venerdì 11 agosto 2017

Quattro miti da sfatare sulla schiavitù negli Stati Uniti. E qualche verità da tenere a mente

repubblica.it
Daina Ramey Berry*, The Conversation


Cinque generazioni di una famiglia di schiavi. Shutterstock

Le persone credono di sapere più o meno tutto a proposito della schiavitù negli Stati Uniti, ma non è così. Pensano, ad esempio, che la maggior di parte degli schiavi africani sia arrivata direttamente nelle colonie americane, ma non è così che andò. Si parla di una schiavitù durata 400 anni, ma non è vero. Si dice che negli stati del Sud ogni famiglia possedesse degli schiavi, ma ciò non accadde. Altri dicono che è stato molto tempo fa, ma non è passato tutto questo tempo.

La schiavitù è tornata alla ribalta di recente. Dalla scoperta dell’asta di 272 schiavi che permise alla Georgetown University di rimanere in attività, alla polemica sul libro di testo edito da McGraw-Hill, dove gli schiavi sono stati chiamati “lavoratori venuti dall’Africa”, al memoriale della schiavitù costruito alla University of Virginia, gli americani hanno avuto modo di tornare a parlare di questo difficile periodo della loro storia. Alcune di queste discussioni sono state caratterizzate da controversie e conflitti, come a proposito della studentessa della University of Tennessee che ha contestato la sua docente rispetto alla realtà delle unità familiari di schiavi.

Come studiosa della schiavitù presso la University of Texas ad Austin, non posso che approvare il pubblico dibattito e la rinnovata familiarità che il popolo americano sta mostrando con la propria storia. Devo comunque notare come ci siano diversi preconcetti sulla schiavitù, come il conflitto avvenuto alla University of Tennessee ha messo in evidenza.

Ho passato la mia vita lavorativa sfatando i miti sulla “peculiar institution”. Obbiettivo dei miei corsi non è stato vittimizzare un gruppo, magari per celebrarne un altro. Piuttosto, provare a delineare la storia della schiavitù in tutte le sue forme, per trovare un senso alle origini dell’ingiustizia sociale e mostrare le radici dell’attuale discriminazione. La storia della schiavitù aggiunge contenuti vitali al dibattito attuale, contrastando la distorsione dei fatti, le bufale di internet e la scarsa conoscenza, dalla quale cerco sempre di mettere in guardia i miei studenti.

Quattro miti sulla schiavitù

Primo mito: La maggioranza dei prigionieri africani arrivò in ciò che sarebbero poi diventati gli Stati Uniti.
La verità: solo poco più di 300.000 prigionieri, vale a dire il 4-6% del totale, arrivò direttamente negli Stati Uniti. La maggioranza delle persone ridotte in schiavitù arrivò invece in Brasile e nei Caraibi. Una notevole quantità di africani resi schiavi arrivò nelle colonie americane dopo essere passati per i Caraibi, dove furono “maturati”, abituati alla vita in schiavitù. Passarono mesi o anni a riprendersi dalle brutali traversie del “Middle Passage”, il ciclo commerciale attraverso il quale milioni di africani furono trasformati in merci. Una volta abituati alle fatiche della schiavitù, molti furono poi avviati alle piantagioni su suolo americano.
Secondo mito: La schiavitù è durata 400 anni.
La cultura popolare è piena di riferimenti a un’oppressione durata 400 anni. Sembra esserci una confusione tra la Transatlantic Slave Trade (1440-1888) e l’istituzione della schiavitù, una confusione rafforzata dalla Bibbia, Genesi 15,13: Allora il Signore disse ad Abramo: «Sappi che i tuoi discendenti saranno forestieri in un paese non loro; saranno fatti schiavi e saranno oppressi per quattrocento anni». Si può poi ascoltare “All Black Everything” (2011) di Lupe Fiasco, un artista hip hop sostenitore della teoria dei 400 anni, che immagina un’America senza schiavitù:
11

[ritornello]
Non saprai mai
Se saresti mai potuto diventare
Se non ci hai mai provato
Non vedrai mai
Siamo rimasti in Africa
Non siamo mai andati via
Così come non ci sono schiavi nella nostra storia
Non erano navi di schiavi, non c’era miseria, chiamami pure pazzo
Vedi, mi sono addormentato e ho fatto un sogno, era tutto nero, dappertutto

[strofa 1]
Ah, e non siamo stati neanche sfruttati
L’uomo bianco non è intimidito, quindi non lo ha distrutto
Non lavoriamo gratuitamente, vedi, dovevano assumerla
L’abbiamo costruita insieme, infatti siamo considerati come loro
In questi primi 400 anni, vedi, ci siamo divertiti

La verità: la schiavitù non è certo propria degli Stati Uniti, è stata parte della storia di quasi ogni nazione, da quella della civiltà greco-romana alle forme contemporanee di traffico degli esseri umani. La parte americana della storia è durata meno di 400 anni.


Asta di schiavi in Carolina del Sud. Wikimedia
In che modo, quindi, è possibile calcolare la durata della schiavitù in America? La maggior parte degli storici ha fissato la data d’inizio del fenomeno al 1619: venti africani citati come “servitori” arrivarono in Virginia, a Jamestown, su una nave olandese. È comunque importante notare che non erano i primi africani sul suolo americano. I primi africani arrivarono alla fine del 16° Secolo, non come schiavi ma come esploratori, insieme a portoghesi e spagnoli.

Uno dei più conosciuti di questi “conquistadores” era Estevanico, che viaggiò attraverso il Sud-Est da ciò che è oggi la Florida fino al Texas. Prendendo in considerazione negli Stati Uniti la schiavitù in quanto possesso materiale di uno schiavo, considerando come data di inizio il 1619 e come fine il 13° Emendamento del 1865, otteniamo una durata di 246 anni, non di 400.
Terzo mito: Tutti i Sudisti possedevano schiavi.
La verità: meno del 25% di tutti gli abitanti del Sud possedevano schiavi. Il fatto che solo un quarto della popolazione degli stati meridionali possedessero effettivamente degli schiavi è ancora adesso sconcertante per molte persone. Questo fatto porta una luce storica sulle moderne discussioni su disuguaglianza e riparazioni.

Prendiamo il caso del Texas.
Fino alla sua costituzione, lo stato della Stella Solitaria aveva avuto un periodo più breve di schiavitù connotata dal possesso personale, rispetto ad altri stati: dal 1845 al 1865, questo perché Spagna e Messico occuparono la regione per quasi metà del 19° secolo, applicando politiche sia di riduzione sia di abolizione della schiavitù. Tuttavia, il numero di persone colpite da iniquità nella retribuzione e nella ricchezza è lo stesso sconcertante. Nel 1860, la popolazione in schiavitù ammontava a 182,566 individui, ma gli schiavisti erano il 27% della popolazione, controllavano il 68% delle posizioni governative e il 73% della ricchezza. Sono cifre impressionanti, ma in Texas oggi il divario retributivo è se possibile ancora più rigido, con il 10% dei contribuenti che si porta a casa il 50% degli introiti.
Quarto mito: La schiavitù è accaduta molto tempo fa.
La verità: negli Stati Uniti gli afroamericani sono stati liberi per meno tempo di quanto non siano stati in schiavitù. Facciamo due conti: i neri sono liberi da 152 anni, il che significa che la maggior parte degli americani sono a solo due o tre generazioni dalla fine della schiavitù. Non è molto tempo fa. Nello stesso periodo, comunque, i gruppi familiari che esercitarono la schiavitù hanno costruito le loro fortune su questa istituzione, generando una ricchezza alla quale gli afroamericani non hanno mai avuto accesso, poiché il loro lavoro era forzato. La successiva segregazione razziale mantenne poi le disparità di ricchezza, e la discriminazione aperta o nascosta limitò di fatto gli sforzi di ripresa degli afroamericani in questo senso.

Il valore degli schiavi

Economisti e storici hanno esaminato dettagliatamente gli aspetti del fenomeno schiavistico, durante tutta la sua esistenza. Il mio lavoro entra in questo dibattito occupandosi del valore dei singoli schiavi e dei modi nei quali le persone soggette a schiavitù reagivano all’essere trattati come merce. Erano venduti e comprati come oggi potemmo vendere una macchina o del bestiame. Erano regalati, ceduti o ipotecati nello stesso modo in cui oggi vendiamo le case. Si catalogavano, e si assicuravano come oggi amministreremmo i nostri patrimoni o proteggeremmo i nostri valori.


“Grande vendita di schiavi scelti”, New Orleans 1859, Girardey, C.E. Natchez Trace Collection, Broadside Collection, Dolph Briscoe Center for American History
Le persone soggette a schiavitù erano rivalutate a ogni stadio della loro esistenza, da prima della nascita fino alla morte. Gli schiavisti consideravano le donne per la loro fertilità, proiettandone l’incremento di valore. Mentre gli schiavi crescevano, i loro proprietari ne accertavano il valore secondo un sistema basato sulla quantità del lavoro che avrebbero potuto svolgere. “A1 Prime” era il termine usato per uno schiavo di prima categoria, che potesse svolgere il massimo lavoro possibile in un giorno. Il valore scendeva su una scala di quarti, da tre quarti a un quarto, fino a zero, grado tipicamente riservato ad anziani o ai bondpeople (persone in cattività, un altro termine per schiavi) diversamente abili.

Ad esempio, Guy e Andrew, due maschi di prima categoria venduti nella più grande asta della storia degli Stati Uniti, nel 1859, ebbero due diverse valutazioni. Guy fu valutato $ 1,280, mentre Andrew $ 1,040 perché “aveva perso l’occhio destro”. Un inviato del New York Tribune riferì come “il valore di mercato dell’occhio destro nel Sud è di $ 240”. I corpi schiavizzati erano ridotti a valore monetario, stabilito di anno in anno, a volte di mese in mese, per la loro intera esistenza e oltre.

Per gli standard di oggi, Andrew e Guy varrebbero circa 33.000-40.000 dollari.
La schiavitù era un’istituzione economica molto diversificata, ottenendo mano d’opera gratuita per i contesti più diversi: piccole aziende agricole, monoculture, piantagioni, perfino per le università in contesti urbani. Questa diversità si rifletteva anche nei prezzi. Le persone schiavizzate si resero conto di essere trattate come merci.

“Fui venduta e separata da mia madre quando avevo tre anni”, ha ricordato Harriet Hill, della Georgia. “Me lo ricordo! Come aver tolto il vitello alla mucca”, raccontò nel 1930 durante un’intervista alla Works Progress Administration. “Siamo esseri umani”, disse alla sua intervistatrice. Chi era in cattività capiva la propria condizione. Anche se Harriet Hill era troppo piccola per ricordare il suo prezzo di quando aveva tre anni, si ricordava di essere stata venduta per $ 1,400 quando ne aveva 10: “Non lo potrò mai dimenticare.”

La schiavitù nella cultura popolare

La schiavitù è parte integrante della cultura americana, ma la principale rappresentazione visiva di questa istituzione per 40 anni è stata la miniserie televisiva Radici, fatta eccezione per una manciata di film indipendenti (e non molto conosciuti) come Sankofa, di Haile Gerima, o il brasiliano Quilombo. Oggi iniziative dal basso come l’esperienziale Slave Dwelling Project, dove gli scolari passano la notte in capanne da schiavi, fino a recenti sketch comici dal Saturday Night Live, la schiavitù statunitense è di nuovo in primo piano.

Nel 2016 i network A&E e History hanno trasmesso Roots: the Saga of an American Family, un remake della precedente miniserie Radici, che esprime i risultati di quattro decadi di nuovi studi. 12 anni schiavo, di Steven R. McQueen, è stato un successo al box office nel 2013, mentre le web serie Ask a Slave e The Underground con Azia Mira Dungey hanno conquistato la ribalta al network WGN America. In meno di un anno di attività lo Smithsonian National Museum of African American History ha totalizzato oltre un milione di visitatori.

Questo elefante seduto in mezzo alla storia degli Stati Uniti inizia lentamente ad essere messo a fuoco. La schiavitù in America è realmente avvenuta, e stiamo ancora vivendo le sue conseguenze. Credo che siamo finalmente pronti ad affrontarla, a imparare a conoscerla e a considerarne il significato nella storia americana.

Nota dell’editore: questa è una versione aggiornata di un articolo originariamente apparso il 21 ottobre 2014.
Questo articolo è tradotto da The Conversation. Per leggerlo in lingua originale vai qui
* Associate Professor of History and African and African Diaspora Studies, University of Texas at Austin

Quella di Time trasloca. Ma di capsule del tempo nel mondo ce ne sono almeno 15mila, quasi tutte disperse

repubblica.it
Valeria Robecco



Il seppellimento di una capsula del tempo nel sito di costruzione del nuovo stadio Field of Dreams per il calcio e il cricket a Nottingham, Gran Bretagna, nel 2015. Laurence Griffiths/Getty Images. Il passato in pillole, o meglio in capsule, che rivive nell’ultracontemporaneo skyline di New York: l’ultimo esempio è quello che riguarda il Time & Life Building e la sua capsula del tempo, oggi trasferita nella nuova sede in attesa del 2023 quando potrà essere aperta, come da impegno, al compimento dei cento anni della società.

Nel 1959, anno della costruzione del Time & Life Building, nella pietra angolare è stato inserito il contenitore che conserva cimeli o informazioni destinate ad essere ritrovate in epoca futura. Nella fattispecie, la capsula del tempo di Time contiene copie dei periodici di Time Inc. dell’epoca, tra cui , Time, Life, Fortune e Sports Illustrated, oltre a quelle che vengono definite “le matite rosse preferite dai giornalisti originali di Time, ancora in uso”


La posa della pietra angolare del Tome & LIbe Building nel Rockfeller Center a New York, nel 1959. Qui si trova la capsula del tempo di Time che verrà estratta e traslocata nella nuova sede, nel World Financial Center. Walter Daran/The LIFE Images Collection, via Getty Images
E ora, dal 1271 di Avenue of Americas, è stata estratta e portata al centro della nuova sede al 225 di Liberty Street, dove sarà messa in mostra all’esterno di un auditorium dedicato ad uno dei fondatori dell’azienda, Henry R. Luce. Ma questo non è il primo caso in cui si vuole fermare il tempo attraverso le capsule del passato. Nella Grande Mela e in tutti gli Usa ci sono migliaia di contenitori in cui sono stati sigillati oggetti di qualsiasi tipo per far consegnare testimonianze della nostra civiltà alle future generazioni.


Pam Hatchfield, Capo del Objects Conservation al Museum of Fine Arts di Boston, mostra al governatore del Massachusetts una placca d’argento incisa da Paul Revere, trovata in una capsula del tempo del 1795, 19 anni dopo la Rivoluzione americana. La “time capsule” era stata sepolta sotto la pietra angolare dellaMassachusetts State House dal governatore dello stato Samuel Adams, da Paul Revere e dal colonnello William Scollay. Kayana Szymczak/Getty Images
Alla World Fair del 1939, a Flushing Meadows-Corona Park, è stato installato un altro contenitore a forma di siluro (capsula di Westinghouse) che non dovrà essere aperto per 5.000 anni, ossia sino al 6939, e al suo interno dovrebbero esserci anche scritti autografi di Thomas Mann e Albert Einstein. Ma secondo la International Time Capsule Society – organizzazione ad hoc con sede ad Atlanta, in Georgia – nel mondo ci sono dalle 10 mila alle 15 mila capsule del tempo. Circa l’80% delle quali vanno perdute.

Il sito spiega anche come farsi la propria capsula del tempo e consente di registrarla.
Alcune tra le più misteriose, e soprattutto difficili da trovare, sono per esempio quella del 1793 inserita da George Washington nella prima pietra del Campidoglio, che oggi non è più rintracciabile. Nel 1891 è stato creato invece un contenitore per celebrare il centenario della città di Lyndon, in Vermont, che doveva essere aperto nel 1991, ma è andato perso. E nel sottosuolo di Corona, in California, sono sepolte 17 capsule negli anni Trenta, che nel 1986 hanno cercato inutilmente di recuperare. Mentre nel 1939 un gruppo di ingegneri piazzò una capsula del tempo sotto le 18 tonnellate di un ciclotrone del Mit, ma ora nessuno sa come estrarla.

La più celebre del mondo, probabilmente, è la Cripta della civiltà, sigillata alla fine degli anni Trenta presso l’Università di Oglethorpe, ad Atlanta, e che dovrebbe essere aperta soltanto nell’anno 8113. Ne esiste anche una di Steve Jobs, il guru di Apple, dove vennero inserite creazioni provenienti da tutto il mondo al termine della International Design Conference di Aspen, nel 1983. All’interno della capsula, che era andata perduta ma è stata recuperata grazie a un team di National Geographic, è stato trovato anche il mouse del primo Apple Lisa.

Il teorico delle password complicate ammette: ho sbagliato tutto

lastampa.it
andrea nepori

Contrordine: le sequenze di caratteri complicate e difficili da ricordare sono inefficaci e cambiarle spesso non serve a nulla. Lo ammette anche Bill Burr, colui che elaborò quei suggerimenti di sicurezza in un documento del 2003



Inserire almeno un numero, un carattere speciale o segni di interpunzione. Cambiare la combinazione come minimo ogni 90 giorni. Sono le regole di sicurezza adottata dalla maggior parte dei servizi Web per raccomandare la scelta di una password sicura. E sono completamente inutili. 

Rimorsi senili
Ad ammetterlo è Bill Burr, colui che quelle regole le ha inventate, nel 2003. Burr, ex dipendente del National Institute of Standards and Technology (NIST), è l’autore della pubblicazione speciale “800-63, Appendix A” del NIST, il documento tecnico di 8 pagine che negli ultimi 14 anni è diventato il riferimento ufficiale per la definizione dei parametri di sicurezza delle password. “Mi pento di quasi tutto quel che ho fatto”, ha detto Burr, oggi pensionato 72enne, in un’intervista al Wall Street Journal. “I miei consigli mandano ai pazzi la gente e alla fine non fanno mai scegliere una buona password”. 

Password sicure
La crescita esponenziale delle violazioni di sicurezza nell’ultimo decennio e le opinioni contrarie di crittografi ed esperti di sicurezza, espresse con sempre maggior frequenza sulle pubblicazioni e alle conferenze di settore, giustificano il rimorso di Burr. Una password quasi illeggibile per un umano non è necessariamente sinonimo di password sicura. Craccare una parola d’accesso come “L4St4mPa”, complicata solo all’apparenza e troppo corta, è un gioco da ragazzi per un computer abbastanza potente e i software giusti. Riuscire a violare una sequenza di parole casuali, lunga ma semplice da ricordare come “LeggoLaStampaPoiFaccioCaffeStendoBucato” è invece pressoché impossible anche per il mainframe più potente. Più che a una parola, meglio pensare insomma ad una frase di accesso.

Nuove direttive
Anche l’obbligo di cambiare la password dopo un periodo prefissato, procedura assurta a dogma e spesso imposta ai dipendenti dai dipartimenti di sicurezza delle aziende, è totalmente inutile. Il motivo è che gli utenti, principalmente per pigrizia, finiscono per cambiare la password aggiungendo soltanto un numero o una lettera alla fine. La modifica delle password dovrebbe essere richiesta solamente in caso di intrusione.

L’ultima revisione del documento del NIST sulle password prende atto di questa e di altre considerazioni. Pubblicato a giugno, è una completa revisione di quello firmato da Burr nel 2003. Lo ha redatto un team dell’ente americano sotto la guida del consulente Paul Grassi. Il progetto, durato due anni, aveva come obiettivo un aggiornamento delle direttive originali. Alla fine le indicazioni sono state riscritte completamente per prendere in considerazione 14 anni di studi in materia di sicurezza e autenticazione online.

Siti poco sicuri
Addossare tutta la colpa al povero Burr, però, sarebbe ingiusto. Lo conferma anche Grassi, secondo cui il collega ha fatto quanto di meglio poteva con le risorse disponibili nel 2003. All’autore del documento originale mancavano i dati statistici che oggi sono derivabili da migliaia di violazioni di sicurezza, analizzate a più riprese dagli esperti per trovare elementi comuni e debolezze delle password più diffuse. E se è vero che quelle indicazioni ormai obsolete hanno avuto spesso l’effetto contrario, favorendo la scelta di password poco sicure, è pure vero che il rischio maggiore alla sicurezza degli account online deriva dalle pratiche errate di siti e servizi web. 

Un recente studio condotto da Dashlane , azienda che sviluppa l’omonimo software per la gestione delle password, ha analizzato 37 tra i più diffusi siti per consumatori e 11 siti aziendali delle maggiori aziende del settore IT. La ricerca ha verificato la presenza di 8 indicatori di sicurezza, tra cui la verifica della ripetizione dei caratteri nelle password (per evitare sequenze come “aaaaaaa” o “1111111”), la presenza di un feedback all’utente sull’efficacia della password scelta, l’implementazione dell’autenticazione a due fattori e le protezioni contro gli attacchi a forza bruta, che provano a scardinare un sistema testando migliaia di password al secondo.

È venuto fuori che il 46% dei siti per consumatori e il 36% dei siti aziendali non include alcuni tra i più rudimentali meccanismi di sicurezza, come ad esempio la richiesta di una password lunga almeno 8 caratteri. GoDaddy è il sito che ha ottenuto il punteggio più alto, mentre i peggiori sono Netflix, Spotify, Uber e Pandora, che non soddisfano nemmeno un requisito tra quelli utilizzati da Dashlane per valutare le sicurezza del sistema di autenticazione degli utenti.

Da riscrivere la storia dell’Isola di Pasqua: Rapa nui non si è ‘suicidata’ sfruttando troppo le sue risorse

repubblica.it
Luigi Bignami

La storia della popolazione che viveva su Rapa Nui o, come più nota, sull’Isola di Pasqua, scritta basandosi su ciò che trovarono i primi coloni, potrebbe essere completamente riscritta. Ciò grazie a nuovi studi su reperti trovati negli ultimi anni sull’isola i quali portano a sfidare il pensiero convenzionale che vuole che gli abitanti autoctoni distrussero il loro ambiente riducendo un’isola idilliaca a poco più di un deserto. Rapa Nui, un’isola vulcanica che letteralmente significa “grande isola di roccia” si trova nell’Oceano Pacifico meridionale e appartiene al Cile pur trovandosi a 3.600 chilometri dalle sue coste. È diventata famosa per i moai, le statue di pietra che si trovano lungo le coste e che per lungo tempo sono risultate un enigma archeologico, soprattutto legato al modo con il quale vennero erette.

La rivoluzione sul modo di pensare a quella popolazione parte dai risultati di uno studio sui campioni ossei e vegetali che risalgono al 1.400 dopo Cristo. Essi dicono che gli abitanti avevano una dieta molto più varia di quel che si pensava e che presero cura del loro ambiente con molta maggiore attenzione rispetto a quanto ipotizzato finora. Quando gli europei arrivarono sull’isola nel 1722, proprio nel giorno di Pasqua, trovarono una popolazione che sembrava in diminuzione e i racconti tradizionali dicono che la civiltà che popolava l’isola stava lentamente scomparendo perché aveva esaurito la maggior parte delle loro risorse. Quel microcosmo sembrava non essere più in grado di sostenere gli abitanti come aveva fatto precedentemente.

Ma ora un gruppo internazionale di archeologi scrive una storia diversa: essi dicono infatti, che i resti umani ritrovati mostrano che circa metà delle proteine presenti nelle diete delle antiche persone di Rapa Nui proveniva da fonti marine, mentre precedentemente si sosteneva che dal mare essi ottenessero pochissimo cibo. Ma c’è qualcosa di ancor più interessante: sembra infatti, che il cibo terrestre che essi ingerivano proveniva da un terreno che sembrava essere arricchito artificialmente, in altre parole esso veniva concimato con scarti organici di vario genere, e questo significa che la gente era molto più edotta in agricoltura di quanto si è sempre ipotizzato, per esempio Jared Diamond nel suo best seller Collasso racconta che l’Isola di Pasqua è “l’esempio più chiaro di una società che ha distrutto sé stessa sfruttando troppo le proprie risorse”.

Le nuove ricerche dipingono invece la storia di un popolo che fu in grado di adattarsi e sopravvivere in condizioni ambientali molto difficili e che non ci fu un vero e proprio ecocidio come si narra normalmente. Spiega Carl Lipo del Binghamton di New York: “Il popolo Rapa Nui era molto intelligente ed è quanto si evince guardando il modo con il quale utilizzarono le loro risorse. Tutto l’equivoco sulla distruzione ambientale del loro mondo si è creato dai nostri preconcetti, in particolare su quel che a noi sembra cibo di sopravvivenza, ma che per altri è sostentamento”.
Le prove portate dagli archeologi sono incontrovertibili: la datazione al radiocarbonio dei resti vegetali e animali trovati sull’isola dicono che il terreno era ben coltivato fino all’arrivo degli europei nel XVIII secolo e che non è assolutamente vero che gli abitanti si diedero alla cattura dei ratti per farne cibo primario.

“Ciò non corrisponde assolutamente con la composizione chimica delle ossa che i ricercatori hanno raccolto e studiato. I nostri risultati indicano che ci furono sforzi concentrati per manipolare i suoli agricoli e renderli più fertili e tutto ciò suggerisce che la popolazione Rapa Nui ebbe una vasta conoscenza sul modo con il quale superare i problemi oggettivi della scarsa fertilità del suolo, così da migliorarne le condizioni e creare un approvvigionamento alimentare sostenibile”, spiega Lipo. Dopotutto una popolazione impoverita e in qualche modo sottonutrita difficilmente avrebbe avuto il tempo per trasportare le gigantesche teste di pietra attraverso l’isola. Ma questa è tutta un’altra storia.

Le pericolosa truffa (a volte mortale) delle bombole del gas riempite dal benzinaio

repubblica.it
Angela Puchetti

Da qualche anno, si stanno verificando un numero considerevole di esplosioni dei serbatoi portatili di GPL, le comuni bombole da cucina, utilizzate sia in abitazioni private, sia nei campeggi, nei mercati e in molte manifestazioni pubbliche. Lo scorso anno gli incidenti sono stati 124, più o meno in linea con gli anni precedenti, ma è aumentato il numero di quelli mortali (23 contro i 18 del 2015).

Uno dei motivi potrebbe essere il modo con cui le bombole vengono ricaricate: invece che nelle strutture apposite, infatti, sono infatti molti coloro che ‘fanno il pieno’ di GPL dal benzinaio. “Siamo in presenza di un mercato sommerso della ricarica di bombole che utilizza modalità di ricariche assolutamente vietate usando attrezzature artigianali – spiega Massimiliano Sassi, ingegnere esperto di sicurezza e consulente dei Vigili del Fuoco.

Vediamo come funziona questo business. Si parte dal fatto che lo stesso GPL ha costi ben differenti quando utilizzato e venduto per autotrazione o per uso domestico. Si parla del doppio del prezzo. “Per lucrare, semplicemente si ricorre all’utilizzo di GPL dei distributori per autotrazione dove alcuni gestori senza scrupoli riempiono abusivamente bombole di gas contravvenendo sia a precise norme fiscali che di sicurezza – continua Sassi -. Infatti la procedura di riempimento utilizzata nei distributori non consente il controllo del livello di liquido immesso nella bombola”.


 Ricarica, vietata e pericolosa, della bombola per uso domestico dal distributore. ilcirotano.it
 
Nel caso delle automobili, infatti, la valvola di sicurezza di solito non è montata nel dispositivo di riempimento (la pompa), bensì nella bombola dell’autovettura. Nel caso, invece, di riempimento di bombole per uso domestico, la bombola non ha installata alcuna valvola di sicurezza che eviti di superare il limite dell’80 per cento di riempimento fissato per legge. Tale valvola è prevista, invece, nelle attrezzature di chi deve riempire le bombole domestiche in modo tale da non superare il limite suddetto.
Perché è importante rispettare il limite
La miscela contenuta all’interno della bombola, composta da liquido e vapore, in caso di riscaldamento anche di pochi gradi esercita una forte pressione sulle pareti del contenitore che deve poter sopportare questa maggiore sollecitazione. “Più la temperatura sale, per esempio lasciando banalmente una bombola depositata su un balcone soleggiato, più la pressione all’interno aumenta con maggior rischio di sovrapressione e quindi di scoppio del contenitore che non resiste più alle sollecitazioni”. spiega Sassi.
Come difendersi
In primis bisogna evitare assolutamente di ‘autoriempirsi’ le bombole al distributore con strumenti artigianali (un adattatore) per risparmiare, dato che il GPL del benzinaio costa la metà di quello per uso domestico. Comprare invece o ricaricare  le bombole solo dagli esercenti autorizzati a riempire le bombole per uso domestico o destinate agli artigiani che utilizzano strumenti a fiamma (es. i saldatori) perché in questo caso la loro strumentazione garantisce il riempimento corretto della bombola. “Naturalmente sta anche all’utilizzatore della bombola usarla correttamente, evitando per esempio di stoccarla in posti troppo soleggiati o inadeguati (es. il balcone o in un cortile)”, aggiunge Sassi.
Le campagne di sensibilizzazione e le pene
Sul problema sono state fatte diverse campagne di informazione e sensibilizzazione, per esempio, dalla Liquigas che recita: “Il riempimento abusivo non è solo illegale. È mortale”.


La campagna di Liquigas contro il riempimento abusivo delle bombole.
 
“La legge punisce con sanzioni pecuniarie dai 5mila ai 10mila euro chi riempie bombole abusivamente e con pene dai 2mila ai 4mila euro gli utenti che ne abbiano autorizzato il riempimento, oltre che l’arresto da 6 mesi a 3 anni – spiega Sassi -. Il reato può essere accertato anche successivamente all’incidente, tramite perizie tecniche sui resti delle bombole esplose (questa ricerca si chiama semiotica delle bombole, ed è l’interpretazione dei segni lasciati durante lo scoppio e l’incendio)”.
Perché comprare bombole dagli esercenti autorizzati
Primo, perché i rivenditori collaudano periodicamente la tenuta delle bombole, un collaudo previsto dalla legge. Nel caso di riempimento abusivo, invece, si perde completamente la tracciabilità della bombola. Secondo punto: perché si ha garanzia del giusto livello di riempimento, utilizzando attrezzature a norma. “Infine, durante il riempimento con attrezzature idonee si garantisce la tenuta stagna dei morsetti – spiega Sassi -. In caso di riempimenti abusivi si possono verificare dispersioni di gas con il rischio di formazione di miscele esplosive nei pressi del punto di travaso”.

In questo caso, dunque, spendere di più conviene.
Tuttavia, va detto che il governo dovrebbe, per evitare questo business pericoloso, uniformare i prezzi del GPL, indipendentemente dall’utilizzo finale del gas, visto che il prodotto è il medesimo.

Scrive necrologio per il cane, un giornale lo rifiuta ma la NBC lo pubblica e commuove il mondo

lastampa.it
fulvio cerutti



Hanno passato 11 anni insieme. Sin dal lontano 2006, fra il cane Brian e la sua proprietaria Lee DiBella c’è sempre stato un rapporto speciale. Così quando il suo quattrozampe è salito sul ponte, lei ha voluto scrivere una lettera d’addio, a metà fra un necrologio e un modo quasi ironico per ricordare i momenti belli trascorsi insieme. La donna ha inviato lo scritto al giornale locale di Watertown, in Connecticut, ma la redazione si è rifiutata di pubblicarlo. Così lei ha deciso di tentare un’altra strada per far conoscere al mondo quanto grande era l’amore per il suo meticcio: ha inviato un tweet alla Nbc chiedendone la pubblicazione e loro hanno deciso di accettare.



Ecco il testo:
«Brian si è spento serenamente, accanto alla sua mamma umana all’età di quasi 11 anni, mercoledì 12 luglio, sotto le cure del personale dello Stone Veterinary Hospital.
Brian è stato adottato da sua madre, Lee Dibella, il 19 dicembre 2006 ed è rapidamente è diventato una cane leggendario.
E’ arrivato in casa che sapeva già stare seduto, ma sapeva anche “dare la zampa”.
E’ stato in grado di distruggere qualsiasi gabbia, porta, maniglia di porta, comprese le finiture e le modanature che trovava sulla sua strada.
Al tempo stesso Brian ha iniziato da subito a costruire relazioni amorevoli con tutti coloro che sono entrati in casa nostra. Dava amore a chiunque entrasse in contatto con lui, che si trattasse di un nuovo veterinario, di un agente del controllo degli animali o di chiunque venisse ospite in casa.



Brian è sempre stato un grande amante di divani e coperte e aveva molti hobby. Fra le sue attività preferite amava abbaiare a cose che non c’erano, accoccolarsi accanto alla sua mamma umana e rubarle tutto il letto, leccarsi, fare il pazzo quando era il momento della pappa e cercare di capire chi fosse esattamente “il mio bravo ragazzo”. Nel suo tempo libero, Brian sognava con molta energia, scalciando con le zampe, presumibilmente inseguendo gatti o scoiattoli che avevano osato entrare nei suoi sogni. Il modo più rapido per conquistare il cuore di Brian era con una grattatina di qualità alla fine della sua schiena o sulla pancia.

Brian mancherà a molti, ma a nessuno più che a sua madre. Nel bene e nel male, lo amava con tutto il suo cuore e, sebbene il dolore che prova senza di lui sia immenso, non sarà mai paragonabile alla gioia di averlo avuto nella sua vita. Oltre a sua madre, Brian lascia una sorella, il dottor Frigo Delilah; Nonna, Jeannette DiBella; nonno, David; Suo zio, Michael e famiglia; la sua madrina Jennifer DeWitt; E molti amici incredibili negli anni. E’ desiderio della famiglia di Brian, che oggi diate al vostro cane un abbraccio extra, una grattatina sulla pancia e qualche premietto”.

Una lettera che ha fatto in fretta il giro del web, commuovendo nella sua semplicità e ironia, migliaia di persone. «Ho pensato che un necrologio fosse un ottimo modo per celebrare la sua vita e far sapere agli altri quanto sia stato speciale per me e quanto abbia arricchito la mia esistenza» spiega la donna.
Un testo che è andato lontano, arrivando all’attenzione di diversi media: dopo la pubblicazione, la NBC30 ha dedicato alla storia un breve passaggio quella notte in televisione. Poi la rivista People e l’Inside Edition hanno contattato Lee. «È folle pensare che la vita di Brian abbia già toccato tante persone. Ma è quello che merita».

Ikea senza bulloni: addio alla brugola per montare i mobili

corriere.it
di Elena Tebano



La stanze dal pavimento bianco sono pulite e ordinate come un laboratorio, oltre le porta a vetri che si apre solo con i badge ci sono scaffali pieni di tavole in legno, attrezzi da falegname, stampanti in 3d grandi come stanze che ronzano quietamente, modelli in plastica bianca di oggetti diversi. Non c’è niente di appariscente nell’edificio di 30 mila metri quadrati ad Älmhult, paesotto perso in un nulla di pascoli e boschi nel Sud della Svezia. Ma è qui, a «Ikea of Sweden» che si progettano e testano tutti i prodotti dell’azienda: circa 9.500, in totale, dei quali duemila vengono sostituiti ogni anno. «È vietato fare foto, sono tutti prototipi», dice una delle addette, poi si avvicina a un tavolino e prende in mano la prossima rivoluzione del colosso dell’arredamento, impensabile finora in 74 anni di storia. «Sono le nuove giunture a incastro, le stiamo perfezionando», dice mentre maneggia due pezzi di legno a cui sono attaccati perni di plastica sagomata. Li ruota e scivolano agevolmente l’uno sull’altro. «Sostituiranno i vecchi bulloni — aggiunge —: l’obiettivo è dire addio alla brugola».

Vite più flessibili
Ovvero al simbolo dell’azienda svedese che infatti, alto quanto un uomo, adorna l’ingresso del centro di progettazione. «Le persone hanno esistenze sempre più flessibili e traslocano spesso: c’è bisogno di un sistema ancora più semplice per montare e smontare i mobili» spiega Stefano Brown, responsabile della sostenibilità per i negozi italiani. I primi prodotti con le nuove giunture sono già in vendita. Siamo abituati all’impatto che l’innovazione prodotta dalla Silicon Valley ha sulle nostre vite: cambiamenti che hanno una velocità spesso impensabile per la politica. Ikea è una delle poche aziende «tradizionali» che, fuori dal regno del digitale, può avere un simile effetto. Per la sua grandezza e perché vende prodotti che toccano il vivere quotidiano di molte persone nel mondo.
La scommessa sull’ambiente
Lo fa con lo spirito (nord)europeo che anima anche la sua prossima scommessa: «Abbiamo democratizzato il design — dice Belén Frau, spagnola, amministratrice delegata di Ikea Italia — ora vogliamo puntare sull’ambiente». È una strategia di business, che serve a rendere la società più competitiva in un mondo in cui i cambiamenti climatici peseranno sempre di più. Ma può avere conseguenze che vanno oltre gli affari dell’azienda. «Dalla primavera del 2018 nei nostri negozi italiani venderemo pannelli solari — annuncia Brown —. Ci stiamo impegnando per rendere il prezzo più competitivo possibile e forniremo il pacchetto completo, con progettazione e installazione». Succede già in Gran Bretagna, Polonia, Olanda e Svizzera. È un progetto ambizioso e bisognerà vedere se l’azienda sarà capace di realizzarlo. Ma se riuscirà a ottenere anche una minima parte di quanto ha ottenuto con le lampade a Led, l’energia di gran parte delle nostre case potrebbe diventare più verde.
Il caso dei led
«Ikea ha deciso di vendere solo lampadine a Led, che consumano l’85% in meno di quelle a incandescenza, 5 anni fa — racconta Håkan Nordkvist, capo del settore sostenibilità e innovazione del gruppo—. Poteva sembrare un azzardo: allora costavano circa 20 euro. Abbiamo investito sulla catena di produzione: nel 2014 abbiamo portato il prezzo a circa 5 euro, da settembre costeranno 0,99». Ne hanno vendute 65 milioni, l’Italia l’anno scorso è stato il secondo Paese al mondo per Led acquistati. «Puntiamo a sostituirne 500 milioni globalmente entro il 2020: il risparmio energetico che se ne ricaverebbe equivale al consumo della Svezia per un anno».
Le stampanti in 3d
Ovvio che montare un pannello solare è più complicato che avvitare una lampadina. Ma a Ikea ci credono: «In futuro ogni casa sarà un centro di produzione di energia», dice Nordkvist. Che pensa anche ad adattare l’azienda all’evoluzione delle città: «Le persone diventeranno più “urbane” e molte non avranno l’auto — spiega —. Tutti i trasporti saranno ridotti: invece di importare i mobili dalla Cina, invieremo il disegno a centri cittadini con le stampanti in 3d e ognuno si stamperà il suo arredamento». Saranno capaci di lavorare legno e metallo ma in principio non saranno diverse da quelle che ronzano nel laboratorio prototipi Ikea. «Sembra impossibile — dice Nordkvist — ma fino a qualche anno fa tutti prendevano in giro Elon Musk per le auto elettriche: ora sono realtà».