mercoledì 9 agosto 2017

Ong, don Mussie Zerai sotto inchiesta: prete candidato al Nobel accusato di favoreggiamento immigrazione

repubblica.it
di ALESSANDRA ZINITI

Ong, don Mussie Zerai sotto inchiesta: prete candidato al Nobel accusato di favoreggiamento immigrazione
La Procura di Trapani contesta al sacerdote eritreo di aver segnalato gli arrivi dei migranti nella chat segreta dei capitani delle navi umanitarie

A fare il suo nome agli inquirenti sono stati i due addetti della security imbarcati a bordo della nave Vos Hestia di Save the children che hanno rivelato l'esistenza di una chat segreta tra i team leader a bordo delle navi umanitarie.

Don Mussie Zerai, sacerdote eritreo che da anni vive in Italia ed è punto di riferimento per migliaia di suoi concittadini che affrontano il viaggio verso l'Europa, è tra gli indagati della Procura di Trapani nell'ambito dell'inchiesta per favoreggiamento all'immigrazione clandestina che ha già portato al sequestro della nave Juventa della Ong tedesca Jugend Rettet. Anche per il sacerdote l'accusa sarebbe la stessa.

Secondo quanto riferito dai due testimoni, il sacerdote che riceveva le comunicazioni dai migranti imbarcati sui gommoni dei trafficanti, avrebbe fatto da tramite con i membri delle Ong segnalando giorno, ora e posizione delle imbarcazioni da soccorrere.

Candidato al Nobel per la pace nel 2015, fondatore e presidente dell'agenzia di informazione Habeshia, definita "il salvagente dei migranti", con la quale offre assistenza telefonica ai migranti in partenza, stimolando l'intervento delle autorità nei luoghi in cui si trovano imbarcazioni in difficoltà, a Don Zerai glòi uomini della squadra mobile di Trapani hanno notificato un avviso di garanzia.
"Ho saputo soltanto lunedì dell'indagine - dice Mussie Zerai - e voglio andare a fondo in questa vicenda.

Sono rientrato a Roma dall'Etiopia di proposito. In passato - aggiunge - ricevevo moltissime telefonate ogni giorno. Oggi ne ricevo molte meno, non saprei dire perche,' ma il mio intervento è sempre stato a scopo umanitario". L'indagine, secondo ambienti giudiziari, si riferisce a presunte pressioni svolte dal prelato presso gli organi competenti nel soccorso in mare. "Prima ancora di informare le Ong - dice il religioso -, ogni volta ho allertato la centrale operativa della Guardia Costiera italiana e quella maltese. Mai ho avuto rapporti con la Iuventa ne aderisco a chat segrete. Ho sempre comunicato attraverso il mio telefono cellulare".

Sul fronte Ong, questa mattina un'altra organizzazione che aveva già annunciato via mail la sua adesione, ha ufficialmente firmato il codice di comportamento al Viminale. E' la tedesca Sea eye. Per il momentosono quattro su otto le Ong che hanno aderito, a queste potrebbe aggiungersi domani Sos Mediterranèe che ha chiesto un incontro per chiarire alcune perplessità che hanno fino ad ora spinto l'organizzazione a rimanere nel fronte del "no". Restano fuori ancora Medici senza frontiere e le altre due tedesche Sea Watch e Jugend Rettet, quest'ultima al centro dell'indagine trapanese che da oggi passa sotto il coordinamento del nuovo procuratore Alfredo Morvillo.

Pazzo clima, le foglie nelle strade come in autunno

lastampa.it
antonio scurati

Pazzo clima, le foglie nelle strade come in autunno

Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie. La poesia di Giuseppe Ungaretti, formata da un unico memorabile verso, non è più immortale. Al culmine di questa estate africana, il poeta che nacque in riva al Nilo è improvvisamente invecchiato in riva al Po: il cambiamento climatico lo ha reso datato. A Torino, infatti, dal principio di agosto i viali alberati sono ricoperti da un tappeto di foglie secche autunnali. La prolungata siccità primaverile, sommata alla straordinaria canicola estiva, ha disseccato le piante fino a castigarle con un autunno anticipato. Pare che a soffrire siano soprattutto i platani. I platani e i tigli. 

Di questo passo, nessuno di noi, all’alba di questo nuovo secolo, potrà più esprimere la precarietà esistenziale della condizione umana immortalata da Ungaretti, all’alba del secolo scorso, tra le trincee della Prima guerra mondiale, con la similitudine pregnante che equipara i soldati alle foglie autunnali.
Adesso, da queste parti, sotto questi cieli roventi, le foglie pencolano incerte, precarie, dai rami dei platani anche ad agosto, oppure, v’insistono, complici estati prolungate, fino a dicembre e oltre.

Eppure - anche se non ci sono più gli autunni di una volta - una similitudine resta. Per notarla, però, bisogna aguzzare lo sguardo. Se l’apocalisse vissuta dalla generazione di Ungaretti fu madornale e letteralmente esplosiva, quella toccata in sorte a noi, si manifesta, al contrario, per piccoli segni. Per scorgerla dobbiamo notare i tigli sfrondati, la crepa che si apre sul letto dei fiumi in secca, la rosa ancora fiorita a fine novembre sul nostro balcone settentrionale. Dobbiamo notare le zanzare che proliferano fuori stagione nei nostri modesti giardini, i contadini che piantano la vita a quote sempre più elevate, le specie ittiche tropicali che risalgono il corso dei nostri fiumi.

Il cambiamento climatico è una realtà catastrofica già in atto, riguarda il nostro presente non solo il nostro futuro. Il mutamento è qui, adesso. E non è più soltanto una verità scientifica, dedotta da modelli statistici e calcoli astratti. E’, invece, una evidenza quotidiana ben calata nella base sensibile della nostra esperienza personale. Nonostante tutto ciò, fatichiamo ancora ad assumerne fino in fondo la consapevolezza.

Perfino quando il cambiamento climatico si manifesta con eventi letteralmente catastrofici - inondazioni, tempeste, migrazioni di popoli - viene quasi sempre e quasi subito riassorbito nell’ombra delle cose più vicine. Si sottrae alla nostra piena coscienza, elude quel combattivo senso di responsabilità che potrebbe spingerci ad affrontarlo con determinazione e coraggio, perché, a differenza della tragedia che travolse la generazione di Giuseppe Ungaretti, ci giunge come una sorta di catastrofe al rallentatore. 

La Storia - che pure stiamo vivendo - non si manifesta mai a noi come la sassata che una mattina manda in frantumi i vetri della tua finestra. Sì, il problema è questo: le tragedie epocali non mancano, anche le epopee altrui di popoli in marcia ci riguardano ma oramai ci difetta il sentimento tragico ed epico degli accadimenti che ci consenta di vederle, di capirle, di esserne all’altezza.
Nell’augurare a tutti i lettori de «La Stampa» un sereno Ferragosto, mi auguro anche che tutti insieme si reimpari a vedere nelle foglie dei platani che ingombrano in piena estate i viali di Torino il senso di un comune destino.

La pellicola antimulta sulla targa? Un’astuzia che può costare cara

corriere.it
di Renato Dainotto

La targa è di proprietà dello Stato. Guai ad alterarla, manometterla, danneggiarla. O renderla illeggibile. Ecco le sanzioni amministrative e penali che si rischiano


A volte capita di incrociare sulla strada auto e moto con la targhe strane. Numeri visibilmente riverniciati. Numeri scoloriti. Numeri e lettere illeggibili per lo sporco, o coperti, come capita con le moto (per colpa di un lucchetto o della catena). Fino ai casi estremi in cui viene applicata una pellicola traslucida che rende poco visibili i numeri (magari per sfuggire all’autovelox) o viene messo del nastro adesivo per «taroccare» la sequenza alfanumerica (una C diventa G). Ma ci sono anche i banalissimi casi in cui la targa è usurata o si è danneggiata in un incidente, e non si legge più perfettamente. In tutti queste situazioni si rischiano almeno delle sanzioni amministrative, ma può anche scattare la denuncia penale.
Identifica il proprietario
Con la targa non si scherza, perché ha un ruolo di «fede pubblica». Apposta sul veicolo in seguito all’immatricolazione, ha il compito di rende immediatamente identificabile il proprietario, cioè il responsabile della circolazione, sia per le infrazioni al Codice della Strada sia in caso di incidente. In certi casi la responsabilità (in solido) viene attribuita anche se il proprietario non è al volante al momento dell’infrazione o dell’incidente.
Proprietà dello Stato
Osservando con attenzione la targa si può vedere il simbolo della Repubblica Italiana. Le targhe infatti sono prodotte dall’Istituto Poligrafico dello Stato. Per il Codice della Strada (art. 100), l’auto deve avere la targa davanti e dietro. Quando l’auto viene radiata le targhe devono essere riconsegnate alla Motorizzazione Civile. In altre parole: le targhe sono proprietà dello Stato e vengono date in uso al proprietario dell’auto.
Nessuna manomissione
Le targhe sono «battute» in lamiera di alluminio, su cui è apposta una pellicola retroriflettente autoadesiva. Queste caratteristiche non possono essere alterate. Sempre l’art. 100 del Codice della Strada stabilisce che: «Chiunque falsifica, manomette, altera targhe automobilistiche ovvero usa targhe manomesse, falsificate o alterate è punito ai sensi del Codice Penale». Dunque con la targa non si gioca.
Le pellicole anti-autovelox
In commercio si trovano pellicole che rendono invisibile la targa. Si può pensare: dato che vengono vendute, si possono usare liberamente. I più furbi se ne servono per oscurare la targa all’autovelox e alle telecamere Ztl... Ora, queste pellicole possono essere utilizzate per fotografare l’auto nel caso in cui si intenda venderla tramite un’inserzione. Non c’è problema. Ma se l’auto esce dal box e circola su strada in quelle condizioni, il proprietario rischia grosso. Finendo nel penale e lasciando al giudice la decisione se sia manomissione o alterazione.
Non si passa la revisione
Anche in caso di danneggiamento della targa è meglio chiedere la sostituzione. Perché se la targa è compromessa, l’auto non può passare la revisione. E se la targa è difettosa e si stacca la pellicola retroriflettente? Bisogna consegnarla alla Motorizzazione Civile e farsene rilasciane una nuova.
Le sanzioni amministrative
Circolare con un veicolo privo di targa vuol dire rischiare una multa da 84 euro a 335. Se si circola con una targa non propria o contraffatta, cioè alterata o modificata, la sanzione va da un minimo di 1.988 euro a un massimo di 7.953 euro. Se la targa viene giudicata «equivoca», cioè tale da non consentire l’identificazione del mezzo, la multa va da un minimo di 25 euro a un massimo di 99 euro (quindi è vietato applicare sulle targhe iscrizioni, distintivi o sigle che possano creare dubbi nella identificazione). A queste si aggiungono le sanzioni amministrative accessorie: il ritiro della targa, il fermo del veicolo per tre mesi e, in caso di reiterazione delle violazioni, la confisca amministrativa del veicolo.
Le sanzioni penali
Se chi usa targhe contraffatte ammette di essere l’autore della contraffazione, ne risponde anche penalmente come prescritto all’art. 469 del Codice penale (Contraffazione delle impronte di una pubblica autentificazione o certificazione) in concorso con i reati di cui agli art. 477 (Falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in certificati o autorizzazioni amministrative) e 482 sempre del Codice Penale (Falsità materiale commessa dal privato). Se, invece, l’automobilista o proprietario dell’auto con targhe non autentiche ammette di non essere l’autore della falsificazione risponde del reato di cui all’art. 470 del Codice penale (Vendita o acquisto di cose con impronte di una pubblica autenticazione o certificazione) in concorso con quelli di cui agli articoli 648 C.P. (ricettazione) e 489 C.P. (uso di atto falso).

I giudici danno il bonus Inps agli immigrati senza permesso

ilgiornale.it
Franco Grilli - Mar, 08/08/2017 - 16:26

Sei sentenze adesso obbligano l'Istituto ad erogare l'assegno familiare a chi non ha il permesso di lungo periodo

L'Inps lo nega, il Tribunale spesso lo concede. Stiamo parlando dei bonus famiglia erogati dall'istituto nazionale di previdenza sociale per i cittadini immigrati.



Di fatto sul fronte del bonus mamme da 800 euro, le indicazioni previste dalla legge di stabilità del 2014 escludevano le donne straniere sprovviste dal permesso di soggiorno di lungo periodo. Ma di fatto con alcuni ricorsi in Tribunale, diversi casi sono stati ribaldati e il giudice ha concesso il bonus. La prima sentenza in questa direzione è arrivata, come riporta l'Huffingtonpost, ad aprile del 2017. Da lì altri sei casi hanno visto il riconoscimento a chi non è in possesso del permesso di soggiorno di lungo periodo. Secondo quanto sottolineato da Morena Piccini, presidente di Inca Cgil, le norme studiate dal governo sarebbero discriminatorie. E a dare il via ai bonus ai migranti è stata anche una sentenza della Corte di giustizia dell'Unione europea che ha accettato con parere favorevole il ricorso di una straniera di Genova che ha fatto causa all'Inps per ottenere l'assegno.

In primo grado il Tribunale ha dato ragione all'Inps, ma in secondo grado il verdetto è stato ribaltato con la richiesta di un intervento della Corte Ue. . "I cittadini dei paesi non Ue ammessi in uno Stato membro a fini lavorativi, a norma del diritto dell'Unione e del diritto nazionale – scrivono i magistrati, coem ricorda l'Huff – devono beneficiare della parità di trattamento rispetto ai cittadini di detto Stato". E questi sono i primi casi di una lunga serie. Di fatto il permesso di lungo periodo, secondo le toghe, è troppo restrittivo e dififcile da ottenere. Così sia diversi Tribunali italiani che in sede Ue hanno costretto l'Inps ad erogare l'assegno anche a chi ha un permesso di sei mesi o un permesso umanitario. Adesso l'istituto di Boeri ha chiesto al governo e al Ministero dell'Economia di fornire nuove indicazioni sui requisiti per il bonus famiglia.

È l'Avana che comanda il Venezuela (con l'aiuto dei mercenari di Obama

ilgiornale.it
Paolo Guzzanti - Mar, 08/08/2017 - 08:10

Se sei un cittadino venezuelano e vuoi il passaporto, devi fare i conti con i servizi segreti cubani: è all'Avana e non a Caracas che si decide se un venezuelano può o non può andare all'estero e in quali Paesi.
 
Cuba domina il Venezuela fin dai tempi di Fidel Castro che trattava Hugo Chavez come un suo luogotenente, esattamente come aveva fatto nei primi anni Settanta nel Cile di Salvador Allende, presidente minoritario sostenuto da sindacati armati che morì per il colpo di Stato favorito dalla Cia e guidato da Augusto Pinochet. Allende morì sparando con il mitra dalle iniziali d'oro che gli aveva regalato Fidel Castro. Allora gli americani si coprivano anche di infamia, pur di non cedere al comunismo cubano e sovietico. Oggi tutto è cambiato e si vede che dietro Raul Castro si muovono proprio gli agenti americani insediati da Barak Obama.

Se ai tempi della guerra fredda gli Stati Uniti sostenevano tutte le dittature anticomuniste latino-americane, comprese le più indecenti, oggi gli uomini di Obama e decine di agenzie di contractors (mercenari) sostengono a mano armata i narco-comunisti. La Cuba di Fidel Castro aveva già avuto negli anni Ottanta i suoi problemi a causa della spavalda gestione del narcotraffico e fu costretto a chiudere quel capitolo scandaloso fucilando il suo eroe, il generale Arnaldo Ochoa Sanchez, lo Scipione Africano di Cuba, uomo adorato dalle folle e temuto stratega in Etiopia, Corno d'Africa, Mozambico e Angola, dove Castro muoveva a piacimento le sue divisioni protette da Mosca. Ochoa acconsentì ad autoaccusarsi davanti al tribunale del popolo per salvare la pelle dei familiari e morì gridando «Viva Cuba, viva Fidel!» davanti al plotone d'esecuzione in una livida alba piovosa nell'aeroporto dell'Avana, rifiutando la benda e conservando le spalline.

Così Fidel Castro aveva messo una toppa all'accusa di aver trasformato lo Stato socialista della canna da zucchero in Stato socialista della cocaina. Era ormai venuto meno il «fraterno aiuto economico» dell'Unione Sovietica e fu varata una nuova strategia sotto il controllo dei democratici americani e di Obama: la pace tra le Farc il cartello della droga colombiano per anni in armi contro lo Stato e il governo di Bogotá che ha fatto pendant con lo scioccante trattato fra Barak Obama, il papa argentino Mario Bergoglio e il cubano Raoul Castro. Il trattato che ha trasformato l'isola caraibica in uno Stato di polizia aperto alle agenzie immobiliari e turistiche per miliardari americani, ridisegnando la geografia del potere. Cuba grazie al nuovo equilibrio vince su tutti i fronti, incassa miliardi americani con il turismo, mantiene in galera centinaia di intellettuali fra cui molti giornalisti per i quali nessuno muove un dito e si vede riconosciuta come «zona d'influenza» Venezuela e parte della Colombia.

Ecco perché ieri Hugo Chavez e oggi Nicolàs Maduro si muovono in Venezuela come proconsoli cubani, mentre all'Avana si prendono le decisioni che contano sull'ordine pubblico a Caracas, le carriere militari, la diplomazia e l'emissione dei visti. Poco importa che ieri le Procure nazionali di Brasile, Argentina, Paraguay, Uruguay, Cile e Perù abbiano sottoscritto una dichiarazione in cui respingono la destituzione della loro collega venezuelana, Luisa Ortega Diaz, definendola illegale: è all'Avana che si studiano e si attuano in queste ore le contromisure contro i focolai di insurrezione anti Maduro con la complicità dei mercenari americani mandati da Obama.

Trump ha da poco rigettato gli accordi Castro-Obama-Bergoglio ma per ora sono soltanto innocue dichiarazioni: il presidente americano, soffocato dai problemi interni e dalla situazione coreana non ha ancora dato segnali attivi di inversione nella politica cubana e venezuelana. Ci vorrà tempo, ma è proprio ciò su cui contano Maduro e Castro: il tempo gioca a loro favore e a favore dei narcos.

"Le donne e gli uomini biologicamente diversi". E dov'è lo scandalo?

ilgiornale.it
Annalisa Chirico - Mar, 08/08/2017 - 08:19

L'email di un ingegnere di Google scatena la polemica sessista. Che nega solo l'evidenza

Premetto che siamo tutti uguali. L'ho scritto, dunque lo penso. Maschi e femmine sono uguali, le differenze biologiche sono un capriccio maschilista, retaggio di un'oppressiva cultura fallocentrica.
Ormai siamo tutti vittime dell'egualitarismo di genere che prescrive la sterilizzazione sessuale, vale a dire la negazione delle diversità tra i generi, a partire da quella cromosomica: le combinazioni xy e xx pari sono. È l'ennesimo inganno perpetrato dai sacerdoti della «equality», ideologia contro natura.

Tra i paradossi contemporanei, c'è una Silicon Valley, portabandiera dell'innovazione tecnologica nel mondo, che si erge a santuario laico del politicamente corretto. In una mailing list interna un «senior software engineer» di Google, dunque un ingegnere della divisione software con una certa anzianità di servizio, invia un documento di 10 pagine per criticare gli sforzi aziendali volti ad aumentare la percentuale di donne nei ruoli dirigenziali e di dipendenti appartenenti a minoranze etniche. Le colleghe, sostiene l'ingegnere, sono biologicamente meno adatte a ricoprire ruoli di leadership nel settore della tecnologia, perciò occupano un numero esiguo di posti di comando. In altre parole, non esisterebbe una cupola che manovra le promozioni al fine di penalizzare intenzionalmente il gentil sesso nelle compagnie della new economy.

Il documento che non svela verità clamorose ma fotografa un matter of fact viene pubblicato integralmente in rete provocando un coro di polemiche. Sessista!, la più lieve. Danielle Brown, vicepresidente dell'ufficio che si occupa di diversità e integrazione, interviene a nome dell'azienda: «Non è un punto di vista che io o questa società sosteniamo, promuoviamo o incoraggiamo.
Cambiare una cultura è difficile, spesso scomodo». Tuttavia, aggiunge Brown, «per costruire un ambiente aperto e inclusivo va promossa una cultura in cui chi ha punti di vista alternativi, anche politici, si senta libero di esprimere la propria opinione».

Per Google dove le donne rappresentano il 31% della forza lavoro (con un incremento del 17% sull'anno precedente) la parità di genere è un argomento potenzialmente esplosivo poiché l'azienda di Mountain View è attualmente sotto indagine da parte del dipartimento del Lavoro per le accuse di discriminazione salariale a scapito delle donne. Da diversi anni si trascina una discussione poco esaltante sulla presunta misoginia negli ambienti di lavoro della Valle del silicio dove hanno visto la luce Apple, Microsoft, Hewlett Packard, Facebook, Google, e-Bay, Tesla, start-up rivoluzionarie inventate da giovani maschi spiantati, divenuti tycoon dai conti in banca stratosferici. Internet è maschio, e riconoscerlo è femmina. Si può ammettere il primato maschile nel settore hi-tech senza complessi di inferiorità.

Del resto, chi può credere che a Palo Alto uno Steve Jobs in gonnella non trovi il venture capital necessario alla realizzazione di una promettente idea per il sol fatto di non essere di pene dotato? Il fatto che le più importanti web company siano state fondate da uomini non significa che una regia occulta sia impegnata nell'esclusione delle donne. Banalmente, siamo più brave a fare altro. Quelle tra noi che si iscrivono alle facoltà tecnico-scientifiche difficilmente eccellono, hanno diverse «attitudini intrinseche», azzardò nel 2005 Larry Summers, ex ministro del Tesoro di Bill Clinton. Per l'intrepida affermazione l'economista, non esattamente un reazionario, fu costretto alle dimissioni dal rettorato dell'università di Harvard. La verità costa cara. Per questo, come da premessa, intendo ribadire che siamo tutti uguali, per carità, anche se non lo siamo. E se lo fossimo, sai che noia.

Porno, calcio e scommesse online: lo scandalo dei telefonini di Stato

repubblica.it
di FABIO TONACCI

Dai cellulari in dotazione alle amministrazioni pubbliche sono partite migliaia di chiamate verso numeri ben poco istituzionali. Con un danno di quasi 8 milioni di euro. Lo studio sul traffico di oltre 400 mila sim card Coppola (Pd): "Molte potrebbero essere truffe". Donazioni via sms a carico del contribuente, biglietti per eventi e abbonamenti a oroscopi

Siamo sicuri che tra gli 840 dipendenti pubblici che hanno attivato l'abbonamento a "SexyLand" sul telefono di servizio, pagato coi soldi degli italiani, ci sia qualcuno che lo ha fatto per sbaglio. E siamo anche ragionevolmente certi che tra i 665 funzionari, assessori e dirigenti statali che risultano abbonati a "Le porno Erasmus", ci sia chi è soltanto vittima di una truffa telefonica. Così come se andiamo a frugare tra i 564 abbonamenti attivati tra aprile e giugno di quest'anno a "Video hard casalinghi", i 12.000 abbonamenti a "Serie A Tim", i 630 a "Dillo alle Stelle" e i 260 a "Pronto a tavola", troveremo certamente chi ignora di avere questa roba nelle bollette. Ma che c'entra il televoto con l'uso del cellulare "per ragioni di servizio"? Cosa c'entrano le telefonate ai call center per i biglietti dei concerti, o le donazioni via sms addebitate allo Stato?

Quel che ha scoperto la Commissione parlamentare d'inchiesta sulla digitalizzazione (e gli sprechi) dell'Amministrazione pubblica analizzando i 401.839 cellulari a carico dello Stato è un quadro assai poco edificante, di sciatteria e di consapevole sperpero. Tanto, appunto, paga lo Stato. La Commissione si è fatta mandare da Telecom Italia il prospetto con il traffico - telefonate, sms e dati Internet - di tutte le sim dei cellulari consegnati ai dipendenti pubblici. Rientrano nelle due distinte convenzioni Consip (Telefonia mobile 5 e Telefonia mobile 6) che hanno rifornito circa 4.400 amministrazioni centrali e locali.

L'obiettivo era capire quanto si può risparmiare se si eliminano i consumi che niente hanno a che fare con il lavoro di un sindaco, di un assessore, di un funzionario ministeriale, di un dirigente statale. Sono quindi andati a vedere quanto è stato speso, dal 2012 al 2017, per chiamate a numeri speciali con addebito (i call center), per servizi di intrattenimento via sms e mms, per i servizi interattivi sulla Rete. Risultato: 7,7 milioni di euro sprecati. Una media di quasi due milioni all'anno, con picchi tra il 2013 e il 2015. Non sono cifre che sconvolgono il bilancio di un Paese, ma dicono molto dei suoi costumi.

"Basterebbe fare i controlli sulle bollette, smettendola di complicare le norme, e non ci troveremmo di fronte a questo spreco", osserva il deputato del Pd Paolo Coppola, presidente della Commissione. Andiamo con ordine. Per avere un'indicazione statistica dei consumi abusivi è stato chiesto alla Tim il dettaglio del traffico di tutte le sim pubbliche nei mesi tra aprile e giugno 2017. In numeri speciali spendiamo 39mila euro non dovuti per colpa di 1.382 chiamate al call center di Trenitalia (11.500 euro), 1.108 a quello di Alitalia (8.754 euro), 267 al desk di Ticketone per avere informazioni su biglietti e concerti (1.907 euro), 120 telefonate al call center di Sky (293 euro) e altro. Piccole cifre, ma che non dovrebbero esistere visto che l'uso del cellulare è consentito solo nell'ambito dell'incarico svolto.

Un po' di più, 132 mila euro, è stato buttato via con gli sms per comprare prodotti bancari e promozioni di natura sociali. Si contano 15.000 messaggini (costati 52.390 euro) ricevuti da Banca Intesa per le comunicazioni di home banking che, ovviamente, non dovrebbero essere attivate col telefono di servizio. Facendolo, furbescamente il possessore carica la commissione della banca su una bolletta non sua. Ci sono anche alcune voci che si riferiscono ad acquisti con Mediaset e altre televisioni. Pure un migliaio di euro in sms di beneficenza, perché è facile essere generosi con i soldi di tutti. Per non parlare di chi ha entusiasticamente partecipato con gli sms (altri 1.000 euro) al televoto di Sanremo e Miss Italia. Ripetiamo: piccole cifre, ma esemplari.

Arriviamo al tasto più doloroso e oneroso, da mezzo milione di euro in tre mesi: le transazioni sulla Rete per contratti con strani provider. Qui, a voler stare al prospetto della Tim, si entra nella fiera del futile. Dunque: 6.976 abbonamenti mobilepay a Beengo Tuk Tuk (in Rete si trovano decine di utenti che si lamentano per l'attivazione non voluta); 9.176 a Mobando; 6.438 a TimGames, 12.000 circa a Serie A Tim, migliaia e migliaia di servizi per entrare nelle chat erotiche e ricevere e materiale pornografico, oroscopi, ricette, scommesse sportive. "Credo che la maggior parte di questi abbonamenti siano stati attivati involontariamente, frutto di truffe telefoniche", sostiene Paolo Coppola. "Se chi lavora nella pubblica amministrazione ci casca così facilmente, chissà quanti utenti privati vengono fregati".

Rimangono però un paio di punti da chiarire. Pure in presenza di truffe, c'è da chiedersi perché non vengano rilevate da chi controlla i bilanci di comuni, province, regioni, ministeri. Basterebbe avvertire il dipendente, disattivando il servizio, e risparmieremmo tutti. Non solo. Gli sms per il televoto a San Remo, le chiamate ai call center a pagamento, l'home banking, la beneficenza farlocca: tutto ciò assomiglia più al reato di peculato che a un inconsapevole errore. "Ci penserà la procura, nel caso", dichiara Coppola. "Più avanti consegneremo la relazione finale complessiva al Parlamento, e immagino che i magistrati saranno interessati. Sull'immediato, come commissione di inchiesta, daremo l'indicazione perché nella convenzione Consip sia inserita una clausola per mettere automaticamente nella black list questo tipo di servizi".

La rivolta dei profughi minorenni: otto 17enni africani sequestrano il responsabile della casa famiglia di Caivano

ilmattino.it


Accolti in una casa famiglia per minori non accompagnati, otto giovani, tutti 17enni e originari di Gambia e Guinea, hanno sequestrato il responsabile 50enne bloccando l’ingresso della struttura con alcuni mobili. Lo hanno costretto nel suo ufficio, seduto su un divano e gli hanno intimato di consegnare soldi e i loro documenti personali altrimenti avrebbero appiccato il fuoco alla cooperativa.

Giunti velocemente sul posto, i carabinieri dell’aliquota radiomobile della compagnia di Casoria hanno fatto accesso alla struttura, liberato il responsabile e tratto in arresto i minori per sequestro di persona a scopo di estorsione. Dopo le formalità sono stati accompagnati al centro di prima accoglienza dei colli aminei di napoli.

Martedì 8 Agosto 2017, 09:05 - Ultimo aggiornamento: 08-08-2017 09:05

Soldati aggrediti in via Firenze è sparito il clandestino denunciato

ilmattino.it
di Nico Falco



Napoli, domenica pomeriggio, via Firenze. Tre militari tengono bloccato al suolo un ragazzo e gli impediscono di muoversi. Intorno a loro, alcuni extracomunitari protestano sempre più vivacemente. Urlano, indicano, qualcuno si avvicina. Uno di loro va verso il ragazzo immobilizzato con l’intenzione di farlo rilasciare e viene respinto, subito dopo altri giovani lo seguono; dall’altro lato, approfittando del fatto che i militari sono rivolti verso il gruppetto che era sempre più vicino, un altro extracomunitario afferra il ragazzo e lo trascina via. Viene allontanato anche lui ma ritorna e spintona i soldati, che intanto cercano di bloccare di nuovo il giovane che nel frattempo si era rialzato e, tra qualche altra spinta dall’uno e dall’altro lato, riesce ad allontanarsi insieme ad altri giovani.

Il ragazzo viene inseguito e fermato dopo qualche metro; nell’audio, tra i clacson, si sente la voce di uno straniero che urla “non picchiare”. In pochi secondi una trentina di extracomunitari circondano i militari, urlando e inveendo. Il video, girato da un cittadino, dura poco più di due minuti e da domenica rimbalza su Internet e in particolare sui social network, dove gli utenti si sono divisi tra chi denuncia un eccessivo uso della violenza da parte dei militari e chi, invece, invoca una maggiore presenza delle forze dell’ordine in quelle zone dove, abbandonate al degrado, gli stranieri sono spesso coinvolti in attività illegali e microcriminalità.

Il video è stato rilanciato anche da Matteo Salvini che, parlando di “guerriglia urbana”, esprime solidarietà agli abitanti del quartiere che «purtroppo si ritrovano con un sindaco amico dei clandestini e dei centri sociali». Di parere opposto la Rete Antirazzista di Napoli, che in un comunicato parla di clima razzista e xenofobico instaurato da speculazioni politiche, si scaglia contro la pattuglia di militari che «nel fermare un cittadino marocchino per un controllo dei documenti ha finito invece per malmenarlo duramente» e, aggiunge, «questa scena e la percezione di assistere ad un abuso ha determinato la reazione indignata di molte persone, non solo immigrati».

Alta tensione a Porta Nolana: ruba smartphone e si scaglia contro i poliziotti, arrestato richiedente asilo politico

ilmattino.it

Nuovo episodio di violenza contro le forze dell'ordine nella zona della Stazione centrale. Domenica mattina gli agenti della polizia di Stato dell’Ufficio Prevenzione Generale hanno arrestato Traore Bakary, 21enne cittadino del Mali attualmente senza fissa dimora, ritenuto responsabile del reato di resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Lo stesso è stato altresì denunciato in stato di libertà per il reato di ricettazione.

Bakary ha richiesto asilo politico ed è attualmente in Italia in quanto titolare di un permesso di soggiorno per motivi umanitari valido sino al 19 settembre. Verso le 11 i poliziotti si sono recati in via Carmignano alla ricerca dell’autore di un furto di cellulare appena avvenuto in corso Garibaldi ai danni di un cittadino dello Sry Lanka. Giunti sul posto, hanno subito notato un gruppetto di stranieri, tra cui Bakary, che confabulavano con un telefonino tra le mani. Alla loro vista gli stranieri si sono dati tutti alla fuga in diverse direzioni.

Il 21enne maliano è stato però raggiunto. Per sfuggire alla cattura ha quindi provato a salire su un tetto ma gli è stato impedito. Vistosi alle strette, si è avventato sui poliziotti colpendoli ripetutamente a calci e pugni. È riuscito a svincolarsi raggiungendo la bancarella di un venditore ambulante, ha iniziato a prendere degli oggetti esposti per la vendita e lanciarli contro gli agenti. Tra questi oggetti alcuni piatti hanno colpito alla mano sinistra un poliziotto.

Alla fine è stato bloccato e sottoposto a perquisizione personale. Gli agenti lo hanno trovato in possesso di documenti intestati a un cittadino del Ghana, 2.140 euro e uno smartphone Samsung con codice di blocco a lui sconosciuto. Dopo aver ricevuto la notifica della revoca dello status di protezione internazionale, Bakary è stato quindi arrestato. In giornata verrà processato con rito direttissimo.

Lunedì 7 Agosto 2017, 12:56

Coyote, un’app e tre apparecchi per riconoscere gli autovelox e segnalare pericoli alla community

lastampa.it
stefano mancini

L’ex pilota Jean Alesi è il testimonial del dispositivo che aiuta i guidatori a evitare le code (e a salvare i punti sulla patente)

Tempo di vacanze, di esodo in auto e di consigli per la sicurezza. La prima regola è quella di avere una macchina in buone condizioni: per verificare la pressione e le condizioni degli pneumatici, il funzionamento delle luci, olio, acqua e tergicristalli bastano pochi minuti in una stazione di servizio. La seconda regola, altrettanto importante, riguarda le condizioni del guidatore, che deve sempre essere concentrato e rispettare il codice della strada.

La tecnologia aiuta: ci sono dispositivi che segnalano in anticipo situazioni di pericolo o la presenza di controlli della velocità. Come funzionano? E, soprattutto, rivelare la presenza di autovelox non è un incentivo all’alta velocità? Jean Alesi non ha dubbi: “Gli autovelox sono già segnalati da cartelli, avere un dispositivo che avverte il guidatore migliora la sicurezza ed evita di perdere punti della patente”. Ex pilota della Ferrari, Alesi è testimonial del Coyote, un dispositivo che, come anche i tradizionali navigatori Gps, si propone come aiuto alla guida oltre che come rilevatore di radar e pattuglie della stradale. 

Il principio di funzionamento è semplice: oltre a contenere un database di postazioni fisse e mobili dei vari sistemi di controllo della velocità, il Coyote si arricchisce grazie alle segnalazioni dei suoi utilizzatori. C’è un incidente? Una strettoia? Un banco di nebbia? Un ostacolo sulla carreggiata? Un’auto ferma o, peggio, contromano? L’automobilista preme un pulsante sul Coyote, clicca sull’icona corrispondente e la sua segnalazione (filtrata e verificata dal sistema di gestione del produttore) finisce agli altri conducenti. Il principio è quello della comunità che condivide informazioni preziose per la sicurezza. Nei periodi di punta, le segnalazioni in Europa arrivano fino a 13 al secondo.

Coyote indica le postazioni autovelox (e verifica che stiamo rispettando la velocità media in presenza di tutor), ma non è in grado di rilevare se sono attive: per questo è perfettamente legale (tranne che in Svizzera). Il Coyote Mini, il più semplice e pratico della famiglia, è un apparecchio molto piccolo, trasportabile in tasca, con un display di 3,2 pollici, sufficienti per avvisare ed essere avvisati dei pericoli che incontriamo lungo il viaggio. Il servizio Coyote è offerto sia su smartphone con app dedicata sia su tre apparecchi diversi: Coyote Mini (costo 149,99 euro, di cui 100 rimborsati), Coyote S (dotato di dash cam, 199,99 euro) e Coyote Nav (l’unico con software di navigazione Gps, 229,99 euro).