via a settembre un nuovo sito di informazione rigorosamente «di sinistra»


 Il logo del nuovo sito

Dalle ceneri dell’Unità nasce «strisciarossa». Nulla a che vedere col Pd, men che meno con Renzi, o con gli ultimi editori che nelle scorse settimane hanno portato alla chiusura del quotidiano fondato da Antonio Gramsci, ma un progetto che affonda le radici nella storia dell’ex organo di partito promosso da un drappello di giornalisti. 

L’annuncio di questa nuova iniziativa, di questi tempi, non può che arrivare via social network. «Cari amici di Facebook – scrive infatti l’ex vicedirettore Pietro Spataro - insieme con un nutrito gruppo di giornalisti abbiamo deciso di far nascere un nuovo sito. Arriverà a settembre e si chiamerà strisciarossa.it».

Il giornale che nasce on line «e poi si vedrà», come già qualcuno ha scritto nei commenti, si annuncia come «nuovo in tutto». Nuovo «nella grafica, nel modo di raccontare le cose, negli argomenti che affronterà. Soprattutto sarà nuovo perché non somiglierà a nessun altro sito e cercherà di mettere accuratezza, approfondimento e affidabilità al centro della propria informazione. Faremo di tutto per evitare quelle che Antonio Gramsci definiva le tendenze che minano il giornalismo: “l’improvvisazione, il talentismo, la pigrizia fatalistica, il dilettantismo scervellato…».

Il nome «strisciarossa» è stato scelto «perché può avere un doppio significato: per chi ha letto o diffuso l’Unità richiama la striscia rossa che sottolineava la testata. Per gli altri quel segno sarà il simbolo di un punto di vista preciso, di una informazione schierata ma aperta e di ricerca. La nostra striscia rossa è infatti volutamente non finita, come se fosse lo spunto per un viaggio da costruire insieme».

Il punto di vista di «strisciarossa» sarà ovviamente di sinistra. E questo, spiega Spataro, «vuole essere il suo elemento di forza», «una sinistra che deve diventare più larga possibile, unitaria, inclusiva, non settaria, articolata nei suoi pensieri e nelle sue sensibilità ma ferma nei suoi convincimenti e nella sua radicalità. Vogliamo aprire uno spazio pubblico e offrire spunti nuovi a quelli che fanno parte del vasto popolo di sinistra che oggi è diviso e spaesato.

«Il nostro obiettivo - argomenta l’ex vicedirettore dellUnità - è diventare, attraverso il lavoro giornalistico, un luogo di informazione, di conoscenza e di confronto sui temi che sono il cuore della ricostruzione di un pensiero di sinistra: la disuguaglianza, il lavoro, l’immigrazione, il conflitto sociale, le pari opportunità, la formazione, l’innovazione condivisa, una nuova idea di Europa, gli squilibri mondiali, la questione ambientale, i diritti e le libertà, le culture che animano i pensieri e la ricerca scientifica che apre nuove frontiere. Vogliamo fare di strisciarossa il sito dove si costruiscono i ponti e si abbattono i muri. E lo faremo nella chiarezza delle nostre idee e nella fermezza dei nostri giudizi».

A questa nuova impresa «collaboreranno molti giornalisti che hanno lavorato all’Unità, altri che vengono da esperienze diverse, studiosi e intellettuali che sono attenti osservatori del nostro tempo. Ma l’’auspicio è che la contaminazione diventi sempre più profonda e proficua e possano entrare nella nostra redazione sensibilità e idee nuove per un nuovo viaggio».

La squadra iniziale, infatti, oltre che a Spataro che tiene le redimi del progetto, è composta da Silvia Garambois, Paolo Soldini, Marcella Ciarnelli, Bruno Ugolini, Ella Baffoni, Paolo Branca, Maristella Iervasi, Stefano Bocconetti, Toni De Marchi, Andrea Aloi, Maria Serena Palieri, Ninni Andriolo, Cristiana Pulcinelli, Romano Bonifacci, Pasquale Cascella, Maria Luisa Righi, Massimo Cavallini, Maddalena Tulanti, Gianni Cerasuolo, Giuliano Cesaratto, Enzo Ciconte, Antonio Cipriani, Alberto Crespi, Domenico Commisso, Pier Virgilio Dastoli, Roberto Del Balzo, Rocco Di Blasi, Paolo Di Paolo, Nicola Fano, Rinaldo Gianola, Francesco Giasi, Bruno Gravagnuolo, Pietro Greco, Luca Landò, Oreste Pivetta, Michele Prospero, Giuseppe Provenzano, Daniele Pugliese, Vittorio Ragone, Roberto Roscani, Lorenzo Rossi Doria, Marco Sappino e Claudio Treves. 

Attraverso il sito www.strisciarossa.it, la pagina Facebook “Striscarossa”, e l’account twitter (@striscia_rossa) il gruppo di lavoro informerà via via sui lavori in corso dando vita ad un vero e proprio count down. «Vi aspettiamo con le vostre idee e con le vostre passioni» è l’invito che rivolgono a tutti in attesa del debutto.

[P.BAR.]

Visa, nuove accuse da Bruxelles sulle tariffe delle carte non Ue

lastampa.it

La Commissione ha inviato un elenco supplementare di accuse nell’ambito dell’indagine sulle tariffe che le banche dei clienti Visa applicano ai commerciati per i pagamenti



La Commissione europea ha inviato a Visa un elenco supplementare di accuse formali nell’ambito dell’indagine sulle tariffe che le banche dei clienti Visa applicano ai commerciati per ogni pagamento effettuato con questa carta di credito presso i loro negozi. L’attuale supplemento di accuse riguarda le tariffe “interregionali”, ovvero quelle sui pagamenti fatti con carte Visa emesse fuori dalla comunità economica europea per acquisti in Europa. Condizione tipica di turisti o viaggiatori.

L’indagine contro Visa partiva dall’evidenza che l’aumento dei prezzi causato da queste tariffe non è imputato direttamente all’utilizzatore della carta, ma è spalmato su tutte le transazioni nei differenti negozi. Secondo l’antitrust, questo può portare a prezzi più alti per beni e servizi. Il primo elenco di accuse formali era stato inviato nel 2012. A febbraio 2014 la Commissione ha deciso di rendere legalmente vincolanti gli impegni di Visa e ha chiuso la procedura. Ma per le tariffe interregionali Visa non ha presentato alcun rimedio, e quindi l’indagine è andata avanti.

Sprite, il satellite più piccolo del mondo

lastampa.it
andrea signorelli

È un circuito di 3,5 centimetri di lato e 4 grammi di peso: testato di recente nello spazio, sarà prodotto in massa nei prossimi anni e utilizzato per studiare la Terra



È ancora presto per sapere se i ricercatori di Breakthrough Starshot – il programma ingegneristico spaziale fondato da Stephen Hawking e dal miliardario russo Yuri Milner – riusciranno davvero a inviare una sonda su Alfa Centauri . Per il momento, però, sono comunque riusciti a mandare in orbita il più piccolo satellite di tutti i tempi. Dal peso di quattro grammi e dalle dimensioni di 3,5 centimetri per lato, questi mini-satelliti sono stati ribattezzati Sprite. 

Un razzo indiano ne ha trasportati sei nello spazio il 23 giugno, ma la notizia è stata diffusa solo pochi giorni fa. Due di questi Sprite sono attaccati ai lati di due satelliti di dimensioni decisamente più grandi: il lettone Venta e l’italiano Max Valier. Quando quest’ultimo riuscirà a stabilire una comunicazione con i supervisori della missione, altri 4 Sprite verranno rilasciati nello spazio per iniziare a orbitare attorno alla Terra per conto loro.

Nonostante le piccole dimensioni, questi mini-satelliti sono dotati di parecchi dispositivi tecnologici: ogni Sprite ha infatti un processore, un pannello solare, un magnetometro, un giroscopio e una radio per comunicare con i ricercatori. Il problema è che, finora, solo lo Sprite che si trovava sul satellite Venta è riuscito a mettersi in comunicazione, mentre alcuni problemi dell’italiano Max Valier, forse all’antenna radio, hanno finora impedito che venissero lanciati nello spazio i 4 restanti mini-satelliti.

Ma a cosa servono questi Sprite? L’obiettivo è di produrre centinaia di migliaia di questi micro-satelliti e lanciarli in massa nello spazio, per creare un enorme network di piccoli sensori in grado di studiare l’atmosfera terrestre, il suo campo magnetico e altro ancora. Se questo, però, è un obiettivo che potrebbe diventare realtà già nel prossimo decennio, Zac Manchester guarda già più avanti: “Potremmo utilizzarli nelle esplorazioni planetarie e inviarli a studiare i pianeti da molto vicino: con questi Sprite, che costano solo 25 dollari l’uno, possiamo fare cose per le quali non rischieremmo mai sonde spaziali dalle dimensioni, e dai costi, molto superiori”.

DS, la scoperta del mito. PSA rispolvera il salotto a cielo aperto prodotto in soli 1.365 esemplari

ilmessaggero.it
di Sergio Troise

Una DS cabrio in giro per le strade di Roma

Nella storia dell'auto del novecento c’è un esempio di originalità, innovazione e sofisticazione inimitabile. È rappresentato dalla francese Citroen DS, un’auto che nel 1955 sembrò una sorta di avveniristico concept proiettato nel futuro, e invece era già pronta per scompigliare il mercato delle berline di categoria premium offrendo un comfort inusitato e prestazioni da grande e rassicurante stradista.

Disegnata dall’italiano Flaminio Bertoni, esibiva linee anticonvenzionali e disponeva di soluzioni all’avanguardia come i freni a disco e un sofisticato sistema di sospensioni idropneumatiche che assisteva idraulicamente anche freni, sterzo, cambio e frizione automatica. Presentata al Salone di Parigi del 1955, consentì alla Citroen di raccogliere 12.000 ordini in 24 ore. Roba mai vista prima. E mai più verificatasi in nessun salone. Rimasta in produzione fino al 1977, la DS è stata venduta in un milione e 330.750 unità. Di queste, una piccola parte (1.365) è stata trasformata dal carrozziere Henri Chapron in una versione cabriolet che oggi rappresenta il vanto di pochi fortunati collezionisti: un esemplare in ordine può valere dai 150.000 ai 250.000 euro!

La filiazione italiana del marchio francese (DS è un brand del gruppo PSA nato da una costola di Citroen e diventato autonomo dal 2014) ha organizzato un evento in cui ha esibito cinque esemplari della storica Chapron a fianco della compatta DS3 Cabriolet attualmente in vendita. Cinque capolavori restaurati a regola d’arte che hanno fatto da testimonial per la novità dell’estate 2017. Un modo per sottolineare il legame tra tradizione e innovazione.

Tra i gioielli in passerella a Roma uno è appartenuto in passato a Ennio Morricone, un altro è di Aurelio De Laurentiis. Datato 1964, l’esemplare del presidente del Calcio Napoli è il più anziano tra quelli esibiti da DS Italia nell’evento romano. È stato acquistato ad un’asta a Parigi e poi affidato alle cure del Centro di documentazione storica che la casa francese possiede in Toscana, a Sinalunga, dove – su richiesta del proprietario – l’auto è stata riverniciata in un bell’azzurro metallizzato prima d’essere imbarcata su una nave che la porterà negli Usa, a Palm Beach.

Quella del produttore è una delle prime DS19 Cabriolet prodotte. Ha un motore 1,9 litri da 75 cv/137 Nm, che non offre grandi prestazioni (velocità massima 140 km/h), ma è un raro esempio di eleganza e comfort, con il valore aggiunto di pregiatissimi interni in pelle color crema. Guidarla tra Roma e le strade attorno al lago di Bracciano s’è rivelato un autentico privilegio: è stato come navigare a bordo di uno yacht di lusso, rigorosamente dislocante, godendosi il sole e il vento nei capelli. Al volante della DS 19 Cabriolet le curve si affrontano come… virate, con l’accortezza di procedere adagio, viste le dimensioni vicine ai 5 metri. Il cambio a 4 marce è al volante e la manovrabilità è buona, anche se la prima non è sincronizzata. Stupefacenti l’efficienza dei freni e le soffici sospensioni idropneumatiche.

Ma non solo: quest’auto ultracinquantenne stupisce anche per la disposizione dei comandi di fari, indicatori di direzione e clacson, sistemati in modo da non staccare mai le mani dal volante. André Citroen era proprio avanti… La DS19 Cabriolet fu presentata al Salone di Parigi del 1959 su iniziativa, come detto, della Carrosserie Henri Chapron, la stessa che ha allestito le DS presidenziali di De Gaulle e Pompidou e che realizzerà successivamente le due SM Cabriolet usate da tutti i capi di Stato francesi. Una tradizione appena rinnovata con la DS7 Crossback scelta da Emmanuel Macron nella giornata dell’investitura ufficiale all’Eliseo.

Dopo la DS 19, Chapron modificò anche la DS 21 e la DS23, con relativo aumento della cilindrata, della potenza e delle prestazioni. Dal 1964, con l’arrivo della Pallas, la DS Cabriolet fu disponibile esclusivamente nell’allestimento top di gamma. L’ultima evoluzione fu la versione con alimentazione ad iniezione elettronica, capace di sfiorare i 200 km/h, disponibile a partire dal 1970. Alla carrozzeria di monsieur Chapron arrivava il telaio completo di meccanica che poi veniva completato lavorando in proprio le lamiere specifiche per le cabriolet, costruendo l’enorme capote ed il relativo telaio, allestendo le sellerie con pellami specifici, moquette e rivestimenti in molti colori e combinazioni. Tutto ciò rende oggi quasi impossibile trovare due DS Cabriolet con il medesimo allestimento.

Nel 1939 la Cina voleva salvare gli ebrei in fuga dal nazismo

ilcorriere.it

La scoperta è stata fatta da un giornalista investigativo del quotidiano Haaretz negli archivi della Repubblica


La sinagoga di Ohel Rachel a Shanghai, in Cina

Per gli ebrei in fuga dalla barbarie nazista c’era pronta un’altra terra di accoglienza e soltanto gli sviluppi drammatici della Seconda Guerra mondiale impedirono che si realizzasse. Quella terra era una remota provincia della Cina e la Repubblica cinese aveva già pronti i piani per l’insediamento di migliaia di profughi. 

La scoperta negli archivi
La scoperta è stata fatta da un giornalista investigativo del quotidiano Haaretz negli archivi della Repubblica e conferma quello che è sempre stato storicamente un rapporto di simpatia fra i cinesi e il popolo ebraico. I documenti risalgono al 1939: Pechino voleva ospitare la nuova comunità ebraica nello Yunnan al confine con la Birmania. Ma il piano non andò in porto, probabilmente perché la Repubblica era sotto attacco da parte delle truppe imperiali giapponesi, che avevano già commesso il massacro di Nanchino.

Le comunità a Kaifeng e Shanghai
La Cina ospitava già una comunità ebraica. La più antica era quella a Kaifeng nella provincia dell’Henan, e poi quella degli ebrei sefarditi di Baghdad, arrivati alla metà dell’Ottocento. Le comunità si erano ingrossata poi tra la fine dell’Ottocento e gli anni Venti, con l’arrivo degli ebrei russi in fuga dai pogrom dell’epoca zarista e dal caos della rivoluzione d’Ottobre. Alla fine degli Trenta i nuovi arrivi erano dalla Germania e dall’Europa centrale e si erano concentrati nel distretto Hongkou di Shanghai.

L’invasione giapponese
E’ a quel punto che i dirigenti cinesi preparano i piani per l’insediamento nello Yunnan, per ragioni umanitarie e perché probabilmente le capacità di assorbimento a Shanghai erano esaurite. E’ una dimostrazione di grande generosità perché il quel momento le truppe del Giappone, alleato della Germania nazista, erano inarrestabili e stavano conquistando quasi tutte le province costiere, tanto che la capitale era stata spostata provvisoriamente a Hankou.

Fondatore della Repubblica
La nuova ondata di profughi si era gonfiata dopo l’Anschluss dell’Austria alla Germania, nel 1938. Il governo cinese adotta i suggerimenti di Sun Fo, figlio di Sun Yat-sen, fondatore della repubblica cinese nel 1912, dopo la deposizione dell’ultimo imperatore Pu Yi. Viene scelto lo Yunnan per i nuovi insediamenti per ragioni pratiche, oltre che di solidarietà: è poco popolato e si trova al confine con la Birmania, parte allora dell’Impero britannico.

Mossa per ottenere l’aiuto inglese
Il documento ritrovato da Haaretz enumera gli ebrei nel mondo: 16 milioni, quattro negli Stati Uniti, tre in Unione Sovietica, tre in Polonia e gli altri sparsi negli altri Paesi. Il piano sottolinea che la Gran Bretagna non ha fornito loro l’assistenza promessa. L’annotazione punta a suscitare anche la simpatia dell’opinione pubblica britannica, compresa l’importante e influente comunità che viveva allora in Cina. Salvando gli ebrei la Cina sperava anche nell’aiuto dell’Impero britannico contro l’invasore giapponese. Un circostanza che si realizzerà solo molto più tardi, dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor nel dicembre del 1941.