sabato 12 agosto 2017

Gli ex senatori viaggiano gratis per due lustri. Le loro "gite" ci costano 400mila euro l'anno

ilgiornale.it
Lodovica Bulian - Ven, 11/08/2017 - 19:11

Possono prendere aereo e treno su tutto il territorio nazionale a spese nostre. Lo stesso benefit alla Camera è stato abolito con un risparmio di 800mila euro

Il privilegio resiste, barricato dentro un capitolo del bilancio del Senato, agli attacchi dell'anticasta.
Che negli ultimi anni si sono susseguiti a tal punto che nel 2015 è stato abolito alla Camera sulla scia delle polemiche. A Palazzo Madama, invece, sopravvive, camuffato nel calderone delle spese milionarie per il mastodontico funzionamento dell'istituzione. E ormai è riservato a pochi intimi: a una casta nella casta. Quella degli ex senatori che sono cessati dal mandato da meno di dieci anni e che possono ancora usufruire del rimborso spese per i loro viaggi sul territorio nazionale. Come quelli da e per la Capitale. Già, quella Roma dove hanno vissuto durante la loro attività parlamentare e dove potrebbero dover tornare ancora per qualche capatina qua e là, per carità sempre per «fini istituzionali».

Nonostante di quelle istituzioni gli «ex» non facciano più parte da un bel po'. La tagliola temporale dei due mandati è servita per scremare la platea di aventi diritto a biglietti aerei e ferroviari gratuiti e soprattutto a evitare che il benefit fosse concesso in aeternum. Un requisito che non esisteva invece per gli ex deputati: tutti godevano del vantaggio, fino a quando due anni fa l'Ufficio di presidenza della Camera ha cancellato del tutto il diritto facendo risparmiare 800mila euro l'anno alle casse di Montecitorio. A Palazzo Madama i rimborsi sono invece rimasti intatti e ammontano a spanne a circa 400mila euro l'anno.

Denari che servono per spesare il tragitto andata e ritorno degli ex inquilini chiamati per convegni, eventi o altro sul territorio fino a un massimo di 2.200 euro pro capite. Insomma, da un'esperienza in Parlamento non si esce solo con vitalizi e assegni di fine mandato. È tutto compreso alla voce «Servizi Trasporto e Spedizione» all'interno del bilancio di previsione di Palazzo Madama che ammonta a 6 milioni di euro e conta anche i costi da sostenere per rimborsare gli spostamenti istituzionali dei senatori in carica e dei funzionari. Di questi una parte, tra i 3 e i 400mila euro, è stimata per i biglietti degli ex.

Briciole, si difende qualcuno, in un rendiconto finanziario che nel 2016 ha stanziato oltre 70 milioni di euro per pagare le pensioni dei politici e nel 2017 prevede di erogarne 80. Dove i trasporti degli ex senatori valgono un millesimo delle spese per i pedaggi autostradali. Il capitolo però è finito tra le fauci dei grillini che in commissione Bilancio hanno presentato un ordine del giorno per abolire lo stanziamento considerato «ingiustificabile» e non coerente con l'opera di spending review avviata da Palazzo Madama. Ma nell'ultima seduta riunita per esaminare il documento di previsione dei conti per il 2017 prima delle vacanze agostane, l'odg è stato respinto. Insieme all'ennesimo attacco dei Cinque stelle.

Comunque, si legge sul sito del Senato, si sappia che «dal 1° gennaio 2010 sono state notevolmente ridotte le facilitazioni di viaggio a favore degli ex senatori, con l'introduzione di un tetto annuale e con la soppressione di qualsiasi rimborso dei pedaggi autostradali». Già, tra i rimborsi agli ex, un tempo c'era anche l'autostrada.

Aiuto, sono tornati gli zombie della politica

espresso.repubblica.it
di Susanna Turco

Il nuovo protagonismo di Berlusconi e Prodi? Solo l’anticipo della valanga di déjà vu con i volti della Prima repubblica. Ma dalla nostalgia si rischia di scivolare nell'horror

Aiuto, sono tornati gli zombie della politica

Rieccoli. Sono tornati . Sono tornati tutti. I remake pur diversi di Silvio Berlusconi e di Romano Prodi han fatto in fondo da prodromi, avvisaglie. Appresso agli ex premier - ecco la faccenda davvero notevole - è piombata giù una valanga. Volti e gesta di prima, seconda ed eterna Repubblica. Redivivi, revenant, pimpanti più che mai. Vispi come può esserlo chi abbia svalicato persino il principio di base che costoro (taluni, in specie) conoscono meglio degli altri: non poter temere più nulla, avendo già visto negli occhi di tutto, persino la propria fine (politica).

Come fra l’altro nella frase chiave del film di Alejandro Gonzalez Inarritu, Revenant appunto, quando Leonardo Di Caprio/Hugh Glass dice: «Non ho più paura di morire ormai. Sono già morto». E così, inerpicati per le vie della cronaca, risbucanti a ogni tornante e anfratto, sguizzanti a ogni polla di notizia, li stiamo ricollezionando da capo, tutti quanti, come patchwork di mode Vintage di decenni diversi. Gli anni Sessanta con gli Ottanta, gli anni Settanta coi Duemila, per non parlare dei Novanta. Stanno tutti lì, docciati e pronti sulle loro scialuppette.

Ferdinando Adornato

Ferdinando Adornato Mentre Berlusconi torna a far politica anche con la copertina di Chi, e alla buvette del Senato Franco Carraro spopola, l’ex parlamentare Angelino Sanza, dieci legislature tutte concluse (la prima nel 1972), una volta sottosegretario alla Presidenza di Ciriaco De Mita come oggi Maria Elena Boschi di Paolo Gentiloni, sta rilasciando interviste al ritmo di una ogni dieci giorni e in Transatlantico alla Camera, dove staziona fisso, ha persino un codazzo. A Roma a Santi Apostoli Leoluca Orlando, appena rieletto per la quinta volta sindaco di Palermo, parla alla sinistra chic di
Insieme, una piazza nazionale dopo anni siciliani, per dire che «è finita la cultura dell’appartenenza»; mentre giù dal palco Enzo Carra, già portavoce di Arnaldo Forlani, chiama alla “rinascita”.

Il centrista Ferdinando Adornato, sopravvissuto al naufragio di tutti i partiti nei quali ha abitato, intona in Aula la più appassionata difesa del principio dei vitalizi, in nome dell’indipendenza della politica (chi meglio di lui), guadagnandosi di nuovo il nome in cronaca. Il già superministro dell’Economia Giulio Tremonti, poi finito nella polvere del dimenticatoio, firma un pezzo sul Blog di Beppe Grillo, contro il fiscal compact come del resto il front-man Cinque stelle: dice che ha sempre avuto ragione lui, con il che confermando di essere lo stesso di una volta. L’ex comunista italiano Marco Rizzo chiude a Roma, al Tiburtino, il congresso del Partito comunista di cui è segretario predicando «l’addio a euro e Nato per uscire dalla crisi». Perché in fondo il miglior modo per traversare il tempo è trattarlo come qualcosa che non trascorre mai.

Bobo Craxi

Bobo Craxi Come adeguandosi a una stagione fatta così, giornali e tv trasudano d’altra parte dettagli che altrimenti si direbbero incongrui. Esempio: le interviste a Publio Fiori, 79 anni di cui 35 trascorsi tra Democrazia cristiana e Alleanza Nazionale, fino alla Democrazia cristiana versione Gianfranco Rotondi e all’attuale disponibilità a rinunciare a 4 mila euro al mese di assegno mensile (purché si faccia una patrimoniale). Rispunta la facciotta di Clemente Mastella, ora sindaco di Benevento, sempre attaccato al telefono come quando era ministro della Giustizia, con Romano Prodi, e alle feste dell’Udeur a Telese terme faceva l’agenda politica del rientro dopo le vacanze. Bobo Craxi è attivissimo con la sua Area Socialista nel costruire una lista elettorale e un soggetto politico con Bersani e Enrico Rossi che dal Pd siano «distinti e distanti»: un’espressione che agli amanti del genere farà l’effetto di una madeleine.

Niccolò Ghedini

Niccolò Ghedini Si apprende con qualche comprensibile sbigottimento – sembra di saltare indietro a quindici anni fa - di vertici azzurri tra l’eterno (ma per qualche anno invisibile davvero) Gianni Letta, già portasilenzi di Berlusconi, e il siciliano Gianfranco Micciché, cinque legislature, svariati incarichi di governo e già fraterno alleato di Totò Cuffaro, per stabilire il prossimo candidato alle elezioni siciliane: sarà per la cronaca un’altra faccia nuova, l’ex missino Nello Musumeci. Il tutto mentre Niccolò Ghedini, l’avvocato che dopo la condanna del suo principale cliente ha preso in mano l’organizzazione del partito del suo principale cliente, è ventre a terra sulla nuova impresa: mettere in piedi una specie di Forza Italia bis, che faccia la funzione di bad company rispetto alla Forza Italia “buona”, quella vera, a sua volta revenant della Forza Italia originaria, quella degli anni Novanta. Una scintilla di novità, in stile ritorno degli zombie.

Ma insomma è cominciata come una suggestione, una leggiadria, certificata persino dal sociologo De Rita qual sentimento prevalente nella fase storica: qualcosa che avrebbe a che fare con la nostalgia, uno sguardo indulgente rivolto al passato. Ma dalla «mozione nostalgia canaglia» (come la chiama Massimiliano Smeriglio) si rischia di scivolare nell’horror. Un retrogusto minaccioso, per lo meno. Notare – se non si crede - la venatura che colora la più recente promessa berlusconiana. «Ho disegnato l’albero delle libertà, e i frutti sono le soluzioni, tre per ogni ramo» - ha premesso il caro Silvio prima di annunciare: «Non me ne andrò fino a quando non avremo colto tutti questi frutti». Dovrebbe nelle intenzioni suonare rassicurante, una promessa di permanenza, la carezza di una madre. Al contrario, vien da domandarsi: ma bisognerà attendere di raccoglierli proprio tutti, questi frutti, tre per ogni ramo?

Pierferdinando Casini

Pierferdinando Casini D’altra parte è almeno dai primi anni Novanta che giusto Berlusconi usa raccontare la barzelletta, amatissima, dell’ «abbiamo dovuto abbatterlo»: quella in cui lui è l’immortale che salta da un palazzo all’altro, da un telone dei pompieri all’asta dell’ambasciata turca, mentre l’altro protagonista, la voce narrante dell’intera storia, è Massimo D’Alema. «D’Alema dice a Bertinotti», attacca a raccontare un capelluto Cavaliere nella versione del 1995, salotto tv di Mara Venier. «D’Alema dice a Violante», è invece la versione del 2010. D’Alema, comunque. Ah già ma è tornato anche lui. Non che in effetti l’ex premier, vicepremier, ministro, segretario, presidente del partito, dei deputati, della Bicamerale, del Copasir, abbia mai fatto davvero perdere traccia di sé: eppure nell’ottobre

2012 annunciò il proprio, volontario, ritiro dal Parlamento. Mentre, passati cinque anni, da settimane costringe i suoi compagni di strada dell’Mdp- Articolo 1 a piroettanti manovre barocche finalizzate ad evitare che un suo ritorno in lista colori di nostalgia tutta l’operazione (vedasi la mozione Smeriglio). Qualcosa che a conti fatti non s’è comunque riuscito nemmeno a evitare. «Se i cittadini pugliesi mi chiederanno di candidarmi, io mi prenderò le mie responsabilità», ha annunciato D’Alema a Foggia, diciassette anni dopo esser stato eletto parlamentare nel collegio di Gallipoli. C’è chi maligno si domanda: quanti cittadini serviranno a persuaderlo, esattamente?

Marco Follini

Marco Follini È probabile, invece, che Claudio Scajola ritenga di averne totalizzati a sufficienza. Conversando con il Giornale di Piemonte e della Liguria, il fondatore di Forza Italia, un ex-non-ex il cui ritiro dalla scene è forse tra i più coatti della storia recente, si dice infatti assediato: gli elettori lo fermano per strada, lo invitano a partecipare ai convegni, gli domandano consigli. A forza di insistere, l’han quasi convinto: «In tanti mi stanno chiedendo di tornare a impegnarmi attivamente. Ci sto riflettendo», ha confidato nei giorni scorsi il titolare del Viminale ai tempi del G8 di Genova, probabilmente l’unico ministro della seconda repubblica portato alle dimissioni per ben due volte (il

 caso Marco Biagi; l’acquisto della casa di fronte al Colosseo), negli ultimi anni citato soprattutto in
quanto capostipite di un genere letterario che non ha nemmeno inventato lui (il famoso «a mia insaputa» gli è stato appiccicato addosso a sua insaputa, dice: il che in effetti ha una logica). D’altra parte, in tanti fermano per strada anche Roberto Formigoni. «Spesso mi chiedono, quando ritorna?», ha raccontato l’ex governatore della Lombardia al Fatto, all’indomani della condanna in primo grado per corruzione. Anche il Celeste – tutt’ora senatore – sta riflettendo su una ricandidatura: «Non lo so è dal 1975 che sono in politica e certo ascolterò gli amici sul da farsi. Finora ho sempre fatto così».

Tornerà, torneranno, son già tornati: anche perché sinora nessuno li ha rimandati indietro. Al confronto, lo sbucare dell’ottantanovenne Ciriaco De Mita al Tg1 per parlare di Democrazia cristiana è persino rassicurante. Qualcosa che ci ricorda che è di nuovo estate, e che per di più è una estate che precede le elezioni. Ragion per cui rifare la Dc è sì una questione di nostalgia ma anche una necessità che trova “al bivio” i “popolari” cosiddetti, come da dibattito omonimo al quale il tutt’ora sindaco della natia Nusco, l’ex presidente del Consiglio, ha convocato taluni pezzi di centrismo come a un appuntamento al quale è impossibile mancare. Sul palco c’era anche Marco Follini, segretario dei giovani democristiani alla fine degli anni Settanta, vice premier con Berlusconi nei primi duemila. In platea, Paolo Cirino Pomicino. D’altra parte, in giorni in cui si discute del ricalcolo dei cosiddetti vitalizi, eludere l’ex ministro andreottiano appare impossibile.

Al confronto, fa molta più fatica uno come l’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini. Giunto ormai con qualche acciacco politico a sfiorare i trentacinque anni in Parlamento (otto legislature, la prima nel 1983), entrato già nel 2013 in Parlamento per il rotto della cuffia (i mitologici meccanismi di recupero del Porcellum, una prece), l’ex leader dell’Udc – oggi centrista per l’Italia - rilascia interviste in cui si dichiara orrificato dalla “assoluta indifferenza” con la quale ci si muove da sinistra a destra (Alfano è il bersaglio sottointeso), con il che spencolandosi verso il Pd di Matteo Renzi alla ricerca di nuove avventure.

Boldrini al mare a spese nostre nei luoghi amati da Mussolini

ilgiornale.it
Domenico Di Sanzo - Ven, 11/08/2017 - 08:37

Anche quest'anno la presidente della Camera è ospite del Quirinale a Castelporziano, la tenuta cara al Duce



Roma Vacanze intelligenti. Laura Boldrini, presidente della Camera, come un po' tutti i politici, in questi giorni sta facendo le valigie per le ferie agostane nella terra natìa, sul litorale marchigiano.
Ma dietro la «scontata» partenza a ridosso di Ferragosto c'è un'intensa preparazione, per nulla low cost e tutta a spese del contribuente. Il bikini bisogna sfoggiarlo con decenza presidenziale, perciò complice una primavera con temperature da tintarella, perché non approfittare della spiaggia riservata ai presidenti della Repubblica? Il caldo retroscena lo ha svelato ieri Il Tempo. Secondo il quotidiano romano, la Boldrini dalla fine di maggio avrebbe approfittato dell'esclusivo stabilimento balneare di Castelporziano, sul litorale di Ostia.

Una lingua di sabbia off limits, inavvicinabile per i comuni mortali, riservata al capo dello Stato e alla sua famiglia, con una parte della tenuta destinata al segretario generale del Quirinale e a dirigenti e funzionari. Cosa c'entra la presidente della Camera? Secondo una regola scritta dallo staff dell'ex presidente Giorgio Napolitano pure la Boldrini avrebbe diritto a un pezzettino di spiaggia tutto per sé. E sappiamo quanto sono importanti i diritti per la terza carica dello Stato, che per proteggersi da occhi indiscreti avrebbe avuto al suo seguito due corazzieri a cavallo, sempre gentilmente concessi dalla Presidenza della Repubblica, quindi a nostre spese.

Ma non è la prima volta che Laura Boldrini si concede momenti di relax nell'esclusiva dependence quirinalizia. Nel 2014 c'era stato il caso dei bungalow. Il «casotto», impreziosito da una piscina olimpionica e acqua di mare riscaldata, con vista sulla spiaggia, ha ospitato la Boldrini in una serie di lussuosi week end all'inizio dell'estate di tre anni fa.

E come tutti i radical chic che si rispettino, anche in quell'occasione non si fece mancare nulla: persino una cabina fissa, tutta per lei, immersa tra le dune riservate ai presidenti della Repubblica. Una circostanza che aveva fatto venire qualche dubbio ai funzionari del Quirinale: «Ma lei è la presidente della Camera? Che diritto ha di frequentare quella spiaggia? Chi la fa passare?». Tutte domande che trovano risposta nella regola voluta da Napolitano per Castelporziano.

Una residenza molto cara a Benito Mussolini. Il duce, infatti, secondo le cronache del Ventennio era «un assiduo frequentatore del casotto» dove trascorreva piacevoli momenti di svago in compagnia di molte donne. Altro particolare: nel 1872 fu il ministro delle Finanze Quintino Sella a comprarla per conto dello Stato. Sì, perché i precedenti proprietari appartenevano alla famiglia Grazioli, gli stessi dell'omonimo Palazzo, residenza romana dell'«odiato» Silvio Berlusconi.

Ma, tra camerieri, corazzieri, piscina, 5.892 ettari di flora e fauna uniche in Italia con caprioli, daini, lepri, volpi e perfino trampolieri, limicoli e anatidi, nemmeno l'austera presidente si preoccupa troppo dei fantasmi del passato. Nessuna accusa di apologia di fascismo da parte di Fiano, niente abbattimento di «un simbolo del Ventennio», di «offesa ai partigiani» manco a parlarne. Massì, «il Duce ha fatto anche delle cose buone», tipo andare in vacanza a Castelporziano.

Il teorema Saviano: accusa Minniti, non gli scafisti

ilgiornale.it
Stefano Zurlo - Ven, 11/08/2017 - 08:20

Lo scrittore mescola l'agguato di Foggia con il dramma migranti pur di screditare il ministro



Non gli bastava essersi infilato in un vicolo cieco pur di difendere le ong. Non gli bastava nemmeno aver teorizzato una sorta di fantomatico partito delle neutralità in una supposta guerra fra lo Stato italiano e gli scafisti, come se questi fossero non delinquenti della peggior risma ma una controparte delle nostre istituzioni. E non gli bastava neppure aver ricevuto critiche affilatissime da un treno di commentatori assai diversi fra loro, come Alessandro Sallusti e Ernesto Galli della Loggia. Roberto Saviano ci riprova e su Facebook fa demagogia ad alzo zero contro il ministro dell'Interno Marco Minniti.

La suggestione è di quelle facili facili, fin troppo per chi abbia ancora a cuore questo sbrindellato Paese. Ci sono i morti di San Marco in Lamis, le quattro vittime, in particolare i due contadini che non c'entravano niente con le mafie locali. E allora Saviano cuce tutto insieme: indignazione, questione meridionale e naturalmente le amatissime ong come Medici senza frontiere che non hanno voluto firmare il decalogo del Viminale. Risultato? Minniti, secondo questo fumetto in bianco e nero, se la prende con gli incolpevoli ragazzi che solcano il Mediterraneo, tutti ideali e belle speranze, ma si dimentica del disastro criminale che scuote intere province d'Italia, partendo proprio da Foggia.

«Lo Stato - scrive Saviano - adesso agirà con risolutezza ma, come sempre prima di agire, ha atteso che venisse versato altro sangue meridionale. Meridionale come il ministro dell'Interno Marco Minniti che in questi mesi ha preferito accanirsi contro altri meridionali. Perché c'è sempre un meridionale più meridionale degli altri. Minniti ha tradito la sua funzione di ministro degli Interni e mi sembra assurdo dirlo, ma il dramma dell'Italia è il sud che sta morendo, non il lavoro meritorio delle ong».

Ci risiamo. I colpevoli non sono gli avvoltoi che dirigono il traffico di carne umana e, naturalmente con responsabilità assai diverse, quelle ong che hanno fatto loro da sponda. No, ora sul banco degli accusati ci finisce il ministro nato a Reggio Calabria 61 anni fa. Saviano saccheggia la cronaca e non ha paura di mischiare i problemi e piegare le prospettive: lo Stato è debole quando dovrebbe essere forte, si volta dall'altra parte quando dovrebbe fare la faccia feroce.

Teoria singolare che poggia su un pilastro zoppicante: i mafiosi libici sono evidentemente meglio di quelli del Gargano, le ong possono pure chiudere gli occhi e, anzi, dare una mano profumata a questi signori del male; Minniti invece si deve vergognare, ha tradito la sua terra e ha sulla coscienza il sangue degli innocenti abbandonati al loro destino e massacrati in Puglia, in Sicilia, in Calabria.
La verità è meno arzigogolata: abbiamo finalmente un uomo di polso, che esercita l'autorità ma non certo autoritario e che prova a far rispettare nel paese dei campanelli quattro regolette di buonsenso e lo si attacca imputandogli ritardi accumulati in decenni di politiche evanescenti e pavide.

Noi, più modestamente, vorremmo lo stesso impegno e gli stessi risultati sul fronte libico e su quello pugliese. Guerra agli scafisti e alle coppole. Guerra a chi fa saltare le tavole della convivenza civile. Ma lo scrittore, ossessionato dalla bandiera che vuole impugnare a tutti i costi, si sfila e costruisce la più scivolosa delle equazioni: impegnarsi di meno fra Tripoli e la Sicilia per mostrare i muscoli fra Vieste e Manfredonia. Intendiamoci: lo Stato ha le sue colpe, anche gravi, i suoi balbettii e i suoi silenzi, ma la legalità o ha valore dappertutto o non esiste. Chi difende la legge non può parlare due lingue diverse: non è inchinandosi alla ferocia dei trafficanti e alle ambiguità di alcune, solo alcune ong, che si può vincere la partita contro gli assassini del Gargano.

Le regole del diritto in mare

lastampa.it
vladimiro zagrebelsky

Durante la guerra in Iraq, dopo la cattura di Saddam Hussein, si aprì nei suoi confronti un «processo». Agivano le autorità americane e irachene.

Ilgoverno del Regno Unito, stretto alleato degli Stati Uniti nelle operazioni militari, rese pubblica la sua estraneità a quel processo indirizzato verso la condanna a morte. Perché lo fece e perché ricordarlo ora, volendo trattare dell’Italia in rapporto alle operazioni delle Ong e delle autorità libiche nel Mediterraneo? Perché richiama alcuni principi del diritto dei diritti umani cui l’Italia è legata e che vanno tenuti presenti nelle circostanze attuali. Il Regno Unito, parte della Convenzione europea dei diritti umani, che vieta la pena di morte, ben a ragione, considerò che una sua partecipazione avrebbe implicato esercizio di poteri statali in violazione degli obblighi derivanti dalla Convenzione europea. E ciò anche fuori del suo territorio nazionale.

I rischi di responsabilità internazionale per l’Italia emergono sotto almeno due aspetti. Essi riguardano ciò che avverrà concretamente in mare, indipendentemente da ciò che prudentemente si scrive nei documenti. Si tratta sia della natura effettiva dell’assistenza fornita dalla Marina italiana, sia del comportamento che terranno le autorità italiane nei confronti delle navi delle Ong che non hanno sottoscritto il codice di comportamento o che, avendolo accettato, in singole situazioni nel violino le disposizioni.

Per il primo aspetto rileva l’episodio che ho ricordato iniziando: responsabilità italiane esistono anche fuori delle sue acque territoriali. La Libia non ha ratificato alcuno dei trattati internazionali sui rifugiati e in generale sui diritti umani, ma l’Italia è vincolata a tutti i trattati in materia. In particolare l’Italia è parte della Convenzione europea dei diritti umani. Se le navi italiane dovessero imbarcare migranti, la Convenzione si applicherebbe integralmente e direttamente, poiché quelle navi sono territorio nazionale. Ma anche la collaborazione con le navi libiche potrebbe dar luogo a responsabilità italiana.

Si dice che la Marina italiana assicura appoggio logistico, ma cosa vuol dire in pratica? Se in concreto i mezzi militari italiani dovessero «aiutare troppo» le autorità libiche, fino a fornire una vera partecipazione italiana, la responsabilità italiana non sarebbe esclusa dal fatto che l’attività si svolge in acque libiche. I campi in cui i migranti vengono riportati sono generalmente ritenuti orribili, inumani e nessuna cernita le autorità libiche faranno per identificare coloro che avrebbero diritto allo status di rifugiato in Italia o alla protezione umanitaria italiana. Ai libici ciò non interessa, ma all’Italia sì, poiché non può rendersi partecipe di violazioni delle norme sui rifugiati e sul divieto di trattamenti inumani.

Quanto al secondo aspetto, credo che il c.d. codice di comportamento delle navi delle Ong non entri di per sé in conflitto con regole che vincolano l’Italia. Il documento non impedisce in alcun modo alle navi delle Ong di soccorrere persone in pericolo. Le regole oggetto degli accordi tendono a impedire che le navi delle Ong intralcino l’attività delle motovedette libiche nelle acque libiche e che finiscano con il trasformare la loro presenza in mare a ridosso delle acque libiche in un’assicurazione agli scafisti che il loro viaggio sarà breve e sicuro.

Ma il problema che non si può ignorare riguarda la condotta che l’Italia terrà nei confronti di navi di Ong che hanno rifiutato il codice di comportamento oppure in concreto non lo hanno osservato. Se una nave carica di migranti si presenta davanti a un porto italiano chiedendo di attraccare e dichiarando di avere malati a bordo o bambini o donne incinte prossime a partorire, l’Italia respingerà quella nave? È ipotesi che è stata lanciata troppo leggermente. Se lo facesse, quali sarebbero le conseguenze giuridiche internazionali e, prima ancora, quali le conseguenze politiche?

Assistiamo in queste ore a profonde divergenze nel governo, che sarebbe sbagliato minimizzare. Non più schermaglie tese a far guadagnare spazio a questo o quel personaggio o gruppo politico, ma finalmente il confronto aperto tra posizioni che hanno alle spalle culture radicate nei secoli, di natura non solo religiosa, fortemente presenti nella società italiana. Su questo giornale Marcello Sorgi ha ricordato l’articolata presenza di importanti realtà cattoliche e dell’area politica che si è chiaramente schierata facendo ad esse riferimento.

E Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, ha ricordato la convergenza di posizioni cattoliche e di quelle laiche derivanti dall’Illuminismo umanitario. Esse sono all’origine del movimento di cui la Convenzione europea dei diritti umani è il prodotto. Nessun governo in Italia reggerebbe l’opposizione di quel vasto mondo e lo scontro che qualunque «incidente» non mancherebbe di accendere. Un simile incidente non avrebbe quindi solo il carattere dell’illegalità internazionale, ma entrerebbe subito nel campo della vera politica.

Il "Titanic" dei nazisti trasformato in lager e affondato dagli Alleati

ilgiornale.it
Matteo Sacchi - Ven, 11/08/2017 - 08:24

Da nave da crociera ad "attrice" per volere di Goebbels. E tomba di migliaia di deportati



Un transatlantico enorme. La quarta nave più grande della Germania di Hitler. Costruita, nel 1927, proprio per rinnovare i fasti della marina civile tedesca dopo le umiliazioni seguite alla disfatta nella Prima guerra mondiale. Questo era la Cap Arcona, fiore all'occhiello della compagnia Hamburg-Süd, armatore che controllava le principali rotte dalla Germania verso il Sudamerica. A tutti gli effetti un bastimento lussuoso e stupendo che nelle linee, a parte la mancanza del quarto fumaiolo, poteva ricordare molto l'infelice Titanic affondato nel 1912.

Molto si potrebbe dire delle lussuose crociere della Cap Arcona prima del 1939. Bella gente, molto caviale, molto champagne. Persino una più che decorosa, per l'epoca, terza classe. Ma sarebbe raccontare una nave come tante. Tutto cambiò nel 1939 con lo scoppio della Seconda guerra mondiale. La Cap Arcona venne richiamata in porto. Nessuna possibilità di continuare le sue traversate oceaniche, dopo il blocco navale inglese.

La marina militare tedesca la requisì, le diede una frettolosa mano di grigio e la trasformò in una sorta di caserma galleggiante piazzata nel porto di Gdynia (all'epoca Gotenhafen) nella baia di Danzica. La conversione in caserma galleggiante fu solo l'inizio di una vicenda tragica e surreale, come si scopre leggendo Il Titanic dei nazisti di Robert P. Watson (Giunti, pagg. 368 euro 18). Lo scrittore ed editorialista della Nbc ha infatti condotto una accurata ricerca scoprendo che la nave è stata coinvolta in ben altre vicissitudini.

In primis cinematografiche. Anche a conflitto iniziato i nazisti investivano moltissimo in pellicole di propaganda. Joseph Goebbels (1897-1945) aveva una particolare fissazione per la vicenda del Titanic. Considerava la vicenda dell'affondamento paradigmatica delle colpe del capitalismo britannico. E voleva un kolossal cinematografico sulla tragedia. Venne contattato uno dei più famosi registi del Reich, Herbert Selpin. Per realizzare il film gli vennero forniti praticamente mezzi illimitati. Vennero costruiti enormi teatri di posa e appositi modellini per simulare l'affondamento. Il modo di scendere sotto il livello delle acque però non convinceva Selpin che continuava a ritardare la consegna. Arrivò a convincere Goebbels di prestagli una nave vera su cui girare. Indovinate quale? Ovviamente la Cap Arcona, che venne riverniciata per interpretare il Titanic.

A bordo però la situazione degenerò. Un Selpin sempre più insofferente arrivò a insultare il regime... Finì impiccato, con le sue stesse bretelle, in una cella della Gestapo. Il film venne portato a termine da un regista di meno alte pretese: Werner Klinger. Nell'ottobre del 1942 la pellicola era pronta. Ma Goebbels si rese conto di un fatto quanto mai imbarazzante. È vero, nella tragedia si vedevano ufficiali britannici codardi, capitalisti avidi e senza scrupoli... Però, visto come stavano andando i fatti bellici per la Germania era più facile leggere la pellicola come una metafora del crollo tedesco che come un atto d'accusa all'Inghilterra. Così il film, costosissimo, venne proiettato solo nei territori occupati.

Ma la storia della controfigura del Titanic, ovvero la Cap Arcona, non finisce qui. La nave tornò a essere un semplice hotel galleggiante. Ma quando l'avanzata delle truppe alleate iniziò a minacciare i territori dove erano stati posizionati i lager nazisti, le SS si trovarono nella condizione di dover movimentare centinaia di migliaia di prigionieri. Lo scopo?

Lasciare meno tracce possibile di quanto era accaduto nei campi di sterminio e di lavoro. Migliaia di prigionieri, soprattutto provenienti dal campo di Neuengamme, vennero spostati in fretta e furia verso Gotenhafen e poi rinchiusi nelle grandi navi che galleggiavano nel porto. Cap Arcona compresa. La stiva si trasformò in una orribile prigione sotto il livello del mare. Cosa volessero fare i tedeschi dei prigionieri non è chiaro. Ci sono vari indizi che portano a pensare che fossero intenzionati a far esplodere le navi in mare aperto. A cercare di impedire la strage fu solo Folke Bernadotte, vice presidente della croce Rossa svedese che battagliava con le autorità locali per avere in consegna i prigionieri.

Ma non fece in tempo. L'aviazione britannica il 3 maggio 1945 bombardò la baia di Lubecca con i suoi Typhoon. Voleva impedire che i tedeschi spostassero via mare le truppe rimaste. Bersagliò a colpi di razzi i bastimenti: i piloti erano completamente ignari di chi fossero gli occupanti. La Cap Arcona fu devastata dalle esplosioni, vi morirono migliaia di prigionieri. Un disastro che la Raf ha a lungo insabbiato... Anche alcuni dei piloti che bombardarono vennero a sapere di aver colpito dei prigionieri inermi solo anni dopo. E ancora oggi la dinamica della tragedia, che fece molte più vittime del disastro del Titanic, non è chiara. Anche se Robert P. Watson ne ha delineato le linee generali.

Il governo "spreme" Lampedusa Vuole 7 anni di tasse congelate

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Franco Grilli - Ven, 11/08/2017 - 09:34

Stangata in arrivo a Lampedusa. Dopo sette anni di tregua fiscale, voluta dal governo Berlusconi, adesso il governo Gentiloni batte cassa

Stangata in arrivo a Lampedusa. Dopo sette anni di tregua fiscale, voluta dal governo Berlusconi, adesso il governo Gentiloni batte cassa e chiede le imposte in un'unica soluzione.

Una vera e propria mazzata per chi vive sull'Isola. ll sindaco Totò Martello, neoeletto e vincitore della sfida contro la dem renziana Giusy Nicolini è già sul piede di guerra: "Una follia. Dopo anni di crollo del turismo e al prezzo di sacrifici pesantissimi per la cittadinanza per accogliere i migranti, non ci consentono nemmeno uno sgravio sulle imposte di questi anni, né una detrazione su quelle future — dice Martello al Corriere.

E allora basta: mi costringeranno a chiudere il centro di accoglienza".

Martello ha poi parlato dell'incontro col viceministro Morando: "Si è detto disponibile soltanto alla rateizzazione del pregresso. Centoventi rate. Nulla di più. Perché qualunque forma di incentivo, mi ha detto, è contraria alla normativa Ue sugli aiuti di Stato. Capisce? Proprio l’Europa che ha dato l’anno scorso tre miliardi di euro alla Turchia per fermare l’afflusso di migranti sulle coste greche". Insomma a quanto pare la stagione del "coccolare" i lampedusani è finita con la sconfitta della Nicolini. Un caso?

L’italiano che si è comprato il bar dei cinesi

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franca nebbia

Accade a Valenza: “Il proprietario voleva fare altro, per me è stata un’occasione”


Gerardo Logambino

Quando hanno avviato un’attività, rilevandola da un italiano, i cinesi se la tengono stretta, impegnandosi a fondo per condurla. Ma il bar Fashion di Valenza nel centrale corso Garibaldi rappresenta un’eccezione con la vendita della licenza per altre attività che il proprietario, asiatico, intende avviare. Un’opportunità colta al volo dal casalese Gerardo Logambino, 30 anni, che già gestisce il Circolo ricreativo comunale accanto a Cinelandia e che da tempo aveva in animo di occuparsi di un altro bar. Un italiano che rileva un’attività da un cinese, qui sta la notizia.

«Avevo cercato un altro bar a Casale - dice Logambino -, ma poi un mio fornitore mi ha parlato di quella licenza a Valenza e sono andato a vedere. Il bar è centralissimo, accanto a piazza Gramsci, e situato su una via di passaggio, così mi sono detto: “Si può fare”, visto che lavoro come barista da cinque anni».

Dopo circa due mesi di trattative si è arrivati alla vendita della licenza verso fine giugno, ma da allora il bar andava rilanciato. «Già diverse persone, sbirciando nel locale e vedendo che c’era una nuova gestione, hanno cominciato a entrare per fare colazione e sono diventati clienti fissi mattutini, perché io apro il locale alle 6 per andare incontro a chi va a lavorare di prima mattina». Così è nata la fase delle brioches, di tutti i tipi, con tutti i ripieni possibili «e naturalmente freschissime con quell’inconfondibile e piacevole sapore di burro nel retrogusto, un vero successo».

Nel locale a dargli manforte c’è la sua compagna, la valenzana Eleonora Zago. Passaggio di gente, abitudini che cambiano con un appuntamento fisso per l’aperitivo serale, che spesso si trasforma in apericena e l’industrioso barista serve aperitivi in barattolo, da sistemare in bancalini di legno, accompagnati da pizza e focacce nei giorni feriali e da un «pacchetto» più sostanzioso il venerdì, il sabato e la domenica quando si serve anche pasta fredda, salsiccia, crocchette di pollo. Un successo pure quello, così Gerardo, pendolare tutti i giorni tra Casale e Valenza, non chiuderà il bar per ferie. «Mi sembra che con l’aria che tira in città e l’odore pesante di crisi, la gente sia restia a fare le valigie e a partire. Io sono qui ad occuparmi di chi rimane».

Addio all’uomo più vecchio del mondo, era sopravvissuto all’Olocausto

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ugo leo

L’israeliano Yisrael Kristal si è spento a 113 anni, un mese prima del suo compleanno



È morto quello che fino ad oggi era l’uomo più vecchio del mondo. Yisrael Kristal, un israeliano di 113 anni sopravvissuto all’Olocausto. La sua età è stata attestata dal libro dei Guinness dei primati, ma il suo non è un record assoluto: lo scorso 1 maggio è morto in indonesia un uomo di 146 anni. Al momento l’essere umano più vecchio è una donna, la giamaicana Viole Brown che ha 117 anni.
Nato il 15 settembre del 1903 nel villaggio di Zarnow, a circa 150 chilometri a sud ovest di Varsavia, è morto venerdì pomeriggio ad Haifa in Israele. Fece notizia lo scorso anno la sua scelta di celebrare il suo bar mitzvah (rito di passaggio ebraico dall’infanzia all’età adulta) cento anni in “ritardo” (viene officiato a 13 anni e un giorno).


AFP

Figlio di uno studioso religioso, aveva perso la madre e il padre durante la Prima guerra mondiale. A diciassette anni si trasferì a Lodz per lavorare nella pasticceria di famiglia. Dopo l’invasione della Polonia da parte della Germania nazista nel 1939, fu trasferito insieme ai familiari nel ghetto di Lodz. Lì morirono i suoi due figli, poi fu mandato ad Auschwitz con sua moglie Chaja Feige Frucht nel 1944.

Lei perse la vita nel campo di concentramento poco dopo, mentre lui riuscì a sopravvivere lavorando. Quando fu trovato dagli Alleati nel maggio 1945 pesava solo 37 kg. Secondo Tablet Mag, ringraziò i soldati sovietici che lo salvarono preparandogli dei dolci. Unico sopravvissuto della sua famiglia, Yisrael emigrò in Israele nel 1950 con la sua seconda moglie e suo figlio, dove aprì una pasticceria in cui lavorò fino alla pensione.

In un’intervista raccolta dal sito d’informazione israeliano Ynetnews disse che aveva avuto un “grande padre”, aggiungendo: “Nonostante tutto quello che ho vissuto e la perdita di tutta la famiglia nell’Olocausto, sono sempre stato ottimista e ho sempre trovato in tutto il lato positivo”.

Nazario Sauro, l’eroe che morì gridando Viva l’Italia!

ilgiornale.it

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In una fredda ma sempre meravigliosa Trieste, a metà dicembre, è stata inaugurata la mostra “Nazario Sauro. Iconografia di un Eroe 1916-2016” a cura di Piero Delbello direttore dell’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata. Visitabile fino al 29 gennaio.

La mostra, ospitata nei locali del Civico Museo della Civiltà Istriana Fiumana e Dalmata di via Torino 8, raccoglie fotografie e documenti sull’eroe capodistriano ed in particolare sul monumento costruito nella sua città natale. Il presidente dell’IRCI, Franco Degrassi, inaugurandola si è chiesto “Cosa rimane della storia e dei sentimenti risorgimentali? Quanti ancora portano avanti la memoria di momenti di coraggio che hanno fatto l’Italia? Come ricordiamo i martiri ed eroi della Grande Guerra?

E fra i martiri della prima guerra mondiale non si può non ricordare Nazario Sauro. Nato a Capodistria il 20 settembre 1880 “dieci anni dopo la breccia di Porta Pia, due anni prima del sacrificio di Guglielmo Oberdan”. Nato in una città austriaca ma di lingua e sentimenti italiani.
A questa lingua, a quei sentimenti, sarà fedele fino al sacrificio. La mostra dedica un’intera sala al monumento costruito a Capodistria per ricordare l’eroe ed il suo olocausto. Inaugurato nel 1935 – dopo la prima guerra mondiale la città istriana era finalmente divenuta italiana – ma smantellato dai tedeschi nel 1944, per sostituirlo con una torretta di avvistamento, ed infine fuso dagli jugoslavi alla fine della seconda guerra mondiale.

Le foto esposte ci raccontano un mondo, per tornare alle domande di Degrassi, in cui la memoria dell’eroismo non era soltanto retorica ma insegnamento e valore fondante. Ci raccontano il coraggio che diventa divinità – la vittoria della guerra rappresentata come Dea Alata – e l’amore tra madre e figlio che è tale se s’incarna nella famiglia più grande, la Patria.

Nazario Sauro venne catturato il 30 luglio 1916. Sottoposto a processo fu riconosciuto come cittadino austriaco – Capodistria è stata austriaca fino alla vittoria – da vari concittadini tra cui Luigi Steffé. Il cognato. Infine messo a confronto con la madre e la sorella che, per provare a salvarlo, negano di conoscerlo. E fino alla fine Sauro e la madre fingeranno di non conoscersi. E negheranno a se stessi il conforto di un abbraccio o di un’ultima parola d’affetto. Ma non servirà ed il 10 agosto il cappio del boia strozzerà l’urlo di libertà “Viva l’Italia!”.

Le foto presenti nella mostra riescono a far comprendere e sentire la commozione ed il senso di eternità dell’amore filiare che il monumento trasmetteva. La mostra, tra molte altre curiosità, espone la targa affissa sulla casa natale di Sauro – in realtà una perfetta copia perché l’originale fu distrutto dai titini nel 1945 –  e altre foto tra cui un’inedita di Nazario Sauro accorso ad Avezzano per aiutare dopo il terribile terremoto della Marsica del 1915 – 30.000 morti in mezzora –.

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Da segnalare il catalogo della mostra. Davvero ben fatto e ricco di approfondimenti ed omaggi dedicati a Nazario Sauro tra i quali ci piace segnalare quelli di Sem Benelli e di Gabriele D’Annunzio. Una mostra, nel centenario della morte dell’Eroe, che merita di essere visitata e diffusa in tutta Italia. Soltanto una Nazione ignara e sconfitta può dimenticare l’importanza della memoria e del racconto delle gesta epiche dei suoi figli. Non solo come rispetto ma anche e soprattutto come insegnamento per il presente ed il futuro.

Il 13 gennaio 1915 saputo del terremoto la parte migliore dell’Italia – Nazario Sauro in testa – accorse per aiutare i fratelli sepolti sotto le macerie. E nonostante tutto la storia ci racconta che, passati cento anni, quello spirito, quella voglia, quell’amore anche se dimenticato ancora scorre nelle vene dei figli di quella che qualcuno vorrebbe fosse solo “un’espressione geografica” ma che è e rimane, nel nome di Sauro e tanti altri, ancora e sempre una Nazione.

Bologna coccola i violenti: nasce la cittadella black bloc

ilgiornale.it
Nino Materi - Ven, 11/08/2017 - 20:57



Chissà cosa ne pensano a Bologna le centinaia di famiglie disagiate che, da anni, sono in graduatoria nella vana attesa dell'assegnazione di un alloggio popolare.

Loro lì, nel rispetto della legge, a sgranare il rosario della speranza; mentre a «quegli altri», che della legalità si fanno beffe, il Comune offre a tempo di record una nuova casa. «Quegli altri» sono gli antagonisti del centro sociale Làbas che, già a 48 ore dallo sgombero dell'ex caserma Masini occupata abusivamente dal 2012, hanno ottenuto da Palazzo d'Accursio una controfferta per un domicilio alternativo. E che domicilio: mica un fatiscente capannone periferico, bensì un'area dismessa ma di grandissimo pregio storico e architettonico a pochi minuti dal centro e che - fino a qualche tempo fa - era candidata ad ospitare il Tribunale o un nuovo polo universitario.

Poi non se ne fece nulla: nel primo caso per l'opposizione di avvocati e altri operatori giudiziari; nel secondo caso perché l'attuale rettore dell'Alma Mater non ha ratificato la bozza d'accordo che il suo predecessore aveva stipulato tra ateneo e Comune. Stiamo parlando dell'ex Staveco (Stabilimento veicoli da combattimento): ardimentoso villaggio industriale da 90mila metri quadrati la cui proprietà passerà a settembre dal Demanio a Invimit, la società di gestione del risparmio del ministero dell'Economia e delle Finanze. Ma ora nel futuro dell'ex Staveco non c'è più l'ipotesi di una «cittadella della giustizia», né quella di «campus didattico», bensì una meno prestigiosa riconversione in «comunità degli antagonisti».

Del resto a Bologna, se fai parte di quella variegata galassia «movimentista» che tifa per no-global, black bloc, autonomi, anarchici, collettivi studenteschi e via barricando, qualcuno dall'anima rossa e col cuore a sinistra che ti aiuta, lo trovi di sicuro; la nostalgia decadente per il '68 e quella crepuscolare per il '77 non sono necessarie, ma aiutano. E così ecco che, a due giorni dagli scontri con la polizia, gli attivisti del centro sociale Làbas sono stati immediatamente «premiati». Matteo Lepore (Pd), assessore comunale all'Economia e Promozione della città, Immaginazione civica («Immaginazione civica»?),

Sport e Patrimonio del Comune, ieri aveva quasi le lacrime agli occhi: «Possiamo salvaguardare il prezioso patrimonio politico e sociale di Làbas, rispettandone l'autonomia e conservandone il radicamento. A Bologna Làbas ha saputo generare sul campo una sana esperienza di cura del bene comune. Per questo, lo sgombero di martedì ci ha fatto male e ha interrotto bruscamente quello che probabilmente a molti non piace: un dialogo». Ma che l'altroieri - a seguito del «dialogo» in piazza quelli di Làbas - siano stati feriti una decina di poliziotti, il sentimentale assessore (dalle mille qualifiche) lo ha dimenticato.

E il sindaco Virginio Merola che dice? Al momento è in vacanza in Sardegna e dalla spiaggia non ha preso le distanze dal passionale intervento pro-Làbas di Lepore, che vedrebbe bene tra i falansteri Staveco «anche altre realtà sociali simili a Làbas». Come, ad esempio quella del Cua (Collettivo universitario autonomo), reduce da un «grande successo»: la riapertura della biblioteca universitaria di via Zamboni 36, la stessa che nel febbraio scorso fu sgomberata dalla polizia perché si era trasformata addirittura in una piazza di spaccio.

Per evitare ulteriori illegalità (furti, minacce, aggressioni) il rettore aveva fatto installare all'ingresso dei tornelli di sicurezza. Quelli del Cua li avevano divelti. Dopo il blitz della polizia la biblioteca fu devastata ed è rimasta chiusa fino a due settimane fa. Ora l'hanno riaperta. E i tornelli all'ingresso non ci sono più.